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Full text of "Saggio sui dialetti gallo-italici"

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FASTE  SECDXM. 

S'  I  Tur«  In  pierra  •  n'  culjo  là  al  dmIìbb  , 
S' in'  vlÈnln  ibllìr  qiii  tò  da  nù  , 
Qual'  i  ceri  cb'  Macumèt  è  al  nòilar  diu 
Per  eh'  ai  «inala  all'arveraa  al  turlurù  : 
E  pur  •'!  andinen  wU  a  Vienna  il'aiin  , 
I  vinarèo  pur  qui  a  dir  :  la  dlu  ,  la  (ù  ; 
Percbè  la  ri'  alter  popi  ha  una  ceri  tom, 
Ch'  anch  del  volt  ron  1  slgn  nù  «Iter  sroria. 

A  calù  baogna  dunirl  un  (leatamàot 
Cb'  r  Impara  d'adruvars  per  nòaler  coni , 
Perchè  lù  tot  pò  fir  con  la  aò  Knt 
Guadagnir  di  quairìn  al  paw  d' CarònI  ; 
Gran  Sgnor ,  piiMìl  pur  ben ,  e  tgnivl  a  imi 
Per  eh'  r  a  n'  è  caia  da  mandar  a  mool  ; 
Ana  che  •'  adèag  da  vù  n'  fbM  ca«llgì , 
La  puaarè  In  abù»  In  verlli- 

Hacumàl  cnlntò  anpòndr,  ea  diva  b«1 
A  lor  [a  mìo  a  ci' alter,  mò  in  acalmana 
Al  Mita  tu  Plulòn:  HO  c(M''è  qneilT 
Slv  fon  dvlntì  duo  icartauìn  da  lana  T 
Danllli  un  pò  d' llligir  ,  e  a  d'  fa  naiill , 
Per  cb'  mi  ta  cosa  inlènd  cun  l'è  alla  pfatM 
E  l' Mirumèt  Rta  ralla  ba  b(l  un  fall , 
L' ari  por  benemèrìl  un  caTill. 

Zà  hiD  fora,  e  per  nà  l'è  aqaai  licura  , 
.eh'  ai'  mandarào  di  spiri  cb'  sann  al  lati  »è 
A  razzir  in  scuaquàss  l'arebflettura 
Ch'Ira  l'un  e  l'iller  popi  ■  ('preparò. 
Macumèt  salla  sii  dlgànd  :  L'  è  dur*         ^ 


Da  riisgiìf  ;  quint  al  mod,  _ 

Ho  s'a  vii  eh' a  via  diga  rmnd  s'pi  W 

La  cosa  dui  rnvàll  \'n  la&sa  andar,      j 

^uizimbrà^a,  un  dullór  ch'in  l'uà  C^ 

e  iKanli  a  *ialir  al  Mh 


4 

Al  mmlfcJtW  to^  aà  !■  ^t\  btl4Ì, 


i  un  otri  l« 


I 


SAGGIO 


SUI 


DIALETTI  G4LL0-IT4LIG1 


^ 


DI 


B.  BIOINDELLI 


MlLAiNO 

PRESSO  (;il;S.    BKKNAKUOM   1)1   CIO. 

1 853 


I  —   •  -  *^  • 


B^9 


' 


I  dìaklli  riDiàogono  ùnica  memoria  di  quella  prisca  Eiropa ,  rke  n«n  rbbt 
bloria  e  no*  laKiù  roooomeoli. 

Cattamo. 


IVOTA  FHBMéMMMlVAHK 


La  redazione  e  la  stampa  delVOpera  che  diamo  alla 
luce  ebbe  incominciamento  da  alcuni  anni^  e  ne  fu  pro^ 
messa  molto  prima  la  publicazione.  Se  non  che  la  som-- 
ma  difficoltà  di  compiere  la  collezione  dei  materiali^ 
màssime  di  quelli  che  spettano  a  dialetti  lontani  e  sinora 
meno  avvertiti,  accresciuta  dalle  disastrose  vicende  pò- 
lìtiche  che  sospèsero  il  corso  cosi  delle  investigazioni  ^ 
come  della  stampa,  ritardarono  eziandìo  l'adempimento 
della  fatta  promessa. 

Frattanto  alcuni  Scritti  vennero  in  luce,  dei  quali 
notàvasi  la  lacuna,  o  si  annunziava  la  prossima  publi- 
cazione nel  corso  del  presente  Saggio.  Tali  sono:  il  Vo- 
cabolario dei  Diciletti  Comensi  delVahate  Pietro  Monti, 
il  Vocabolario  Cremonese  del  professore  Angelo  Peri , 
ed  il  Vocabolario  Cremasco  del  professore  lìonifacio  Sa- 
maranij  opere  tutte  frutto  di  lunga  lena  e  di  cosdcn- 
-riose  ricerche,  le  quali,  se  non  raggiùngono  compiuta- 
mente il  nòbile  scopo  cui  sono  dirette,  racchiùdono  ciò 


d 


nullameno  preziosi  materiali  per  lo  studioso  che  indagc 
per  questa  via  le  origini  delle  popolazioni  lombarde^  < 
et  pòrgono  arra  non  dubia  dell* attuale  cultura  e  de 
futuri  progressi  di  tali  studii  presso  di  noi. 

Mentre  quindi  sopperiamo  con  questa  breve  notìzit 
alla  lacuna  dei  successivi  cenni  bibliogràfici^  chiediami 
venia  per  la  ommissione  di  alcuni  altri  scritti  vernàcol 
di  minor  conto  ^  che  vennero  pub licati  nel  corso  delti 
presente  edizione. 

1/ Autore. 


INTRODUZIONE. 


Pochi  anni  sono  publicavamo  nel  Politècnico  al- 
cuni canoni  fondamentali  per  lo  studio  comparativo 
delle  lingue  in  generale  (0,  ed  alcune  Osservazioni 
suir  italiana  favella  in  particolare  (^),  nelle  quali  ac- 
cennavamo air  importanza  dei  dialetti  nella  ricerca  delle 
orìgini,  così  delle  lingue,  come  delle  nazioni  che  le 
parlano.  Siccome  gli  studj  da  noi  a  tal  uopo  instituiti 
sugli  itàlici  dialetti,  e  dei  quali  porgiamo  un  brano 
nel  presente  Saggio,  sono  appunto  fondati  su  quei 
canoni  per  modo,  che  si  possono  considerare  come  ap- 
plicazioni speciali  dei  medesimi,  così  reputiamo  cosa 
ùtile ,  se  non  necessaria ,  il  preméttere  riassunto  in  po- 
clie  pàgine  quanto  venivamo  più  diffusamente  espo- 
nendo in  quelle  due  separate  Memorie. 


(i)  Vedi  il  Politècnico,  repertorio  mensile  di  studj  applicati  alla  pro- 
«perìtà  e  coltura  sociale.  Voi.  II,  pag.  1 61-184.  Milano,  tesa. 

(t)  Ivi.  Voi.  III.  pag.  185-141. 


TI  INTRODUZIONE. 

I. 

Dappoiché  lo  studio  comparativo  delle  lingue  venne 
generalmente  riconosciuto  qual  mezzo  efficace  e  sus- 
sidiario deii^  istoria  nella  ricerca  delle  origini  e  dei  rap- 
porti delle  nazioni,  i  linguisti  procedettero  nelle  loro 
speculazioni  per  due  vie  diverse,  mentre  alcuni  prè- 
sero a  principal  fondamento  il  vocabolario ,  come  rap- 
presentante la  materia ,  altri  invece  preferirono  la  gram- 
màtica, come  rappresentante  la  forma  delle  lingue. 
LMnsufficienza  di  ciascuno  di  questi  mezzi  preso  iso- 
latamente, per  la  soluzione  di  qualsiasi  problema  lin- 
guistico, venne  abbastanza  dimostrato  dalla  dissonanza 
delle  rispettive  loro  induzioni.  Infatti  è  a  tutti  palese, 
come  la  simiglianza  lessicale  di  due  lingue  possa  di- 
pèndere, o  dalla  comunanza  d^ origine,  sia  che  derìr 
vino  da  un  ceppo  comune ,  sia  che  V  una  proceda  dal- 
r altra,  o  dallMnfluenza  che  un  pòpolo  esercitò  sulF  al- 
tro, sia  con  diretto  dominio,  sia  per  iscambicvole 
commercio,  sia  finalmente  per  mezzo  della  letteratu- 
ra ,  che  più  sviluppata  e  più  ricca  nelF  una  lingua, 
lasciò  impresse  alcune  traccie  neir  altra.  Talvolta  an- 
cora il  vocabolario  d^una  lingua  rassimiglia  in  parti 
^uali  o  dis^^ali  a  quelli  di  due  o  tre  lingue  di  fa- 
miglia e  natura  discordi,  senza  che  F eguaglianza  o  la 
dis^uaglianza  delle  parti  condur  possa  ad  induzioni 
certe  e  fondate;  come  avvenne  appunto  nella  Gran- 
Brettagna.  Troviamo  colà  una  lingua,  il  cui  lèssico  in 
parti  diseguali  ha  manifesta  parentela  col  cèltico,  col 
sàssone  e  col  latino.  Se  T istoria  non  ci  avesse  edotti, 
che  i  primi  abitanti  di  quelF isola  erano  Celti,  soggio- 
gati nel  VI  sècolo  da  alcune  tribù  germàniche ,  le  quali 


INTRODUZIONE.  VII 

alla  loro  volta  soggiacquero  neli^  XI  alia  conquista  dei 
Normanni  già  lungamente  stanziati  nelle  Gallio  fra  pò- 
poli anticamente  conquistati  dai  Romani^  come  potrebbe 
il  linguista,  col  solo  soccorso  del  lèssico,  sciògliere  il 
problema  di  quel  miscuglio  d^ elementi  disparati,  e  di- 
stìnguere fra  i  varj  che  compóngono  la  lingua  inglese 
r idioma  primitivo  di  quelle  tribù?  Ora  simili  miscella- 
nee sono  appunto  avvenute  più  volte  sul  nostro  globo , 
senza  che  la  storia  ne  serbasse  reminiscenza.  Il  mondo 
è  antico;  innumerevoli  pòpoli  lo  percórsero  più  volte 
in  ogni  direzione,  e  poi  scomparvero;  T avidità  di  do- 
minio accozzò  insieme  più  volte  le  più  disparate  na- 
zioni ;  più  volte  si  confìiscro  i  vincitori  coi  vinti ,  e  T  i- 
storia  ,  troppo  gióvane  per  isquarciare  T  impenetràbile 
velo  dei  sècoli,  ci  addita  troppo  vicino  il  tèrmine,  oltre 
il  quale  non  può  spaziare  il  nostro  sguardo! 

Senza  mendicarne  gli  csempj  neir America,  neirA- 
frica  o  nell'Arcipèlago  indiano ,  ce  ne  porge  abbastanza 
la  nostra  Europa  nelle  nazioni  cèltiche,  nelle  valacche, 
nelle  albanesi  ed  in  quelle  persino  che  coltivano  la  pe- 
nìsola itàlica. 

A  provare  T  insuilìcienza  del  sistema  grammaticale 
abbiamo  sottocchio  le  moderne  lingue  dette  latine^ 
appunto  perchè  derivate  principalmente  dalla  lingua  del 
Lazio;  ma  se  poniamo  a  riscontro  le  rispettive  gram- 
màtiche, vi  scopriamo  le  più  radicali  difTerenze.  L^uso 
deir artìcolo  a  tutte  comune  ed  ignoto  alla  latina,  la 
mancanza  del  nèutro,  la  sostituzione  delle  preposizioni 
alle  flessioni,  la  combinazione  dei  verbi  ausiliari  coi 
participj  d' altri  verbi  per  la  formazione  delle  voci  pas- 
sive e  delle  passate  attive,  che  mancano  in  tutte  le  de- 
rivate, ed  altrelali  varietà,  costituiscono  la  più  radi- 


vili  INTRODUZIONE. 

cale  dissonanza  tra  la  grammàtica  latina  e  quella  delle 
sue  derivate.  Arrogo  T  enorme  differenza  della  sintassi 
derivata  dal  vario  reggimento  delle  parti  del  discorso, 
differenza  molto  importante  pel  linguista,  giacché  il 
diverso  ordine  delle  parti  nel  discorso  importa  niente 
meno  che  una  diversa  successione  d^  idee  nella  filiazione 
dei  concetti,  e  quindi  vario  il  principio  lògico  ed  il 
processo  intellettuale.  La  medésima  osservazione  po- 
tremmo estèndere  a  tutte  le  moderne  lingue  d^Europa, 
le  quali  sostituirono  il  processo  analìtico  al  sintètico, 
distintivo  degli  antichi  idiomi  dai  quali  derivarono; 
ond^è  manifesto,  quanto  erronea  sarebbe  un'  induzione 
dedotta  dal  sémplice  confronto  grammaticale. 

Né  intendiamo  con  ciò  eliminare  dallo  studio  com- 
parativo delle  lingue  i  due  mezzi  che  ne  sono  prin- 
cipal  fondamento;  ma  bensì  mostrare  la  necessità,  che 
questi  insieme  combinati  procèdano  di  pari  passo,  e  di 
più  concordino  con  altri  clementi  atti  a  contrasegnare 
la  natura  delle  varie  lingue.  Infatti ,  se  Y  affinità  les- 
sicale di  due  lingue  manifesta  probàbile  comunanza  di 
rapporti  fra  le  nazioni  che  le  parlano,  non  vMia  dubio 
che,  aggiungendovi  F  affinità  grammaticale,  questa  pro- 
babilità diverrà  certezza  ;  onde  avremo  una  forte  pre- 
sunzione per  amméttere  eziandìo  la  loro  comunanza 
d'origine;  mentre  all'oppostola  sola  simiglianza  lessicale 
tra  due  lingue  essenzialmente  discordi  nella  gramma- 
ticale struttura ,  provando  la  diversa  orìgine  rispettiva, 
accuserà  nell'una  e  nell'altra  l' influenza  di  due  lingue 
diverse,  delle  quali  una  dev'èssere  stata  la  prima. 

Esaminando  questo  fatto  presso  le  nazioni  delle  quali 
ci  sono  palesi  le  istòriche  vicende ,  osserviamo  general- 
mente, che  quando  una  nazione  fu  condutta  dalla  forza 


IKTRODUZIONE.  IX 

degli  avvenimenti  ad  adottare  la  lingua  d^  un' altra,  per 
una  recòndita  legge  naturale,  adattò  più  o  meno  il  nuovo 
lèssico  alle  forme  della  lingua  nativa ,  il  che  vuol  dire  : 
che  una  nazione  può  colla  influenza  sua  sospìngere  fino 
ad  un  certo  punto  un' altra  a  cangiare  i  nomi  matC' 
riali  delle  cose;  ma  non  a  dare  nuova  (orina  e  nuovo 
ordine  al  pensiero. 

IM  questo  fondamentale  principio  abbiamo  irrefra- 
gàbili testimonianze  nelle  tante  nazioni  slave  germa- 
nizzate lungo  le  rive  del  Bàltico,  e  persino  in  tutte  le 
moderne  lingue  latine,  sopra  tutto  nella  francese  e  nella 
valacca,  le  quali  serbano  le  più  distinte  afGnità  gram- 
maticali colle  lingue  che  le  precedettero  prima  ancora 
della  romana  invasione  ;  e  quindi  emci^c  spontaneo 
un  cànone  importante  per  la  linguìstica,  che  cioè,  ogni- 
qualvolta il  lèssico  e  la  grammàtica  d'un  dialetto  i 
appartengono  a  due  idiomi  disparati y  la  grammà- 
tica indicherà  i  rapporti  naturali ^  ed  il  lèssico  i  for- 
tùiti ^  della  nazione  che  lo  parla ,  con  quelle^  alle  quali 
gli  idiomi  affini  appartengono. 

Di  qui  emerge  altresì  evidente  la  causa  della  molté- 
plice varietà  de" nostri  dialetti,  la  quale  consiste  ap- 
punto nelle  disparate  orìgini  delle  nazioni  che  li  par- 
lano. Quante  radicali  discrepanze  non  serbano  essi  dopo 
tanti  sècoli  scambievolmente  tra  loro ,  e  quindi  ancora 
colla  lingua  scritta  !  Di  fatti  V  italiano  letterale  fu  pri-  | 

mamente  uno  di  questi  tanti  dialetti,  che,  a  poco  a  poco 
prevalendo  come  intèrprete  comune  di  tutti  i  pòpoli 
d^ Italia,  dovette  partecipare  deir ìndole  e  del  vocabo- 
lario di  tutti  i  rispettivi  loro  dialetti,  e  accògliere  ele- 
menti di  varia  natura.  Tanto  è  vero  che,  per  parlare  e 
vìvere  italianamente,  dobbiamo  imparare  questa  no- 


; 


liNTRODUZlONE. 


stra  lingua  con  lunghi  e  laboriosi  studj ,  poco  meno  che 
se  apprendessimo  la  latina  ola  francese;  e  a  malgrado 
deir affinità  sua  coi  nostri  dialetti,  e  del  continuo  leg- 
gere ,  scrìvere  e  parlare  V  italiano ,  ben  pochi  giùngono 
a  trattarlo  come  conviensi,  e  grandi  e  frequenti  sono  le 
difficolta  che  incontriamo,  ogniqualvolta  vogliamo  e- 
sporre  con  chiarezza  e  proprietà  le  nostre  idee ,  poiché 
veramente  dobbiamo  tradurre  il  nostro  dialetto  in  altra 
lingua ,  vale  a  dire ,  rappresentare  sotto  diversa  forma  i 
nostri  pensieri.  Perciò  appunto,  ancora  oggidì  in  Pie- 
monte, ove  Fuso  d^struire  la  gioventù  nella  lingua 
francese,  anziché  nelF italiana ,  prevale  in  alcune  classi, 
trovasi  di  sovente  chi  agevolmente  esprime  in  lingua 
francese  ciò  che  non  saprebbe  fare  italianamente,  seb- 
bene parli  un  itàlico  dialetto.  E  non  ha  guari,  che  in 

f  molte  Provincie  d^  Italia,  ove  lo  studio  della  lingua  latina 

era  materia  principale  e  quasi  esclusiva  delF  insegna- 
mento, restando  negletto  quello  deir  italiana,  trovàvansi 
sovente  scrittori,  che  più  facilmente  e  con  maggiore 
proprietà  esprimevano  in  latine  forme  i  loro  pensieri, 
che  non  italianamente.  Senza  più,  qual  v^ha  sconcio  più 
mostruoso  e  ridìcolo ,  che  il  sentire  un  uomo  illetterato 
dei  nostri  paesi  a  parlare  F  italiana  favella? 

Ora  questa  medésima  osservazione ,  essendo  applicà- 
bile del  pari  a  presso  che  tutte  le  nazioni  incivilite,  ci 
I  porge  un  importante  corollario,  ed  é:  che  assai  male 

s^  appone  colui ,  il  quale ,  intento  a  classificare  una  na- 
zione, si  fonda  sulla  lingua  scritta  della  medésima;  poi- 
ché, essendo  questa  per  lo  più  convenzionale,  e  risul- 
tando dalla  riunione  di  più  dialetti,  può  diiTerire  es- 

I  senzialmente  dalla  lingua  parlata;  o,  ciò  che  vale  lo 

stesso,  per  pronunciare  suW  orìgine  e  sui  rapporti 


INTRODUZIONE.  XI 

dei  i?ari  pòpoliy  è  necessario  studiare  partitamente  t 
loro  dialetti^  e  non  la  lingua  àulica  loro  comune. 

Gli  altri  elementi  da  noi  enunciati ,  che  necessaria- 
mente concórrono  colla  grammàtica  e  col  vocabolario 
a  determinare  V  indole  peculiare  di  ciascuna  lingua , 
sono  due ,  cioè  :  la  serie  de^  suoni  costituenti  la  pronun- 
cia d^ogni  popolazione,  ciò  che  noi  abbiamo  altrove 
designato  col  nome  di  sistema  sonoro,  o  fonètico,  e  la 
filiazione  dei  concetti  desunta  dal  modo  di  esprìmerli 
proprio  d^  ogni  nazione ,  ciò  che  abbiamo  denominato 
Mtema  concettuale  o  grecamente  ideotòmico.  A  questi 
due  elementi,  che  sopra  tutto  costituiscono  la  fisiologìa 
e  la  filosofia  delle  lingue ,  ci  sembra  doversi  dare  la  pre- 
ferenza nelle  linguìstiche  ricerche. 

Quanto  al  sistema  sonoro:  decomponendo  le  voci 
d^un  dialetto  nei  loro  elementi,  è  certo  che  si  avrà 
una  serie  più  o  meno  lunga  di  suoni  sémplici,  dalla 
cui  varia  combinazione  deriva  appunto  la  sua  partico- 
lare pronuncia.  Se,  disposte  in  cgual  órdine  le  serie 
dei  suoni  proprj  di  molti  dialetti,  le  confrontiamo  tra 
loro ,  osserviamo  generalmente ,  anche  in  dialetti  affini 
d^una  medesima  lingua,  un  maggiore  o  minor  nù- 
mero di  radicali  dissonanze ,  mentre  ogni  serie  possiede 
qualche  suono  distintivo  mancante  nelle  altre.  Da  que- 
sta radicale  dissonanza  degli  elementi  appunto  derivano 
le  tante  varietà  di  pronuncia  tra  le  nazioni.  Progre- 
dendo neir  osservazione  ,  veggiamo  ancora  che  que-^ 
sta  diversità  di  pronuncia  si  mantiene  costante  nelle 
nazioni ,  non  solo  attraverso  una  lunga  serie  di  sècoli, 
ma  in  onta  al  più  frequente  commercio,  ed  agli  sforzi 
fatti  per  annientarla.  Rasles.  che  soggiornò  dieci  anni 
tra  gli  Abenàchcri,  dolèvasi  di  non  saper  pronunciare 


XII  INTRODUZIOISE. 


la  meta  dei  suoni  proprj  della  lor  lingua;  Gliaumont, 
dopo  cinquantanni  di  commercio  cogli  Huroni,  non 
sapeva  esprìmere  la  varietà  dei  loro  accenti  ;  ma  questi 
sono  fatti  individuali  ;  ne  abbiamo  esempj  ben  più  ge- 
nerali e  convincenti.  Qual  più  avito  e  più  frequente 
commercio ,  che  quello  del  cittadino  milanese  colFabi- 
tante  de' suoi  vicini  contadi?  E  pure,  non  sì  tosto  apre 
questi  la  bocca  sul  pùblico  mercato,  che  è  noto  se  traesse 
i  natali  sulla  collina  o  sul  piano. 

Questa  tenacità  d'ogni  sìngola  nazione  nel  conser- 
vare la  rispettiva  pronuncia  dèvesi  attribuire  sopra  tutto 
alla  costituzione  degli  òrgani  destinati  alla  formazione 
ed  articolazione  dei  suoni,  i  quali  òrgani,  educati  sin 
dall'infanzia  a  quelle  determinate  flessioni,  divengono 
col  tempo  inetti  a  funzioni  diverse.  Ne  giovn  opporre 
che,  gettando  un  bambino  d'una  nazione  nel  mezzo 
d^ un' altra  di  vario  stipite,  questi,  sviluppandosi,  as- 
sume la  pronuncia  che  gli  viene  insegnata ,  senza 
manifestare  traccia  di  quella  della  nazione  propria;  poi- 
ché una  simile  obiezione ,  lungi  dall'  afiievolire  il  no- 
stro principio,  giova  anzi  ad  avvalorarlo,  mostrando 
la  prevalente  influenza  dell'educazione.  Ora  i  bambini 
imparano  sempre  a  proferire  i  primi  accenti  dalle  ma- 
dri, che  sono  le  più  tenaci  nel  serbare  i  suoni  nazio- 
nali, e  perciò  qimnd^aìiche  una  nazione  vengaacan- 
giare  il  proprio  dialetto^  consers^a  sempre  qualche  di- 
stintilo  della  nativa  pronuncia. 

Questo  cànone  ci  spiega  per  qual  ragione  le  tante 
cèltiche  tribù,  sostituendo  la  latina  alla  propria  favella, 
serbarono  fino  ai  dì  nostri  i  proprj  suoni ,  attraverso 
tanti  sècoli ,  e  in  onta  alle  successive  invasioni  di  tanti 
pòpoli  d'altre  stirpi.  Perciò  i  pòpoli  ibèrici,  rinun- 


INTRODU/IUMIi:.  Mll 

riandò  ai  loro  primitivi  dialetti,  impressero  nelle  voci 
latine  quei  suoni  aspirati  e  gutturali^  che  eredita- 
rono dai  loro  maggiori  (0;  e  perciò  quando  la  lìngua 
germànica  venne  parlata  dalle  nazioni  vèncde  setten- 
trionali, vi  depose  la  naturale  sua  asprezza.  Dalle  quali 
considerazioni  ci  sembra  dimostrato,  che  T anàlisi  del 
sistema  sonoro  delle  lingue  è  utilissima  e  necessaria 
guida  al  linguista,  giacché,  ^e  una  nazione  potesse  as^ 
sumere  la  lingua  dhui^allra^  senza  alterarne  la  gram- 
màlica^  né  il  vocabolario^  il  solo  esame  della  pronun- 
cia basterebbe  a  svelarne  r  orìgine  diversa. 

Parlando  de^  suoni,  non  possiamo  ommèttere  d'ac- 
cennare air  imperfezione  de'  mezzi  usati  sinora  per  rap- 
presentarli. Tutte  le  lingue  d'Europa,  tranne  le  poche 
situate  nelTorientale  suo  lembo,  vengono  scrìtte  cogli 
scarsi  e  mal  determinati  segni  dell' alfabeto  latino ,  la 
cui  manifesta  insuflicienza  diede  luogo  alle  più  arbitrarie 
ed  assurde  combinazioni.  Il  medesimo  segno,  e  la  stessa 
combinazione  di  segni  rappresentano  dieci  suoni  difle- 
renti  in  dieci  differenti  lingue,  mentre  all'opposto  il 
medésimo  suono  è  rappresentato  da  segni  diversi  in 
lingue  diverse.  Ciò  nulla  di  meno  qualche  suono  manca 
in  ciascuna  lingua  di  segno  rappresentativo,  mentre 
altri  ne  hanno  più  d'uno  nella  medésima  lingua.  Di 
qui  ebbe  orìgine  quelP  intricato  labirinto  di  sistemi 
ortogràfici,  nel  quale  si  smarriscono  gli  scrittori,  ogni- 


dì) A  quelli  che  allribuiscono  T  orìgine  de' suoni  gutturali  spagnuoli  al 
lungo  dominio  degli  Arabi  in  quella  penìsola,  si  potrebbe  chièdere:  per 
qual  ragione  questi  suoni  gutturali  non  si  trovano  nelle  provincie  compo- 
wnti  il  Portogallo,  già  soggette  agli  Arabi  per  varj  secoli,  e  tròvansi  in- 
vece più  frequenti  e  più  forti  fra  le  bal/n  dei  Pirimei  oocidi'nf ali ,  ovo  gli 
Arabi  non  penetrarono  mai? 


XIV  INTRODUZIONK. 


qualvolta  vogliano  scrivere  il  proprio  dialetto;  di  q 
nasce  la  noja  e  il  disgusto  che  provano  i  fanciulli  d^og 
nazione,  (piando  incominciano  a  leggere;  di  qui  fins 
mente  derivano  le  difficoltà,  che  disviano  persino  f 
adulti  dallo  studio  delle  lingue  straniere,  costringe) 
doli  a  logorare  il  cervello  tra  le  più  strane  e  ripugnàn 
leggi  ortogràfiche,  per  imparare  a  lèggere.  Ora  lui 
questi  inconvenienti  essendo  più  o  meno  comuni 
tutte  le  scritture  conosciute,  ne  seirue  necessari! 
mente  che,  per  detenni iiant  con  precisione  la  ser 
de'  suoni  proprj  di  ciascun  dialetto^  è  d^  uopo  rn^ 
coglierli  dalla  bocca  del  pòpolo  slesso  che  lo  parla 
e  non  dal  modo  di  scrìvere  u^mto  dal  medésimo  pi 
rappresentarli.  DalFenumerazione  degli  esposti  incoi 
venienti,  e  d^  altri  molti  che  si  potrebbero  aggiùngerv 
appare  altresi  dimostrato  quanto  vantaggio  ritrar 
potrebbe  dalla  formazione  d^un  alfabeto  europeo  atl 
a  rappresentare  la  serie  de^  suoni  proprj  di  tutte  le  m 
zìoni  d^Europa,  e  che  a  tutte  fosse  comune.  Non  v^h 
dubio  che  questo  mezzo,  mentre  agevolerebbe  olln 
modo  lo  studio  delle  lingue  straniere,  predisporrcbb 
la  gioventù  alle  varie  pronuncie,  e  ravvicinerebbe  ti 
loro  le  più  disparate  nazioni. 

Il  secondo  elemento  da  noi  proposto  come  guid 
nello  studio  comparativo  delle  lingue,  si  e  il  sistem 
concettuale^  vale  a  dire  la  concatenazione  delle  idee 
Fòrdine  col  quale  si  succedono  in  ogni  lingua;  sistem 
che,  sotto  altro  aspetto  e  con  diverso  intento,  fu  d 
celebri  filòsofi  sviluppato.  Bacone  fu  il  primo  che,  ai 
bracciando  d^un  solo  sguardo  la  congerie  tutta  dell 
cognizioni  umane,  tentasse  sviluppare  V  importanz 
mentale  del  linguaggio.  Onesto  tentativo  appena  trai 


IMTR0DUZ10?(K.  XV 

ciato cbl  filòsofo  inglese,  fu  coltivato  da  Locke^  il  quale 
riconoscendo  nel  linguaggio  un  potente  mezzo  analitico, 
lo  riguardò  come  collaboratore  del  pensiero;  da  quel- 
Tistante  la  scienza  del  linguaggio  entrò  nella  giurisdi- 
zione della  fìlosoiia.  In  sèguito  questo  principio  fu 
svolto  da  Condillac.  da  Rousseau,  da  Sùssmilch .  da 
Herder  ed  altri ,  i  quali  con  differenti  sistemi  considera- 
rono sempre  il  linguaggio  in  generale,  e  cercarono  nel 
suo  artificio  il  processo  della  mente  nella  formazione 
delie  idee,  o  nelK orìgine  e  nell'ordine  delle  idee  Tori- 
giue  e  la  formazione  dell'  arte  del  dire.  Goulianoff . 
Sclil^el  ed  il  barone  Guglielmo  di  Humboldt  spìnsero 
ad  alto  grado  questo  principio ,  dirigendo  i  loro  studj 
ad  illustrare  la  grammiitica  generale^  e  determinare  lo 
studio  fondamenUde  delle  lingue.  In  quella  \cvaì.  assu- 
mendo il  medésimo  princìpio  tal  quale  venne  da  quei 
sonimi  sviluppato,  noi  ne  |)roponiaino  T applicazione 
alla  linguistica,  risguardàudolo  qual  mezzo  principale 
pel  confronto  dei  singoli  idiomi. 

Di  fatti:  .se  decomponiamo  una  proposizione  negli 
elementi  che  la  rappresentano  in  una  lingua .  abbiamo 
una  serie  d^idee  disposte  con  órdine  determinato;  ri- 
petendo la  stessa  operazione  nella  medesima  proposi- 
zione espressa  in  altre  lingue,  abbiamo  altretante  serie 
d'idee  disposte  in  altretanti  órdini  più  o  meno  sva- 
riati; ed  instituendo  un  confronto,  si  tra  la  natura  delle 
forme  adoperate  in  ciascuna  lingua  a  rappresentare  un 
medésimo  concetto,  come  tra  le  varie  leggi  che  in  cia- 
scuna determinano  il  rispettivo  posto,  scopriremo  la 
oiaggiore  o  minore  dissonanza  delle  forme  lògiche  in 
l'olii  idiomi.  Procedendo  con  cJUest' esame  nel  con- 
ato di  parecchie  lingue  di  natura  diversa,  troviamo 


XVI 


INTRODUZIONE. 


gencralilìeiite  afTalto  diverso  il  processo  mentale  u 
forma  rappresentativa  d^ogni  concetto  complesso: 
che  appunto  costituisce  principalmente  la  diversa 
tura  delle  lingue  medésime:  ma  la  stessa  osservazi 
si  ripete  assai  sovente  eziandio  negli  idiomi  costiti! 
una  medésima  famiglia  e.  quel  che  è  più,  nei  dia 
d'una  stessa  lingua  !  Esaminando  questo  fatto  nelle 
gue,  delle  quali  ci  è  nota  fìno  ad  un  tèrmine  abbasta 
rimoto  ristoria,  abbiamo  assai  di  frequente  riconosci 
che  le  nazioni,  le  quali  si  ridussero  a  nìutare  la  proj 
lingua,  trasportarono  nel  nuovo  dialetto  le  forme  or 
tali  proprie  della  primitiva  favella.  Ne  pòrgono  eli 
e  convincenti  esempj  i  dialetti  lombardi  e  pedemont 
le  cui  forme,  dissonando  dalle  latine,  concordano  pe 
pili  con  quelle  dei  cèltici  dialetti,  sui  quali  il  latino 
cabolario  fu  innestato.  Parecchi  esempj  ne  pòi^or 
'moltéplici  dialetti  inglesi,  nei  quali  prevalgono  p 
menti  le  forme  del  cèltico,  e  più  chiare  prove  ci  som 
nìstrano  i  pòpoli  finnici  e  slavi  germanizzati,  i  qu 
sebbene  parlino  e  scrìvano  in  lingua  tedesca,  ciò  i 
ladimeno  tèndono  a  scrìvere  una  lingua  piana,  la 
costruzione  palesa  nello  scrivente  F  orìgine  diversa 
La  forza  prepotente  delF  abitùdine  potrebbe  per 
ventura  èssere  bastévole  spiegazione  <li  questo  fa 
giacché  egli  è  ben  agévole  immaginare  quanto  dif 
C():^a  esser  debba  alla  massa  inculta  duna  nazion 
rappresentare  i  proprj  concetti  con  idee  e  forme 
verse  da  quelle  alle  quali  è  assuefatta  sin  dalla  pu 
zia;  ed  è  ben  più  naturale  che^  serbando  queste  foi 
nella  nuova  lingua  impóstale,  le  tramandi  alla  pcj 
rita.  insegnandole  nel  commercio  domèstico  alla  p 
crescente:  ma  una  ragione  del  pari  sufficiente  ci  !? 


INTRODUZIONE.  XVII 

lira  poter  desùmere  dalla  varia  tendenza  delle  facoltà 
intellettuali  deir  uomo.  Egli  è  certo,  che  la  potenza  del 
concetto,  del  confronto  e  delF  induzione  non  e  eguale, 
ne  molto  meno  temprata  sopra  una  medésima  forma  in 
Uitte  le  nazioni  ;  ma  ciascuna  ,  a  norma  dclF  intensità 
e  del  grado  delle  sue  attitùdini,  vedendo  e  considerando 
sotto  aspetti  differenti  gli  oggetti,  ne  concepisce  in  varia 
guisa  e  per  diverse  vie  resistenza  ed  i  rapporti;  ed  il  Un- 
guaggio ,  il  quale ,'  come  collaboratore  del  pensiero ,  ne 
riflette  rimàgine  sensìbile,  deve  quindi  essere  modellato 
sulh  medésima  forma.  Ora  il  complesso  delle  facoltà 
ioicUetluali  delF  uomo  é  strettamente  collegato  agli  òr- 
gani materiali  componenti  il  suo  cervello,  i  quali,  ma- 
nifestandosi per  lo  più  anche  nel  complesso  delle  forme 
esterne  del  cranio,  costituiscono  ciò  che  i  fisiòlogi  chia- 
mano tipo,  o  impronto  distintivo  di  ciascuna  nazione. 
Perciò  al  bel  cranio  ovale  della  stirpe  caucasea  va 
unito  il  più  dovizioso  corredo  di  facoltà  intellettuali, 
ntentrc  la  tardità  mentale  del  pòvero  Negro  si  annuncia 
dal  cranio  deforme  e  compresso.  Dopo  ciò,  se ,  come  at- 
testano le  costanti  osservazioni  dei  fisiòlogi,  questo  im- 
pronto segnato  dalla  divina  Providcnza  in  ogni  na- 
^nesi  mantiene  invariato  a  traverso  F avvicendarsi  dei 
secoli,  e  in  onta  al  cangiamento  del  suolo  e  del  clima, 
<^e  potrà  variare  ad  un  tratto  V  attitùdine  mentale , 
«^c  il  vero  produttore  e  regolatore  del  materiale? 

^'è  con  ciò  vogliam  dire,  che  i  dialetti  parlati  siano 

^l^oonarj,  come  una  lingua  morta  deposta  nei  còdici 

*lle  biblioteche  ;  è  ormai  dimostrato ,  che  le  vicende 

^lla  vita  imprimono  una  mobilità  continua  nei  dia- 

\  *•«  viventi  ;  essi  cangiano  inosservati  ogni  giorno;  no- 

.  ^^  voci  succedono  ad  altre  che  passano  in  oblivione: 


XVllt  INTRODUZIONE. 

nuove  frasi  vanno  sostituendosi  a  quelle  che  rappre- 
sentano idee  o  costumi  che  più  non  sono,  per  modo 
elle ,  nel  vòlgere  delle  generazioni ,  eziandìo  senza  cause 
violente,  od  in  virtù  del  mero  órdine  naturale  delle 
cose,  tutti  i  dialetti  subiscono  inevitàbili  trasfomia- 
zioni;  ma  queste  restrìngonsi  per  lo  più  alle  parole, 
alle  frasi  ed  a  certi  modi ,  senza  estèndersi  alle  forme, 
le  quali  non  si  pèrdono  interamente  mai;  e  quindi  stabi- 
liremo, che  ogni  qualvolta,  decomponendo  varie  pro~ 
potizioni  idèntiche  in  due  o  più  lìngue  diverge ,  vi 
riscontriamo  eguati  elementi  insieme  collegati  da  una 
medésima  legge,  la  communanza  d'orìgine  tra  ledue 
tiazioni  che  le  parlano  è  assai  probàbile. 

Quanto  abbiamo  sin  qui  esposto  ci  sembra  sufGcientc 
a  provare  la  necessità  d'aggregare  l'anàlisi  sonora  e 
concettuale  alla  grammaticale  ed  alla  lessicale  nel  con- 
fronto delle  lingue,  onde  sollevare  anche  questo  studio 
al  grado  di  scienza  positiva.  Prima  però  di  chiùdere 
questi  cenni  normali  osserveremo  per  ùltimo,  come 
appaja  dai  medèsiijii  manifesta  la  fabità  degli  ing^nosi 
sistemi  di  Herder.,  Condillac,  Nodier  e  dei  moderni 
linguisti  teutònici,  i  quali,  considerando  Ìl  linguaggio 
coi^e  lòpera  delle  generazioni ,  gii  attribuirono  una  con- 
tiniia  lògica  psogressivìtà ,  come  se  dall'informe  em- 
nrioiie;  d' una  finigua  semplice ,  formata  di  sole  inter- 
jeziofii,  Tuomo  avesse,  potuto  passare  a  poco  a  poco 
a  qu^'artifizioso  oiiificiu  !^ranimBticale,,col  quale  rap- 
presentò più  tardi  tdjnininic  gradazicAli  e  modifìca- 
^el  pensiero.  Swbcne  sia.  questa  ilfa  questione. 
I  al  nostco  dosamento  ,-jsiò  nul^tantc,  por- 
Ài  ovvia  te  MufV^"^  "^g"  Sposti  rf^ssi,  osiamo 
s  che  rfinoompffensìbile  duM  dell^fovella  venne 


IKTRUDUZIOKE.  XIK 

fallo  all'alunno  dalla  divina  Previdenza,  quando  gli  in- 
fuse un'anima  pensante,  e  gli  diede  un  apparato  d'or- 
gani atti  alla  rappresentazione  sensibile  del  pensiero; 
qualunque  fosse  però  il  linguaggio  delle  prime  genera- 
zioni, esso  fu  òpera  dell'uomo,  il  quale,  obcdiente  alle 
leggi  della  crtuizione,  sviluppò  questo  suo  naturale  istin- 
to per  sodisfare  agli  incessanti  bisogni  ed  enarrare  la 
gloria  del  Creatore^  e  questo  sviluppo,  entro  certi  limiti 
di  necessitai,  dev'èssere  stato  istantaneo,  come  quello 
della  farfalla,  che,  uscita  appena  dalla  crisalide,  libra» 
sull'ali,  e  spiega  ardita  il  volo  per  le  fiorite  campagne. 

II. 

Passando  ora  dall'astratto  a)  concreto,  ed  applicando 
(jucsti  princìpi  g^i^^rali  alla  patria  nostra  favella ,  sarà 
manifesto,  quanto  male  s'apponessero  coloro  cbc  pro< 
uuociàrono  sull'orìgine  della  medésima  prima  di  stllh 
iliamc  partitamente  i  dialetti,  e  paghi  delle  più  ovvie 
sue  ùmiglianze  grammaticali  e  lessicali  colla  latina,  Ut 
dissero  dmvata  da  questa,  senza  «unarsi  di  rìntrao- 
€Ìare  se  elementi  di  natura  diversa  all'ossero  per  av- 
ventura più  o  meno  contribuito  ulla  Èus  formazione. 
Raccogliendo  le  antiche  tradizìonii  so^rgiunio,  che.iL»* 
tini  èrano  la  minima  purlc  dt'llc  taivtiè  genti,- .che  ai 
tempi  di  Romolo  coltivavano^  da  ispira  penisela;  e 
qoestc  avcanp  senza  iiubiu  Ki^uag^i  proprj  ^ù  o 
meno  distìnti  ^  quello  del  Laziuf^|La  -tUduessivu  pQt«nza 
di  Roma  dtffi^  a  poco  a  puci^hucst  ^diurna  s^iutta 
Il  penisola  ^ còlle  l^i  u  col  t^lto;,  ^llrusci,  Susci, 
Vmbrì,  £quÌ[4  VoIsoftSabini,  Màrsi,  Piceni,  S|miiti, 
li^ri,  VÉnu,Eugg|eì,  Cuniii,'(Ìullt,j>ì|:uli.  \fninci, 


XX 


INTRODUZIONE. 


Osci,  Ausoni,  Campani,  Lucani,  Bniziì  ed  altri,  buoi 
parte  de^ quali  parlavano  lingue  disparate,  venne 
fusi  coi  sècoli  in  una  sola  nazione,  che  si  chian 
Romana y  e  scrisse  un  solo  idioma  comune,  il  Latin 
Ma  le  lingue,  come  abbiamo  veduto,  non  si  dettai 
ai  pòpoli  come  le  leggi;  Punita  romana  poteva  ben 
condurre  tanti  milioni  denomini  ad  assùmere  il  latii 
come  lingua  scritta;  non  già  costrìngerli  a  parlar 
domesticamente.  Il  miscuglio  di  tante  nazioni^nc| 
esèrciti,  il  pùblico  insegnamento  e  T influenza  del 
religione  e  del  governo  rèsero  infatti  generali  le  vo 
latine,  sebbene  con  molte  eccezioni;  ma  ogni  provine 
parlò  latino  a  suo  modo,  cioè  vestì  di  latine  voci 
proprio  dialetto,  poiché  non  era  in  suo  potere  dimeni 
carne  interamente  le  forme,  né  molto  meno  la  nati^ 
pronuncia. 

Di  qui  appunto  ebbe  orìgine  quella  varietà  di  dii 
letti  che  distìnguono  tuttora  le  varie  provincic  datali 
e  che,  sebbene  riguardati  generalmente  come  varie 
d^una  sola  lingua,  racchiùdono  a  vicenda  elementi 
più  distinti  e  disparati.  E  siccome  questi  elementi  i 
alcuni  dialetti  derivano  ad  evidenza  dalle  antiche  lii 
gue  che  precedettero  la  latina,  così  egli  è  certo,  che 
lingua  parlata  da  ogni  sìngola  popolazione  dovette  è 
sere  diversa  in  ogni  tempo  dalla  lingua  scritta.  Ques 
differenza  fu  notata  anche  in  Roma  dagli  stessi  Roman 
i  quali  appellarono  latina  la  lingua  scritta ,  e  romat 
rùstica  o  plebea  quella  che  parlàvasi  nelle  campagi 
e  nei  (trivii.  Onde  pare  più  verisimile,  che  la  pu 
lingua  latina  fosse  patrimonio  esclusivo  degli  scrittoi 
e,  tutt^al  più,  venisse  parlata  dalle  classi  più  islrutt 
come  appunto  avviene  oggidì  di  parecchie  moderi 
lingue  d'Europa. 


INTRODUZIONE.  r-  XXI 

Rissati  i  bei  tempi  della  repùblica  e  dell^ impero^  e 

soUentrato  il  governo  arbitrario,  scomparve  la  cultura, 

e  la  distinzione  delle  stirpi  s^  affievolì.  Roma ,  già  in 

braccio  di  mercenarj  stranieri,  non  ebbe  più  oratori 

e/oquenti,  o  forbiti  scrittori;  gl'imperatori  non  furono 

più  tratti  dalle  famiglie  patrizie;  ma  T esèrcito  li  elesse 

neir esèrcito;  e  l'arbitrio   militare,   come  indeboli  la 

potenza  dello  Stato,  distrusse  ancora  in  gran  parte  la 

primitiva  civiltà,  onde  la  latina  non  fu  più  se  non  la 

lingua  degli  scrittori. 

Air  anarchìa  militare  succèssero  quei  sècoli  di  fero- 
cia ,  che ,  distruggendo  le  relìquie  della  passata  cul- 
tura, rèsero  sempre  più  rari  quelli  che  sapevano  scrì- 
vere il  latino  corretto;  per  modo  che,  verso  il  mille, 
tutte  le  Provincie  si  trovarono  col  solo  linguaggio 
plebeo  corrotto  in  parte  dalle  invasioni;  ed  appena 
alcuni  notaj  ed  alcuni  mònaci  studiavano  grettamente 
il  latino,  qual  depositario  delle  municipali  e  delle 
religiose  istituzioni.  Allora  fu  che,  per  provedere  ai 
bis(^i  della  vita  sociévole,  ogni  provincia  ebbe  a  &r 
uso  del  proprio  dialetto,  il  quale,  col  nome  generale 
di  lingua  romanza^  venne  poscia  disciplinato  nelle 
tenzoni  e  nelle  serventesi  dei  Trovatori  ;  ed  appunto 
da  questa  favella  romanza,  anziché  direttamente  dalla 
latina,  derivarono  le  moderne  lingue  delF  Europa  me- 
ridionale. Qui  però  fa  mestieri  preméttere  che  cosa 
intendiamo  per  lingua  romanza.  Fra  i  molti  che  ne 
scrissero,  varii  la  considerarono  come  una  lingua  sola, 
osala  indistintamente  nelF  Europa  latina,  dai  tempi  di 
Carlo  Magno  sino  al  tèrmine  delle  Crociate;  noi,  diver- 
samente, intendiamo  la  favella  parlata  nelle  provincìe 
itmane  prima  e  dopo  la  caduta  dolF impero,  che  nei 


XXII 


»TR0DUZI0NE. 


sècoli  dMgnoranza  successe,  come  lingua  scrìtta, 

latina.  Ma  questa  lingua,  come  avvertimmo,  era  ] 

lata  in  più  dialetti,  non  solo  in  Italia  dai  discenda 

degli  Etrusci,  dei  Vèneti,  dei  Galli,  dei  Liguri  e 

tant^  altre  stirpi  disparate;  ma  eziandìo  nella  penu 

ibèrica  dai  nipoti  dei  Lusitani,  dei  Turdctani,  dei  C 

tabri,  dei  Bàstuli;  in  Francia  dalle  numerose  tribù  j 

liche  e  càmbriche,  e  più  tardi  dai  Franchi,  dai  ( 

e  dai  Burgundi;  e  tutte  queste  varietà  di  dialetti,  { 

sando  dalFuna  alF altra  generazione,  comparvero 

stinte  nella  lingua  scritta  delle  varie  provincie,  ce 

scòrgesi  di  l^geri  se  si  confrontano  le  poesie  dei  1 

vatori  provenzali  con  quelle  dei  Trovieri  della  Frar 

settentrionale,  o  Fidioma  dei  Giullari  catalani  con  qu 

dei  poeti  italiani  di  queir  età.  Perciò  abbiamo  ripui 

necessario,  nella  nostra  classificazione  delle  lingue  d^] 

ropa,  raccògliere  tanti  dialetti  in  varii  gruppi,  dis 

guèndoli  coi  nomi  di  rotnanzo  itàlico  y  gàllico  y  is 

nicOy  rètico  e  caiacco.  Forse  perchè  sentiva  la  nei 

sita  di  questa  distinzione,  lo  Speroni,  parlando 

primi  saggi  degli  scrittori  d'Italia,  chiamò  la  lor  linj 

romanzo  itàlico;  e  Brunetto  Latini,  dicendo  nel 

sorOy  che  preferiva  la  lingua  franzesca  all'Italia 

non  poteva  allùdere  se  non  ai  dialetti  romanzi  dei  ( 

paesi,  dappoiché  le  due  lingue  italiana  e  francese  i 

èrano  ancora  ben  determinate.  Egli  è  vero  bensì  e 

essendosi  prima  d^ ogni,  altro  sviluppati  i  dialetti 

citanici,  sotto  gli  auspic|  delle  corti  di  Barcellona  < 

TàI^,  molti  poeti  it^iani  e  francesi  li  preferin 

nett  loro  componimentk  ma  questo  non  toglie,  ci 

dialetti  delle  altre  protmcie  fossero  diversi.  Nella  S 

gna,  sin  dai^  tempi  ddlf  Grocialìe.  veggiamo  distint 

■ 
■; 

>•  7\  : 

1^  •  j  • 

Il  <  I 

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INTRODUZIONE.  XXII 

romanzo  castigliano  dal  catalano;  ne  possiamo  cprn^ 
prèndere,  come  tanti  scrittori  abbiano  potuto  risguar- 
dare  come  una  stessa  lingua  quella  dei  tanti  scritti 
di  quell^età! 

Di  più:  le  lingue  parlate,  per  loro  natura,  non  sono 
mai  stazionarie;  ma  fedeli  interpreti  dello  spìrito  delle 
generazioni,  ne  seguono  tutte  le  vicende;  e  perciò  anche 
i  dialetti  romanzi,  in  quel  tempo  di  transizione,  nella 
bocca  di  pòpoli  risurti  a  nuova  vita^  e  puliti  da  scrit* 
tori  inesperti,  la  cui  sola  norma  era  il  naturai  senso 
e  più  sovente  V  arbitrio ,  dovettero  subire  una  lunga 
serie  di  modificazioni.  Ogni  anno  del  medio  eco^ 
come  osservò  anche  il  Lanzi,  era  un  passo  verso  un 
nuwo  linguaggio  y  e  perciò  non  vi  fu  lingua  stàbile 
in  tutta  TEuropa  latina  fin  dopo  il  milletrecento,  quando 
cominciarono  a  determinarsi  gli  idiomi  moderni. 

Distingueremo  per  ùltimo  la  vera  lingua  romanza 
dalla  favella  arbitraria  di  certi  antichi  monumenti,  che 
si  suole  talvolta  confóndere  dagli  scrittori  sotto  lo  stesso 
nome.  E  noto  che,  mentre  zelanti  scrittori  s^  adopera- 
vano a  dar  forma  stabile  alla  lingua  vulgare,  altri,  seb- 
bene ignari  d^ogni  elemento,  vollero  scrìvere  latino,  ed 
apponendo  latine  desinenze  a  voci  triviali,  ed  inserendo 
fra  le  romanze  qualche  latina  locuzione,  impastarono 
una  lingua  bastarda,  che  non  fu  mai  scritta,  né -par- 
lata. Si  distìnsero  in  questo  sumero  i  notaj  ed  i  chiè- 
rici dei  bassi  tempi,  i  quali,  .fiella  generale  ignoranza, 
si  diedero  sovente  maestri  di)4atinita ,  e  ci  tramanda- 
reno  gran  copia  di  documentijpiconfusi  a  torto  da  alcìmi 
coi  pretti  romanzi.  G)sì  a  torìb  fu  proposto  dagli  ieri t- 
Ukrì  a  saggio  di  lingua  romaim  il  giuramento  di  Lo- 
dovico il  Germànico f  nel  qiwle  si; ravvesa  ió)pena  il 


•  ;        .  >! 


'•    '3 


XXIV 


INTRODUZIONE. 


linguaggio  d^  un  Tèutono,  che  tenta  invano  stacca; 
dairìntiina  costruzione  e  dalle  forme  della  lingua  natii 

Ad  accrescere  la  corruzione  dei  dialetti  romanzi  co 
tribuirono  altresì  le  migrazioni  dei  pòpoli  settentrions 
parte  dei  quali  fondarono  regni  nella  nostra  penisol 
e  dopo  varii  secoli  di  dominio  si  sommèrsero  fra  j 
indìgeni.  Goti,  Vàndali,  Longobardi  e  Normanni  ins 
rìrono  quindi  alcune  straniere  voci  nei  nostri  dialeti 
e  li  resero  alquanto  forse  più  discordi;  e  le  polìtici 
vicende ,  che  più  tardi  frastagliarono  la  penìsola  in  pi 
cioli  Stati,  perpetuarono  le  dissonanze. 

Tale  era  la  condizione  d^  Italia  verso  il  XIII  sòcol 
senza  unità  nazionale,  senza  lingua  e  quasi  senza  non 
I  primi  in  tutta  TEuropa  latina,  che  si  adoperassero 
coltivare  ed  illustrare  il  proprio  dialetto,  furono  i  Pr 
venzali.  La  celebrità  che  raggiunse  quella  lingua  sol 
gli  auspicj  della  corte  di  Tolosa  chiamò  a  sé  molti  II 
liani,  che  poscia  ne  trasportarono  in  pàtria  i  nume 
e  le  grazie.  Tra  le  varie  provincie  d^  Italia  prima  i 
diede  il  segnale  la  Sicilia,  ove  Federico  II  e  Manfre 
premiarono  e  stipendiarono  alla  corte  loro  Trovate 
nazionali,  che  cantarono  nel  proprio  linguaggio  ad  in 
tazionedei  Provenzali.  Carlo  d^Àngiò  re  di  Napoli  seg 
r esempio  dei  re  di  Sicilia,  e  dappoiché  Farte  di  f 
versi  amorosi  veniva  premiata  da  tutti  i  prìncipi,  quc 
tutte  le  città  d^  Italia  ebbero  ben  presto  i  loro  Trovato] 
Genova  ebbe  Folchetto,  Calvi  e  Doria  ;  Venezia,  Gior| 
Pàdova,  Brandino;  Faenza,  i  Pùcciola;  Pisa,  Lue 
Drusi;  Mantova,  il  Sordello;  Bologna,  Ghislieri  e  F 
brizio;  Torino,  Nicoletto;  Capua,  Pietro  dalle  Vign 
e  sopra  tutte  si  distìnsero  le  città  toscane,  ove  fiorìroi 
Guido,  Lapo,  Cìn  da  Pistoja,  Cavalcanti.  Brunetto  L 


INTRODUZIONE.  XXY 

lini  ed  altri  molti.  Sebbene  però  questi  scrittori  vul- 
gan  dessero  la  prima  spinta  a  stabilire  la  nuova  lingua, 
egli  è  certo*  che.  procedendo  di  quel  passo,  V  Italia  sa- 
rebbe divenuta  ben  presto  una  nuova  Babele;  impe- 
rocché, mentre  gli  uni  pohvano  il  \^ilgar  fiorentino, 
altri  scrivevano  il  siciliano,  altri  il  napolitano  ed  altri 
preferivano  il  provenzale.  La  gelosìa  delle  piccole  re- 
piibliche  imponeva  a  ciascuna  di  far  uso  del  proprio 
dialetto;  né  v^era  città,  che  col  peso  del  suo  primato 
dettar  potesse  una  lingua  sola  a  tutta  la  nazione. 

A  liberar  T  Italia  da  questa  confusione  di  lingue  era 
d'uopo,  che  un  potente  ingegno,  spoglio  di  pregiudizj 
municipali  e  rivolto  alla  patria  grande,  ne  mettesse  a 
contribuzione  tutti  i  dialetti  ed,  estraendone  la  parte 
nòbile,  fondasse  una  lingua  nazionale,  cui  perciò  a  buon 
diritto  si  addicesse  il  nome  d*  itàlica.  Si  grave  assunto 
adempì  Dante  Alighieri,  verso  il  principio  del  sècolo  XIV; 
e  concepito  Fallo  disegno,  lo  espose  nel  trattato  del 
Vulvare  Eloquio  e  nel  Corinvio,  ponendolo  ad  ef- 
fetto nella  Divina  Comedia.  Tale  appunto  fu  T origine 
del  nostro  idioma,  che  in  sulla  prima  aurora  eclissò  le 
snervate  lèttere  provenzali.  Quando  rj4lighieri  scrisse 
il  poema  con  parole  illustri  tolte  a  tutti  i  dialetti 
d'Italia^  e  quando  nel  libro  del  f^uUjare  Eloquio  con- 
dannò  coloro  che  scrivèi^ano  un  sol  dialetto ,  allora 
diremo  ch^ei  fondasse  la  favella  italiana^  ed  inse- 
gnasse ai  futuri  la  certa  legge  d^  ordinarla ^  conser- 
varla ed  accrescerla.  Cosi  avvertiva  il  Perticari,  e  cosi 
fii;  perocché  tutta  Italia,  invaghita  dagli  aurei  scritti 
deir èsule  fiorentino,  abbandonò  l'orgoglio  municipale, 
segui  r esempio  del  gran  maestro,  ed  ebbe  una  sola 
lingua  scritta,  la  lingua  sancita  da  lui.  E  perciò  nello 


XXVI 


INTRODUZIONE. 


studio  dei  dialetti  italiani,  meglio  che  in  qualsu 
altra  fonte,  dobbiamo  attìngere  le  orìgini  del  nost 
idioma,  e  cercar  la  ragione,  cosi  delle  sue  leggi,  coi 
delle  moltéplici  sue  i^ariazioni. 


III. 


Ciò  premesso,  ci  resta  a  vedere  quali  studj  venisse 
instituiti  sinora  sui  nostri  dialetti,  e  quali  materiali 
apprestassero  per  determinarne  V  ìndole  e  le  proprie 
Raccogliendo  quanto  fu  publicato  sinora  su  questo  i 
gomento,  scorgiamo  bensì,  che  parecchi  tra  i  prin 
pali  dialetti  italiani  posseggono  più  o  meno  vasta  l 
teratura;  ma  questa  generalmente  consta  di  poe 
satìriche  o  dramàtìche,  intese  a  solennizzare  mui 
cipali  avvenimenti,  o  a  reprìmere  le  ridìcole  tenden 
dei  tempi.  Quasi  tutti  i  municipj  italiani  hanno  pi 
i  loro  vocabolarj  vernacoli;  ma,  oltreché  il  lèssico  d^ 
dialetto,  come  abbiamo  avvertito,  costituisce  uno  s( 
degli  elementi  che  lo  compongono,  questi  vocaboli 
furono  compilati  a  (ine  d^nsc^nare  T  italiana  fave 
alle  classi  meno  eulte  dei  rispettivi  municipj,  anzic 
per  raccògliere  e  mettere  in  evidenza  le  radici  disti 
tive  e  proprie  di  tante  lingue  diverse;  inoltre  furo 
per  lo  più  ristretti  nelF angusto  recinto  delle  città 
dei  loro  sobborghi,  restandone  per  tal  modo  esck 
il  prezioso  patrimonio  della  campagna  e  dei  mon 
depositarii  tenaci  d^ogni  avito  retaggio. 

Meno  ancora  si  è  fatto,  onde  rivelare  le  propria 
grammaticali  dqlPuna  o  delPaltra  favella,  e  il  rispetti 
sistema  sonoro,  tanto  importante  nelle  linguìstiche 
squisizioni.  Appena  qualche  saggio  grammaticale  ven 


IllTRODUZIONE.  XXVII 

leobto  sinora  di  pochi  dialetti,  nel  quale  invano  si 
oercberébbero  le  molte  leggi  del  principio  orgànico 
e  della  sintassi  rispettiva;  nessun  piano  ortogràfico 
venne  determinato  sìnora,  comune  almeno  agli  scrit- 
torì  cFuno  stesso  municipio;  sicché  torna  pressoché  im- 
possibile allo  studioso  formare  sui  libri  una  bastévole 
idea  dei  suoni  distintivi  delPuno  o  delFaltro  dialetto. 
La  mancanza  appunto  di  tali  studj  preliminari  rese 
impossìbile  presso  di  noi  uno  studio  comparativo  dei 
nostri  dialetti,  e  diede  orìgine  alle  assurde  ed  arbitrarie 
classificazioni  proposte  da  varii  scrittori.  Per  tacere  di 
Adelung,  di  Malte-Brun  e  di  quanti  stranieri  s^accìn- 
sere  a  quest'ardua  impresa,  basterà  accennare  la  strana 
nomenclatura  proposta  da  Adriano  Balbi  nella  compi- 
lazione dell  Jtlante  etnogràfico  del  globo.  Ivi ,  poste 
in  un  fascio  le  favelle  genovesi  e  piemontesi ,  che  sono 
radicalmente  dissonanti,  mentre  i  pòpoli  che  le  pàrlana 
hanno  solo  e  da  pochi  anni  comune  il  governo,  Fautore 
annovera  tra  i  dialetti  della  Francia  meridionale  quello 
dei  Valdesi,  ch^é  pretto  piemontese;  divide  dal  Berga- 
masco il  Bresciano  che  ne  è  un  suddialetto,  ed  unisce 
in  due  gruppi  distinti  il  Bresciano  coi  dialetti  essenzial- 
mente discordi  di  Mantova,  Ferrara,  Parma  e  Mode- 
na ,  ed  il  Bergamasco  col  Bolognese ,  che  rappresen- 
tano due  gruppi  per  ogni  riguardo  diversi.  Per  tal 
modo ,  rotto  ogni  vincolo  che  insieme  collega  i  dialetti 
emiliani,  negletto  T altro  più  importante,  che  rivela  la 
non  dubia  fratellanza  d^  orìgine  di  tante  genti  cisal- 
pine, distinguendole  dalle  vènete,  dalle  toscane  e  dalle 
altre  famiglie  della  penìsola ,  la  classificazione  del  si- 
^or  Balbi  ridùcesi  ad  una  confusa  nomenclatura,  nella 
qnale,  non  che  i  principj  della  linguìstica ,  sono  travolti 


XXVIII 


INTRODUZIONE. 


i  pili  owii  elementi  dell^ etnografia;  giacche  se,  r 
nendo  i  nomi  dei  dialetti  italiani  in  un^ urna,  si  estra 
sero  a  sorte  per  formarne  più  gruppi,  non  si  ott 
rèbbero  per  certo  più  incongrue  combinazioni!  (0 

Volendo  or  noi  ovviare  simili  sconci,  abbiamo  8 

visato,  in  tanta  inopia  di  studj  preliminari  doversi  a 

prestare  prima  di  tutto  i  materiali  necessarj  alF  erezio 

deir  edificio;  ed  a  tal  fine,  raccolto  quanto  preesistei 

abbiamo  intrapreso  un  particolare  esame  dei  multifon 

dialetti  itàlici,  visitando  i  luoghi  ove  si  parlano,  e  mt 

tendo  a  contribuzione  la  scienza  degli  studiosi  d^og 

paese.  Di  questo  lavoro  appunto ,  da  noi  esteso  a  tul 

le  famiglie   italiane ,  porgiamo  un   brano  nel    pi 

sente  volume,  inteso  a  stabilire  la  classificazione  r 

gionata  dei  dialetti  gallo-itàlici  ^  designati  con  ques 

nome,  perchè  parlati  in  quella  regione  d^ Italia,  ci 

prima  della  romana  potenza  era  abitata  dai  Galli. 

procèdere  impertanto  con  órdine  in  argomento  sì  gr 

ve,  dopo  avere  tracciato  i  naturali  confini  entro  i  qui 

tutti  questi  idiomi  si  parlano,  li  abbiamo  decompos 

nei  loro  più  sémplici  elementi,  esponendo  mano  man 

le   loro  proprietà   distintive,  sia   sonore,   sia   gran 

maticali,  e  raccogliendo  in  brevi  pàgine  un  estratl 

comparativo  dei  loro  vocabolarj,  col  dùplice  scopo  < 


(i)  Ci  siamo  fatti  solléciti  di  notare  questi  errori  normali,  ai  quali  p 
tremmo  aggiùngerne  una  ragguardevole  serie,  poiché,  il  compilatore 
queir  opera  essendosi  querelato  più  volte  nei  pùblicl  fogli,  che  altri  sii 
fatto  bello  del  suo  lavoro,  abbiamo  creduto  necessario  prevenirne  i  Icttoi 
onde,  attingendo  in  avvenire  a  questa  fonte,  sappiano  a  che  attener 
V.  Jlloi  Eihnographique  du  Globe j  avec  environ  sept  centi  vocabulaircs  d 
prindpaux  idiomes  connusj  eie,  par  Adrlen  Balbi,  Paris  18S6.  Tab.  Xi 
PfÉ,  Questi  settecento  Vocabolarli  dei  principali  idiomi  sono  racchiusi  i 
cinque  sole  tàvole,  nelle  quali  sono  tradotti  io  nomi  e  i  primi  dieci  ni 
meri  cardinali  in  alcune  lingue  ed  In  molti  dialetti  e  suddialetti  ! 


12iiTR0DUZ10?{E.  XXIX 

rivelame  le  orìgioi  ed  i  rapporti;  e  per  provedere 
quanto  meglio  per  noi  si  poteva  alia  chiarezza  del- 
i'esposizione ,  abbiamo  corredato  le  molteplici  nostre 
osservazioni  di  Saggi,  sì  in  prosa,  che  in  verso,  por- 
gendo cosi  allo  studioso  copia  di  materiali ,  onde  prò* 
cèdere  nelle  ricerche,  ed  arricchire  di  novelle  induzioni 
la  scienza,  che  sola  potrà  rivelarci  un  giorno  chi  noi 
siamo,  e  quali  furono  i  nostri  maggiori. 

Per  ciò  che  risguarda  il  sistema  sonoro,  la  necessità 
di  rappresentare  scritturalmente  in  tanti  e  sì  svariati 
didetti  una  lunga  serie  di  suoni,  in  parte  diversi  dagli 
italiani,  e  V  insufficienza  del  troppo  esìguo  alfabeto  la- 
lino,  ci  costrìnsero  a  far  uso  di  alcuni  segni  conven- 
zionali, per  quei  suoni  speciali,  pei  quali  T alfabeto  e 
r  ortografia  italiana  mancano  affatto  di  segno  rappre- 
sentativo. Invano  avremmo  tentato  valerci  delle  mo- 
struose combinazioni  di  lèttere  usate  a  capriccio  da 
quanti  sinora  imprèsero  a  rappresentare  i  dialetti  in 
iscritto,  le  quali,  alterando  il  valore  primitivo  dei  se- 
gni, e  nascondendo  le  radici  dei  vocàboli,  rèsero  più 
difficile  la  lettura,  senza  provedere  al  bisogno.  Onde 
accoppiare  la  semplicità  alla  chiarezza,  anziché  inven- 
tare nuovi  segni,  o  imaginare  a  capriccio  nuove  com- 
binazioni, abbiamo  preferito  far  uso  dei  segni  adottati 
generalmente  dal  maggior  nùmero  delle  nazioni  eu- 
ropee per  le  lingue  dotale  d^una  copiosa  serie  di  suoni, 
quali  sono  le  germàniche  e  le  slave;  giacché  egli  è 
ormai  tempo  che  si  debba  riconóscere  da  c^i  nazione 
r utilità  e  la  necessità  d'un  comune  sistema  ortogrà- 
fico, il  quale  possa  venire  inteso  dal  maggior  nù- 
inero  possìbile  di  nazioni.  La  patria  comune  assegna- 
la dalla  natura  è  T  Europa,  e  più  pretto  varrà  a  ì-aAU:^ 


XXX  INTRODUZIONE. 

game  le  numerose  popolazioni  con  vìncoli  indissolùbili 
di  fratellèvole  commercio  un  sistema  ortogràfico  ge- 
nerale, che  non  la  più  fitta  rete  di  strade  ferrate. 

Fondati  su  questo  principio,  valendoci  sempre  delPita- 
liana  ortografia ,  quando  bastò  air  uopo ,  abbiamo  preso 
dagli  alfabeti  delle  lingue  germaniche,  scandinàviche  e 
slave  i  segni  a,  òy  Uy  per  rappresentare  i  suoni  corrispon- 
denti, dei  quali  manca  la  lingua  italiana;  cioè,  il  segno  ày 
per  esprìmere  il  suono  aperto  ae  dei  Latini ,  ai  ovvero  è 
dei  Francesi,  che  partecipa  d^ ambedue  queste  vocali,  e 
non  può  essere  definito,  ma  solo  designato  colla  voce; 
o  equivale  al  segno  6  dei  Tedeschi ,  ai  segni  eu  y  oeu 
dei  Francesi,  rappresentandone  lo  stesso  suono;  ed  u 
equivale  parimenti  alla  u  dei  Francesi.  In  tal  modo, 
oltre  il  vantaggio  d^una  espressione  più  sémplice,  più 
precisa  e  più  generalmente  intesa,  abbiamo  eziandìo 
quello  di  serbare  intatte  le  radicali ,  e  di  rendere  quindi 
più  agévole  lo  studio  delle  derivazioni,  giacché  più 
presto  ravviseremo  sotto  le  forme  coTy  fogy  moriy  le 
radici  latine  coVy  focus  y  morioTy  che  non  sotto  le  al- 
tre coei^r^  foeughy  moeuriy  le  quali,  sebbene  usate  dai 
Francesi  e  dai  nostri  scrittori  vernàcoli,  non  ripugnano 
meno  al  buon  senso.  Per  le  graduazioni  delle  aUre 
vocali ,  die  variano  oltremodo  in  ciascun  dialetto ,  ci 
siamo  ristretti  a  distìnguere  le  aperte  dalle  chiuse  per 
mezzo  degli  accenti  grave,  acuto  e  circonflesso. 

Abbiamo  impiegato  il  segno  A  a  rappresentare  V  aspi- 
razione, seguendo  in  ciò  pure  F  esempio  di  molte  na- 
zioni europee;  e  volendo  conservare  in  tutta  la  sua  in- 
tegrità Tortografia  italiana,  lo  abbiamo  impiegato  ezian* 
dìo  a  rèndere  duri  i  suoni  delle  e,  g  colle  vocali  Cy  t.  A 
rappresentare  poi  i  suoni  mancanti  nelP italiana  favella, 


UCTRODUZIOKE.  XXXI 

e  pei  quali  in  consegueMa  P  alfabeto  laUno  non  porge 
venin  segno ,  abbiamo  tolto  a  prèstito  dalle  moderne 
ortografie  slave  testé  promulgate  dai  celebri  Gaj  e  dafa- 
riÌL,  i  segni  z,  è,  ^^  iy  dei  quali  il  primo  esprime  il  suono 
sibilante  je^  o  gè  dei  Francesi  ;  le  Cy  §  valgono  a 
rappresentare  il  suono  dolce  di  queste  medesime  lèttere, 
ogni  qualvolta  T  ortografia  italiana  non  vi  prò  vede, 
quando  cioè  tròvansi  in  fine  di  parola,  come  in  lèè, 
faCy  dicy  oppure  in  /é^^  t?ta^^  coré^;  e  quando  la  e, 
sdtbene  preceduta  dalla  8^  deve  pronunciarsi  staccata, 
come  nelle  parole  sciòp^  sciùma^  scèt^  nelle  quali  al- 
trimenti confonderèbbesi  col  suono  italiano  sce^  sci, 
tanto  svariatamente  espresso  dalle  altre  nazioni  d^  Eu- 
ropa. Ogniqualvolta  peraltro  F  italiana  ortografia  bastò 
da  sola  a  precisare  i  suoni  dolci  delle  e,  g,  ci  siamo 
astenuti  dal  far  uso  dei  nuovi  segni,  scrivendo  cen^èl, 
eiàeer,  giavin,  mangia,  e  simili.  Il  segno  i  vale  ad  espri- 
mere il  suono  italiano  se,  ogniqualvolta  si  trova  in  fine 
di  parola ,  od  è  seguito  da  consonante,  come  nelle  voci 
9trai,  pajàs,  hlat,  siala;  e  l'abbiamo  ommesso  quando 
bastarono  le  due  se  insieme  combinate,  come  nelle 
parole  sciar,  scìfries,  cascia^  e  simili.  Per  tal  modo  ab- 
biamo fiducia  d^  aver  ridutto  alla  più  sémplice  e  precisa 
espressione  la  scrittura  dei  dialetti,  non  che  d'averne 
agevolata  la  lettura  agli  indìgeni,  del  pari  che  agli  stra- 
nieri; e  quindi  facciamo  voti,  afiinchè  gli  scrittori  ver- 
nàcoli italiani,  persuasi  della  rettitùdine  e  delF utilità 
dei  nostri  principj,  ne  seguano  d'ora  inanzi  l'esempio, 
0  ne  propóngano  un  migliore ,  onde  porre  àrgine  una 
volta  alla  crescente  Babele  ortogràfica. 

Neirenumerazionc  delle  proprietà  distintive  di  tante 
e  sì  svariate  favelle ,  anziché  dilungarci .  compilando  un 


XXXIl  INTRODUZIONE. 

esteso  trattato  grammaticale ,  e  porgendo  soverchi  mo- 
delli di  declinazioni  e  di  conjugazioni,  ciò  che  avrebbe 
dato  luogo  a  stèrili  e  soverchie  ripetizioni,  abbiamo 
preferito  restringerci  a  méttere  in  evidenza  i  punti  prinr 
cipali  in  cui  i  dialetti  gallo-italici,  e  si  allontanano 
dalla  norma  fondamentale  della  lingua  scritta,  e  divèr- 
gono tra  di  loro,  onde  porre  così  in  mano  allo  stu- 
dioso il  vero  bàndolo,  che  solo  può  èssergli  guida  a 
svòlgere  F  intricata  matassa  delle  origini  rispettive.  E 
perciò  ci  siamo  trattenuti  precipuamente  nelP  avvertire 
le  principali  permutazioni  ed  inversioni,  cosi  delle  lèt- 
tere nella  formazione  delle  parole,  come  delle  parole 
nella  costruzione  delle  frasi,  contenti  d^ accennare  ap- 
pena alle  flessioni  dei  principali  dialetti,  ed  alle  leggi 
che  i  medésimi  hanno  comuni  coir  itàlico  idioma. 

Volendo  poi  darne  un  Saggio  comparativo  a  com- 
plemento, ed  in  prova  di  quanto  siamo  venuti  mano 
mano  esponendo  intorno  air  organismo  speciale  di  cia- 
scun dialetto ,  abbiamo  prescelto  la  versione  della  Par 
ràbula  del  figliuòl  pròdigo^  fatta  a  bella  posta  sulla 
latina  da  studiosi  dei  luoghi  rispettivi ,  dei  quali  ab- 
biamo notato  i  nomi  a  suo  luogo,  onde  convalidarne 
Fautenticità  ed  attestare  a  ciascuno  la  sincera  nostra 
riconoscenza.  Ad  escusare  questa  scelta,  gioverà  av- 
vertire, che  questo  brano  evangèlico,  dappoichè^venne 
preferito  dal  benemèrito  Stalder,  che  lo  fece  voltare 
in  tutti  i  dialetti  elvètici  (0;  dal  Ministero  deirio- 
terno  del  cessato  impero  francese,  che  lo  volle  tra- 
dotto in  tutti  i  francesi  ;  dalF  Academia  Cèltica  e  dai 
più  illustri  moderni  filòlogi  d^ogni  nazione,  che  ne 

(i)  stalder.  Die  landebsprachen  dcr  Schiveix»  oder  schweizerhche  Dia' 
Ickioiogie,  Jorau,  icio. 


INTRODUZIONE.  XXXIII 

imifàrono  l'esempio,  è  divenuto  la  pietra  del  paragone 

pel  linguista,  più  agévole  a  rinvenirsi  dovunque,  e  ad 

ogni  modo  più  atto  al  confronto,  che  non  la  breve  e 

simbòlica  Orazione  Dominicale  prescelta  dai  filòlogi  del 

secolo  trascorso. 

Procedendo  nella  disàmina  delle  radici,  onde  i  nostri 
dialetti  compòngonsi,  sebbene  la  massa  principale  ap- 
palesi manifesta  orìgine  latina,  ciò  nullostante  ne  ab- 
biamo trovato  eziandio  un  nùmero  ragguardévole  di 
forma  ai&tto  diversa,  e  di  estranea  derivazione.  Valgano 
d'esempio  le  quaranta  voci  diverse  (e  sono  assai  più), 
eolle  quali  dai  soli  dialetti  gallo-itàlici  viene  espresso 
il  nome  di  figlio.  Tali  sono:  bèder^  canaja,  cèt^  creatày 
effànty  enfàn^  ères,  fanc,  fanciòt,  fty  fi^gl,  fioy  fioly  fiòl, 
fiily  figliòla  màcany  marajay  mar  ài  ^  marh,  masàcher, 
niasCy  maty  matèly  matèt,  malògUy  matu^  miilèty  pòl^ 
pitèly  ràisy  ràissa^  rèdes^  rès,  scèt^  sciàt,  sciàt^  tós, 
tus.  Così  il  nome  padre  viene  espresso  colle  voci  :  atta^ 
bapy  bobày  pày  pàder^  padri,  pàire,  papà,  pare,  pari, 
pariti y  pupày  tày  tata^  ed  altre  molte,  delle  quali, 
sebbene  il  maggior  nùmero  tragga  manifesta  T  orìgine 
dalle  radici  latine  creatura^  hcereSy  infans^  filius,  maSy 
pater y  ciò  nullostante  alcune  hanno  tutf  altra  deriva- 
zione (').  Ora,  considerando  il  ragguardévole  nùmero  di 
queste  voci  dalla  lingua  del  Lazio  discordi,  ed  espri- 
menti idee  od  oggetti  comuni  a  tutti  i  tempi,  appare 
assai  verisimile,  che  traessero  F origine  dalle  antiche 
lingue  nella  stessa  regione  parlate  prima  delP  invasione 
romana;  giacché  egli  è  ormai  dimostrato,  che  le  Ungue 
oon  Sì  distrùggono,  se  non  disi 

(i)  yè^f^gjìsì  tutte  queste  voci  nei  Saggi  di  V< 

**' òpera. 


XXXIV  INTRODUZIONE. 

le  parlano.  Prima  che  dai  Romani,  la  storia  ci  ad- 
dita il  nostro  paese  occupato  dai  Celti,  che,  divisi  in 
Genòmani,  Insubri,  Senoni,  Boj  ed  altre  tribù,  sì  ri- 
partirono a  vicenda  il  dominio  delle  nostre  pianure. 
Essi  avevano  lingue  e  dialetti  Idr  proprj  diversi  dal- 
r  idioma  romano ,  dei  quali  per  avventura  alcune  re- 
liquie sopravìvono  in  appartate  regioni  delI^Armòrica 
e  delle  ìsole  britanniche,  e  dei  quali,  per  conseguen- 
za, dovca  radicarsi  almen  qualche  traccia  sul  nostro 
suolo.  Ma  i  Galli  erano  pure  stranieri  in  Italia,  già 
abitata  da  nazioni  indìgene  e  straniere,  prima  che 
Beloveso  vi  trapiantasse  le  bellicose  sue  caterve.  Essi 
infatti  ebbero  a  luttare  cogli  Etruschi ,  cogli  Umbri  e 
coi  Liguri,  che,  rivarcando  TApennino,  abbandona- 
rono ai  Druidi  le  fiorenti  loro  campagne.  Prima  degli 
Etruschi  r  Italia  ebbe  più  antichi  abitatori,  che  gli  stò- 
rici distìnsero  col  nome  di  Aborìgeni,  forse  per  dino- 
tare che  avevano  lingua  e  costumi  lor  proprj.  Appunto 
di  queste  antichissime  popolazioni  nessun  altro  monu- 
mento ci  rimane,  se  non  per  avventura  i  pochi  rùderi 
sparsi  nei  nazionali  dialetti,  giacche  (^  quanto  più  si  ri- 
sale la  corrente  del  tempOy  ogni  nazionalità  si  risolve 
ne'  suoi  nativi  elementi;  e  rimosso  tutto  ciò  che  vi 
è  di  uniforme y  cioè  di  straniero  e  fattizio  ^  i  fiochi 
dialetti  si  ravvivano  in  lingue  assolute  e  indipenden^ 
ti,  quali  furono  nelle  native  condizioni  del  gènere 
umano  (Ow. 

Ciò  premesso,  è  manifesto  che,  depurando  i  nostri 
vocabolarii  vernacoli  dalle  radici  latine,  non  che  dalle 
più  recenti  attinte  a  lingue  moderne,  ed  eleggendo  tra 

(i)  Introduzione  dmX  dottor  Carlo  Cattaneo  alle  Notizie  Naturati  e  Civili 
stUla  Lombardia,  Milano,  1844,  Voi.  I,  pag.  WII. 


l!«TRODUZIONE.  XXXT 

le  rimanenti  qjoeììe  voci  che  rappresentano  o^^^etti,  o 
idee  comuni  a  tutti  i  tempi ,  e  quindi  alle  prische  del 
pari  che  alle  moderne  generazioni,  verrebbero  raccolti 
e  sceverati  i  rùderi  più  o  meno  corrotti  degli  antichi 
idiomi,  sui  quali  institucndo  giudiziosi  confronti  colle 
lingue  conosciute,  si  potrà  forse  giùngere  talvolta  alla 
scoperta  delle  orìgini  delle  moderne  favelle,  o  ricom- 
porre in  parte  taluna  delle  antiche,  ciò  che  invano  si 
tenterebbe  per  altra  via.  Su  questo  principio  abbiamo 
compilato  un  pìccolo  Vocabolario  dei  dialetti  gallo-ità- 
lici, dividendoli  nei  tre  rami  principali  lombardo^  pe- 
demontano ed  emiliano,  riunendovi  solo  alcune  mi- 
gliaja  di  voci  di  strana  forma  e  di  oscura  radice, 
alle  quali  per  conseguenza  con  maggiore  probabilità 
attribuire  si  possa  antichissima  orìgine  e  derivazione; 
avvertendo  nel  tempo  stesso  che  questo  Saggio ,  da  noi 
con  molta  fatica  raccolto,  potrèbbesi  notevolmente  am- 
pliare, ripetendo  accurate  indàgini  nelle  campagne,  e 
sopra  tutto  nei  monti.  Per  condurre  a  buon  fine  un 
lavoro  di  tal  fatta  e  di  tanta  importanza,  lungi  dal 
bastare  F  òpera  d^un  solo,  è  necessaria  la  prestazione 
di  molti,  che  prima  di  tutto  raccòlgano  i  materiali, 
compilando  con  sana  crìtica  e  speciale  diligenza  i  vo- 
cabolari! d'igni  paese,  onde  potere  poscia  instiluire 
un  ragionato  confronto  sulla  loro  parte  estrattiva.  Per- 
ciò .  redigendo  il  nostro  Sa^o  comparativo,  prima  di 
tutto  abbiamo  estratto  quanto  ci  par^e  più  acconcio  al 
nostro  scopo  dai  Vocabobrii  già  puiilicati .  vaie  a  dire: 
pei  dialetti  lombardi,  dal  )lilanese-ltaliano  di  Vfn%u%> 
soo  Cherubini .  dal  Latino-Bergamasco  difl  (Mtks\$^n%i\  e 
dai  Bresciano-Italiani  del  canònico  Paol^i  iM^j^tài  e 


\XXV1  INTRODUZIONE. 

di  Pietro  Mclchiorri  (0;  per  gli  emiliani,  dal  Bolognese* 
Italiano  di  Claudio  Ermanno  Ferrari,  dal  Romagnolo- 
Italiano  di  Antonio  Morri,  dal  Reggiano-Italiano,  dal 
Ferrarese-Italiano  dell^  abate  Francesco  Nannini ,  dal 
Mantovano  di  Francesco  Cherubini ,  dal  Parmigiano  di 
Ilario  Peschieri,  dai  Piacentino-Italiani  del  canònico 
Francesco  NicoUi  e  di  Lorenzo  Foresti ,  e  dal  Saggio  di 
Vocabolario  Pavese-Italiano  d^ anònimi  compilatori  (*); 
pei  dialetti  pedemontani,  dai  Vocabolarii  Piemontese- 
Italiani  di  Pipino  e  di  Ponza ,  dal  Piemontese-Francese 
di  Luigi  Capello ,  e  dal  Dizionario  Piemontese-Italiano- 
Latino-Francese  delF  abate  Zalli  (').  Essendo  fatti  con- 
sapèvoli  che  i  benemèriti  professor  Angelo  Peri  ed  abate 
Pietro  Monti  stavano  frattanto  compilando  i  Vocabo- 

(1)  Vocabolario  Milanese-Italiano,  di  Francesco  Cherubini.  Milano,  I.  IL 
Stamperia ,  1840-44.  Voi.  4  in-4.^  —  f^ocabolarium  brevcj  in  quo  contine^- 
tur  ffocabula,  qua  in  frequentiori  usu  i?ersantur,  cum  italica  ^oce,  Gaspa- 
fini  Bergomensis  magistri.  Mediolani,  1868.  —  Vocabolario  Bresciano  e 
Toscano,  premessa  la  lezione  dì  Paolo  Gagliardi,  intorno  alle  orìgini  ed 
alcuni  modi  di  dire  della  lingua  bresciana.  Brescia,  pel  Pianta,  1789.  — 
Vocabolario  Bresciano-Italiano,  di  Pietro  Melchiorri.  Brescia,  pel  Franzo- 
ni,  1817.  Con  un'Appendice  publicata  nell'anno  taso. 

(s)  Vocabolario  Bolognese-Italiano,  colle  voci  francesi  corrispondenti, 
compilato  da  Claudio  Ermanno  Ferrari.  Seconda  edizione  in-4.®  Bologna , 
tipografia  della  Volpe,  1858.  —  Vocabolario  Romagnolo-Italiano, di  Antonio 
Morri.  Faenza,  per  Pietro  Conti,  1840.  —  Vocabolario  Reggiano-Italiano. 
Reggio,  tip.  Torreggiani  e  C.®  loss.  —  Vocabolario  portàtile  Ferrarese- 
Italiano,  deir abate  Francesco  Nannini.  Ferrara,  i808,  per  gli  eredi  di 
Giuseppe  Rinaldi.  —  Vocabolario  Mantovano-Italiano,  di  F.  Cherubini.  Mi- 
lano, per  G.  B.  Bianchi  e  C,  18S7.  —  Dizionario  Parmigiano-Italiano,  di 
Ilario  Peschieri.  Parma,  dalla  stamperia  Blanchon,  1888.  Voi.  s  in-8."  — 
Catalogo  di  voci  moderne  piacentino-italiane,  del  canònico  Francesco  Ni- 
coUi. Piacenza,  pel  Tedeschi ,  i  sss.  —  Vocabolario  Piacentino-Italiano,  di 
Lorenzo  Foresti.  Piacenza,  pei  Fratelli  del  M^no,  isso. — Dizionario  do- 
mestico Pavese-Italiano.  Pavia,  tipografia  Bizzonl,  1829. 

(5)  Vocabolario  Piemontese,  del  medico  Maurizio  Pipino.  Torino,  nella 
R.  Stamperia,  1785.  —  Disionari  Piemontèis,  Italìan,  Lalin  e  Frauscis, 


INTRODUZIONE.  XXXVll 

larii  dei  dialetti  Cremonesi  e  Comaschi ,  abbiamo  otte- 
nuto dalla  loro  gentilezza  un  estratto  dei  loro  mano- 
scritti, che  speriamo  vedere  quanto  prima  alla  luce  per 
intero.  Per  gli  altri  dialetti,  e  specialmente  per  quelli 
della  campagna  e  dei  monti ,  abbiamo  raccolto  sui  luo- 
ghi stessi  quanto  era  possibile  in  ripetute  peregrina- 
zioni, ed  abbiamo  sollecitata  la  prestazione  di  alcuni 
studiosi,  tra  i  quali  professiamo  sincera  riconoscenza 
al  conte  Sanseverino  per  un  florilegio  di  voci  crema- 
sche,  al  signor  arciprete  Paolo  Lombardini  di  Calcio 
per  alcune  voci  cremonesi  e  bei^amasche  ed  al  prof. 
Cesare  Vignati  per  alquante  lodìgiane. 

Sebbene  principal  nostro  divisamento  fosse  il  raccò- 
gliere in  questo  Saggio  le  sole  voci  che ,  per  la  forma 
e  significazion  loro,  si  possono  riguardare  come  rùderi 
degli  antichi  linguaggi  italici,  vi  abbiamo  tuttavìa  no- 
tate alquante  voci  di  manifesta  origine  e  forma  latina, 
escluse  però  dair italiana  favella,  onde  si  vegga  quanto 
sono  tenaci  i  dialetti  nel  serbare  a  lungo  le  antiche  ra- 
dici; e  vi  abbiamo  pure  indicate  alcune  voci  attinte 
alle  lingue  straniere  moderne ,  perchè  si  conosca  quanto 
poca  influenza  ebbero  queste  sui  nostri  dialetti,  in  onta 
alle  lunghe  e  Successive  dominazioni  straniere  nel  no- 
stro paese.  Abbiamo  poi  avuto  cura  dMndicare  a  qual 
dialetto  ed  a  qual  luogo  speciale  ciascuna  voce  esclu- 
sivamente appartiene ,  onde  rendere  proficui  questi  ma- 
teriali alle  osservazioni  dello  studioso.  Infatti,  il  picciol 

compost  dal  prèive  Casimiro  ZaIII  d^Cher.  Carmagnola,  isitt,  da  la  stam- 
parla dTeder  Barbié.  VoL  8  in-8.*  —  Dictionnaire  portatif  PiémonicLii- 
Francai»,  suivi  d'un  f^ocalnUaire  Francai»  des  terme*  usités  doni  Ui  art» 
H  mèUer$,  etc.,  par  Louit  Capello,  comic  de  Sanfranco,  Twin,  de  Vimpri- 
ìterie  de  Vincent  Bianco,  1814.  Voi.  s  in-s.® —  Vocabolario  Piemontese- 
Kaliano,  di  Michele  Ponza.  Torino,  isso,  dalla  stamperìa  reale. 


XXXVIII  INTRODUZIONE. 

nùmero  delle  voci  comuni  a  tutti,  o  alla  maggior  parte 
dei  nostri  dialetti,  a  confronto  di  quelle  che  radical- 
mente differiscono  da  luogo  a  luogo,  manifesterà  di 
leggieri  un^ antica  pluralità  di  lingue,  o  almen  di  dia- 
letti ,  nelle  rispettive  provincie.  ÀlPincontro  la  più  fre- 
quente comunanza  di  radici  strane  ed  antiquate,  che 
scòrgesi  in  alcuni  dialetti,  come  nel  bresciano,  valtel- 
linese  e  veronese ,  rivelerà  un  antichissimo  nesso  d^orì- 
gine  tra  i  primitivi  coloni  di  quelle  regioni ,  nesso  che 
dovette  precèdere  le  invasioni  dei  Vèneti  e  dei  Cèlti,  e 
le  cui  tracce  non  furono  da  queste,  né  dalle  posteriori, 
interamente  distrutte.  Ecco  le  principali  considerazioni 
che  c^  indussero  a  porre  talvolta  a  canto  alla  voce  lom- 
barda ,  emiliana ,  o  pedemontana  la  corrispondente  vè- 
neta, tedesca,  francese,  spagnuola,  romanza,  latina, 
greca  o  cèltica,  onde  cioè  più  agevolmente  e  con  più 
dì  ragione  dedurne  si  possa  a  prima  vista ,  o  V  antico 
nesso  d^ origine,  o  la  moderna  introduzione,  in  forza 
deir  immediato  commercio  coi  pòpoli  vicini.  Tra  que- 
ste voci  di  straniere  lingue  abbiamo  sempre  preferito 
quelle  che  più  si  accostano  alle  nostre  vulgari,  cosi  nella 
forma ,  come  nel  significato  ;  e,  diffidando  di  noi  medé- 
simi, abbiamo  consultato  le  migliori  e  più  autèntiche 
fonti,  che  abbiamo  potuto  procurarci,  quali  furono: 
pei  dialetti  armòrici,  i  Dizionari  di  Le  Pellelier  e  di 
Le  Gonidec;  pei  càmbrici,  quello  di  Price;  pei  Gaèlici, 
il  gran  Dizionario  compilato  per  cura  della  Società  del- 
l'alta  Scozia;  per  le  voci  greche,  i  Vocabolarii  di  Schre- 
velio  e  di  Ricmer  ;  per  le  lingue  romanze ,  quelli  di 
Roquefort ,  Ray nouard  e  Conrad!  ;  e  per  le  lingue  mo- 
derne, i  Vocabolari!  compilati  dalle  varie  Academie. 
Né  abbiamo  inteso  con  ciò  spaziare  di  pie  franco 


IVTRODUZIO.NE.  XXXIX 

nell^  arduo  e  periglioso  campo  deiretimolo^  ^  tanto 
fimtfaioso  ove  sia  perlustrato  da  retto  criterio  e   da 
mente  spoglia  di  pre^-enzioni ,  quanto  screditato  da 
quelli  che  vi  si  pro^-àrono  sinora.  Pur  troppo  gli  eti- 
mòlogi che  ci  precedettero,  colla  semplice  scorta  dei 
clàssici  idiomi,  e  tutto  al  più  di  qualche  celtico  dia- 
letto, quasi  ignorando  l'esistenza  d'altre  anticlùssime 
lingue .  stiracchiarono ,  mutilarono  ed  alterarono  in 
mille  guise  le  voci  e  il  loro  valore,  o  crearono  nuove 
lingue  a  loro  talento,  onde  ridurre  ad  elemento  ellè- 
nico, cèltico  o  latino  le  più  disparate  favelle!  Gonscii 
della  somma  importanza  delle  etimol^che  investiga- 
zioni e  della  necessità  di  lunghi  e  severi  studj  prelimi- 
nari,  fondati  sulla  piena  cognizione  di  molti  idiomi 
antichi  e  moderni,  per  condurle  a  buon  fine,  ci  siamo 
ristretti  a  raccògliere  parte  dei  materiali  da  sottoporsi 
ad  esame,  accennando  qua  e  là  le  corrispondenti  ra- 
dici straniere,  solo  quando  ci  si  offerse  spontanea  la 
consonanza  delle  forme.  Dichiariamo  peraltro  franca- 
mente, èssere  stato  nostro  divisamento  il  proporle  co- 
me dubii,  e  non  come  stabiliti  giudizìi  ;  ed  appunto  per 
questo  \ì  abbiamo  apposto  sovente  un  segno  d^  interro- 
gazione. La  sola  intenzion  nostra,  in  tutto  F  ordinamento 
di  questo  Saggio,  si  fu  quella  di  rivelare  quanto  co- 
piosi afppàiano  i  rùderi  d^  antiche  lingue,  onde  i  nostri 
dialetti  compòngonsi  ;  di  raccòglierne  <piel  maggior  nù- 
mero che  ci  fu  possìbile,  nelF attuale  inopia  di  mezzi, 
ordinandoli  ad  un  medesimo  scopo ,  e  porgendoli  sotto 
il  loro  più  semplice  e  naturale  aspetto*,  e  di  tracciare 
la  vera  strada ,  per  la  quale  giunger  potremo  un  giorno 
alla  piena  cognizione  dei  medésimi,  alla  scoperta  dei  loro 
mutui  rapporti  colle  antiche  e  moderne  lingue,  e  per 
ùllimo  a  quella  delle  origini  dei  pòpoli  che  li  piirlano. 


XL  INTRODUZIONE. 

Onde  supplire  alle  molte  imperfezioni  dei  precedenti 
capi,  ed  accennare  al  grado  di  cultura  da  ciascun  dia,- 
letto  raggiunto  nel  vòlgere  dei  sècoli ,  e  nelF  avvicen- 
darsi degli  avvenimenti  polìtici  e  morali ,  abbiamo  poi 
tentato  delineare  un  quadro  istèrico  della  letteratura 
vernàcola,  accennando  alF orìgine  delia  medesima  ed 
alle  successive  sue  fasi  sino  ai  dì  nostri.  L^  assoluta 
mancanza  d^  anteriori  studj  su  questo  argomento,  e 
r  importanza  del  medesimo,  ci  danno  a  sperare  che  sarà 
per  riuscire  gradito  ai  nostri  lettori  questo  primo  ten- 
tativo, per  redìgere  il  quale  ci  fu  d^uopo  raccògliere 
e  studiare  la  màssima  parte  delle  produzioni  èdite  ed 
inèdite  in  tanti  e  sì  svariati  dialetti,  produzioni,  i  cui 
esemplari  sono  in  parte  assai  difficili  a  rinvenirsi;  ed 
abbiamo  corredato  le  nostre  osservazioni  d^una  colle- 
zione di  Saggi,  incominciando  dal  più  antico  monu- 
mento che  ci  venne  fatto  conóscere  d^ogni  dialetto,  e 
scendendo  di  mezzo  sècolo  in  mezzo  sècolo  sino  ai  dì 
nostri.  Per  tal  modo  il  lettore,  mentre  vedrà  raccolti 
in  un  solo  manìpolo  i  Saggi  di  tutte  queste  favelle  di- 
verse, onde  instituime  un  facile  confronto,  potrà  an- 
cora scòrgere  nelle  successive  produzioni  d^ogni  favella 
le  fasi  e  le  alterazioni  da  questa  subite  nel  vòlgere  dei 
sècoli. 

À  completare  questa  successiva  serie  di  Saggi  in  cia- 
scun dialetto  non  abbiamo  risparmiato  le  più  accurate 
indàgini  nei  luoghi  rispettivi,  né  calde  e  ripetute  sol- 
licitazioni  ai  molti  nostri  corrispondenti  e  collabora- 
tori ;  ma  in  onta  ai  moltéplici  sforzi ,  non  potemmo 
riuscirvi ,  se  non  per  alcuni  dialetti  principali,  per  quelli 
cioè  che  hanno  più  antica  e  più  copiosa  serie  di  com- 
ponimenti ;  mentre  ve  n^  ha  parecchi ,  la  cui  letteratura 


INTRODUZIONE.  XLl 

ebbe  solo  da  pochi  anni  incominciamento;  altri  invece, 
e  non  pochi,  sono  albtto  privi  di  produzioni  èdite  ed 
inèdite,  sì  in  prosa,  che  in  verso.  Perciò,  ogniqualvolta 
ci  fu  concessa  libera  la  scelta,  abbiamo  preferito  fra  i 
migliori  coitiponimenti  quelli  di  men  lunga  lena',  che  ci 
parvero  più  acconci  a  prestare  idea  precisa,  così  della 
lìngua,  come  del  gusto  e  dello  spìrito  dei  tempi;  eyfum- 
mo  abbastanza  avventurati,  per  poter  arricchire  questa 
raccolta  di  alquante  produzioni  inèdite,  non  solo  in 
dialetti  meno  conosciuti,  quali  sono  il  lodigiano,  il  co- 
masco ,  il  cremonese ,  il  mantovano ,  il  bresciano ,  il 
ravennate  cogli  altri  romagnoli ,  il  modanese ,  V  ales- 
sandrino, Taquense,  il  saluzzese  ed  altri  molti,  nei 
quali  pochissimo  o  nulla  fu  publicato  a  stampa;  ma 
altresì  di  produzioni  inèdite  di  autori  distinti ,  e  di  non 
comune  pregio  poètico ,  antiche  e  moderne,  da  noi  dis- 
sotterrate dagli  archivii,  o  procurateci  dalla  gentilezza 
di  varii  corrispondenti,  dei  quali  abbiamo  con  solleci- 
tudine e  riconoscenza  ricordati  i  nomi  a  suo  luogo. 
Ove  peraltro  mancavano  le  inèdite,  abbiamo  riempito 
t  vani ,  riproducendo ,  fra  le  èdite ,  quelle  che  ci  par- 
vero meno  diffuse  colle  stampe;  ove  mancarono  com- 
ponimenti pregévoli,  abbiamo  supplito  con  altri  di  mi- 
nor conto,  onde  valessero  almeno  a  saggio  di  lingua 
e  a  documento  delle  istòriche  nostre  osservazioni;  ed 
abbiamo  lasciato  le  lacune,  ove  ci  costrinse  P assoluta 
privazione  di  Saggi  èditi  ed  inèditi,  buoni  o  cattivi. 

Per  ùltimo,  a  più  chiara  prova  di  quanto  siamo  ve- 
nuti nel  ragionamento  istòrico  esponendo ,  ed  a  pòrgere 
sott^ occhio  allo  studioso  tutte  le  fonti,  alle  quali  potrà 
attìngere  i  materiali  necessarii  a  conseguire  piena  co- 
gnizione di  tutti  questi  dialetti,  abbiamo  soggiunto, 


XLII  INTRODUZION£. 

quasi  Appendice,  una  lista  bibliogràfica  dei  medésimi. 
In  essa,  il  ragguardevole  nùmero  di  produzioni  edite 
nei  dialetti  milanese,  bergamasco,  bolognese  e  tori- 
nese attesterà,  come  questi  fossero  meglio  d^ogni  altro 
e  da  più  lunga  stagione  coltivati  ;  mentre  lo  scarso  nù- 
mero, o  l'assoluta  mancanza  di  produzioni  in  altri,  pro- 
veranno il  minor  grado  della  rispettiva  loro  cultura. 
Similmente  il  vario  gènere  dei  componimenti  nei  varii 
tempi,  e  il  maggiore  o  minor  nùmero  delle  rispettive 
loro  edizioni,  indicheranno  T orìgine,  il  progresso,  la 
maggiore  o  minor  popolarità  e  il  vario  spìrito  d'ogni 
letteratura  speciale,  e  mostreranno  in  qual  conto  fos- 
sero quei  componimenti  tenuti  presso  le  varie  popo- 
lazioni. 

Sebbene  abbiamo  adoperati  tutti  i  mezzi  in  nostro 
potere,  onde  arricchire  questa  raccolta  del  maggior  nù- 
mero possìbile  di  notizie,  ciò  nuUadimeno  siamo  ben 
lungi  dal  credere  d'esserci  accostati  al  suo  compimen- 
to. Chi  divisasse  di  produrre  perfezionato  un  lavoro  di 
sìmil  fatta ,  può  rinunciare  da  bel  principio  al  suo  pro- 
pòsito ,  mentre  ogni  giorno  scappano  fuori  notizie  nuo- 
ve, ed  ogni  giorno  si  discoprono  nuovi  materiali  e  nuovi 
autori.  Non  esistendo  simili  lavori  pei  nostri  dialetti, 
se  si  eccettuino  alcuni  Saggi  premessi  ai  Vocabolarii 
vernàcoli,  ed  a  collezioni  di  poesìe,  abbiamo  scelto  a 
punto  di  partenza  questi  Saggi  medésimi,  ai  quali  ab- 
biamo aggiunto  quanto  ci  venne  fatto  scoprire  nei  ca- 
tàloghi delle  pùbliche  e  private  biblioteche,  mettendo 
ancora  a  contribuzione  la  scienza  di  molti  studiosi, 
delle  cose  patrie  appassionati  cultori.  Quindi,  pei  dia- 
letti lombardi  buona  messe  di  notizie  ci  porse  la  co- 
piosa collezione  di  òpere  vernàcole  serbataci  nelPAm- 


nsTRODUZIONE.  XLIIl 

brosiana,  e  la  ragguardévol  lista  di  scritti  milanesi  pre- 
messa alla  Collezione  delle  migliori  òpere  iscritte  in 
dialetto  milanese^  in  dódici  pìccoli  volumi.  Per  gli  emi* 
liani,  ci  fu  di  non  lieve  giovamento  la  lista  d^  òpere  bo- 
lognesi premessa  da  Claudio  Ermanno  Ferrari  al  Vo- 
cabolario di  cpiel  dialetto;  i  catàloghi  delle  biblioteclie 
di  Bologna,  Modena  e  Parma,  e  le  indicazioni  sparse 
in  molti  libri  vernàcoli,  sopra  tutto  nella  Serie  degli 
scritti  impressi  in  dialetto  veneziano^  compilata  da 
Bartolomeo  Gamba ,  ove  furono  registrate  molte  òpere, 
che,  oltre  il  veneziano  dialetto,  altri  ne  racchiùdono 
italiani  e  stranieri.  Tanto  per  gli  emiliani,  quanto  pei 
lombardi ,  ricca  messe  di  notizie  bibliogràfiche  ci  porse 
ancora  il  signor  Carlo  Salvi ,  il  quale  spese  lunga  serie 
d^anni  a  far  raccolta  delle  cose  agli  itàlici  dialetti  spet- 
tanti. La  bibliografia  piemontese  poi  è  tutta  òpera  del 
dotto  nostro  amico  Giovenale  Vegezzi-Ruscalla,  al  quale 
siamo  ancora  debitori  di  presso  che  tutte  le  versioni 
della  Paràbola  nei  dialetti  pedemontani  ed  in  parecchi 
altri  d^  Italia ,  della  màssima  parte  dei  Saggi  di  quella 
letteratura,  e  d^una  copiosa  raccolta  di  materiali,  che 
ci  furono  di  sommo  giovamento  nella  redazione  del 
presente  lavoro. 

L^  amore  della  brevità  non  ci  permise  di  estènderci 
lungamente  sulle  notizie  risguardanli  tante  òpere  ver^ 
nàcole,  le  loro  edizioni  o  i  loro  autori;  ciò  nullostante 
non  abbiamo  intralasciato  di  citare  le  edizioni  princi- 
pali, di  svelare  parecchi  anònimi  e  pseudònimi,  e  di 
unirvi  quelle  notizie  che  ci  parvero  di  maggior  rilievo 
al  nostro  scopo. 

Da  tutto  il  sin  qui  esposto  è  chiaro^  che  abbiamo 
divisa  quest'  òpera  in  tre  parli,  nelle  quali  abbiamo 


XLIV  INTRODUZIONE. 

svolto  separatamente  le  cose  riguardanti  i  dialetti  lom- 
bardi y  emiliani  e  pedemontani  (0  ;  e  che  ciascuna  parte 
fu  da  noi  suddivisa  in  sei  Capi,  nel  primo  dei  quali 
abbiamo  annoverate  le  proprietà  distintive  sonore  e 
grammaticali  di  ciascun  gruppo  ;  nel  secondo  abbiamo 
in  órdine  disposte  le  versioni  della  Paràbola  delfigliuol 
pròdigo  j  nei  principali  dialetti  ad  ogni  gruppo  appar- 
tenenti ;  nel  terzo  abbiamo  racchiuso  un  Saggio  di  Vo- 
cabolario ;  nel  quarto  un  Sunto  istèrico  della  rispettiva 
letteratura;  nel  quinto  una  Collezione  di  Saggi  èditi  ed 
inèditi  d^ogni  letteratura  vernàcola  speciale;  nel  sesto 
finalmente  un  Saggio  di  bibliografia  vernàcola.  Per  tal 
modo  nutriamo  fondata  speranza  d^  aver  raccolta  in 
questo  libro  una  copia  dMmportanti  materiali,  maggiore 
di  quanto  si  è  fatto  sinora ,  e  di  aver  quindi  aperta  ed 
agevolata  la  via  allo  studio  dei  patrii  dialetti,  scopo 
fondamentale  delle  penose  e  lunghe  nostre  investiga- 
zioni. Se  quest^  arduo  tentativo ,  che  proponiamo  come 
Saggio ,  conscii  delle  moltéplici  sue  imperfezioni,  verrà 
coronato  dal  pùblico  favore,  ci  proponiamo  di  conti- 
nuare senza  interruzione  la  publicazione  d^  altri  simili 
lavori  delineati  sullo  stesso  piano  e  col  medésimo  scopo, 
eziandio  per  tutte  le  altre  famiglie  degli  itàlici  dialetti, 
pei  quali  abbiamo  già  apprestata  doviziosa  raccolta  di 
nuovi  e  pregévoli  materiali. 

(l)  La  prima  di  queste  tre  parti  fu  scritta^  seblienc  in  più  angusto  oriz- 
zonte ,  ed  a  foggia  di  sémplice  notizia ,  per  le  Notizie  naturali  e  civili  su 
la  Lombardia^  nelle  quali  tuttavìa  verrà  sommariamente  Inserita. 


PROSPETTO  GENERALE 


DEI 


DIALETTI   GALLO-ITALICI 


I  dialetti  che  ora  si  parlano  nell'alta  Italia  divldonsi  propria- 
mente in  quattro  famiglie  distinte  per  radicali  varietà  di  suoni , 
d'inflessioni^  di  costruzione  e  di  radici,  e  sono:  la  famiglia  /t- 
gurcj  o  genovesCy  la  gallo-itàlica^  la  vèneta  e  la  càrnica  o  friulana. 

La  prima  è  ristretta  nell'angusto  lembo  racchiuso  tra  la  costa 
marlltima,  che  dalla  foce  della  iMagra  si  estende  sino  a  xMentone, 
e  l'Apennino  ligure  ;  la  càrnica  occupa  solo  l' estremo  àngolo  orien- 
tale alpino,  ove  confina  coi  dialetti  slavi  e  tedeschi  della  Camiola 
e  del  Tirolo  ;  quasi  tutta  la  parte  orientale  è  quindi  occupata  dalla 
Tèneta  famiglia,  che  dalle  rive  dell' Adriatico,  comprese  tra  la  foce 
del  Timavo  e  quella  del  Po ,  si  estende  fino  al  lago  Benaco  ed  al 
Mincio,  e  dalla  catena  delle  Alpi  sino  al  Po.  Per  modo  che,  ol- 
tre a  due  terzi  dell'  alta  Italia  racchiusa  tra  l' Alpi  e  l' Apennino 
sono  occupati  dalla  vasta  famiglia  gallo-itàlica.  Più  partitamente 
parlando,  i  nativali  confini  di  questa  sono:  a  settentrione,  la  catena 
delle  alpi  rètiche,  lepònliche  e  cozie,  che  la  divìdono  dai  dialetti 
romanzi ,  tedeschi  e  francesi  della  Svizzera  ;  ad  occidente  le  alpi 
graje  e  marittime ,  che  la  separano  dai  dialetti  occitànici  della  Sa- 
vojaedella  Francia  meridionale  ;  a  mezzogiorno,  la  catena  degli 
^pennini  liguri  e  toscani  sin  oltre  la  Marecchia ,  i  «lualì  la  dividono 


XLVI  PROSPETTO  CEXEUALE 

dai  dialetti  genovesi  e  toscani;  ad  oriente,  le  rive  dell' Adriatico, 
da  Cattòlica  sino  alle  foci  del  Po,  e  quindi,  risalito  il  fiume  sin 
presso  alla  foce  del  IVIincio,  il  corso  di  questo  fiume,  il  lago  Be- 
naco,  i  monti  che  divìdono  le  valli  della  Sarca  e  del  Mincio,  e 
finalmente  T  eccelsa  catena  camonia,  che  la  separa  dalle  valli  del- 
l'Adige. E  qui  gioverà  avvertire ,  come  a  questa  naturale  divisione 
dei  dialetti  itàlici  settentrionali  corrispondano  per  avventura  le 
prische  sedi  dei  pòpoli  liguri,  cèltici,  vèneti  e  càmici,  e  quanto 
più  verishnile  appaja  qiundi  la  derivazione  di  quelli  dalle  antiche 
lingue  di  questi  primi  invasori  ! 

Restringendoci  ora  a  favellare  della  sola  famiglia  gallo-itàlica, 
e  fondandoci  sulle  proprietà  distintive  degli  innumerevoli  dialetti 
che  la  compóngono,  ci  si  offre  spontànea  la  prima  sua  divisione 
in  tre  rami,  che  dalla  regione  rispettivamente  occupata  abbiamo 
distinto  coi  nomi  lombardo ^  emiliano  e  pedemontano.  Sebbene  pa- 
recchi fra  i  diaktti  componenti  il  primo  ramo  non  appartengano 
politicamente  alla  Lombardia  propriamente  detta,  ed  all'opposto 
alcuni  di  quelli  che  vi  si  parlano  spettino  al  secondo,  ciò  nullo- 
stante  l'abbiamo  denominato  lombardo  ^  e  perchè  infatti  il  mag- 
gior numero  dei  dialetti  che  lo  compóngono,  tra  i  quali  i  prin- 
cipali, sono  parlati  in  Lombardia,  e  perche  in  tempi  non  molto 
da  noi  lontani  la  divisione  polìtica  meglio  corrispondeva  alla  lin- 
guìstica, che  non  al  presente.  I  suoi  cx)nfini  sono:  a  settentriono 
le  Alpi  rètiche  e  lepòntiche,  dalla  catena  camonia  sino  al  monte 
Rosa;  ad  occidente,  il  corso  del  Sesia,  che  da  questo  monte  sca- 
turisce, sino  alla  sua  foce  nel  Po;  a  mezzogiorno,  il  corso  di 
questo  fiume  dalla  foce  del  Sesia  fino  a  quella  dell' Ollio,  tranne 
un  pìccolo  seno,  il  quale  abbraccia  la  città  di  Pavia  e  i  vicini 
distretti  sino  alla  foce  del  Lambro  e  al  tèrmine  del  Naviglio  dì 
Bereguardo;  ad  occidente,  una  linea  trasversale  dalla  foce  del- 
l'Ollio  a  Rivalta  sul  Mincio,  indi  il  corso  di  questo  fiume  da  Ri- 
valta  a  Peschiera,  il  lago  Benaco,  i  monti  che  divìdono  le  valli 
della  Sarca  e  del  Mincio  e  la  catena  camonia.  È  quindi  manifesto, 
che  il  ramo  lombardo  comprende  i  dialetti  parlati  nel  regno  Lom- 
bardo, tranne  il  pavese  e  il  mantovano;  i  dialetti  della  Svizzera 
italiana,  ossia  Cantone  Ticinese;  e  i  dialetti  del  regno  sardo  com- 
presi tra  il  Sesia^  il  Po  ed  il  Ticino. 


DEI  DIALOTl  CALLO-ITALICI.  XLVII 

Similmente  abbiamo  denominato  emiliano  il  secondo  ramo, 
sebbene  i  dialetti  ad  esso  spettanti  òcciipino  una  regione  più 
eslesa  dell'antica  Emilia.  Questa  comprendeva  bensì  il  paese  rac* 
ebinso  tra  il  Po  e  l'Apennino  da  Borea  ad  Anstro,  e  da  Levante 
a  Ponente  il  lungo  tratto  che  stèndesi  da  Rimini  a  Piacenza,  o 
meglio  dalla  moderna  Cattòlica  alla  Trebbia;  ma  il  Po,  due  sè- 
coli prima  dell'era  volgare,  aveva  un  corso  ben  diverso  dall' o- 
dìemo,  mentre,  attraversando  la  grande  palude  Padusa,  che  in- 
cominciava nel  territorio  mantovano  meridionale  e  nel  basso  mo- 
danese,  e  intersecando  la  pianura  del  bolognese,  del  ferrarese  e 
del  romagnolo  propriamente  detto,  metteva  foce  nel  mare  a  Ra- 
venna. Esso  percorreva  quindi  l'alveo  ora  denominato  Primaro e 
percorso  dal  Reno,  piegando  ad  Austro  per  raggiùngere  Ravenna, 
dalla  quale  ora  dista  per  ben  dieci  miglia;  e  la  sua  foce  era  qua- 
ranta miglia  distante,  verso  mezzogiorno,  dall'attuale  bocca  di 
Maestra.  Da  ciò  è  manifesto,  che  l'antica  Emilia  comprendeva  le 
Inazioni  di  Forlì  e  di  Ravenna,  la  romagnola  ferrarese  sulla  de- 
stra riva  del  Primaro,  il  territorio  bolognese,  tranne  il  distretto 
di  Poggio  Renàtico,  allora  sulla  riva  sinistra  del  Po,  il  Modanese, 
il  Reggiano,  il  .Mantovano  cispadano,  il  Guastallesc,  il  Parmigiano 
ed  il  Piacentino  sino  alla  Trebbia;  per  modo  che  n'era  esclusa 
ia  legazione  ferrarese,  adesso  ima  delle  più  ricche  e  più  estese, 
ed  allora  vasta  palude  seminata  di  pìccole  isole,  o  polésìni.  In 
quella  vece  i  naturali  confini  del  secondo  ramo,  da  noi  detto  emi- 
liano, sono:  a  settentrione,  il  corso  del  Po  da  Valenza  sino  alla 
saa  foce  nell'Adriatico,  abbracciando  ancora  oltre  il  fiume  i  dia- 
letti pavese  e  mantovano  ;  ad  occidente  e  a  mezzogiorno,  una  li- 
nea trasversale,  che  da  Valenza  sul  Po  raggiunge  serpeggiando  l'A- 
pennino presso  Bobbio,  indi  la  cresta  degli  Apennini  fino  alla 
sorgente  della  Marecchia ,  d'  onde  si  prolunga  fino  a  Cattòlica  ; 
ad  oriente,  le  rive  dell'Adriatico,  da  Cattolica  sino  alle  foci  del 
Po.   Esso  adunque  comprende   i   dialetti  parlati  nei  ducati  di 
Parma  e  di  Modena,  eccetto  1  transapennini ,  i  bolognesi,  i  ro- 
magnoli, il  mantovano,  il  pavese  e  i  pochi  ristretti  fra  il  Po  e  le 
bidè  dell 'A pennino,  nell'estremo  lembo  orientale  del  regno  sardo. 
Finalmente  il  ramo  pedemontano  è  conterminato,  a  settentrione, 
dai  monti  che  divìdono  i  superiori  tronchi  della  Val -Sesia  e  della 


XLVIII  mOSPETTO  GE.NERALB 

Valle  d'Aosta  dalle  sottoposle  valli  del  Cervo,  dell' Orco  e  della 
Stura;  ad  occidente,  dalle  Alpi  graje  e  marittime;  a  mezzogiorno 
dalle  stesse  Alpi  marittime  e  dall' Apennino  ligure;  ad  oriente,  da 
una  linea  trasversale  serpeggiante ,  che  congiunge  Bobbio  colla 
foce  del  Sesia,  e  quindi  dall'intero  corso  di  questo  fiume. 

Giova  però  avvertire,  che  queste  linee,  come  quelle  che  ver- 
remo in  appresso  e  con  maggior  precisione  tracciando,  segnano 
bensì  la  zona,  lungo  la  quale  un  gruppo,  o  un  singolo  dialetto 
si  va  mutando  nell'altro;  ma  non  sempre,  anzi  quasi  mai,  un 
confine  di  ràpido  e  deciso  passaggio,  poiché  in  generale  i  dialetti, 
mano  mano  che  si  scostano  dal  centro  del  loro  dominio,  smarri- 
scono a  poco  a  poco  le  loro  proprietà  distintive,  e  vanno  assimi- 
landosi alle  estreme  emanazioni  dei  dialetti  confinanti. 

L'esposta  divisione,  come  avvertimmo,  è  fondala  sulle  pro- 
prietà distintive  delle  famiglie  medésime  e  delle  singole  loro 
membra;  sebbene  dai  Saggi  che  siamo  per  pòrgere  dei  tre  rami 
gallo-itàlici,  e  da  quelli  che  ci  proponiamo  publicarc  in  séguito 
delle  altre  famiglie  italiane,  appariranno  abbastanza  manifeste  le 
radicali  dissonanze,  per  le  quali  ima  famiglia  naturalmente  distin- 
guesi  dalle  altre,  e  dividesi  in  più  rami,  ciò  nulladimeno,  prima 
di  procèdere  nei  particolari,  stimiamo  opportuno  proporre  alcuni 
esempi  atti  a  chiarire  la  via  da  noi  seguita  nel  corso  di  questi 
studj. 

La  màssima  parte  dei  dialetti  gallo-itàlici  ha  comuni  i  suoni  u 
ed  ò  affatto  ignoti  alle  altre  famìglie  itàliche,  la  sola  genovese 
eccettuata,  la  quale  d'altronde  ne  è  chiaramente  distinta  per  una 
serie  di  proprietà  diverse;  in  quella  vece  alcuni  suoni  sono  co- 
muni alla  màssima  parte  dei  dialetti  d'un  ramo  ed  ignoti  agli 
altri  due  ;  cosi  il  lombardo  distinguesi  dall'  emiliano  e  dal  pede- 
montano pel  suono  z,  che  questi  non  hanno;  d'emiliano  distin- 
guesi pel  suono  a,  mancante  nel  pedemontano  e  nel  lombardo. 

Similmente  é  proprietà  distintiva  e  comune  a  tutti  i  dialetti 
gallo-itàlici  il  troncare  generalmente  le  desinenze  delle  voci,  ciò 
che  avviene  di  rado  nelle  altre  famiglie,  tranne  la  sola  friulana, 
d'altronde  chiaramente  distinta  per  altre  radicali  impronte;  ma 
questo  troncamento  medésimo  varia  alquanto  tra  loro,  mentre 
p.  e.  i  verbi  italiani  terminanti  in  arcj  che  nei  dialetti  lombardi 


DB  DIALBm  GALLO-ITALICI. 


XLIX 


serbano  la  sola  d  finale,  negli  emiliani  terminano  generalmente 
ÌD  ar^  e  nei  pedemontani  in  è: 


Itaua?io 

portare 

andare 

f?olare 

pensare 

LoVBABDO 

porta 

andà 

vola 

pensa 

EULIAXO 

portar 

andar 

volar 

pensar 

Pedemo.^t.uio 

porte 

andè 

vale 

pcnsè. 

In  pari  modo  variano  con  determinate  leggi  in  ciascun  ramo 
le  inflessioni  dei  participj  e  di  tutte  le  voci  dei  verbi. 

Così  r  emiliano  e  il  pedemontano  discordano  dal  lombardo  per 
la  proprietà  a  questo  ignota  di  elìdere  sovente  le  vocali  radicali 
nel  principio  e  nel  mezzo  delle  voci,  come: 


ÌTALIA?IO 

bisogno 

disotterrare 

pizzicnre 

fìesare 

LOSBABDO 

bisògn 

desoterà 

pizigà 

pesa 

Emilluio 

bsògn 

dsotrdr 

pzighàr 

psiir 

PcDEVOTTAl^O 

bsùgn 

dsotrè 

psigliè 

psè. 

Per  ùltimo  la  costruzione  delle  fra<%i  fóndasi  d'ordinario  sopra 
una  serie  di  leggi,  parecchie  delle  quali  sono  comuni  a  tutti  i 
dialetti  gallo-italici,  mentre  variano  più  o  meno  da  quelle  onde 
b  sintassi  delle  altre  famiglie  viene  retta;  ciò  nuUadimeno  sovente 
i  Lombardi,  ad  esprìmere  un  medésimo  concetto,  fanno  aso  di  frasi 
(fiverse  da  quelle  degli  altri  due  rami,  ciascuno  dei  quali  pos- 
siede a  vicenda  una  doviziosa  raccolta  di  radici  di  e^^clusiva  ^ua 
proprietà.  lUistino  questi  pochi  cenni  a  mostrare  la  vìa  da  noi  se- 
guita, e  i  càrdini  fondamentali  della  divisione  da  noi  proposta  e 
traUa  dall'intimo  organismo  dei  dialetti  medésimi.  A  provarne 
l'esattezza,  e  ad  enumerarne  le  varie  eccezion^  vaminno  le  mol- 
téplici osservazioni,  ed  i  copiosi  esempi,  che  mano  mano  verremo 
sparatamente  esponendo. 


PARTE  PRIMA. 
DIALETTI    LOMBARDI 


CAPO  I. 

^.  i .  Dwisione  e  posizione  dei  dialetti  lombardi 


Divisione.  —  Se  nei  dialetti  lombardi  consideriamo  attenta- 
mente le  moltéplici  dissonanze  di  minor  conto  ^  che  li  contradi- 
stìnguono^  indeterminato  ne  è  il  nùmero^  e  impossìbile  mia  esatta 
classificazione^  mentre  non  solo  ogni  città  ed  ogni  terra  ha  il 
proprio  dialetto^  ma  persino  nel  recinto  d'una  città  medésima 
parlasi  dall' un  capo  all'altro  con  diverso  accento  e  varia  flessione. 
Con  tuttociò^  se,  afferrando  le  precipue  loro  variazioni  e  le  pro- 
prietà radicali  più  distintive  ^^  ne  consideriamo  il  complesso  ed  i 
rapporti^  agevolmente  ci  si  aiTàcclano  ripartiti  in  due  gruppi, 
che  per  la  posizion  loro  abbiamo  denominato  occidentale  ed  orien- 
tale. Ciascuno  di  questi  é  rappresentato  da  un  dialetto  principale, 
quasi  modello,  che  racchiude  in  sé  solo,  e  meglio  sviluppate, 
presso  che  tutte  le  proprietà  distintive  dei  sìngoli  suoi  membri, 
e  intorno  al  quale  tutti  gli  altri  si  ravvolgono  con  gradi  più  o 
meno  pròssimi  di  parentela.  Questa  affinità  per  altro  sta  per  lo 
più  in  ragione  inversa  della  distanza  dal  centro  comune,  per 
modo  che  i  più  vicini  più  si  accostano  al  dialetto  centrale,  e  i 
più  lontani,  serbando  appena  le  traccio  d'un' affinità  lontana,  se- 
gnano quasi  il  passaggio  dall'uno  all'altro  gruppo,  o  dall'una  al- 
l'altra famiglia,  colla  quale  si  vanno  mano  mano  assimilando. 

La  linea  che,  da  settentrione  a  mezzogiorno  scendendo,  separa 
con  bastévole  precisione  questi  due  gruppi,  incomincia  dalla  ca- 
tena delle  Prealpi  orobie  che  divide  l'estesa  valle  dell'Adda  da 
quelle  deirOllio,  del  Serio  e  del  Brembo,  e  percorrendone  le  creste 
che  separano  la  Val  Sàsina  dalle  confluenti  della  Val  Brembana, 


PAUTB  PRIMA. 


ragghinge  l'Adda  poco  inferiormente  a  Lecco,  indi  ne  segue  il 
corso  sino  alla  sua  foce  nel  Po,  deviandone  sol  breve  fratto  verso 
oriente,  da  Cassano  cioè  (ino  a  Rubbiano. 

Il  dialetto  principale  rappresentante  il  gruppo  occidentale  si 
è  il  Milanese,  e  ad  esso  più  o  meno  affini  sono:  il  Lodigiano,  il 
Comasco,  il  Valtellinese,  il  Bormiese,  il  Ticinese  e  il  Verbanese. 
Il  gruppo  orientale  è  rappresentato  dal  Bergamasco,  al  quale 
sono  strettamente  congiunti,  per  comuni  proprietà,  il  Cremasco, 
il  Bresciano  e  il  Cremonese. 

Posizione.  —  Il  Milanese  è  il  più  esteso  di  tutti.  Oltre  alla  pro- 
vincia di  Milano  occupa  una  parte  della  pavese  fino  a  Landriano 
e  Bereguardo;  e,  varcando  quivi  il  Ticino,  si  estende  in  tutta  la 
Lomellina  e  nel  territorio  novarese  compreso  tra  il  Po,  la  Sesia 
ed  il  Ticino,  fino  a  poche  miglia  sopra  Novara. 

Il  Lodigiano  si  parla  entro  angusti  limiti ,  nella  breve  zona 
compresa  tra  l'Adda,  il  Lambro  ed  il  Po,  risalendo  fino  all'Ad- 
detta nei  contomi  di  Panilo;  inoltre  occupa  un  pìccolo  lembo 
lungo  la  riva  orientale  dell'Adda,  intomo  a  Pandino  e  Rivolta. 

Il  Comasco  estèndesi  in  quasi  tutta  la  provincia  di  Como,  tranne 
r  estrema  punta  settentrionale  al  di  là  di  Menagio  e  di  Bollano  a 
destra  ed  a  sinistra  del  Lario;  e  in  quella  vece  comprende  la  parte 
meridionale'^e  piana  del  Cantone  Ticinese,  sino  al  monte  Cénere. 

Il  Faltellinese  occupa  colle  sue  varietà  le  valli  alpine  dell'Adda, 
della  Mera  e  del  Uro,  inoltrandosi  ancora  nelle  Tre  Pievi,  lungo 
la  riva  del  Lario,  intomo  a  Gravedona,  ed  a  settentrione  nelle 
quattro  valli  dei  Grigioni  italiani,  Mesolcina,  Calanca,  Pregallia 
e  Pnschiavina. 

L'estremità  più  elevata  settentrionale  della  valle  dell'Adda,  che 
comprende  a  un  dipresso  il  distretto  di  Bormio,  colla  pìccola 
valle  di  Livigno  situata  sull'opposto  pendìo  del  monte  Gallo,  è 
occupata  dal  dialetto  Bormiese. 

Il  Ticiiìese  è  parlato  nella  parte  settentrionale  del  Cantone 
Svìzzero  d' egual  nome,  al  norte  del  monte  Cénere,  in  parecchie 
varietà,  tra  le  quali  distìnguonsi  sopra  tutto  le  favelle  delle  valli 
Maggia,  Verzasca,  Le  ventina,  Blenio  ed  Onsemone. 

Il  f^erbanese  estèndesi  tra  il  Verbano,  il  Ticino  e  la  Sesia, 
dalle  Alpi  lepòntiche  fin  presso  a  Novara,  ed  è  quindi  parlato 


DIALETTI    LOMBARDI.  K 

lungo  ambe  le  sponde  del  Verbano  ^  spaziando  ad  occidente  in 
fatte  le  vallate  che  vi  affluiscono^  ed  insinuandosi  nella  più  estesa 
della  Sesia  colle  sue  affluenti  del  Sermenta  e  del  Mastallone. 

Il  Bergamoico  confina  a  settentrione  col  Valtellinese,  da  cui 
lo  divide  Valta  catena  delle  Prealpi  orobie;  ad  occidente  col  Co- 
masco e  col  Milanese.  Esso  occupa  le  valli  del  Brembo  e  del 
Serìo^  confinando  ad  oriente  col  Bresciano,  e,  giunto  alla  pianura, 
si  stende  tra  V  Ollio  e  V  Adda,  scendendo  fin  sopra  i  Mesi  di  Crema. 

Il  Cremasco  è  una  breve  continuazione  del  Bergamasco,  a  mez- 
zogiorno del  quale  si  estende  sino  alla  foce  del  Serio,  occupando 
i  soli  distretti  Vili  e  IX  della  provincia  di  Lodi. 

Il  Bresciano  è  parlato  nell'estesa  valle  dell* Ollio,  in  quella  del 
Clisìo  fin  entro  il  Tirolo,  e  lungo  la  riva  destra  del  lago  Benaco 
fino  a  Desenzano;  di  là  per  una  linea  trasversale,  che  discende 
fino  a  Canneto  suir Ollio,  confina  col  Mantovano. 

Il  Cremonese  per  ùltimo  giace  tra  gli  indicati  confini  del  Lodi- 
giano,  del  Cremasco  e  del  Bresciano,  e  la  riva  sinistra  del  Po,  che 
segue  dalla  foce  dell'Adda  sin  presso  a  quella  dell' Ollio,  dove 
confina  col  Mantovano. 

l.  3.  Proprietà  distmtwe  dei  due  gruppi  occidentale  ed  orientale. 

Tra  le  molte  proprietà,  onde  gli  orientali  dialetti  sono  dagli  occi- 
dentali distinti,  le  più  generali,  costanti  ed  ovvie  sono  le  seguenti  : 

Gli  occidentali  hanno  varii  suoni  nasali,  slmili  ai  francesi  e 
ignoti  affatto  agli  orientali;  e  questi  suoni  tròvansi  cosi  nel  fine, 
come  nel  principio  e  nel  mezzo  delle  parole: 

Italiano    pane      lontano      àndito  imposta      filatqjo 

D.  Oc.     pan       lontàn       àndeg  anta  filanda 

Italiano    bene      sereno       guardanidio    incìdere      contenta 
D.  Oc.      ben       serén         éndes  émed  contenta 

Italiano    i?ino      piccino       India  utensili       accipigliato 

D.  Oc.     cin        piscinìn     India  inguànguel  ingrintà 

Italiano    buono    divozione   ùngere  unghia        incontro 

^Oc.     ben       difpozión     óng  óìigia  incónter. 

In  vece  gli  orientali  sopprìmono  in  fine  di  parola,  e  d'ordinario 
^Qche  nel  mezzo,  la  lèttera  n^  accentando  la  vocale  che  la  precede  : 


0 

PARTE   PRIMA 

r 

Italiano 

mano 

pane 

bene        fine 

buono 

tuono 

D.  Oc. 

man 

pan 

ben         fin 

bon 

tron 

D.  Or. 

ma 

pà 

bé           fi 

bà 

tu 

Italiano 

quanto 

contento 

solamente 

momento 

tante 

D.  Oc. 

quant 

contènt 

solamént 

moment 

tanti 

D.  Or. 

Quat 

cuntét 

sulamét 

mumét 

tate. 

Il  suono  tagliente  ed  aspro  della  z  assai  frequente  nei  dialetti 
occidentali,  e  tanto  più  intenso  e  ripetuto  quanto  più  si  avvicina 
alle  montagne,  ove  sovente  sta  in  luogo  della  s  italiana,  si  cangia 
air  opposto  in  ss  negli  orientali,  ai  quali  è  presso  che  ignoto. 

grazia  ozio 

grazia  ozi 

grassia  ossi. 

Gii  orientali  sopprìmono  di  frequente  la  lèttera  t;^  permutan- 
dola alcuni  in  forte  aspirazione,  mentre  gli  occidentali  non  aspi- 
rano mai. 


Italiano 

razza 

acciajo 

azióne 

D.  Oc. 

razza 

azzàl 

azión 

D.  Or. 

russa 

assà 

assiu 

Italiano      cuQallo      alari         dovere  né  vecchio  né  giovine 

D.  Oc.       cavai        cavedón      dover  né  vèc  né  gióven 

Ti  Op      ^cfld/         icaedà   '    idoér  gnè  èc  gnè  zàegn 

icahàl      ìcahedù     ìdohér  gnè  hèc  gné  zùhegn. 

Da  alcuni  esempi  già  riferiti  appare  ancora  come  gli  orientali 
permutino  di  frequente  la  vocale  o  in  ti  ^  mentre  essa  rimane 
sempre  la  stessa  negli  occidentali: 


Italiano 

fiore 

vapore 

paragone 

lontano 

ortolano 

D.  Oc. 

fior 

vapor 

paragón 

lontàn 

ortolàn 

a  Or. 

fiiir 

vapiir 

paragli 

luntà 

urtala. 

Gli  occidentali  sopprimono  la  desinenza  re  nelle  voci  italiane 
terminanti  in  ere^  accentando  la  vocale  precedente,  e  cangiano 
parimenti  in  e  o  é  la  desinenza  italiana  ajOj  mentre  gli  orientali 
terminano  le  stesse  voci  in  ér: 

Italiano    barbiere       sentiere       candeliere       pollajo       sellqjo 
D.  Oc.     barbe  sente  candite  polé  selé 

D.  Or.     barbér         sentér         candilér  pulér         selér. 


DIAUETTI   LOMBAUDI. 


Simflmente  gli  indefiniti  dei  verbi  italiani  nei  dialetti  occiden- 
tali pèrdono  tutta  la  sillaba  finale  rCj  mentre  negli  orientali  ri- 
tengono la  r: 

Italiano    andare      portare      lèggere      ùngere      dire      {'enire 
D.  Oc.     andà         porta         lég  óng  di         i;egnt 

D.  Or.     andar       portar       lézer         ónzer        dir       vegnir. 

L'occidentale  termina d' ordinario  i  particìpj  dei  verbi  in  à^  o 
in  t  ^  o  in  fi^  con  suono  prolungato  quasi  in  doppia  vocale,  mentre 
r  orientale  conserva  sempre  la  caratteristica  t  del  participio  ita*^ 
liano,  mutandola  solo  talvolta  in  c^  e  Tu  dell'occidentale  in  t: 

Italiano    portato  fatto  finito  i>isto  bcQUto 

D:  Oc.     porta  fa  fini  pedfi  6wù 

D.  Or.     purtàl  fac  finìt  vedùl  beit. 

^.  3.  Proprietà  distintive  dei  sìngoli  dialetti. 

Ilj^dialetto  milanese _,  rappresentando  il  gruppo  occidentale,  e 
raccogliendo  quindi  in  sé  solo  i  principali  caràtteri  comuni,  è 
meglio  distinto  da'  suoi  affini  per  le  proprietà  esclusive  di  cia- 
scuno di  questi ,  che  non  per  le  proprie.  Se  non  che ,  essendo 
parlato  nel  centro  della  lombarda  civiltà,  e  trattato  per  ben  tre 
sècoli  da  una  lunga  serie  di  valenti  scrittori,  emerge  fra  gli  altri 
per  dovizia  di  voci,  politezza  di  forme  e  dolcezza  di  suoni,  ac- 
costandosi sempre  più  alla  lingua  àulica  generale.  Esso  infatti  va 
perdendo  tutto  giorno  i  vocàboli  più  strani  e  più  vulgari,  ai  quali 
sostituisce  mano  mano  i  corrispondenti  italiani,  ed  alle  antiche 
permutazioni  di  lettere,  persistenti  nelle  campagne  e  nei  vicini 
dialetti,  va  sostituendo  a  poco  a  poco  le  forme  dell'italiana  fa- 
vella. Per  esempio,  la  passata   generazione  soleva  cangiare  so- 
Tento  la  /  in  Tj  la  f  in  Cj  la  d  in  g^j  dicendo  scara  j  vorèj  per 
Kaloj  volere j  lecj  strècj  per  letto j  stretto;  frèé  per  freddo  e  sl- 
mili; mentre  il  Milanese  d'oggidì  preferisce  le  forme  scalOj  volè^ 
lètj  sirèl^  frèd^  ec. 

La  passata  generazione  faceva  uso  del  passato  assoluto  nei 
▼erbi  che  la  presente  ha  affatto  perduto,  ed  al  quale  sostituisce 


PARTE  PRIMA. 


il  passato  composto  coir  ausiliare  ;  onde  in  luogo  delle  voci  trovè^ 
disèj  fèj  per  trovòj  disse ^  fece,  suole  ora  adoperare  l'à  troi^àj 
rà  ditj  rà  fa.  Le  quali  antiche  proprietà^  serbandosi  tuttavia  in 
vigore  nella  campagna  e  nei  vicini  dialetti^  valgono  precipua- 
mente a  separare  da  questi  il  Milanese  propriamente  detto.  Esso 
però  distinguesi  ancora  dagli  altri  per  la  maggiore  frequenza^  e 
pel  prolungamento  dei  suoni  nasali  che  vi  producono  una  spe- 
ciale cantilena.  Suddivldesi  quindi  in  cìvico  e  rùstico  j  il  primo 
è  parlato  dal  pòpolo  milanese;  il  secondo  nelle  campagne^  ove 
si  parla  con  infinite  varieté^  e  queste  vanno  a  poco  a  poco  assi- 
milandosi ai  più  vicini  dialetti. 

Il  LodtgianOj  come  tutti  gli  altri  della  pianura  su  minore  su- 
perficie dififiisi,  oflfre  un  minor  nùmero  di  varietà.  Le  sue  proprietà 
più  distintive  a  poco  a  poco  si  smarrirono  nel  continuo  commercio 
colla  capitale  lombarda,  e  solo  alcune  sèrbansi  ancora  nelle  più 
appartate  campagne,  ed  in  particolare  nella  terra  di  s.  Angelo, 
e  in  quella  parte  inferiore  della  cittii,  posta  suU'Adda,  che  si 
chiama  Lodino.  Le  principali  consistono  nel  terminare  con  vocale 
ì  plurali  dei  nomi,  al  modo  comune  itàlico,  dicendo:  gaUij  sassi^ 
porte j  scarpe j  ec,  il  che  si  stacca  da  tutti  i  vicini  dialetti.  La  stessa 
proprietà  estendèvasi  nei  tempi  addietro  anche  ai  singolari  di 
parecchi  nomi,  come  scòrgesi  nei  Saggi  da  noi  proposti  dello 
scorso  sècolo,  e  come  si  suol  pronunciare  tutt'ora  in  alcune  ap- 
partate campagne. 

Inoltre  il  Lodigiano  suol  permutare  in  én  nasale  la  desinenza 
inOj  dicendo:  giardén^  spén,  azzaléa^  per  giardino j  spino ^  ac- 
ciarino  ;  proprietà  comune  eziandio  al  vicino  dialetto  Cremonese, 
ed  a  parecchi  fra  gli  emiliani,  ai  quali  queste  due  favelle  si  vanno 
assimilando.  —  Volge  sovente  V ò  dei  Milanesi  in  %i  italiana,  di- 
cendo:  fag^  fura^  ugij  invece  di  fog^  fora^  oc,  ossia  fuoco jfuori^ 
occhi.  —  Termina  in  e  disaccentato  gli  indefiniti  che  negli  altri 
dialetti  si  troncano,  come:  lege,  vede,  sente j  dorme ^  per  tèg- 
gerey  vedere j  seìitire^  dormire.  —  Pèrmuta  in  e  Ta  degli  imper- 
fetti nei  verbi,  dicendo:  andeva,  portévan,  làvoréss,  mangiésSj 
per  andava j  portavano j  lavorasse ,  mangiasse. —  Termina  in  ài 
i  participj  passati  dei  verbi  irregolari,  e  inà^^  ìt^  Ut  quelli  dei 
verbi  regolari,  che  il  Milanese  suol  troncare  in  dj  i^  fi; 


DiALerri  lombardi. 


Itah'ano        andato      fatto      stato      cantato      sentito     rmitito 
FxHiigìano     andai       fai        stài       canta  t       sentU       vediit 
Milanese       andà        fa  sta        canta         senti        pedii. 

Questa  proprietà  è  comune  ai  dialetti  orientali,  e  quindi  al 
vicino  Cremonese,  al  quale  il  Lodìgiano  sempre  più  si  accosta 
verso  mezzodì,  come  verso  Pavia  e  Piacenza  agli  emiliani.  Nella 
città  peraltro  tutte  queste  proprietà  dileguano  notevolmente  ogni 
anno,  sicché  è  assai  probàbile  che  in  poche  generazioni,  conti- 
nuando r  attuale  órdine  di  cose ,  il  Lodigìano  diverrà  un  suddia- 
letto  del  Milanese. 

Il  Comasco  cangia  in  ol  l'artìcolo  ed  il  pronome  personale 
ilj  egliy  espresso  dal  Milanese  colla  voce  elj  come:  ol  f^enty 
ol  dar  y  ol  diSy  ol  cred,  per  •/  vew^o,  il  lumcj  egli  dicCj  egli  cre- 
de. —  Serba  la  voce  sémplice  dei  passati  assoluti  nei  verbi, 
proprietà  comune  non  solo  agli  altri  dialetti  occidentali,  come 
accennammo,  tranne  il  Milanese;  ma  altresì  agli  orientali,  coi 
quali  il  Comasco  si  fonde  lungo  il  comune  confine.  —  Inoltre 
pèrmuta,  come  il  Lodigiano,  in  e  Ta  negli  imperfetti  dei  verbi.  — 
Volge  sovente  in  ng  le  desinenze  nasali  milanesi,  r«  in  z^  o 
in  z^  e  di  mano  in  mano  che,  verso  occidente,  s'inoltra  nei 
monti,  assume  una  successiva  serie  di  leggere  permutazioni  si 
nelle  vocali  che  nelle  consonanti,  diffìcili  a  descrìvere  non  che 
enumerare,  e  che  solo  può  rappresentare  chiaramente  la  voce. — 
Nel  Comasco  del  pari  che  nel  Valtellinese  la  s  impura  prende,  come 

V  V  V  V 

nella  lingua  tedesca,  il  suono  Sj  dicendo   stala^  statj  spinj  in 
luogo  di  stalla^  stato^  spino. 

Il  F'altellinese  si  distingue  dal  Comasco  e  dal  Milanese  per 
maggiore  asprezza  e  più  frequente  concorso  di  sibilanti,  per  al- 
cune forme  esclusive  di  reggimento,  e  pel  nùmero  ragguardévole 
di  radici  strane  e  forse  vetuste.  Se  non  che,  sparpagliato  quasi 
per  trenta  miglia  di  lunghezza  nella  valle  dell'Adda  e  nelle  sue 
convalli,  non  che  in  quelle  della  Mera  e  del  Liro,  benché  lungo 
la  strada  che  percorre  il  fondo  della  valle  serbi  una  certa  uni- 
formità, sì  suddivide  in  un  gruppo  di  suddialetti,  ciascuno  dei 
quali  ha  proprietà  distinte  di  suono,  di  flessioni  e  di  radici.  I  più 
distinti  sono  parlati  nelle  valli  di  Chiavenna,  Pregallìa,  Masino, 
fcìenco.,  Vennina  e  Roasco.  Gli  uni  partecipano  dei  dialetli  rè- 


iO  PARTE  PRIMA. 

tic!  della  vicina  Engadina,  dai  quali  trassero  parecchie  forme  e 
radici;  gli  altri  sono  misti  di  radici  germàniche;  e  mentre  quelli 
si  distìnguono  dagli  altri  lombardi  per  la  frequenza  delle  dolci 
sibilanti  e  delle  liquide  romanze^  questi  fanno  uso  delle  più  aspre 
tolte  ai  vicini  e  rozzi  dialetti  tedeschi. 

Solo,  e  quasi  isolato  sulla  vetta  della  stessa  valle,  il  Bormiese 
distaccasi  da  tutti  gli  altri  lombardi,  per  la  mancanza  del  suono 
tV:,  in  cui  vece  fa  uso  dell'aperta  vocale  toscana  ti.  —  Pèrmuta 
sovente  in  /  la  t^  nei  dittonghi  ia^  ie^  iUj  dicendo  :  implenir^  plu^ 
planj  clamar  j  o  clanièrj  in  luogo  di  empiere ^  più^  piano ^  chia- 
mare e  slmili.  Queste  due  proprietà ,  costanti  particolarmente 
nelle  voci  latine  d'egual  forma,  lo  assimilano  al  dialetto  rètico, 
o  romanzo,  della  vicina  Engadina,  alla  quale  in  parte  geografica- 
mente appartiene,  essendo  l'annessa  valle  di  Livigno  sul  decli- 
vio settentrionale  dell'Alpe.  Ivi  infatti  s'accosta  al  rètico  ancor 
più  che  non  lo  stesso  Bormiese ,  cangiando  in  er  la  desinenza  dei 
verbi  italiani  in  are^  come:  [er^  stèr,  cominciar ^  per  fare,  starCj 

V  V  V 

cominciare j  e  volgendo  sovente  la  s  e  la  9  in  «^  z^  come:  esj 
fozaj  per  seij  foggia. 

A  spiegare  questa  dissonanza  del  Bormiese  dai  vicini  lombardi 
è  da  notarsi,  come  il  contado  di  Bormio,  dal  Medio  Evo  sino  ai 
tempi  dei  Visconti,  si  reggesse  con  proprie  leggi  ;  come  una  forte 
muraglia,  della  quale  sopravànzano  alcuni  rùderi,  il  dividesse 
dalla  restante  Valtellina;  e  come  ne'  suoi  Statuti,  del  1500  incirca, 
fosse  inserito  un  appòsito  capitolo  de  non  habenda  communione 
cum  hominibns  de  Pialle  Tellina. 

Oltre  alle  accennate  proprietà,  U  Bormiese  suole  terminare  in  r 
gli  indefiniti  dei  verbi  che  nei  lombardi  occidentali  sono  tronchi: 


Italiano 

amare 

scrwere 

lèggere 

finire 

sentire 

Bormiese 

amar 

scrìver 

lézer 

finir 

sentir 

Milanese 

ama 

scrif 

leg 

fini 

sentì. 

Nella  prima  persona  plurale  dei  verbi  suole  trasportare  tra  il 
pronome  ed  il  verbo  la  lettera  mj  caratteristica  di  questa  per- 
sona, non  solo  in  tutti  i  dialetti  italiani,  ma  in  presso  che  tutte  le 
lìngue  derivate  dalla  latina,  e  termina  quindi  il  verbo  in  vocale, 
dicendo:  m  'm  sèj  no  m*àj  no  ^m  porta j  per  noi  siamo,  noi  ab- 


DIALETTI    LOMBARDI.  I  1 

hiamo^  noi  portiamo  j  le  quali  ùltime  proprietà  sono  comuni  al- 
tresì al  vicino  dialetto  bergamasco^  dal  quale  appàjono  derivate. 
Come  il  Bergamasco,  elide  ancora  talvolta  il  Bormiese  la  p^  nel 
mezzo  delle  parole,  dicendo:  tornàa^  mangidariy  diuj  per  tor- 
nava j  mangiavano j  dava.  Per  modo  che  possiamo  riguardare  il 
Bormiese  come  anello  che  congiunge  i  dialetti  lombardi  ai  retici, 
e,  tra  1  lombardi,  gli  occidentali  agli  orientali.  Con  tutto  ciò  esso 
distlnguesi  dagli  unì  e  dagli  altri  per  esclusivi  caràtteri  propri, 
màssime  nella  costruzione  e  nelle  radici,  come  vedrassi  nell'unito 
Saggio  di  Vocabolario. 

Il  Ticinese^  del  pari  che  tutti  i  dialetti  montani,  varia  non 
solo  da  valle  a  valle,  ma  da  luogo  a  luogo,  per  modo  che  so- 
vente nella  valle  istessa  distìnguonsi  di  leggeri  tre  o  quattro  dia- 
letti diversi  ripartiti  in  parecchie  varietà.  Ivi  la  sola  proprietà, 
che  dir  possiamo  generale,  consiste  nella  rozzezza  delle  forme  e 
dei  suoni;  ma  sì  le  une  che  gli  altri  variano  all'infinito,  sicché 
ardua  impresa  sarebbe  il  contrasegnarli  ed  enumerarli.  Ivi,  p.  e., 
l'articolo  maschile  prende  successivamente  le  forme  elj  er,  o, 
ol.  Uj  ulj  ur^  rOj  rtij  il  suono  duro  della  e  viene  raddolcito,  o 
scambiata  a  vicenda  la  vocale  seguente  in  dittongo;  così  la  pa- 
rola carne  vi  assume  le  forme  carn,  chiara^  clièrn^  clkièrn^  cem, 

I  participj  assùmono  da  luogo  a  luogo  varia  flessione,  termi- 
nando in  Val  Maggia  in  do  o  in  èò,  nelle  VaUi  Verzasca  e  di  Ble- 
nio  in  òu  0  in  èiéj  ed  in  Val  Levcntina  in  ó: 


Italiano 

chiamato 

cominciato 

baciato 

peccato 

trovato 

Milanese 

ciamà 

comenzà 

basa 

pecà 

trova 

V.  Maggia 

ciamào 

comenzào 

basào 

pecdo 

truvdo 

V.  Verz.  e  Bl. 

ciamòu 

menzòu 

pasciòii 

pecòu 

trovÒH 

V.  Leventina 

damò 

comenzù 

baso 

pecó 

trovo. 

Nelle  Valli  Maggia  e  Leventina  dìcesi  ancora  mèj  dècj  ciamèc 
per  andato^  dato,  chiamato;  e  in  Val  Verzasca  stcif,trovèiè,  tor- 
nèió,  per  stato,  trovato,  ritornato. 

Dai  quali  esempi  scòrgonsi  ancora  le  permutazioni  del  b  in  pj 
dell'o  in  u,  più  o  meno  frequenti  nella  indeterminata  serie  delle 
varietà.  Ed  è  pure  a  notarsi^  come  la  valle  di  Blenio,  oltre  alla 
sinìglianza  coi  dialetti  liguri  nel  suddetto  dittongo  òuj  ha  eziandìo 


12  PARTK   PRIMA. 

quella  degli  artìcoli  Oj  olj  ra,  m.  A  spiegare  questa  moUipliciià 
di  dialetti  in  si  angusta  superficie^  oltre  alle  inòspite  catene  di 
monti  che  interrómpono  e  rèndono  malagévole  il  frequente  com- 
mercio tra  le  popolazioni  che  lì  parlano^  è  da  notarsi  ancora 
r influenza  dei  vicini  dialetti  romanzi  e  germànici,  i  quali,  tra  le 
vicende  polìtiche  di  molti  sècoli,  penetrarono  a  vicenda  nell'una 
o  nell'altra  vallata.  Ond'è,  che  i  dialetti  delle  valli  Leventina  e  di 
Blenio  distinguonsi  ancora,  per  molte  radici  e  forme  romanze,  da 
quelli  delle  vicine  vallate,  corrotti  da  forme  e  radici  germàniche. 

Il  Ferbanese  :,  essendo  diffuso  sopra  una  superficie  assai  più 
vasta,  lungo  ambo  le  sponde  del  Verbano,  e  di  là  sui  più  erli 
monti  occidentali  e  per  entro  le  appartate  lor  valli,  ed  essendo 
inoltre  a  contatto  coi  dialetti  Milanese,  Comasco,  Ticinese  e  Pie- 
montese, non  che  coi  germànici  del  vicino  Vallcse,  che  da  età 
rimota  penetrarono  nelle  valli  italiane  del  M.  Rosa,  ove  tutt'ora 
sono  in  parecchi  villaggi  parlati  (1),  offre  una  moltitùdine  di  va- 
rietà, cui  toma  pressoché  impossìbile  determinare.  Ivi  i  suoni 
delle  vocali  percórrono  da  luogo  a  luogo  tutta  la  scala  delle  in- 
determinate loro  graduazioni,  e  quindi  vi  appàjono  distinti  i  suoni 
dei  dittonghi  ae,  ovvero  a  ed  ou^  ignoti  agli  altri  dialetti  lom- 
bardi. —  Ivi  è  frequente  la  permutazione  della  ti  italiana  in  i^ 
che  gli  altri  Lombardi  cangiano  in  u^  dicendo  tic  per  iuili^  {>olU 
per  voluto  j  e  inversamente  della  i  italiana  in  iij  dicendo  pnimma^ 
{>iislUj  per  primttj  risto.  —  Più  frequente  vi  è  il  concorso  delle 
sibilanti  più  aspre,  e  la  permutazione  della  Hn  c^  sì  in  fine  che 

V  V 

in  mezzo  delle  parole,  come:  slrècj  nac^  dicciu.  faccia ^  quanci, 
per  stretto  j  andato ^  detto  ^  fatto ^  quanti,  —  In  quella  vece  il 
suono  dolce  della  e  vi  è  sovente  permutato  in  Sj  dicendo  panscia^ 

y 

porsceij  per  pancia  ^  porci  j  ed  il  suono  della  g  m  Zj  dicendo 
zàipnuj  zerlttj  per  giòipine^  gerla. 

Proprietà  esclusiva  e  rimarchévole  di  questo  dialetto  si  ò  an- 
cora Tuso  di  trasportare  il  pronome  personale ,  che  fa  le  veci  di 
attributo,  dopo  il  verbo,  al  quale  viene  sufXisso,  anche  formando 

(i)  Vcggasi  il  nostro  Prospello  dille  colonie  straniere  in  Italia  j  inserito 
neìVJnnuario  Geogràfico  Italiano,  publicato  dairufficio  di  Corrispondenza 
geograficajn  Bologna,  184». 


,  OHBe:  l'à  lUcàughij  ch'a  venmi^  l'è  laccassi,  l'à 
viittidu,  t  ò  tnwalla,  i  ò  mai  disiibidevvi,  i  sérPiVi.,  mentre  tatti 
gli  altri  dialetti  serbano  la  costruzione  italiana  :  gli  disse,  che  mi 
vwne,  egli  si  è  attaccalo,  lo  ha  cisto,  io  fho  trovalo,  io  non  v'ho 
mai  disubbidito,  io  ci  lerco.  —  Raddoppia  per  lo  più  le  conso- 
naoti  nelle  parole  piane,  e  più  sovente  la  m  facendola  nasale, 
come:  mattu,  crappi,  cracicchi,  stimmaj  priimma,  mangiumma, 
per  figlio,  crepo,  capretto,  stima,  prima,  mangiamo. 

Queste  ed  altrelali  dissonanze  imprimono  nel  Verbanese  un 
a&pelta  assai  diverso  da  quello  di  tutti  gli  altri ,  màssime  nella 
regione  posta  fra  la  riva  destra  del  Verbano  e  la  Sesia,  ove  serba 
ancora  doviziosa  raccolta  di  voci  strane  ed  originali.  Ciò  nullo.  * 
stante,  verso  oriente  e  mezz(^iomo,  esso  va  assimilandosi  al  Mi- 
lanese,  come  verso  occidente  va  fondendosi  nel  Piemontese  che, 
olire  all'èssere  vicino,  vi  esercita  eziandio  la  sua  politica  influenza. 

Fra  tutte  queste  indescrivibili  varietà  del  dialetto  Verbanese, 
penetrando  nei  monti,  òdonsi  ancora  sovente,  in  mezzo  alle  tronche 
voci  lombarde ,  le  aperte  e  liquide  vocali  comimi,  le  aspirazioni 
fiorentine,  le  nasali  livornesi,  e  persino  gli  accenti  spagnuoli  e 
francesi,  importati  dagli  abitanti  nelle  continue  migrazioni  che 
da  sècoli  sogliono  fare  a  diverse  parti  d'Europa,  per  esercitarvi 
certe  arti,  che  si  possono  dir  quasi  proprie  di  ciascun  villaggio. 
In  prova  di  questa  osservazione  soggiungiamo  qui  in  calce  il 
prospello  delle  arti  proprie  degli  abitami  di  tutta  la  Val  Sesia, 
comprese  le  sue  convalli,  e  della  Riviera  d'Orla,  notando  i  luo- 
ghi, ove  sogliono  annualmente  recarsi  ad  esercitarle (I);  e  sa- 

(l)  >UXA    V.U-SeSIA  I  iKt  C01VILLI. 

o  di  t'oratla. 


Breja  —  Teuilori  e  Coloni  io  patria. 
Camasco  —  Caliolaj  ed  Arrotini  a  Hilaiio. 

Campetto  —  Peliraj  in  Germania,  e  hegoiianli  in  Augusta  e  a  TorliHk 
Cervardo  —  Tessitori  in  Lomellina. 

Cervatlo  —  All>ergalori  e  Imballatori  nella  R.  Dogana  >  Torino. 
Ciiiascn  —  Osti  in  Ispagna,  Pcllraj  in  Germania,  StDCCatnriln  Frawlai 
e  Coloni  In  patria. 

Cnvagliana  —  Tessitori  in  Lomellina,  Caliolaj  in  PiemoDlc. 

Ctévola  —  SeccbioDaj  e  Hatlellini  por  l' Italia. 


i4  PARTB  PRIMA. 

rebbe  pur  desideràbile,  che  simigliantì  notizie  venissero  raccolte 
in  tutte  le  valli  racchiuse  fra  il  Monte  Rosa  e  il  Monte  Adamo, 

Fobello  —  Albergatori,  PizzicàgnoU,  Osti  e  Camerieri  a  Torino. 

Locarne  —  Calzolaj  in  Piemonte,  Muratori  In  Francia. 

Morca  —  Pescatori,  Calzolaj  e  Muratori  In  Savoja. 

Morondo  —  Calzolaj  in  patria  ed  ai  varii  mercati  della  provincia. 

Parone  —  Calzolaj,  Secchionari  e  Coloni. 

Quarona  —  Calzolaj  a  Milano,  Falegnami  a  Torino,  Agricoltori  in  patria. 

Rimella  —  Albergatori ,  Cuochi ,  Camerieri  e  Domèstici  a  Novara ,  Ver- 
celli e  Torino;  Muratori,  Legnajuoli  e  Agricoltori  in  patria. 

Rocca  —  Falegnami  a  Torino,  Calzolaj  e  Agricoltori  in  patria. 

Sabbia  —  Tessitori  in  Lomellina,  Calzolaj  in  Piemonte,  Pastori  in  patria. 

Valmaggia  —  Legnajuoli  e  Calzolaj  nel  Novarese  e  in  Piemonte,  Ottonaj 
a  Varallo. 

Varallo  —  Negozianti  di  vario  gènere. 

Vocca  —  Muratori  in  Isvìzzera. 

Mandamento  di  Scopa, 

Alagna  •—  Stuccatori  e  Scalpellini  in  Francia  e  nella  Svìzzera. 
Balmuccia  —  Muratori  in  Francia  e  Svìzzera ,  Calzolaj  in  varie  parti 

d'Itolia. 
Boccioleto  —  Muratori  e  Stuccatori  in  Francia  e  Svìzzera. 
Campertogno  —  Stuccatori  e  Muratori  in  Francia. 
Carcòforo  —  Muratori  e  Stuccatori  nella  Svizzera,  Peltraj  a  Milano. 
Ferrate  —  Secchionaj  giròvaghi  per  r  Italia. 
Fervento  —  Muratori  e  Stuccatori  in  Francia  e  Svìzzera. 
Molila  —  Stuccatori  e  Muratori   in  Francia  e  Svìzzera,  Fabbricatori  di 

chiodi  in  patria. 
Pila  —  Calzolaj  e  Secchionaj  per  V  Italia. 
Piode  —  Calzolaj  e  Secchionaj  per  T  Italia. 

Rassa  —  Legnajuoli  e  Calzolaj  nei  Milanese,  e  in  varie  parti  dMtalia 
Rima  —  Stuccatori  e  Muratori  in  Francia  e  nella  Svìzzera. 
Rimasco  —  Stuccatori  e  Muratori  in  Francia  e  Svìzzera,  e  Secchionaj  in 

Italia. 
Riva  —  Stuccatori  e  Muratori  In  Francia,  Fabrlcatori  di  ribebbe  in  patria. 
Rossa  —  Stuccatori  e  Muratori  in  Francia. 
S.  Giuseppe  —  Stuccatori  e  Muratori  in  Francia  e  nella  Svizzera. 
Scopa  —  Stuccatori  e  Muratori  in  Francia,  Calzolaj  e  Falegnami  in  Italia. 
Scopello  —  Calzolaj  in  Piemonte  e  a  Novara. 

Mandameìito  di  Borgosesiu. 

Agnona  —  Falegnami  e  Calzolaj  in  Piemonte  e  nel  Alìlanese. 
Aranco  —  Falegnami  in  Piemonte ..  Agricoli  in  patria. 


DIALETTI   LOMBAKDI.  i% 

dò  che  f  non  solo  porgerebbe  la  cagione  (jU  alquante  straneize 
proprie  dì  quei  dialetti^  ma  spiegherebbe  altresì  molte  partico- 
larità di  maggior  momento. 

Borgoscsia.  —  Negozianti  di  vario  gènere  e  Vetturali. 

Cellio  —  Tessitori  in  patria  e  Falegnami  in  Piemonte. 

Doccio  —  Muratori  in  Francia,  SecchionaJ  giròvaghi  per  l'Italia. 

Fernita  —  Tessitori  in  patria. 

Forato  —  Agrìcoli  in  patria,  SeccliionaJ  giròvaghi  per  ritalia. 

Isolella  —  Fabbri-ferraj  in  patria,  SecchionaJ  nel  Milanese. 

Valduggìa  —  Calzolai,  Falegnami  e  Fonditori  di  bronzi. 

RivisaA  d'Oeta  Supeeioab. 

Alzo  —  Osti  a  Roma  e  nella  Spagna. 

Ameno  —  Muratori  e  Scalpellini  a  Torino  ed  in  patria. 

Armeno  —  Commercianti  a  Livorno,  Pastori  in  patria.  Coloni  sul  Novarese. 

• 

Arola  —  Calzolaj  a  Pavia  e  nella  Spagna,  Carbonaj  i:i  patria. 
Arto  —  Calzolaj  e  Carbonaj  in  patria. 
Bolleto  —  Osti  a  Roma  e  nella  Spagna. 

Carcegna  —  Ottonaj  a  Piacenza,  Osti  a  Roma,  Calzolaj  a  Brescia. 
Cèsara  —  Calzolaj  ed  Osti  a  Genova  ed  a  Roma^  Carbonaj  in  patria. 
Coirò  —  Calzolaj  a  Pavia  e  Soresina,  Pastori  in  patria. 
Corcogno  —  Muratori  in  patria. 
Isola  s.  Olulio  —  Osti  nella  Spagna. 
Miasino  —  Muratori  e  Scalpellini  in  patria. 
Nonio  —  Osti  a  Roma  ed  in  Ispagna. 
Orla  —  Osti  in  Ispagna. 
Pella  —  Osti  nella  Spagna. 

Pettennsco  —  Osti  nella  Spagna  e  Scalpellini  in  patria. 
S.  Maurizio  d'Opaglio  —  Osti  in  Ispagna  ed  a  Roma. 
Vacciago  —  Scalpellini  e  Mercatanti  a  Milano ,  Muratori  e  Scalpellini  in 
patria. 

Riviera  d'Orta  Inferiore. 

Auzate  —  Peltraj  ed  Osti  a  Roma. 

Bolzano  —  Muratori  e  Scalpellini  a  Pavia  ed  in  patria ,  Falegnami  a 
Torino. 

Bugnate  —  Osti  a  Roma^  Peltraj  in  Germania. 

Gargano  —  Conciatori  di  pelli,  Fabricatori  di  stoviglie  in  patria,  e  Cal- 
zolaj a  Soresina. 

Gozzano  —  Ottonaj  a  Torino  ed  a  Milano,  Peltraj  in  Germania,  Pizzica» 

gnoli  a  Roma, 
^gno  —  Peltraj  in  Germania ,  Osti  a  Roma ,  Milano  e  Spagna. 
^ri$o—  Calzolaj  €  Conciatori  di  pelli  in  patria,  Osti  a  Roma  ed  in  Ispagna. 


i(i  PARTE   PRIMA. 

Il  Bergamasco  possiede  per  eminenza  le  proprietà  distintive 
dei  dialetti  orientali^  e  sono:  le  gutturali  aspirate^  le  permuta- 
zioni del  z  in  s^  dell' o  in  t<^  ed  altre  più  sopra  mentovate;  ma 
vi  aggiunge  ancora  alcune  forme  al  tutto  sue.  Esso^  come  si  è 
notato^  parlando  del  Bormiese^  ha  un  modo  strano  di  formare  la 
prima  persona  plurale  nei  verbi  interponendo  fra  il  pronome 
ed  il  verbo  la  sillaba  maj  o  l'inversa  anij  invece  di  suffìggere 
al  verbo  stesso  la  caratteristica  m^  come:  nóter  (cioè  noi  altri j 
Fr.  nous  autres)  ma  scrifj  noi  scriviamo j  nóter  am  turna^  noi 
ritorniamo  j  nóter  am  durmaj  noi  dormiamo  s  nóter  ni*andaràs 
o  am  portare  y  noi  andremo  o  porteremo.  —  Muta  sovente  la  i 
e  la  j  in  gi^  dicendo  ucasgiùy  scalgiù^  per  occasione j  scaglione; 
e  questo  modo  accompagna  la  pronuncia  dei  Bergamaschi^  come 
quella  dei  Vèneti^  eziandio  quando  parlano  Italiano^  onde  profe- 
riscono familgiaj  elgi^  quelgij  per  famigliaj  eglij  quegli,  —  Aspira 
le  sibilanti,  dicendo  hervOj  hovròj  per  seri/Oj  sovrano.  E  qui  vuoisi 
osservare^  che  questa  proprietà  forma  appunto  uno  dei  principali 
distintivi  fra  la  lingua  latina  e  la  greca  ^  in  quelle  radici  che 
hanno  comuni^  come:  serpo j  salj  syha^  che  il  Greco  aspira  in 
herpOj  halSj  hyle.  —  Nelle  valli  superiori  l'aspirazione  si  fa  più 
frequente  e  più  forte,  e  toglie  il  posto  alla  Sy  altresì  quando  è 
preceduta  o  seguita  da  consonante;  cosicché  le  voci  italiane  ca- 
stello j  costaj  pensare^  pestare ^  grosso j  rosso j  si  odono  aspramente 
mutilate  in  cahtèlj  cohla^  penila j  pehtà\j  groh^  ruh.  —  Pèrmuta 
la  desinenza  italiana  ia  in  éaj  dicendo  cumpagnéu^  ostaréa  o 
ohtaréaj  malatéaj  per  compagnia  ^  osterìa  j  malattìa.  —  Suol 
terminare  in  è  le  parole  tronche  terminate  negli  altri  dialetti  af- 
fini in  /  e  d: 

Italiano  gatti  pianeti  fatti  stati  scudi  freddo  nudo  e  crudo 

Bergamasco    ga6  pianéc  fai    stai  sedè    frèi        niiè  e  criiè 

Bresciano    ) 

^  r  gat    pianèt   fat     stat   sciid   fred       niid  e  criid. 

Qui  però  è  da  notarsi,  che  questa  permutazione  nei  participj  ed 
in  alcuni  nomi  ha  luogo  solamente  al  plurale,  dicendosi  anche 
dal  Bergamasco  ol  gatj  l'è  andàtj  nel  singolare. 
Il  CremascOj  il  quale,  come  abbiamo  detto,  continua  sin  presso 


DIAiETTI  LOMBARDI.  i7 

alla  foce  del  Serio  il  dialetto  Bergamasco,  se  ne  allontana  solo 
per  le  men  frequenti  elisioni  del  v  e  dell' n^  di  modo]  che,* se 
per  la  comunanza  delle  proprietà  può  riguardarsi  come  un  sud- 
dialetto  del  Bergamasco,  d'altra  parte,  per  la  poo4i  loro  intensità^ 
segna  il  trapasso  al  Cremonese.  Un  distintivo  da  notarsi  in  esso 
è^  che  nelle  desinenze  italiane  in  tre^  tri,  trOj  dre^dri,  dro, 
conserta  lo  stesso  órdine  di  lèttere^  mentre  negli  altri  è  invertito 
il  posto  delle  ùltime: 

Italiano  mentre     altri      dentro     jKulre     ladri    quadro 

Cremasco       mentre     altre      dentre     padre     ladre    quadro 

Bergamasco)  déter  ,.        ,.,  ,. 

Cremonese  S  ''''''^'^     ^''^'-     dénter      P^^^     '^^^    «««r/m 

In  generale,  come  dialetto  di  pianura,  è  meno  scabro  del  Ber- 
gamasco e  del  Bresciano,  è,  per  la  poca  superficie  sulla  quale  è 
parlato,  non  offre  altra  varietà  che  la  consueta  distinzione  del 
dialetto  riistico  e  deir firmano;  che  anzi  nella  città,  non  solo  è 
più  copioso  di  buone  voci  della  comune  lingua  italiana,  ma  per 
la  passata  intimiU\  e  alcune  parentele  delle  famiglie  più  cospicue 
colla  nobiltà  vèneta,  accolse  parecchie  voci  di  quell'elegante 
dialetto. 

Il  Bresciano  serba  pure  presso  che  tutti  i  distintivi  del  Berga- 
masco^ sebbene  meno  intensi  ;  vale  a  dire,  ha  meno  forti  e  meno 
frequenti  le  aspirazioni,  le  quali  non  vi  hanno  mai  luogo  nei 
mezzo  delle  voci,  al  posto  della  s;  e  meno  frequenti  ancora  le 
elisioni  della  n,  màssime  nel  mezzo  delle  parole.  Del  resto  esso 
partecipa  dei  suoni  e  delle  forme  del  Bergamasco  per  modo,  da 
potersi  riguardare  come  un  suo  pròssimo  suddialetto.  Se  non  che, 
essendo  esteso  sopra  vastissima  superficie,  dalla  catena  Gamonia 
alla  pianura  mantovana.,  e  confinando  per  oltre  cinquanta  miglia 
coi  dialetti  vèneti  e  col  Mantovano,  offre  parecchie  varietà,  le 
quali,  di  mano  in  mano  che  si  allontanano  dal  centro,  si  vanno 
assimilando  a  questi.  Perciò  esso  ha  un  Vocabolario  più  copioso 
che  non  gli  altri  suoi  affini,  riunendo  alle  voci  di  questi  edalle 
proprie  parecchie  radici  tolte  ai  dialetti  vèneti  ed  emiliani.  Le 
>arìetà  superiori  pòrgono  sopra  tutto  una  serie  importante  di 
voci  che  si  riferiscono  alla  pastorizia  ed  alfagricultura,  (*ome 


Li 


{8  PARTE   PRIMA. 

lungo  la  Riviera  del  Benaco  se  ne  serbano  parecchie  apparte- 
nenti alla  nàutica  ed  alla  meteorologìa. 

Il  Cremonese  è  fra  gli  orientali  il  più  distinto  dal  Bergamasco. 
Situato  fra  gli  Emiliani  ed  i  Lombardi  d'ambi  ì  gruppi^  esso  è 
piuttosto  un  dialetto  ibrido  e  misto  degli  uni  e  degli  altri  ^  che 
non  originale  e  distinto.  Infatti^  lungo  la  zona  che  accompagna 
la  riva  sinistra  del  Po^  segna  il  trapasso  dal  Lombardo  all'Emi- 
liano, assumendo  parecchie  proprietà  distintive  di  questo;  mentre 
a  settentrione  si  confonde  col  Bresciano  e  col  Cremasco,  e  ad 
occidente  col  Lodigiana,  col  quale  ha  comuni  parecchie  proprietà 
normali.  Esso  non  suole  mai  elìdere,  come  gli  altri  orientali,  le 
consonanti  p  ed  ny  ma  in  quella  vece  fa  uso  di  suoni  nasali;  ed 
in  ciò  pure  si  distacca  dagli  occidentali,  pronunciando  alquanto 
aperta  la  desinenza  òn,  e  permutando  la  in  in  én^  come: 

Italiano  padrone  timone  ragione  spino  firn  giardino 

Cremonese  padròn  timòn  razòn  spén  fén   giardén 

D.  Or.  padrà  timù  rasù  sjA  fi      yiardi 

D.  Oc.  padrón  tiìnón  rasón  spìn  fin    giardtn. 

Questa  proprietà,  comune  eziandìo  al  Lodigiano,  segna  appunto 
il  trapasso  dal  Lombardo  all'Emiliano,  che  pèrmuta  per  lo  più 
quelle  desinenze,  come  vedremo,  in  òtin^  èin^  oppure  in  òn^  èn. 
Del  resto  il  Cremonese  ha  comuni  cogli  orientali  le  seguenti 
proprietà:  pèrmuta  in  é  la  i  finale  accentata,  dicendo  chéj  tnéj 
déj  inséj  per  quij  mi  o  mCj  dij  cosìj  —  volge  sovente  la  o  in  u^ 
dicendo  urtulàn,  fiiir,  odùrj  per  ortolano,  fiore,  odore;  —  e 
la  ti  in  ò'^  dicendo  gióst,  gòst,  tòt,  tóm,  per  giusto,  gusto,  tutto, 
lume.  Termina  in  ér  le  voci  italiane  che  finiscono  in  ere  ed  ajoj 
ed  i  participi  dei  verbi  in  àtj  ity  Ut, 

^.  4.  Osservazioni  grammaticali  in  generale. 

Nella  complessiva  grammaticale  struttura  tutte  queste  varie 
favelle  sono  collegate  da  uno  stesso  principio  ordinatore,  comune 
alla  lingua  italiana,  e  quindi  in  parte  alla  latina  ed  alla  greca, 
ed  in  parte  ai  cèltici  dialetti;  ma,  in  onta  a  questa  complessiva 
analogìa  di  forme,  si  allontanano  sovente  dalle  une  e  dagli  altri, 
in  alcuni  punti  cardinali,  dai  quali  appare  manifesto,  che  estranei 


MlLETTl   LOVBtHOl.  10 

eiementi,  di  natura  diversa,  contribuirono  altresì  alla  loro  forma- 
Tutti  i  dialetti  lombardi  fanno  uso  di  articoli  e  di  preposirioni 
per  declinare  i  nomi,  se  è  lécito  chiamare  declinazioDe  qualche 
lieve  modificazione  intesa  a  distinguere,  solo  in  alcuni  nomi,  il 
gènere  ed  il  nùmero,  giacché  mancano  onninamente  i  casi.  Gli 
articoÙ  variano  di  forma  dall'uno  all'altro  dialetto,  e  sono:  pel 
maschile  determinato,  eij  ol,  w,  ul,  tir,  rri;  per  l' indeterminato, 
on,  ón,  u,  ùnj  pel  determinato  femminile,  la,  raj  per  l'inde- 
terminato, Olia,  ònn,  na,  una.  Nel  plurale,  il  determinato  è  per 
lo  più  uno  solo  per  ambi  i  gèneri ,  dicendosi  ugualmente  i  gal, 
i  ptgor,  per  i  gatti,  le  pècore.  Le  preposizioni  sono  idèntiche  alle 
italiane,  cioè  de,  a, da,  in,  con,  per,  sii,  ec,  e,  come  io  tutte  le 
lingue  neolatine,  vengono  contralte  negli  articoli,  onde  supplire 
alla  mancanza  dei  casi,  formando  del  o  dot,  al,  dal ,  ììel,  col, 
MÙt,  ovTero  dela,  dola,  ala,  data,  ec. 

L'articolo  per  lo  più  è  il  solo  distintivo  dei  nùmeri,  tranne 
alcune  eccezioni.  Queste  hanno  luogo  nel  Milanese  in  alcuni  nomi 
irregolari,  nei  quali  la  desinenza  cangia  al  plurale,  come  òm, 
nomo,  che  fa  àmen  al  plurale;  in  tutti  i  nomi  terminali  in  ia, 
cbe  al  plorale  finiscono  in  ì,  come:  oslaria,  eiesia,  che  fanno 
«lari,  ere»',  e  simili;  ed  in  alcuni  altri  casi.  Il  Lodigiano,  come 
accennanuno,  dìstlnguesi  fra  lutti  gli  occidentali,  per  l'uso  di 
terminare  con  vocale  i  plurali  dei  nomi,  dicendo  el  gal,  i  gali, 
h  eà,  le  case;  esso  in  conseguenza  ne  forma,  non  però  sempre 
eccezione.  Cosi  il  Bergamasco,  e  con  esso  la  maggior  parte  dei 
dialetti  orientali,  suol  permutare  la  (  finale  in  i,  nel  plurale  dei 
nomi  e  dei  participj,  dicendo  ot  galj  i  gai,  ol  fai,  i  faè,  e  sl- 
nilì.  Si  danno  parecchie  altre  eccezioni,  cosi  in  questi,  come 
negli  altri  dialetti,  cui  lungo  sarebbe  enumerare;  ciò  nullostante, 
generalmente  parlando,  l' articolo  è  per  lo  ]hù  l'esclusivo  indica- 
tore del  nùmero  nei  nomi  Itnnbardi. 

I  gèneri  sono  due,  maschile  e  femminile;  e  questi  pure  sono 
per  Io  più  contrasegnati  dal  solu  .'irlRolo,  poiché,  csm-iuìo  i  iiimii 
il  più  delle  volle  tronchi,  màni'jmu  della  caratlcrtsVica  finali^ ,  «'he 
b  tutte  le  lingue  e  in  tutti  i  dialelli  neolatini  j 
Cile;  nei  pochi  eccettoati  peraltro  la  i 


!I0  PARTE   PRIMA. 

maschile;  a  il  femiuiniic  singolare  ;  t  ed  e  i  rispettivi  plurali.  Qiil 
però  è  d'uopo  avvertire,  che  non  sempre  il  gènere  dei  nomi  è 
lo  stesso  nei  dialetti  e  nella  lingua  italiana;  ma  talvolta  è  fem- 
minile in  un  dialetto  quel  nome,  eh' è  maschile  in  italiano,  o  in- 
versamente, dicendosi,  on  per,  l'ombrèlaj  la  legnóla  per  una 
peraj  l^ ombrello j  il  pipistrello j  e  slmili;  la  qual  dissonanza  ap- 
pare di  gran  lunga  maggiore,  se  si  confrontino  i  dialetti  lombardi 
col  latino  idioma,  che  pur  ebbe  tanta  parte  alia  loro  formazione. 
Essendo  quest'osservazione  di  somma  importanza  nello  studio 
comparativo  dei  linguaggi,  è  manifesto,  che  farebbe  cosa  molto 
ùtile  alla  scienza  chi,  apprestando  una  lista  dei  nomi  lombardi 
discordi  nel  gènere  dagli  italiani  e  dai  latini,  instituisse  poscia  un 
confronto  col  gènere  dei  loro  corrispondenti  nelle  antiche  favelle 
conosciute  dei  Celti,  degli  Etrusci,  dei  Greci  e  dei  Teutoni,  ciò 
che  porgerebbe  un  nuovo  elemento  per  la  scoperta  dei  rapporti 
e  delle  orìgini. 

Quanto  ai  nomi  propri,  essi  vengono  declinati  in  generale, 
come  in  Italiano,  colle  sole  preposizioni;  rade  volte  cogli  articoli; 
in  essi  per  altro,  più  che  il  modo  d'inflètterli,  richiede  partico- 
lare osservazione  la  strana  forma  materiale,  sopra  tutto  nei  nomi 
di  villaggi,  di  monti,  di  torrenti  e  di  fiumi,  dei  quali  sovente  si 
cercherebbe  invano  congrua  interpretazione,  o  qualche  spontaneo 
rapporto,  nella  lingua  del  Lazio.  Che  anzi  parecchi  fra  questi 
tròvansi  con  egual  forma,  e  talvolta  eziandìo  con  parità  di  circo- 
stanze, ripetuti  in  Francia  e  persino  nella  Gran  Brettagna,  mani- 
festando assai  probàbile  derivazione  dai  cèltici  dialetti,  i  quali 
soli  ne  pòrgono  bastévole  spiegazione.  Ond' è  pur  evidente, 
quanto  sarebbe  ùtile  impresa  il  raccògliere  ed  ordinare  il  mag- 
gior nùmero  possìbile  di  questi  nomi  nel  nostro  paese,  instituendo 
un  confronto  con  quelli  delle  altre  regioni,  onde  poi  rintracciarne 
r  interpretazione  nelle  lingue  ivi  un  tempo  parlate.  Ad  oiTerire 
un  saggio  eziandìo  di  questo  prezioso  elemento,  avevamo  intra- 
preso laboriose  ricerche>,^  riuniti  alcuni  materiali,  quando  fummo 
avvertiti,  che  appunto  ifw  questo  argomento  altri  stava  con  pa- 
zienti  e  coscienziosi  stoidt  lavorando;  sicché,  nella  speranza  di 
vedere  quanto  prima  |yiid)licato  questo  nòbile  tentativo,  con 
maggior  copia  di  notizie/ 9  più  maturati  giudizj,  abbiamo  rinun- 


•■I 


cìalo  all'impresa,  conienti  <li  accennare  a> questa  parttcolarìti 
dei  nostri  dialetti,  ed  alla  irrefragàbile  importanza  della  medésima. 

Gli  aggettivi  subiscono  le  slesse  modilìcazioni  dei  nomi,  coi 
qnali  devono  concordare  in  gènere  e  nìmiero.  Per  la  formazione 
dei  gradi,  ricévono  a  vicenda  gli  aumenti ,  ossia  le  tenninazioni 
in,  ina,  ei,  eia,  et,  etto  pei  diminnlivii  oii,  otia,  a»,  atcia  per  gli 
aumentativi  e  peggiorativi;  isscm,  ìssenia  pei  superlalivi;  ì  quali 
aumenti  equivalgono  esattamente  alle  corrispondenti  desinenze 
italiane  t'n,  ina,  elio,  ella,  elio,  ella,  one,  ona ,  accio,  arina, 
iuimo,  mima.  Si  fanno  pure  comparativi  e  superlativi,  al  modo 
italiano,  premettendo  loro  gli  avverbi  più,  mollo,  e  simili.  Nes- 
suna legge  determina  il  posto  che  occupar  devono  nel  discorso; 
ma  il  solo  uso  prescrive  d'anteporre  gli  uni,  e  di  posporre  gli 
altri  al  nome  cui  vanno  uniti;  cosi  dìcesi  òa  bel  òm,  óa  òm  totìg 
t  sufi/,-  né  è  lécito,  senza  offèndere  l' orecchio,  invertirne  il  po- 
sto, dicendo  o»  òtti  bel,  ón  long  e  »iilil  uni. 

ì  nuinerdli  serbano  pure  la  forma  italiana  o  latina,  più  o  meno 
corrolla,  essendo  in  tutti  i  dialelti  lombardi  ordinati  in  diecine, 
cenlinaja,  ec.  Solo  è  da  notarsi  che,  mentre  in  Italiano  sono  tutti 
indeclinàbili,  tranne  il  primo,  nei  nostri  dialelti  invece  i  primi 
tre.  quando  sono  uniti  a  qualche  nome,  contrasègnano  il  gènere 
con  varia  flessione,  dicendo,  l'm  òm,  dù  ò»ie>i,  tri  ùtiìen,  óna 
dona,  dò  dòn.  Ire  dòn.  Di  più,  quando  il  primo  é  astratto,  o  di- 
ligo dal  nome  al  quale  si  riferisce,  si  cangia  in  vùit,  t>iina,  giiin, 
jiuna. 

I  pronomi  sono  gli  stessi  dei  quali  fanno  uso  tutte  le  lingue 
indo-europee,  ed  alcuni  si  accostano  colle  forme  ancor  piiì  ai 
rèitici  clic  non  agli  italiani ,  sebbene  siano  comuni  del  pari  a 
quelle  lingue.  I  pronomi  personali,  p.  e.,  non  distinguono  nei 
nastri  dialelti,  con  appòsita  voce,  il  caH  retto  dall'obliquo,  o  il 
nominativo  dall'accusativo;  mi  o  me,  ti  o  té,  lii  e  le,  sono  eguali 
in  lutti  i  casi  del  singolare;  come  tiù,  onuii, o  uóttrj9U,vótera 
•iiijòlter,  lur,  lor,  i,  le,  per  i  plurali.  Il  |i:^  pronome  lii  si  can^ 
Uholla  nel  nominativo  in  elj  dicendo  «fd»,  et  crèd,  per  egli 
Hce,  egli  crede  j  ma  per  lo  più  forma  plcvjiasmo,  ^u-compagnanJto, 
'  qua^  rinforzando  il  primo,  essendo  pi^frequenic  l'altrj  forma: 
lóti  diij  l'i  fi  créd,  come  pure  poi  feiapinile,  /(■  la  dis,  le  la 


%f 


PAKTB  PRIVA. 


créd.  Tutti  gli  altri  pronomi  sono  mere  corruzioni  degli  italiani^ 
e  come  questi^  in  parità  di  circostanze^  sono  declinati  ora  colle 
sole  preposizioni  I)  ed  ora  eziandio  coli' articolo. 

Nella  conjugazione  dei  verbi  prevalgono  generalmente  le  forme 
e  le  inflessioni  dei  verbi  italiani  ^  sebbene  alquanto  corrotte  e 
variate.  Quindi  tutti  i  dialetti  lombardi  fanno  uso  dell' ausiliare 
QQerej  per  la  formazione  delle  voci  passate  mancanti^  e  deir  au- 
siliare èssere  per  le  passive,  le  quali  mancano  onninamente.  Troppo 
lungo  sarebbe  per  avventura  T  enumerare  e  precisare  le  tante 
variazioni  che  le  caratteristiche  dei  verbi  subiscono  in  ogni  modo 
e  tempo,  e  in  tanti  dialetti;  siccome  peraltro  serbasi  in  queste 
per  lo  più  una  certa  regolarità  costante  che  si  può  bastevolniente 
rappresentare  in  due  soli  modelli  di  conjugazione,  così  abbiamo 
preferito  metter  questi  sott'  occhio,  in  forma  di  tàvola  comparativa, 
nei  dialetti  rappresentanti  ciascun  gruppo ,  racchiudendo  essi  in 
maggior  copia  le  forme  e  le  proprietà  dei  loro  affini,  tranne 
poche  eccezioni  che  noteremo  a  parte. 


MILANESE 

BERGAMASCO 

ITALIANO 

Modo  Indefinito  (a). 

Tempo  presente 

porta                      porla 

portare 

Tempo  ptusalo 

ave 

porla          ^,!   \     porlàl 

aver        portato 

Tempo  futuro 

ave  de  porla 

"  i  (  de  porta 

aver  da  portare 

Gerundio 

portànd 

{ò)  portando 

portando 

Participio 

porta        1        (e)  portai 

portato 

Modo  Indicativo. 

Tempo  presente. 

mi            porli 

me           porte 

io 

porlo 

ti  té         pòrtet 

té  tè        pórtet  {d) 

tu 

porli 

lù  el        pòrta 

lù  '1         porla 

egli 

porta 

nnn         pòrtem 

mi            pórlem  {e) 
nóteram  pòrta  {f) 

noi 

portiamo 

viàlter   i  ^.^. 

vLr    1  "»'•« 

voi 

portate 

lor           pòrfen 

Tur  i        p< 

9rla               1 

eg1ìn( 

}      portano 

DIALITTI   U IMBARDI. 


35 


Tempo  PafMto  PròstioM. 


mi 

li  té 
liiel 

nùn 


\  porfava  (g) 
I  portavi 

porlàvct 
portava 

portàvem 


Tajoller    \  ' 

I  porlivan 
è  porlaven 


me 

té  tè 

lu  '1 


portàe 

porlàel 
portàa 


Du  porlàem 

nóter  am    porlàa 


VII 

%óter 


io  portava 

tu  portavi 

egli  portava 

noi  portavamo 

voi  portavate 


èglino     portavano 


mi 
li 

lui* 
niin 


\ 


SVé 
'et 


S 
èm 


Tiàller    è 
vùjòller  S  *^' 

lor  àn  / 


me 


porlàef 

lur  i  portàa 

Tempo  PMiato  Perfetto  (A), 
porte,  0V9.  ò        \       io         portai,  ov9,  ho 


té  tè     portèsset,   t'è 

IQ  'I     porte,         l'à     I  -r 

V  e 

no        portèssem^  èm     /  ^. 
nóter    am  porle,  m*à   ■  ** 

lur  I    porte,         i  à  (i)  ) 


tu         portasti,     Ila! 
egli      porlo,         lia 


o 
noi       portammo,  ahb.*  [  E 

voi       portaste,     avete 
èglino  portarono,  hanno 


Tempo  Pomato  Rimoto. 


mi 

ti  le 
lui' 


S  ave\a 
i  avevi 

avévet 

aveva 

avévem 


5 


;;?.l'"      favévef 
vujolter     \ 


lor 

mi 

lise 

lùel 

Dòn 

viàller 


aveven 

porta  ró 

I  portare 
I  portare! 

portarà 
porlarèiD 


me 

té  t' 

lu  r 

nu 
nóier  m' 


le 

iet 

ìa 

ìem 
ìa 


5 

■1 


lor  porUnn 


vu 
vóter 

lur  i 
T 
me 

té  tè 

lù  'I 
nu 


I    ief 

ìa 
pò  Fotoro. 

portare 

portare 
portare 


porta  rem 
nóter  am   porfarà 

{      portarì 

lur  i  portarà 


▼u 
vóter 


io  aveva 

tu  avevi 

egli  aveva 

noi  avevamo     I  %. 

voi  avevate 

èglino  avevano 

io  porterò 

tu  porterai 

egli  porterà 

noi  portareao 

voi  fiorterete 

èglino  porteranno 


u 


PARTE  PRIMA. 


Tempo  Fataro  Paisato. 


mi 
li  té 
lù  V 

nun 

viàller 
viijòller 

lor 


lavró 
lavorò 

javré 
) avare 

)avrà 
j  avara 

)  avrèm 
i  ava  rem 

avri 
avari 

\  avràn 
) avaràn 


o 
pi 


me 


té  t' 


lù  1* 


avrò 


avré 


avrà 


nu  avrcm 

nóter  m*    avrà 


o 


vu 
voler 

lur  i 


avn 


avrà 


eh»  e! 


che 


porla 
porla 

porlèm 

porte 

pòrten 


che  mi 
che  ti  té 
che  lù  e1 

che  nÙD 


porta 

pòriet 

porla 

pòrtem 


che  lor  pòrten 


lo 


tu 


avrò 


avrai 


egli        avrà 


noi 


voi 


avremo 


avrele 


èglino    avranno 


che  mi 

che  ti  té 

che  lù  el 

che  nùn 


portàss 

porlàsset 

portàss 

portàssem 


che    lor  portàssen 


Modo  Imperativo. 

porta 
al     porle  lù 

portèm 

porle 

eh' i  porte 

Modo  Congiuntif^o. 

Tempo  Presente. 

che  ine  porle 

che  le  tè         pòrte t 
che  lù  'I  pòrte 

che  ì  °"  PÓrlem 

\  nóter  am  porte 

«'•«}  voler     Ip»'»*»"'*' 
che  lur  i         porte 

Tempo  Passato  Pròssimo. 

che    me         porlèss 

che    té  tè      porlèsset 

che    lù  '1       porlèss 

. ,  I  nu  porlèssem 

^°®)  nóter      am  portèss 

"''^Ivóter  {  P^'-««'^*^' 
che   lur  1      portèss 


porla 
porli 

portiamo 

portale 

pòrtine 


eh'  io 
che  lu  . 
eh'  egli 

che  noi 

che  voi 
eh'  èglino 


eh'  io 
che  tu 
ch'egli 

che  noi 

che  voi 
ch'eglino 


porli 
porti 
porti 

portiamo 

portiate 
portino 


portassi 
portassi 
portasse 

portassimo 

portaste 
portassero 


rbe  mi 
ifa  li  1' 


tbe      -'"'      abief 
the  tor  àbien 


abbia 


che  té  t' 
rhè  lu  r    j 


àbie       1 1 


|«birghtrl 


Tcapn  FuMto  Riaoto. 


elle  IP  l' 
elle  lu  r    , 


ch'io 

ch«  lu        abbi 

cli'cgti      abbia 

cbe  noi      abblamof  ^ 

abbblc  ' 
cirègliRO  abbiano  j 

eh'  io  QTeMi 

che  tu        ave»! 

ch'egli  avesse 

clic  noi  avessimo  J  S" 


elle 


Bluri    }- 


ch'eglino  avèwero   I 


Coodiiiaute  PrcMole. 
portare! 
!  porlaréuel 


parlerei 
porle  resti 
porterebbe 


porta  rèuef 
porlarèf 


20 


PARTE  PKIMA. 

Condizionale  Pasfato, 


mi 

avria 
avarèss 

1 

me 

avrèf 

io 

avrei            i 

ti  tè 

1  avriet         1 
)  ava  rèsse!    1 

le  t' 

avrèsset 

lu 

avresti        | 

luT 

1  avria          | 
)  avarèss       \  "g 

1    "^ 

lar 

avrèf 

^^ 

egli 

avrebbe     1  *§ 
V  2, 

nun 

avrìem       [  ». 
avarèssom  l 

nu             1 
nóter  m*  i 

Bvrèssem 
ivrèf 

'e- 

noi 

/  ^ 
avremmo    1  ® 

viàlter     avrief         l 
vujòllcr  avarèsscf     i 

VII           è       , 

voler    (     * 

ivrèssef 

• 

voi 

avreste        1 

lor 

avrien          1 
avarèsscn  J 

lur  1          avrèf 

égli  ne 

)    avrebbero    ^ 

Modo  Indefinito 

• 

Tempo  presente 

legni 

lègn   0 

legni 

tenere 

Tempo  passalo 

ave          legnB 

VI             \ 

tegnit 

aver       tenuto 

Tempo  futuro 

ave  de     legni 

ai  de 

legni 

aver  da  tenere 

Gerundio 

1 tegnénd 
ì  tegnìnd 

tegnendo 
tegnindo 

1  tenendo 

Participio 

legnil 

tegnit 

tenuto 

Modo  h 

^dtca^fpo 

• 

Tempo  ] 

Pretente. 

mi 

tègni 

me 

lègn  e 

io 

tengo 

ti  té 

tègnet 

le  tè 

tègnet 

lu 

tieni 

lùel 

tén 

lu  '1 

le 

egli 

tiene 

nùn 

tègnem 

nóler 

i  tègnem 
jam  té 

noi 

leniamo 

viàller 

legni 

voler 

legni 

voi 

tenete 

lor 

lègncn 

lur  i 

té 

èglino 

tengono 

Tempo  Paufl 

ito  Pròssimo. 

mi 

(egneva 
legni  va 

me 

tegnie 

io 

teneva 

ti  té 

\  tegnévet 
ì  legni vet 

le  tè 

legniet 

tu 

tenevi 

Itiel 

i tegneva 
i  legni  va 

liin 

tegnia 

egli 

teneva 

DÙQ 

)  tegnévem 
ì  tegnivem 

nóter         ^ 

,  legniem 
fam  tegnia 

noi 

tenevamo 

viàller 

1 tegnévef 
\  tegnìvef 

voler 

legnief 

voi 

tenevate 

lor 

1  tegnévei 
1  tegniver 

;   1 

lur  i 

tegnia 

èglinc 

1    tenevano 

DIALETTI   LOMBARDI. 


27 


mi 

0 

\ 

1 

\\V 

è 

lui' 

OÙD 

a 
em 

fi 

viàller 

avi 

lor 

àn 

Teapo  Pattato  Perfidio 

me       tegnè,  wv.  ò 
té  tè    tegoèsset ,  t' è 
lù 'I     tegnè,         ''^f- 

)aiD  tegne,    in'a[  - 
vótcr    tegnèssef,     i 
lur  i     tegnè,  i  à 


io 
tu 
egli 

noi 


tenni,  oi'f^.  ho 
tenc<ili ,  hai 
(enne,        ha 


B 

e 
o 


tenemmo,  abbiamo/  s> 

voi       (cnesle ,     avete 
èglino  tennero,     hanno 


mi  aveva 

ti  té       avévet 
lù  1'       aveva 


nun 


avevem 


viàller   avévef 
lor         avéven 


OC 


Tempo  Passato  Rinoto. 


me 
té  r 
lù'l 

nótcr 

voler 
lur  i 


le 

iet 

ia 

S  iem 
f  m'ìa 

ìef 

ìa 


9 


IO  aveva 

tu  avevi 

egli  aveva 

noi  avevamo     /  ^ 


voi         avevate 
èglino    avevano 


e 
o 


Tempo  Futuro. 


mi 

(ite 

lùel 
nÙQ 

viàller 
lor 


tegoaró 

S  legna rét 
' tegnaré 

legna rà 

legna  rem 

tegnari 

tegnaràn 


mi 

lite 
lui' 


)avro 
ì avaro 

)  avré 
/avare 

\  avrà 
/ avara 

)  avrèin 
/  avarèm 


a 


viàller  »  «^" . 
/avari 

lor       \  *vràn 
I avaràn 


me 
le  tè 
Ili  'I 

nóter 

voler 
lur  i 


tegnirò 

legni  ré 

tegnirà 

S  legni  rem 
)am  tegnirà 

legnirì 

tegnirà 


Tempo  Fatoro  Passato. 


uìé 


le  l* 
lu  1' 
uòler 
voler 
lur  i 


avrò 


avrei 


avrà     [  ^ 

cn 

)  avrèm 
'  m'avrai 

avrì 


avrà 


IO 

tu 
egli 

noi 

voi 


terrò 
terrai 
terrà 

terremo 

terrete 


èglino    terranno 


10 

tu 
egli 
noi 
voi 


avrò 

avrai 

avrà 

avremo 

avrete 


a 
e 


I 


èglino    avranno 


3K 

PARTE   PRIMA. 

« 

Modo  Imperaiko. 

tèli 

tè 

tieni 

ch'el 

legna 

al        Icgne 

tenga 

tegnèm 

tegnèm 

teniamo 

legni 

tcgni 

tenete 

che 

tègnen 

eh' i    tègne 

tengano 

che  mi         tègna 
che  ti  té      tègnet 
che  lù  et     tègna 

che  nun      tègnem 

che  viàllcr  legni 
che  lor        tègnen 


cheli  té    »|««"èsse» 
)  tegnisset 

cbeluel   !»««»?» 
\  tegniss 

chenao     JJ^Snèssem 
\  tegnissem 

cheviàUcrll"»"?**'/ 
)  tegniuef 


che  lor 


i  tegnèsseu 
)  tegnìssen 


che  mi        àbia 

che  ti  t'      àbiet 

che  Ili  1'     àbia 

che  niin      àbiem 
che  viàlter  àbief 
che  lor        àbien 


Modo  Congiunlko, 

Tempo  Presente, 
che  me  tègne 

tègnet 
tègne 

cbènóler      \^^Z.. 
I  ani  tegne 

tegnighef 

tègne 


che  té  tè 
che  lù  M 


che  voler 
che  lur  i 


Tempo  PaMato  Pròssimo. 


che  me 
che  te  tè 
che  lu  '1 


legnèss 

legnèsset 

tegnèss 


che  Doler      M«8n^«™ 
)  am  legness 


che  voler 
che  lur  i 


tegnèssef 
tegnèss 


ch'Io 
che  lu 
eh'  egli 

che  noi 

che  voi 
ch'eglino 

eh'  io 
che  tu 
ch'egli 
che  noi 
che  voi 
ch'eglino 


tenga 
tenga 
tenga 

teniamo 

leniate 
tengano 

tenessi 

tenessi 

tenesse 

tenessimo 

teneste 

tenessero 


9 


Tempo  Passato  Perfetto. 

..      .     tabe 
che  me     j^j^j^ 

<^»^ètét'jì^^\ 

chènóter}*^,!^'» 
}  m'abe 

che  voler   abièghef  ' 


ch'io 

che  tu 

eh'  egli 

che  noi 
che  voi 
eh'  èglino 


abbia 

abbia 

abbia 

abbiamo 

abbiate 

abbiano 


2 

s 


DIALETTI    LOMBARDI. 


29 


Tempo  Pattato  Riaolo. 


cbe  mi         avèss 

cbe  li  le      avèsset 

che  fu  1'      avèss 

cbe  niin       avèssem' 

cbe  via  Iter  avèssef 

che  lor         avè^sen 


3 


less      « 
iaèss 


cbe  me 

che  (é  t' 

che  lu  1' 

che  nólcr      }  **?«""  (  ^ 


I  èsset 
ì  aèsset i 

Mèta    l  n 


che  voler 


ì  m*aèss| 

I  èssef 
ì  aèssef 


chèluri        5*?^       : 
)  aess     / 


Condiziooale  Pretente. 


ch'io 


avessi 


che  tu       avessi 


eli' egli      avesse     I  ^ 

'    et 

a 

e 

che  noi     avessimo/  o 


cbe  voi      aveste 


eh'  èglino  avessero 


.         I  legnarla 
mi         », 

I  tegnaress 

li  té   1  •«?""'."' . 

I  tegnaresset 

lu  el      )  1^8"»"* 
ì  tegnaress 

4  legna  riem 
)  tegnarèssem 

viàUer  1  [««narìef 
l  legna  resse! 

lor       Stegnarien 
I  legna  rèssen 


nuQ 


me 


légni  rè f 


té  tè  légni rèssel 


lù'1 


légnirèf 


'am  tegniref 
vóter  tégnircssef 

lur  i  tégniréf 


Condiaionale  Passato. 


io 


tu 


terrei 


terresti 


egli        terrebbe 


noi         terremmo 


voi         terreste 


èglino    terrebbero 


mi 

(ite 
lui» 
oòn 


)  avrìa 
iavrèss 

tavriet 
)  avrèsset 


I.V 

/av 


na 
rèss 


lavnem 
i  avrèssem 


D 

e» 


Tiàltcr  l  *^n«'  , 
ì  avressef 


1 


avresseo 


me 


le  V 


lui* 


nóter 


avrèf        \ 


avrèsset 


avrèf 


te 


)  avrèssem  j  =• 
t  nT  avrèf 


vóter         avressef 


lur  i 


avrèf 


io  avrei 

tu  avresti 

egli  avrebbe 

noi  avremmo 

voi  avreste 

èglino  avrebbero   ] 


B 

e 


(hsen>aziont.  (a)  Non  permettendoci  la  natura  del  soggetto  di 
<^ntrare  in   ragionamenti  sulla  improprietà  delle  denominazioni 


50  PARTE  PRIMA. 

usate  dai  Grammàtici  per  distinguere  i  varii  modi  e  tempi  nei 
verbi^  e  desiderando  d'altronde  d'essere  agevolmente  intesi,  ab- 
biamo adottato  le  più  comuni  nei  modelli  di  conjugazione  da 
noi  proposti;  non  possiamo  peraltro  tralasciar  d' avvertire,  che 
sono  per  lo  più  improprie  od  erronee,  e  facciamo  voti,  onde  i 
filòlogi  v'apprestino  finalmente  d'accordo  opportuno  rimedio. 

(6)  Il  gerundio,  in  forma  di  nome  verbale,  come  portante,  leg- 
gente e  simili,  non  viene  mai  usato  nei  dialetti  lombardi,  se  non 
per  esprimere  qualche  grado,  ufficio,  professione  o  mestiere, 
come  el  tenéntj  l^ajiUdnty  el  stùdéntj  el  cavalàntj  diversamente 
viene  espresso  colla  frase:  che  tiene  o  che  teneva j  che  studia  o 
che  studiava. 

(e)  Il  participio,  come  abbiamo  altrove  accennato,  varia  di  forma 
in  alcuni  dialetti.  Nel  Lodigiano,  oltre  alle  terminazionia^  àtj  ha  tal- 
volta ancora  ai,  It,  ùtj  dicendo  lassàt,  fai,  andai,  setìtit,  vedut,  ec. 
Nel  Ticinese  invece  distlngiionsi  le  desinenze  ào,  òu,  ó,  èi,  èie,  come 
anddo,  bacini, damò ^nèè,  lroviièj\ìer andato,  baciato,  chiamato, 
andato,  trovato.  Per  lo  più  si  fanno  anche  femminili  in  tutti  i  dia- 
letti colle  terminazioni  ada,  ida,  ùda,  come  andada,  sentida,  tegni- 
da,  vegnilda,  per  andata,  sentita,  tenuta,  venuta.  Si  fanno  anche 
plurali  in  alcuni  dialetti,  cangiando  la  terminazione;  il  Bergamasco 
muta  il  (in  ^  pel  maschile,  e  vi  aggiunge  un  e  pel  femminile, 
dicendo  fai,  andàè,  per  fatti,  andati;  face ,  audace,  per  fatte,  an- 
date; ovvero,  come  altri  dialetti  orientali  ed  occidentali,  termina  il 
femminile  in  ade,  dicendo  portade,  malade,  per  portate,  ammalate. 

(d)  Questo  pleonasmo,  costante  nella  seconda  e  terza  persona 
singolare  di  tutti  i  tempi,  e  in  ogni  verbo,  è  comune  a  tutti  i 
dialetti  dell'alta  Italia,  ed  è  proprio  eziandio  dei  dialetti  armòrìci 
e  càmbrici,  i  quali,  nella  conjugazione  detta  dai  Granuuàtici  im- 
personale, perchè  distacca  il  pronome  dalla  radicale  del  verbo, 
ripètono  il  pronome  in  tutte  le  persone,  dando  al  verbo  una  sola 
inflessione  in  tutto  il  tempo.  All'incontro  nella  conjugazione  detta 
personale  suffìggono  al  verbo  il  secondo  pronome,  il  quale,  più 
0  men  modificato,  vi  tien  luogo  d'inflessione;  e  di  ciò  pure  scòr- 
gesi  traccia  manifesta  nelle  seconde  persone  dei  verbi  lombardi, 
terminanti  per  lo  più,  nel  singolare,  in  t,  e  nel  plurale  in  v  ed  f, 
che  equivalgono  ai  rispettivi  pronomi  (i  o  té,  vii  o  vu.  Sìmil- 


DULCITI  LOMBARDI.  3i 

mente  è  proprietà  esclusiva  dei  dialetti  càmbrici  l'uso  d'inter- 
porre fra  il  pronome  ed  il  verbo  la  particella  eufònica  a^  ciò 
che  non  di  rado  si  osserva  in  quasi  tutti  i  dialetti  lombardi,  ai 
quali  è  comune  la  fonna  me  a  oOj  té  a  t'  cantei,  corrispondente 
all'armòrìca  me  a  ia,  té  a  gdìij  vale  a  dire,  tò  vadOj  tu  canti. 

(e)  É  da  notarsi  la  simiglianza  dei  pronomi  bergamaschi  nu  e 
nóter^  9U  e  vóter,  ai  francesi  corrispondenti  nous  e  nous^autres, 
^ous  e  vous-autre»,  Nóter  e  ^àter  sono  più  frequentemente  usati; 
che  ann  ^ler  e  gli  equivalenti  viàlterj  vSjòlter  e  slmili,  si  im- 
piegano, in  tutti  i  dialetti  lombardi,  esclusivamente  nel  nùmero 
plurale,  quando  cioè  si  parla  con  più  persone;  mentre  il  vu  ojp/i 
non  si  usa,  se  non  parlando  con  una  sola  persona,  come  suole 
generalmente  la  lingua  francese. 

(/)  Questa  forma,  strana  in  apparenza,  è  propria  ancora  dei 
dialetti  armòrìci  e  càmbrici,  i  quali  formano  allo  stesso  modo  la 
prima  persona  del  singolare,  dicendo,  wé  am^  ovvero  em,  bòa, 
me  am  boé ,  per  io  a^eva^  io  ebbi;  ove  am^  ovvero  em^  signifi- 
cano io  y  e  formano  il  pleonasmo  summcntovato.  Il  Bergamasco 
impiega  la  particella  am^  quando  il  verbo  incomincia  per  con- 
sonante, come  appunto  nóter  am  porta ,  noi  portiamo  j  quando 
peraltro  incomincia  per  vocale,  sopprime  la  vocale  a,  dicendo 
nóter  mUa.,  nóter  m^ardèsSj  per  noi  aiCi^amOj  noi  osiamo, 

{g)  >'ei  dialetti  rùstici  occidentali  viene  permutata  la  caratte- 
ristica ava  in  cca^  cva  in  tVa^  àss  in  èsSj  èss  in  iss^  in  tutti  gli 
imperfetti;  dicendosi  portela ^  tegniva^  andèsSj  vorìssj  per  por- 
iQfHiy  tegnevaj  andàss,  vorèss. 

(h)  Il  Milanese  urbano  è  forse  il  solo  fra  i  dialetti  lombardi 
che  ha  smarrita  da  qualche  generazione  la  voce  sémplice  del 
passato  perfetto,  alla  quale  sostituì  il  verbo  ausiliare  col  parti- 
cipio. In  tutti  gii  altri,  comprèsovi  il  Milanese  rùstico,  sussiste 
tutt'ora,  sebbene  venga  adoperata  solo  in  alcune  persone,  ed  in 
determinate  circostanze. 

(i)  Il  verbo  acere^  in  tutti  i  nostri  dialetti,  serba  la  forma  sopra 
indicata,  solo  quando  fa  T ufficio  di  ausiliare;  ma  quando  è  solo, 
e  dinota  possesso,  assume  in  tutte  le  sue  voci  la  particella  affissa 
fjf^ogh'j  dicendosi:  mi  gh'ó,  ti  té  gh'ét.  Hi  el  gh'àj  ec;  e 
<^ni$poDde  alla  particella  dj  adoperala  collo  stesso  verbo  e  nello 

6 


5^  PARTE   PRIMA. 

Stesso  modo^  in  alcuni  dialetti  toscani,  come:  io  ci  hOy  iu  ci  haij  ec. 
Questo  affisso^  il  quale,  unito  al  possessivo^  è  puramente  eufònico 
nei  dialetti  lombardi,  del  pari  che  nei  toscani,  equivale  al  pronome 
personale  a /ut^  0  a /ei^  0  a  loro  j  se  è  unito  air  ausiliare  ;  p.  e.,  mi 
gh*ó  ón  caoàly  Hi  el  gh*  aveva  óna  càj  significano  io  ho  un  ca- 
vallo j  egli  aveva  una  casa;  e  in  quella  vece,  ti  te  gh'è  fat^  nóter 
gh'èm  dé(j  significano  tu  gli  (o  le)  Imì  fatlo^  noi  abbiamo  detto 
a  luij  0  a  leij  o  a  toro.  Il  participio  di  questo  verbo  assume 
pure  varie  forme  nei  varii  dialetti  ;  vale  a  dire,  negli  occidentali, 
aviij  abilj  biii^  biij  e  negli  orientali  avìt,  aitj  vìtj  ìt.  Il  Bergamasco 
adopera  il  participio  vitj  quando  è  preceduto  da  consonante,  e 
sopprime  la  v^  se  la  lèttera  precedente  è  vocale,  come:  Gh'àl 
vìt  frèè?  No  gh'ò  tt  gnè  frèè^  gnè  còld;  cioè:  J/a  avuto  fred- 
do? Non  ho  avuto  ne  freddo,  né  caldo.  Oppure:  Quace  sèèègh'àl 
vìt?  Al  ghe  n*à  ìt  sic.  —  Quanti  figli  Im  avuto?  Ne  ha  avuto 
chique. 

In  onta  alle  precedenti  osservazioni,  appare  manifesta  dal  sin 
qui  detto  la  complessiva  consonanza  dei  dialetti  lombardi  colla 
lingua  italiana,  nelle  forme  grammaticali;  ma  se  poniamo  a  ris- 
contro la  rispettiva  loro  sintassi,  e  il  modo  vario  di  fraseggiare, 
questa  consonanza  dispare;  dappoiché  nei  dialetti  le  leggi  del 
reggimento,  la  costruzione  delle  frasi  ed  il  frequente  concorso 
di  tropi  e  di  figure,  divèrgono  talmente  dalla  struttura  lògica 
della  lingua  italiana,  da  formarne  altrettante  lingue  didercnti. 
Di  qui  appunto  deriva  la  difficoltà  che  proviamo  d'apprèndere 
e  trattare  convenevolmente  l'italiana  favella,  perchè  essenzial- 
mente discorde  neir  organismo  concettuale  da  quella  che  parlia- 
mo; ed  in  ciò  consiste  la  norma  fondamentale  che  può  èsserci 
scorta  sicura  a  discoprire  ì  rapporti  e  le  orìgini  di  tanti  linguaggi. 
Siccome  per  altro  ad  instituire  una  ragionata  anàlisi  di  questa 
concettuale  stnittura  di  tante  favelle  diverse,  richiederèbbonsi 
molte  nozioni  preliminari,  estese  ricerche  e  multiformi  confronti 
che  di  troppo  eccederebbero  i  lìmiti  d'un  sémplice  Saggio,  così, 
a  pòrgere  sott' occhiò  la  complessiva  dissonanza  concettuale  tra 
i  dialetti  e  la  lingm  scritta^  abbiamo  preferito  apprestare  la  ver- 
sione della  Paràb(4fl  del  figlìuol  pròdigo,  in  tutte  queste  favelle, 
onde  lo  studioso  possa  instituime  agevolmente  da  sé  T  opportuno 
confronto. 


CAPO  II. 

Versione  della  Paràbola  del  ftgliuol  pròdigo  j 
tratta  da  s.  Luca ,  cap,  XF,  nei  principali  dialetti  lombardi. 

Onde  agevolare  la  lettura  dei  seguenti  Saggi  coir  orto  grafia 
per  noi  stabilita  a  rappresentare  in  iscritto  nel  modo  più  sem- 
plice tante  dissonanti  favelle^  abbiamo  creduto  opportuno  pre- 
mettere un  prospetto  dei  segni  convenzionali  ivi  impiegati^  col 
rispettivo  loro  valore,  riassumendo  così  quanto  abbiamo  diffusa- 
mente esposto,  a  questo  propòsito,  neW Introduzione. 

In  generale  V  ortografia  da  noi  adottata  si  è  la  comune  italiana, 
sulla  cui  norma  devono  esser  letti  tutti  i  Saggi  vernàcoli  prodotti 
nel  corso  di  quest'  òpera.  I  nuovi  segni  introdotti  a  rappresentare 
isnoni  dagli  italiani  discordi,  o  pei  quali  la  comune  ortografia 
italiana  non  ha  determinato  segno  rappresentativo,  «Jono  i  seguenti  : 

Per  le  vocali, 

à   equivale  al  suono  misto  w  dei  Latini  in  proster^  rosee;  ed  al 

dittongo  ai  dei  Francesi,  in  plaire^  niais;  di  que- 
sto non  porge  verun  esempio  la  lingua  italiana. 

^        '•       alla  e  aperta  degli  Italiani  in  bello  ^  cappello,  petto, 

«        »       alla  e  stretta  in  cielo,  neh, 

^  "  alla  ò  dei  Tedeschi  in  hòren,  Tochterj  ed  ai  dit- 
tonghi eUj  OBU  dei  francesi,  in  feu,  i^oleur^  moBurs, 
coBur. 

ò        :j        alla  0  aperta  in  porta,  vòrtice^  amò. 

ò        »        alla  0  stretta  in  volo^  mollo,  popone, 

^        ^        alla  ti  dei  Tedeschi  in  HUlfe,  nben,  fiihlen;  ed  alla 

u  dei  Francesi  in  usage,  tétu. 

.  9 

Per  le  consonanti. 


99 


al  suono  dolce  della  stessa  lèttera  in  cer{;0j  cibo. 
Cicerone,  '* 


54  PARTE  PRIMA. 

g   equivale  ai  suono  dolce  della  stessa  lèttera  in  germe ^  giro, 

aggiùngere. 

s  »       al  suono  delle  se  unite  in  scemare  j  scimmia  _,  sci- 

mitarra. 

z  "       al  suono  francese  delle  j  e  gf^  in  joli^  bijout^  genre^ 

plonger. 

h  >•       quando  non  è  preceduta  dac^odagr^è  segno  di 

aspirazione. 
'Gli  accenti  in  generale  segnano  ancora  il  posto,  nel  quale  deve 

posare  la  voce.  L'accento  circonflesso  dinota  suono  prolungato. 
Abbiamo  poi  premessa  la  versione  italiana  della  Paràbola,  per 

agevolare  ai  meno  periti  neivarii  dialetti  l'interpretazione  delle 

altre,  non  che  per  rènderne  più  fàcile  il  confronto. 


DIALETTI   LOMBARDI. 


35 


Dngua  Italiana. 


il.  Un  uomo  avevi  due  figliuoli  ; 

is.  E  il  più  giovine  di  loro  disse 
al  padre:  Padre,  dammi  la  parte  dei 
beni  che  mi  tocca;  e  il  padre  sparti 
loro  i  beni. 

fls.  E,  pochi  giorni  appresso,  il  fi- 
gliuol  più  gióvane,  raccolta  ogni  cosa, 
^e  n''aDdò  in  paese  lontano,  e  quivi 
dissipò  le  sue  facoltà,  vivendo  disso- 
latamente. 

14.  E,  dopo  ch'egli  ebbe  speso  ogni 
cosa,  una  grave  carestìa  venne  in  quel 
pae>e  ,  tal  eh'  egli  cominciò  ad  aver 
bisogno  ; 

18.  Ed  andò,  e  si  mise  con  uno  de- 
gli abitatori  di  quella  contrada,  11 
quale  lo  mandò  a'  suoi  campi  a  pa- 
sturare i  porci. 

16.  Ed  egli  desiderava  d'empiersi 
il  corpo  delle  sìlique,  che  i  porci  man- 
giavano; ma  niuno  gliene  dava. 

17.  Or  y  ritornato  a  sé  medesimo , 
disse:  Quanti  mercenari  di  mio  pa- 
dre hanno  del  pane  largamente,  ed 
io  mi  muojo  di  fame. 

18.  Io  mi  leverò,  e  me  n* andrò  a 
mio  padre,  e  gli  dirò:  Padre,  lo  ho 
peccato  contr'al  cielo,  e  davanti  a  te; 

19.  E  non  son  più  degno  d' èsser 
chiamato  tuo  figliuolo;  fammi  come 
lino  de'  tuoi  mercenari. 

so.  Egli  dunque  si  levò,  e  venne  a  suo 
padre;  ed  essendo  egli  ancora  lontano, 
suo  padre  Io  vide,  e  n'ebbe  pietà;  e 
corse,  e  gli  si  gettò  al  collo,  e  lo  baciò. 

21.  E  'I  figliuolo  gli  disse:  Padre, 
io  ho  peccato  contr'al  cielo,  e  davanti 
%  te  ;  e  non  son  più  degno  d' èsser 
chiamato  tuo  figliuolo. 

li.  Ma  il  padre  disse  a' suoi  servi- 
<Ìori  :  Portate  qua  la  più  bella  vesta. 


e  vestitelo,  e  mettetegli  un  anello  in 
dito,  e  delle  scarpe  ne'  piedi; 

ss.  E  menate  fuori  il  vitello  ingras- 
sato, ed  ammazzatelo;  e  mangiamo, 
e  rallegriàmci  ; 

84.  Perciocché  questo  mio  figliuolo 
era  morto ,  ed  è  tornato  a  vita  ;  era 
perduto,  ed  è  stato  ritrovato.  E  si  mi- 
sero a  far  gran  festa. 

Sft.  Or  il  flgliuol  maggiore  d' esso 
era  a'  campi  ;  e ,  come  egli  se  ne  ve- 
niva, essendo  presso  della  casa,  udì 
Il  concento  e  le  danze. 

se.  E,  chiamato  uno  de' servitori , 
domandò  che  si  volèsscr  dire  quelk; 
cose. 

87.  Ed  egli  gli  disse:  Il  tuo  fratello 
è  venuto ,  e  tuo  padre  ha  ammazzato 
il  vitello  ingrassato,  perciocché  l'ha 
ricoveralo  sano  e  salvo. 

28.  Ma  egli  s'adirò,  e  non  volle  en- 
trare :  laonde  suo  padre  uscì ,  e  lo 
pregava  d'entrare. 

S9.  Ma  egli,  rispondendo,  disse  al 
padre:  Ecco,  già  tanti  anni  io  ti  servo, 
e  non  ho  giammai  trapassato  alcun 
tuo  comandamento  ;  e  pur  giammai 
tu  non  m'hai  dato  un  capretto >  per 
rallegrarmi  co'  miei  amici  ; 

30.  Ma  quando  questo  tuo  figliuolo, 
ch'ha  mangiati  i  tuoi  tieni  con  le  me- 
retrici, è  venuto,  tu  gli  hai  ammaz- 
zato il  vitello  ingrassato. 

SI.  Ed  egli  gli  disse:  Figliuolo,  tu  sei 
sempre  meco,  ed  ogni  cosa  mia  è  tua; 

ss.  Or  conveniva  far  festa ,  e  ral- 
legrarsi ;  perciocché  questo  tuo  fra- 
tello era  morto,  ed  è  tornato  a  vita  ; 
era  perduto,  ed  è  stato  ritrovato. 
Tratta  dalla  sacra  Bibbia 

volgarizzata  da  Giovamni  Diodati. 


36 


PARTE  PftlMA. 


DliLLETTO  MlLA!IE8E. 


II.  Ch'era  ón  òm  ch'^el  gh** avevi 
dQ  fio; 

18.  E  '1  pussé  gióvén  de  lór  el  gh'à 
dit  al  pàder:  Pà,  dém  la  pari  che  me 
tóca  del  fat  nòst;  e  lù  el  gh'à  sparti 
fora  la  sostanza. 

18.  De  li  a  poc  di,  el  fiS  minor  rà 
fò  su  tut  el  bolgiòt,  ere  gira  fort  in 
d'ón  paés  lontàn ,  e  là ,  in  mane  de 
quèla ,  r&  butà  via  el  fat  so  a  fùria 
de  baracà. 

14.  Dopo  che  rà  avfi  trasà  tus- 
còss ,  è  vcgnfi  in  quel  paés  6na  gran 
carestia ,  e  lu  T  à  comenzà  a  trovàss 
ai  strcò; 

i«.  E  rèandà,  e  'I  s'è  tacà  a  vun 
de  quel  paés  là,  ch'el  rà  manda  in 
la  sóa  campagna  a  cascia  fora  i  porscèi. 

le.  E  M  sùssiva  de  impieniss  el  vén- 
ter  confi  giand,chc  mangiàven  i  ani- 
mài;  ma  nissùn  ghe  ne  dava. 

17.  Tornànd  alóra  dénter  de  lu,  l'à 
dit:  Quanti  persònn  paga  in  cà  de  mò 
pàder  gh'àn  pan  a  sbac ,  e  mi  chi 
crepi  de  fàm. 

18.  Levare  sii,  e  andaró  de  me  pà- 
der, e  ghe  dirò:  Pà,  I'  ó  fada  grossa 
in  facia  al  ciél ,  e  in  facia  a  vii  ; 

19.  Mi  sont  pii  dègn  de  vcss  ciamà 
vost  fl3;  fé  ciint  che  sia  come  viin  di 
vòstcr  servitór. 

so.  E  levànd  sii  el  s*  è  invia  de  so 
pàder.  L' èva  ancamò  lontàn  on  toc , 
che  so  pàder  el  rà  ved8 ,  el  s'è  in- 
teneri de  compassióne  el  gh'è  còrs  in- 
contra, el  gh'à  tra  i  braS  al  col,  e  'i 
r  à  basa  su. 

SI.  El  fl8  el  gh'à  dit:  Bà,  ró  fada 
grossa  in  facia  al  ciél  e  ij^  facia  vo- 
stra; mi  sont  pù  dègn  de'tèss  ciamà 
vost  fi8.  V 


ss.  Ma  '1  pàder  Tà  dit 
tór  :  Alto,  andèm ,  porte  ci 
vesti ,  metighel  sii ,  dégt 
mèt  in  dit ,  e  di  scarp  et 
biòt; 

ss.  E  mene  fora  el  vitel  | 
e  mazzél,  e  mangèm  e  stè 

S4.  Perchè  sto  me  fio  eh 
e  l'è  resiiscità;  l'era  pèrs  e 
E  s' in  miss  a  sganassà. 

s«.  Intanta  el  fio  magiói 
a  la  campagna  ;  e  in  del 
sinàss  a  la  cà.  Fa  senti  a  » 
a  la  pii  bela. 

se.  E  rà  ciamà  viìn  d 
e  'I  gh'à  dimanda  cesse  gh' 

57.  Costii  ci  gh'à  dit  :  É 
del,  e  so  pàder  V  à  fa  ms 
tèi  pii  grass,  per  avèl  rici 
salv. 

88.  Alora  rè  monta  in 
voreva  nanca  andà  de  d^ 
pàder  Tè  vcgnii  fora  1u ,  e  1 
a  pregai. 

89.  Ma  queP  òlter  Far 
pàder,  e  rà  dit:  L'è  chi  e 
che  ve  servi ,  e  che  no  sfai 
vost  comand;  e  no  m'avi  mai 
ca>Tèt  de  pastegià  cont  i 

50.  Ma  dopo  eh' è  ton 
chi ,  che  r  à  divora  tiìt 
cont  i  sgualdrin,  avi  ma: 
in  grassa. 

81.  Ma  Ifi'1  gh'à  dit:  Fi 
set  sémper  insèma  a  mi, 
che  gh'ó  rè  roba  tóa; 

58.  Ma  giano  se  podéva  ( 
de  fa  ón  disnà .  e  ón  pò  d 
perchè  sto  lo  fradèi  Pera 
resuscita;  Pera  pèrs  e'I  s' 

D/  Gio.  1 


rt.  Ca  om  ti  gV»ren  dà  fluì; 

it.  E1  pù  glóvlD  H  ghè  dite  II 
ptder:  0  pàder,  d«m  quel  che  me 
vp;[i;eMi  pàder  el  gb' >f partii  el  so. 

II.  E  pavàl  miga  Unt  lemp,  stu 
lai  rà  (ài  Mie  M  robe,  e  «e  n'andè 
in  on  p>és  bni  lootàa ,  e  là  ri  bi  tura 
luti ,  TiTénd  da  UberlèD. 

14.  E  dopo  d'ave  avìit  lui  coiuQ- 
m*i.  è  vignul  una  graii  talMiria  In 
qatt  PM9,  e  rà  eonw&iàt  aMnle  la 
fu; 

i(.  E  lù  là  lai  sii,  e  1  s'è  miss  a 
padroo  «tu  ud  «iàr  del  sil.eb'el  là 
■andai  a  fura  a  cmà  i  ròf. 

la.  E  fb'  è  ligsùl  Ad  ^"uja  de  i 
ttn  de  le  giaode  di  ròi  ;  na  olsnun 

IT.  El  gh'à  pensai  si,e  rà 
Quanti  sar\  ìlari  gh'r  in  eà  de  Me  pà- 
der, ek'i  fbàn  pan  deslrasà, 
■uri  de  Um. 

<■.  TBdaro«à,e  aodarò  da  né  pà- 
itr,  e  fhe  di«ara:0  pàaier  ,ó  ùl  un 
tnn  Bai  ronlra  dd  riél  e  coaba  de 

■•.Hinràitimigad'e^sdaBàl  voM 
hi  ;  dapès  alMÌoe  per  voM  sarvi- 


vliuri:  Presto,  porlé^be  i  pà  bei  pa- 
gai, vestii  sii,  melighe  ranci  in  dlt, 
e  on  para  de  acarpe  In  p^; 

ss.  MeDém  sQei  vedèi  piimi-  gru*, 
e  scanèl,  e  mangiém  e  fém  (e«l>; 

14.  Percbè  sia  né  Uiil  1*  era  mori 
e  rè  vk>  aninò;el  n'era  pers  e  rem 
trovai  ;  e  i  àn  conenial  a  méleH  a 
tàvola. 

is.  L'alter  dui  el  prim  Tera  a  fura 
in  l' i  «■amp  ;  quand  el  vene  sii ,  e  'I 
fiidè  venèn  a  cà,  el  senti  cbe  i  sudì- 
ven  e  cbe  I  eaniéven. 

la.  El  ciamè  vùn  dH  «arvituri,  e'I 
^hc  domande  tm^t  fb^era  de  n6v. 

tr.  Que«I  rbi  el  iibe  respandè:  É 
vif  niit  so  (radè! ,  e  vi  pàder  1'  à  fil 
mauà  el  vedél  el  pasaè  fra»,  perAc 
rè  lomàl  san  e  «alvo. 

t*.  Alora  a  Tè  andai  In  fiiria,  e  noi 
vorcva  miga  aodà  drenU;  ma  Tè  Ti- 
goni fora  so  pàder ,  e  r  à  rami  «i  "il 
l  a  pref  ài. 

ta.  Ha  lo ,  respQDdrnd,  el  tibc  dl*è; 
,  Cuardc ,  i  èa  Unii  anni  che  ve  fe  d 
I  MTillór,  mi  v  ò  Mttper  ubcdtt,  e  mi 
'  mai  giunca  dal  oaeairèt  per  sta  eal 


J  tal  M  d 


,  el  V 


ttder  rà  dogiat;gb'r  fbalml  dcar, 
«gbècur»  incontra,  d  teghe  trai 
na  le  tirane  al  col .  e  1  rà  basai 
11.  CI  fini  el  gbe  dii«:  O  pàd> 
k  &  OS  fra»  mal  eonln  iM  citi  e 

«Mal  vwtt  iiL 
II.  >a  d  padir  tt  ghe  di>e  ai  ur- 


M.  E  adn«,  cke  •*»  vmt  M  tki, 
cbe  r  a  bi  fura  liU  la  ti»  port  Ma 
dele  MraaldTiBe ,  T  r  tamit  a  ea ,  i 
mazut  per  la  d  «del  pi  bd. 
SI.  Ma  d  imder  d  (b'a  dH:  a  mi 
fi.    fui .  ti  te  f  •cmptr  ma  mi,  e  «■( 
rr.    eWgb'àmi  r«  là; 

ss.  Ha  iàr*fMt%;i  la  «■  femi 


c«a  la  M  feM  4^^^^H 
e  •«•  I*  Imiif  l^^^^^^l 


58 


PARTE  PRIMA. 


Dialetto  Comasco. 


II .  On  omm  al  gh'k  avfi  du  flo; 
18.  01  miDÓr  de  sii  dS  Vk  di  a  so 

pàdar:  Pà^  dèm  la  part  che  me  loca 
a  mi;  e  lù  al  gh^à  la  fo  i  part. 

is.  Poe  dì  dopo ,  ol  flo  minor ,  fa 
àu  ol  fagòt  de  tut  cos9 ,  V  è  andà 
a  viagià  in  d^  on  pacs  lontàn ,  e  là 
rà  butà  \ia  tut  ol  fat  so ,  vivènd  de 
porccl. 

14.  Quand  rà  vu  fa  net  de  tut,  rè 
vegnu  ona  calestrìa  bolgirada  in  quel 
paés,  e  lu  al  s'^è  trova  in  bisògn; 

III.  Dooca  rè  andà  a  servi  in  cà 
d'on  sciór  de  quel  paés-là,  ch'el  rà 
manda  fora  in  d^ona  soa  campagna  a 
cura  i  porcci. 

te.  L^avrév  mangia  volontera  i 
giànd ,  che  mangiàvan  i  porcèi  ;  ma 
nessiin  ga  na  dava. 

i  7.  Alora,  toma  in  sé,  rà  di  :  Quanti 
servito  in  cà  de  me  pàdar  gh^àn  del 
pan  a  uf,  e  mi  chi  mori  de  la  fam. 

i8.  Levare  su:  andaró  da  me  pàdar; 
ga  dirò:  Pà,  ò  falà,  ò  ofTendii  ol  Si- 
gnór  ^  e  pò  anca  vu; 

19.  Sont  minga  dègn  de  porta  ol 
nom  de  vòstar  fio;  clapèm  almànc  come 
vun  di  vòstar  servito. 

20.  E  dit^e-fat  al  solta  in  pè,  e  Tè 
tamonà  vers  a  cà  del  so  pàdar.  L'era 
ancamò  de  riva  là,e^I  pàdar,  vedèn- 
dal  de  lontàn  a  vegni,  rà  abiu  com- 
passióne e  giò  al  gh'  è  curs  incontra, 
al  gh'à  butà  i  braS  al  còl,  e'I  rà 
basa  su. 

11.  01  fi8  al  gh'  à  di  :  Pà ,  perdo- 
nèm ,  ò  fal& ,  v^  ò  offendu  vìi  e  ^1  Si- 
gnor; no  mèriti  minga  ol  nom  de  vò- 
star flS. 

ss.  Ma  ol  pàdar  ai  s'è  volta  là  coi 


servito,  e,  scià,  rà  di,  porti 
bel  vesti,  mettigal  su  ;  met 
di  on  bel  anèl ,  e  mettìgh 
para  de  scarpe; 

85.  E  pò  mazze  giò  on 
grass,  paregè  on  bon  disni 
stàgom  alégar; 

84.  Parche  sto  pòvar  flSl 
e  rè  ancamò  viv;  Fa  vìa  pe 
dil  chi.  E  s' in  mcttu  drè  a 

stt.L'òltarfiorerafoin  e 
e  iu  del  torna,  quand  Tè  st 
a  cà,  rà  senti  a  sona  e  a  e 

86.  L'à  ciamà  viin  di  sei 
gh'à  domanda,  cosa  i^era 
frecàs. 

87.  E  lù  al  gh'à  respondS: 
a  cà  so  fradèi ,  e  'I  so  pad 
mazza  on  vedèl  di  piii  gras 
rè  torna  san  e  salv. 

88.  A  queschì  alora  gh'è 
schizzi ,  e  '1  voreva  minga 
dent;  donca  ol  pàdar  rà  bo 
de  fora  Iu,  e  rà  scomcnzà 

88.  Ma  lu  al  ga  diseva:  Il 
bon  tanti  an,  v'ò  sèmpar  iibi 
e  per  tut  ;  e  m' avi  mai  dà 
d'on  cavrèt  de  god  insemaai 
pàgn; 

so.  E  sto  slandrón ,  che 
via  tut  coss  coi  strasciòn,  al  ^ 
e  subat  giò  se  mazza  on  ved* 
bei.    • 

SI.  Ma  Ili  al  gh'à  rcspondl 
me  flS ,  ti  t' à  sèmper  sta  a 
tut  quel  che  gh'  ò  mi  P  è  tò 

S8.  Bosognava  ben  che  fa 
zig  de  letizia,  parche  ol  tò  frc 
mort  ere  risciuscità;  Tcra 
rè  torna  a  cà. 

P.  Giuseppe  1 


0K1.ETTI    IMBARDI. 


39 


Dialetto  di  G tosto  (f^alleUinete). 


1 1 .  Al  gh**  è  staé  un  òmen  eh*  el 
gh'éva  dù  maltèi; 

18.  El  pussè  pisccn  T  à  di£  al  pa- 
dri :  Padri,  dèm  la  mia  part  de  quel 
Cile  mHòca;  e  lu  el  g^à  partì  la  roba. 

13.  Dopo  un  pilt  de  tcmp^  el  pùssè 
gióen  r  à  ramascè  tùtt  quel  eh'  el 
gh*éva,  e  pò  rè  andaé  in  tTin  paés 
lonfàn^  e  ilo  Vk  consumè  tuta  la  soa 
fagolfà^  a  viver  Insi  da  ligòz,  e  andà 
a  iNidènt. 

14.  E  sùbet  che  Vk  blu  consumè 
tùtt,  r  è  vegnu  in  quel  paés  una  gran 
fam;  e  ilora  V  k  seomensè  a  prova  una 
gran  barlocea  ; 

fl  ft.  E  rè  andaé  faméi  in  bàita  d'un 
sa'ór  de  quel  paés.  e  a'I  Vk  manda 
in  fi  se  lòo  a  pastura  1  porscèi. 

16.  E  'I  s' è  ridùé  tant  in  miseria , 
che  Faréss  majè  fin  i  giànd  che  ma- 
Java  i  ción;  ma  negun  gh'én  dava. 

i7.  E  nò  Pè  tornè  in  sé  stess,  e  i'à 
dio:  Quané  faméi ,  che  màngcn  el  pan 
in  che  del  me  padri,  e  mi  chilo  mòri 
de  la  fam. 

18.  Vói  tom  ìa  de  chilo,  e  vói  an- 
dar in  che  de  me  padri ,  e  vói  dìg  : 
I^dri ,  mi  ò  pechè  centra  el  siél ,  e 
contra  vii; 

19.  No  son  miga  dégn  d'esser  ciamà 
per  vos  fiól  ;  ma  mettèm  bessì  nel  nu-  | 
mer  di  vos  faméi. 

80.  E  rè  leve  sfi,  e  Tè  andàé  dai 
sé  padri  ;  e  denént  eh*  al  vnéss  a  che, 
el  padri  el  V  k  vedù  un  bel  toc  da 
lontàn;  e!  s'è  metti  a  compassión,  ci 
|Vè  andàé  incontra,  e  '1  Vk  brascè  sii. 

ti.  El  fiól  ilora  el  gh'à  di£  al  padri  : 
Padri ,  mi  ò  pcchè  contra  el  siél ,  e 
V  ò  offendù  ;  no  son  miga  dègn  da 
èsser  ciamà  per  vos  fiól. 


88.  Ilora  el  padri  l' à  die  ai  sé  ser- 
vidór  :  Andén  prèst  ;  tolè  fò  el  pùssè 
bel  vestì  che  gh'è  in  che,  e  mottèghi 
su  ;  porte  un  anél  e  mettèghi  su;  meU 
tégh  su  anca  un  bel  para  de  scarp; 

8A.  E  tolè  un  vedél  grass,  copèl, 
ch'em  p«ssa  mangiar  e  fa  festa; 

84.  Perchè  sto  me  fiól  Téva  mort, 
e  adéss  Tè  resuscitc;  Téva  perdù  e 
r  ò  trova  ;  e  i  à  seomensè  a  fa  una 
gran  festa. 

8«.  flora  el  fiól  pussè  vèò,  che  Pera 
in  t' el  chèmp,  e  eh'  el  tornava  a  che, 
rà  sentì  a  sona  e  a  canta; 

86.  L'à  ciamà  ìin  servito,  e  al  gh'à 
domande  cos^  che  Téva  quel  boT- 
deléri. 

87.  El  servito  el  gh'à  die:  El  tè  fra- 
dèi  rè  torna,  e  '1  tè  padri  l'à  copà 
ìin  vedèi  grass ,  perche  el  V  k  trova 
san  e  salv. 

88.  E  lu  rà  ciapù  tant  la  ràbia , 
ch'el  voleva  miga  andè  in  che;  ilora 
el  padri  Tè  andàó  fò.  e  Pà  seomensè 
a  pregai,  che  Pandàss  int. 

89.  Ma  lu  el  gh'à  respondu:  Vii  séf, 
che  v'ò  servi  tanè  agn,  e  no  v'ò  mai 
fa£  gnà  cria  contra  quel  che  coman- 
dàov ,  e  no  m'é  mal  daó  bessì  un  chis- 
sòt  o  ìin  caurèt,  che  podèss  mangiai 
coi  me  compàgn; 

30.  E  quel  alter  vos  fiól ,  che  l' à 
fornì  tuta  la  soa  pari  a  vìver  da  lùs- 
siirins,  per  lu  éf  scanà  iìn  vedèl  grass. 

SI.  Ilora  el  padri  el  gh'à  dio:  Véta, 
el  me  fiól,  ti  set  sèmper  insèm  a  mi, 
e  quel  che  gh'  ò  P  è  tè  ; 

38.  Ma  adèss  ò  de  sta  alégher  e  fa 
pasl,  perchè  sto  tè  fradèl  Péva  mort 
e  Pè  resiiscitè;  Péva  perdii,  e  Pèm 
trova. 

N.  N. 


^0 


PARTE  PRIMA. 


Dialetto  di  Bormio  (f^aUelUnete). 


li.  Un  òmen  el  gh'avéa  dòi  fidi; 

is.  E  M  più  giòen  de  qui  al  gh'à  dit 
al  pà  :  Pà,  dam  la  pari  de  roba  che 
me  toca;  e  lu  ^1  gh^à  sparti  la  roba. 

18.  E  poc  di  dop,  mess  inseina  tot^ 
al  fiòl  più  gióen  l^c  gì  in  un  paós  lon- 
tàn ,  e  lì  rà  sciòlt  al  fat  sé ,  a  far  al 
putanòir. 

14.  E  dopo  che  rà  avù  consuma  tot, 
rè  vegni  fora  una  gran  penùria  in 
quel  paés,  e  Vk  scomenzà  a  sentir  la 
misèria; 

I  «.  L"*  è  gì ,  e  '1  s**  è  metù  con  un  de 
qui  de  quel  paés,  ch^cl  rà  manda  fora 
in  un  sé  loc  a  past  coi  porcèi. 

i6.  E  ^1  desidcràa  de  implenìss  ol 
se  vcntro  deli  gianda,  che  i  mangiàan 
i  porcèi;  ma  nigùn  i  gh'en  dàan. 

17.  llora,  torna  in  sé  stess,  rà  dit: 
Quang  lorènt  in  bàita  del  me  pà  i  gh^àn 
pan  finche  i  n'  vólen ,  e  mi  crapi  de 
la  fom. 

18.  Toroi  su,  e  varòi  col  me  pà;  e 
ghe  diroi  :  Pà ,  èl  fèit  mal  contra  al 
Signor  e  vers  a*ti; 

19.  Ne  som  più  degn  d'esser  ciamà 
tè  fidi;  accètum  come  un  di  tòi  lorènt. 

20.  E  P  à  tòit  su ,  e  r  è  vegni  del  sé 
pà.  Quand  che  V  era  anmò  de  lontàn, 
al  sé  pà  al  V  à  vedù ,  e  '1  s' è  movù 
a  compasción  ,  al  gh^è  cors  incontra, 
al  gh'à  butà  i  brèó  al  col,  e  '1  Tàbaià 
su. 

81.  llora  el  fiól  al  gh'à  dit:  Pà,  èi 
fèit  mal  contra  al  Signor,  e  vers  a  ti  ; 
no  som  più  degn  d'^èsser  ciamà  tè  fiòl. 

82.  Ma  al  pà  al  gh'à  dit  coi  servi- 


tór  :  Porta  de  long  al  più  bel  vestì , 
e  metédighel  adòss,  dàdigh  un  anè 
in  dèil ,  e  calza  e  scarpa  in  di  pè  ; 

88.  E  mena  eia  un  vedcl  ingrascià, 
e  mazzàdel;  mangèmes  e  stèmes  ale- 
gri  ; 

84.  Perchè  sto  me  fiòl  Pera  mort  e 
rè  resuscita;  al  s'era  perdù  e  Tè  tro- 
va; e  i  àn  scomenzà  a  godéssela. 

88.  Intant  al  fiòl  magiór  Tera  fora 
per  i  camp,  e  in  del  vegnir  a  pròs  a 
bàita ,  r  à  senti  a  sonar  e  cantar. 

86.  Era  ciamà  un  dei  faméi,  e  'I 
gh^  à  domanda  cosa  che  Pera  sta  roba. 

87.  E  quest  al  gh'à  dit:  Ve  vegnù 
al  tè  fradèl ,  e  '1  tè  pà  P  à  mazza  un 
vedèl  ingrascià,  perchè  P  è  torna  san 
e  salv. 

88.  llora  l'à  ciapà  la  rabia,  e  '1  vo- 
lea  più  ir  int  in  bàita.  Intani  Pè  vegni 
de  fora  al  pà,  e  P à  scomenzà  a  cercai. 

89.  Ma  lu,  respondènt,  al  gh'à  dit  al 
pà  :  Ecco ,  Pè  tant  temp  che  te  servi, 
e  no  V  èi  mai  disubedi  ;  e  no  te  m'as 
mai  dèit  gnanca  un  cabrèt  per  godé- 
mela  coi  me  amis  ; 

30.  Ma  apena  che  sto  tè  fiòl,  che  Pà 
maglia  tot  al  fèit  sé  coli  putana,  Pè 
vcgnì ,  V  sA  copà  per  lu  un  vedèl  in- 
grascià. 

81.  Ma  lu  al  gh'à  dit:  Fiòl,  ti  Tei 
scmpri  co  mi ,  e  tot  quel  che  gh'  èi 
mi  Pè  té; 

38.  L'era  ben  necessari  de  mangiar 
e  béver  e  star  alegri ,  perchè  sto  tè 
fradèl  Pera  mort  e  Pè  toma  viv;  Pera 
perdù  e  Pè  trova. 

N.  N. 


DUl.ETTI    LOMBARDI. 


41 


Dialetto  di  Li\ig?ìo  {f'aileUinese). 


il  Un  om  rà  ddi  mare; 

is.  El  più  sción  de  sii  ddi  Vk  dit 
al  sé  pà:  Pà,  dcm  la  part  de  Teredi- 
(à.  ch''al  ma  podrò  tochèm;  i*I  gi  Vk 
dèi  la. 

is.  E  dopo  ben  quài  dì,  messa  in- 
sema fola  la  soa  roba ,  el  più  sción 
de  stl  mare  V  ara  sci  in  un  paés  de 
Ioni,  e  iglià  Vk  fèit  ir  tota  la  soa  roba 
con  una  vita  lussuriosa. 

14.  I  dopo  che  rà  fcit  ir  tot,  Tara 
gnu  in  quel  paés  una  gran  cristìa,  e 
anca  lu  Fa  comenzc  a  sentir  la  fom; 

ift.  E  Tara  partì  ,  e  Tara  sci  iglià 
d'un  sittadin  de  quel  paés;  i  l'à  man- 
dé  nela  soa  vila  a  ir  past  coi  porcèlgl. 

te.  E  M  desideràa  da  emplis  el  see 
ventre  dli  gianda  ch'i  mangiàan  i  por- 
cèlgl; e  nigùn  non  g''en  dàa. 

17.  Entré  in  sé  stess,  Tà  dit  :  Quanti 
mercenari  i  ne  la  bàita  de  me  pà  i  a- 
bóndan  de  pan ,  e  mi  chiglia  a  mori 
de  fom. 

18.  Luerèi  su,  e  varrei  dal  me  pà , 
t  gli  direi  :  Pà,  éi  offendu  il  cél  e  pò 
anca  vò; 

19.  Già  no  som  più  degn  d'esser 
dame  vos  mare  ;  tolém  come  un  dei 
vòs  mercenarii. 

10.  E  alzé  su,  l'ara  gnu  dal  see  pà. 
Quando  Para  cmò  de  Iòne,  rà  vedù 
el  see  pà ,  el  gè  d*  ara  féit  pigé,  e  Fara 
sci  a  saltèl  intórn  al  col,  e bascèi  su. 

11.  I  sto  ligUòI  al  gi  à  dit:  Pà^  èi 
oflendù  il  ciél.  e  pò  anca  vò;  già  no 
som  più  dego  d'esser  dame  vos  mare. 

tt.  Il  pà  poi  al  gi  à  dit  ai  sèi  ser- 


vitór:  Fét  de  bot  a  portèm  la  vest  più 
bella,  vestii,  e  metèi  in  di  li  man  Pé- 
nèl ,  e  li  schcrpa  in  di  pé  ; 

8.%.  Mene  chiglia  un  vedél  Ingrascé, 
mazzèl ,  e  mangcm  e  banchetém  ; 

24.  Pergié  sto  me  marò  Fara  mort 
e  Fc  resuscito;  Faraperdù  e  Fc  stèit 
troé;  e  i  àn  comenzc  a  banchetér. 

2«.  El  marò  plu  vcgl  Fara  nel  camp, 
e  quand  ch^el  vegnò,  e  eh ''ci  s'  à  fa 
da  pros  a  la  bàita,  Fa  senti  a  sonér 
e  cantér. 

86.  I  Fa  dame  un  dei  sei  scrvitór, 
e  'I  gi  à  domande  gi  ch^  a  F  ara  sta 
roba. 

87.  El  gi  à  respondù  :  V  e  gnu  el 
tè  fradcl,  e^l  tè  pà  Fé  mazze  un 
vedèl  ingrascé ,  pergié  ch'a  Fé  troé 
san. 

88.  Lu  pò  Fa  clapé  la  rabia,  e  noi 
volò  brig  entrér  ;  el  see  pà  |>ò  F  ara 
gnu  de  fora ,  e  F  à  comenzé  a  preci. 

89.  Ma  lu  Fa  respondù  al  see  pà  a 
sto  fogia:  Ecco,  che  mi  Fé  tenj^  eni 
ch'ai  v' servi,  e  no  v*èi  mai  disubldi; 
e  no  m'ét  mai  dèil  un  be^  da  godei 
i  nsema  ai  mei  amis  ; 

so.  Ma  apena  sto  vos  marò,  che  Fé 
maglie  tot  al  sé  coli  meretrici ,  F  è 
gnu,  i  et  mazze  un  vedèl  Ingrascé. 

31.  Ma  lu  al  gi  à  dit  :  Figliuòl ,  ti 
t' eft  chiglia  con  mi ,  e  tot  el  me  F  e 
enea  tè; 

Si.  L'ara  convenienza  pò  de  nan- 
gér,  e  »tér  alegrì ,  pergié  sto  tè  fra- 
dèi  F  ara  mort  e  F  è  resiucit^  ;  1'  ara 
perdù,  e  Fé  *tèit  troé. 


h^ 


PARTE  PRIMA. 


Dialetto  di  Val  Prbgallia  (Canton  Grigioni  —  FaUellinete). 


11.  Un  òm  veva  dui  fi; 

12.  X  più  giùvan  dgét  con  se  bap: 
Bap^  dam  la  me  pàrt  da  roba;  a  U  lur 
Spartii  i  sé  ben. 

18.  A  poc  di  drè,  cur  ch^al  più 
giùvan  vet  tùt  quant  roba^à ,  al  gel 
davònt  in  un  pàés  lontàn,  a  là  1  dis- 
sipai la  sé  roba,  menàntnavita  deS- 
mesùràda. 

1 4.  A  cur  eh'  el  vet  tùt  fai  andà , 
al  nit  na  gran  famina  in  quel  pàés , 
a  '1  Scomanzàt  a  senti  la  misèria  ; 

1».  Alura'l  gèl,  a  s'metét  al  scr- 
vìsei  per  un  da  qui  dal  pàés ,  eh'  il 
mandai  in  V  i  sé  fond  à  cura  i  porè. 

le.  A  M  vés  dgiù  gùdgénl  da  s'podé 
sazia  da  quel  ch'a  mangiàvan  i  porÒ; 
ma  nàgùn  n'  i  an  deva. 

17.  Ma,  s'impensànt  pel  sé  stess,  al 
dgél  :  Quanti  mersenari  àn  in  la  cà  da 
me  bap  gran  bundiànza  da  pan,  a  gè 
i  mor  da  fam  ; 

18. 1  m'voi  leva,  a  andà  ter  me  bap, 
a  ei  dgéra:  Me  bap,  i  à  paca  contrai 
sèi,  a  dinànt  da  té; 

19.  À  i  no  son  più  degn  d'esser 
noma  té  fi,  tràtam  pur  §cù  un  di  té 
mersenari. 

so.  A  s'ievàl  dune,  a  nit  ter  sé  bap; 
a  niànl,  àne  da  lune,  sé  bap  la  vdét, 
a  'n  vét  cumpasciùn ,  a  i  curànt  in- 
cùnter ,  &  s'bùtàl  al  sé  col ,  a  '1  bù- 
ciàt. 

SI .  Ma  '1  fi  i  dgél  :  Me  bap,  i  à  paca 
contra  '1  sei ,  a  dinànt  da  le ,  à  i  no 
son  più  degn  d'esser  noma  té  H. 


ss.  A  '1  bap  dgét  con  I  so  faméi  : 
Porla  ài  più  bel  vaSti,  à  i  ài  tràdge 
enl,  à  meléi  un  ànèl  ài  sé  del,  a  dàlan 
scarpa  ai  sé  pà  ; 

ss.  A  menàm  l'avdél  grass,  a  maz- 
^à1 ,  à  'I  mangiàm ,  faiànl  bela  vita  ; 

S4.  Perché  eh'  a  qucst  me  fi  era 
mori  a  l'à  resuscita;  l'era  perds,  e 
l'à  trova;  a  i  scomanzàtan  a  sia  ale- 
gher. 

s».  A  '1  più  vél  di  sé  fi  era  fo  i 
camp,  a  s'relurnànl,  a  niànl  ver  la 
casa ,  ài  sentii  i  son  a  i  cani. 

56.  A  clamànl  un  dei  faméi,  al  do- 
mandai cur  eh'  l'era. 

57.  A  quesl  ài  dgél:  l'à  ni  te  fra, 
à  te  bap  à  mazza  l'avdél  grass,  per- 
chè ch'a'l  rà  trova  san  a  frii. 

58.  Ma  '1  ciapàl  la  rabia,  à  no  volél 
andà  enl;  à'I  sé  bap,  niànl  fora,  a'I 
pregai  d'andà  enl. 

59.  Ma'l  respondét,  a  dgél  con  sé 
bap:  Ve ,  i  l'a  servi  lànci  an,  a  mai 
i  no  à  manca  ài  té  comànd;  a  tùt-ùna 
tu  no  m'à  mai  daó  iin  càvrèl,  da  fa 
bela  vita  con  i  me  amie; 

30.  Ma  dalunga  eh'  aquésl  té  fi , 
eh'  à  fai  andà  la  sé  roba  con  ftlétan 
femna,  a  ni,  tu  i  à  mazza  l'avdél 
grass. 

81.  A '1  bap  ài  dgét:  Me  fànS,  tu  à 
aduna  pel  gè,  à  tùt  la  me  roba  a  li5; 

ss.  Ma  A  s'nit  fa  bela  vita,  a  sta 
àlégher,  perché  ch'aquést  le  fra  era 
mori,  ma  l'à  resuscita;  l'era  perds, 

ma  l'à  trova. 

Tratta  da  Stalder. 


DIALETTI   LOMBARDI. 


43 


Dialetto  di  Val  Maggia  {Ticinese), 


11.  U  jera  un  um  con  du  losói; 

it.  El  più  piscèn  de  quist  Pà  dio 
al  padri  :  Atta ,  dèm  al  me  part  da 
quel  che  m' toca  ;  e  lù  r  a  fèó  i  divi- 
sivi e  a  gh**  l^à  dèci. 

15.  Da  lì  a  poc,  1^  à  ramassào  el  faé 
su ,  e  u  s"*  n^  è  nèé  in  pais  da  luni , 
era  raffabiào  tiitt  coss  vivènd  da 
pòrc. 

14.  E  dop  chTà  bili  fèé  net,  Tè 
vegnù  in  quel  pais  una  gran  carestìa^ 
e  rà  comenzào  a  senti  la  sgajosa; 

ift.  E  l^è  nèé ,  e  l'*à  scercào  aprèss 
a  un  sciór  da  quel  pais,  e  quest  u  rà 
mandào  al  bosc  a  cura  i  pori. 

fl  6.  E  u  scercava  da  mangia  i  giand, 
rh'a  mangia  i  porS;  ma  i  nu  gh'dava 
gnanc  da  quii. 

17.  Alora  rà  capi  quel  che  Peva 
fèé ,  e  u  diseva  :  Quanci  servitù r  in 
cà  d'  me  padri  i  mangiaci  pagn  da 
tocàl  col  dit,  e  mi  son  chi  a  crepa  da 
fam. 

«  8.  Mi  voi  leva  su ,  voi  'ndà  d' me 
padri ,  e  voi  digh  :  Alta  me ,  a  i  ò  man- 
cào  col  Signor  e  con  vùl  ; 

19.  ia  mi  no  mèrit  più  d' css  te- 
gnu  per  vòs  fio;  tegnim  come  vùgn 
di  vòs  fent. 

10.  E  u  s"*  è  tié  sii,  ere  nèò  dal 
padri.  Quand  l'era  ancmò  da  luni, 
el  padri  u  T  à  vedù  ,  e  u  j  è  nè£  un 
«què  al  cor,  e  u  j  è  corìi  incontra,  u 
j  à  biitèó  i  brai  al  col ,  e  u  Tà  basào. 

SI.  E'I  flò  u  j  à  di£:  Atta  bugn,  mi 
i  ò  mancào  col  Signor  e  con  viji  ;  ik 
no  mèrit  più  d'css  tegnù  per  vòs  fio. 

«2.  El  padri  V  à  die  ai   servitùr  : 


Prèst,  tugi  scià  el  piii  bel  vestid,  me- 
tighel  sii,  dèi  Tanèl  in  dit,  e  calzèl  sii  ; 

85.  Mene  chi  siibat  un  bel  vedèl , 
tugigh'cl  sangu,  mangèmal,  fèm  un 
debùS; 

24.  Parche  stu  me  flò  Tera  mori  e 
r  è  risiiscitào  ;  Tera  perdii  e  u  s' è 
truvào.  E  i  smenzava  a  mangia  ale- 
gramént. 

85.  Intant  el  fio  majù  Pera  in  cam- 
pagna, e  quand  ch'o  vegniva ,  e  T  è 
stèò  aprèss  a  cà ,  T  à  sentit  a  sona  e 
a  canta. 

86.  Era  ciamèó  viign  di  servitiìr, 
e  u  j  à  domandào:  cu  jèl,  ch^ajè  du 
nuf? 

87.  E  Ili  u  j  à  die:  L'è  rivào  tu  fre- 
dèl,  e  ratta  tu  V  à  mazzào  un  bel  ve- 
dèl pel  bugn  arif. 

88.  E  Ili  rè  vegnii  inlè,  e  u  nu  vole- 
va gnanc'  andà'n  cà;  su  padri  doncaTè 
vegnù  fora,  e  rà  smenzào  a  pregai. 

89.  Ma  lu  rà  rispondii  a  su  padri: 
V  è  tant  temp  che  mi  serviss  a  vù,  e 
nu  v'  ò  mai  disùbidìt  in  nuta  ;  e  pò 
nu  m' i  mai  dèe  gnanc  un  iù  da  sta 
un  pò  alégar  coi  me  amis; 

50.  E  dop  rè  già  stu  balàndrug  de 
vòs  flò,  che  rà  fè£  salta  tiit-coss  coi 
su  slandrin ,  à  gh'  i  mazzào  el  piii  bel 
vedèl. 

51 .  Ma  Iti  0  j  à  rispondii:  Sent,  el  me 
flò ,  ti  ti  sé  sempro  con  mi ,  e  quel 
eh' è  me  rè  tò; 

58.  Ma  u  sMoveva  bè  fa  un  debùS 
e  un  festign, perchè  stu  tu  fredèl  Pera 
mori  e  rè  rcsùscitào;  Fera  perdii  e 
u  s'è  truvào. 


Tratta  da  Stalder. 


4* 


PARTE   PRIMA. 


Dialetto  di  Val  Verzasca  (Ticinese). 


11.  Un  òmen  ul  glrieva  dti  fio; 

12.  El  più  ponzèl  de  sti  dù  u  gess 
al  pà:  Pà,  dam  er  part  der  me  robe 
ch^ a  m^  ven^  a  mi  ;  el  pà  u*  ì  divide , 
e  de  long  u  gh'dc  er  part. 

15.  Dagnò  a  poic  dì,  ci  più  ponzèl 
el  se  tire  el  tut  sot  lui ,  e  '1  s' en  giè 
da  lontàgn ,  dove  el  bordigò  er  so- 
stanze malamént  con  or  bozerre. 

14.  Quand  u  ìa  biu  maghiòu  ol  tut, 
in  qui  part  u  vigne  una  gran  care- 
stia, e  cominsic  a  baia  biodi; 

15.  L'è  nèié  ad  atacàss  ad  una  cà 
d^  un  ben  starènt  de  quel  paés ,  e  o 
rà  mandòu  a  pastùrgà  i  purghi. 

1 6.  Là  a  r  auréss  volù  impini  er 
bùseghe  d^èr  coróbia,  che  magbiàvan 
i  porsèl  ;  ma  nessiìn  i  ghMàvan  brig. 

17.  Finalmént,  avènd  riflctrì,  uM 
dis:  Quenó  faméi  in  er  cà  dù  me  pà 
i  màghien  assessèn ,  e  mi  assidi  qui 
d^er  fam. 

1 8.  A  vùi  leva ,  e  pu  a  vùi  né  dal 
me  pà,  a  gh^yùi  di:  Pà,  ò  pccòu  con- 
tra  cr  siél  e  contro  ti; 

19.  Mi  ne  sont  pili  degn  d'esser 
ciamòu  tè  fio;  fam  servizi  de  mètem 
cogli  tuo  faméi. 

so.  El  s'è  vultà  intani,  e  Tè  vegnù 
con  er  pà.  E!  era  agmò  da  lun^ ,  el 
so  pà  u  '1  vide ,  o  s' è  metù  in  com- 
passión ,  rè  corù  a  vctàs  sul  ciùl ,  e 
u  rà  pasciòu  sii. 

21.  Fa,  u  gh'dis  el  filiu,  ò  pecòu 
contra  er  siél,e  conlra  ti;  mi  ne  sont 
più  degn  d'esser  ciamòu  tò  fio. 

ss.  Ma'l  pà  u  gh'dis  al  so  servì- 
dór  :  Porte  chilo  una  sgiaghe  er  più 


boriola ,  e  vestii ,  metìgb  nel  dit  ù 
anèl,  e  metìgh  su  i  calzèi  ìq  d'i  p< 

ss.  Menègh  fuori  un  videi  grass, 
strùbièl  giù,  maghièm  e  stèm  alegr 

S4.  Perchè  sto  mi  fio  l' era  mort 
e  rè  torna  a  viva;  l'era  perdù,  e 
s' è  trovèiè  ;  e  1  àn  incominsià  t  i 
festìn. 

stt.  Intànt  el  fio  majii,  che  l'era  i 
er  campagna ,  V  è  tornèiè ,  e  quan 
l'è  stèìò  apro  d'er  cà,  l'à  senti  eh 
sonàvan  e  cantàvan. 

se.  E  domande  a  vùgn  di  so  sei 
vitór:  Quel  ch'i  fan  in  cà  mea? 

57.  U  gh'dis  el  servitór:  Qui  1' 
vegnù  ei  so  fradèl ,  e  '1  so  pà  rà  fèi 
mazza  el  videi  più  grass,  perchè  V 
ricùperòu  el  figliu  sagn  e  sald. 

58.  Quest  ignora  rabiòu  u  n'ia  voi 
più  nà  en  er  cà,  e  Io  pà  l'è  nèié  fon 
0  rè  metù  drès  a  pregai. 

sr.  Ma  lui  u  gi  à  respondù  al  pà 
Guarda ,  quenò  agn  V  è  che  mi  son  e 
tò  servizi ,  ades  son  stèlo  er  to  ce 
mandamént  ;  e  ti  m' è  mai  dèi£  ù 
Jori,  perchè  stàssom  un  pò  alegro  co 
i  me  amìs; 

80.  Ma  r  è  vegnù  el  tò  fio ,  che 
à  già  maghiòu  tut  er  so  part  d'er  roh 
con  i  pittàn ,  e  ti  ti  jè  fèié  strùbi 
giù  er  videi  er  più  gràss. 

51.  El  pàu  gh'à  respondù:  Fio,  t 
ti  sé  sempr  stèié  con  mi,  e  tut  el  m 
retò; 

32.  Ma  bentava  eh'  a  stàssom  ale 
gri ,  e  che  a  festegiàssom ,  perchè  e 
tò  fradèl  l'era  mort  e  l'è  torna  a  viva 
l'era  perdù  e'I  s'è  torna  a  trova. 


Tratta  da  Stalder. 


DIALETTI    LOMBARDI. 


4» 


Dialetto  m  Val-Levesti!«ia  {Ticinese). 


11.  In  seri'  òm  r à  avùt  diii  fiòi ; 

12.  0  pùssè  giòvan  de  chi  r  à  di£ 
al  pà  :  Pà  y  dam  la  me  part  d'ia  roba 
ch'om'vegn;  e  lui  Tà  dividùt  a  lo  la 
roba. 

is.  E  passò  mìa  tene  di,  cssènd 
ùnìt  iùi,  0  fio  pùssè  giòvan  Tè  ned 
in  paìs  lontàn,  e  ignò  Tà  trèó  via  o 
fc£  so  col  viv  da  scandalós. 

1 4.  E  quand  1'  a  consumò  tùtcoss 
0  jè  stèé  ona  gran  fam  in  chel  pais 
e  rà  comcnzò  a  avèi  bisògn; 

fltf.  L'  è  nèò  via,  e  o  s'è  mess  da 
iin  abllàni  de  cbel  pais,  ch'o  Tà  man- 
dò in  o  so  log  a  pascolò  i  animai. 

16.  El  voreva  impini  la  so  busecia 
dei  giànd  ch^o  mangieva  i  animai,  e 
nissdn  o  j  an  deva. 

i7.  Essènd  nió  in  sé,  Tà  die:  Queni 
faméi  in  eie  d^  me  pà  vànzan  pan ,  e 
mi  mòri  da  fam. 

18.  knC  levare  e  varò  dal  me  pà, 
e  a  I  dirò:  Pà,  ò  fèÒ  pechèt  contra  '1 
siél  e  contra  ti; 

19.  Giè  son  mìa  degn  d'  èss  clamò 
tò  fio;  fam  com'  un  di  tò  faméi. 

20.  E,  levàndos.  Tè  nè£  dal  so  pà. 
Lssènd  amò  begn  da  lon&^  o  sé  pà  o 
rà  vist;  e  0  s^è  moss  a  compassiòn, 
e,  nasèndoi  incontra ,  o  i  è  cadut  a 
col.  e  0  l'à  basò. 

SI.  0  fio  o  i  à  die  :  Pà,  ò  féé  pc- 
cbèt  vers  o  siél ,  e  vers  a  ti  ;  giè  mi 
son  mìa  dego  d'ess  clamò  tò  fid. 


22. 0  pà  rà  die  ai  so  faméi  :  Prcst , 
porte  0  prim  àbat,  vestii,  e  dèi  Panel 
In  la  so  man ,  e  i  cauzèl  in  pò  ; 

25.  E  menèi  un  videi  grass,  mazzèl, 
mangèm,  e  stcm  alégar; 

24.  Parche  sto  me  fio  Fera  mort  e 
r  è  resussitò  ;  V  era  perz  e  P  è  stèé 
trovò;  e  àn  comenzò  a  mangè. 

2«.  0  so  fio  pùssè  vèè  r  era  in  i 
camp;  essènd  nlé  e  avisinò  a  la  eie, 
rà  sentùt  a  sonò  e  cantò. 

26.  L^à  clamò  un  di  faméi,  e  o  i  à 
domandò  coss''éran  sti  rob; 

27.  E  chest  o  i  à  did:  L'è  nió  o  tò 
f radei ,  e  o  tò  pà  P  à  mazzo  un  videi 
grass,  parche  o  Pà  trovò  salv. 

28.  0  fio  0  s'è  rabiò,  e  o  voreva  mia 
nò  ind;  o  so  pà  donc  Pè  niòfò^  e  Pà 
comenzò  a  prcghèl. 

29.  Ma  lui  olà  rispondùt,  e  Pà 
die  a  so  pà  :  Èccomo ,  mi  at'  servisi 
tene  cgn,  e  ò  mal  mencio  ai  tò  òrdan; 
e  te  m' è  mai  dèe  un  ciavrèt  par  stè 
alégar  coi  me  amis; 

30.  Ma  dapós  che  sto  tò  fio ,  eh'  o 
P  à  divorò  la  so  part  coi  féman ,  l' è 
ni£,  e  Pa  i  è  mazzo  un  videi  grass. 

51.  Lù  0  i  à  dio:  Fio,  ti  P a  sé 
sempra  con  mi,  e  tùò  i  me  bègn  in 
toi; 

52.  E  convegnlva  mangè  e  stè  alé- 
gar, parche  slo  tò  f radei  Pera  mort 
e  P  è  resussitò;  Pera  perz,  e  Pè  stèé 
trovò. 

Tbatta  da  Stalder. 


ho 


PARTE  PRIMA. 


Dialetto  ni  Val  di  Blenio  {Ticinese). 


1 1 .  Uq  um  0  gh^  èva  doi  fant  ; 

12.  E  r^  à  dio  ol  pu  piscén  de  quilfi 
al  pà  :  0  pà,  dèm  ra  part  dra  roba  ch^o 
mUoca;  e  lù  o  gh'  à  sparti  ra  roba. 

18.  E  dMi  a  poc  di^  miss  insèma 
tuo  cusS;  ol  fant  pu  piscén  o  i^è  naÒ 
viagiànd  n^  ugn  pais  lontàgn,  e  là  r^à 
biitòu  via  ol  faé  so,  vivènd  in  ba- 
gùrd. 

14.  E  dapù  eh'  r'  a  bili  consiimòu 
tuo  cuss ,  r"*  à  faó  na  gran  carestria 
in  col  pais ,  e  corù  r'  à  menzòu  a  css 
in  nessistà; 

i«.  E  r'è  naó,  e  o  s'è  miss  con  un 
zitadin  d' col  pais  ;  e  U  ra  mandòu  a 
ra  soa  campagna^  a  pass  i  pdr§. 

16.  E  o  bramava  d'impi  ol  so  bo- 
tai d' il  scorsa  eh'  majàva  pori ,  e 
onziign  gh'an  dava. 

17.  Ma  lù^  tornòu  in  sé  stess ,  r'  à 
die  :  Quanó  faméi  in  eà  dol  me  pà  i 
gh'à  pagn  a  sbac,e  mi  chi  sbasiss  dra 
fam. 

18.  A  m'drizrò,  e  narò  al  me  pà, 
e  gh'  dirò  :  0  pà,  ò  pecòu  contr'or  scéi 
e  inass  a  voi; 

19.  Mo  n'sun  mia  dègn  d'ess  cia- 
mòu  vusi  fant;  fèm  cum  vùgn  di  vust 
faméi. 

80.  E  0  s^è  alzòu ,  e  r'  è  nòu  da  so 
pà.  1^  r'  era  anc'amò  lontàgn ,  che  so 
pà  o  r'  à  vist ,  e  0  s' è  mòss  a  compas- 
gión,  e  corènd,  o  gh'  e  saltòu  al  col, 
e  o  r'à  basòu. 

SI.  E  ol  fant  0  gh'  à  di£  :  0  pà,  ò 
pecóu  contr'or  scéi  e  inàss  a  voi  ;  mo 
n'  sun  mia  dègn  d' ess  ciamòu  vust 
fant. 


ss.  Ma  ol  pà  r'  à  die  al  so  faméi 
Prèst,  tirèi  fora  ol  iupógn  dra  festa 
e  mettèigrindoss,  e  metèigh'  ùgn  ani 
in  dèit,  e  i  calze  in  pè; 

ss.  E  tirèi  fora  ol  vcdil  ingrassò» 
e  mazzèl,  e  majèm  e  fèm  past; 

S4.  Che  sto  me  fant  r'cra  mòrt,  < 
r'è  resussi tòu;  r'era  pers,  e  r'è  tra 
vòu;  eia  menzòu  a  fa  past. 

stt.  Intratànt  ol  so  fant  majó  o  r'en 
in  campagna,  e  quand  r'è  tornòu,  < 
r'  era  arènt  a  cà ,  r'  à  sentu  ol  sang  < 
ol  bai. 

56.  E  r'à  ciamòu  vùgn  d'ilg  faméi 
e  0  gh'à  dmandòu  cuss  i  era  sti  cuss 

57.  E  corii  0  gh'à  dio:  Vust  fradii 
r'è  tornòu,  e  vust  pà  r-à  mazzòu  ol 
vedii  ingrassòu ,  perchè  o  r'  à  rico- 
vròu  sagn  e  salv. 

58.  E  0  gh'  è  gnu  ra  ràbia ,  e  nor 
vuria  mia  nà  in  cà;  donca  so  pà,  ve- 
gnu  d'fò,  r'à  menzòu  a  prega. 

59.  Ma  lù ,  rispondènd ,  r'  à  did  a 
so  pà:  A  ra  fé,  da  tanè  agn  mi  a  ov' 
sèrvia,e  n'ò  mailg  trapassòu  un^  vust 
prezèt;email^nom'èi  daÒ  un^  cau- 
rèt  da  fa  past  coi  me  amis; 

so.  Ma  dapù  che  sto  vust  fant,  ch*Pà 
majòu  ol  faò  so  coi  sgualdrìgn ,  r'  è 
vegnù,  ì  mazzòu  per  lù  ol  vedìl  in- 
grassòu. 

81.  Ma  lù  0  gh'à  did:  0  fant,  ti  l'è 
sempra  con  mi ,  e  tuta  ra  roba  mia 
r'  è  tòu  ; 

ss.  Ma  zugnava  be'  fa  past  e  sta 
alegro ,  che  sto  tò  fradii  r'  era  mort, 
e  r'  è  resùssitòu  ;  r'  era  pers,  e  r'  è 
trovòu. 


Tratta  da  Staldeb. 


DIALTRI  LOHBAIUM. 


47 


DuuTTO  DI  Locamo  (  Tiein^e), 


il.  On  um  rà  avut  dù  Ilo; 

fls.  E  '1  più  gióvan  da  costór  o  gh' à 
di  al  pàdar:  Pà,  dèm  la  mea  part 
eh' a  m'Ioca;  e  '1  pàdar  o  gh'à  fai 
fora  i  part. 

is.  Da  li  a  poc  di,  dop  che  Vk 
mettu  losema  tutteòes,  e!  fio  più  giò- 
ran  o  s'è  toÌ  sii,  e  o  s'  n'andai  vìa 
lontÀD,  e  li  l'à  fai  balla  tùtteòss  in 
stravlxzl. 

14.  E  p5  quand  Vk  avdl  flnit  da 
igùrà  tant  com'o  gh' n'ave\'a,  l'è 
vcgnoda  òna  gran  carestia  in  quel 
paès,  e  lu  l'à  eomenzàt  a  sentislain 
dieost; 

i«.  O  8'  n^è  dune*  andai,  e o  s'è  ta- 
eèt  adrè  a  òn  sclùr  da  quel  paés,  ch'o 
rè  maDdàt  in  d' ona  sova  vlUa  a  cura 
i  poneèi. 

flt.  E  costii  0  vorèva  pur  anc  po- 
dèss  Intesnà  la  bùsecea  con  qui  gian- 
dasse  eh'  a  mangiava  i  porscèi  ;  ma 
nissoB  a  gh'  an  dava. 

17.  Alora  l' è  tom&t  in  sé  stess ,  e 
l' à  di  :  Quanta  servitonjs  là  in  cà 
d' me  pàdar  la  noda  in  la  bondanza, 
e  mi  intani  eh'  insci  a  crèp  da  fam. 

18.  A  voi  propi  tom  su,  e  andarò 
dal  me  pà,  e  a  gh'dirò:  Pà,  arò 
propi  faja  grossa  col  Signor  e  con  vu  ; 

it.  Ormài  a  no  mèrit  più  da  vess 
damai  vosi  ilo;  lem  come  vugn  di 
vo8t  servitùr. 

so.  E,  tojèndas  su,  l'è  vegnut  dal 
so  pà.  Quand  p5  l'era  ancmò  lontàn, 
ora  vedùt  el  so  pà ,  e  0  s'è  movut  a 
compassiógn,  e,  corèndagh 'incontra, 
OS'  i  gh'  è  buttai  sul  coli,  e  o  'I  basa  sii. 

11.  E  '1  fio  o  gh'  à  di  :  Pà,  a  T  o  propi 
bji  grossa  col  Signùr,  e  con  vù;  ormài 
a  00  mèrit  più  da  vcss  ciamàt  vosi  fio. 


ai.  Ma  el  pàdar  l' à  di  ai  servitùr: 
Presto,  porte  ehi  el  più  bel  vestìd,  e 
vestil-sù,  mettigh  l'anèl  in  dit,  e  i 
scarp  In  pè; 

ss.  E  mene  scià  ón  vedèl  ingraS8àty 
e  mazzèl  io,  e  mangièm,  e  fèm  past; 

84.  Perché  sto  me  115  l'era  mori» 
e  l'è  tomài  In  vita;  l'era  pers,  e  o 
s' e  trovai.  £  U I  s'è  mettùd  adrè  a  fa 
past. 

88.  L'era  mo  el  so  fid  maggiùr  In 
campagna,  e  In  dal  vegni,  e  In  dal  vi- 
sinàss  ala  cà,  l'à  seniid  a  sona  ecantà. 

88.  E  l'à  clamai  ón  servitù»,  e  o 
gh'àdomandài  quel  eh'  l'era  sta  roba. 

S7.  E  costù  0  gh' à  di:  L'è  vegnùd 
el  vosi  fredèl,  e'i  vosi  pà  l'à  maz- 
zàd  io  ón  vedèl  ingrassai,  perchè  l'è 
tomài  salf. 

88.  L' è  donca  andai  In  colera,  e  o 
no  voreva  miga  andà  in  cà;  però  Tè 
vegnù  fora  el  so  pà,  e  o  s'è  mettùd 
adrè  a  pregai. 

88.  Ma  costù,  respondènt,  o  gh'à  di 
al  so  pà:  Ecco,  I  è  già  tanci  an  che 
mi  a  r'  stag  in  obedienia,  e  a  no  son 
mai  andai  fora  óna  volta  dal  vosi  co- 
mànd;  e  a  m'i  mai  dal  ón  eavrèi  par 
sta  ón  pò  alégar  eoi  me  amis; 

80.  E  in  scambi ,  apena  eh'  o  l' è 
rivai  sto  vosi  06,  che  l'à  consumai 
tùt  el  fai  so  col  straftàn,  a  gh'i  maa- 
zàd  io  ón  vedèl  ingrassàt. 

SI.  Malù  o  gh'à  di:  Fid,  ti  te  sé 
sèmpar  con  mi,  e  tùt  el  me  l'è  tò; 

38.  Ma  bisognava  la  past,  e  sta  alé- 
gar, perché  sto  tò  fredèl  l'era  mori, 
e  l'ètornàt  in  vita;  l'era  pers,  e  o 
s'è  trovàt. 

Tratta  da  Stalder. 


«8 


PARTE  PRMA. 


Dialetto  d' Intra  {yerbanese). 


il.  Un  òm  u  gh'ere  dù  fidi; 

18.  BU  pùssè  pinìn  u  gh^  à  die  al 
10  pa:  0  pa,  dèm  la  meja  part  eh*  o 
m^  Iucche.  E  lui  u  gh^  à  Ipartì  fò  la 
fostanse. 

is.  Da  ino  a  poedi^ul  pussè  pinìn 
r  a  fa£  su  mi  fagòU,  e  rè  nàé  lontàn, 
e  là  u  s^è  mettiì  a  stranagià,  mac- 
ciànd  e  bevènd  mèi. 

14.  Dopo  rà  bu£  M  fò  ul  fai  so, 
r  è  gnu  una  gran  carisiie  in  cól  pa- 
Jet,  e  la  gh^  nava  ma  alla  gran  palane; 

15.  Quand  u  n^  gh  a  vù  più  d^dané, 
rè  na6  da  on  selór  d^  còl  p^ès,  eh' u 
r  à  mandò  a  mia  suva  vigne  a  cura 
i  poncèl. 

la.  E  Peva  tanta  la  ghèine  cb^u 
pative^  ch^  I  sarèssan  staé  bun  i  gian- 
darògol  di  porecèi;  ma  gnanca  d^quii 
i  gh^an  dèvan  asse. 

i7.  U  gb*  è  gnu  in  ment,  e  i^à  di£: 
Quant  servitù  in  c4  dui  me  pà  1  gb''àn 
pan  fin  chMn  vólen^  e  mi  cbi  crapi 
d'fam. 

18.  A  tomarò  a  e2i  dui  me  pa ,  e 
a  gh*  dirò:  Al  me  pà,  a  som  stai  un 
§ran  balossùn; 

19.  A  n^  mèrft  propi  pid  eh'  a  m'te- 
gnighi  par  fl6;  fèm  fa  ul  servitù. 

ao.  E  fai  e  di£  r  è  tornò  a  eà.  Quand 
rè  staé  a  un  scert  post^  ul  so  pa  u 
r  è  vist,  u  gh^  à  vù  compassiùn ,  u 
gb^  è  curù  incontro^  u  Tà  brasciò,  u 
V  k  basò  su  tùtt. 

ai.  E  ul  tus  u  gh'à  diÒ:  Car  pè^  a 
som  stai  un  gran  balossùn;  a  n'  mè- 
rli propi  più  eh' a  m' tegnighi  par  fio. 

aa.  E  '1  pà  l'è  domandò  1  servitù  « 


e  ul  gh'  à  dii:  Presi,  né  i^  tò  1  pago 
più  beli,  vistil,  mitìgh  su  i  anèi,  e 
calsèl  ; 

aa.  Corri ,  mazze  ul  videi  più  grass, 
maccèmal,  stèm  alégar; 

94.  Parche  sto  me  tus  l'èva  mori, 
e  rè  rlsciùscitò;  a  l'èvom  perdù,  e  a 
l'èm  tornò  a  trova.  E  i  àn  comensò  a 
porta  in  tàvole. 

2«.  Ul  fio  maggior  u  l'ève  in  cam- 
pagne, e  in  d' ul  torna  a  cà, Ta  senti 
a  sona  e  fa  festìn. 

aa.  U  gh'à  domandò  a  un  servitù, 
cosse  l'ève  cól  catabùi. 

a7.  E  cól  u  gh'à  dio:  Catti  L'è  gnu 
a  cà  so  fradèl,  e  ul  so  pà  l'à  fai 
mazza  ul  videi  più  grass,  parche  rè 
tornò  san. 

sa.  A  senti  insi  l'è  gnu  rabbie  come 
un  can,  e  u  n'  volevo  mia  gni  In  cà. 
Ul  pà  l'è  gnu  fó  lui,  e  u  gh' nava  adré 
com  i  bun. 

ao.  Ma  lui  u  l'à  rogante  su:  L'è 
tani  agn  ch'a  som  in  cà,  a  n*  v'ò 
mal  disùbidi  ona  volta,  e  a  n'  m' ì 
mai  dai  gnanca  un  cravètt  da  sta  un 
pò  alégar  com  i  mei  compàgn  ; 

ao.  Ma  quand  l' è  gnu  còl  ch^  à  Diac- 
ciò tùtt  ul  fai  so  com  i  pelànd ,  a  ì 
subii  fai  past,  e  piantò  fistin. 

ai.  E  ul  pà  u  gh'  à  rispondù:  Seni, 
ul  me  car  tus,  ti  ti  stèl  sèmpar  chilo 
con  mi,  tùtt  col  eh' è  me  l'è  lo; 

aa.  Ma  l'èva  bè  di  f  iùsl  da  sta  un 
pò  alégar,  parche  sto  lo  f radei  che 
l'èva  mori,  l'è  risei  uscito;  a  l'évom 
perdù,  e  l'èm  tornò  a  trova. 

N.M. 


DlALEin  LOMBARDI. 


«0 


DiALiTTo  01  BoRGOHAHuo  (  f^eròaneic  ). 


11.  Al  ghièra  na  botta  un  òmu,  e 
VÌYZ  du  mattig; 

19.  EU  più  zuvnu  du  cusói  Vk  dio 
unse  a  so  pari:  Pari,  dcmiM  me  tocu 
ch^a  vènmi  ;  e  lù  Vk  sparté  fóghi  la 
roba. 

is.  Da  là  poc  tempu,  ust  matu  V  k 
Urà  riva  tut  cui  eh^  V  tra  tncàghi ,  e 
rè  naé  via  a  stimma  luntàn  luntàn,  e 
r  à  mangia  n  fat  so  con  al  svaldrini. 

i4.Equand  Tà  blo^ngualà  tut  cussi, 
l'è  gnòghi  na  gran  carestia  *n  tu  cui 
pùsu,  e  Ili  rà  smanzà  a  véi  da  bso- 
gnu;, 

15.  E  rè  naò  ina,  e  rè  tacassi  tacà 
n*omu  dù  cu  siti  là,  cli^  i^à  mandàiu 
a  vardè  i  purlei  in  t^  la  sd  campagna. 

16.  E  riva  vòja  d'ampini  la  panfta 
dal'  glandi  ch^  i  mangiavu  I  nimài  ; 
ma^nzun  dàvagu. 

17.  Quand  rà  bid  Urà  càn  co,  rà 
dio  unse  tra  d'iu:  Quanci  sarvitùl  a 
cà  d'irne  pari  1  àn  pan  fin  chM  vòlu, 
e  me  chilo  I  crapi  dMa  fami. 

18. 1  lévarò  so,  e  i  narò  eà  d^  me 
pari,  e  I  dlròghi:  0  pari,  i  ò  offando 
al  Signor,  e  vii; 

10. 1  n'merti  pio  da  vèss  clama 
Tost  115;  tignami  come  un  di  vost  sar- 
vitùl. 

to.  Al  leva  so ,  e  U  va  da  so  pari. 
VertL  "^ncù  luntàn,  che  so  pari  rà  vù- 
stulu,  e  rà  santossi  a  pianiiM  cor, 
e  rè  nàcinghi'ncuntra,  l'à  ciapàlu'n 
tal  colo,  era  basa  solu. 

ai.  E  M  fio  r à  diciughi  :  Pari ,  1  ò 
offesu  al  Signor,  e  vù,  i  n'  merli  piò 
da  vèss  dama  vòst  fio. 

ss.  Alora  U  pari  rà  diciu  ai  so  sar- 
viiìii  :  Pràstu  ,  porte  Sa  la  piii  bela 


casacca ,  e  mattò  sogla  ;  mattèghi  'n 
di  'n  aneli,  e  cauzèlu; 

ss.  E  né  tò  subtu'n  bel  vide,  mai- 
zèlu ,  mangiuma ,  e  fuma  na  raccon- 
chiglia; 

%4.  Parche  ust  me  mattu  rera  m5r- 
tu,  e  rè  risuscita;  rera  persu,  e  I  ò 
truvàlu.  B  I  àn  smania  la  iavaròtta. 

25.  Al  priimmu  di  du  mattai  rera 
fò  *n  V  un  campu  ;  e  'n  r  al  gni  cà , 
quand  rè  sta£  a  riva,  rà  santo  ch'i 
sunavu,  e  chM  cantavu. 

ae.  V  à  clama  un  di  sarvitùl,  e  rà 
dumandàghi,  cud  rera  sta  roba; 

S7.  E  cui  sarvitù  rà  die  unséghl: 
L'è  gno  cà  vost  fradè,  e  vost  pari  rà 
faò  mazze  'n  vide  bel  grassu ,  par  al 
gùstu  da  vèghilu  san  e  saivu. 

88.  L^è  gnòghi  la  fotta,  e  ruriva 
gnanca  né  'n  cà.  E  inora  l'è  gno  fò  so 
pari,  ora  smanza  a  préghèlu  da  né 
denti. 

88.  Ma  lu,  rispondènti,  r  à  dio  a 
so  pari:  Eco,  ino  tan£  agni  ch'i  ser- 
vivi j,  e  I  6  mal  disobidéwl  'n  bottu, 
e  vu  i  mal  gnanca  dàciumi  'n  cravic- 
chi ,  eh'  I  podiss  9tè  légru  con  i  me 
amisi; 

so.  Ma  dapussu  eh'  l'è  gno  cà  stu, 
eh'  r  à  mangia  tut  cussi  cun  al  plandi, 
i  mazza 'n  vide  du  cu'ngrassà. 

SI.  Ma  lù  rà  die  unséghi:  Abba 
pu  nutta;  té  rè'l  me  caro^  e  tut  cui 
ch'i  ò,  ré  tut  cuss  io; 

ss.  Ma  a  n'  s'pudiva  parò  fé  d'man- 
cu  da  sté  légri,  e  fé  'n  bel  dlsné,  par- 
che to  fradé  rera  mòrtu,  e  ré  risu- 
scita; rera  pérsu,  e  ré  staó  truvà. 

Nicolò  E.  Cattaneo. 


80 


PARTE  PRIMA. 


Dialetto  Bergamasco. 


fi.  Sn  òm  el  gh'  ia  <tu  fidi; 

19.  EU  pi5  zùen  de  lur  V k  dèa  a 
so  pàderiTata^dèm  la  porsiù  deso- 
stansa  ch^el  me  teca  ;  e  la  U  ghe  divide 
la  sostansa. 

is.  Dopo  poc  dé^  ol  pi$  zùen  Fa 
rvgondit  tot  ol  so,  e  Tè  *nda£  In  paia 
lonti^  e  là  rà  dissipai  qaat  al  gh^ìa 
a  viv  de  barachér. 

14.  E  dopo  ch^  el  s^  è  majàt  tot  ol 
so ,  al  8^  è  faé  In  quel  pais  dna  care- 
stéa  gajarda ,  e  1  eomensè  a  èss  al 
bisògn; 

15.  L^  è  ^nda2  doca  a  tacàss  a  u  be- 
nestànt  de  quel  pais,  ch^el  rà  man- 
dai fò  ^n  da  so  campagna  a  fk  pascola 
j  porsèh 

16.  E  làU  desideràa  de  impienìss 
la  pansa  di  glande  chM  mangiàa  i  stess 
sani;  ma  nissù  gh^  en  dàa. 

f  7.  Tarnàt  In  lù  Vk  dé£:  Quale  bi- 
sacche  in  cà  de  me  pàdcr  1  g^  a  dol 
pà  a  brondós,  e  me  che  crape  de  fam. 

18.  Lcarò  so  9  e  ''ndarò  de  me  pà- 
der,  e  ghé  dirò:  Tata^  ò  pecàl  con- 
Ira'I  siél  e  conlra  u; 

t9.  Za  no  so  pi5  dègn  de  ess  clamai 
vosi  fldl;ciapém  come  iì  di  vos£  sgaà- 
ter. 

to.  E  csé ,  sbalsàl  In  pè ,  U  végnè 
de  so  pàder;ma  Pera  amò  de  Ionia, 
che  so  pàder  el  Pà  ddgiàl;  el  s^è  mùìl 
a  compassili,  e,  corìt  incontra^  U  ghe 
s^è  botai  al  col,  e*l  l^à  basai  so. 

ti.  01  fidi  el  gh^à  dcò  :  Tata,  ò  pe- 
càl centra  1  slél  e  conlra  u  ;  za  no  so 
pii  dègn  de  èss  clamai  von  flol. 


ss.  Ma'l  pàder  rà  déó  ai  aò  ser- 
vitùrrPrèst,  porte  che  H  pio  bel  àbet, 
e  vestir;  meliga  Panel  In  dit,  e  I  scar- 
pe in  pè; 

28.  Méne  che  Q  vedèi  ingrassai,  e 
copéi ,  e  maèm ,  e  fèm  baracca  ; 

24.  Perchè  sto  mò  flol  P  era  mori 
e  Pè  resùssitàt  ;  Pera  pers  e  s' P  ò 
troàl  ;  e  csé  I  eomensè  a  fa  fesla. 

2».  01  flSl  maglùr ,  che  Pera  fò  'n 
di  cap ,  ih  del  lume  a  ca ,  Pà  sentii 
a  sana  e  canlà  ; 

26.  Clamai  ó  di  so  ser^itùr,  el  g'ii 
domandai,  cossa  Pera  sto  baca. 

27.E1Ù  1  gh'àrispondiUL'f  égnit  tò 
f radei ,  e  tò  pàder  l'à  copàl  Q  vede! 
grass,  perchè  'I  Pà  ricuperai  sano  e 
salvo. 

28.  Alura  al  fradèl  magiùr  al  ghe 
saltò  la  mosca ,  e  M  velia  mlga  ^ndà 
'n  cà  ;  e  'I  pàder  Pè  ógnil  fò,  e  Pà 
comensàl  a  pregai. 

99.  01  flol  Pà  rispòsi  a  so  pàder: 
Ecco ,  a  me,  che  P  è  face  agn  che  ve 
ser>*e,  sensa  mal  trasgredì  n  vosi  ùr- 
den ,  no  m' i  mal  da£  gnà  ù  cavrèl 
de  godrm  col  me  amis  ; 

so.  £  dopo  che  P  è  égnil  sto  flol 
che ,  che  P  à  majàt  lol  ol  so  coi  po- 
tane, i  copàl  u  vedèi  Ingrassai. 

51.  Ma  'I  pàder  et  gh'  a  dé«:  Té,  U 
me  sòèl,  le  sé  sèmper  con  me,  e  lol 
ol  me  Pè  tò; 

39.  L'era  però  de  giòsl  de  god  e 
tripudia,  perchè  sto  tò  fradèl  Pera 
mòri  e  Pè  reégnit;  Pera  pers  e  s'  Pà 
calàt. 

Piia  Rdcc^  ni  Staiéll. 


DIALETTI   LOMBARDI. 


51 


Dialetto  Crcmasco. 


II.  Od  ÒDI  al  gh'  aTÌa  da  flòl  ; 

tt.  Al  pussè  zóen  Pà  del  a  ^  pà- 
der  :  Pupa ,  dam  la  part  che  m'^a^vé  ; 
e  In  M  gh'*à  spartii  la  so  roba. 

13.  Dopo  quaich  de,  al  pflM  tòen 
r  à  fai  so  1  fagòt  de  tot  quel  eh'  al 
gh'*  a\ìa,  rè  andàt  In  l'ùn  paés  luntà 
lunfà ,  e  là  rà  apcndit  tdl  e!  so  In 
di  Tèsse. 

14.  Quan  rà  avit  consumai  t5t,  rè 
fgnìi  uoa  gran  carestéa  In  quel  paés, 
e  IO  al  gh^  ìa  mlga  de  eumpràss  da 
mangia; 

I».  Alura  rè^dài  da  on  siùr  de 
quel  paés ,  eh'  el  P  à  mandai  nel  so 
elos  a  vardà  I  ròl. 

fl  t.  E  lù  ^1  vorìa  impieniss  la  pansa 
cole  giandechemagnàa  i  ròl;  ma  nissù 
gh*a  na  dàa. 

17.  Alura  al  s''è  mess  a  pensa  i  fai 
so ,  e  r  a  dèi  da  per  lù  :  Quanti  ser^ 
Titùr  in  casa  da  me  padre  i  gh'  à  pà 
infina  eh''  1  vói ,  e  me  che  mòre  da 
fam. 

18.  Léarò  so,  andarò  da  me  padre 
«  gh'a  dirò  :  Pupa,  me  ò  pecài  anvèrs 
al  Signor  e  ''nvèrs  de  ié  ; 

19.  No  so  miga  dègn  che  te  me  cià- 
mei  pò  tò  fiól  ;  ma  iègnem  come  ''n 
tè  servitùr. 

to.  L^  è  leài  so  9  e  r  è  égnìi  da  so 


99.  Ma  el  pàder  V  à  dèi  al  so  ser- 
vitùr :  Presi ,  porte  che  el  vestii  pò 
bel ,  e  metighel  so,  metiga  so  ^n  anèl 
an  dit,  e  metiga  so  dele  bele  scarpe; 

23.  E  mene  che  'n  vedèl  grass ,  e 
massèl,  ch*el  mangiarèm  e  farèm 
festa  ; 

84.  Perchè  sto  me  fiòl  Pera  mori 
e  adès  P  è  resussltài;  P  era  perdit,  e 
adèss  l'èm  truai;  e  i  s'è  mess  adrè 
a  mangia. 

9tt.  £1  fiól  prém  P  era  a  fora ,  e 
quand  Pè  turnài,  che  Pè  stai  areni 
a  ce ,  P  à  sentii  a  sunà  e  canta. 

96.  L'à  clamàton  servitùr^  eM  gh^à 
dumandài  cossa  che  Pera  quel  baca. 

87.  E  '1  servitùr  al  gh'  à  dét:  È  égnìi 
tò  fradèl ,  e  io  padre  P  à  massài  ^n 
vedèl  grass ,  perchè  P  è  iumài  sa. 

88.  Lii  P  è  ^ndàt  an  colera,  e  '1  vu- 
ria  miga'ndà'n  casa;  alura  'I  padre 
P  è  égnit  fora ,  e  'I  P  à  clamai. 

98.  Ma  lù  'I  gh'  à  dét  a  so  padre  : 
Varda,  P  è  tanti  an  che  me  ie  serve, 
ta  so  sempre  stat  obedièni;  e  la  m'è 
mal  dat  un  cavrèi  da  mangia  cui  me 
cumpàgn  ; 

so.  E  perchè  è  égnit  sto  tò  flól,  che 
Pà  consumai  tot  an  d'*  i  vésse,  té  Tè 
massài  un  vedèl  grass. 

8f .  Ma  '1  padre  M  gh'  à  dèi  :  Seni , 


padre  ;  quand  P  era  amò  luntà ,  so    al  me  fiól ,  té  ia  sé  sempre  con  me , 


padre  Pà  vést;  Pà  sentit  cumpassiù, 
el  gh'^è  curìt  ancuntra,  el  gh'à  trai 
t  brass  al  col,  eM  P  à  basai  so. 

ti.  El  fiòl  el  gh'à  dèi:  Pupa,  me ò 
pecài  anvèrs  al  Signor  e  anvèrs  da 

^*,e  no  so  miga  dègn  che  te  me  dà- 

^  tò  fiòl. 


e  tot  quel  che  g'  ò  P  è  tò  ; 

89.  Bisognava  però  fa  festa  e  alé- 
grca ,  perchè  sto  io  fradèl  P  era  mori 
e  adèss  P  è  resùssitàt;  P  iem  perdit  e 
adèss  Pèm  truài. 

Faustino  Samsevirino. 


«9 


PART  BPRIMA. 


Dialetto  Crkmasco  Rùstico. 


11.  N'ùmen  a'I  ghMa  du  bagài; 

19.  'L  pò  dóen  Vk  dé£  a  so  tà:  Tà, 
dèm  la  part  dal  me ,  che  m' a  teca  ; 
e  la,  8Ò  tli,  a'I  gh*k  M  Ira  lar  le  dii- 
sgià. 

15.  Da  le  a  poc  de,  faó'l  fagòt  da 
tot  al  so ,  '1  bagàl  pò  dóen  V  è  na£ 
amvià'n  d'5n  pais  da  lans  ièss,  e 
ìkn  gh'  à  consumàt  fò  tdt'l  sò'n  stra- 
vesse. 

14.  Dopo  cli'el  gh'à  llvràt  da  daga 
la  fi,  'n  chel  pais  gh'è  naé  na  cara- 
atea  putardla,  e  la'l  s'è  truàt  propeso 
bisògn; 

ia.E  gh'  è  Igiùt  'n  cor  da  nà  da  jù 
dal  pais,  al  qual  al  r&  cassàt  an  la 
yela  a  là  '1  parchér. 

le.  E'I  sa  sarèv'nféna  sadùlàt  co 
li  glande  di  rol;  manissu  ga  na  daa. 

17.  A  la  li  a  '1  s' è  faó  na  rasù  ,  e 
da  lu  'n  tar  lu '1  gh'  k  dèe:  Quaé  ser- 
vitùr  an  ca  da  me  tà  i  gh'  à  '1  pà  ^B 
bondansia^e  me  so  che  quase  ^  pisa 
da  la  fam. 

18.  Naro  véa  da  che ,  narò  da  me 
là,  e  ga  dldarò  :Tk,  me  gh'  ò  fa£  '\ 
pacàt  ancuntra'l  siél ,  e 'ncuntra  u; 

19.  Me  no  so'  pd  degn  da  ess  ciamàt 
▼est  bagài  ;  tratèm  anfnrma  i  vos£ 
servitùr. 

90.  E  sensa  fa  tate  sprolunghe,  l'è 
naé  da  so  tà.  %ibé  che  l'era  amò  da 
luns,  so  tè^l  rà  cugnussit,  gh'è  ignit 
da  carogna,  a'I  gh'è  curii  ancuntra, 
e  brassèndol  s5  '1  l'è  basèt. 

91.  'L  bagài  '1  gh'à  dé£:  Tà,  me 
gh^  ò  foó  '1  pacàt  'ncuntra  '1  siél ,  e 
cuntra  u  ;  me  no  so  pò  degn  da  ess 
damai  vosi  bagài. 


29.  E  '1  tà  l'à  déé  ai  serWtùr:  né- 
mp,  svelte, serni  fò  la  vesta  pò  reca, 
e  matiglaso;  matiga  la  èra 'n  daldll, 
e  i  scarp  an  dM  pè; 

98.  Hané  '1  vadèl  pò  grass  e  mas- 
sél;  sa  mije  e  «a  bie  alegramento; 

94.  Che  sto  me  bagàl  Pera  mori, 
ere  resussitàt;  al  s'era  pardit,  e  1 
s'è  truài  amè.  E  le  i  à  scumensàtU 
diertimél. 

95.  "Ntal  luma  a  eà  Tetre  bagài  pò 
vè£  che  l'era  a  fò ,  e  M  seni  a  sunà  e 
canta; 

96.  A 1  clama  ^  servitùr,  a  ^1  Pan- 
turèga  da  st5  budéss. 

97.  E  lu'l  gh'à  respundit:  Gh'è 
tumàt  a  cà  tò  fradèl,  e  lo  tà  l'à  faó 
massa  'n  vadèl,  perchè  '1  Tà  quistàt 
sa  e  salv  amò. 

98.  E  iù  r  è  naé  tal  an  còlara,  ch'el 
vurìa  mia  nà  da  dét  Ilura  so  là  l' è 
Ignit  da  fò  a  pregai. 

98.  Ma  lu'l  gh'  à  respundit:  I  è  laé 
agn  che  va  serve,  e  gh'  ò  faè  senp 
tot  chel  che  m^  i  urdenàt;  e  m'i  mai 
daé  gnà  ^n  cavrèi  da  god  an  cumpa> 
gnèa  di  me  camarade; 

so.  Ma  daché  gh^  è  ignit  a  cà  sto 
vosi  bagài ,  ch'el  gh^à  livràl  da  con- 
suma fò  tot  con  de  li  done  da  mal  Cà, 
gh^  i  massài  al  vadèl  pò  grass. 

81.  Ma'ltàUgh'à  dèe:  Bagài,  té 
r  a  sé  semp  con  me,  e  tot  chel  che 
gh'òmé  rè  a'tò; 

89.  Ma  Fera  bé  da  giosto,  che  stés- 
sem  ^n  pò  alegramént  e  féssem  na  fe- 
stiola,  perchè  sto  tò  fradèl  Fera  mori, 
ere  resussitàt;  a  '1  s'era  pardit,  e  M 
s^è  truàt  amò. 


Prete  GiovANm  Souea. 


DIAMTri  LOVBAKDf. 


55 


DlALKTTO  BinaARo. 


II.  Ón  òm  el  gh^  ia  do  Me  ; 

11.  El  pio  lùen  el  disè  al  so  t>obè: 
Boba ,  dèm  la  part  de  beni  che  me 
perfoea;  e  lu  el  ga  fé  le  pare. 

1 3.  Poe  dopo  el  pl9  zàen,  fai  85  tòta 
la  8Ò  roba,  el  sé  metè^n  viàsper  on 
paéa  looti,  e  là  ^1  mijè  f5ra  t9t  el  so, 
en  del  Ttea. 

i4.I>opoch''el  g^i  itoonsdipàttdt, 
8^  è  fot  en  quel  paès  9na  gran  carl- 
stia,  e  la  H  seomensè  a  troèss  en  bi- 
Mgn; 

flS.  E  rande,  e**!  sé  mete  a  sètrer 
giù  de  quel  paé»,  ch^el  la  mandò  en 
dd  so  camp  a  A  pascola  I  porsèl. 

la.  E  r  aerea  volit  Impleni  la  so 
pansa  dele  taéle, che  I  mangila  I  si; 
ou  nissu  gh^  en  dàa. 

17.  Tomàt  pò  ^n  lù,  M  dlsè  :  Quaé 
serrltùr  en  cà  de  me  pàder  I  gh**!  a- 
hondanaa  de  pi  ;  e  me  che  mòre  de 
fun. 

18.  Léarò  so ,  e  ^darò  da  me  pà- 
der ,  e  gh*a  dlsarò  :  Boba,  ò  pecàt  con- 
tro 1  SIgnàr,  e  contro  de  vò; 

la.  Za  no  so  piò  dégn  d^ èsser  da- 
mai vosi  fiòl  ;  tlgnim  come  gin  del 
▼osi  servltàr. 

so.  E  leàt  so,  rande  de  so  pàder. 
8ò  pàder  el  la  vede,  che  Pera  amò 
de  Iona ,  et  s^  è  moit  a  compasslà,  e, 
ooràndof  h'  Incontra,  el  gh'  è  sbabàt 
alcol,  enràbasàt. 

ti.  Maral  flòl  el  gh'à  dìt:  Boba, 
ò  pecàt  contro  ^1  6lgnùr  e  contro  de 
vó  ;  za  no  so  piò  dégn  d^  èsser  ciamàt 
tost  flòL 

SI.  Ha  1  pàder  el  disè  ai  so  servi- 


tur:  Z6  prest,  porte  ché^l  piò  bel 
àbit  e  vistil,  e  mitiga  Panel  en  dlt, 
e  le  scarpe  ^n  pè  ; 

sa.  E  mene  fora  òn  vedèl  engraa- 
sàt,  e  copèl,  e  manglòm,e  stòm  ale- 
gher; 

S4.  Perchè  sto  me  fiòl  che  che  fera 
mort  ere  resòssltàt;  Pera  pera  e  Vk 
stat  catàt;  e  i  sa  mete  a  tàola. 

58.  El  sòèt  piò  grand  Pera^n  del 
camp,  e  ^  del  vègner  a  casa,  quand 
che  r  è  stat  visi ,  el  aenlè  a  sona  • 
canta. 

te.  E  ciamàt  fÒra  Òn  senrftàr,  el 
ga  domande ,  che  noità  gh*  era. 

S7.  E  la  ^  ghe  risponde  :  L^  è  rial 
lo  fradèi ,  e  tò  pàder  P  à  copàt  òo 
Vedèl  ingrassai,  perchè  *1  Pà  ricupe- 
rai sa. 

Ss.  E  lu  rè  andàt  en  còlerà,  e  noi 
volia  andà  dént;  ma  so  pàder  Pandè 
fora,  e*l  se  mete  a  pregai. 

59.  E  lu'n  risposta'!  ghe  dlsè:  Var- 
dè ,  P  è  tao  agn  che  va  serve ,  e  no 
v'ò  mal  disùbidit;  e  vò  no  mM  mai 
dal  gnà  'n  cavrèt  per  godimela  coi  me 
camerade  ; 

50.  E  adèss  che  qaesP  alter  che  che, 
che  Pà  majàt  fora  '1  so  cole  done,  Pà 
tomàt,  i  copàt  per  lai  vedèl  Ingras- 
sai. 

ai.Enpàder  elgh'à  rispósi:  Carel 
me  sòèt ,  té  te  sé  sèmper  con  me ,  e 
quel  eh' è  me  Pè  tò; 

ss.  Bisognàa  fa  pasl  e  godisela , 
perchè  sto  tò  fradèi  che  che  P  era 
mort  e  Pè  resòssltàt;  P ie  pers  e  Pò 
catàt. 

Conte  Lui«  Lkbi. 


5« 


PARTB  PRIMA. 


Dialetto  di  Valcamòsiicà  (Bresciano  rùiticó). 


II.  On  om  el  gVìa  du  matèi; 

19.  E  ^1  pio  zùen  de  lur  el  gh^à  dit 
al  pare:  Bubà,  dam  la  part  de  la  so- 
stanza che  m^toca;  e  lù  P  à  diidit  a  lur 
la  sostanza. 

is.  E  poc  de  dopo,  el  fiol  pio  zùen, 
tot  so  tota  la  so  roba,  Tè  ^dàt  en  d^un 
pais  lontà,  e  là  Vk  consomàt  el  fat 
so  a  godisla. 

14.  E  dopo  i  consomàt  tot,  el  gli'c 
gnìt  dna  gran  caristia  en  quel  pais,  e 
lu  rà  scomensàt  a  patì; 

18.  E  rè  ^ndàt  a  ier  con  giù  de  quel 
paiSyCh^el  Vk  mandàt  en  d^ona  so  cam- 
pagna a  pastura  i  porsèl. 

16.  E  ^1  gVia  via  d^empienis  el  vè- 
ter  de  le  glande  chM  majàa  i  porsèi; 
e  nigù  1  gh^en  dàa. 

17.  E  pensando  so ,  rà  dit  :  Qua£ 
laureò  en  cà  del  me  pare  i  è  ^n  mèz 
al  pà;  e  me  crape  de  fam. 

1 8.  Oi  Ica  so  e  ^ndà  de  me  pare,  e 
diga  :  Bubà ,  ò  pecàt  aànte  U  del  e 
aànte  té; 

19.  No  so  pio  dégn,  eh'  i  medlse  to 
fidi;  tègnem  compàgn  d'un  tò  laurét. 

so.  Ere  leàt  so  ,  e  Tè  gnit  de  so 
pare.  E'ntàt  che  Pira  amò  lontà ,  so 
parel  Pà  est,  e'igh'à  it  compassili, 
rè  curìt,  el  Pà  brassàt,  el  Pà  ba- 

Sàt  80. 

91.  E 1  fiol  el  gh'à  dit:  Bubà,  ò  pe- 
càt aànrel  elèi  e  aànte  té;  no  s6  pio 
dégn,  eh*  i  me  dlse  tò  fidi. 


99.  El  pare  1  gh'à  dit  ai  servitùr: 
Prèst,  mitiga  'ndòs  la  pio  bela  glpa  ; 
mitiga  Panel  en  dit,  e  i  laùr  en  d^l  pè; 

95.  E  mene  che  1  vedèl  ingrassàt, 
cupèl  e  mangiómel,  e  stóm  alégher; 

94.  Perchè  sto  me  matèl  Pira  mort 
e  Pè  resussitàt;  Pira  pers  e  s' Pà  troàt. 
E  i  s' è  mess  drè  a  fa  1  past. 

9».  El  so  matèl  pio  èc  Fera  en  dM 
camp ,  e  'n  del  toma  e  gni  visi  a  la 
cà,  Pà  sentit  a  sunà  e  canta. 

96.  E  P  à  ciamàt  giù  di  ser\itùr , 
e  1  gh'  à  domandai  cosa  P  ira  quela 
roba. 

97.  E  lui  gh'à  dit:  Tò  fradèl  Pè 
gnìt,  e  tò  pare  Pà  cupàt  un  vedèl  in- 
grassàt, perchè  1  Pà  troàt  franco. 

86.  Lu  1  s'è  'nrabiàt,  el  velia  mìr 
ga  'ndà  de  déter;  ma  so  pare,  gnit  de 
fò,  el  Pà  ciamàt. 

89.  E  lui  gh'à  respondit  a  so  pare: 
I  è  ta£  agn  che  te  ser\T ,  che  no  ta 
desùbedesse;  e  mal  ta  m' è  dat  un  ca- 
vrèt  de  majà  coi  me  amisi; 

50.  E  dopo  che  P  è  gnit  sto  tò  fiol, 
che  P  à  dioràt  el  fat  so  co  le  porche, 
ta  gh^è  cupàt  un  vedèl  engrassàt. 

51.  E  lui  gh'à  dit:  Hatèl,  té  ta  se 
sèmper  con  me,  e  toó  i  me  laùr  1  è  tò  ; 

39.  E  Pira  nesessare  fa  past,  e  sta 
alégher,  perchè  sto  tò  fradèl  Pira 
mort  e  Pè  resussitàt;  Pira  pers  e  a*  Pà 
troàt. 

Gasribuo  Ros4. 


DIAI.inn   LOMBARDI. 


»» 


Dialetto  Ciemokese. 


il.  Ch'era  n'òni  ch*el  gh'iva  du 

12.  EH  pù  gióven  de lur el  dlsè  al 
jttder:  Pupa,  dème  la  purziù  del  vò- 
5ter  che  me  loca;  e  IQ  '1  ghc  fé  le  part 
del  so. 

is.  Dopo  pochi  de,  el  fiól  pu  gió- 
Ten  el  todè  so  tdt,  e  Tandè  in  luntàn 
paès,  e  là  el  cansuinè  tdt  el  so  vivènd 
da  scapestrat 

14.  £  dopo  eh'  el  8'  ave  mangiai  tot^ 

vegnè  na  gran  carestia  in  quel  pa^s- 

1à.  e  lu'*l  cumlnzè  a'vighen  de  blsogn; 

ift.  E  Pandè^  eM  se  mete  asta  con 

en  »iùr  de  quel  paés,  ch'el  la  mandè 

fora  col  nimài. 

10.  E  lu  r  aràf  fina  vnrìt  impienisse 
la  pansa  con  le  glande  che  mangiava 
l  nimài;  ma  nlsson  ghe  na  diva. 

17.  Alora  turnàt  in  IQ,  el  dlsè^ 
Quanti  servitùr  in  cà  de  me  pàder  i 
gh'à  del  pan  da  tra  ^nso;  e  me  chi 
mori  de  fam. 

18.  Todarò  só^e  andarò  da  me  pà- 
der, e  ghe  dirò:  Pupa,  ò  pecàt  con- 
trari siél,  e  In  faccia  a  vò; 

19.  ?(esont  pò  degn  d'esser  ciamàt 
vòster  fiól  ;  tegnime  come  on  di  vò- 
ster  servitùr. 

Is.  E'I  tudè  so^  el  vegnè  da  so 
pàder.  L' era  anmò  da  luntàn,  e  '1  pà- 
der d  la  vede,  e  '1  na  sente  cumpas- 
>ià;  el  ghe  core  'neon tra,  el  ghe  tré 
i  brazx  al  col,  e  '1  la  base  so. 

SI.  En  flólel  ghe  disè:  Pupa,  ò 
pecàt  contra  1  siél,  e  in  faccia  a  vò  ; 
ne  sont  pò  dègn  d' esser  ciamàt  vò- 
sterflól. 

^  Alura  el  pàder  al  disè  ai  so  ser- 
vitùr: Purtè  sobit  fehi  el  pò  bel  ve- 


stit,  e  vestii  so ,  metighe  'n  anèl  in 
dit,  e  dele  scarpe  ai  pé; 

9S.  E  mene  chi  el  vcdèl  {)u  grass, 
mazzèl,  e  mangiùm  e  stùm  alégher; 

24.  Perché  stc  me  fiól  chi  V  era 
mort,  e  rè  resussitàt;  l'era  perse'! 
s'è  truvàt;  e  i  cuminzè  a  mangia  alé- 
gramént. 

28.  El  nói  magiùr  pò  l'era  a  fora, 
e  quand  ei  végnè,  e  ch'el  fudè  a  prof 
a  casa ,  el  sente  eh'  i  sonava ,  e  eh'  I 
cantava. 

26.  El  ciamè  on  di  servitùr,  e  '1  ghe 
dumandè  cussa  l'era. 

27.  E  lù  'I  ghe  dlsè:  É  rivàt  so  fra- 
dèi,  e  so  pàder  Tà  mazzàt  en  \itèl 
grass,  perché  '1  gh'è  turnàt  anmò  san 
e  salf. 

28.  E  lù  l'andè  in  còlerà,  e'I  vu- 
riva  mlga'ndà'n  cà;  e  so  pàder  el 
venz  fora,  e  'I  cuminzè  a  pregai. 

29.  E  lu,  rlspondènd  a  so  pàder,  el 
ghe  disè  :  L'è  chi  tanti  an  che  ve  ser- 
vi, e  ò  sèmper  fat  né  pò  né  men  de 
quei  ch'i  vurit;  e  pur  ne  m'i  mai  dat 
gnanca  en  cavrèt  da  goder  cui  me 
amich; 

.^0.  Ma  mala  pena  che  l' è  rivàt  sto 
vòster  flòi  chi,  ch'el  s'è  mangiàt  tot 
cun  le  done  de  mònd,  sobit  gh'i  maz- 
zàt en  vitèl  grass. 

SI.  E  lù  '1  ghe  disè:  Te,  flol  me,  te 
sé  sèmper  chi  cun  me,  e  tot  quel  che 
g'ò  de  me.  Tè  anca  tò  ; 

ss.  L'era  pò  ben  de  giost  d' avighe 
gost  e  de  sta  alégher,  perché  ste  to 
fradèl  chi  l'era  mort  e  l'è  resussi- 
tàt; l'era  pers  e'I  s'è  truvàt. 

Ing,  Elia  LoMBAanini. 


CAPO  IH. 


SAGGM  DI  VOCABOLARIO  DEI  DIALETTI  LOMBARDI. 


Spihsazioiib 
Delle  obbreHazUmi  impiegate  nel  eegueiUe  Vocabolario, 


Alb.  —  AlbaiMie. 
Ar.  —  Arabo. 
Aim. — AnDÒrìeo. 
A.  8.  —  Anglo-Sàssone. 
Bis.  —  BaseueiiBe. 
Ber. — Bergamaseo. 
lor.  —  Bonniese. 

Bt.  —  Bresciano. 

Brian.  —  Brianzolo. 

CaL  —  Caiedònico. 

Cim.  —  Càmtyrlco. 

Com.  —  Comasco. 

Com.  —  Comovàllico. 

Cr.*  —  Cremonese. 

Cr.*  —  Cremasco. 

i^.  — Danese. 

B-Or.— DialettfOrìent 

B.Oc— DialetU  Ocdd. 

Bia.  —  Diminutivo. 

Bbr.—  Ebraico. 

Fem.  —  Femminile. 

Fer. — Ferrarese; 

Fr.— Francese. 

frio.  — Friulano. 


GaeL  —  Gaèlico. 
Gen.  —  Generale. 
Gr.  —  Greco. 
IngL  —  Inglese, 
fri.  —  Irlandese, 
isl.  —  Islandese. 
It  — Italiano. 
L.  —  Latino. 
Liv.  —  Livignese. 
Lod.  — •  Lodigiano. 
Mant.  —  Mantovano. 
M.  Got  —  Meso-Gòtico. 
Mll.  —  Milanese. 
MII.  ant. —  Milan.  antico. 
Mod.  —  Modanese. 
Nov.  —  Novarese. 
Olan.  —  Olandese. 
Pav.  —  Pavese. 
PI.  —  Plurale. 
Prov.  —  Proveniate. 
Rom.  —  Romanzo. 
Ras.  —  Russo. 
8«M.  —  Sanscrito. 
I  Spa.  —  Spagnolo. 


Sv.  —  Svezzese. 
Ted.  —  Tedesco. 
Tic.  — Ticinese. 
Tir.  —  Tirolese. 
T.  P.  —  Tre  Pievi. 
Tras.  —  Traslato. 
Tren.  —  Trentino. 
V.  —  Vedi. 

V.  Ani.  —  Val  Anzasca. 
V.  Bl.  —  Val  di  Blealo. 
V.  Cam. —  ValCamònica. 
V.  Cav.  —  Val  Cavargne. 
V.  For.  —  Val  Formazza. 
V.  Intr.  —  Val  Intragna. 
V.  L.  —  Val  LevettUiia. 
V.  Liv.  —  Val  Livigno. 
V.  Mal.  —  Val  MaleMO. 
V.  M.  —  Val  Maggia. 
V.  Str.  —  Val  Strona. 
V.  T.  —  Val  Tellina. 
V.  V.  —  Val  Venasca. 
Ven.  —  Vèneto. 
Ver.  —  Veronese. 
Verb.  —  Verbanese. 


Adrobasto.  y.  T,  Pane  di  casa,  o 
ctsaUngo.  Gr.  Artos.  Pane;  Ba- 
stoD.  Inferiore,  pia  basso. 


Adùs.  f^7.  Appontino.I.Adamas- 
sim. 

A  g  ò  r  d.  Ji.  Abbondante,  di  buon  peso. 

▲greià.  Af<(.  Affrettare.- i9r.eAf(ml. 
Grezàr.  -K.  Grei&r. 


w 


PARTE  PB1XA. 


Ai.  f.  T, .  Ei.  mi.  Si. 

A  i  d  ù.  Br.  Adesso. 

Alò.  f^.  Anz,  (Affermazione)  Si,  farò; 
Aula  ma.  Si,  faremo. 

A  Iba  r  0  l.^r.VilelIo  da  uno  a  due  anni. 

A  U  a  m  i  n  é.  MiU  Grido  di  gSo]a  po- 
polare in  occasione  di  nozze. 

Alp.  Gen,  Pastura  sulla  montagna, 
con  ricovero  per  le  mandre.-Goe/. 
Alp,  ailpy  Eminenza;  -^r.Alb., 
Mucchio. 

Amada.  Cbm.  Zia.  "  V.V.  e  K  M, 
Anda. -Affi.  Ameda  e  Medin;- 
prei$o  Como,  Midìn.  -  D,  Or. 
Mèda.  -  y.  ^nz.  Amia,  Amia.- 
y.  Co»,  N  e  n  a.-f^  7\  M  e n  o  na  {tign. 
Zia  paterna).  -  ^  A  m  i  t  a.  -  Gr.  N  a  n- 
ne. 

Amba.  Mil,  Inclinato,  obliquo. 

A  m  b  r  e  n  a.  Br,  Corregglaolo  per  fer- 
mare Il  giogo  ai  buoi. 

Amola.  Gtn,  Ampolla;  dim.  Amo- 
lin.  •  L,  Hamula. 

Ampia.  Br,  -  Ampi.  Mil.  Afa,  dif- 
ficoltà di  respiro.  Tra».  Noja. 

Ancóna.  Gè».  Tàvola  o  tela  dipinta. 

Andlghèr.  Br,  Cànapo. 

Anghèl.  y,  Cap.  Agnello. 

Anta.  Gen.  Sportello ,  Imposta ,  an- 
teaerratura. 

Ante 8 in.  MiL  e  Cbm.  Piccolo  agone 
(specie  di  pesce). 

Anlù.  Br,  Lo  spazio  compreso  tra 
due  Alari  di  >iti.  -  BreL  Ant  iV. 
Antù. 

Aola.  Br.  e  Marni.  Lasca  (  specie  di 
pesce). 

A  per.  y,  T,  Steccalo  che  separa  la 
stalla  dal  fenile.  -  Gael.  Apar  an.  - 
JngL  Apron.  Steccato,  recinto. 

Após.Jlft7.-Apos.  ^r.-Apùs.  Cr.* 
Dietro,  dopo.  -  Z.  Post. 

ApròL  MU.  e  Br.  Appresto. 

Arblòn,  erblòn.  Mil.  e  Pa9.  -  Ar- 
bèly  erbài.  On». «  ^0r6. Piselli. - 
Goel,  Arbhar.  Biade.  -  Gr.  Ère- 


bi ndos.  Geee.  -  Lai.  E 
sello. 
Arella.  Gen.  Canniccio,  ( 

L.  Arundo? 
Arènt.  Gen.  Vicino,  rasei 
Argiàdiv.  y.  M.  Guaime 
A  r  1  i  a.  Mil.  e  Mani.  Rilia, 

perstizione. 

Arsela.  Mil.  Nicchia ,  gu 

chiglia.  -  Bret.  Bara.  E 

Ars  la.  Br.  Beccaccia,  acc 

A  r  t  a  n  i  t  a.  ^r.  Pamporclm 

tos.  Pane. 

Asca.  Mil.  Senza.  -  i^.  Al 

AscandiS.  Mil.  Pigro,  p< 

Àscara,àscher.^r.Spa^ 

ra.  -  Ascher  in  Br.  «4 

Duro,  difficile. 

Asfor.  Br.  Zafferano  Talso 

Asist.  y.  y.  Conca  del  la 

Assinènto.  K.K.Assaifai 

iinenza  ento  in  quuta  i 

a  formare  il  grado  iugm 

cendoti  bonento  per  buon 

lento  per  bellissimo.  At 

tempo  fotte  ancora  «foto 

modo  Mito  nottre  Pr^Hm 

Cora  dieesi  in  varii  hng 

per  nuo\'issimo,  Nudènt  ; 

Simo,  ed  allri. 

Assossèn,  Sossèn.  MiL 

suo  senno. 
Astòcfc  Storfc  Stole.  I 
montano.  -  /..  Tctrao 
lus.  -  7(. Astore.- L.  A 
gello  di  rapina.  -  GaeL  f 
pe;  omde  Storg  tarebU 
montano. 
Atta.  K.Af. Padre.  -  M.a 
Alb.  A  te.  -    Ba».  Ai  tu 
Athair. 
Aurizi,  Orizi,Urizi.  r 
no.  -  Bor.  Orivi.  -  Bom, 
Àvas,  àves.  Gen.  Vene  d' 
gIva-Butan  I  àves.  S| 
sorgive. 


DIALETTI   LOXBARDf. 


59 


labL  fVrft.  Ro6po.  -  Mil,  Jnf,  e  Mant. 
luso. 

Iic  a  I  é  r.  O*.*- B  a  e  a  1  i  r.  iVofil.  -  B  ii- 
eilà.  Pq9,  Lucerniere,  portalucer- 
Di. -.orioli.  Stampe.  Sta  in  piedi. 

Bada.  MiU  Socchiùdere. -Par.  Bagà. 
Socchiuso,  rabbattuto. 

Biga.  Gffi.  Otre  da  vino. -Bagà, 

bagàr,  sbagazzà.  Cioncare,  ine- 
briarsi.-Goe/.  Balg,bolg,builg. 

Sacco,  bolgia,  pancia,  ventre. -Ba- 
gacb.  Corpulento,  panciuto,  obbo- 
so.  -  TVrf.  Bau  eh.  Pancia. 
Bagàj.  Gm.  Ragazzo,  fanciullo,  in 
Mani.  Biffn,  ancora  persona  o  cosa 
di  cui  non  si  ricorda  il  nome. 
Bàita.  Gen.  Casolare,  capanna,  ricó- 
vero, /n  y.  T.  tign,  ancora  Casa  ; 
tu  alcuni  imoghi  del  Mil,  Cartwnaja. 
Qmsta  voce  è  propria  di  motte  Un- 
f/ue  orientali,  e  iigniflca  Casa. 

Bile  a.  Mil.  Br.  e  Cr.*  Calmare,  ees- 
aaure;  -  Balcàss.  Calmarsi. 

Bilm.  f^,  M.  Sasso,  masso. 

Salma.  V,  Anz.  Cavità  formata  da 
ina  rupe. 

Balòres.  Mil.  e  Ber.  Melolontha 
Titis  (Specie  dlnsetto). 

Bilèss.  Br.  Rozza,  carogna.  -  Thu. 
Mil.  e  Br.  Vagabondo,  furfante. 

Bilsa.  Br.  Pastoja.  -  Gael.  Balt, 
belt.  -  Lembo,  stràscico. 

Baoiòl.  Or.*  Sgabello.-  Boi.  Ban- 
zola,  Banzolèln.  Panca,  pan- 
chetta ;  sgabello. 

Baraónda.  Gen.  Parapiglia,  im- 
piccio. 

larbèl.  Br.  Farfalla. 

Bare.  f^.  Mal.  Gruppo  di  case  abi- 
Ute  solo  in  certe  stagioni  ;  Nome 
divarll  villaggi.-  Corri.  Bargus, 
iipiflea  sopra  il  bosco. 

Bardòc  MiL  Mentecatto. 

Bàrecffr.  Agghiaccio.  Qud  prato 


0  campo  in  cui  sógfiono  1  pastori 
chiùdere  II  gregge. 

Bargàt.  Com.  Specie  di  gerla. 

Bari  oca.  F.  T.  Fame.  K.SgaJosa, 
e  Ghèlne. 

B  a  rz  é  v.  Cam.  Manglatoja.  I.Pncsepc. 

Base  la.  f^.  T.  Gràppolo.  -  Goef.  B  a- 
gailt. 

Basèl.  Mil.  Scaglione,  gradino. 

Basgia.  0.*-Basla.  rr.*-Ba«la. 
Mil.  Vaso  di  terra  pel  latte.  -  Cr.^ 
Basgèt,  Basgióta.  -  Mil.  Ba- 
stò t.- Pop.  Bas  Iòta,  Basiót.  Taf- 
fèria;  piatto  di  legno  su  cui  si  versa 
la  polenta,  jllcuni  lo  vogliono  deri' 
palo  dal  L.  Vas  loti  (vaso  di  ter- 
ra)? 

Bàzol,  bàsgier.  Mil,  -  Bàsol. 
Mant.  Bìlico;  legno  alle  cui  estre- 
mità vengono  apposti  due  pesi  e  si 
mette  in  ispalla.  -  Piem,  Baso.-i^. 
Bajulum. 

Bastàg.  y.  T.  Canale  fatto  neirintcrno 
dei  boschi  per  agevolare  T  estra- 
zione del  legname. 

Bcder.  Bor.  Ragazzo,  fanciullo.  - 
Com.  Bcarn. 

Belzòm.  y.  K.  Cencioso;  Bilz.  Cen- 
cio; 0  m.  Uomo.  -  Ted.  Bilz.  Fungo. 

Benìs.  A  Oc.  Confetti  di  nozze. 

BenS.  y.  y.  Veste  làcera,  cenciosa. 

Bentàr.  K  ^.  Bisognare,  convenire. 
In  varii  htoghi  di  più  provinele  fom- 
ttarde  diceti:  Venta  che  vaga. 
Convien  eh'  io  vada.  Lo  ttet$o  verbo 
è  comune  ai  dialetti  pedemontani  , 
e  8i  adopera  solo  in  terza  persona 
singolare  del  presente.  E  qui  è 
d'uopo  osservare,  come  altri  dior 
letti  abbiano  voci  esclusivamente 
loro  proprie  a  rappresentare  lo 
stesso  verbo,  cioè:  il  Ljod.^  il  Mil.  ed 
il  Parm.  fanno  uso  del  verbo  Miàr, 
il  Bergamasco  del  verbo  Se  (imi ,  il 
Begiano  di  Blgnàr,  il  Mil  inf.  di 
yeriì^edaltri rilutici  di %co$nkr. 


00 


PARTE   PRIMA. 


Uìkr  si  adopera  tolo  in  terza  pers. 
sing.  dialcuni  tempi,  Scumi  ha  il 
participio  Scumit,  dicendosi  ò 
seùmity  ec,  per  ho  dovuto,  e 
cosi  in  alcuni  altri  tempi  trovasi 
unito  aWausiliare;  Ugnkr  si  adò" 
pera  anche  neW  imperfetto,  che  è 
M  g  n  a  V  a ,  oMf'a^  era  d'uop(^  e  S  e  0- 
gnàr  /m  parecchie  voci  in  varii 
tempi s  oltre  al  particfpio  Scognà. 
Corrisponde  al  prov.  Quignè  col 
quale  ha  qualche  consonanza.  Tutu 
questi  verbi  hanno  tnolta  forza  nel 
laro  significalo^  esprimendo  ancor 
più  che  il  Fr.  Falloir,  il  Ted. 
Mùssen,  e  Fingi.  To  must.  K 
Scùmì^  eScognàr. 

Bere.  T,  P,  Lumacone  ignudo. 

Bercia.  MiL  Piàngere ,  lamentarsi 
continuato. 

Berdalón.  y,T.  Abito  sdrusdto. 

Berfòi.  T.  P,  Bisacce,  zinne. 

Berna.  Br.  Carne  vaccina. 

Berna».  Br,  -  Bernàz.  Mil.  -  Bar- 
nas.  Pap.Paletta^  pala  da  fuoco. - 
L.  Pruna.- ^om.  Sviz,  Berna, 
bernase. 

Besàl.  MiU  Cencio ,  cencioso ,  dap- 
poco. 

B  esca  vii.  Lod,  Sconto  che  si  fa 
8ulla  pesatura  del  formaggio. 

Besià.  MiL  Pùngere,  frizxare^Besèi. 
Puntura,  frizzo.  -  (>.•  Bisièl.  - 
Man.  B  8  i  1.  Pungiglione.-  /iiflf.  B  ee.- 
S9,  Bi].  -  i)(m.Bie.  -  JrL  Beach. 
Ape.  -  Ted,  B  e  i  s  s  e  n.  Mòrdere,  aver 
prurito. 

Best  Ica.  Brian,  Garrire ,  sgridare. 

Betegà.  Mil.  e  Cr."  Balbettare -Be- 
la gòi.  Balbuziente. 

Bibin.  y,  T,  FagiuoU.  -  Ingl,  Beau 
{Leggi  Bin)  significa  semi  di  legumi. 

Bi&  f^erò.  e  V*  T,  Tronco  d'arbore, 
fusto. 

Bicocca.  MiL  Arcolaio  ;  •  Bicocà. 
Barcollare. 


Bigarol.  Br.  Grembiale. 

Bighe.  Br.  Hugo ,  frondi  d^  abete. 

Biót.  Gen,  Nudo.- Afoni.  Pan  biùt 
Pan  solo.- Ted,  Bios z.-Pro^,  Bios. 

B  i  r  1 0.  MiL  Tròttola,  palèo.  K.  P I  r là. 

Biro.  Gen,  Bìschero  ;  piccolo  chiodo 
di  metallo  o  di  legno,  che  serve  di 
perno. 

Bisàt.  Br.  Anguilla.  -  Ven,  Bisato. 

BIS.  Mil.  Riccio,  ricciuto. 

Biso.  MiL  e  Poff.  Amia  delie  api, 
sciame.  V,  Besià. 

Biùm,  albium.Af//.  La  parte  meno 
colorata  del  legno ,  che  sta  Inune- 
diatamente  sotto  la  corteccia.  -  L 
Albugo? 

Biacca.  T,  P,  Abito  d^uomo. 

Boba.  Br,  Minestra  ordinarla  da  car- 
cerati. -  Mani.  Abondanza ,  copii. 

BodèS.  Gen.  Strèpito,  schlamazio. 

BoéS.  y.  T,  Sùcido.  -  MjL  Bois.  Rih 
stlccere ,  venditore  di  carni  cotte. 

Boffà.  Mil,  Soffiare.  -  Prv9,  Bufar. 

Bòga.  Gen,  Ceppo  al  piedi.  Ghiozzo 
(specie  di  pesce).  -7*ed.Bogen.- 
Gael.  Bogha.  -  Sv,  Boga.  Arco. 

Bojacca.  MU,  Poltiglia,  melma. 

Bojòc,  bolgiòt.  Aftff.  Rapa  sativa 
oblunga. 

Bondài.  Br,  Gorgo,  profondità  nel 
fiumi.  •  Gael,  Bonn,  Bonnan. 
Fondo. 

Bonza.  Gen.  Botte  lunga  da  trasporr 
to.  -  Cor.  Bondhat.  Cerchio.  - 
Bret,  Buns.  Misura  pel  liquidi. 

B  òr  a.  Gen.  e  yen.  Fusto  Idi  pianta  scor- 
tecciato, ed  atto  alla  sega.  -  Afoni. 
Vento  di  Greco-tramontana;)Bòrea. 

Boràcia,  boracina.  Gen,  Piccola 
fiasca  per  liquidi,  o  pólvere  da 
caccia. 

Borea,  f.  r.  Trivio. 

Borda.  Lod.  Nebbia,  y.  Barda. 

Bordòc.  MiL  Scara&gio.X.  Blatta 
orientalis. 

Bordonàl.  Br,  Alare,  capifuoco. 


MAUm  UMIBiAlM. 


61 


■orèla.Ar.Pall&ltola-Borclà,  bor- 
ia. Gm.  Kotolire. 

lorgiBt.  F.  r.  Ponàngtoi. 

Btrgàa.  Br.  AKeire. 

Bérla.  Gm.  ed  if.  Alterala.  •  GaeL 
Borr,  Borra.  Saperfaia. 

Borie.  Mil.  Somaro.  -  fV.  Borri- 
que.  -  Sp.  Borrico. 

Borio.  Gen.  Capézzolo. - Gbr.  Bron. 
Bammella. 

Borinéri.  rer6.  Uragano,  tàrMne.- 
GaeL  Borra».  Ira. 

Bornio.  (pfii.Gliilgl«9  IMlla.  '  Pt0. 
Bàrnisa.  -  L.  Comburens? 

BÒ8.  Br,  ]fontoiK.»Booa.  Pècora.  • 
BooarL  Agnello.  -  Teik  Bock.  - 
IL  Becco.  -  Cam,  Boc  Capro. 

Bòia.  lofi.  BoIDdiia  del  latte  messo 
al  fooeo. 

Bosin.  Mii.  GonfadlBO  deirAlto  Ml- 


IÒ8S0L  Br.  (Creolo  di  persone  rac- 
colte per  trastallo.  -Ker.  Bòssolo. 

lòt  y,  T.  0  MiL  Volta,  Uta.  -  Kerb. 
lotta,  votta.  -  Laura  a  bòt  in 
tutta  la  Lombtardia  $  Ai  mot^  altre 
parti  ^Italia  tign»  Lavorare  a  cót- 
timo. 

Brimà.  K  T.  Piov%giiiare.  -  Gael, 
Braonich.  PfoTlgglnaie. 

tram  ina.  QmL  Nubi  grigiastra,  fo- 
riera di  temporale. 

Brandi nà.  D.  Oce.  Alari.  -  7*ed. 
BrancL  TlaiOBe.  •  Goil.  Brann- 
dair.  Graticola  ferrea. 

Br&adola.  K.  dar.  Sbarra  di  legno 
•al  pendio  d^on  monte. 

Brandòs(A).  Br,  in  aboodanza.  iVep2/ 
oUri  dialetti  A  branca  iign.  A 
Igiene  mani. 

Bruca.  Gem.  Bragia. 

Brtda.  Br.  Podere  con  casali.  Pr»- 

dlim? 
Brèia.  y.  T.eBr.  Casa  diroccata,  ro- 
dino.-0rsl.  BrelD.  Cancrenoso.  - 
Brogli  è  tmeke  nam  di  paeu. 


Br  em  à.  iV^i.  i^B.  Soppestare,  romperei 

Breva.  y.  T.  Vento  di  levante,  nan- 
ilo  di  pioggia.  ^M/ làrfo  0  sul  Kofw 
bona  tigm.  mi  vento  regolare  quo- 
tidiano, che  spira  da  Greco-levan- 
te.-7tel.  Brezza. -/iiyl.Breeze. 

Brevà (.Orni.  Vento  forte  di  levante.- 
Brevagérl.  Uragano. 

Bric,brica,  brig.  AOr.Bricclolo. 
Nulla,  punto,  mica. -Afofil.  Bri  sa, 
voce  emiliana s  che  iiffnifica  Mica, 
non.  -  Goal,  Briseadh.  Frattura, 
frazione.  -  Brei.  Brlsa.  •  F)r.  Brl- 
ser.  Frìare.-  Ted,  BrocÌLen.  Brìo» 
dolo;  sminuzzare. 

BricoL  MiL  Erti  dirupi,  balze.  - 
GaeL  Brlg.  Cùmulo,  mucchio. 

Bri  gola.  y.  T.  Otre  da  vino. 

Bri  08 ce t  y.  y.  Ginepro. 

Brlsa.  MiL  Brezza  tramontana. 

Brissón.  7*.  P,  Asprella  per  lavare 
stoviglie. 

Britola.  y.  T.  e  Br,  Coltello  da  sac- 
coccia. 

Eròe,  broca.  Br,  e  MiL  Ramo  d'al- 
bero. La  9oce  Broca  è  comune  a 
molti  altri  dialetti  di  Lombardia  e 
d^ Italia,  Ne  derivò  a  tutta  FEuropa 
la  9oce  brocato,  che  eorrieponde 
al  franceee  ramage. 

Bro^.  y.  Cofi.  iQgiallito,  vizzo.  Dìeef^ 
delU  fogUe  degU  àlberi.  -  GaeL 
Brog.  Triste. 

Brojér.  Br.  Cespuglio,  macchia.^ fV*. 
Bruyère? 

Bromà.  yerb.  Gridare,  schiamaz- 
zare. 

Bròmbol.  Br.  Tallo  del  càvolo,  che 
comincia  a  fiorire. 

Bronda.  y.  Ciap. Chioma;  oNcAo Capo. 

Broppa.  y.  Anz,  Ramo  d'albero. 

Brovà,  brovàr,  broàr,  sbrojà. 
Gen.  Sboglientare,  scottare. 

Brùg.  Gen.  Èrica.-  Brùghéra.  Eri- 
ceto.  -  fV*.  B  ru  y  è  re.  -  i9rel.  B  r  u  g, 
Brnk. 


09 


PARTI  PRIMA. 


Bruga.  V.  Co»,  Piccolo  promontorio 
sopra  un  monte. 

BrQgiy  brogli.  MiU  $  Arfmi.  Mug- 
gire^ ed  anche  Rugghiare  del  tuono. 

Brumaduri.  f^  Co»,  Far  bollire, 
cuòcere  nell'aqua.  -  Fcne  daWlt. 
Prematurare? 

B  r  u  8  ò  1  a.  MiL  ìnf,  Vespajo,  ed  anche 
Favo.  -  Afoni.  Bresca. 

Bugà.  Brian,  Il  rumoreggiare  del 
tuono. 

B  u  1  a  r  d  é.  MH.  Frastuono ,  chiasso. 

Buio.  Gen,  Bravaccio,  prepotente. 

Burda.  O.®  Kebbia.  -  MiL  e  lod. 
Borda. 

Burné.  f^.  Jnz,  Bacino  formato  dal- 
l'aqua  stagnante.  *  GaeL  Bùrn. 
Aqua. 

Burza.  Br,  Argine  erboso  del  campi. 

BCiscelèUf^.TMJImus  suberosa. 

Buza.  K.f'.  Torrente  gonflo.  -  f^erb. 
Torrente  che  serve  a  trasportare  al 
piano  i  tronchi  d'albero. 


Caedù.  D.  Or.^  Cavedòn.  D.  Oc. 
Alari,  capifoco. 

Cagli ù.  ^.  Pìccolo. 

Càis.  K.  T.  Pècora  novella.  -  Gael. 
C&lse,  càls.-Onnò.Caws,  caas.- 
Ted.  Kase.  -  L.  Caseus.  Cacio.  - 
Gael,  Coaraich.  Pècora. 

Cai  ss.  K  T,  Rana  arborea. 

Cajal.  y,  M,  Càrico  enorme  di  fieno. 

Cala.  Mil,  Mancare.  Prw,  Caler. 

Calàster.  Mil,  Sedili,  sui  quali  pog- 
giano le  botti.  -  Cbm.  Calatter. 
Sostegno  che  tiene  ferme  ed  unite 
le  parti  di  un  tutto. 

Cali./>.0r.-Calizen.O.*-Calisna. 
Po».  "  Carisna,  calùien.  Mii,  - 
Galosen.  V,  Cam.  -  Calùzene. 
yen,  Foliglne. 

i^eiWt,  Mil  anU  Gasale,  abituro  al- 
pestre rovinato.  -  fV.  Chalet.      | 


Calméder.A". -Calme.  Aftfl.-llèta. 

Gen,  Calmiere. 
Calobróza.  Br.'  Calabrusa,  ga- 

1  a  V  e  r  n  a.  Moni.  Brina,  gelavennl. 
Calsèder.  Br.  gecchU  di  rame.Cal- 

cidra.  -  Gr,  Galcos.  Rame.  Tdor. 

Aqua. 
Cambra.    Br.  Arpese.  -  Cambra. 

Sprangare. 
Cambròsen.  A^. Ligustrum  vul- 

gare. 
Caminada.  Br.  Sala. 
Càmola.  6eii.Tignuòla.  -6ae/.C  a  n  n  a. 
Cane.  y.  T,  Piàngere. 
Canada,  y,  T.  firan  fame. 
Canaja.  y.  L.  Fanciullo,  ragazzo. 
Canàvola.  y.  Co»,'  Canàvra.  Af/t 

Collare  delle  vacche,  dal  quale  peo- 

de  il  sonaglio. 
Cane.  Br,  Capelli  grigi.  £.  Canus. 
Canèe,  y,  y.  Stanza  diroccata. 
Cantar ana.  Mil,  Fogna,  chiàvica, 
.  cloaca.  -  Gad,  Cannràn.  Palude, 

stagno  fiuigoso.  -  Arm.  Can.  Car 

rogna. 
Cantir»  cantér.  Gm.  Palo  lungo , 

che  serve  a  formare  i  ponti  da  fa- 

brica. 
Caput.  Br.  Cupo,  profondo. 
Caragnà.  D.  Oc.  Ragnar.  Mani, 

Piàngere  leggero  e  continuo.-  C  a  r  a- 

gnada.  Piagnistèo.-  Caragnènt 

Piagnolente. 
Caràs.  ^r.-Caràl.  MiL  Palo  grosso 

da  vite.  -  L.  Charax. 
Carebe.  ^.  Luogo  stèrile  e  deserto; 

anche  Trivio  e  quadrivio.  -  K.  Ca- 

róbi. 
Caréé.  yerb.  Gioncajo,  giuncheto.  - 

L,  Carectum. 
Carezà.  y.  y.  Ingrassar  bovini  per 

macello. 
Caróbi.  Gen.  Quadrivio. 
CaròL  Cr.«  e  i?r.- Cairo.  MiL  Tar- 
lo; ed  anche  la  pólvere  che  questo 

insetto  produce.  - 1.  Carlos. 


DIALBITI  LOMBARDI. 


65 


Caròga.   Carugola.    MiL   Melo- 

lontha  vitis.  -  Jrm.  Crug. 
Caspa.  Br,  Gaochii^  per  fornace. 
Càt  K  y.  Legna  spaccata. 
Catamò.  Br,  CotrHtoia. 
CatigoL  0.«  SoltèUeo,  dilèUco. 
Càola.  y,  Anx.  Strumento  chesen'e 

a  portar  pietre  soUa  schiena. 
Cavàgn.  Gen,  Paniere;  Dinu  Cava- 
gna. 
Càv  ed.  Mi/. Tralcio  novello  della  vite. 
Cavedagna,  cavdagna.  Gefi.  Viale 
che  separa  on  campo  dalPaltro ,  e 
serve  di  passaggio  ai  carri  pel  tras- 
porto dei  riooltL  -  I^  Caudanea. 
Lembo  laterale. 
Gavèz.  BiiL  Assettato ,  acconciato.  - 

Caveizà.  Assestare,  ordinare. 
€erìt.  Cr,^  SbigotUto^  maravigliato. 
Chigi ìL  y.  U9,  Qoi,  ivi.  f".  Chilo. 
Cbilbi.  Tfe.  Festa  patronale.  -  Ted, 

Kilbe. 
Chilo.  f^erò.Qni,qoa.-£.  Hic  loci? 
Chiloira.  K.  Jnz.  Faggio. 
Chiror.  y,  y.  Avellana.  -  y,  T.  Cò- 

lerL  -£.  Corylns. 
Chisòl.  y.  T,  AgneUo  di  circa  un 

anno. 
ChitèLr.r.  Sottana.-red.lLittel.- 
Gr.  Chitoo.  Tùnica,  y,  Còtola. 
Chùs.  Tic.  Tormenta,  pioggia  con 

neve.  -  Ttd.  Spìz.  Gugsete. 
Ciii.  MiL  Sciocco ,  scimunito  -  Cia- 

lada.  Sdoccherìa. 
Cicia.  y.  T.  Pècora. 
ClèaioL  y.  M,  Sòbrio,  temperante. 
Cisid.  y.  y.  Sonnolento.  -Gr.  Koi- 
mào,  Koimiio.  Dormire;  d'on- 
de Cimitero? 
Cina.  y.  y.  Capra. 
Cloe  Gen.  Ubriaco  -  Ciòc.  Br,  Tocco 
di  campana-  Clóe^  clochin ,  nei 
Melfi  pedemtmkmi  s^Xampana, 
«■panello  ;  Cloche.  Campanile.  - 
CU.  Goocalr.  Ebrioso. 
Cióga.  Br.  Ottimo,  squisito. 


Ción.  y.T.  Porco,  n^jale.-  F.Suni. 

Ciórla.  ^r.  Yaccherella  magra. 

Clutter.  Sor,  Guardare,  osservare. 
Èuiolo  nella  voce  Ciutta. Guarda. 

Civéra.  y,  Jnz,  Gerla.  -  Mil.  Sci- 
véra  (proso  il  Maggi).y.y.ScìO' 
vera. 

Clòt,  cròt.  Br,  Cassettino.  -  jirm. 
Rlued.  Chiave. 

Clòt.  Br.  Sazio, satollo.  -  Jngl.CÌO' 
yed.  Satollo. 

Coàt  y,T,  Campo,  o  Prato  fra  selve 
e  rupi.-iirm.iLoat.-  Cbm. Coat. 
Bosco. 

Cobese.  Bor,  Sacerdote. 

Cobgia.  y.  T.  Fune  da  legar  some 
sui  giumenti. 

Còbis.  Br,  Casuccia.-Gael.Cobh a n. 
Casetta,  luogo  sinuoso.  Di  qui  forse 
l'ital.  Capanna. 

Cobìs.  Br,  Moltitùdine. 

eòe.  y.  y.  Sasso.  Coccio  in  Italiano 
iignipca  un  frammento  o  vaio  di 
terra. 

Coca,  y  y.  Vecchiona. 

Còden.  Mil,  Ciòttolo,  sasso.  /  Luc- 
chesi chiamano  C  ò  t  a  n  i  ^  ciottoloni- 

Cogia,  scogia.  Tic,  Frana.  Scoglia 
in  Italiano  è  lo  $te$io  che  Scoglio. 

Colla.  Cr,^  Porca  di  campo  arato. 

Colma.  Mil,  e  yerb.  Cima,  vetta.  - 
L.  Culmen.  -  Ted,  Kulm. 

Com bài.  Mil, lungo  VAdda,  BatteUo, 
burchiello.  -/>.  Cymba? 

Com  oc.  Br,  Purché,  a  condizione.  - 
L,  Cum  hoc 

Comòd,  comòt,  cmòd.  D,  Or.  Co- 
me? -  L,  Quomodo? 

Con  tra.  yerb.  Ripiano  d'ogni  sca- 
glione di  collina  coltivata  a  poggio. 

Copie.  ^.  Capovolto. 

Còreg.  Al ^/.  Carrucdo,  guardMnfan- 
te.  -  L,  Curriculus? 

Co  rno.  y,  y.  e  y.  T.  Sasso,  ciòttolo. - 
Arm,  di  yannes,  Corn.  Sasso,  roc- 
cia. -  Coi.  ed  Irl,  Corn.  Sasso. 

8 


«a 


PARTE  PRIMA. 


Cor  nòe.  V»  r.  Angolo  di  stanza.  - 
Com.  Cornat  -  Jngl,  Corner.- 
GaeUe  Comò.  Cearn,  curra.  An- 
golo^ cantone. 

Coróbia,  coràbia.  Aft7.-Colóbia. 
Pop,  e  Cr,^  Aqua  grassa^  nella  quale 
furono  lavate  le  stoviglie.  -Z.Col- 
luvies? 

Corùzzola.  Com,  Salamandra. 

Cospe.  r.  7*.  Scarpe  di  legno. 

Còtola.  D»  Or.  Gonna,  gonnelIa.-Cò- 
fola  appartiene  a  tutti  i  dialetti 
yèneti.  -  Gael,  Gota.  -  L,  Cotta, 
Tùnica.  -  Ehr,  Cotan.  -  Gr, 
Chiton. 

C5z.  y,  V.  Veste  rattoppata.  -  Tea. 
Kos 8 e.  Coperta  grossolana. 

Grap.  V.  7*.  Macigno,  greppo.  -  Arm, 
Grag.  Granito. -Gae/.Gr e ag.  Rupe. 

C  ras  pò  la.  T,  P,  Scumaruola. 

Crenà.  Cr.*  Stentare. ->^nii.  Cren  a. 
Agitarsi ,  dimenarsi. 

C renna.  MiL  Fessura,  screpolatura. 

eros.  r.  Jnz,  Ruscello. 

Crosàt.  y.  T.  Giubba. 

erosela.  V,  M,  Ribes.  -  Fr,  Grò- 
seille. 

Crdss.  Titu  0fV6.Cavo.  -fV.Cr eux. 

C  rot  a.  i9r.  Tòlta  di  ponte.  -  Piem. 
Carcere. 

Crul.  Tic,  Accosciato.  -Crusclàss. 
7Yc.-Scrùsciàss-giò.  UH,  Acco- 
sciarsi. 

Cubano.  Or.**  Villano,  forense. 

Cucca.  V>  Os»,  TVware  in  genere,  ra- 
dere i  capelli. 

Culmégna,  colmégna.  Mil,  Comi- 
gnolo dei  tetti.  -  £.  Culmen. 

Curpen.  MiU  Terra  colorante. 

Cusetta.  V,  Af.  -Guse.  V,  T.-Cos. 
V,  V,  -  Curetta,  cusetta.  UH, 
Scoiàttolo. 


Dagnò.  V,  V,  Dopo. 

Dalfì.  Br,  Lampo- Dalf  ina.  Lampeg- 


giare. -  Gaiel,  Dea  fan.  Fùlmine.  - 
Gr.  Da lof.  Fulgore.. 

Darà.  Br,  Cribro,  crivello.  -  V.  T. 
Tràina,  baroccio  a  due  ruote.  - 
Gaieh  Darbh.  Traina,  carruccio. 

Darbiò.  7Yc.  t  Vwb,  Cerchio  di  le- 
gno ,  col  quale  si  dà  la  forma  al 
cacio  fresco  non  ben  rappreso. 

Dardér.  Br,  HIrundo  riparia. 
CAiomosi  Dàrdan,Dardaoèl  ne- 
gli  altri  dialetti  lombardi. 

Darenòo.  K  F,  Frana. 

Da  réni,  y,  y.  Tenace,  stinco.  -  Afi7. 
Difficile,  scabro. 

Dartòo.  y.  V,  Colatojo  del  latte.  - 
Arm.  Dar.  Colatojo  delle  cucine. 
Laveggio. 

Darul.  UH,  Scabro.  Da  R  fisca.  Cor- 
teccia. V, 

Daùra.  V,  T,  A8colta./r.  Da  aures? 

D  a  z  a.  ^.  Ramo  d'abete.-  D  a z  à.  Sfron- 
dare, dibruscare.  -  Gr.  D  a  su  s.  Ir- 
suto, peloso. 

D  e  d  a.  Cr,^  Zia.  -  Mani,  Sorella  -  Ded  o. 
Uant,  Fratello. 

Delèg.  Br,  e  Mani,  Grasso  di  porco. 
y.  Lédeg. 

Dema.  Br.  Maniera,  guisa;  Settima- 
na. -  Gr.  Dem a s.  Forma,  figura. 

Denà.  Mil,  Ant.  Da  lungo  tempo.  - 
L,  Diu? 

De  ria.  UH.  e  V.  T,  Noce  smallata.- 
Derlà,derlón.  Pop.  Mallo-Derlà. 
Smallare. 

Derma.  Br.  Appoggio -Derma.  Ap- 
poggiare. 

Derùscà.  Mil.  Scalfire,  spellare. - 
Derùsc.  Rùvido.  -  /Vop.  Drùc. 
Da  Rùsca.  y. 

Desà.  y.  T.  Ornare  9  acconciare. - 
Cai.  e  Gad.  Deasaich. 

Descuatà.  UH.  Scoprire.  •  Frw. 
Descatàr. 

D  e  se  u  m  i  kJiiLAn.  Snidare,  sfrattare* 

Desenestrà.  Br.  Sconnèttere. 

D  e  s  è  n  t.  i9r.  Coii  chiamanti  nette  fer- 
riere gli  alunni  che  apprèndono  il 


MALRTl  UWBAEDI. 


65 


mestiere.  -  L,  Discens,  dlsci- 

palas? 
DesfaDti.5r.e  Ter.  Stemperare,  sdò- 

glfersl  y  svanire,  y.  Sfantà. 
Desmissià.  ^r. -DetmissIÀr.  Afoni. 

Svegliare.  Qnetla  «oee  è  propria  di 

tuUi  i  dialeiU  oèiM. 
Desmomboli.  Br.  Dissestare. 
Desse  dà.  MiL  Svegliare,  destare.  Il 

contrario  di  Sedare. 
Destro.  V.  T,  Sporco,  sùcldo. -7Vd. 

Drist.  Lordura.  -  IngL  Dirt. 
Diana,  ér.  Lo  spuntar  del  giorno. 
Die  re.  F.  V,   Faccendiere.    -    Ted, 

Dirne.  Serva. 
Dina.  A^.eK.r.  Tardi.-Gr.Dynai. 

Al  tramonto. 
Diròn.  y.  Bi.  Vòlta  di  casa.  SoUjo. 
DoleL  y.  M.  Piegare.  T.  Dnlcas. 
Do  m  à ,  m  à.Geti.  Solamente.-  Prw,  M  a. 
Drèn.f^. ilf. Lampone.- ^rm.  Draen, 

dren.  -   Cam6.  Draen.  -   Com, 

D r  én.  -  Gaél,  Dr  e an.  Spina.  Lam- 
pone. 

Dròd,  Orni.  Vègeto ,  rigoglioso.  Dt- 
tni  d^àibero, 

Drav.  K  Anz,  Grasso ,  robusto. 

Druza.  Br.  Péntola. 

Dngàl.  5r.  e  Mani.  Canale  e  solco 
nei  campi  e  sui  colli,  per  raccò- 
gliere e  condurre  Taqua  piovana. 
F^rteéal  L,  Ducere? 

Dàlcas.  Com,  Pieghévole ,  Heasìbile. 
lAteii  di  ramo  d'albero.  -  L.  Dul- 
cii,docilis? 


^hen,  èien,  èseL  Br.  Cytisus 

laburnam. 
'Uà.  MiL   Ladgnolo;  pennecchio, 

lanetta  di  line,  #  $èmiU. 
Papesca.  Br.  Disgradlre.  -  Gr.  En 

Puko.  SoffrirM. 
KmpUtà.  Br.  -  Piisft.  Miil.  e  Com. 

^ceèadere.- A#aiiL0  f^ir.  I  m  p  issa  r. 


Empizolis8.i9r.eK(Br.Sonnecchiare. 

Encalmàr.  Br,  Innestare,  inserire. - 
liiant,  e  Vtr,  Incalmir. 

Eneo,  anco.  Br.-Inco.D.  Oc,  Oggi.- 
Ven,  Anco,  ancùo.  -  9iem,  In- 
coi. -  fVop.  Enq u^h u y.  Anch^oggi. 

Encogolà.  Br,  Ciottolare -Cògoli. 
Ciòttoli. 

É  n  d  e  s.  MiU  -  É  n  d  a  s.  Moni,  Guarda- 
nìdio, uovo  nidiate.  -  L,  Index? 

Engazà.  Br,  Infocare,  accèndere  le 
brage. 

Engermà.  ^. -Ingermà.  Af^/.-Fa- 
tare,  rèndere  fatato. 

E  n  g  i  n  à.^r.Impacclare,  imbarazzare.- 
Fr,  Géner.  -  Goe/.  Geinn.  Strìn- 
gere, prèmere.  -  Com,  Gene.  Ves- 
sazione. -  Fr,  Gène. 

Engnorgàs.  Br,  Musare,  star  sileni 
zioso  e  triste. 

Engremìs.  ^.Accorarsi,  asside- 
rarsi. 

Enledà.  Br,  Infangare.-  L,  Lutum. 

Enregais.  Br,  Divenir  rauco. 

Enrenghis.  Br,  Intorpidirsi. 

Enrossàs.  Br,  Adunarsi  a  stormo. 
y,  Ross. 

Ensapelàs.  Br.  Imbrogliarsi. 

Ensìn.  Br,  Senza,  a  meno.- 1.  Si  ne. 

Ensorgàs.  Bv,  Ubriacarsi. 

Entapàs.  Br,  Vestirsi  bene. 

Éres.  K.  7".  Figlio  maschio.  -/r.Ha»- 
res?->^iyofidr/o  dioeit'Rédesper 
Ragazzo  ;  a  Bìoxìzom  R a ì  s s a;  a  7Y- 
roxìo  Rais. 

Ergna.  Mil,  Édera. 

Èrteg.  Mil,  Grosso,  fitto. 

Essevrèzza.  Mil.  Ani,  Agevolezza, 
piacere. 


Fabio.  K.  Anz,  Zùffolo  di  scorza d^àl- 

bero.  -  Mil,  Sciocco. 
Falca.  Bor,  Bianca,  Falba.  HietMi  di 

vacca,  'Ted,  F  a  h  1.  -  Ingl,  Fall  o  w. 


66 


PARTI  PRIVA. 


Fi  1  cor.  ilft7.  Funi  che  fermano  il  gio- 
go al  collo  de^  buoi. 

Falò p a.  Mil.  Bòzzolo  mal  riosclto. 

Faltr&m.  Br.  Immondizie ^  cose  so- 
dide  di  niun  pregio. 

F&n£.  K  L.  e  MiL  Jni.  Infante. 

Fapèi.  ^r.  Ingaggiatore. 

Farloca,  farfojà.  Mil.  e  Br.'Fer- 
loci.  Cr*  Balbettare,  parlar  con* 
fuso. 

Fardi.  Cr.*Castagna  lessata,  sùcdola.- 
j4rm.  Faruèl.  Ballerino,  sciocco. 

Farii,  feru,  farùf.  Mil,  e  Or,*  Ca* 
stagne  sbocciate  lesse. 

Fasséra.  D.Oe,  e  Br.  Forma,  cali- 
bro. 

Fàt.  Mil,  Sciocco,  tastpido,  senza 
sale.-^.  Fatuus.  «fV*.  Fade,  fat. 

Feda.  y.  T,  Pècora;  Sacco  di  pelle 
pecorina.  -  £.  Hsedus.  Capretto. 

Feràl.  MiL  Sangue  porcino  cotto. 

Fergui  e  fregul.  Gen.  Brìcciola. 
Péne  dal  L.  Friare? 

Fers.  Gin,  Rosolia,  morbilli. 

Fés.  Br,  -  Fi  ss.  Berg,  Molto. 

Feta.  V,  T,  Cado  fresco. 

Fiàp.  Gtn,  Appassito,  vizzo. 

Fiègol.  ^.  Flessibile,  fiévole. 

Fièl.  y.  T,  e  Br,  Coreggiate ,  o  bat- 
tente. -  Jrm,  Flbla.  Bàttere  a 
grandi  colpi. 

Fiòca,  ^r.  Falce;  Dim.  Fiochèl, 
fiochi.  -  Gael,  Fioba.  Scure  bèl- 
lica. 

FI à ber.  Br,  Denaro  falso. 

Fò.  Mil,  Faggio.  -  Prov,  Fau. 

Fòfa,  fifa.  Gm.  Paura,  timore;  Ma- 
rame, scarto. 

Fògn.  r.  L,  Tento  di  sud-ovest.  - 
Mil,  Raggiro  furtivo. 

Fogna.  MiL  Frugare;  Nascóndere. 

Fol.  y,  T.  Sacco  di  pelle  per  la  fa- 
rina. 

Fòlfer.  Mil,  Ani.  Scaltro,  destro. 

Fomela.  y.  Co».  AJuòla;  piccola  area 
coltivata  sui  monti. 


Fopa.  MiL  e  Br.Fossa.- 1 
pù.  Sepolcro  comune, 

Fosna.  K.  Af.  Praticello 
un  campo.  -  Gael,  Fo 
scolo  artificiale.  -  6c 
Foss.  Steccato.  -  ^rm 
circonda  un  campo ,  e 

Fracà.  Br,  Prèmere. 

Fràina.  Br.  Loglio.-  , 
perenne.'  Mil,  Grane 
L,  Polygonum  fi 
Farrago? 

Fr aza.  i9r.  Neve  congel 
del  fràssino.  "Gael.Fri 
Pioggia  gelata,  grandi 

Frégola.  Br,  efer.  -Fr 
gui.  Mil.  Brìcciola.  K 

Fri  ne.  Br,  Grìcciolo,  ca 

Fril.  y,  Pregallia.  Sano 
Ted.  Frisch. 

Froda.  Tic.  Cascata  di  fl 
rente  e  simili.  -  y,  Jì 
y.  Far,  Frùa,  Frùt. 
maii  An  der  Frut  il 
tuato  jnregio  la  cotcofa 

Fui,  fol.  Br.  Cartiera, 
chiera ;  F  u  1  à.  CtUcart 
re.-  Fr,  Fouler. 


Gaba.  Gen.  Pianta,  i  cu 
tagliati  a  corona  sin  pr 

G  abi.  Or.  Mandriano.  - Gi 
Capra. 

Gabin.  y.  T.  Vestito  da 

Gabinàt.  y.  T.  Regalo  f 
tina  deir  Epifanìa  a  eh 
parlare  ad  un  altro.  Da 
(Dono)  e  Nacht  (Notte 

Gabor.  Br.  Cosi  il  vali 
sciano  chiama  il  contadi 

Gaér.  Br.  Lolla,  pula. 

Ga  j  a.  Br.  Capecchio-GaJ( 
rimasto  suir  aja.  -  Gr.  ( 
leggero. 


DIALRTl  LOMBARDI. 


67 


Gajòf IL  Mit.^  Po»,,  Cr^  e  Mani,  Sao- 

coeda. 
Gajàm.  y.  T.  e  Mil.  -  Gadm.  Br. 
Mallo.  •  Oesgaòmà.  Br,  •  8ga- 
jomL  yerb.  -  Sgajulà.  f".   r. 
Smallare. 
Galbéder.  Br,  e  MmU  •  Mil,  Gal- 
bé.  Rigògolo  (specif  i:  ucotlio),  - 
I.  Galbula.  -  TmL  Gelb.  Giallo, 
colore  di$Unii9o  di  guest'  uccello. 
Gal  ed  a  K.  T.  Blgonciuolo  di  legno 
con  coperchio  e  lunga  cannella  per 
bere,  ueaio  ancora  dal  volgo  in  V,  T, 
Gale  dora.  Cbm.  Gabbiano.  -  £.  La- 
ma canus. 
Gale,  galér.  MiL  e  Br,  Fosso  dei 

condapelle;  Mortajo. 
Galera.  Mil,  Ruspa,  treggia  per  rac- 

oorre  e  trasportare  la  terra. 
Galìtt,  garìtt.  Mil.  Sollético,  di- 
MeUco.'Br.  Gatigol.-6r.  Gelao. 
Rìdere. 
Gal5f.  Br.  Burla-  Galofa.  Truffa - 

Gaio  fa.  Truffare. 
GambiSy  gamblsa.  K.  7^.  f  ffr. Col- 
lare di  legno  per  legare  il  bestiame . 
Gamina,  ghemina.Afl/.  Complotto. 
Gamìr.  Mil.  Jnt.  Gomena,  menale. 
Gamissèl,  gómlssèl,  remissèl.- 
Gen.  Gomitolo.  -  f^er.  Gomissièl. 
Ganda.  y.  T.  Masso  staccato  da  ru- 
pe; p[.  Gandl. 
Gandiol,  gandol,  gandóla.  Gen, 
nòcciolo  della  clriegia,  della  pesca 
tiimiU,  -  Gandia.  ^erb.  L'Amàn- 
dorla  contenuta  nel  nòcciolo  -  Gan- 
dolìiL.  Seme.  -  L.  Gianduia? 
Ganga,  Ghenga.  Mil,  Spazzatura 

dei  eessl  che  serve  di  eoflcime. 
^airb.  Br.  Acido.- ifonf.  Greggio.- 
Goel.  Garbh.  Aspro. 
^^mera.  Cr.*  Scopa,  granata. 
GirUa.  yerb.  Lo  strobilo ,  o  la  pina 

<idle  piante  conifere. 
^^ròt.  Cbm.  Mucchio  di  sassi  nel  lago 
PerpIgUarvi  pesci. 


Garovàt.  y,  T,  Corba  grande  per 
condurre  II  concime. 

Garrig.  Orni.  Calcinaccio. 

Gàtol.  Br.  Salcio, sàlica.  -  L,  Salix 
caprsea. 

Gàuda.  y,  T,  Mucchio  di  sassi  for- 
mato da  una  frana. 

Gavada.  Mil,  e  Br,  Tenaglia  mor- 
dace per  ferri  rotondi.- Com.  Ga- 
var.  Granchio. 

Gavard.  0-.«-Gavil.Afanf.PaIetU 
da  focolare. 

Gavetta.  Mil,  Filo  di  ferro.  -  Afoni. 
e  yer.  Cordicella,  spago.  -  Mani 
Gav.  Grossa  fune. 

G  a  V  i  n  è  1.  Mil.  e  Mani,  Acertello. .  i. 
Falco  tlnnunculus. 

Gazol.  Br.  Castagneto  da  frutto. 

Gè  a.  Mil.  Peluja  (la  pelliccina  inter- 
na della  castagna). 

G  e  e  e  h  i  s  s.  Mil.  Intristire  ,  dima- 
grare. 

G  e  i^t  à.  y.  ^.Figliare.  -  /,.  G  i  g  n  e  r e. 

Gèr,  ciàer.  y,  T.  Assai,  guari. - 
Ted.  Gar. 

Gèrb,  zèrb.  Mil, Sodaglia , terreno 
stèrile  -Deszerbà.  Dissodare. 

Gheba.  Ar. Nebbia. -T.r.Ghèb ia.- 
yerb.  Ghiba. 

Gh  ed  a.  Br,  e  Mani.  Grembo.  Gh  ede 
de  la  camisa.  Gheroni. 

G  he  in  e.  yerb.  Fame.  y.  Sgajosa. 

Ghèo.  Br.  Vezzo. 

Ghèz.  D,Oc.  Ramarro.  K.Lingorl. 

Ghia.  y.  y.  e  Mil.  -  Ghiadè.  Pav, 
Gujól.  0.«  Pùngolo  dei  bifolchi. - 
Sp.  Guiàr;-«9p.  Aguijar.  Pun- 
zecchiare. -  Com,  Gnu,  Gè u.  Lan- 
cia, freccia,  y.  Gol. 

G h  i  a  V  i  n  a.  y,  Jnz,  Frana;  negli  al- 
tri dialetti  Tic,  Uvina. 

G  h  i  n  a  1  d  i  a.  Mil,  ani.  Destrezza,  at- 
titùdine a  checchessia. 

G  hi  rio.  Br.  Vòrtice.-  Ingl.  Whirl. 

Giàcol.  Mil.  Verga  del  coreggiato.- 
Gael,  Geug.  Ramo  d' àlbero. 


«8 


PAETB  PRUA. 


Gitfvaròt.  Presio  BriHo  $ign.  Perti- 
cone, che  serve  a  frugare  nelPa- 
qua  per  isfrattame  i  pesci.  Si  lega 
a  Giavellotto. 

Gibigiana.  MiL  Bagliore,  riverbero 
di  sole  fatto  ripetutamente  eolio 
specchio.  In  Mani,  e  Cr.^  dieesi 
La  Veccia. 

Gina.  Mil.  Caprùggine.  -  K.  Ina. 

G i òa.  f^.  Ca9,  Strumento  di  legno  per 
estrarre  le  castagne  dal  mallo  spi- 
noso che  le  ravvolge.  -  Mant.  Stru- 
mento di  ferro  col  quale  i  falena- 
mi  assicurano  le  tàvole  da  piallare, 
detto  Granchio. 

Giòia.  Br.  Allegrìa.-  K  K  Spalla.  - 
Gael,  Gì  olla.  Gióvane.  -  j^rm.  e 
GaeL  Giolam.  Loquacità,  garru- 
Utà.  Festa. 

Glòria.  Br.  Tristezza.  -  Gael.  Giu- 
ra m.  Pianto,  gèmito. 

G i 0 r  1  i.  KM. Vezzeggiare. 

Gir.  f^.  7*.  Andare,  gire. -i?om. Gir. 

Gius.  MiL  e  Piem.  Sugo.-^.  Jus.  - 
Gì ussós. Succoso. -I.  Jus.  Brodo. 

Giusti,  r.  Jl#.  OrigUare. 

GÌ  a  su.  Br.  Bache  di  mirtillo. 

Gnàl.  Br.  Uovo  nidiale,  barlacchlo.- 
K  Éndas. 

Gnèc.  Mil.  e  y.  T.  Svogliato,  triste. - 
Gneca,  gnechisia.  Mil.  e  Br, 
Svogliatezza,  languore. 

Gnèra.  ^r.  Canile. 

Goga.  Mil.  e^r.-Gogla.  PoP.-Fa- 
80.  Brianz.  Buffetto. 

Goghetta.  Br.  Gozzoviglia. 

Gogò.  Mil.  Baggòo.  -  Gr.  Goggyn? 

Gol.  ^r.  Pùngolo;  Gojà.  Pùngere, 
spingere.- Afoni.  GoJadèl,GoJdl. 
Pùngolo. -K.  Ghia. 

Gòlp.  MiL  Carbone,  malattia  nota 
del  frumento.  'GaeL  Guai.  JngL 
Coal.  Cbm.  Kulan.  Ted.  Kohle. 
Olofi.  Kool.  Dan.  Kul.  ^p.  KoL 
Bue.  Ugol.  Carbone.  K.  Gùà. 

Golzà.  MiL  Ardire.-/Vop.  Gauzar. 


Gómena.  Gen.  Gómena,  ni« 
Bas,  Gumena.  -  Sp.  Gum 

Gora.  MiL  L^ ossatura  o  sci 
delle  barche.  -  GaeL  Golrt 
parato ,  armatura ,  scheletl 

Go  rg 0 n  è  1  a.  Br.  Canale  che  8 
scaricatore  ai  mulini. 

G  0  r  i  n.  MiL  Vinco,  vétrice.  An 
ììx  vlmlnalls. 

Gorla.  Br.  Buco  deiraquaio. 

Gorlere.  ^r.-Corlera.  Mi 
gliature. 

Grà.  r. r.  Vecchione. -  (jT.  G 
Jrm.  Grach.  Vecchia.  • 
Gruah.  Vecchia. 

Grafión.  D.  Or.  Marchiana 
di  ciriegia  grossa). 

Gramezza.  Cr.^  Gramàglia. 

G  r  a  t  a.  fir.  Grappo,  gràppolo.- 
Vinacce. 

Grébegn.  ^r.-Grébanl,  S| 
ni.  yer.  Greppi,  terre  stèrll 
sose.  -  K  Gèrb.  -   Ted. 
Rozzo ,  inculto.  -  GaeL  Grl 

Gregna.  MiL  Covone  di  riso 
Grann.  Riunione  di  qualsii 
mucchio,  ammasso.  -  Gael. 
nan.  Covone. 

G rema.  MiL  -  G r  i m à.  Pop.  i 
zare  con  ferro  caldo.  -  à 
mare. 

Grenón.  f^.  K  Nebbia  folta. 

Grezà.  Br.  Affrettare,  aizza 
Agreià.  -  GaeL  Greasal* 
frettare. 

Grignàpola.i?r.-Gregnap 
Cr."  -  Sgrignàpola.  Ber 
g  n  à  p  0 1  a.  yer.  Pipistrello 
mammifero  presio  il  Pape 
yerbano  chiamati  ancora  1 
ratt,  Usèl-ratt;  a  ijodi 
sg olaidò,  dò  che  $*accottai 
plemonltftd^  R  a  1 1  a- v  ol  òi  ri 

Gri ugola  MiL  ani.  ManL 
Giùbilo,  gioja. 

Grinta.  MiL  Cipiglio,  Vlsot 


DIALETTI  LOMBARDI. 


«0 


Orlt  y.  T,  Malcontento.  -  Gael 
Gread,  Graidh.  Cniecio,  ansietà. 

GriioI,  Sgriiol.  Br,  e  Mant.  Brì- 
Tldo. - Ingl  Gri sly.  - GaeL  Grea- 
dhan.  Brivido. 

Grom.  Br.  Granchierella.  -  £.  Cus- 
cuta Europea. 

Gòà.  MiL  Carbone,  malattia  nota  del 
frumento.  -  CaeL  Guai.  Carbone. 
f.  Gòlp. 

Guà p.  r.  r.  -  Gna p.  K  K  Scodella, 
nappo.  -  7*fld.  Napf.  -  Jrm.  Gob.- 

.  Fr.^  Gobelet  Tazza,  bicchiere. 

€a  a  massa,  gua  rnèl.Cr.*  e  ifanf. 
Gonna,  gonnella,  guarnacca. 

Gài  dà  ss.  Gai.  Padrino;  fem.  Gui- 
dassa.  Madrina. 

Gafa.  Fr.  Pianta,  che  nei  boschi  ce- 
dui è  segno  di  contine,  o  partizione. 

GuìndoI,  Ghìndul.  A  Oc.  Arco- 
laio. - /Vip.  G  u  i  n  d  a  n.  -  TikI.  W 1  n- 
dc-Còm.  Guins.  Vòrtice;  dìodi 
del  venia. 

Oùmì.  K.  7*. Piovigginare;  Gùmet- 
ta.  Pioggierella.  -  Gtiel.  Cumha. 
Piangisteo. 


iad.  r.  T,  Gran  freddo;  ghiado. 

Idròglia.  r.  r.  Millanteria. 

iKnòga.Jftff.ati^Qui.^.  Hlc  loci? 

iUni.  Br. Belladonoa.  -  £. Atropa 
Belladonna. 

Ilògi.  MiiL  cmL  Là.  -  L.  Illuc. 

Hit.  Or*  Treggia.  -  Mani.  Slitta. 

im.  r.  Mal.  Basso,  imo  -  Aim.  A  bas- 
to.-!. Adimum, 

loibeseL  T.  P.  Mischiarsi. 

Inbàstemàt  CSr.* Adirato,  corruc- 
ciato. 

l^kronzài.  Or.*  Inooilertto.  DÌ4se9i 
dd  tempo  e  del  elima. 

'flipronà.  KT.  Atterrarc.-Gr.Pro- 
neyein.  Abbassare.  -  L,  Pronus. 
China. 


Ina.  Br.  Caprùggine  delle  doghe. - 
Ina.  Fare  le  caprùggini. 

Inasta.  Ali/. -Inastar. Afoni. 0f^0r. 
Allestire,  Preparare. 

Incrùscàss.  O*.'  Isttzzirsi. 

Indemnàss.  Cr.*  Formar  vòrtice. 
Dieesi  del  vento. 

Indevenà.  Mil  Aggomitolare,  in- 
cannare. 

Indevià,  i ndù via.  Br^on.  Viglia- 
re, cumulare,  ragunare. 

I  n  e  n  d  r  e  t.  Br.  Dabbene ,  giudizioso. 

Inevìd,  Inevida.  Mil.  Malvolen- 
tieri.-I.  Invite? 

Infèl.  Mil.  Intrigo,  impaccio -In  fe- 
8 eia.  Imbrogliare,  intrigare. 

Infichiòss.  y.  K  Dispettoso. 

Infolarmà.  Mil.  Affaccendato,  infer- 
vorato. 

Infoici.  MiU  Innestare,  inserire. 

Inga.  Mil.  Loglierella. 

Ingatià,  ingatiàr.  Gen,  Avvilup- 
pare, imbrogliare. 

Inguànguel.  Mil.  Utensili.  -  In- 
g  u  à  n  g  e  i  a.  Frottola ,  Fàvola. 

I  n  n  i  n  z.  Mil.  Non  intero,  manomesso. 
y.  Ninzà. 

In n osi.  Cova.  Ammaliare. 

Insedi.  MiL  Innestare,  incìdere,  in- 
serire. 

Insièt.  Cr.*^  Forse. 

I  n  t.  y.T.  Dentro.  -£.  I  nt  u's.^  I  r  i  n  t. 
-!.  Ire  intus. 

Intravisènt.  Brian,  Trasparente, 
liscia.  Dicesi  della  pelle. 

I  n  t  ut  t  ù.  MH.  Rapporto  a,  in  riguar- 
do.-!. In  intuitu? 

Inverna,  rf^rò.  Vento  dt| libeccio. 
S.  0. 

I  n  za.  Mil.  Incidere,  inserire.-  ^rt'on. 
Nizza. -K.  Insedi. 


Jòl,  Jori.  7Yc.  Capretto  d'un  anno.- 
/r/.  Gioita.  Gfòf^ne. 


70 


PARTE  PRIMA. 


Ladin.  Gen.  Scorrévole,  lidie;  Trifo- 
glio. -Ladini.  Fare  un  prato  di 
trifoglio.  -  F  è  r  ladin.  Ferro  mal- 
leàbile. -  j4rm.  e  Cam,  Ledan. 
Largo.  -  Cai,  Lath.  -  L  Latus. 

Laf.  Br.  Frana.  -  Cam,  Lafron. 
Brani ,  pezzi. 

La  ina.  Br,  Scoscéndere,  franare.  È 
ancora  nome  di  paese  in  Lombardia, 

Lama.  Br,  Uligine.  Terra  vacillante.- 
Com,  Lama».  Terra  sollevata. 

Lamp.  Gen,  Falda,  lembo. 

Lanca.  Gen,  Ramo  morto  di  fiume. 

Lantà.  Br.  Sambuco  aquàtico. 

Lapà.  Gen,  Lambire.  -  Ted,  Lap- 
pen.  -  /Vop.  Lipar.  -  Ingl,  To 
lap.  -  i^rm.  Lapa. 

Las  a.  Br,  Lastra  di  pietra. 

L  a  t  a.  K.  r.  Pèrtica  per  viti.  -  Camb, 
Llath.-i^rm.  Laz.  Lungo  bastone, 
pèrtica. 

La  véz.  Gen,  Vaso  di  pietra  oliare.  Da 
Val  Lavezzara  ne  prende  il  nome. 

Lazo.  i9r.  Agio. 

Leda.  Br,  Loto.  -  Ledàm.  Letame.  - 
L,  Lutum. 

Lédeg.  Mil  ani.  Strutto,  grasso  di 
msjale,  d'oca,  e  simili.  K  Delég. 

L e  g  n  0  r  a.  Jlft'I.  Funicella  che  serve  di 
règolo  ai  muratori  per  tracciare  di- 
ritte le  muraglie,  ed  agli  ortolani 
per  le  aJuole.-iL.  Lineo  la? 

Leguégn,  leguign.  Br,  Schlsto  mi- 
càceo, matrice  del  ferro.  -  Gael, 
Lea  e.  Lamina  di  pietra. 

Lem.  jlfl/.LegumI  In  gènere.-  Br,  L  i  m. 

Le  ma.  Brian,  Escrescenza  morbosa 
della  quercia. 

Lèmed.  Brian,  Scaglioso.  Dieesi  del 
legno. 

Lene.  MiL  Pingue,  nitido. 

Lenclà.  Brian.  Lisciare,  render  pin- 
gue. 

Lerga.  Br,  Loglio. -LLolfum  pe- 


renne. -  Brian,  Lirga.-  L 
lium  temulentum. 

Lesena.  Gen-  Pilastro  addossai 
parete. 

Leso,  lesùm.  K  y,  Lampo.-L< 
Lampeggiare. 

Liffia.  F,  V,  Bocca.  -  7Wf.  Li 
Labbra. 

Llgabòsc.  Br.,liianl,e  Po»,  È 
Piem,  BrazzabÒ8C.-Cr.*  Ra 
garola. 

Liganga.Br.  Leggenda. 

Ligàngola.Br.  Cavillo.- Ligh 
Cavillare. 

Ligòss.  Br,  Sciocco,  villano. - 
Scapestrato. 

Limàt.  y,  M,  Praticello  pres 
campo.  ^Gr,  Lelmon.  Prat 

Li  moria.  Bar,  Persona  madie 
Gr,  Limeros.  Famèlico. 

Llngori.  yerb,  -  Lùgar,  Lt 
Mani,  Ramarro.  -  yer.  1 
dór.  /h  qualche  dialetto  ti 
chiàm,  LIgùro.  -  y,  Ghèz.- 
Luachal r,  0  meglio  Dea r  e  • 
eh  air.  Lucerta.  -  L,  Lace: 
Lacertus  vlridis.  Ramarri 

Li  usi.  Br,  Manométtere,  iuta 
una  cosa  intera.  -  y,  Nin  za 

Lis.  Gen,  Ii»goro,  consunto.  IHi 
tela  0  d* altra  sto/fa, 

LÌtta.Jlf^<.  Melma  di  fiume. 

Lobra.  y,  T,  Cànapa,  o  linog 

Lo  e.  y,  T,  Vuoto.  Dicesi  del  gr 
Afi'l. Balordo. -Afan<.  Lóc 
Pula.  -  TVd.  Locker.  Vano. 
Loco.  Stolto,  leggero. 

L  0  e  h  è  r.  Br,  Gusci  di  grano.  -  y 

Loertis.  Br,'^  Lovartis.  M 
Vertis.  Aio.  Lùppolo.-Lovi 
Lovertis.itfi7.  sign.ancheSti 
to,  (raldo  di  fragole,  e  fi 
Lu vertis.  Cr.«  Lupini. 

Loffi.  Mil,  Spossato,  vizzo.  CI; 

Logia.  Mil,  Cèlla,  baja. 

iLSgla.  jlff/.  e  Pop,  Troja,  m 


DIAUSm   LOMBARDI. 


li 


Gad,  Liagach.  Sòrdido,  im- 
mondo. 

IhìMiL  Sonnolenza,  svogUataggine.- 
GaeL  Loclid.  SoDDOIenia.-Loigh. 
Débole,  lànguido. 

Lolza.  Bar.  Sorta  di  slilta. 

Lop,  lopa.  Br,  Seòiia  dei  ferro. 

Lòstig.  K.  I.Allegro.-7(nf.Lastig. 

Lòi.  MiU  e  Mani,  Zitto,  quatto. 

Lota.  (ìen.  Zolla*  -  Slotà.  Rompere 
le  lolle.  -  L,  Lntum. 

Lo  va.  MiL  Spica  del  pànico;  pannoc- 
chia del  grano  turco.  In  Plinio  è 
detta  Loba.-  Lo  va.  Spigare. 

Lo  va.  Cam,  Nebbia. 

Ldzel.  Br,  Scodella  di  forno  fusòrio, 
d^onde  si  estrae  la  scòria. 

LdzItL  Br.  Scempiàggine.  -  Oam, 
Los.  Scioperato,  stordito. 

Lucia.  MiL  e  Br,  Lamentarsi  pian- 
gendo. -  L*  Lvgere? 

Lùgà.  Br,  Raggiùngere. 

LOghér  a,  lùéra.  Gen.  Favilla,  scin- 
tUla. 

Lune  la.  Br,  Ugola. 

Lura.  et,*  e  Br,  -  Lóra.  Mante  f^cr. 
Pévera;-  Lurèt,  lorìt.  Imbuto. 

Lntare.  Ber,  Desiderare, 


Màcan,  màcana.  V,  T,  Fanciullo, 
fanciulla.  -Maeà  ehiàmami  i  fan^ 
duiU  nelle  palli  (tergamasche  Heine 
a  Lecco, 'GaeLUtLCSin,  Fanciullo.- 
MacamnaJ'anciulla.-IIac.  Figlio.- 
Jrm,  e  C(»ni.Moch,Mab,  Figlio.- 
TaL  Magd,  Madcben.  Ragaua. 
J,  S.  Maga.  -  Coi,  Magus.-Z>afi. 
Maagdt-  /ff.Mognr. -«^p.Mo^o. 
Ftaidallo.  -  Mil,  Magatèl,  Maga- 
tela. Bimbo,  bimba;  oficAe  Fantoc- 
cio, il  Mannequin  de*  Francesi. 

lacarà.  MiL  Piàngere. 

Hteu.  Br,  Or&no.  -  K.  Màcan. 

Madàsc  Br.  Massa  di  frasconi. 

Vàdena.  Cr.*  Màdia.  -K  Panerà. 


Madrul.  f^,  7*. Casa  ruinosa. 

Magàra,  magari.  Gen,  Diovoglia!- 
Gr,  Macar.  Felice. 

Maghi.  Cr.''  Potatore  di  viti  e  gelsi 
venuto  da  altri  paesi.  -  Gael.  Mag. 
Campo.  -  Magbach.  Campestre. 

Magno.  Mil.  Rarbatella,  tralcio  di 
vite.-0»m.  Magie  n.Vinco,  legaccio. 

Magò  16.  KT,  Aqua  stagnante  e  pù- 
trida. 'Gael,  Magh-uisge.  Lago 
invernale.  -Magolcònt.  Sudicio, 
sòrdido  -  Magolcià.  Ammosciare. 

Magón.  Gen.  Accoramento,  molti  dis- 
piaceri successivamente  accumu- 
lati. -  Ted,  Magen.  Stomaco. 

Magore.  ^.Zòtico,  rozzo,  villano.- 
f^.  Maghi.' 

Magù  t.  Mil,  e  D.  Or,  Garzone  di  mu- 
ratore. 

Mais.  Mil.inf,  Guazzabùglio,  intrigo. 

Mai  sài.  yerb,  Risìpola.  -  Ted,  Ma- 
sern.  Rosolia. 

Ma  iti.  Br,  Tenebre. 

Malàega.  ^.[Anònide.  -  ^.  Ononis 
spinosa. 

Malga.  Gen,  Mandra  e  suo  ricetto ;- 
Malghe,  malghés.  Mandriano. 

Malòss,  malossé,marossé.J9.0e. 
Sensale ,  mediatore. 

Ma  ni  le.  ^r.  Coregglato,  battente. 

Manòquar.  Verb, Comocchio ;  torso 
del  grano  turco  sgranato.  Nella  caa^ 
pagna  milanese  riceve  ancora  da 
luogo  a  luogo  Ì9arii  nomi  di  Lovìì, 
Borlit,  Mollascio,  Mollìt, 
Morsòn,  Gravisin,  Gnòc.  -  F. 
Mogol. 

Mansarola,  mansarina.  fir.Spàz- 
zola. 

M  a  n  s  e  i  n.  Brian,  Sleale  ;  forse  da  Man- 
cino? 

Madia,  ^r. -'Magi ùs ter.  MiL  Fra- 
gole. 
Mapèl.  Br,  Acònito.  -I.Aconitum 

napellus. 
Maràs.  ^.-Marascia.  Aff/.  Ségo- 
lo, potatojo  per  vite. 


74 


PAIiTB  PEIMA. 


MaràS^  marasce.  P\  Jntr.  Figlio, 

figUa. 
Mari.  Bor.  eK  Lìq.  Figlio.-  Com, 
Mcrh.-^rm.  Merc^h.  Figlia.  Qtie- 
f  fa  iemhra  la  vera  radice,  anziché 
la laiina Mas,  m a r i s,  o VikUiana 
Maschio,  etiendo  usata  la  poce 
Marò  anche  per  Figlia,  che  dicesi 
Marcia,  p/.  Marcie.  Figlie. 
Maréng.  MiL  Vento  marino,  nunzio 

di  pioggia. 
Mar  gai.  MiL  Sornacchio. 
Margniga.  K  T.  Gozzo. 
Margnigna.  r.  T,  Gobbo. 
Marie,  y.  Jnz,  Ombra,  sotto  cui  ri- 
posa il  bestiame  nelle  ore  calde. 
Marmèl.    MiL  e  Cbm.' -  Marmlin 
Manu  Dito  mìgnolo.-  IrU  Marm- 
mear. 
Ma r m e n ti  na.  Br,  SaIcereUa.-Z.  Ly- 

tbrum  salicaria. 
Marna.   D,  Oc.  -  Merna.   V.  Bl.  - 
Marnò n.  iVop. Màdia.- r.  Panerà. 
Maroca.  Gen,  Marame,  scarto. 
Ma rsi na.  Gen,  Abito  da  uomo.  Forte 
da  Mari,  Aglio  maschio,  o  dal  L. 
Mas,  maris? 
M9i9.Br,  Romano  della  stadera;  Majo. 
Masàcher.  Br.  Fanciullo. 
Mascadiss,  mascariss.  Gm. Guò- 

Jo,  combina. 
Mascherpa.  Gen,  Ricotta. 
Ma  se  loca.  K.  T.  Latte  inacidito. 
Masi  a  e.  MiL.  Grosso,  di  buon  peso.- 
Gael,  Masach.  Di  pingui  nàtiche. 
Mas  0  cà.  MiL  Infarcire,impoltigliare.- 

GaeL  Masgaidh.  Macerare. 
Mas 51  a.  Br,  Ventriglio  del  polli,  uc- 
celli, ec.  -  Ted,  Magen. 
Masón.  Com.  Ricóvero  di  pastori  sui 
monti;  Masù.  Br.  Casa,  pollajo.  - 
Fér.  A  masón,  iign.  A  pollajo.  - 
Fr.  Maison.  Casa. 
Massa.  Or.  0  Po»,  Vòmere.  Anche  la 
manm^a,  colla  quale  si  taglia  il  fieno 
sulhi  tettoia. 


Masti.  Br.  Lezzo,  puzzo.  - 

Mastar.  Lordura. 
Mastinà.  MiL  Mandrugiare. 
Mastra.  lod.  Màdia. 
Mastrànl.  MiL  Malaticcio. 
Mat.  D.  Oc.  Ragazzo;pl.  Mata 
tèi.-M  atei.  Ragazzino. -Ma 
Ragazzaccio.-^r.  Mata.  Fusa 
Ma  tei  la.  Forosetta.-Matè] 
tadinello.  -  Tic.  Mat  tu  sa.  : 
za;  ^ia  ctii  derivò  forse  Tusa, 
del  MiL  -  Jrm.  Matès.  Ser 
Matàs.  ^r.  Nibbio. 
Matèi.  y.  Gap.  Piccole  castagi 
M  a  t  ò  a.  y.  Cav.  abbreviazione  i 

gnifica  La  madre  tua. 

Matuscia.  r.  Cav.  Zuppa  d'erbe 

e  pan  gratuggiato.  -  K.  T.  1 

Manión.  Zuppa  di  varii  leg 

Me  a.  Br.  Loppa  del  ferro  pesta 

il  maglio. 
Meda.  MiL  e  Br.  Catasta  di 
legna  e  simili.-  Arm.  M'eda 
golatore  e  misura. 
Medàl.  Br.  Magona.  Luogo  in 

ripone  il  ferro  greggio. 
Méder.  Gen,  Modello,  forma. 
Metron.  Misura.  -  >^nfi.  Mi 
Regolatore. 
Médol.  Br.  Ferriera,  cava  di  pi 
Medoladér.  Lavoratore  nell 
niere. 
Mèi.  MiL  e  Br.  -  Mèn.  y,  T.  C 
del  cane  e  d'altro  animale  ; 
zaglio.  •  L.  Melium ,  prcàso 
rane  significa  Collare  di  cane 
Méngol.  Br.  Menno. 
Mès.  Br.  Misura  dei  carbonici 
contiene  un  sacco  ed  una  part 
quiàltera.  -  Ted.  Masz.  Misui 
Mèss,  miss.  Br.  Vizzo,  stramai 
yer.  Mizzo. -TImc.  Mezzo. 
Méula.  y.jÉnz.  Falce  de'mietil 
Méza.  D,  Or.  e  yen.  -  y.  T.  ì 

Màdia.  -  y.  Panerà. 
Mìgola.  Br,  Brìcciola.  -  L  Mie 


DIALETTI  LOMBARPI. 


n 


M inela.  Br.  Deschetto  da  ciabattini. 

Miòt  y,  T.  Cappello. 

Hòc  Mil  Mortificato. -  /VtK>.  Mouc. 

Mòca.  MiL  Ylsaccio.  -  iSjp.  Mueea. 

Ho  ci  Ila.  Br.  Sacco  di  pelle  con  pelo, 
per  Mldati  e  pastori. 

■òdig.  r,  K.  Pigro. 

Moft.  £r.  llaiiietto.-C9rfi.  Moh.  Man- 
letto  d^  un  anno. 

■ògol.  ^r. -Mòl.  Jlfanf.-Mòmol  e 
M  ò  L  Cr.*-M  ò  e  o  I  o.-f^iBT.  Mallo  sgra- 
nato del  sorgo  turco.-GoeLMògul. 
Sìliqua ,  guscio. 

Mola,  mnlà.  Gen.  Lasciar  cadere, 
scagliare. 

Molgla.  y.  T.  Bestiame  minuto. 

Momina.  MiL  Musco  terrestre. 

Monàt.  MiU  Custode  de' cadàveri. 

MoBcèc.  Cbm.  Montanaro  che  abita 
sopra  Gondo. 

Moranda.  f^.  ^.  Prete  che  cerca  im- 
piego in  altro  paese. 

Morbi  n.  Gtn,  Allegrìa,  buon  umore. 

Hordenau  Br,  Rododendro,  lean- 
dro, ec 

Morigi  o.  Gen.Piccolo sorcio.-!.  Mus, 
nusculus. 

Mossa.  MiL  Spumeggiare.  Diee$i  del 
tino,  della  hirra  e  »imiU,  -  fi; 
Mousser. 

Kòtria.  MiL  UpigUo,  muso. - JMaiil. 

Mùtria. 
Kotta.  Gen,  Mucchio,  monte,  am- 
masso. •  jirm,  Mouden.  Mucchio 
di  ferra.  -  py.  Motte. 
Uosa.  Br.  eVer.  Decomposto,  sciolto, 
stracciato. 

Molina,  ra Ufi n a. D. Or. e f'er. Sal- 
vadanaio ,  Grnszolo. 

Vugra.  Bor.  Giovenca.  -  y.  Mo^. 

Mùndul,  mnndulin.  y.  T.  Gon- 
nella da  contadina. 

tùsèt  y.  y.  Canuto, 
lassi.  Or.*  n  lamentarsi  dei  bam- 
bini. 


N  a  i  n  a.  MiL  Setino.  (Specie  di  confer- 
va). -Gr.  N aio n. 

Napèl.  MiL  Coppo. 

Nar.  y.  y.  Ignaro.  -  Ted,  Narr.  Pal- 
io, mentecatto. 

Natta,  y,  V.  Formaggio catUvo. - y. 
T,  Natin.  Cacio  casalingo. 

Nàula.  y.  T.  Mucchio  di  fieno. 

Nèó.  r.  y.  Vitella  d'un  anno. 

Ne  e.  Br.  Vapor  fetente  nelle  ferriere. 

Nedèsc.  F.  f^-Navèsc,  nevèsc. 
MiL  Gramigna  che  Infesta  i  campi. 

Ned  ruga.  MiL  Astèrgere,  pulire 
internamente,  sventrare.  -  £.  N  u- 
tricare. 

Negota.  i9r.-Nagota.  Jlf^^-Nota, 
Nuta.  J^.O;. Nulla. -itfrm.  Neket- 
GaeL  Nag.  Non.  -  Negota  in  Br, 
sign,  ancora  Altalena.  -  Negota. 
Barcollare,  tentennare. 

N  e  m  e  si.  ^r.  Ira,  còllera.  -  Gr.  N  e  me- 
si s.  Ira.  -Nemesao.  Adirarsi. 

Nére.  Tic.  Gràcile,  malfermo.- i^rm. 
Nerz.  Forza.  -  Dinerz.  Gràcile^ 
lànguido. 

N  è s  to  1  a.  Br.  Nastro,  tela  stretta.  - 
y.  T.  Ligaccio,  ligambo. 

NettéS.  Brian.  Esterminlo,  strage. 

Mas. MiL  Leggero, frivolo.- fV*. N i a i s. 

Nimel.  Brian.  Mìnimo. 

Ninzà.  Af^l.-Ninzàr.  Mani.  Mano» 
méttere,  intaccare.  Forte  dtUPJL 
Iniziare.  Cr.*  Rompere,  dividere. 

Nio.  MiL  Afato,  malvegnente. 

MI,  niz.  Gfn.  Livido,  fràcidc-  Nl- 
s e  i  à.  Languire,  infraddire.  -  Comò. 
Nych.  Languore.  -  Nycha.  Lan- 
guire. 

Nissora.  MiL  -  Anissdla.  /Vv. 
Lungo  filo  armato  di  molti  ami  per 
la  pesca. 

Noma.  MiL  -  Noma.  ^.-Numa. 
Gr.*  Solamente.  -  f^.  Doma. 

Nudrigà.  Cr.*  Assettare. 


74 


PARTE  PRIMA. 


01  va.  Br,  Gusci  del  grano.  -K.  7\ 
La  farina  di  miglio  men  bella. 

Omiga.  K.  T,  Specie  d^orzo. 

Or.  y,  j4nz.  Luogo  prominente;  Dim, 
Orai.  Forse  è  la  radice  di  Or  Ohio. 

Orb.  MiL  Cieco.  -  fyiop.  Orb.  •  £. 
Orbatus.  Privo. 

'Orbeda.  K  T.  Màrgine  erboso  di 
campo. -I.  Orbita? 

Óre.  MiL  e  K  Anz.  Mentecatto ,  cre- 
tino;/èm.  Órca.- Goel.  Ore.  Tor- 
pore, letargo. 

Orgna.  i9r.  -  £.  Plstachia  tere- 
bintbus. 

Ori.  Cam,  e  Vero,  Làuro  ceraso. 

Ornai.  Br.  Zàngola;  vaso  In  cui  si 
dibatte  la  crema  per  fare  il  burro. 

Ova.  Tic,  Erto  pendio,  dal  quale  si 
rotolano  le  legne  al  piano. 

Ovàc.  y.  ^nz.-Ovàg.  y.  .S<r.-Ovig 
aliroQe.  Pendio  di  montagna  vòlto 
a  settentrione.  Opposto  di  aprico, 
0  solio.  Bacio. 

Óia.  ^.  Fràssino  comune. -£.  Fra- 
xinus  excelsior. 


Pabi.  MiL  Pastura.-  I. Pabulum? 
P ad  i  m à.  Tic,  Cessar  di  piòvere  dopo 

un  temporale.  -  Trai,  Calmare.  - 

Pro»,  Apaiimar. 
Pagai.  V,  y.  Sprùzzolo  di  neve. 
Paghér.    Br,   Pezzo.  -  L,  Plnus 

abies. -Pagherà. Bosco  di  pezzi. 
Pai.  Br,  Digerire,  evacuare. 
Pajora.  Afj/.  Puèrpera. 
Pallù.  T,  P,  Timone  delle  barche 

grosse. 
P  a  I  p  i  g  n  à.  ^.  Bàttere  le  palpebre. - 

Palpi.  DI  corta  vista. 
Pana.  Br,  e  Mani,  -  Panerà.  Gen. 

Crema. 
Panarón,  panaròt.   Or.*  e  MiL 


Scarafaggio,  blatta  orientali 

Bordòc. 
Pane,  Pàner.  Gen,  Lentiggini 

chic  sottocutànee.  -  Pro».  Pi 
Pane.  Com.  e  K.  T.  Truogolo  d 

li.- Camò. Pan.  Coppa.- IrL  ì 

Taso.  -  Sant.  P&na.  Vaso  di 
Panerà.  D.  Or.  -  Panàrie.  . 

Panàra.  TVeik-Panadóra 

Màdia. 
Panpòss.  MiL  Poltrone.  -  Sp 

posado. 
Pantegana.  Gen.  Grosso  topo 
Par  a.  Gt>m.  Timone.  -  Parò  n. 

niere. 
Parli n.  Com.  Lucignolo. 
Parsèiv.  K  Anz.  Mangiato]! 

Presepe?  -  y.  Presèf. 
P  a  s  m  à.  MiL  Agognare ,  brama 

dentemente,    spasimare.  - 

Pasman.  Agonìa. 
Pasque,  pasquiro.Af//.  Piai 

bosa.  •  L.  Pascua.  Pàscolo. 
Passón.  y,  T.  Palo. -PassèL 

Palo  sottile.  -  £.  P  a  X  i  i  1  u  8.  - 

sona.  MiL  Palificare,  palafli 
Pataja.  Or.*  Camicia. 
P  a  t  à  m.  Br,  Sterpame,  copia  di  e 
Paté.  MiL  e  Po».  Rigattiere, 

vecchio. 
Patòc.  i?)^.  Sbalordito,  sorpresi 

nifesto. 
Patùl.  MiL  -  Patos.  Br.  Pati 

strame. 
Pècher.  jlfi<.e  AiP.-Pècar.  . 

Caraffa ,  bicchiere  grande.  - 

Becher. 
Pèdeg.  MiL  e  Lod.  Pigro,  len 
Pegà.  r.  r.Insudiciare.-itfnii.l 

Impeciare. 
Pel  agi.  Br.  Bacchettone. 
Peloja.  Br.  Sodaglia,  luogo  ti 
PelòrI.  y,  T.  Cànapa  grossoL 

Pelorscia.  Coperta  rùstica. 
Pen.  Br.  Nulla,  mica. 
Penagia.7Ye.-Panagia.Afif/. 

gola;  vaso  in  cui  si  dibatte  la  ci 


DIALETTI  LOMBARDI. 


75 


Pene.  Brianx.  Rigoglioso ,  nibioondo 
e  grasso.  Dieeti  di  permma. 

Penta.  MiL  Speeie  di  parùssola.  - 
JL  Pa  rus  candatus. 

Pentegòs.  Br.  Carcame.  -6r.  Pen- 
tadicòs? 

Per  aria.  MiL  Vitupero,  oltraggio.  - 
5p.  Perraria;  da  Perro.  Cane. 

P  e  r  8  e  i  m.  MH.  Lattime ,  forfora  dei 
bambini.  -  Cr.*  Per z dm. 

Per  vèr».  K.  M,  Buono. 

P  é  s.  Af /i.Gervo-volante.-L.  L  u  e  a  n  n  s 
cervus. 

P  e  s  0  e  1  ì.  ^.Scarpellino,  tagliapietre. 

Pestón,  plstón,  pistù.  Gen,  Fia- 
sco. -  Gr,  Piston. 

Petày  pelar.  Gen-  Applicare,  attac- 
care, gettare. 

Petard.  MiL  Palhito,  grassotto. 

Petorgne.  Cr.*  Koiné. 

Piìdena.  D,  Or,  e  Ver,  Tagliere, 
tafferia.  -  V,  Basgia. 

Piinca.  MiL  e  Fiem,  Tàvola,  asse.- 
Piancón.  Tàvola  grossa.  -  fV. 
Planche. 

Piar  da.  Gen,  La  ripa  bassa  dei  fiumi 
ti  pie  degli  àrgini.  -  Afoni.  Golena. 
•  Br.  Lavoro  d' una  giornata  nelle 
miniere. 
Piàttola.  MiL  Gran  vaso  di  rame, 
ove  si  ripone  11  latte  fresco  per  se- 
pararne il  flore. 
Piconizia.  ^r. Leziosità. -P leu.  Le- 
zioso. 
Pidrla.  MiL  Pévera.  -  Pidrio.  Im- 
buto. 

Pièl.  D.  Or.  Frìvolo,  leggero.  -  Pi- 
vèl,  pive  la.  MiL  Ragazzo,  ragaz- 
za. -  £.  Puellus? 

Pigolsa.  K  T.  Altalena. 

Piligolda.  V.  T.  Fiammella. 

Pilòt  Br.  -  Piloto.  Ver.  Guard'in- 
fuite  di  legno. 

Pinci  a  nà.  MiL  Celiare,  scherzare. 

Piaghe r.  MiL  Pòvero,  sbricio. 

Pini,  plnxada.  ^.  f^.  Sasso, sassata. 


Piò.  Gen.  Aratro.  -  jì.  S.,  Sv.  ed  I$L 
P  log.-  Ted.  P  fi  ug.-7nor<.Pl  0  u  g  h. 
{Leggi  V lo). 

Pi  oc.  Brianz.  Pòvero  superstizioso. 

Piòda,  pio  da.  D,  Oc.  Tegola  di  pie- 
tra per  coprire  i  tetti. -Piodéra. 
Cava  di  pio  de. 

Plot.  V,  r.  Calcato.  4 

Piòzz.  MiL  inf.  fanciullo. 

Piperà.  F.  T.  Donna  che  ha  cura  dei 
bimbi. 

Pirla.  D.  Or.eVen.  Scommessa.-PI- 
rià,  piriàr.  Scomméttere.  -  Fr. 
Parler. 

Pirla.  MiL  Girare.  -  Ted.  Wir- 
heìn.'lngL  Whirl.-^p.  Evirila. 

PIrù.  J9.  Òr.  Forchetta.  V.  T.  e  Ver. 
Pirón. 

Pis.  AfiL  Lànguido,  sonnacchioso. 
Diceei  deWocchio. 

Pisón.  Bor.  Mazzapicchio. 

Pisòra.  Cbm.  Sotto  vento.-Navegà 
a  p  i  s  ò  r  a.  Navigare  a  coperto  0  die- 
tro il  vento.  Di  quiPi%  iignifica 
dietro  0  sotto.  Forse  daPos,che  si" 
gnìfica  nei  dialetti  Lombardi  Dietro 

Pisorgnà.  Afi'L  Dormir  leggiero  dei' 
cani. 

Pi  spot  MiL  Specie  di  scaldino  di 
ferro  usato  in  Brianza. 

Pi  stagna.  Br.  Toppa. 

Pit.  y.  T.  Poco-  Pitosèc  Alquanto. 

Pitaca,  petaca,  pataca.Gcti.  Plet- 
tro di  liuto. 

P  ì  t  i  m  a.  Gen.  Uomo  cavilloso ,  flem- 
màtico. 

Pitona.  V.  V.  Zucca  lagenaria. 

Piz.  Gen.  Sommità  di  monte.  -  Ted. 
Spitze.  -  /lai.  Àpice. 

Plèc.  MiL  Indùstria,  arte,apparato.- 
Ofì/m.  Pleag.  Piacévole,  piacevol- 
mente. 

Plèit.  MiL  LiUgio,  contesa.  -  Fr. 
Plaider.  -  L.  Placitum. 

Piera.  V.  M.  Prato  selvoso. 

Piò] a.  MiL  Jnf.  Febbre. 


76 


PAETE  PRIMA. 


PI  0  ta,  p  1 0  z  a.  iSr.Lavagna.-f^.  Pi  0  d  a. 

Po  fa.  Br.  Buca,  avvallamento.  Lo 
ttes$o  cAe  Fopa.  f^. 

Pojàt.  Tic, ,  Verb.  e  Br.  Catasta  di 
legna  preparate  per  far  carbone. 
Questa  9oce  è  generale  nelle  noiire 
montagne.  -  Jrm,  Poaz.  Cotto, 

«  abbnicciato. 

Poina,  puina.  D,  Or,  e  f^r.Ricotta. 

PÒI.  Tic,  e  propriamente  a  Biasca, 
Ragazzo;  fem,  Pola.  -  £.  Pullus? 

Pòlec.  Br,  -  Pòles.  MiL  -  Pòlag. 
Mant,  Gànghero,  perno.  'Gr,  Po- 
leo.  Girare. 

Poledro.  f^.  7\  Pannocchia  del  gra- 
no turco. 

P  0 1  i  g  a  n  a.  Gen,  Astuto,  gattone.-^rm. 
Po  e  1  lek.  Prudente. 

Pomate».  i9r.  -  Toma tes^  torna- 
ti ca.  Gen,  Solano  licopèrsico.-5pa. 
Tornate. 

PombIana.Ot>in.  Fuliglne.-f^.Calì. 

Pompogna.^r.-Pampogna.  Afan<. 
Scarafagio  strìdulo.  -  L,  Scara- 
baeus  melolontha. 

Ponga.  Gen.  Esca. 

Ponzèl.  K  y.  Gióvane. 

Pósca.  Brian,  Tralcio  reciso,  che  il 
vignaiuolo  collega  colle  testate  di 
due  capi  tra  loro  discosti,  per  rav- 
vicinarli e  sostenerli. 

PÒ88.Af^/. Raffermo, vieto; Pan  pòss. 
Pane  indurito.  -  Com,  Powes.  • 
Arm,  Paves.  Posa,  riposo. 

Prede  sa.  Br,  Barbatella  trapiantata. 

Pregherà.  Com,  Pineto. 

Presèf.  y.  T.  Mangiatoja.-  L,  Prse- 
sepe. 

Prestin.  Mil,  Forno.  -Prestine. 
Fomajo. 

Presura.  Cr,^  Trave  maestra  dei 
tetU. 

Priàla.  y,  T,  Carro  di  legna  o  fieno. 

Prosa.  MiL  e  Pop.  -Presòt.  Mant, 
Ajaola,  porca. 

Próv.  y,  Anz,  Prato. 


Prussiani.  Br,  Fanello.  -  L,  Frln- 
gilla  cannabina. 

Pùa,  poa, puòt,  pigotta.  Gen,  Fan- 
toccio ,  bamboccio. 

Pudina.  0*.«  -  Pudin.  y,  T,  Rón- 
cola, falcetta.  Z>a  Potare. 

Pus  ter  la.  D,Oe,  Porticina,  seconda 
porta;  porta  di  soccorso. 


Quàc.  iViP.  Airone  cenericcio. 
Quacin,  quadro.  Mil,  Forma,  ca- 

libro.  r.  F  a  8  s  e  r  a.  fbrt  e  doZ />.  C  o  a- 

gularc? 
Quat,  quàtol.  Br,  Incubo.  Affanno 

che  uno  prova  dormendo,  per  mala 

giacitura. 


Rabadàn,  Ramadàn.  Gen.  Rumo- 
re, frastuono,  baccano.  -  /Vop.  R  o  u- 
madan. 

Rabót.  Mil.  Furfantello,  audace,  li- 
bertino. -Rabotà.  Furfanteggiare. 

Raconchiglia.  yerb.  Gozzovìglia. 

Rafabià.  y,  M,  Dissipare. 

Raggia.  Mil,  Treggia,  civèo,  ruspa. 

Kkì,y,y,  Bastone.  -£.  R  a  d  i  u  s.Verga. 

Rais,  y,  T.  Ragazzino.  -  K.  Éres.  - 
Gael,  Rais.  Germoglio,  virgulto. 

Rampa.  Mil,  Erta,  salita.  -  Fr, 
R  a  m  p  e  r. 

Rampolla,  y,  T.  Ferro  adunco  per 
tagliar  le  legna. 

Rancùràss.  Mil,  Dolersi,  accorarsi. 
To$c,  Ran curare.  -  Fr,  Ran- 
cune.  Rancore. 

Ran  gogna.  MiU  Lamentarsi,  bron- 
tolare. •  Rangògn.  Lamento.-^. 
Ran  e  un  e.  Rancore,  sdegno. 

Rangù.  Cr,^  Palo,  che  sostiene  la 
vite  nei  filari. 

Ransignà.  Br,  e  yer.  Aggrinzare , 
rannicchiare.  -  y.  Rescià. 


DIALETTI  LOIIBAROI. 


77 


E  a  ma.  MiL  e  D.  Oc.  Tàlee  da  fieno. 

Bapa.  Gem,  Roga  della  pelle;  piega 
nelle  stofè. 

Eapatà.  Br,  Rospo  terrestre. 

Ras.  Br»  Gerla  per  portare  il  carbone 
alla  fornace;  j4nehe  Risura  di  car- 
bone equivalente  alla  quinta  parte 
del  sacco. 

Raso  1,  ras 5.  MiL  HagHoòlo,  sarmen- 
to di  vite.  -  Cr.*  Rottone  di  rosa. 

Eassa.  K.  7*.  Gonna. 

Rat.  Br.  Erto^  scosceso.-  Rata.  Sa- 
lita rìpida. 

Ravajòt.  0.*-Roajòt  Br,  -  Ru- 
vlòn.Jlfafif.  PÌselli.-l..Pisuin  sa- 
tivom.-  K.  Arbión. 

Ravarìn.  Gen. -Rivarèi.  Aip. Car- 
dellino. 

E  a  V  a  s  i  a.  Brian.  Rmllchìo. 

Réaldis.  Br.  Rimettersi  in  forze,  in 
coraggio. 

Kebesisse.  Cìr.* Riméttersi  in  vigo- 
re, in  forza. 

lecito n.  Or,*  Rivendùgliolo,  incetr 
Utore.  -Sp.  Regatón. 

Redablà.  Br.  Colmar  le  campagne, 
introducendovi  aque  torbide.- Re- 
dablà i  pós.  Vuotare  il  fondo  dei 
pozzi  colla  cncdiiàja,  che  si  chia- 
ma Redàbol.  -  fV*.  Remblal.  - 
Remblayer.  Colmare  ec. 
ftegana.   Br.   FOmaee  a  secco  da 
ealce  e   gimiU.  -  Arm.  Reghez. 
Caiiwne  acceso. 
Regogna.  Br,  Èrica  erbacea. 
Regondà.  Brim.  Raccògliere,  adu- 
nare. 
Regórs.  Cr,  Attributo  del  fieno  di 
secondo  taglio.  -  Regolsi.  Rin- 
calzare, 
leoada.  Br.  Frana,  y.  Rina, 
^tnsc  i  ò  t.^rtaii.  inerte,  neghittoso. 
Statar.  F.  T.  Legare.  -  Cpm.  Re- 

aiihas.  Legato. 
Rés.Rr.  Parto,  bambino.  V.  Rais. 
Resciseì.  Brian.  Riavuto. 


Reset à.  MiU  Rannicchiare,  arrie- 
ciare. 

Reséiòss.  MiL  Sito,  tanfo.  Riscal- 
damento. 

Re  senti.  Gen.  Risciaquare.  -  fVie. 
Arsentà.-AfanlJkrzanzàr.-^mi. 
Rinsa.  -  Fr,  Rincer.  Sciacquare. 

Re  tra.  Brian.  Negletto,  malvisto. 

Re  trai.  MiL  Propàgine.  -  f^.  Trat- 
terà. 

Revegiàd.  Lod,  Sano  e  lieto. 

Re  io.  MiL  Reggitore,  amministra- 
tore di  casa;  fem,  Reiora. 

Riana.  MiL  Traccia  lasciata  dalPa- 
qua  piovana  lungo  il  suo  corso. 

Ribotta.  MiL  Gozzovìglia-  Ribot- 
ta. Gozzovigliare. 

Rido!,  ròdoi.  i9r.Tussilago  pe- 
tasites. 

Righignà.  Aftff.  Nitrire. 

Rilia.  ^r. -Arlia.  ManL  Avversità, 
specialmente  nel  giuoco. 

Rim.  r.  y.  Cucchiaio. 

Rina,  rinàsse.  Or.* Franare,  lo  sco- 
scéndere del  terreno. 

Ri  8  e  io  1.  yerb.  SaliU,  selciata. -Ri- 
sciolà.  Selciare. 

Rivi.  Gen.  -  Rùviòl.  Or.^  Capec- 
chio. 

Robidla,  robìora.  Gen.  Pìccolo 
cacio ,  per  lo  più  di  latte  caprino 
0  pecorino. 

Ròcol.  Gtn.  Ragnaja  (Specie  di  uc- 
cellagione). 

Rogantà.  Verb.  Rispóndere  arro- 
gantemente. 

Rógia,  roia.  D.  Oc,  Gora;  canale 
di  derivazione  che  serve  air  irri- 
gazione. 

Rogià.  y,  M,  Portar  gravi  pesi. 

Rogiò.  D.  Oc.  Cruschello. -Pan  de 
rogio.  Pane  di  farina  e  crusca. 

Ròi.  O.^  e  lod.  Porco,  majale;  fem. 
Roja. 

Rogne.  K.  r.  Tralci  lussureggianti. 

Ròja.  Cbm.  Vacca  vecchia,  magra. 


78 


PARTI  PEISA. 


BÒI.  Oom.  Gùsci  di  castagne. 

Roméni.  Brian,  Il  macchio  della 
puia  suiraja.  Anche  Tritume  e  ra- 
schiature di  legname.  -  £.  R  a  m  e  n- 
tnm.  -  i?iim.  Rumient. 

Ro menta.  Brian,  Ammucchiare  le 
céneri  sul  fuoco. 

Rómp.  Tic,  Rumpòtino^  alteno.  La 
vite  educata  sulla  cima  degli  àl- 
beri, yoce  aniichissima  etpresta  la- 
tinamente con  Rumpus  presso  f^ar- 
rane  e  Columella, 

Ronà.  Mil,  Lod,  eCom,-  Romnà. 
D,  Or,  Numerare.  -  Arm,  Rum. 
Nùmero.  •  /«/.  Runa? 

Rónc.  Gen.  Poggio  a  viti.-RoncaJa. 
Vigneti  a  ripiani.  •  Arm,  Run. 
Collina  y  che  dolcemente  si  eleva 
sul  piano.  -  Com,  Runen. 

Ro  n  e  a  i  e  n.  JMff/.  Fusàggine.  -  £.  E  V  o- 
nymus  europsus. 

RonfÀy  roncÀ.  Gen.  Russare. 

RopÀt.  Br.  Rospo.  •  y.  Rapa  tu. 

Ròs,  ròl.  Gen.  Stormo, stuolo.-  Ròs 
d^ùa.  Penzolo,  fatelo  di  gràppoli.- 
Ver.  Rósso.  •  Comò.  Ross.  Muc- 
chio y  monticello. 

Ros.  Br,  Velocemente. 

Rolada.  Mil,  Rovescio  d^aqua.-^p. 
Rociada.  Forse  dalla  radice  Rol. 
Stormo. 

R5sà.  Br,  Spingere.  -  K.  Rùzà. 

Rosana.  f^  y.  Salamandra. 

Roversò,  Roversòr.  In  Brionia 
sign,  il  coltello  delParatro;  in  qual- 
che  villaggio  del  Mil,  oale  Aratro, 
che  nel  D,  Fer,  è  detto  Versór.  - 
L.  Vertere? 

Rùc.  Br,  -  Rùt,  Ruf,  Rùd.  -Gen. 
Spazzatura,  letame.-  Rùé,  Rude. 
Letamijuolo.-R  uéra,Rudér  a.Le- 
tamijo.  -  i2om.  D  r  u  t  z  e.  Letamico.  - 
£.  Rudus.  Terra  grassa.  -  Gr.  Ry- 
pos.  Letamico. 

Rufa,  rofa.  Gefi.  Fórfora  del  capo. 

Rum.  f^.  y.  Ploggierella. 


Rusca.  Oom,  e  Mani.  -  Re 
Corteccia.-  Rùscà.  Scori 
/VopjR fisca.  -Gae(.  Rui 
e  Gol,  Rusk.- ^rm.  Ri 
teccia.  -  Diruska.  Soort 
Gael,  Rusgadh. 

Ruscinà.  Brian,  Nitrire. 

R  u  z  à.  Brian,  Urtare.  -  Oc 
thar.  Impeto,  violenii 
thadh.  Rissoso,  y.  Sbui 

Ruzèl.  Brian,  Ribes  gì 
ria.  -  Fr,  Groseille. 


8 


Saar  una.  Br.  Cloaca,  fogli 
Sabià.  ^r.  Vigliare  il  gran 

Sabal.  Granajo. 
Saj^.  y,  T,  Cattivo;  fan. 

IngL  Sad.  Cattivo,  nojosi 

Sad.  Noja,  fastidio. 
S  à  g  h  e  r.  Mil,  Rùvido,  tàng 

lano. 
Sa  ina.  Br,  Capra.-//.  Dàli 

selvàtica. 
Sajòd,  sajòt,  saJóttoL 

Sajótru.  y.  L,  Grillo,  < 

verde.  -  Arm.  Sala.  Sali 

Saliens.  Saltellante. 
Sairèd.  y.  M,  Triste.  -  In 
Sang.  y.  BL  Canto.  -  Ted,  < 
S  à  1  e  s.  Br,  Arenaria  rossa^i 
Salustro.  y.  T.  Paura,  ir 
Samara.  Br.  Scombujare 

dere. 
Sambói.  y.Cop.  Sonaglio  d 
S  anco  la.  Br,  Càntero,  pib 
Sa  pél.  ^r.  Varco  angusto  i 

passo  di  monte,  y.  Zapè 
Saradèl.  Br.  Cerro.  ^  L.Q 

cerris. 
Sard.  y.  Co».  Zappa.   -  £. 

lus.  -  IL  Sarchio.  8ar 

Arm.  Sarp.  Róncola,  nn 
Sàrodan.  Tic.  Tardivo.  -  . 

tinus. 


DIALETTI  tOMBARDl. 


79 


Saróii,  4ftff. -Sarògn,  Sarùda. 

Tic.  Siero. 
8àt.  A^. -Seiàt.  MiL-  Ciàt.  y, 
Jnz.  -  2à  t.  ManL  Rospo.  Tttu, 
Avaro. 
Sali.  ^.  Botticella. 
Sazu.  Br,  Stagione,  maturità.  -  Ft, 

Saison. 
Sbasì.  MiL  Spossato,  lànguido. 
Sbelenàt.  Br,  Vispo,  vivace. 
Sb  e  1 1  d  ri.  Brian,  Strillare ,  strìdere. 
Sbercia,  y,  T,  Camicia  rotta.  - 

Mani,  Cispa. 
Sbergna.  Br,  Smòrfia. -Sbergnà. 

Far  le  fiche.  •  L,  Speme  re? 
Sberla.  Gen,  Schiaffo. 
Sberla.  Brian,  Stracciare  •  Br,  Piàn- 
gere dirottamente. 
Sberloclà.  ìBt.  Adocchiare. 
Sbertì.  Mit,  Uccidere,  ammazzare. 
Sbèsa.  Or,*  e  l?r.  Cispa ;Sbe8a dèi. 

Lippo,  cisposo. 
Sbesèt.  Br,  Pettirosso. 
Sbetegà.  Br,  Clngnettarc;  oppoito 

d^  B  e  t  e  g  à.  Balbettare. 
Sbièl.  Brian.  Tritume  del  fieno. 
Sbilidrì.  Mèi,  Ringalluzzarsi. 
Sblùi.  MiL  Kodo ,  spoglio.-^.  Biót. 
Sbodezà.  Br,  Affaccendarsi. 
Sbogià.  Br,  Sbarrare,  abbàttere. 
Sbraglà,  sbraglàr.  Gen,  Gridare 

ad  alta  voce. 
Sbregà,  sbregàr.  D,  Or,  e  Ven, 
Stracciare,  lacerare.  -  Ted,  Bre- 
ehen. -Sbrég,  Sbregón.Squar- 
cio. 
8brèt.  Brian,  Tapino,  meschino. 
Sbri..^.  Vétrlce.  -  LVetrix  fra- 
gili s. 
Sbrindo  la.  D,  Or,  e  yen,  Donnlc- 

ciuoia,  bagascia. 
Sbrinza.  Br.  Striscia,  fettuccia. 
tSbris.  Mil*  Meschino,  mìsero,  lò- 

loro. 
Sbrojà  ,  sbroà,  sbroventà.  f^r. 
Lo  ìk$$o  clic  11  ro  V  à.  V. 


S  b  r  0  n  e  à.  Miì,  Borbottare ,  sgridare. 

Sbrosa.  Br,  Lésina  grossa. 

Sbrnsl.  Brian,  Rùvido,  scabro. 

Sburlàr.  Cr."  Urtare.  -  Sburlò  n. 
Urto.  f^.  Ruzà. 

Scàbria,  scàvria.  Brian,  Streg- 
gia ,  striglia-  S  e  ab  r  i  à.  Strigliare . 

Scafi.  Mil.  Paura,  ribrezzo  •  S ra- 
già. Rabbrividire,  Intimorire.  - 
(iael,  Sgath.  Apprensione,  timore. 
y,  Séèss. 

S  e  a  1  a  b  r  ì  n.  y,  /Inz,  Àgile ,  snello.  - 
GaeL  Sgail-B  rei  gè.  Fantasma  , 
ombra. 

S  e  a  I  à  s  s.  ^i7.  Degnarsi  ;  oiieAtf  osare . 

S  e  a  1  fa.  MiL  Tagliare  angolarmente.- 
Scalf.  Taglio.  -  j4rm,  Scalf.  Fes- 
sura. -  Seal  fa.  Fèndere. 

Seal  ma.  Br,  Acconlgliare  I  remi. 
Ritirarli  entro  la  barca. 

Scalmana.  Gen,  Eccessivo  calore  al 
capo.-S  calmanàss.  Affaccendarsi, 
affannarsi. 

Scalòss.  Gen.  Trabalzo,  scassa. - 
Cr,*  e  Br,  Stalòss. 

Scamofi,  Scamòfia.  Gen,  Brutto 
ceffo. 

Scàndola.  y,  T,  e  ^r.  Tégola  di 
legno  -£.  Se  and  ola. 

Scanferle.  Gen.  -Sgamberla, 
Sganzerla.  Moni,  Tràmpoli.  - 
Arm,  Sitar  in  eie.  Che  ha  le  gambe 
lunghe  e  sottili.  Nello  sleao  signi' 
ficaio  si  usa  Scanferla  in  Lom- 
bardia, L.  Ferula? 

S  e  a  n  f  ò  i.  i9r.  Agrifoglio  -  £.  Ilex 
agrlfolium. 

S canon.  Mil.  Convalle.  Quella  ca- 
viti che  tra  colle  e  colle  ser\'e  co- 
me di  canale  alFaqua  piovana. 

S  e  a  n  9  e  1  a.  Mil,  Gruccia.  -  Sp,  C  a  n- 
Co. 

Scarà&.  Com,  Accetta,  scure.  -  L. 
SecurisV 

Scaravù.  Brian,  Pinòlo  di  scala  a 
mano. 

9 


80 


PAaTB  PRIMA. 


Scarfòi.  D,  Or.  Cartocci  del  sorgo 
turco. 

S ca r  i 6 n.  Cam,  e  Tic.  Prunajo ,  spi- 
neto. -Scarionà.  Imprunare. 

8  e  a  r  1 1  g  à.  Mil.  Sdrucciolare ,  scivo- 
lare. 

Scardi.  Br,  Rete  traversarla. 

Scarós.  Mil.  Molle,  tènero.  -  TYas. 
Schifoso,  ributtante.  •  Corri.  S  e  h  e- 
rewys.  Sdegnoso,  sprezzante. 

Scarpa.  Mil.  Lacerare. -^.Dis ce r- 
pere,  conscerpere? 

8  e  a  r  p  i  a.  0.%  Or.*  e  Mil.  Ragna- 
tella. 

Scàrzole.  Cr.'Gmcde.-ylrm.Scass. 
Tràmpoir. 

Scatta,  y.  Anz.  Lieve  incavatura 
nella  rupe,  ove  il  piede  si  affida  per 
salire  le  erte.  -  Gael.  Sgathadh. 
Incisione,  incavatura. 

Scavés.  Br,  Colatojo  delle  miniare. 

S ce r vose.  1^.  T.  Scumaruola. 

Sòèss.  Mil.  Ribrezzo,  paura. 

Sièt.  y.  T.  Ber.  e  Br.  -  Séiàt-O.* 
Fanciullo,  figlio. 

Seheàda.  Com.  Saetta.-.^rm.  Sked. 
Scoppio ,  splendore.  -  Com.  Sgàv. 
Luce. 

Scbeda,SchÌda,  Scheja,  Schea. 
>  Gen.  Scriminatura ,  partizione  dei 
capelli.  -  Arm.  Skejadur.  Fessu- 
ra ,  taglio. 

Schelfa,  Schirpa.  Gen.  Corredo 
di  sposa,  oltre  la  dote. 

S eh  e  1  g  i  a.  Mil.  Treggia ,  tràino. 

Scherz.  7Yc.  Amia  d^api. 

Schincà,  sèiancà.  ^r.  Schianta- 
re, spezzare. 

Schnat.  K  Anz.  Rupe  assai  rìpida. 

Sóiàsser.  Mil.  Fitto,  compatto. 

Sciàt.  f^erb.  Rospo. 

Sdjatarà.  Cr.^  Spruzzare. -Sola- 
te ra.  Spruzzo,  zàcchera. 

Sci  avaro  tt  a.  f^erb.  Banchetto,  goz- 
zoviglia. 

Scibì.  1^.  Anz.  Sdrucciolévole.  Di- 


cesi  del  terreno  oiciulto.  Forte  dai» 

Vitaliano  Scivolare? 
Scic,scigà.jiri7.  AbbagHato,  tór- 
bido, abbacinato. 
Scidrión.  f^.  r.  Bache  di  mirtillo. 
Scighéra.^fi7.  Nebbia. 
Scilòria.   Mil.  -  Stòria.    Pop.  - 

S 1  ò  i  r  a.  •  Piem.  Aratro  con  un  solo 

orecchio. 
Se  il  ter.  Mil.  Ani.  Volto. 
Se  i  m  b  1  ò  e.  Mil.  V  umor  vitale  delle 

piante. 
Scinièl.  Mil.  Palo  che  serve  a  coN 

legare  e  rafforzare  le  siepi.-  Com. 

Synsia.  Legare.  -  £.  Cingere. 
Sciòlvcr.  Bor.  Desinare.  -  /tei. 

Asciòlvere. 
Sciòstra,  sóstra.  Mil.  Magaizino 

di  legna,  mattoni,  calce  e  simili.  In 

Jìiscana  cMàmasi  Chiostra  il  fv- 

cinto  destinato  alle  legna. 
Scirò.  Mil.  Garzuòlo  (interno  del 

càvolo). 
Scirpia.  Af//.  Avaro.- Sci  r  pi  «.far 

r  avaro. 
Scisela ttola.  P'erb.  Vincibosco.-  L. 

Lonicera  caprifolium. 
Scispit  Com.  Sterpi,  radici,  colle 

erbose.  L.  Cespi  te s. 
Scitra,  inscitra.  f^.  Obp.  GosL - 

£.  Sic,  ita? 
Scoda,  scotta.  Tltc.  e  JMff^.  Siero 

misto  a  ricotta.  -  f^.  M.  Scoda.  - 

Ted.  Schotten. 
Scognàr.  D.  Oc.  BusUei.  Dovere, 

convenire,  èssere  necessario,  itom. 

Quignè.  È  irregolare ^  e  si  adò" 

pera  solo  in  alcune  9oci.y.  B  e  n  là  r. 
Scoladés.  Br.  Saligno,  marmo. 
S colei òn.   Mil.  Peluria.  -   BriCM. 

Stoppia,  sterpo. 
Scorézegn.  Br.  Sodo,  compatto. 
Scortò]^.  ^r.Rumex  acetosella. 
S  e  ò  s  s. /).Oc.Grembo.-7>d.  S  e  h  0  o  s  z.- 
.     Scossa,  scossai,  scossai.  Grem- 
I     biulc.  -  Rom.  Scossai. 


DIAUrm  LOMBàUM. 


81 


8cot5a.  Aer.e  A^.-Scotmal.Afofil. 

Sopranome. 
Scròzzol.  MiL  Tràmpoli^  Gruede. 
8cru8CÌàs«gfòJlftf/.-8ca8clÀ9-glò. 

Brian.  Aoeosciinf,  acquattarsi. 
Se  ami.  Ber.  Dovere.  È  verbo  irre- 
golare; adoperato  telo  nei  tempi 
fuluro ,  pastaio  perfetto  e  rimoto, 
999  trÒPOMi  unito  alVamiUare  ave- 
re, y.  Bentàr. 
Seù  s  à.  Affi.  Far  seiixa.-<Sp.  E  x  e  u  8  a  r. 
Sdùg.  yerb.  Urto»  scossa  che  ri- 
muove dal  poeto. -A.  8 educere? 
Sea,  Saja,  Seja.  Br.  Gliisa,  scea, 

ferraccia. 
8  è  ber.  Mil.»  Poe.  e  Piem,  Mastello. 

Sebré.  Bottajo. 
Seeùdi.  Mil.  Scuòtere.  -  L.  Secu- 
terc-^p.  Sacudlr.  ^Bom.  8ac- 
euder. 
Sedùs.  Br.  Salcigno.  Legno  difficile 

a  lavorarsi. 
Segàgn.  Br.  Niente. 
Scgaìt.  Cr.*  fìdto. 
Seghegnól,  sighignol»  sega- 
goòl  Br.  Spiedo. 
Segreiola.  Br.   Sature] a   lior- 

tensis. 
SeUn.  MiL  Malattia,  per  U  quale  il 

riso  avvizzisce. 
^èma.  MU.  Ani.  Ora»  una  volta.  - 

t  Semel? 
Sem  il.   Br.   Polloni    tèneri  delle 

pUnte. 
Séo|. ^r.  •  Senglo.  yer.  Ciglio, 
ni|M.-2Yc.  8 oént.  Pastura  fra  nu- 
de mpi. 

Scntol,  sètoL  Hr.  Lombrico  ter- 
restre. -  L.  Lumbricus. 
^«règn.  Br.  Ciòttolo, campo  sassoso. 
^«ròi.  Br.  Sinopia,  ealcistruzzo. 
Sèstoia.  Br.  e  Ver.  Cuccliiaja  per 
iolradurre  la  pólvere  nei  cannoni  .- 
Cue^l^aper  levar  Taqua  dal  fondo 
delle  barche. 
^èt.  Br.  Istante,  momento. 


t 


8ete.  Br.  Capre. 

Sezana.  Br.  Nebbia  fitta  suir  oriz- 
zonte. 

Sfantà.  Brian,  Sparire,  dileguarsi. 

8 feria.  Mil.  Squarciare,  schiantare. 

Sforagiàss.  Mil.  Affaccendarsi,  ri- 
scaldarsi. 

SgaergnÀ.  Ber.  e  Br.  Piovigginare. 

Sgagnò.  Gen.  Addentare,  pasteg- 
giare.- Sgagnòn.  Morso,  adden- 
tata. 

Sgajòsa.  jlfil.  0  y.  M.  -Sgheìza. 
f^.  f^.  -  Sghiza.  Moni.  Fame. 

SgalÀ.  ^.  Schiantare,  fràngere.- f^. 
Sgarà. 

8  g  À 1  m  e  r  e.  ^r .  Tràmpoli  .-f^er.  Sg  à  I- 
mare.  Scarpaccie  di  legno. 

Sgamus.^r.-Galùz.  ^er.-SgaJul. 
Mil.  Il  ricettàcolo  dei  semi  nelle 
mele,  pere  e  simili,  che  si  rigetta. 

Sganzèl.  Brian.  Gradino. 

Sgarà.  MiL  Sfèndere.- Arm,% k a r r a. 
Sféndersi,  crepitare.-  Gaél,  Sgar. 
Disgiùngere. 

Sgarbinàs.  Br.  Altercare,  garrire. 

Sgardissènt.  LoA.  imbrogliato. 

Sgarì.  Mil.  Strìdere  piangendo.  - 
Gael.  Sgairt.  Strido. 

Sgar  là.  Br.  Raschiare,  razzolare. 

Sgaròs.  Brian.  Sospettoso,  schiz- 
zignoso.  -  f^.  Scaròs. 

Sgarùgà.  Br.  Stuzzicare. 

Sgarza.  Mil.  Ciuffetto.  -  I.  Ardea 
flavescens. 

Sghebinà.  Br.  Piovigginare.  •  y. 
Gheba. 

Sghlbià.  Br.  Smallare.-  Mil.  Sfug- 
gire con  destrezza  e  rapidità. - 
Cbm.  Skibia. 

Sghibii.  Bt,  Débole,  floscio. 

Sglòzz.  ywrb.  Meretrice, sgualdrina. 

Sgnèpa.  Qen.  Beccaccino.  -  Sgne- 
pin ,  sgstepón.  Beccaccino  mino- 
re, maggiore.-!.  Scolo  pax  gal- 
linago.  -  Ted.  Schnepfc-  ìngl. 
Snipe. 


$% 


PARTE  PRIMA. 


i^gogna.  Brian,  Rassomigliare.  Dt- 
ce»i  delle  ftionomie.  Far  le  fiche.  • 
f^en,  Sgognàr,  far  le  Sgogne  - 
Prw.  Degaugnar. 

Sgotta.  Mil,  jfnL  Gota. 

Sgórbia.  Gen,  Scalpello  fatto  a  doc- 
cia per  intagliare  il  legno.  Nel  D, 
Mil,  sign,  ancKe  sìliqua ,  bacello  ; 
d'onde  Sgorbia.  Sbacellare. 

S  g  0 1.  Br,  Snervato.  •  jirm.  S  11  u  i  s. 
Lasso,  affaticato.  -  Corn.  Syghys. 
Snervato. 

Sgrìzol,  sgrìzor,  grizol.  Gen, 
Brivido^  ribrezzo.  •  Arm,  Sltria- 
den.  Frèmito  con  emozione. 

^grQS,  sgrùz.  Mil,  Terreno  magro 
e  stèrile.  -  Ted,  Sviz,  Gr  u  1 1 i. 

Sguarrà.  f.  Jnz.  Sdrucciolare. 

Sgugelà.  Brian,  Lo  spuntare  dei 
cereali  fuor  di  terra. 

SgiJrà^  sguràr.  Gen,  Astergere, 
forbire.-/nflf{.  S  co  n  r.  -Gael.  S  g u  r. 
Astèrgere.  -  /Irm,  S  11  uba.  For- 
bire ,  spazzare. 

Si.  Br,  Porco,  majale;  fem,  Sina.  - 
f".  Suni. 

8  i  a.  Mil,  Giglione  erboso. 

SI  è.  f^erb.  Scaglione  di  terra  nelle 
colline  coltivate  a  poggio.  È  l'op- 
poilo  di  Contra.  y, 

8 1  è  1.  Br,  S  ù  è  1.  Mil,  Acciarino;  pezzo 
di  ferro  o  d^accisgo  che  s'infila  nel- 
r  azzale  delle  ruote. 

Siga.  Br,  Motteggio,  soja. 

Sigàr,  zigàr.  D,  Or,  e  yen.  Gri- 
dare. -  Zig.  Grido. 

8 1  g  n  ù.  ^r.  Tignone.-Fr.  Chignon. 

Sìlter,  sètter.  Br,  Palato;  anche 
vòlta  0  soffitta.  -  Ingl,  S  h  e  1 1  e  r.  - 
•^p.  Skyla.  -  />an.  Skiul. 

Sion  a.^.  Fola,  racconto  inverosimile. 

S  i  s  s  a,  a  n  s  i  s  8  a.K  OoP.Or  ora,  f ra  poco. 

SI ènza.  Mil,  e  Mani,  Pioggia  dirotta. 

Slèpa.  D,  Or,  e  yen.  Schiaffo. 

Slétan.  y.  Pregallia.  Cattivo,  mal- 
vagio. -  Tcd.  S  e  h  1  e  eh  t. 


Slitighènt.  Brian,  Sdnicclotè\olc' 
Sii  zig.  y,  Anz,  Sdrucciolévole.  Di- 
ceti  del  terreno  iunido,  -   Cam, 

Sii  ne  ha.  Sdrucciolare. 
S 1 0  f  i.  Mil,  Floscio ,  snervato.  -  inql, 

Slow. -  Dan,  SI dv. Pigro, floscio. - 

Mil,  S 1  o  V  à.  Spannocchiare.  -  f^  L  o- 

va,  Slovaz.  CartoccL 
S 1  ù  s  e  i  a.  MiL  Aqua  dirotta.  -  S 1  ù- 

s  e  i  e  1 1  a.  Pioviggina  •  Cam,  S 1  o  t- 

te  re  e.  Tempo  piovoso  e  fosco. 
S  m  a  1  a  V  i  à.  Mil,  Dissipare. 
S  man  sa.  Br,  Pannocchia  di  grano 

turco,  pànico,  miglio  e  $imili, 
Smara.    Br,  e  ycr.  Malumore,  di- 
spetto. -  (voe/.  Smalan.  Trlsteza, 

malumore. 
Smargiàs,  8mergès.Afi7.  Chiasso, 

rumore.  -  Smargiassa.   Far  m- 

more ,  millantare. 
Smersa.   Br,  Pollone  tènero  delle 

piante. 
Smiròld,  smilordón.  D.Oc,  Co- 

luber  mito. 
Smorbià.  Mil.  Sperticare.  Ùice$i 

degli  alberi, 
Snèlar.  yaL  Lev.  Facchino.  -  Htd, 

Schneller. 
Snéved.  Lod,  Liscio  e  sottile. -  Goe/. 

Snaidhte. 
Snidar.  y,L.  Sarto.-^TWi.  Schnei* 

der. 
Sobra.  i9r.  -  Zlbra.  O.^-Sibrèt. 

Mil,  Pianella. 
So  e.  Br,  Misura  di  carbone,  c<iui^-a-* 

lente  a  cinque  sesti  d^un  sacco. 
Soca.  Gen,  Gonna. 
Socarola.  ^r.  Grillotal|Mi. 
Soga.  Gen.  Corda,  fune.-  Soghér- 

Cordajo. 
Sòl.  Gen,  Mastello, bigoncia.- 8 oé  r, 

sojér.  Bottaio. -GoeL  Soir.  Bott^ 

vaso» 
Soli,  soli.  Mil.  Uscio,  puro,  sènri' 

plice.  -  Solià.  Lisciare. 
Soni.  Mil,  Ani,  Scemo,  pazzo. 


DIALCTTI   LOMBARDI. 


83 


Some.  MiL  Trave.*  Someri n,  so- 

merón.  Pìecola  e  gran  trave. 
So  mèle  e.  D.  Or.  Lampo. 
Sonia.  CrOi.  Grasso  di  porco,  sugna. 
Sorà  y  Soràr.  Gen.  Svaporare,  raf- 
freddare; scaricarsi. 

Soregàt  MiL  SvÌatO;S\'entato.-Sor- 
gatà.  Divertirsi. 

Sorto m.  MiL  Ulìgine. 

Sosnà.  y,  y.  '  Sosnè.  F.L.  Gover- 
nare il  bestiame  nelle  stalle.  -  Rom, 
Scinianar. 

Sosnà  ss.  y,  M.  Mangiare  avida- 
mente. 

Sota.  Br.  Sterco  bovino. 

Sovén  d  a ..  detia  anche  Tracio, 
Bròv,  Ov,  Og.  f^erò.  Strada  gla- 
ciale inclinata  per  agevolare  Pe- 
strazione  delle  legna  dal  monti.  - 
Com.yòg,  Voga.  -  Tir.  Tovi. 

So  ver.  Br,  Vento  di  tramontana.  È 
aneke  fwme  di  paete, 

Sovèrs.  Brian.  Turbato,  stravolto.- 
L Subversus? 

Spajarda^Gen.Zigolo  giallo.-!^  Pas- 
cer flavescens. 

Spagna,  f^.  V.  Separare. 

Spalm.  y,  T,  Latte  misto  con  aqua. 

Spampana.  MiL  Propalare,  divul- 
gare. 

S  pan  sa.  MiL  Scalpello. 

Spantegà.  Gen,  Spàrgere,  dllTòn- 
dere,  svelare.  •  Spantegón.  Mil- 
lantatore. 

Sparón.  K.  V,  Palo  biforcuto  per 
viti.  -  /r.  S  pa  ru  s.  Palo  acuto.  - 
4rm.  S  p  a  r  r.  Pèrtica  «Gatf/.  S  p  a  r  r. 
Trave.  -  Sparran.  Sbarra. 

Spatossà,  spatussà.  Gen.  Arruf- 
fare i  peli,  disordinare  i  capelli. 

Spavìgia.  P^erb,  Strumento  che  ser- 
ve a  sgusciare  le  castagne. 

^tz.  Brian,  Unità  di  misura  per  la 
ItiBghezza  delle  treccie  di  paglia 
per  cappelli .  o  di  budella  per  sal- 
ciccte.  È  circa  tre  braccia,  quanto 


cioè  stèndonii  le  braccia  tbarraie 
delVuomoje  quindi  iimile  aifElla; 
importante,  perchè  rappre$mia 
un*  antieìUssima  misura. 

Spergnacà.  Cr.*  Scbiaoclare. 

Sperlenghin.  Cr.*  Buffetto. 

Spersó.  MiL  Bigoncia,  ove  si  depon- 
gono gli  stracchini  prima  di  salarii.- 
S  perso  rèi.  Asse  obliqua,  ove  il 
cacio  fresco  si  ripone  per  lo  scolo. 

Spertesà.  Br,  Esaminare,  rivedere 
1  lavori  fatti. 

Spctacià,  spelasela.  Gen,  Schiac- 
ciare, calpestare. 

Spi  ansa.  Br.e  yen.  Aspèrgere  d'a- 
qua  o  d*  altro  liquido.  -  8  p  i  à  n  s. 
Spruzzo. 

Spinàs.  Br.  Pèttine  da  cànapa. 

S  p i  u  r  i.  Mil,  Prurire.  -Spira.  Mant, 
e  yer.  Prudore,  prurito. 

Spregà. Com.  -Spregascià.  yerb. 
Trascinare. 

Sprcgadìz. Chiamami  in Cr,*  i  pol- 
loni tèneri  delle  piante  che  spun- 
tano fuori  dalle  radici.  -  A,  S, 
Sprlngan. -/np/.  Spring.  Sbuc- 
ciare ,  spuntar  fuori  dal  suolo. 

Sprug.  f'.f^. -Spinga,  r.  7\  Masso, 
che  serve  a  riparo;  antro. 

Stacchetta.  Mit,  Pìccolo  chiodo. - 
Boni.  Stakctta.  -Ted.  StackeL- 
i^p.  Estaca.  Chiodo. 

Starter,  i^erb.  Percosse ,  busse. 

StarluS.  7Yc.-StraluS.Aff7.  Um- 
po-  Starlùscià.  Lampeggiare. 

Stefinìa.  Com,  e  yerb.  Tafferia. 

S  t  è  la.  Br.  e  Ver.  Ceppo  spaccato  per 
àrdere.-Stelazòc.  Mant,  Taglia- 
legnc. 

Slerpada.  Br,  Agnella  che  non  ha 
ancor  partorito. 

S  t  ò  d  i.  Br.  Acconciare,  accommodarc 
per  le  feste.  -  IngL  T  o  s  t  u  d.  -  ht, 
Stod.  -  Dan.  Stoder.-  S9.  Stòd. 
Acconciare. 

Stómbol.^f'/.-Stombio.^'er.Pùn- 


84 


PARTE  PRIMA. 


golo  che  serve  a  stimolare  i  baoi.- 

£.  Siimulus? 
8 1 0  n  g  i  à.  Brian.  Recidere  parte  del 

polloni  d\ui  albero.-I.Tondere? 
Storà.  Mil,  Anoojare,  turbare.  - 7>d. 

Stdren.  -  IngL  8 tir. 
8 tosa.  ^.Ammaccare.- TVci.  Stos- 

aen.  •  L,  Tundere? 
8trachèt.  Br.  Cacio  di  capra.-  Gr. 

Tragos?  Capra. -Gen.Strachin. 

Specie  particolare  di  cacio  vaccino. 
8 traiate.  MH,  Dissipare. 
8tramùscià.  Brian,  Scompigliare , 

spennacchiare. 
Stranagià.  yerb.  Dissipare. 
8 1  r  a  s  i.  MiL  Assiderato.-fy*.T  r  a  n  s  1. 
Strassà.  MiL  -  Strùsslàr.  Mani. 

Dissipare ,  scialacquare. 
Straracà^  Stravacàr,  Streacà. 

Gen.  Capovòlgere ,  rovesciare.  — 

Mani,  Sdrajare.  -  Travacadór. 

Scaricatoio  di  canale. 
Stremisi.  MiL  e  Cr.*  Spavento.* 

Stremi.  Impaurire.  -  Sp,  Estre- 

mezo.  Spavento.  -  Estremecer. 

Spaventare.- £.  Contremiscere. 
Strenu.  K  Cop.  Pieno,  zeppo. 
8 1  r  e  V  a.  MiL  Uànioo  deir  aratro.  - 

L,  Stiva. 
Strlbi.  Còlti.  Scintilla  di  tronco  ac- 
ceso. 
Striga.  jSr.  Arrestare.- jlfanf.  e  jlft/. 

Trigà.  f^. 
S  t  r  i  n  àJ"  D.  Or.  Diseccare,  abbrustire. 
Strobià.  K  y.  Ammazzare. 
Strocà,  strac à.  Gen.  Prèmere, 

sprèmere. 
Siròl  MiL  Zàcchera. -StroUà. 

Inzaccherare. 
Stropa.  Gen.  Vincastro -Stro par. 

Sàlice,  vincaja.-  Br.  Stropeléra. 

Vetriciajo.  -  Stro  pài.  Legaccio.  - 

jirm.  Stroba.  Legare.  -  Strob. 

Legaccio.  -  f^er.  Strepa.  Vimine. 
Strosse.  Br.  -  Struzi.  MiL  Fatica, 

stento.  •  Strùssià.  Faticare. 


8 tua.  f^.  T.  f  Br.  Turare >  spègne- 
re. -  P^en.  Stuàr.  Spègnere. 

Sublà.  f^.  K.  Precipitare. 

Sùer.  Br.  Brezza  da  mattiiui.-F^.  So* 
ver. 

Suni.^0r. Porci. -Sona.  Troja.  -  I. 
e  Gr.  Sua.-  jirm.  Suin.  Mi^ie. 

Sulu.  Br.  Pula,  loppa. 

Sussi.  MiL  Agognare,  desiderare  ar- 
dentemente. 

S  V  e  g  r  à.  ^r.  e  f^fr.  Diboscare,  dirom- 
pere un  terreno  inculto. 

Svergna.  Brian,  -  Vergna.  MiL 
Leziosàggine. 

S  V  è  r  g  0 1.  Gen.  Fatto  a  sghembo.  - 
Svergola.  Sbiecare. 

Svigli àc.  Brian.  Insipido.  Dieeti 
delle  vivande. 


Tabi  a.  Brian,  Gambo  della  patata, 
della  cipolla  e  simili. 

Tàcola.  MiL  Sacello  con  piselli  Im- 
maturi. -  ManL  Corvo. 

Taconà.  Gen.  Rappezzare.  -  Jrm, 
Takona. 

Taèla",  Tavèla.  Br.^y.T.eyer.- 
Tega.  ManL  e  Cam.  Siliqua,  gu- 
scio dei  legumi  In  gènere. 

Tal  amor  a.  Br.  Ragnatella. 

Tamba.  Br.  Tana.  -  V.  Cop.  Tam- 
bra.  Grotta.-Gae/.Tamh.  Abituro. 

Xa  m  b  a  1  ò  r  i  a.  Coii  cMàmatinetwumH 
di  Na»a  un  forte  vento. 

Tamis.  D.  Or.  e  Ver.  Staccio ,  cri- 
bro finissimo.  -  Arm.  Tam'oés. 

Tampela.  Br.  Bastone.- Tarn  pela. 
Bastonare. 

Tampina.  MiL  Annojare,  importu- 
nare. 

Ta  n à  s.  i9r.  Rappigliarsi ,  «oagalarsl. 

Tanavlin,  Tanavelin.  Gen.  Suc- 
chiello. 

Ta pasci  à.  MiL  Sgambettare,  affret- 
tare il  passo.  -  Prw.  Ta  vegear. 


UAUm  LOMBARDI. 


8» 


Tapèl^Taplìn.D.  Oc. « Pfèm. Scheg- 
gia, scbeggliiola  di  legno,  ritaglio 
da  alibniceiare. 
Ta  pe  là.  MiL  Cliiaccherare,  cianciare. 
T  a  p  i  n  L  Br,  Camminare  a  piccoli 

passi. 
Tarèl.  MiL  Bastone.  Pezzo  di  legno 
al  collo  dei  cani  In  loogbi  di  cac- 
cia riservata. 
Tarón.  Com.  Coeehiajo. 
Tata.  Ber.  Padre.-  Bret.  Tad,  tat.- 
Oom,  Tas,  tal.-  VaUuxo.  Tàtol. 
Tega.  Com.  e  Mani. Siliqua,  bacel- 
lo.-  L.  Tegere.  -  Ted.  Decken. 
Coprire. 
TegàL  Mil.  Vinaccie.-  L.  Tegere? 
Tègna,  Tegnola.  ifi/.  Pipistrello.- 

K.  Grignàpola. 
Tèm.  Om.  -  TIemo.  yen.  Stanzino 
di  poppa  nelle  bardic-Gaef.  Tarn  h. 
Abituro. 
Tèpa.  A  Oc.  Musco  ,  zolla  erbosa.  - 

Sp.  Tepe.  Piota. 
Tera.  Br,  Fila,  sèrie.-Ti  r  i  téra, 
Tringotéra.  Una  lunga  sooees- 
sione  di  cose. 
Teràm.   ÌMffane$e.  Crema.  -   Ted. 

Rahm. 
Ternegà.  Mil.  Affogare,  attoscare 

col  fetore. 
Tela.  T.  P.  Capra.  -  Mani,  e  f^er. 
Fienile^  tettoja.  Apparato  di  caccia. 
Tesi.  r.  F.  SatoHo. 
Teiu  MiL  e  Br.  Tegghia.  Vaso  di 
terra  destinato  a  rosolar  le  vivan- 
de- L.  Testa? 
Tirlifldana.^/1.  Lungo  filo  armato 
di  molti  ami  per  la  pesca ,  deiio 
(Mdle  AnisSla.  V. 
Tobis.  Mil.  Orbo. 
Tofà.  Mil.  e  V.  T.  Fiatare. -Tof a. 

*hto. 
?o«t.  MiL  CaduU.-  G^.  Ptoma.^ 
TopsL  Br.  Zolla  di  terra.  -  Corti.  To- 

w  a  n.  Macchio  di  sabbia. 
TòpiaD.Oe.peiigolaCo. 


Tdr.  Briwik.  Tronco  d^àlbero,  fusto. - 
Arm.  T  o  r  r.  Frazlone.-/n(|f/.  To  r  e. 
Squarciato. 

Torba.  Brian».  Dormiglione^  braco 
del  melo,  del  pero  e  $itniU. 

Torsa.  K  T.  Soma  di  fieno. 

Tor  lardi.  iBr.-Tortór.  f^0r.  Imbu- 
to. -  f.  Pidrio. 

T  ó  s ,  T  0  s  a.  3f ^/.Fanciullo,  fandulla.- 
ProQ.  Tos. 

T  OS  sèi.  yerb.  Antenna  da  barca. 

Trae.  f.  T.  Sorso.  -  Sp,  Trago.  - 
IngL  Draught. 

Tracia.  Fero.  -  f .  Sovenda. 

Trkgoì, detto  anche  Slràbol,  TròI, 
TrÒ8,Tro8a.  Br.,  Tir.  e  V.  T. 
Tiàino,  treggia.  -I.  Trahere? 

Trai.  Brian.  Consumato,  estenuato. - 
L.  Trans-ilus? 

Traina.  Br.  Trapelare ,  trasudare. 

Tranci  un.  V.  Anz.  Calze  di  lana 
usate  dalle  donne  della  valle  e  dalie 
tedesche  di  y.  MattaUoHe,  y.  Pitia 
e  y.  Saia ,  che  investono  la  sola 
gamba ,  lasciando  scoperto  il  piede. 

Transi.  Brian.  Assideralo,  Intiriz- 
zito. -  Jlfi/.Slrasi.-  F)r.  Transi. 

Tra  pi  cera.  F.  Anz.  Talpa. 

Tra  sa.  Br.  Trappolare.  -  Mil.  Sciu- 
pare. 

Tràuc.  y.  T.  Scarpe  da  contadino. 

Trebatà.  Af/I.  Vagliare.  -  T reba- 
ia vó.  Vaglio. 

TreÌ8,TrevÌ8,Tarvis.  D.  Or.Han- 
giatoja.  È  anche  nome  di  alcuni 
villaggi. 

Tresanda,Tresenda,TresandèI. 
Br.  Vicolo.  -  L.  Trans-eunda? 

Tresca.  Mil.  Tritura  del  riso. -/?om. 
Tresca.  -  Mil,  Tresca.  Treb- 
biare. -  Ted.  Dreschen. 

T  r  i  e  n  z  a.  Mil.  Forca ,  tridente. 

Trifola.  Gen.  Tartufo.  -  I.  Lyco- 
perdon  luber. 

Trig.  Brian.  Fermo.-  Sta  Irig.  Sta- 
re fermo.  -  Trigà.  -  Br.  Striga. 


85 


PARTE  PRIMA. 


Fermare,  arrestare.-  Prov.T  r  i  g  a  rw* 
Cam,  Trig.  Fermare,  slare,  abi- 
tare. -  GaeL  Trelg.  Cessare. 

T  ri  za.  l'r.  Jova  ;  Strumento  di  legno 
per  dirómpere  II  latte  coagulato. 

Troc,  Truc.  Gen,  Urto.  -  Truca. 
Urtare.- 1.  T  r  u  d  e  rC'Gael,  T  r u  k. 

Trolar.  K.  £. Litigante.- 7(B(f.Troh- 
ler. 

Tròs.  Mil,  Tralcio  novello  di  vite. 

Tr osa ,  Iroso.  Br»  Fetta,  sezione  cir- 
colare di  pesce.  -  fY.  Tron^on.  - 
ProQ,  Tranche.-fVtfm.  Trancia.- 
Com.  Trogh.  Spezzato.  -  jérm. 
Trouch.  Taglio. 

Trot.  Br,  Torrente ,  burrone. -  Tro- 
te là.  Bollire  a  scroscio.  -  Com. 
Trot.  Letto  di  fiume. 

Troza.  ^r .Intreccio  di  tralci  di  vite.- 
Caiorzo.  Sermento. 

Trùscia.  AfiL  Fretta. -Tr  usci  à.  Af- 
faccendarsi. 

T  r  ù  m  a  n.  K  T.  Gaglioffo.  -  Ted, 
Treumann.  Uomo  crèdulo. 

Tùón.  MiL  Palombo,  colombo  sel- 
vàtico. 

Tup.  y,  Anz.  Tenebroso. 

Turba,  y,  Anz,  Càmera. 


U 


Usadèl.  O."*  -  OsadèI  in  Ghiara 
4'Adda.  Aratro.-  Usadèi  in  dior 
letto  Mil,  iigniflca  Masserizie  ed  amr 
che  machine. 

Usma.  Gen,  -  Usta.  Mani,  e  Ver, 
Odorato.  -  Usmà.  Fiutare.  -  Gr, 
Osme.  Odorato. 


y ag. MiL  e  Br,  Bacio;  opposto  a  So- 
lìo.  -  V,  Ovàc  -  GaeL  Ualgh.  - 
Com,  Uag,  Vag,  Guagion.  An- 
tro, spekmca.-Vag  inV.Cw,  «t'gnt- 
fica  ameora  Acido,dÌsapor  brusco. 


Vajrón.  Com.  Specie  di  pefoe.  -  £. 

Cyprinus  grislaglae. 
VandoI,  Vandùl.  1^.  Valanga,  la- 
vina. 
Vanta,  Vandèr,Vandi.  Br.-Ver, 

Vandàr.  Vagliare. 
Ve  bai.  V,  L,  Usciere  di  tribunale.  - 

Ted.  WeibeL 
Vedretta.  K.  T.,  Friu.  e  Tirai,  - 

Vedriàl.  V,  Cam. -V  ad  rè  è.  Tic. 

Ghiaccii^o  perpètuo. 
Végher.  Br,*  Ve  grò.  Ver,  Terreno 

stèrile  0  inculto.  -  V,  Svegrà. 

V  e  1 0  m.  Br.  Pioggia  adusta  nociva 
alle  vili.-  Velòmàs.  Allibire,  dis- 
seccarsi. 

Vènt.  Mil,  Significa  vento  tramon- 
tano ,  Maestro.  Jn  generale  poi  i 
venti  ipedali  trà$$ero  il  loro  nome 
dai  luoghi  d'onde  epirano,  onde  $ul 
lago  di  Como  furon  detti:  Tivào, 
Molinài,  Bellanàsc,Menasin, 
Argegnin,  Mendrlsón,  Tcsìn, 
Bergamasca,  ec,  da  Tivano,  Mo- 
lina, Sellano,  Menaggio,  ec^ 

Vera.  Br.eVer.  Anello. Cerchio  d'oro, 
di  ferro  o  d'altro.  Ghiera. 

V  e  r  g  n  a.  Mil,  e  Com,  Smòrfia,  moina  ; 
.  anche  Maniera,  modo. 

Vergòt,  vargota,  argota.  A  Or. 
Qualche  cosa.  -Vergo,  vergiin» 
Qualcuno. 

Ve  rie  ci  a.  Br.  Bandella,  intomo  allm 
quale  girano  o  si  ripiegano  le  partK. 
d'una  scàttola,  d'una  porta,  e  «t — 
miti.  -  L.  Vertere? 

Vèrtesa.JlfJL-Avèrtis.  un'alt.  Scri- 
minatura del  capelli.-  f^  S  e  h  e  da. — 
f%»rMdaVèr  z  e  r,  Avèrzer  Jkprire^— 

Vertì.  Mil.  Inf.  Dovere. -Ver ti ^o 
Dovuto.  V.  Bentàr. 

Verùscià,  Deruscià.  Brian,  Ranm- 
V>0>^re  aspramente,  trattar  dur^^ 
mente. 

Vetà.  r.  f^.  Rubare. 

Vettabbia.Arj<.^fa.  Estremità  del- 


DIALETTI  LOMBARDI. 


87 


l'invòlacro  delle  cipolle ,  e  shnili; 
anche  Verdura  in  gènere. 

Vezola.  Br,  Acquldutfo,  botticella. 

VirisèlyViscor.  MiL  Vispo,  vivace. 

Vi  scarda.  MiL  Tordella  (specie  di 
tordo).-/..  Turdas  visclvorus. 

Vissi  nel.  Gen.  Vispo,  inquieto.  IH' 
mi  di  fanciullo.  -  Vissinèi  nel 
D,  yen,  Migmpca  Uragano.  -  GaeL 
U  Isl  igi  n  n.  Scompiglio ,  furore. 

Vissòpoia.  yerb,  Lucerta  vivi- 
para. 

Yo I.  / ".CbP.  Zolla  erbosa.-  Fr.G  a  z  o  n. 


Zacàgn.  MiL  Piatltore.-  Zacarà. 
Utigare. 

Zaccarella.  JMTII. Màndorla  prèmice. 

Zigòt  y.  f^.  Riccio  senza  castagne. 

Ztina.  Geli.  Quarto  di  boccale;  mi- 
sura di  liquidi. 

Ztnfòrgna.  MiL  Rlbebba. 


Za  pél.  Cr,*  Pìccolo  accesso  dalla 

strada  al  campo. 
Zata.  D.  Or,  Zampa. 
Z  a vaj a.  Mil,  Canzonare,  burlare.  Gi- 

ronzare. 
Zavèr.  ^r.  Caprone.  - //a/.  Zeba. 

Capra. 
Zela.  Orni.  Correre. 
Zèmbol.  MiL  Pollone,  virgulto. 
Zèrb.  MiL  Sodaglia,  y,  Gcrb. 
Zia.  CoM,  Ornare,  acconciare. 
ZIbra,  ZIbrèt.  Gen,  Pianella. 
Z i  d  r è  1  a.  Cr,*  Carrùccola. 
Zlgra.  K.  L,  Rlcotta.-7>d.  ZIeger. 
Z5bia,  Zigola.  I?r.  -  Zanzavrén. 

Cr,*  -  Zenziiìn.  MiL  Giùggiola. 
Zocca.  Coni.  Seno  di  lago. 
Zola.  MiL  -  Zola r.  ManL  Bàttere, 

bastonare. 
Zoncadura.    Br,   Filone  verticale 

nelle  miniere  di  ferro. 
Zosc.  Cr'  Cespo,  cespuglio. 
Zu.  y,  M,  Capretto. 


CAPO  IV. 

Cenni  istorici  sulla  letteratura  dei  dialetti  lombardi. 

Parlando  di  propòsito  delle  vernàcole  letterature ,  è  mestieri 
primamente  distinguere  la  popolare  àaìV  artificiale.  Per  lettera- 
tura popolare  intendiamo  quei  componimenti  in  vario  metro, 
che  nàscono  nel  seno  delle  nazioni  rozze,  il  cui  autore  è  il  pò- 
polo stesso  che  ne  è  depositario:  componimenti  tradizionali,  che 
tèndono,  o  a  tramandare  ai  pòsteri,  a  guisa  d' annali,  con  vivaci 
colori ,  favolosi  avvenimenti  e  gesta  d' eroi ,  o  a  descrìvere  con 
eròtico  stile  e  càndida  ingenuità  gli  amori,  le  fazioni,  i  costumi 
del  pòpolo  stesso  che  li  ha  dettati.  Tali  sono  i  canti  nazionali  dei 
montanari  Scozzesi,  dei  pastori  Serbi,  dei  Clefti  dell'Epiro^ 
dei  Pallicari  della  Grecia,  nei  quali  vèggonsi  fedelmente  descritti 
Q  cielo,  i  monti,  la  natura  materiale  delle  rispettive  regioni,  o 
rappresentati  i  costumi  ed  i  passati  avvenimenti  delle  nazioni 
rispettive.  Per  letteratura  artificiale  invece  intendiamo  quei 
componimenti,  A  in  prosa  che  in  verso ,  che  furono  dettati  nel 
dialetto  del  pòpolo  bensì ,  ma  dalla  classe  eulta  d' una  nazione  ; 
aei  quali  per  conseguenza  lo  studio  e  l'arte  ebbero  la  parte  prin- 
cipale, e  tèndono  per  lo  più  a  reprimere  con  satiriche  forme  gli 
abusi  e  i  depravati  costumi  dei  contemporànei ,  o  a  celebrare  pù- 
blici  e  privati  avvenimenti.  La  prima  è  sémplice  e  pura  come  la 
natura  che  riflette  ;  la  seconda  arguta  e  studiata ,  come  il  vizio 
tihe  reprime;  la  prima  è  òpera  della  natdra,  la  seconda  dell'  arte; 
qo^lla  tende  a  spàrgere  i  primi  semi  di  civiltà  presso  le  nazioni 
nascenti  ;  questa  a  corrèggere  e  riforma  le  instituzioni  già  ve- 
tuste e  guaste  presso  le  incivilite. 


L 


90  PARTE  PRIMA. 

Ciò  premesso^  è  abbastanza  noto^  come  la  civiltà  romana^  e  più 
tardi  la  dìfTusìoiie  del  Cristianésimo  scancellassero  da  molti  sècoli 
presso  di  noi  ogni  rimembranza  delle  poètiche  tradizioni  dei  Bardi, 
non  che  delie  superstiziose  leggende  degli  antichi  Druidi;  e  ap- 
parirà quindi  manifesto^  quanto  male  s' appóngano  coloro,  ì  quali, 
confondendoci  coi  bàrbari,  cercano  tuttavia  fra  di  noi  canti  po- 
polari, come  faceva  Omero  nelle  ìsole  dell'Arcipèlago  ed  in  Asia, 
prima  che  Solonc  dettasse  agli  Ateniesi  novelle  instituzioni ,  o 
come  tutt'  ora  suol  farsi  ne'  più  appartati  monti  dell'  Europa  set- 
tentrionale ed  orientale ,  presso  nazioni  non  ancora  informate  alla 
moderna  civiltà.  1  dialetti  lombardi  non  hanno  infatti  canti  popo- 
lari; ma  bensì  una  letteratura  artificiale,  ristretta  sinora  a  colle- 
zioni di  poesie  ed  a  drammi ,  la  quale  ebbe  incominciamento  solo 
nel  secolo  XVI.  Né  vogliam  con  ciò  dire,  eh'  essi  manchino  di  mo- 
numenti anteriori  a  quell'età  ;  basta  vòlgere  uno  sguardo  ai  docu- 
menti dei  sècoli  di  mezzo,  non  che  dei  successivi,  dei  quali  doviziosa 
raccolta  serbasi  nei  nostri  Archivii  e  nell'Ambrosiana ,  per  iscòr- 
gere  nell'  incòndito  latino  d' allora  una  serie  di  voci  e  d'idiotismi 
bastévoli  a  formarne  un  Vocabolario  (1).  Né  solo  una  raccolta  di 
voci,  ma  si  potrebbe  estrame  altresì  buon  nùmero  di  frasi  e 
modi ,  che  sono  pretti  lombardi.  Gran  copia  di  tali  voci  ed  idio- 
tismi trovasi  ancora  nelle  crònache  èdite  ed  inèdite  de' nostri  muni- 
cipj,  ed  in  alcuni  vetusti  Vocabolarii,  nei  quali  l'ignoranza  delle 
voci  italiane  indusse  gli  scrittori  a  sostituire  sovente  le  corrispon- 
denti vernàcole  italianate.  Abbiamo  sotto  gli  occhi  un  vocabo- 
lista ecclesiàstico  redatto  da  un  mònaco  agostiniano,  sin  dal  4489, 
dal  quale  abbiamo  estratto  parecchie  voci  lombarde ,  che  sog- 
giungiamo qui  in  calce,  in  Saggio  del  vocabolario  dei  nostri  an- 
tichi dialetti  che  potrèbbesi  agevolmente  compilare  sui  monu- 
menti (tK).  Ma  se  questi  monumenti  provano  la  rimota  antichità 

(i)  Sarebbe  pure  un'impresa  molto  ùtile  ana  scienza  la  redaifone  d'un 
vocabolario  vernàcolo  tratto  dai  monumenti  latini  del  medio  evo.  Mentre 
dall'una  parte  sarebbe  chiaramente  provato ,  che  i  nostri  dialetti  furono 
in  ogni  tempo  con  leggere  modificazioni  parlati^  dall' altra  sarebbero  salve 
dall'  oblio  parecchie  radici  da  sècoli  andate  fuor  d' uso,  e  meglio  atte  a 
constatare  l'orìgine  dei  medésimi. 

(s)  L'opera  della  quale  qui  porgiamo  un  estratto  è  intitolata:  El  Ffh 


DIALETTI   LOMBARDI. 


91 


dei  vernàcoli  idiomi ,  e  la  consonanza  )oro  cogli  attualmente  par- 
lati^ non  ne  viene  che  si  possano  ascrivere  alla  letteratura  ver^ 
nàcola. 


cabuUsla  ecc!e$iatUco  ricotto  et  ordinato  dal  povero  sacerdote  de  Christo 
Frate  Johanne  Bernardo  Savonese ,  del  sttchro  Ordine  de  heremiti  obser- 
vanii  di  santo  Auqnstino,  Ed  in  fine  del  libro  si  legge:  Impressum  Medio- 
Ioni  per  solertcm  opificem  Magistrum  Leonardum  PactteL  1409.  Die  XXIII 
mensis  Feàruarii,  Ivi  trovammo  registrale  le  seguenti  voci ,  le  quali ,  in 
onta  alla  terminazione  italiana  Untavi  dalPautorc,  sono  In  perfetta  conso- 
nanza con  quelle  del  vivente  dialetto  milanese. 

Cavalcarla^  cavalleria. 


Aconxarc ,  acconciare, 

Aguccia  ,  ago,  agttcci^ia. 

Amolato ,  arruolato. 

Amarcia ,  morchia, 

Angrestara ,  inglUslarra»  misura  pe' 

liquidi. 
Armario,  armadio, 
A9pero  sordo ,  àspide. 
Asselarse ,  sedersi. 
Astregare^  àstrego,  lastricare,  laslri" 

caio. 
Avolio  ,  avorio, 
Balanza,  bilancia. 
Barba#  x/o. 
Bèllora ,  béllula. 
Blasfemare,  bestemmiare. 
Biava,  biada. 

Biscantiero,  soffitta,  cielo  deUe  stanze. 
Bolhre,  soffiare, 
Bóglier,  boUire. 
Bota,  eoipo ,  percossa. 
Braghe,  brache. 
Brancata ,  mampolo. 
Brasca,  tfragia. 
Brezzo,  bracco. 
Brusare,  brucare. 
Bniscato ,  abbrustolilo. 
Caldaro ,  caldera ,  caldaja. 
Càmola ,  iignuola. 
Càncano^  càrdine. 
Capuzo,  capuKio, 

CanuT,  carne. 

Càuli ,  càvoli. 


CognoMc,  cognossuto,  conoscere^ 

nosciulo. 
Copo ,  tégola,  émbrice, 
Costrcnzcrc ,  costrìngere. 
Cressuto,  cresciuto, 
Cusirc ,  cucire. 
Dar  fora ,  publicare. 
De  drcto,  di  dietro, 
Dep<*nzerc,  dipingere, 
Desprcsio ,  disprezzo, 
Dessedare,  svegliare,  destare. 
El ,  il. 

El  se  dice ,  si  dice, 
Extendudo,  esteso. 
Fantino,  banéOino. 
Fczza ,  feccia. 
FiaTiare,  respirare, 
Ficare,  infiggere, 
Fidigo,  fégato, 
Fogiola»  focaccia. 
Fopa,  ctoaca. 
Forestero,  forestiere. 
Eòrfexe^  fòrbice, 
FroDza,  fionda. 
Camberà,  gambiera,  calzare. 
Geraj^Aio/a. 
Gialdo,  giallOn_ 
Giaza  (la) ,  il  gtUaecio, 
Cozzare,  gocciolare. 
Crassa  (la),  il  grasso,  V  àdipe. 
Crilanda,  ghirlanda. 
Impressa ,  frettolosainmle. 


co- 


OS 


PJUiTI  PRmA. 


1  primi  tentativi ,  fatti  di  propòsito  per  iscrivere  i  dialetti  lom- 
bardi furono  intrapresi  solo  quando  gli  scrittori  italiani ,  ad  imi- 
tazione dei  Toscani,  introdussero  la  prima  volta  nella  comedia 


finproperlo ,  ingiuria»  iruuUo,  JMòlgere ,  mùngere. 

In  ,  quando  precede  V  articolo  s  res/a!  toltone ,  montone, 

invarialo»  dicèndovisi:  in  el  lago,  Corone,  gelso. 


in  la  lucerna. 
Incùzine ,  incùdine. 
Inguaiare ,  eguagliare. 
Inlordire ,  fra» tuonare, 
Insema ,  insieme. 
Insegno,  màcchina,  istrumento. 
Inzenocclarse ,  inginocchiarsi. 
Lasagna,  lasagna.  L,  Làganum,  Gr. 

Laganon,  Specie  di  focaccia. 
Lavezo,  pajuolo  »  caldaja, 
Laxzo ,  laccio, 
Lecardo,  ghiotto, 
Legerisca ,  leggerezza. 
Leni igia ,  lenticchia, 
Levadore,  lièvito, 
Lèvore,  lepre. 
Lisca ,  càrice, 

Lixo ,  senza  lièvito,  iHcesi  del  pane, 
Lnmisello ,  gomitolo, 
Macare ,  contùndere»  ammaccare. 
Madone,  mattone. 
Hamolino,  bambino, 
Hanezàr ,  maneggiare  »  trattare, 
Marzar ,  macerare. 
Masione,  casa»  maggione, 
Mazera,  clUusura»  muriccia,  L.  Ma' 

cerio, 
Mazerato,  fràddo. 
Meda,  mucchio.  Dicesi  del  fieno  e  delle 

biade  ammucchiate.  L.  meta, 
Médere ,  miètere. 
Mele  (la),  il  miele, 
Messedare,  mescolare»  agitare. 
Mezarola,  specie  di  misura  pe'*UquÌdi, 
Mezena,  metà  del  lardo  d*un  ma  jote. 
Hitrìa ,  mitra. 
Mocarc,  smoccolare. 


Mozo,  moggio, 

Mufolento,  ammuffito, 

Nàdega,  nàtica, 

Nassuto,  nato, 

Nora,  nuora, 

Oltra ,  Oltre,  Passar  olirà  el  vado , 

tragittare  il  guado, 
Pagura,  paur<i. 
Pala  da  grano,  pentilatnv. 
Panzera,  lorica. 
Parpela ,  palpebra. 
Pede,  piede. 

Perlusare,  forare,  pertugiare, 
Pignata,  pentola. 
Prestino,  fomajo. 
Quindexe,  quindici, 
Rampegàr,  arrampicare. 
Rangognar,  borbottare. 
Rasone,  ragione. 
Rasore,  rasojo. 
Rognoni,  reni. 
Rosegato,  roso, 
Sappa,  zappa, 

Sbater  le  mane,  appUmdire, 
Sbadagiare,  sbadigliare, 
St>efigamento,  delirio. 
Scarcàre,  sputare. 
Scòder,  riscuòtere, 
Sconfio,  gonfio. 
Scovare,  scopare. 
Scracare,  scatarrare. 
Seda,  seta, 

Semeso,  specie  di  misura. 
Sémola,  fior  di  farina.  L.  Simiia. 
Sengiuzo,  singhiozzo, 
Sentero ,  sentiero, 
Sénzer ,  cingere. 


DlALBTn  LOMBARDI. 


95 


interlocatorì  vulgati  ;  e  ciò  che  reca  singolare  stupore  si  è,  che 
i  primi  che  vi  si  provarono  èrano  estrànei  alla  Lombardia,  quali 
furoDO,  tra  i  molti,  Andrea  Calmo  veneziano,  Angelo Beolco  da 
Pàdova,  Gian-Giorgio  Alieni  d'Asti,  Giulio  Cesare  Croce  da  Bo- 
logna, ed  altri  tali  dell' una  o  dell' altra  regione  d'Italia.  Calmo, 
Beolco,  Cini,  Gcognini,  Pedini  ed  altri  molti  in  più  comedie 
si  valsero  del  Bergamasco,  il  quale,  colla  ruvidezza  e  semplicità 
del  linguaggio ,  contribuì  a  render  lèpide  le  rappresentazioni. 
L'Alioni,  nella  farsa  intitolata  :  El  Bracho  e  el  Milaneiso  inna* 
morato  in  Ast  j  alternò  il  dialetto  astigiano  col  milanese  ;  ma 
tutti  questi  Saggi ,  il  cui  nùmero  è  grande,  non  si  possono  dire 
uè  milanesi  né  bergamaschi,  mentre  vi  sono  talmente  svisati 
dall'imperizia  degli  scrittori,  che  appena  \i  si  possono  riconó- 
scere. Perciò  basterà  averne  fatta  menzione,  come  del  primo  se- 
gnale dal  quale  ebbe  principio  la  letteratura  dei  nostri  dialetti; 
esob  per  quelli  che  ne  bramassero  più  estesa  notizia,  abbiamo 
soggiunto  alcuni  Saggi  tratti  dai  più  antichi  scrittori  e  più  difficili 


8esa,  «{epe. 

Seie,  «W. 

Sir,  wifre. 

Sobro,  lavolatOj  parte  iuperiore  della 

caso. 
Speciarìe ,  aromi, 
Spegazzato,  imbraltato. 
Stara ,  iU^a, 
SUione,  tizzone. 
Strepare ,  strappare. 
Stoa,  stufa. 


Sugare ,  asciugare. 

Tavano,  tafano. 

Temporito ,  precoce. 

Tridare,  tritolare. 

Vènere,  venerdì. 

Vodare,  vuotare. 

Zanzare ,  cianciare. 

ZenevrOy  ginepro. 

Zenzala,  zanzara. 

Ziaramella,  zampogna  di  canne. 

Zn,  giù. 


Qqì  si  vede  chiaro,  come,  eccetto  le  poche  radici  andate  in  disuso,  quaM 

s<>no,  Mscantiero,  sbeflgamento  e  simili,  tutte  le  altre  serbino  le  medésime 

permutazioni  distintive  del  dialetto  vivente,  così  delle  lèttere,  come  dei 

(ènerì  dei  nomi.  Eguali  osservazioni  potremmo  fare  solle  inflessioni ,  por- 

{eodo  lo  stesso  vocabolista  le  terminazioni  pianzando,  torzando,  per  pian" 

9«iio,  torcendo;  andarla,  doferia,  per  andrete,  dovrebbe;  sédenoj  dicè- 

^»  per  sièdonoj  dicevano,  e  simili.  Tale  era  quattro  sècoli  fò  la  conso- 

^'^lai  del  dialetto  milanese  coir  attuale;  altri  monumenti  la  comprovano 

^  pari  evidenza  In  tempi  di  gran  lunga  anteriori  ;  sicché  pare,  che  non 

si  PQMa  più  dublUre  deir  indestrutUbilità  dei  diaietU,  delP  antichità  dei 

lio^tri  e  della  somma  loro  Importanza. 


9^  PARTE  PRIMA. 

a  rinvenirsi ,  non  che  un'  indicazione  delie  principali  produzioni 
di  questo  gènere,  nella  BibU(^rafia. 

Da  ciò  è  manifesto ,  che  i  dialetti  da  prhicipio  furono  scritti 
per  célia ,  e  coir  intento  di  trastullare  le  moltitùdUii ,  come  ap- 
punto nello  stesso  tempo  furono  intrusi  in  molte  comedie  il 
Greco ,  il  DMmata ,  il  Tedesco ,  il  Francese  ed  il  Turco ,  che 
in  Tana  foggia  masticavano  un  guasto  italiano ,  o  qualche  suo 
speciale  dialetto.  E  che  tale  fosse  V  Intenzione  dei  primi  scrit- 
tori appare  eziandio  dalla  scelta  dei  dialetti  medésimi,  tra  i 
quali  veggìamo  preferiti  i  più  rozzi,  vale  a  dire:  l'Astigiano  fra 
i  pedemontani ,  il  Bergamasco ,  o  quello  di  Val  di  Elenio  tra  i 
lombardi ,  il  Chioggioto ,  o  il  rùstico  Padovano  fra  i  vèneti ,  il 
Bolognese  fra  gli  emiliani.  Che  anzi,  ovunque ,  e  per  molti  anni , 
furono  preferiti  i  dialetti  dei  monti  e  delle  campagne  a  quelli 
delle  città ,  sulla  norma  appimto  degli  scrittori  vulgari  tosca- 
ni ,  che  primi  ne  diedero  V  esempio.  Cosi  veggiamo  in  Ungui 
rùstica  padovana  i  primi  saggi  poètici  o  drammàtici  di  quel  dia- 
letto celebrato  da  Beolco  e  da  Maganza  coi  finti  nomi  di  Ruz- 
zante ,  Magagnò ,  Menòn  e  Begotto  ;  in  lingua  rùstica  veronese 
sono  scritte  alcune  bizzarrie  poèticlu*  dell' Atinuzzi  ;  riistica  è  quella 
dei  primi  Saggi  poètici  friulani ,  bellunesi ,  bresciani  e  mantovani; 
Colombano  Brescianini  assunse  il  nome  di  Baricòcol  dottor  di  Val 
Brembana,  quando  travesti  in  rùstico  bergamasco  le  Metamòrfosi 
d' Ovidio j  ed  i  primi  poeti  milanesi  imitarono  le  rozze  favelle  delle 
vallate  di  Blenio  e  d' Intra ,  o  si  nascósero  sotto  le  spoglie  del 
BostHj  nome  generale  e  comune  tutt'ora  ai  villici  dell'Alto  Mila- 
nese; onde  fìurono  poi  dette  Bosinade  le  innumerevoli  poesie  li- 
riche d' occasione  composte  nei  dialetti  lombardi. 

Qò  premesso,  volendo  noi  pòrgere  una  chiara  idea,  comecché 
sommaria ,  della  letteratura  di  questi ,  l'abbiamo  ripartita  in  tre 
distinti  perìodi,  il  primo  dei  quali  comprende  appunto  i  compo- 
nimenti in  lingua  rìistica,  estendendosi  dai  primordi  della  poe^ 
vernàcola  (ino  alla  sostituzione  dei  dialetti  civici  ai  rùstici,  ope- 
rata dal  Maggi  ;  vale  a  dire ,  dal  principio  del  sècolo  XM  fin» 
alla  seconda  metà  del  XVII.  Il  secondo,  dal  Maggi  si  estende  sim» 
ai  tempi  della  ristaurazione ,  incominciata  da  Giuseppe  Parim*^ 
vale  a  dire,  dal  1680  incirca  alla  metà  del  sècolo  scorso.  Il 
terzo,  incominciando  dal  Parini,  giunge  sino  a  noi. 


DiALBin  LOnARDl.  95 

Di  qui  appare ,  che  la  letteratura  dei  dialetti  lombardi  viene 
predpuaniente  rappresentata  dalla  milanese  propriamente  detta; 
pacche,  se  si  eccettui  il  dialetto  bergamasco ,  il  quale  fu  stolto 
da  parecchi  distinti  scrittori  in  ogni  gènere  di  componimento , 
tatti  gli  altri  non  hanno  vera  letteratura  propria,  ma  tutt'al  più 
alcune  poesìe  d'occasiono,  o  Saggi  di  vocabolario.  Con  tutto  dò, 
per  procèdere  con  maggiore  chiarezza ,  abbiamo  preferito  sce- 
verare la  letteratura  dei  dialetti  occtdento/t  da  quella  degli  arien- 
Mi. 

Lctteraton  dei  dialclti  ocddeatali. 

Periodo  I.  Questo  periodo,  come  accennammo,  è  contradistinto 
dal  lingaaggk)  rùstico,  il  quale  variò  di  mano  in  mano  che  la 
tetteratmra  vernàcola  si  venne  sviluppando.  Da  principio  i  poeti 
ndlanesi  adottarono  il  dialetto  della  valle  di  Blenio,  i  cui  aln- 
tanti  solevano  recarsi  in  firotte  annualmente  alla  capitale  lombarda 
per  esercirvi  il  mestiere  di  facchini,  e,  sul  modello  dell'Arcadia, 
i  ed  membri  assumevano  spoglie  pastorali  coi  nomi  di  lìtiro 
e  Mdibeo,  fondarono  Vj^cademia  della  wlle  di  Blenio  j  nella 
quale,  colle  mentite  spoglie  di  facchini,  tentarono  nobilitare 
coi  {poètici  nùmeri  la  lingua,  i  costumi  ed  i  rozzi  concetti  di 
quella  pòvera  plebe.  L'origine  e  gli  statuti  di  questa  firlvola 
Addeaia  furono  publicati  nei  Babisch  dra  Academiglia  dor 
Ompi  Zaoargna,  ove  sono  racchiuse  molte  poesìe  facchinesche 
di  Gio.  Paolo  Lfomazzi,  autore  di  questo  libro  e  principe  dell'Aca- 
deoda ,  non  die  varii  componimenti  d' altri  zelanti  acadèmici. 
1^  questi  emèrsero  Bernardo  Baldini ,  Lorenzo  Toscano ,  Ber- 
nardo RainoUo,  Gio.  Batista  Visconti,  Giacomo  Tassano  e  Lodo- 
vico fi^niiini  ^  dd  quali  sopravìvono  appena  alcune  iM>esìe  vo- 
la&tL  In  quel  tempo  di  decadenza,  la  moda  avea  difiuso  in  Italia* 
il  bàrbaro  gusto  per  le  lingue  &Uhìejanaddttica  e  furbesca^  alle 
quii  anche  valenti  ingegni  pagarono  il  loro  tributo  (4);  e  in 

Uabardia  tenne  per  breve  tempo  il  loro  posto  quella  della 

'i 

(O^^Vgisl  ropàseolo  da  noi  tcslè  publicato  col  tìtolo:  StwHi  sulk  Un-- 
iHfeModhf^  di  B,  BiondelU.  BUlano,  per  Cìv<*lli  e  G.""  1846. 

10 


i 


90  PARTE  niMA. 

valle  (fi  Blenio.  Pocx>  dqK> ,  vale  a  dire  in  sul  principio  del  sè- 
colo XVII ,  vi  fu  sostituito  il  dialetto  della  valle  Intrasca ,  non 
meno  strano  del  primo,  e  proprio  parimenti  d'una  parte  dei  fac- 
chini e  vinaj  della  capitale  nativi  di  quella  valle.  Venne  quindi 
fimdata  la  gran  Badie  doi  fecqin  dol  lag  Méjòj  e  in  essa  i  poeti 
lombardi,  serbando  sempre  la  màschera  facchinesca ,  illustrarono 
questo  nuovo  dialetto  montano  con  molti  componimenti  poètici, 
che  sfoggiarono  per  lo  più  in  sontuose  mascherate  camesciale- 
sche,  in  almanacchi,  ed  in  opùscoli  d'occasione,  dei  quali  ser- 
basi una  ragguardévole  raccolta  nella  biblioteca  Ambrosiana,  e  dei 
quali  produrremo  alcuni  Saggi  nel  capo  seguente.  Di  tali  masche- 
rate camescialesche  porge  bastévole  idea  un'incisione  pubblicata 
dal  Bianchi  col  titolo  :  Mascarade  doi  FecMn  dol  Lagh  Mqó 
atcrìcc  in  Ila  Magnifiche  Sedie j  (accie  in  Milanj  ol  dt  SO  feorm 
1704.  Il  componimento  di  maggior  conto  in  questa  lingua,  di- 
stinta comunemente  col  nome  di  lingua  (acchimsca^  si  fu  un  poe- 
metto dell'  avvocato  Bertarelli ,  intitolato  :  Lucdade  dol  Compi 
Strusapolentaj  da  noi  riportato  nella  Bibliografia;  e  buona  copia 
di  racconti  in  prosa  tròvansi  nell'Ahnanacco  intitolato  La  BaUe^ 
pnblicato  per  alcuni  anni  successivi  nella  seconda  metà  del  sè- 
colo scorso. 

h  mezzo  a  questo  bàrbaro  gusto  pei  linguaggi  più  bàrbari  e 
meno  intesi,  alcuni  vollero  sollevare  all'onore  del  metro  la  mene 
informe  favella  della  campagna  milanese,  e  fra  le  innumerevoli 
sue  varietà  scélsero  quella  del  Bosin ,  che  fa  rappresentalo  di 
Baltram  da  la  Gippa^  nativo  di  Gaggiano ,  villaggio  posto  soUi 
riva  destra  del  Naviglio  Grande  a  sette  miglia  incirca  da  Milano. 
Allora  per  la  prima  volta  la  poesia  vernàcola,  abbandonando  |^ 
insipidi  sali  facchineschi,  prese  indole  satìrica.  Era  Beltrame  mi 
pòvero  contadino,  sémplice,  ma  sentenzioso  ;  ignorante,  ma  franco 
e  loquace;  censore  della  politica,  e  sempre  disposto  a  piàogera 
sulle  sciagure  della  sua  patria,  ed  a  festeggiare,  cantando,  i  fausti 
avvenimenti  pùblici  e  privati.  Con  quest'  àbito  a  vario  odore  pre- 
valse sui  facchini  del  Lago  Maggiore,  che  a  poco  a  poco  ammutii 
Urono,  e  fu  per  lungo  tempo  l'intèrprete  prediletto  dei  verseggia- 
tori milanesi,  ai  quali  prestò  n(»ne  e  linguaggio ,  e  più  sovente 
ancora  ignoranza  e  melensàgine. 


DIALRTI  LOMBARDI.  07 

Allora  ebbero  origine  le  Bosiiiadej  ossia  quei  componimenti 
poètici  d'occasione,  sovente  satirici,  in  ogni  metro  e  stUe,  che 
distinguono  la  poesia  vernàcola  lombarda,  e  dei  quali  immenso 
è  il  nùmero ,  e  per  lo  più  oscuro  V  autore.  Fra  quelli  che  suc- 
cessivamente si  distinsero  in  questo  gènere  di  componimento , 
ricorderemo  Girolamo  Madema,  Scipione  Delfinoni,  Pietrasanta, 
Domenico  Francolini,  Paolo  Mainati,  Giuseppe  Abbiati  e  Gaspare 
Fumagalli.  Una  raccolta  di  queste  poesie,  màssime  appartenenti 
ai  tempi  moderni,  fatta  per  cura  del  benemèrito  Francesco  Bei- 
lati,  serbasi  ordinata  in  nove  volumi  nella  Biblioteca  Ambrosiana, 
e  sarebbe  di  gran  lunga  maggiore ,  ove  alcimo  prima  di  lui 
avesse  impreso  di  fame  collezione.  Di  tante  produzioni  però  ben 
poche  meritano  ricordanza,  non  solo  pei  loro  frivoli  argomenti, 
ma  sopra  tutto  per  V  assoluta  nullità.  La  sola  importanza  loro  con- 
aste nel  documentare  la  storia  patria ,  non  che  lo  spirito  dei  tempi 
e  le  fan  che  il  dialetto  milanese  ebbe  successivamente  a  subire  ; 
sdibene  eziandio  a  tal  uso  il  maggior  nùmero  non  valga,  o  per  man- 
canza di  data,  o  per  l'imperizia  deirautorc,o  per  troppa  esiguità. 
Il  solo  poeta  che  emerse  in  questo  lungo  periodo,  e  che  pos- 
siamo riguardare  qual  fondatore  e  padre  della  poesia  milanese, 
si  fu  il  pittore  Gian  Pàolo  Lomazzo,  il  quale,  comecché  principe 
benemèrito  dell'^codetiua  de  la  Fai  de  Breijn^  pure  scrisse  an- 
cora pel  primo  alcune  poesie  liriche  in  dialetto  civico  milanese, 
che  non  sono  prive  di  qualche  pregio.  Il  suo  esempio  fu  imitato 
da  Giovanni  Capis,  da  Ambrogio  Biffi,  da  Fabio  Varese  e  da  altri^ 
dei  quali  ci  rimangono  pure  alcuni  sonetti  èditi  in  gran  parte. 
Che  amd,  Giovanni  Capis  fu  il  primo  che  sbozzasse  un  Saggio  di 
vocabolario  etimològico  milanese ,  nel  quale  si  sforzò  dimostrare 
la  derivazione  di  questo  dialetto  dal  greco  e  dal  latino.  Quest'o- 
pera, troppo  encomiata  dal  canònico  Gagliardi,  che,  affetto  dal- 
l'egual  nun*bo  allora  generale  in  Italia,  sottopose  ad  egual  tor- 
turali dialetto  bresciano,  fu  più  tardi  ampliata  ed  in  parte  emen- 
^  da  Giuseppe  Milani,  dopo  di  che  vide  più  volte  la  luce  col 
No:  Faròn  milancsde  la  leiujuadc  Milàn,  Il  suo  pregio  con- 
^solo  nell*  averci  serbato  parecchie  voci  antiquate,  ornai  scom- 
P^i'se  dai  viventi  dialetti ,  essendo  le  note  etimològiche  per  lo 
più  vane  stiracchiature ,  o  sogni.  Ambrogio  Biffi  dal  canto  suo 


98  PARtE   PRIMA. 

tentò  posare  le  basi  della  pronuncia  e  dell' ortografìa  vernàcola 
in  un  breve  trattato  in  prosa  intitolato:  Prismn  de  MUàrij  d 
la  pamonzia  milanesa.  Quest'  opuscoletto  è  prezioso  oggidì,  ad 
ditàndoci  quali  modificazioni  la  pronuncia  milanese  ha  subito  negl 
ultimi  sècoli  (4  )  ;  e  venne  pia  volte  in  luce  unito  al  Faròn  Milanès 
Periodo  il.  in  onta  a  questi  primi  tentativi ,  il  gusto  per  k 
Bosinade  e  pel  linguaggio  riistico  prevalse  sin  oltre  alla  metà  del 
sècolo  XVII,  quando  compar\'e  Carlo  Maria  Maggi,  che,  versato 
nelle  clàssiche  letterature  antiche  e  moderne  d' Europa ,  sollevò 
quella  della  sua  patria,  sostituendo  al  dialetto  ràstico  il  civico, 
e  dettando  parecchie  comedie  e  poesìe  volanti ,  intese  a  rifor- 
mare coir  arguzia  e  colla  critica  il  falso  gusto  ed  i  costumi  de' 
suoi  tempi.  Ond'  è  che ,  sebbene  egli  inalzasse  V  edificio  sulle 
pietre  primamente  poste  dal  Lomazzo  e  da'  suoi  seguaci ,  fu  pm 
meritamente  riguardato,  per  superiorità  e  fecondità  d'ingegno, 
non  che  pel  compimento  dell'  òpera ,  come  vero  fondatore  della 
poesìa  milanése.  Infatti  solo  dopo  di  lui  fu  dato  perpetuo  bando 
a  Baltram  da  la  Gippa^  nel  cui  posto  successe  Meneghin  Per- 
cenna  a  rappresentare  l'uomo  del  pòpolo. 

Questo  nuovo  eroe  della  Musa  lombarda  era  un  servo  fedele , 
ammogliato,  càrico  di  figli,  ingenuo,  faceto  ed  arguto,  tìmido  è 
franco  ad  un  tempo ,  d' òttimo  cuore ,  e  vìttima  sempre  de'  più 
scaltri.  Con  questo  caràttere  egli  fu  la  chiave  dell'  intrigo  nella 
c(»nedia ,  e  l' intèrprete  dei  successivi  poeti  lìrici ,  ai  quali  pre- 
stò col  nome,  ora  lo  spìrito  e  la  sàtira,  ora  l'ingenuità  ed  il  pa- 
triottismo. Questo  modello  fu  delineato  per  la  prima  volta  dal  Maggi 
nelle  sue  comedie  intitolate:  7  consigli diMeneghinoj  II  Barone 
di  Birbanzaj  II  Manco  malej  ed  //  falso  Filòsofo j  le  quali  sono 
ad  un  tempo  òttimi  modelli  di  pura  morale,  e  di  drammàtico  stile. 
Al  Maggi  tenne  dietro  una  lunga  schiera  di  valenti  poeti,  che 
illustrarono  il  sècolo  XVUl.  Tra  questi  emèrsero  Girolamo  Bira- 
go,  Giulio  Cesare  Larghi,  Stefano  Simonetta  e  Cari' Antonio  TanzI, 
con  una  serie  di  poesie  egualmente  pregévoli  nello  stile  grave 
e  patètico  dell'elegìa,  che  nel  faceto  e  brillante  della  novella. 

(i)  Avvertasi  che  qui  intendiamo  parlare  del  vario  modo  di  pronunciare 
l'uno  0  r altro  vocàbolo ^  e  non  già  del  sistema  fònico ,  il  quale  fu  sempre 
eguale. 


DIALRTl  LOMBARDI.  00 

Dòmteico  Balestrieri,  uno  de'  più  fecondi-ed  eminenti  ingegni  del 
Pamaso  milanese,  dopo  avere  illostrato  il  patrio  dialetto  con  ogni 
sorte  di  componimento  in  prosa  ed  in  verso,  lo  inalzò  ancora  all'o  • 
Bore  dell'epopèa,  travestendo  la  Genuakmfne  Liberata  del  Tasso, 
sull'esempio  di  tanti  altri  scrittori,  che  Taveano  voltata  in  quasi 
lotti  i  dialetti  d'Italia.  Se  in  questa  strana  impresa  il  Balestrieri 
spese  diecisette  anni  di  fatica,  ebbe  il  mèrito  di  mostrare  di  quanta 
forza  d*  espressione ,  e  ricchezza  d' imàgini  proprie  il  dialetto  mila- 
nese fosse  fornito;  e  voltando  in  vernàcolo  con  miràbile  fedeltà  pa- 
recchie canzoni  di  Anacreonte,  provò  ancora  quanto  bene  s'addi- 
cesse agli  argomenti  affettuosi;  per  modo  che,  se  il  Maggi  ebbe  il 
tanto  di  fondare  pel  primo  la  vera  poesia  milanese,  il  Balestrieri 
ebbe  la  gloria  di  consolidarla  e  di  arricchirla  di  molti  pregévoli 
componimentL  A'  suoi  tempi ,  avendo  il  padre  Branda  barnabita, 
in  una  lettura  acadèmica ,  sollevato  a  cielo  la  lingua  italiana ,  e 
tentato  dimostrare ,  essere  il  culto  delle  vernàcole  lèttere  nocivo 
all'  incremento  delle  clàssiche ,  il  Balestrieri  difese  la  causa  del 
jiatrìo  dialetto,  e  rintuzzò  con  una  serie  di  componimenti,  intito- 
lati la  J^randana^  le  asserzioni  del  cenobita;  ed  essendosi  alcuni 
fatti  campioni  di  questo,  altri  s'unirono  al  Balestrieri,  per  modo, 
^he  s'accese  un'enèrgica  lotta,  la  quale  terminò  col  trionfo  dei 
tM)eti  vemàcolL 

Balestierì  fu  attorniato,  finché  visse,  da  una  corona  di  valenti 
^poeti,  i  quali ,  gareggiando  a  vicenda ,  lo  emularono  cosi  nelle 
^[razie,  come  nella  forza  e  dignità  del  dire.  Tra  i  molti  basterà 
ricordare  Francesco  Girolamo  Corio,  Giorgio  Giulini,  Cari' Andrea 
Oltolina,  Ungi  Marllani,  ed  il  P.  Alessandro  Garioni,  le  cui  sagaci 
poesie  piene  di  sali  sono  ancora  il  diletto  dei  concittadini. 

Periodo  III.  In  tal  modo  terminò  il  $ècx)lo  XVllI  gloriosamento 
per  la  poesia  milanese,  la  quale,  se  nel  primo  periodo  aveva  as- 
sunto sotto  r  oppressione  spagnuola  il  falso  gusto ,  e  lo  spirito 
frivolo  dei  tempi ,  venne  modellata  nel  secondo  sulle  clàssiche 
letterature,  e  sollevata  ad  alto  gcado.  Se  non  che,  la  monòtona 
scuola  delle  lèttere  clàssiche,  inceppandone  il  libero  svilupjK),  le 
impresse  una  servile  imitazione,  a  svincolarla  dalla  (lualc  richie- 
dèiiasi  una  riforma.  I  memoràbili  avvenimenti  che,  in  sul  cadere 
dello  scorso  sècdo,  dalle  rive  della  Senna  estèsero  la  ràpida  loro 


100  PARTE  PRIVA 

influenza  su  tutta  Europa ,  sovvertendo  V  antico  órdine  di  cose, 
ne  fornirono  ben  presto  occasione ,  e ,  come  nelle  sociali  insti- 
tnzioni ,  così  ebbe  principio  la  riforma  nella  lombarda  letteratura. 

Il  primo  che  vi  pose  mano  si  fu  il  benemèrito  abate  Giuseppe 
Parini,  il  quale^  mentre  dall'una  parte  maturava  cogli  aurei  suoi 
versi  la  riforma  delle  lèttere  itàliche  ^  preparava  dall'  altra  con 
parecchie  poesìe  volanti  quella  delle  vernàcole.  Gli  tenner  mano 
neir  ingentilire  gli  animi  quel  lùcido  ingegno  di  Giuseppe  Bossi, 
e  il  conte  Francesco  Pertusati,  i  cui  numerosi  componimenti  sono 
cospersi  d' àttico  sale  e  di  quegli  affettuosi  e  morali  concetti  che 
caratterizzano  la  vera  poesìa;  ma  questi  diedero  solo  il  segnale 
della  riforma ,  il  cui  compimento  era  serbato  al  genio  creatore  di 
Carlo  Porta  ^  prìncipe  de'  poeti  vernàcoli.  Forte  pensatore,  pittore 
inarrivàbile,  poeta  inspirato,  quest'uomo  straordinario  tutto  si  diede 
a  sradicare  1  mali  che  deturpavano  il  suo  paese ,  e ,  dipingendo 
co' pia  veraci  colorì  i  costumi  del  suo  tempo,  dall'una  parte  at- 
terrò il  decrèpito  edificio  delle  opinioni  antiche,  rintuzzò  dall'  altra 
l'arroganza  dello  straniero;  inesoràbile  nella  sàtira,  delicato  negU 
affetti ,  seppe  congiùngere  alla  forza  còmica  di  Molière  ed  al  pa- 
triottismo d'Alfieri,  il  frizzo  di  Giovenale  e  la  dolcezza  di  Beran- 
ger  ;  ond'  ebbe  la  gloria  di  contribuire  più  d' ogni  altro  a  sradi- 
care i  pregiudizj,  e  ad  aprire  la  via  alla  vera  e  viva  letteratura. 

Sulle  sue  orme  procedendo,  alleviarono  in  parte  il  dolore 
dell'  immatura  sua  pèrdita  due  valenti  poeti,  Tommaso  Grossi  e 
Giovanni  Raiberti,  i  quali,  perchè  viventi,  non  turberemo  con 
tributi  di  lode.  Basterà  solo  avvertire,  che  si  educarono  in  gio- 
ventù alla  scuola  del  Porta ,  penetrati  da  sentimento  del  pari 
generoso;  e  giova  sperare ,  che  la  patria  possa  esser  loro  rico- 
noscente di  nuovi  mèriti. 

Da  questo  ràpido  cenno  si  vede,  che  il  dialetto  milanese  non 
solo  è  affatto  privo  di  poesie  tradizionali ,  ma  non  ha  òpera  che 
non  sia  di  scrittori  versati  nelle  letterature  antiche  e  moderne. 
E  perciò ,  pel  nùmero  e  pel  valore  delle  sue  produzioni,  sùpera 
molte  delle  letteratiu*e  vernàcole ,  e  può  rivaleggiare  altresì  con 
parecchie  delle  clàssiche  modeme(i),  giacché  la  poesìa  non  con- 

(0  Vèggasi  nel  Capo  VI  la  Bibliografia  di  questo  dialetto. 


MAUSm  LOMBARDI.  101 

sisie nella  lingua,  ma  bensì  nelle  imàgìni  e  nei  concetti;  come 
dimostrò  colla  ragione  e  col  fatto  anche  il  Porta  nel  seguente  so- 
netto non  mai  abbastanza  ripetuto  : 

I  paròi  d'ón  leoguàj^,  car  sur  Manèl» 
In  uni  tavoloiza  de  oolór , 
Che  pòn  fa'!  quàder  brut,  e^l  pòn  fa  bel, 
Segònd  la  maestrìa  del  pitór. 

Senta  idèi ,  sema  gust ,  sema  òn  oervèl 
Che  règola  1  paròl  in  del  discòr , 
Tùt  I  lenguàj^  del  mònd  in  come  quei 
Che  parla  on  so  ùmelissem  servitór. 

E  sti  idèi,  sto  bon  gùst,  glà^l  savana, 
Che  no  in  privativa  di  paés  ; 
Ma  di  oò ,  che  gh^  àn  flemma  de  studia. 

Tant  1^  è  vera,  che  in  boca  de  ùssuria 
El  belìssem  lenguà|^  di  Sfenés 
L^  è  M  lengu&j^  pu  cojòn  che  mai  ghe  sia. 

Gm  questo  corredo  di  materiali  era  a  desiderarsi,  che  taluno, 
STDÌgendo  le  leggi  gramaticali,  e  compilando  un  vocabolario 
di  questo  dialetto ,  ne  agevolasse  la  lettura  e  l'interpretazione 
^jà  Italiani  ed  agli  stranieri.  Nessun  tentativo  venne  fatto  sinora, 
^de  porre  in  evidenza  i  prindpj  fondamentali  che  regolano  il 
discorso.  Quanto  al  vocabolario ,  vi  provvide  il  benemèrito  Fran- 
cesco Qierubini ,  il  quale ,  dopo  averne  dato  un  Saggio  sin  dal- 
l'amo i8i4,  pose  testé  compimento  alla  difficile  impresa,  pu- 
bHcindone  un  nuovo  assai  vasto  in  quattro  volumi.  Egli  acquistò 
diritto  alla  patria  riconoscenza,  per  le  solerti  cure  colle  quali 
V arricchì  di  modi  proverbiali,  di  tècniche  espressioni,  abbrac- 
ciando ogni  arte  e  mestiere^  e  tenendo  cx)nto  dei  minimi  membri 
componenti  le  màcchine  più  comuni,  non  che  pei  confronti  so- 
vente instituiti  con  altri  dialetti  d' Italia.  Se  non  che ,  il  troppo 
ristretto  suo  propòsito ,  come  dichiara  egli  stesso  nella  Pre£ft- 
àone,  di  ajutare  i  concittadini  a  voltare  il  patrio  dialetto  nella 
%aa  scritta,  lo  deviò  troppo  nell'esposizione  dell'interminàbile 
ìntaile  serie  dei  derivati  d' ogni  radice,  e  nella  ricerca  de'  più 
^^ti  modi  corrispondenti  italiani,  a  danno  della  precisione  e  della 
chaitaa.  Noi  commendiamo  questo  libro  per  la  dovizia  dei  ma- 
^^riaB  racchiusi,  non  che  per  la  bella  appendice  di  voci  brian- 


IO)  PARTB  PRIMA. 

soie  e  di  Ghiaradadda^  apprestata  pi^r  la  maggior  parte  dai  si- 
gnori Villa  e  Decapitai!! ,  ma  troviamo  soverchio  lo  sfoggio  dei 
più  antiquati  arzigògoli  fiorentini,  e  dei  più  triviali  provindalnmi 
delle  vallate  toscane ,  che  non  faranno  mai  parte  della  soda  e 
schietta  lingaa  italiana. 

Conchiuderemo  questa  prima  parte  del  nostro  schizzo  colla 
testimonianza  del  benemèrito  abate  Panni,  il  quale,  dopo  avere 
encomiata  la  schiettezza  e  semplicità  del  dialetto  milanese,  cosi 
soggiunse: 

<«  Chi  più  d'ogni  altro  ha  riconosciuto  quest'  Indole  della  nostra 
lingua,  e  che  lo  ha  dichiarato  in  più  d'un  luogo  de' suoi  com- 
ponimenti milanesi ,  è  stato  nel  sècolo  antecedente  V  immortale 
nostro  segretario  Carlo  Maria  Maggi,  il  quale  avendola  perciò 
adoperata  in  varie  òpere  morali  ed  istruttive,  fece  doler  i  fore- 
stieri del  non  poter  essi  intènderla  bene.  Egli,  che  nella  sua  più 
ifresca  età  èrasi  acquistato  tanto  grido  colle  lèttere  greche ,  la- 
tine e  toscane,  non  isdegnò  nella  più  grave  e  matura  di  servirsi 
del  nostro  dialetto  nelle  migliori  sue  comedie,  da  lui  scritte, 
non  tanto  per  proprio  trattenimento,  quanto  per  istrudone  e  per 
vantaggio  grandissimo  de'suoi  concittadini;  e  le  quali  meritarono 
d'essere  dagli  intelligenti,  non  dirò  eguagliate,  ma  eziandio  pre- 
poste in  qualche  guisa  alle  più  rinomate  delle  antiche. 

»  Sulle  pedate  gloriose  del  Maggi  hanno  poscia  seguito  a 
ver  nella  nostra  lingua  alcuni  dotti  e  savii  uòmini,  che 
morti  di  fresco,  ed  alcuni  altri  che  ora  vivono,  i  quali  mòstitno 
di  far  grande  conto  del  giudizio  e  della  lode  della  lor  pafeia, 
scrivendo  nel  proprio  dialetto  cose  che  non  possono  esser  ^giu- 
dicate  o  lodate  da  altri ,  meglio  che  da  lei.  Quindi  è ,  che  noi 
abbiamo  veduto  in  pochi  anni  la  nostra  lingua  mostrarsi  capace 
di  tutte  le  vere  e  più  sòlide  bellezze  della  poesìa.  Bastivi  di 
lèggere  le  rime  scrìtte  in  milanese  dal  virtuoso  e  dabbene  si- 
gnor d.'  Girolamo  Birago,  per  sincerarvi ,  che  non  solamente  il 
nostro  linguaggio  non  è  per  sé  medésimo  goffo  e  scipito^  ma 
nemmeno  per  ciò  che  in  esso  si  scrìve.  //  Meneghino  alla  Se^ 
navraj  di  questo  autore,  può  dirsi  una  scuola  della  vera  pietà  e 
della  più  sana  morale,  e  cosi  ciascuno  de' componimenti  dì' egli 
indirizza  a' suoi  fi^uoli,  e  quel  bellissimo,  fatto  da  lui  ultima- 


DIALETTI  LOMIARU.  |05 

nénte,  intitcdato:  //  Testamento  di  Meneghino;  ne'  quali  tutti  ^ 
oltre  ad  una  fina  e  soa^e  eiitica  de'costumi,  òttimi  insegnamenti 
si  danno  conditi  con  vìvaci  sali,  con  urbane  lepidezze. 

t»  Ma  che  vi  dirò  io  del  signor  Domenico  Balestrieri ,  e  del 
s^or  Cari' Antonio  Tanzi?  Il  primo  de'quaii,  colla  leggiadra  e 
sémplice  naturalezza  de'suoi  versi,  insinuasi  dolcemente  nel  cuore, 
e  l'altro,  colla,  rotnistezza  de' pensieri  e  delle  imàgini,  mostra 
come  trovar  si  possa  in  mezzo  alla  semplicità  del  milanese  dia- 
letto il  fantàstico  ed  il  sublime  della  poesia.  Leggete  dì  questo, 
oltre  alle  molte  altre  cose,  il  bellissimo  sonetto  ch'ei  già  stampò 
per  una  monacazione,  in  cui  egli  rappresentò  alla  candidata  il 
punto  della  morte  di  lei,  e,  figurandosi  d'esser  seco  nella  cella, 
le  dipinge  si  ai  vivo  le  circostanze  in  cui  ella  troverassi  in  quel 
di,  che  scuote  ed  agita  l'animo  di  chiunque  legge,  e  lo  riempie 
d'un  salutare  orrore.  Sul  medésimo  argomento  della  morte  leg- 
gete i  versi  sciolti  ch'ei  recitò  nell'academia  dei  Trasformati, 
eh'  io  mi  rendo  certo,  che  voi  non  li  potrete  lèggere  senza  racca- 
piiccio ,  tanto  vìve  e  patètiche  sono  le  imaginazioni ,  onde  quel 
Componimento  è  ripieno. 

»  Per  dò  che  riguarda  al  sig.  Balestrieri,  qual  cosa  insieme  più 
l^dla  e  più  tènera  del  suo  Figliuol  Prodigo?  Questa  dolcissima 
allegoria  della  divina  misericordia ,  quasi  direi  che  diventi  più 
prewna  nella  nostra  lingua ,  imperciocché ,  richiedendo  l' argo- 
mento una  certa  semplicità  e  un  certo  soave  affetto  eh'  io  non 
saprei  spiegare ,  sembra  questa  èssere  a  ciò  meravigliosamente 
adatta,  o,  per  dir  meglio,  sembrano  i  Milanesi  particolarmente 
atti  a  sentirlo  e  ad  esprimerlo  nel  loro  dialetto.  Senza  che,  l'aut- 
tore  ha  saputo  in  quell'  operetta  raccògliere  tutte  quelle  grazie 
e  purità  della  nostra  lingua,  che  meglio  servono  a  rappresentare 
sotto  gli  occhi  la  cosa,  e  ad  eccitare  la  compassione  e  la  gioia.» 
Gli  altri  dialetti  occidentali  non  ebbero  in  verun  tempo  lette- 
ntora  propria.  Nessun  componimento  venne  in  luce,  per  quanto 
^  consta ,  nel  dialetto  ^altellinese  ^  eccetto  per  avventura  qual- 
^  oscura  poesìa  d' occasione  di  più  oscuro  scrittore.  Un  voca- 
l^io  del  medésimo  trovasi  racchiuso  nel  Vocabolario  dei  dia- 
^  iella  città  e  diòceri  di  Como^  deli'  abate  Pietro  Monti ,  che 
^l<Miamo  riguardare  come  uno  de*,  più  importanti  lèssici  fra  i  lom- 
'^^  pei  molti  dialetti  alpini  che  abbraccia. 


104  PARTE  PRIMA. 

Due  soli  componimenti  ci  venne  fatto  rinvenire,  piiblicati  a 
gtampa,  nel  dialetto  comasco j  e  questi  pure  di  nessun  conio,  come 
appare  nei  seguenti  Saggi. 

Tiitta  la  letteratura  ticinese  e  x^erbanese  consta  dei  mentovati 
lavori  dell' Academia  della  Valle  di  Blenio,  e  deH'Abbaiìa  dei  fiio- 
chini  del  Lago  Maggiore. 

Nel  lodigiano  furono  bensì  composte  nei  tempi  addietro  alquante 
poesie;  ma  queste  pure  d'occasione  e  di  lieve  pregio;  sicché,  non 
trovando  chi  le  raccogliesse ,  smarrirono  coi  nomi  dei  loro  autori. 
Il  solo  componimento  degno  di  ricordanza  è  una  commedia  del 
conte  Francesco  De  Lemene,  intitolata:  La  Sposa  Frwizescaj 
publicata  in  Lodi  nel  1709,  encomiata  dal  Barretti  nella  Frusta 
letteraria^  e  ristampata  nel  i8i8.  Lo  stesso  De  Lemene  tradusse 
in  dialetto  lodigiano  il  secondo  canto  della  Gerusalemme  Libe^ 
rataj  ossia  l'episodio  di  Olindo  e  Sofronia,  versione  assai  pregé- 
vole, e  tuttavia  rimasta  inèdita  sinora  nei  patrii  archivj  ;  e  perciò, 
essendoci  pervenuto  alle  mani  l'originale  autògrafo,  ne  abbiamo 
arricchita  la  seguente  raccolta  di  Saggi.  Ivi  si  scorge  quanta  in- 
fluenza abbia  avuto  negli  ùltimi  tempi  il  dialetto  di  Milano  sa 
quello  di  Lodi,  in  origine  diverso  da  quello  che  ora  vi  si  parla. 

Sul  princìpio  del  nostro  sècolo,.ed  ancora  ai  nostri  giorni,  pa- 
recchie poesìe  volanti  circolarono  pure  manoscritte ,  fra  le  quali 
ottennero  plauso  in  patria  le  argute  e  brillanti  del  chirurgo  Gio- 
vanni Batista  Fugazza  e  di  Carlo  Codazzi;  altre  ne  compose  non 
meno  pregévoli  il  vivente  Riboni  ;  ma  sì  le  une ,  che  le  altre 
caddero  in  parte  in  oblìo,  per  mancanza  di  rìcoglitori.  Appunto 
affine  di  provvedere  a  questo  vuoto,  ne  abbiamo  scelto  un  pìc- 
dol  nùmero  fra  le  migliori  procurateci  dalla  gentilezza  dd  pro- 
fessore Cesare  Vignati  e  dalla  compiacenza  dello  stesso  Riboni,  e 
ne  abbiamo  fregiata  la  nostra  raccolta ,  ove  compijono  per  la 
prima  volta  in  luce. 

LettcntwR  del  dialetti  orientali. 

Come  tra  gli  occidentali  fl  Milanese^  così  fra.  gli  orientali  il 
solo  dialetto  Bergamasco  ebbe  copiosa  serie  di  cultori,  mentre 
il  CremascOj  il  Brtsàamo  ed  il  Cremùn^se  rimasero  sempre  ne- 


DIALETTI  LOMBARDI.  108 

gleUi.  Dai  nninerosi  monumenti  supèrstiti  appare ,  come  il  Ber- 
gamasco fosse  scritto  fra  i  primi ,  giacché  i  più  antichi  scrittori 
di  comedie  italiane,  come  accennammo,  lo  introdussero  asaai 
di  buon'  ora  sulla  scena ,  a  rèndere  piacévoli  i  loro  drammi. 
Questi  primi  Saggi  però,  comecché  in  niuuero  ragguardévole (1)^ 
meritano  appena  d' èssere  mentovati ,  mentre  i  loro  autori , 
quasi  sempre  stranieri ,  mal  conoscendo  questo  dialetto ,  impa- 
starono un  gergo  misto  di  voci  e  forme  proprie  d' altri  dialetti  ^ 
che  non  fa  mai  parlato  in  verun  àngolo  della  terra.  1  veri  scrii- 
tori  bergaBiaschi ,  a  quanto  appare,  incominciarono  a  far  uso 
del  loro  dialetto  solo  verso  la  metà  del  sècolo  XVI,  e  preferirono 
senoqnv  fl  dialetto  rùstico  delle  vallate  settentrionali  a  quello 
della  dtti.  In  quel  tempo  comparvero  molte  poesie  volanti ,  le 
quali ^  non  trovando  ricoglitori,  andarono  per  la  maggior  parte 
smarrite ,  senza  che  perciò  la  gloria  di  quella  letteratura  avesse 
a  soffrirne.  Per  modo  che  i  soli  componimenti  di  lunga  lena 
rimastici ,  sono  traduzioni  di  clàssici  poemi  latini  ed  italiani  di 
(empi  posteriori. 

U  mònaco  Gassinese  Colombano  Brescianini,  verso  il  1050^ 

tradusse  in  rùstico  bergamasco  le  Metamòrfori  d'Ovidio^  sotto  il 

mentito  nome  di  Barkòcol  dotar  de  FaU-Brembana  ;  questa 

Versione  non  vide  mai  la  luce,  e  solo  un  breve  Saggio  ne  inseri 

V  autore  nel  suo  Ragionamento  sopra  la  poesia  giocosa ,  ove  si 

celò  col  nome  di  Acadèmico  Aideano.  Il  dottor  Carlo  Assònica , 

autore  di  varie  liriche  poesie,  voltò  pure  in  rùstico  bergamasco 

il  Goffredo  del  Tasso,  che  vide  per  la  prima  volta  la  luce  nel  4970.' 

\eno  lo  stesso  tempo ,  anònimo  autore ,  sotto  il  nome  simulato 

di  Persia  Melò ,  travesti  alla  rùstica  il  Pastor  fido  del  Guarìni , 

intitolandolo:  01  Fochi  Fedéle  w?i?èr  ol  Pastor  a  In  bergarnowa, 

encomiato  da  Lione  Allacci  nella  sua  Dramniaturtjìa.  Altro  ano- 

nuno  autore,  sopranominato  El  Gob  de  f^eìicma^  tradusse  VOr^ 

^ondo  Furioso  dell'Ariosto,  nello  stesso  dialetto,  sebbene  corrotto 

^Vmtodi  provincialismi  vèneti  e  lombardi.  Tutti  questi  monumenti 

d<A' antica  letteratura  bergamasca  sono  ben  lungi  dall' emulare 

^fcna  d'espressione,  vivacità  d'imàgini,  spontaneità  e  grazia, 

^^  versioni  di  simil  fetta ,  eseguite  in  altri  dialetti  italiani. 

(0  valgasi  nel  Capo  VI  la  Bibliografia  di  questo  dialetto. 


106  PARTE  PaiMA. 

Oltre  ai  summentovati,  si  distinsero  ancora  nello  scorso  sèa 
con  produzioni  originali,  altri  scrittori  benemèriti,  fra  i  qn 
basterà  ricordare  Gioyanni  Batista  Angelini ,  e  Y  abate  Giusef 
Rota.  Il  primo,  oltre  a  \arie  poesie,  riunì  ancora  alcune  noli 
intorno  alla  letteratura  yemàcola  della  sua  patria,  e  compilò 
vocabolario  bergamasco-italiano-latino,  che  non  vide  mai  la  hi< 
sebbene  un  buon  vocabolario  di  quest'  importante  dialetto  sii 
'  desiderarsi  sopra  ogni  altra  cosa,  se  non  come  intèrprete  da'si 
letterarii  monumenti,  almeno  c^me  fondamento  ad  un  più  sòl! 
studio  sulla  sua  origine  e  sui  rapporti  che  serba  cogli  idio 
antichi  e  moderni.  Il  secondo  publlcò  nel  i77S  un  lungo  Ca^ 
toh  contro  gli  Spiriti  fortis  in  terza  rima,  preceduto  da  un  i 
netto  colla  coda,  in  luogo  d' Introduzione ,  e  vi  si  scorge  per 
prima  volta  un  piano  ragionato  d'ortografia,  inteso  ad  agevoli 
la  lettura  di  quel  rùvido  dialetto. 

In  tale  stato  era  la  poesia  bergamasca  alla  fine  del  sècolo  pi 
sato ,  e  nei  primi  anni  del  presente,  afiiatto  priva  di  qualsiasi  i 
marchèvole  produzione  originale  ;  e  solo  negli  ùltimi  tempi  fìi  i 
staurata  per  cura  di  Pietro  Buggeri  da  Stabello,  autore  di  alquai 
graziose  e  l^ide  poesie,  testé  raccolte  e  publicate.  Sebbene  qu 
sto  valente  poeta  miri  piuttosto  a  trastullare  i  suoi  concittadi 
con  ridUcole  novelle  e  lèpide  imitazioni ,  anziché  a  descriverne 
emendarne  i  costumi ,  con  originali  e  sodi  concetti ,  ciò  nuli 
dimeno  i  suoi  componimenti  ottennero  plauso  generale  pei  mo 
sali  e  poètici  fiorì  che  vi  sono  profusi ,  ed  occupano  a  ìm 
diritto  il  primo  posto  nella  patria  letteratura. 

Da  tutto  ciò  è  manifesto,  che  la  poesia  bergamasca  mane 
non  solo  di  canti  tradizionali,  ma  altresì  di  originali  inspiraiio 
e  di  nazionali  impronte  ;  mentre  consiste  generalmente  in  ve 
sioni  dei  clàssici ,  e  in  lèpide  imitazioni  di  racconti  e  comgm 
menti  propri  di  letterature  straniere. 

Il  dialetto  Gremasco  non  ebbe  in  verun  tempo  cultori  che  n 
ràssero  ad  ingentilirlo  coi  nùmeri  poètici,  se  si  eccettuino  poé 
versi  d'occasione  in  gran  parte  caduti  in  oblio,  perchè  privi  • 
mèrito  e  di  ricoglitori.  I  più  antichi  monumenti  da  noi  ami 
sduti  sono:  una  poesia  fatta  per  monacazione  nel  prindp 
dello  scorso  sècolo ,  che  abbiamo  riprodotto  più  avanti ,  ed  ui 


OlALBin  LOMBARDI.  107 

lunga  e  stucchévole  ègloga  sulla  Immacolata  Cotuxzionej  inse- 
rita nei  Fastti  intòrki  di  Crema  di  Gìo.  Batista  Gogrossi.  Qual- 
che altra  produzicme  di  minor  conto  serbasi  manoscritta  in  pri- 
vate raccolte.  Negli  ùltimi  tempi  il  nùmero  delle  poesie  d'occa- 
sione fu  accresciuto,  per  òpera  di  alcuni  viventi  scrittori  ere- 
maschi;  e  questi  tenui  Saggi  con  altri  del  sècolo  passato  furono 
salvati  dall'oblio,  per  cura  del  conte  Faustino  Sanseverino,  che 
testé  li  raccolse  e  publicò  in  un  plcdol  volume  intitolato:  Sag- 
gio di  foem  in  dìakUo  Cremasco.  Ivi,  oltre  alla  versione  di  due 
Anacrednlicfae  del  Vittorelli  fatta  dal  prof.  Rocco  Bacchetti ,  ed 
a  varie  poede  nel  dialetto  urbano  dell'abate  P.  Màsperi  Battajni, 
distinguono  due  sonetti  in  lingua  rùstica  di  D.  Giacomo  Inzòl , 
di  qualche  pregio. 

n  dialetto  bresciano  non  (u  men  negletto  del  Oemasco:  la 
sola  produzione  antica  rimastaci  è  un  Diàlogo  in  versi  tra  una 
serva  e  la  sua  padrona,  intitolato:  La  Maitsera  da  bèj  ossia  la 
Serva  dabbene j  d' anònimo  autore,  nel  quale  una  serva  insegna 
i  Tarii  modi  d'apprestare  e  cx>ndire  le  vivande.  È  poi  seguito  da 
una  canzone  villereccia,  intitolata  :  Mattinala,  che  più  oltre  ri- 
prodneianio  in  Saggio  dell'antico  dialetto  rùstico  bresciano.  Questo 
librìcdnOy  oggi  rarissimo,  comecché  ristampato  tre  volte,  vale  a 
dire  nel  1554  e  nel  4590  in  Brescia,  ed  in  Venezia  nel  1555, 
fli  trovalo  nel  palazzo  Martinengo  della  Palada  in  Gobiato,  da  Mes- 
ser  Galeazzo  dagli  Orzi  al  tempo  del  saccheggiamento  di  Brescia. 
In  onta  all'assoluto  difetto  di  letterarie  produzioni,  il  canònico 
i^resdano  Gagliardi  volle  illustrare  il  patrio  dialetto  con  una  lunga 
Kstertaaone  sulle  origini  del  medésimo ,  inserita  nelle  sue  òpere, 
ore,  seguendo  l'uso  ed  i  pregiudizi  del  suo  tempo,  intese  a  dimo- 
stnune  la  derivazione  dal  Greco ,  porgendo  la  verisimile  etimo- 
logi! di  poche  voci.. Più  tardi  provvide  alla  compilazione  d'un 
vocabolario  bresciano-italiano ,  che  vide  la  luce  noli'  anno  i750. 
in'inqierfezione  di  questo  primo  tentativo  apprestò  qualche  ri- 
vieiSo  Giovanni  Batista  Melchiorri,  compilandone  uno  più  esteso, 
che  vide  la  luce  nell'anno  4817  in  Brescia,  sotto  gli  auspicj  di 
W  benemèrito  Ateneo. 

h  (pel  tempo  due  forti  ingegni,  0  Mascheroni  e  TArid,  ch'eb- 
^  tanta  parte  nella  ristaurazione  delle  lèttere  itàliche ,  non 


108  PARTE  PRIMA. 

isdegnàrono  rivòlgere  le  loro  cure  al  patrio  dialetto,  nel  quale 
dettarono  alcune  poesie  volanti  rimaste  sinora  inèdite.  Alla  gen- 
tilezza dello  stesso  Arici  siamo  debitori  delle  poche  sestine  in- 
serite nella  seguente  raccolta ,  nelle  quali  con  miràbile  sponta- 
neità racchiuse  la  versione  letterale  della  Paràbola  del  figliìiàl 
pròdigo.  Nessuno  però  di  quei  poètici  caprìcci  venne,  per  quanto 
ci  consta,  in  luce,  e  solo  nel  i826  T  avvocato  Pietro  Lottieri  di 
(Chiari  publicò  una  raccolta  di  quarantaquattro  sonetti,  traendo 
gli  argomenti  dal  Quaresimale  del  P.  Sègneri. 

Ancor  più  inculto  del  precedente  rimase  sinora  il  dialetto  Cre- 
monese ,  nel  quale  nessuna  produzione  vide  mai  la  luce ,  se  si 
eccettui  qualche  insipida  Bosinada^  o  poesia  d' occasione.  Sol» 
dopo  molte  inùtili  ricerche ,  e  mercè  la  gentilezza  dei  signori 
arciprete  Paolo  Lombardini  e  dottor  Rabolotti  di  Cremona ,  d 
riuscì  riunire  una  piccola  collezione  manoscritta  di  poesie  ver- 
nàcole cremonesi,  che  abbiamo  alle  mani  e  della  quale  produr- 
remo qualche  Saggio.  Tra  queste  ricorderemo  un  dramma  in 
cinque  atti,  intitolato  Toìnmashio  e  MartinUj  ed  alcuni  diàloghi 
in  versi,  nei  quali  col  dialetto  urbano  trovasi  alternato  anche 
il  rustico.  Tutti  questi  componimenti  peraltro  sono  affatto  privi 
di  mèrito,  e  per  lo  più  ancora  di  buon  senso. 

In  si  misero  stato  di  cose,  ci  gode  Tànimo  d'annunciare,  che 
il  professore  Peri  di  Cremona  sta  ora  compilando  un  vocabola- 
rio di  quel  dialetto,  che  verrà  quanto  prima  alla  luce,  e  del 
quale  il  chiaro  autore  ci  comunicò  gentilmente  la  parte  est^a^ 
tiva  contenente  voci  di  più  oscura  derivazione.  Sarebbe  però  a 
desiderarsi,  che  il  benemèrito  autore  avesse  ad  estèndere  il  suo 
lavoro  eziandio  nella  campagna,  la  quale  porgerebbe  senza  dubio 
più  interessanti  materiali. 

Conchittdendo  questi  brevi  cenni,  avvertiremo,  come  tutta  la 
letteratura  dei  dialetti  lombardi  ristringasi  a  più  o  meno  copiose 
collezioni  di  poesie  per  lo  più  imitative  di  scrittori  educati  alla 
scuola  dei  clàssici ,  ed  a  pochi  vocabolari!  di  alcuni  principali 
dialetti  urbani.  Nessun  tentativo  venne  sinora  intrapreso,  onde 
svòlgerne  la  grammaticale  struttura ,  o  scoprirne  i  mutui  rap- 
porti con  adequati  confronti  fra  loro ,  o  cogli  altri  dialetti  itàlici 
e  stranierì ,  o  colle  lingue  estinte ,  se  si  eccettuino  i  pochi  cenni. 


DIALETTI  LOVBJOIDI.  101^ 

bserili  nell'appendice  alla  gramàUca  comparativa  delle  lingue 
latine  del  celebre  Raynoaard ,  ed  intesi  a  provare  i  particolari 
rapporti  dei  dialetti  dell'Italia  superiore  colla  lingua  dei  Trova- 
tori ;  e  pure  importanti  rivelazioni  sulle  origini  di  quelli  che  li 
pirkno  tròvansi  raccliiuse  nelV  anàlisi  dei  loro  elementi  e  del 
loro  organismo,  come  abbiamo  altrove  dimostrato  (i),  e  non  meno 
rilevanti  rapporti  di  fratellanza  fra  le  popolazioni  itàliche  setten- 
trionali e  le  occitàniche  rivelerebbe  il  loro  confronto  coi  dialetti 
della  Francia  meridionale ,  ciò  che  ci  proponiamo  far  manifesto 
in  una  pròssima  publicazione  ;  per  la  qual  cosa  facciamo  voti , 
onde ,  mentre  V  Europa  tutta  è  occupata  ad  ampliare  per  ogni 
dove  gli  studj  linguìstici ,  eziandìo  i  nostri  connazionali  provve- 
dano finalmente  ai  molti  vuoti ,  ed  apprestino  i  materiali  neces- 
sarj  alla  compiuta  illustrazione  dei  patrj  dialetti. 

l^)  lèggasi  la  nostra  Memoria  intitolata:  Della  Linguistica  applicata 
oUa  ricerca  delle  Origini  itàliche,  inserita  neUa  fìivista  Europea  (Novem- 
^  iiM),  e  riprodotta  neir  òpera:  Studii  LingiUstici  di  B.  Biondelli,  che 
si  sU  pobUcando. 


.."> 


CAPO  V. 


Saggi  di  letteratura  vernàcola  lombarda. 


Dialetti  Occidentali. 


Milanese. 

isso.  Il  più  antico  monumento  supèrstite  della  letteratura 
'i^nese  trovasi ,  come  accennammo ,  nelle  Opere  giocose  di 
Gian-Giorgio  Alionij  libro  divenuto  assai  raro.  Ivi  l'autore  in- 
^i^Hlusse  in  una  Farsa  il  milanese  che  parla  il  proprio  dialetto  \ 
^  r affettazione  di  certe  frasi,  alcune  espressioni  e  forme  ba- 
^^e,  ci  fanno  dubitare  della  perizia  dell'autore,  ch'era  asti- 
Sì^  ,  nell'  imitare  fedelmente  la  lingua  allora  parlata  presso 
^  noi.  Checché  ne  sia,  giudichi  il  lettore  dal  seguente  brano.  È 
^^  Milanese  che  parla ,  e  vanta  l' abbondanza  del  suo  paese. 


^n  mi  vegnù  per  triumfà 
^  in  Ast  ;  ma  la  non  è  cossi. 
O  mi  cercàd  mò  mendesi 
De  qua  e  de  là  per  i  ostarì , 
l>a  fa  banchìt  e  leccarì  ; 
^a  el  Don  si  trova  da  magna, 
^'àdeno  lor  farsi  impregna 
Quist  Astesàn ,  Monteì  ehi  sii , 
^'  i  vòleno  stimar  da  più 
^  vìver  so ,  eh'  el  milanés. 
^^  H  el  vai  lù  megl*  i  spis , 
^^Uq  lor  i  ortolàn  iniò , 
^^«  qoel  di  gran  magnàn  chilo. 
'D  Mitèn  èi  cagna  bosón , 
^^**  I  pressùt  e  salsissón , 


I  Bagiàn  ,  busecca ,  la^  imbròc , 
O  fli  cogliàn,  berlende,  gnòc, 
Salvadesìn,  cavrìt^  doni , 
Quai  girardinc ,  gargani , 
Bon  pescar ì ,  bon  vin,  bon  pan. 
Vù  trovar!  drent  da  Mirèn 
Per  i  list  mo  di  parrocchiàn 
Darsèt  niiara  de  pùtàn , 
E  pili,  che  i  bciven  vin  dasiàd  ; 
Qucstsan  Franciòs  ch'i  Pan  provàd. 
Vada  a  Mirèn  chi  voi  guadàgn  , 
E  bon  marca  ;  vii  avri  lasàgn 
Piena  sciidela  al  bon  comin, 
Cun  del  fonnàg  più  d'  un  scrìn  \ 
El  dàn  mo  lor  per  cinq'imbie^  ce.  oc. 

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^ 


1  12  PARTE   PRIMA. 

1580.  Sonetto  di  Gio.  Paolo  Lomazzo^  sopra  un  pittore  dap- 
poco. 

El  pii  stenta  penció  de  tut  Milàn 

A  r  è  on  garzón  del  Camp  e  del  Figin  , 

Compà  giura  de  Togn ,  de  Bcrgamìn , 

E  amìs  tut  du  d^Andrca,  che  no  gh"*  à  pan. 
Costór,  lassèi  andà  de  man  in  man 

A  hajà  chi  e  li  dì  so  scovìn  ; 

Che  fan  picciur  doma  d' oltramarìn  , 

Ch'  in  bon  de  forbì  i  ciap  a  Cavriàn. 
Costór  van  corona  come  s"*  fa  i  bò , 

D' aj ,  de  por ,  de  melgàS  e  de  gìànd  , 

E  manda  in  tri'ónf  sora  di  so 
Asnin,  e  in  man  spegàfi  pisnin  e  grand; 

E  incontr^  a  lor  ghe  va  la  Stentadùra , 

Che  doma  di  par  s5  la  fa  gran  ciira. 

1600.  Il  seguente  documento  è  un  brano  del  Trattato  della 
Pronunzia  milanese  dì  Ambrogio  Biffi  ^  che  tanto  più  volentieri 
riportiamo,  quanto  più  lo  riputiamo  idoneo  a  pòrgere  precisa 
idea  del  dialetto  a  quel  tempo,  essendo  scritto  in  prosa. 

Quìi  fio  d' ingègn  ch'àn  comenzà  a  mostra  el  fondaméoi  del  nost  parla 
da  Milàn,  a  i  ve  mètten  in  tei  co  Poltra  sira  el  caprizi  da  fam  vlssigà 
d^  intorna  a  la  parnonzia  milanesa ,  insci  in  pò  in  pè ,  dond^  è  diss  quel 
pòc  che  sentìssev,  no  pensànd  d^avc  pò  anc  da  dura  fadlga  a  scrivel.  Ma 
parche  mi  son  vùn  de  quii  Ambrosiàn,  che  no  san  di  de  nò,  e  tant  pù  a 
on  amìg  com'  em^  sì  vù,  e  vM  Jò  scrivù  come  m' ì  di,  senza  stàg  a  pensa 
trop,  par  ess  mi  parént  del  musciafadiga  ;  e  anc  che  i  nost  se  sijen  mettù 
in  US  el  scriv  toscàn ,  par  fa  dai  caga-pistèl ,  che  dan  tort  ai  so  par  pari 
savi,  i  jò  parselo  vojù  in  nosta  lengua,  par  fav  intènd  ben  spiatarà ci  son 
di  Ictter  com^  al  va.  E  se  ni  avéss  biii  pressa,  ch^  al  pariva  ch^  al  ve  sèlo- 
pass  i  fasOy  e  Pavrév  mettù  io  com"*  al  va,  e  s'avrév  anc  di  quaicossoréna 
dela  sova  zelenza,  parche  al  gh'*è  óna  sort  de  gavaión,  che,  com^a  i  pòn 
di  ma  de  qualcun,  al  ghe  divis,  che  impìssen  trop  ben  el  gotói  ;  ec.  oc. 

4600.  Per  saggio  poètico  di  questo  tempo  abbiamo  scelto  un 
Sonetto  di  Fabio  Varese,  contro  gli  ambiziosi. 

Compà ,  sont  ormai  sa}  de  cert  minciòn 
Che  van  in  volta  sgonfi  per  Milàn , 
E  se  parlò  con  lor,  per  biò,  no  gh'  àn 
Tanta  lettra  in  sul  cii  come  òn  barbón. 


MALKin   LOMBARDI.  ii3 

Oh  !  te  dire ,  gh^  àn  ben  di  dùcalón. 

Ò  in  cu  tùtt  i  so  sold,  se  no  m' en  dan; 

Coss'ò  a  che  fan  mi  de  sti  marzapàn . 

Imbosorà  doma  de  ambizión? 
I  vcrtuós  tùt  quanta  car  Bernardin, 

Mi  i  stimi,  perché  in  òmen  de  strapàz, 

E  san  coss'c  '1  volgàr,  coss'  è  1  latin  ; 
K  quand  parli  con  ti  con  tant  solàz , 

E  parli  de  sta  sort  de  gavaión , 

Disi .  ch^  in  ón  frecàss  de  vis-de-caz  ; 
Perche  no  in  capàz 

Nane  de  nettàm  i  scarp  nissùn  de  lor , 

Sebèn  fùssen  pii  sgonfi  che  ón  tambòr. 

170O.  Il  sècolo  XVn  fu  illustrato  da  Carlo  Maria  Maggi^  autore 
di  varie  comedìe  e  di  molte  poesie  vernàcole  morali.  Tra  queste 
abbiamo  scelto  la  seguente  canzone,  la  quale,  se  non  è  il  mi- 
gliore de'  suoi  componimenti  lirici ,  basta  però  a  dare  un'  idea 
della  spontaneità  del  verso  e  dei  retti  principii  dell'  autore. 

CaMZOìE  morale  riferita  da  un  0RT0L.4!10. 

L'òltcr  dìy  ch^era  sta  per  tùt  Milàn, 
Vendènd  iiga ,  zùcchèt  e  peverón , 
Tornava  a  cà  sul  bass  insci  planpiàn  , 
Dondànd  cont  ón'  andana  de  lizón  ; 
Qoand  ò  vist,  che  óna  tropa  de  vilàn 
De  Bosìn  orb  sentiva  óna  canzón  ; 
E  anca  mi  cùriós  mette  glò  i  scorb , 
Per  senti  la  canzón  de  Bosin  orb. 

Fioi^  Bosin  diseva,  ci  mond  Tè  insci, 
De  tempèst  e  gabèl  n'cn  manca  mal; 
Di  cruzi  el  ne  crèss  vùn  in  ogni  dì , 
E  1  remedi  mijór  rè  a  no  ciapài  ; 
Me  rìd  de  certa  gent  com'  vii!  dì  mi , 
Che  van  col  lanternin  cercànd  travàj. 
Me  pias  la  devozlón  de  pret  Fagòt , 
De  no  ciapàss  fastidi  de  nagòt. 

Oh,  me  fa  piir  stizzi  cert  scrolacó  , 
Che  sèmpcr  ai  sciguèt  vorcn  dà  meta; 
Che  sèmper,  o  s' el  piòv ,  o  s' el  dà  'I  so  . 
San  doma  rincùràss  e  là  el  profetai 
Mi  me  par  <io  sta  mèi  quant  mane  en  so  ; 
Vegna  nev,  a^Q^,  vent,  mi  fo  goghctu, 
E  pens,  per  pasentà  tù£  sti  rumor, 
Che  sora  de  sti  nivoi  gh'  è  M  Signor. 


114  PARTK  PRIVA. 

Me  diri  fors  che,  quand  vòj  Tè  'I  soró, 
El  ne  patiss  in  ek  fina  el  cagnd  ; 
E  mi  respondaró,  che  bìì  cùnté 
Lasse  al  reiò,  che  sti  cine  sold  in  so; 
Vù  tire  driz  el  sole,  no  guardè  indré, 
E  se  vorì  guarda 9  guardè  i  vost  bd. 
In  coss  del  cap  de  ca;  basta  al  famèj; 
Che  quand  el  1^  ubediss ,  noi  pò  fa  mej. 

Tosón ,  senza  intrigàss  in  sti  boltrìg , 
Vivarèm  tue  finché  la  mort  ne  branca; 
El  despensér  magiór  l'è  nost  amìg; 
Chi  In  lù  confida  à  la  panerà  franca; 
Chi  pass  i  fior,  e  chi  vestiss  i  flg, 
A  la  so  cara  gènt  vorì  eh'  el  manca? 
Mi  per  mi  la  vuj  to  come  la  vèn  ; 
Chi  le  manda  el  ghe  véd,  e  ^1  me  vor  ben. 

Me  plas  cert  cor  ladin  de  tò  e  de  mètt , 
De  zolla  su  óna  spalla  com'  se  vor; 
8'el  mond  ruina,  no  gh'en  dan  on  ètt, 
E  soppéden  1  spin  come  viòr. 
Ma  casciàss  in  tùtt  coss  e  dà  prccètt , 
Me  pèrcn  amblzión  de  crepacor. 
Dìsen ,  che  al  lóff  el  ghe  cade  de  brùtt , 
Per  vorè  mett  la  cova  de  pertutt 

8tè  ben  con  quel  de  sora,  e  fé  '1  fatt  vost; 
Del  rest  lasse  che  pensa  el  cap  de  c&; 
Lasse  che  lù  el  ve  metta  a  less  e  a  rost , 
E,  vaga  Roma  e  toma,  lassèl  fa. 
Fé  quel  che  disi,  e  vedarì ,  se  tost 
Sto  vost  cor  Insci  stréni  se  slargare. 
L^è  M  sparpòset  pu  gross  ch'abia  vedù, 
Catà  rovéd,  e  pian^  che  n^àn  spongiu. 
^    Vedèm,  che  parlò  volt  Tom  se  despera , 
Perchè  al  so  coss  on  remedi  noi  ved; 
Ma  '1  relò  di  reiò  M  gh'ii  la  manera 
De  cava  ben  del  mk,  quand  mane  se  cred. 
Taccàss  a  lù  ben  ben,  quest'è  la  vera; 
E  pò  no  dùbité,  ch'el  ghe  provéd. 
Ben  spess  ne  par  el  méj  quel  eh'  è  peió  ; 
Ma  lù  pò  '1  ved  e'I  vor  quel  eh' è  'I  mio. 

El  eompà  Togn,  che  1  verz  Teva  pientà. 
Fava  orazión,  perché  '1  piovèss  on  bott. 
Vori  olter?  à  plovù;  e  '1  fen  sega. 
In  scambi  de  secca,  ciapé  del  cott; 


DlALETn  LOMBARDI.  ii6 

L'ùga  fioriva,  e  per  i  gran  rosela, 
Andànd  in  cavrio,  rande  In  nagòtt; 
E  Togn,  guardànd  al  elèi,  tornè  a  prega, 
Per  de  lì  Inani,  che  noi  ghe  dass  a  tra. 

No  sém  quel  che  se  vobiem;  e  besogna 
Vere  giùst  quel  che  vdr  quel  ch^è  desora. 
Per  i  coss  de  sto  mond  fa  tant  la  togna , 
El  me  par  on  spessì  per  la  malora; 
De  spèsa  a  cerca  tant,  se  cerca  rogna, 
E  vedèm,  per  sta  mej,  che  se  pegiora. 
Fa  per  el  ciél,  sem  pur  i  gran  marzòr, 
A  cerca  in  tera  el  paradìs  di  oc! 

Chi  fini  la  canzón.  Diss  chi  sentiva: 
Corpa  d'ón  biss,  che  Vk  resón  Bosìn! 
Sgarìven  toi:  E  viva  l'orò,  e  viva! 
Ma  con  tutt  quest  gnanc  vun  ghe  de  ón  quatrìn. 
Mi,  ch'era  strae,  e  a  sta  li  in  pè  pativa, 
Pur,  sbadagiànd,  ghe  stè  perfina  al  fin; 
E  anca  mi  ghe  fé  onór  cont  i  compàgn  , 
Desbattènd  la  stadera  in  di  cavàgn. 

1750.  Sebbene  a  quest'epoca,  dopo  la  spinta  datavi  dal  Maggi, 
^^rìsse  principalmente. la  poesìa  milanese,  ciò  nullameno  èrano 
^^ttavìa  in  vigore  il  dialetto  rustico  milanese  e  quello  della  Valle 
'^trasca, perocché l'Abbada  {Badìa)  dei  facchini  del  Lago  Mag- 
giore continuò  sin  verso  la  fine  del  sècolo  scorso.  Quindi  por- 
giamo in  Saggio  di  tutti  e  tre  questi  dialetti  quattro  componimen- 
^;  due  di  vario  stfle  pel  milanese  propriamente  detto,  ossia  di 
città;  uno  in  dialetto  rùstico  del  Larghi,  ed  il  quarto  d'anònimo 
autore  in  dialetto  Verbanese,  e  propriamente  della  Valle  Intra- 
sca,  scrìtto  nell'anno  1758,  che  produrremo  a  suo  luogo  fra  i 
S^  di  quest'  ùltimo. 

Sonetto  del  curato  Stefano  Simonetta,  intitolato:  Divorzi  zeri- 
WHmiM  tra  la  mula  e  Vabà  Moriggia  croci fer  del  cardinal 
'%mpa,  nrcivékoQ  de  Milàn, 

Tùtt  magona  l'oltr'ér  diss' ci  Moriggia; 
Tùtt' altana ,  la  ghe  rispós  la  mula: 
Cara  mula,  te  lass  :  —  Oh  I  car  Moriggia , 
Gb'  avi  tant  cor  de  bandonà  slu  miila  ?  — 


ii6 


PARTE  PRIMA. 


Mai  pù  rivi  a  monta,  diss  el  Meriggia, 
Bestiòla  piì  bisara  de  sta  miila.  — 
On  òm  insci  legér,  come  ei  Moriggia 
Mai  pù  me  ven  sui  spali;  rispós  la  mula. 

On  gran  penós  sospìr  tre  su  Moriggia  ; 
Una  scorenia  lasse  andà  la  mula. 
Sicché  fàven  pietà  mula  e  Moriggia. 

Lù  slonghè  '1  coli,  vorènd  basa  la  mula; 
Le  volta  el  cu ,  e  a  scalz  vcrs  el  Moriggia , 
Le  mandè  in  santa  pas,  de  vera  mula. 

La  seguente  Bosinada-  di  Cari' Antonio  Tanzi  fu  da  noi  prefei 
agli  altri  componimenti  dello  stesso  autore  ^  non  che  alle  pro4 
zioni  dei  molti  scrittori  dello  stesso  tempo  ^  sopratutto  pei  ni< 
diotismi  e  modi  proverbiali  che  racchiude,  i  quali,  sebben 
sècolo  dopo,  sono  tutt'ora  usati  allo  stesso  modo  e  con  egu; 
significato  dal  pòpolo  milanese. 


Sora  i  proverbi  e  i  fras  milanés  caipà  del  mangia. 


Nova  bosinà 
Su  Targomént  del  carnevà. 
Dove  se  ved  che  i  Buseccón , 
Perché  ghe  pias  i  bon  bocón , 
No  dèrven  boca  per  parla. 
Se  no  ghe  mèséen  el  mangia. 
Bosinà  stampa  in  Milàn^ 
Del  stampadór  Carla  Bolzàn. 

In  sti  sir  de  Danadà, 
Stand  seta  giò  al  fogorà , 
In  cà  del  padrón  de  cà , 
Dove  sont  sòlet  a  andà. 
Stava  li  come  on  sognàn , 
Come  on  lóc  ,  cont  el  co  in  man , 
Gomponènd  insci  a  memoria 
Quàter  vers,  sora  l'istoria 
Del  bizaro  marendin^ 
Ch'èm  godù  sul  baKreschin 
Del  Valmàns  fin  st'àn  passa 
Mi ,  e  di  òlter  Trasforma  ; 
Quàter  vers  de  recita 
Per  incò  sora  el  mangia; 

Quand  me  senti  li  dedré 
Messe  Steven  legname 


A  desGÓrela  e  a  dì  sii , 
Cont  on  bàier  come  lii. 
Per  spiegàss  cert  mod  de  di , 
Che  tCitt  quant  van  a  forni 
In  de  quela  sort  de  coss 
Che  ne  va  giò  per  el  goaa. 
Ve  segùr ,  che  gh^  ò  avu  spass  ; 
Je  drovava  per  spiegàss  ; 
Ha  el  parìva,  a  dagh  a  tra, 
Ch^  ei  parlàss  sora  el  mangia. 
Ghe  fé  pont,  e  allora  allora 
Me  ghe  miss  a  pensàg  sora , 
E  trovè,  ch^el  nost  lenguàÒ 
De  sti  mòd  el  n'^à  a  bresàé. 
Alto  là  :  n'  ò  avu  asse  insci , 
Marendin,  sciavo,  bondi. 
Me  resòls  de  tira  dént 
In  d'on  simel  argomént, 
E  portàv  an  mi  óna  man 
De  paròi  del  nost  Milàn 
Su  sto  nost  gùst  milanés  ; 
E  in  quest  chi  fèven  bon  spes. 
Bosinà  de  intitola: 
CcU^in  8ora  el  mangia. 


DIALETTI  LOMBAHm. 


117 


A  vìin  grass ,  a  on  bel  baciòc 
S^  gbe  dis,  che  l'è  on  bojòc; 
S«  rèon  màgher;  Tè  on  merluz, 
^'psaràc,  sardela,  lui; 
Quel  eh»  è  grand ,  P  i  on  bicciolàn  ; 
^'è  anedòl  quel  che  1*  è  nan  ; 
^  l'è  on  bàcol ,  l'è  on  merlòtt, 
^noc,  salàm,  ben  de  nagòtt; 
^  r  è  vun  eh*  el  sia  poltrón  , 
^'c  on  pan  poss.  Tè  on  polentón, 
Aereiàn ,  menatorón , 
I>èg  la  papa  al  bernardón; 
l'ani  che  tùt  el  nost  parla 
El  consist  in  del  mangia. 

Chi  sta  in  mótria.  Tè  on  brOgnón; 
C^hi  caragna ,  on  macarón  ; 
•uel  eh'  è  bruti ,  on  mascarpón  ; 
'uel  eh'  è  fiac ,  on  lasagnón  ; 
,  giaeh'  el  fomks  in  on, 
«  V è  on  mùseg ,  rè  on  capón; 

s'incontra  on  fa  de  lóc, 
'è on  mostà^  de  flragnòc; 
ch'el  mord,  o  ch'el  sgraflgna, 
■-  éde  eoe  e  rè  de  bigna, 
^  l'è  de  barbìs  de  gàmber, 
■-'èon  vajrón  de  quij  del  Làmber. 
^arié  pur,  se  si  parla: 
^h]  entra  «èmper  el  mangia. 

ÈI  ch^l  sia  on  quej  furbón? 
^'gh'àel  lìtoldegajnón, 
^he  al  diànzen  el  vor  là 
^polt,  e,  se  sorta  dà, 
^1  vor  faghela  mangia. 
^0  lassèvela  fracà , 
^he,  giara  Poca  pltoca, 
^'è  on  scrocón  s'el  fa  ben  d' oca; 
^  gajna  el  sa  perà , 
^^nza  gnanc  (ala  cria  ; 
^  chi  el  ruspa,  de  là  el  guama, 
^  '•  è  on  ben  bocóo  de  cama. 
^  (to  mòd  se  tira  là 
^  «ìepéngel  col  mangia. 

^  parlèm  d' on  desgrazià , 
^  Pmerbi  in  paregià. 
Quand  U  légora  P  è  in  pè , 
^^^ì  canghe  dan  adrè; 


iFini  vun  gh'è  on  òlter  gu^, 
Dai,  dai,  che  l'à  roba  Paj. 
Vòren  fan  tanta  tonioa , 
Vèden  P  ultema  ruina , 
E  mangiai  in  insalata  ; 
E  s' el  pòver  òm  noi  sbrata  , 
Se  presi  noi  mena  i  poi  péti , 
El  va  in  toc ,  el  tran  a  feti. 
Gran  Milàn  per  sassinà 
Doma  a  fùria  de  mangia  ! 

Dà  via  stròc,  l'è  menestrà; 
Mangia  Paj,  Pè  mocolà, 
L'andà  in  grenta  ,  P  Inrabiss; 
Fa  bùsèca,  Pè  el  feriss; 
On  mosUzin,  Pè  on  sgiafón, 
E  P  è  on  pèrseg,  on  copón; 
Strapà  el  zùf,  P  è  caviada , 
L' è  copeta,  óna  spalmada  ; 
Se*ghe  dis  sardèi,  pigno 
A  ceri  bot  per  i  fio  ; 
E  se  i  ti  rem  sui  genoé, 
Carsenzòr  con  dént  el  bòa. 
Tant  che  fina  el  nòster  dà 
El  fornìss  tùt  in  mangia. 

Se  gh'è  vun  ch'el  vaga  coni, 
Se  ghe  dis  sùbet ,  P  è  on  foni  ; 
Se  gh'  è  vun  eh'  el  sia  lecàrd  , 
Ghe  se  dis  :  P  è  on  scumalàrd. 
Él  vun  ch'abia  on  bel  cerìn? 
Ghe  se  dis  :  P  è  on  laé  e  vin  ; 
il  vun  giald  come  i  feria? 
Che  color  de  cervelà  ! 
ÈI  on  pò  lofi  e  smorlòtt  ? 
Oh ,  che  ciera  de  pancòtl  ! 
Él  vijn  brut,  ma  ch'el  sia  bon? 
Ghe  se  dis  :  per  soz  e  bon. 
Tal  che  no  se  sèm  spiega, 
Se  no  drovem  el  mangia. 

Él  rich?  L' e  pién  come  P  òv; 
Chi  à  el  so  intènt ,  el  fa  el  so  ov  ; 
Chi  va  pian,  el  va  sui  òv; 
Quel  che  sbaia ,  el  copa  i  òv  ; 
Dà  el  velén .  P  è  dà  la  papa  ; 
L'è  caroterà  óna  lapa; 
Chi  fa  errór ,  fa  on  macarón , 
El  là  on  per,  el  fa  on  raarón  ; 


H8 


PARTE  PRIMà. 


El  tó  SU  òna  tcnca  ,  V  è 

On  negozi  de  tasè« 

Gh'  è  el  proverbi  :  o  ben ,  o  ben, 

La  maseberpa  paga  el  fen. 

E  per  tut  bogna  tira 

Voltra  roba  de  mangia. 

Chi  k  colzèt  tut  sponcigni , 
V  k  ì  colzèi  tut  caponi; 
Quel  che  gh^  à  '1  vesti  guarnì , 
L' à  el  forma]  in  sul  vestì  ; 
AI  vestì  guarnì  de  piaga , 
Ghc  cor  sora  òna  lijmaga  ; 
E  1  lumàg  in  anca  i  d£; 
Chi  à  i  pagn  lis,  e  che  va  a  boÒ, 
Et  gh^  à  i  pagn  de  gradisela  ; 
Quei  che  porta  el  foni  sott  sela , 
E  r  a  el  sèler  su  la  spala , 
L^  è  on  biro  che  no  le  fala , 
Che  à  '1  capei ,  e  insema  el  gh'  a 
El  cordón  bon  de  mangiL 

A  chi  n^  abia  rott  el  co 
Con  di  ciàcer ,  disem  :  N'  ó 
Avù  óna  supa ,  e  avù  on  stùà  ; 
A  on  flizòn  che  dà  stoeà. 
Se  ghe  dis  ciar  e  destés, 
S' el  se  cred ,  che  ghe  sia  i  sces 
Caregà  de  cervelft. 
Dìsem  a  chi  è  fortuna, 
Ch^  el  formij  ghe  fa  flràgn , 
E  '1  ghe  fioca  in  sui  lasàgn  ; 
Dìsem  che  Vk  sgùrà  '1  pèlter, 
Chi  a  fa  nètt  e  tr&  via  i  sghèlter. 
Dìsem  tutt....  ma  V  è  on  gran  fa , 
Che  tutt  dìsem  col  mangia! 

Bombonìn  e  maraapàn 
In  i  zerbìn  de  Mllàn; 
On  dotór  de  quìj  de  fora 
L' è  on  dotór  mesa  robiora  ; 


L^  è  leva ,  chi  è  sortlSn ,     • 
A  fregu]  de  bescotìn  ; 
L' è  on  gambus  quel  eh'  è  on  baiò* 
Chi  no  èfurbràteU  poc; 
Chi  d*  on  log  r  è  descascift , 
Per  quel  log  lù  l' à  scena  ; 
Chi  e  sùpèrb  come  on  serpe nt , 
r  à  di  nos,  r  k  del  formént 
Sèc  de  vend;  eh'  in  coss  doma 
Che  resguàrden  el  mangia. 

QuanÒ  proverbi  e  mòd  de  dì 
Su  sto  gust,  che  a  dii  »  bondi , 
Finirév  gnanc  domatina. 
Mangia  el  cu  de  la  gaina , 
Oh' è  sii  el  pcver;  che  pacià! 
No  V  ocór  sta  chi  inguilà. 
El  gh'  k  el  cu  che  fa  pom  pom  ; 
L' è  on  bocón  de  pòver  om  ; 
Quel  r  è  vùn  che  r  à  mostra 
Zif  e  zaf  e  cervelà. 
Tut  i  coss  vègncn  a  taj , 
Fina  i  on^  de  perà  l' aj. 
Ghe  n'  è  insci  de  minzonà 
De  sta  roba  de  mangia  ! 

Ma  per  mi  vi^  U^à  sii. 
Che  r  è  tard  :  chi  en  vor  de  pù , 
Mi  sto  in  porta  VerzeUna , 
E  gh'  en  poss  dà  óna  listina  ; 
Ma  per  din  de  quìj  de  pés 
Basta  parla  mllancs  ; 
Vegnaràn  come  i  scìrés. 
Che  adrè  a  viina  gh'  en  vèn  dés. 
Con  sti  quàter  eh'  ò  infilza 
Mi  n'  ó  asse  d' avév  mostra 
Ciaramént,  che  i  Busecón 
In  da  vero  lecardón , 
Se  perfina  in  del  parla 
Ghe  infolciscen  el  mangia. 


Mattinata,  o  canzone  villereccia  di  Pietro  Cesare  Larghi  in  di 
letto  rùstico  milanese. 

Degià  che  sont  chignova  in  su  la  strava , 
E  vò  passànd  ol  temp  senza  dormirò , 
Mi  te  vuj  fa  senti ,  se  vòt  sentirò , 
01  me  amor ,  on  sgrizin  de  serenava. 


DUUTTI  LOIBAIIOI.  Il 9 

aò  ben ,  che  te  saré  li  imei  M)lecU, 
RiUrà  in  eà  a  flrà  la  tea  stopena , 
E  cbe  te  fare  forsl  la  pfMena 
Iiuci  da  po9  al  lèé  in  te  la  strecia; 

0  che  te  ponciarél  ol  to  oolaro , 

E  te  she  taearé  •n  plxin  galento , 

Per  far  ol  to  moroso  tuto  quento 

Andar  in  brodo ,  e  farlo  dcsperaro. 
Cara,  trat  fo  cbignò,  làsset  vedero , 

No  sta  a  pientàm  chilo  come  on  fustono 

Consòleme  on  pò  ol  fidego,  ol  polmono, 

No  me  lassar  chilo  come  on  galbero. 
Fam  vede,  cara  ti,  qnij  bei  oggiti , 

Che  m'inamóren  tent,  che  noi  so  diro. 

Che  me  fen  sta  Un£not  senza  dormirò, 

E  pò  me  léven  anca  V  apetlti. 

1  tò  oggiti  me  pèren  dò  bel  steli. 

Che  In  p&  lusuriènt  de  la  lusnava, 

E  qniJ  tò  ganassit  ch^  in  de  ioncava 

In  insci  sìremlghòntl  e  tanto  beli! 
Fam  Yedè ,  cara  ti ,  quij  tò  bochini 

Tanto  strecit,  che  pèren  M  col  fuso. 

Che  fan  ol  pòver  Togn  deslenguà  In  giuso, 

E  van  disènd  a  tu£:  Fan  di  basini. 
Senti ,  cbe  tue  I  pois  fan  tic  e  toco, 

Quand  che  vo  sbarlogiènd  la  toa  peltrera , 

E  me  senti  andà  giò  tute  troverà, 

E  pò  resti  li  mut  oomè  on  lifroco. 
Quand  sarai  mp  quel  di  tant  fortunati , 

Che  te  consolare  ol  me  log  ardente , 

Che  tiro  e  mi  se  tirarèm  arente , 

Con  tu£  I  man  dol  nòster  sdur  cQrati  ? 
E  petaremo  li  di  bei  fandti , 

Se  te  me  aeteré  per  tò  consorte , 

Cbe  te  giSrl  d'ess  tò  fina  a  la  morto, 

E  te  sbavaiarèm  e  tiro  e  miti. 
Sonènd  ol  eallssòn,  men  vii]  partirò, 

E  vu]  lassàt  chilo  la  bona  sotto  ; 

8ò  ben,  che  anc  ti  te  fare  Insci  de  botto  ; 

E  la  sbavazarèm  e  tiro  e  miro. 

^^80.  Come  Saggi  della  lingua  e  della  letteratura  deir ùltimo 
'^^Wo  dello  scorso  sècolo ^  abbiamo  scelto  due  componimenti^ 
^  <  F.  Girolamo  Cono,  l'altro  dell'  abate  Giuseppe  Parini; 


ISO  PARTE  PRIMA. 

dall'  argomento  e  dallo  spirito  dei  quali  chiaramente  si  vede 
i  poeti  di  quel  tempo  apparecchiassero  gli  ànimi  alla  riforn 
turata  più  tardi  e  compiuta  per  òpera  del  Porta. 

Istor iella  d'on  Fra  cercòt.  Sestine  di  F.  Girolamo  Coi 

Ve  vorév  cùntà  sii  óna  bela  istòria 
Sucessa  poc  di  fa  tra  Inciàss  e  Com , 
D'on  fra  cercòt^  fintànt  che  Pò  in  memòria. 
Quest  Fera  on  Francescàn,  ma  no  so  el  nom, 
Ne  so  el  convènt  qua^  el  fùss;  ma  fa  nagota^ 
La  cunti  su  la  fed  del  dotòr  Crota. 

De  scià  e  de  là  ogni  bott,  col  bisachìn, 
A  pè  scali ,  tira  sii  con  la  zentiira 
El  vesti  a  meza  gamba,  e  con  Pasnin 
Caregà  de  sportin  (a  la  figura 
El  pareva  on  remita  de  desèrt; 
Màgher  giiist  come  on  gatt  mangia-lùsèrt  ). 

Deo  gratias,  el  bateva  a  tue  i  Qss , 
Cercànd  llmosna  per  el  so  convènt , 
Coi  majstadit ,  medaj ,  rellqui  e  agnus , 
Coròn  de  legn  che  var  poc  o  nìent 
De  tii£  i  part  ghe  dàven  roba  a  sbac , 
E  lù  intànt  r  impieniva  I  so  bfsàc. 

Sto  fra  bona  Umòsna,  sto  fra  scroc 
El  passava  de  spèss  de  Com  a  Inciàss , 
In  sili  Sgiiizer,  e  insci  come  on  balòc 
El  tornava  de  scià  bel  bel ,  pass  pass , 
Con  r  àsen  càreg  de  tabàc  sfrosà , 
Fingènd  de  porta  via  la  carità. 

Con  sto  pretèst,  con  sto  salvacondótt, 
Glaché  r  èva  Impara  la  bela  scora , 
El  passa  frane  in  mecz  al  borlandòtt  ; 
Ogni  tre  bott  1  dò  el  va  dént  e  fora 
Col  bisàc ,  e  una  Inànz  e  V  oltra  Indré , 
El  portava  dii  corp  in  d^  on  carte. 

Prestine  el  sòlet ,  sto  fra  gattamorta , 
Battènd  el  so  sente  voltra  i  confin , 
On  di  el  toma  de  scià  con  la  soa  scorta 
De  pan,  de  lard,  salàm,  luganeghìn , 
D*ogni  grazia  de  Dio;  ma  in  fond  del  sac 
aitol  gh'ò  dént  des  Ura  de  tabàc. 


MàLRTI   LOMBARDI.  ISI 

Giùradlmi!  stu  volta  Pan  tolt  via, 
Come  dlrèssem  nun ,  per  trabitonda 
Qui]  batidór  monàt.  Ona  qiicj  spia 
El  r  à  catà  sul  ov;  ghe  fan  la  ronda, 
E  mo  ghe  tègnen  qa࣠ de  noè,  de  dì 
La  ghiringola,  per  podèi  grani. 

I  batidór  sMmpòeten  al  traghètt, 
Curànd  on  quej  bel  tri,  per  fàg  i  sfoj; 
Per  dia,  no  ièm  ehi  tèm,  t*ei  mareadètt 
Per  sto  ^to  noi  tirem  déni  a  moj; 

Sem  flòj  de  p ,  10  a  ito  fra  igtaca 

No  ghe  ifalUem  iuUa  la  Mioea! 

Ma  el  fra,  ch^el  gh'eva  òna  fedascia  al  Sant, 
Che  doma  a  porta  Indòs  la  soa  mijstà 
Le  preservàss  di  fulmen  e  tu£  quant 
I  pericol  del  corp,  de  tu£  I  ma. 
De  làder ,  de  monèj ,  de  boriandoti , 
Come  dis  la  patàfia  che  gh'  è  sott , 

Ch'iblei  miss  san  Franièse  Pinspinurfón, 
0  siel  mo  sta  averti  d^on  quèj  so  amia , 
Basta  9  el  s'acòrt  ch'on  maladètt  spiòn 
Gh'à  fa  el  fiòc;  obligato  de  l'avis! 
Per  no  dà  déni  In  qui]  de  la  tracola. 
De  boti  e  slanz  el  toma  indré  M  firà  tola. 

Apena  li  dii  pass  gh^eva  óna  cà 
D'on  fitàvoL  Deo  graiku  l  picea  Tuss 
El  bon  fra  ;  la  reiora:  ehi  ^m  là?  — 
Soni  on  fra  eereadór,  Jena,  Jeeus! 
Mi  credi  d'eli  riva  propri  in  bon* ora; 
ForéQ  devuon  piaeè^  cara  rHora, 

A  parla?  nèti  e  sèelt,  ioni  sia  in'  dogana 
ad  indri  dPIndàu  a  vitità  de  frèse 
On  mala  con  la  févera  quariatuk. 
Per  guarii  eoi  eordàn  de  san  Fnmxhe; 
E  ò  ai9u  in  Uimosna  dei  benefatór 
Cine  seariòz  de  iabàe  propri  de  sciar, 

dàpem  tuiebss,  l?è  vera,  e  no  fa  dagn; 
Ma  nùn  sàm  sòlet  de  tira  sea/àra. 
Perchè  sèm  pòver  fra;  né  mi  in  Urne  agn 
Che  f)  el  meste,  m*è  mai  ptasù  sta  scora 
De  fa  sfros  de  talfàe;  Dio  guarda!  ai  térmen 
Pose  atulà  a  risé^  che  i  borlandòt  me  fèrmen. 


ì%%  PARTI  nniA. 

rer  Uberàm,  reiora,  de  mìo  ècqj 
Podarèisem  ira  nOn  fa  an  qwj  bailròzz; 
Vii  me  dari  àna  forma  de  forma  j. 
Mi  el  tabèe;  e  per  gionta  i  iitèa  icariòzz 
ìmbotimii  de  erùiea  a  vun  per  un 
Per  pasHira  al  me  àien,  dCè  degiùn. 

Gh^c  propri  andà  el  forma]  sui  macarón. 
La  reiora,  essènd  gràveda  de  pàrtcr, 
LQ  el  ghe  dls:  Iwfodih  con  devoziàn 
Al  me  iont  proietor,  vérgen  e  màrter. 
Le  la  ghe  cred  iùtcòss,  e  1  fra  cornu 
L'à  scrocà  via  tutt  quél  che  rà  volsu. 

Pax  huic  damutU  E  Insci ,  llrÒD  liràn  , 
Fr&  (ola  el  trota  via  col  9Ò  ronxìn , 
Cont  el  co  basa ,  con  la  corona  In  man. 
Ecco ,  che  quand  el  riva  li  al  oonfin 
(Ecco  perchè  ghe  disen  borlandòtt , 
Perchè  bòrlen  adòss  al  fra  oercòtt). 

Pàder,  o  pàder,  gh*àl  ^U€jeò$$  de  dazit  - 
Jaiu,  ioneta  Maria!  no»  la  mia  geni; 
Mi  no  gh*  ò  d^òlier,  éke  qìiel  poc  prof  ozi 
De  carità.  -  Ma  chi  eotea  gh*  ài  denti  - 
Pan,  9in,  bUlér,  formai,  lord  e  salàm; 
Ma,  e  piòlier  geni  gk'a/fi  nagòt  de  dàmt 

-  Tèi  mo  chi!  en  9orem  nun;  ghe  n*à  àna  pretat 
La  el  cava  el  scatolin  del  8Ò  capùi, 

E  '1  ghe  sport  on  tabàc  de  poca  spesa, 
On  tabàc  eh'  el  parìva  on  resegui. 
No  gh'àl  àlier  de  dòn,  che  sia  gingiaca? 
Gh*en  «orò  de  mia  ehi  in  sta  bitaea. 

-  Quett  Fé  qìiel  dune  dà  *l  pàder  prióra 
Ovest  propri  elfo  fami  in  la  nostra  ortaia, 
E  Talza  1  òò  al  santo  protetór. 

-  Donc  ch*el  lassa  vedi ,  dfs  sta  canina.  - 
E  al  nost  àbet  vorisseQ  fàg  sto  tori 
De  log  el  priHlii  del  passaporti 

-  S^el  fuss  anc  san  Franzèsc  vegnii  del  del, 
Nùn  no  guàrdem  in  faccia  a  chisesia; 

Nùn  fem  el  nostr^offizi,  e  Hi  mo  chi  èl? 
Donc  eh*  el  vegna  con  nun  tu  compagnia. 
'  Mi  in  compagnia  T  Mi  n'ò  che  fu  nagòtt 
Con  sbir^  con  batidór,  con  borlandòtt. 


DULim  LOMBARDI.  ÌW 

El  fra  M  tegneva  dur;  ma  tnpunemànc 
El  s' lasMva  mena  come  on  Ecce  hàm. 
In  meB  n  qnij  Gladi  che  ghe  sta  al  liane. 
Ma  in  dèe  ISgmewimèTtì  ghe  dis.  -  jì  Cam.  - 
O  san  Pyanxiie^  oh  reUgiói,  o»  pàder 
Del  voti  órden  trald  pei  che  né  cn  lèder! 

-  Io,  Ha,  el  mènem  in  dazi  ai  rixeiàr. 
E  Intani  ch^el  fri  el  dlseva  la  corona , 
QuìJ  birbón  bestemàven  Ira  de  lor  : 
Biasiopàier,  fra  itampa  botgirona, 
Frd  6...«  /!...,  e  '1  tegnéven  ben  de  pista; 
Ma  quel  fra  l'era  minga  on  fra  Batista! 

Te  ghe  iè  dd  in  ia  stria;  mo  te  stè  frè$c 
In  di  paHj;  no  gh'è  $ant  che  tejùta; 
Hacomàndet  mo  pOr  a  ean  Franzètc» 
AéUs  che  tela  védet  tropo  bruta; 
Ma  quij  tùganeghit,  quij  iolamòtt 
l^egnaràn  propri  in  boca  ai  bortandòtl. 

Riven  al  dazi,  e  i  òlter  manigóldi 
Cufn  fiutiàut,  come  diseva  quel , 
Et  eum  Umtomii,  el  stréngen  cold  cold; 
Tùó  ghe  córren  Incontra  per  vedèl. 
La  faràven  trop  magra  coi  salari , 
Se  no  ghe  fuss  on  qu^  strasordenari. 

Sdor  pàder,  Pè  vegnù  ane  per  là 'l  so  sàbet! 
Chi  el  fa  mostra  de  ian  vegni  on  deliqui. 
Gherùghen  In  di  pCires  sott  a  Pàbet, 
E  In  del  bortin  perlina  di  relìqul  ; 
E  ghe  descuàten  fora  de  la  mànega 
Quindes  o  sèdes  braia  de  Ingànega. 

Rfighen  per  tiitl  I  boó,  tóchen,  e  nàsen , 
E  rospen  su  coi  agrif  eomè  can  brac  ; 
Fan  alla  su  perfin  la  cova  a  l' àsen. 
Per  vedi  se  ghe  fusa  scondn  el  tabic  ; 
Ghe  ùsmen  de  dént  In  del  diaforetic. 
Che  pùttosto  el  saveva  d^  assafitic. 

An  tanlosgnà  llntànt  che  I  cine  pachiti 
Sòlten  voltra;  adiss  si  che  la  ghe  cipa; 
Ma  el  frà,4>er  dà  el  color  mej  ai  polpètt, 
El  se  la  vegni  el  squìt ,  ohi  che  deslipa  l 
El  tra  on  sospir,  el  se  bota  in  genòé 
Coi  man  in  eros,  e  V  alia  al  ciél  i  òò. 


1S4  PARTE  PRIMA. 

O  $an  Franzètc,  eh*  tm  dà  vita  ai  tuorli 
Proletòr  de  la  f>osfra  reUgión, 
De  fra  neghete  tcur»  bi$  e  de  toni  sort. 
Del  capSi,  e  de  quij  coni  el  cordoli^ 
De  minor  ouervànt,  del  eaoigió. 
Fé  anmò  on  miràcol  ioti  al  di  d*inco. 

Per  t  me  mèrel  nò,  che  ioni  fra  indègn. 
Ma  in  onór  di  voit  fio,  'n  gloria  de  Dia, 
Benedi  quij  pachit,  fèg  sora  el  sègn 
D*  la  ianta  croi,  e  fé,  che  dénl  ghe  eia. 
In  icambi  de  fabàc,  crùica  e  cruichèl. 
Per  dàg  el  beverón  al  me  oiinèl. 

Ghe  tojen  fora  el  prlni;  doma  a  la  nasta 
Gapissen  ben  che  mercanzia  gh'è  dénl; 
Quest  r  è  ^1  tabàc  che  cèrchen,  e  tant  basta. 
Sgavàien,  fan  bandòria,  in  luti  contènta 
Deslàzen,  dèrven  (ora...  Ohi  che  miracoli 
Gh'è  dént  crusca,  e  lor  rèsten  come  bàcol. 

An  fa  tanto  smargiàss,  e  pò  bot-li: 
Muf  9  camuf ,  sbalordi  come  gogò , 
Se  guàrden  tra  de  lor,  no  san  che  di  ; 
Pur  se  ostinen ,  e  sèguiten  anmò 
A  descartà  quij  òlter;  ma  tant' è... 
Fé  che  ghe  iia  deni  crtwea»  e  criìsca  r  è. 

Cospetto  !  a  dila  mo  chi  in  tra  de  nùo , 
L^è  on  bel  miràcol  cert!  Ma,  cltto,  asquàs 
En  resèntem  nu  el  dagn  a  vun  per  ud; 
Perchè,  quel  che  me  sa  de  gran  despiàs, 
El  tabàc  che  se  compra ,  a  dila  séèta , 
El  par  tutt  de  sta  crusca  malarbèta. 

San  Franzésc,  se  v^  avòss  de  dà  on  consèi , 
Per  podèla  fa  in  barba  a  quU  spión, 
E  dazié  e  boriandoti,  el  saràv  mèj 
BenediJ  lor  Istèss  col  vost  bastòn , 
Regalàndeg  on  rèzipe  sui  spali 
De  moneda  de  lègn,  propri  sul  sciali. 

1800.  Sonetto  di  Giuseppe  Panili  intitolato:  Elmagóndiù 
de  Milàn  per  i  baranàd  de  Franza. 

Madàm,  ghiàia  quej  nova  de  Liòn? 
^ren  anc  adèss  i  pret  e  i  fra 
Jrbonl  de  Frames,  ch'àn  Irà 
'^.  e  tiitcòss  a  montón? 


«.V 


DIALnn  LOMBARDI.  125 

Cossa  n'  è  de  colù  de  quel  Petiòn , 
Ch'el  pretènd  con  sta  bela  libertà 
De  mètt  insèma  de  nùn  nobiltà, 
E  de  nun  dam ,  tùt  quant  i  mascalzón  ? 

A  propòsit,  che  la  lassa  vede 
Quel  capei  là ,  che  gh'  à  d' iotorna  on  vèl  ; 
Èl  sta  inventa  dopo  eh'  àn  mazà  el  re  V 

Èl  el  prim  eh'  è  riva  ?  0  bel,  o  bel  ! 
Oh!  I  gran  Franzés  !  Besogna  dil ,  no  gli'  è 
Pòpol ,  che  sapla  fa  mej  i  coss  de  quel  ! 

'n  saggio  della  letteratura  milanese  degli  ùltimi  tempi  ^  ab- 

^i^mo  tratto  a  caso  dalla  preziosa  raccolta  delle  poesìe  di  Carlo 

^oria  tre  brevi  componimenti^  di  vario  stile  e  vario  metro;  li 

*' 'ubiamo  presi  a  caso^  mentre  ciascimo  ha  tali  e  tante  bellezze 

^^ginali  sue  proprie  da  rènderne  malagévole  la  scelta. 

El  TemporàL 

^^'olina  ,  varda ,  varda ,  i     Pitùrà  sot  al  bochèi 

^me  sguizza  la  saetta  !  1     Del  mezin,  sàlven  la  vita. 


^  he  tronada  malarbetta  1 
^nt  el  turben  che  Ingajarda  ! 
^  quel  ciài  de  don  Galdìn 
Noi  desDiètt  con  quìj  campàn, 
El  fornis  cont  el  tiràn 
On  quej  fulmen  sul  copio. 
Carolina ,  Carolina , 

Minga  in  gesa ,  per  amor  ! 
Va  a  tò  i  ciàv,  prest, presi,  cor,  cor; 
Giò  giò,  andèm  tùt  dù  in  cantina. 
Giò  giò ,  andèm ,  no  te  dubita , 
Che  quij  bei  zìfer  morèl , 


Che  sèiaró  !  Santa  Maria  ! 

Frane  V  è  on  fulmen  eh**  è  sòlopà. 

Che  ?  Perché  mi  ò  bestemà  ? 

Hi  ?  Set  matta  !  Va  on  pò  via. 
Varda  i  fiàm  ,  vàrdej  lassù  ; 

L^  è  sÒlopà  In  del  campanin. 

E  mo  quel  bevèvel  vin? 

Bestemàvel  anca  lii? 
Giò  giò,  andèm,  senza  tant  ciàcol. 

Che  quij  bei  xifer  morèl , 

Pitùrà  sot  al  bochèi 

Del  mezin ,  faràn  miracol. 


Sonetto. 

Remirava  con  tiita  devoziòn 
Viina  de  sti  matìn  in  V  ospedà 
El  ritràtt  de  Monteggia ,  e  V  iserlzión 
Che  dis  con  poc  paròl  tanè  verità. 

Quand  on  tric  e  trictrac  sott  al  porlón 
El  me  presenta  on  àsen  mezz  spela , 
Cìì*  el  fava  on  vòlt  reàl  cont  el  firón , 
Per  rampi  sora  in  cort  on  amala. 


1S6  PARTE  PMIIA. 

A  Sto  poni  tut  Tamór  per  la  virtù  , 
eh'  e!  me  ispirava  quel  dotór  de  sass , 
L' è  anda  in  fond  di  calcàgn  lù  de  per  lù. 

E  ò  visi  infin  che  i  sdori  no  gh'àn  tori, 
Quand  se  disen  ira  lor  per  conlortàss , 
Ckt  var  pù  OH  à$en  viv,  che  im  dolor  mori. 

A  cert  foreste  che  vtven  in  Milàn,  e  che  se  dilèten  di 
roba  de  ctòd, 

Odb. 

Merda  ai  vost  arièz , 
Marcanagi  pajàl  de  foreste! 
Ande  fora  di  pé  ; 
Tome  pù  per  on  pèz  ; 
Fènela  sta  regina  di  flnèz. 

I  avèstem  nanca  visi 
Col  fagotèl  soli  sella  a  entra  in  Blilàn , 
Blót ,  descalz,  a  pesciàn , 
Hàgher ,  umel  e  frisi , 
Sii  gran  bondànz,  sii  malarbetti  crisi! 

In  sia  chi,  s*  in  f&  su 
Leni  e  peiard  col  nòsier  cervela , 
Che  a  bon*  ora  el  gh'  à  f& 
Slongà  el  col  come  i  gru, 
E  adèss,  porconi,  el  ghe  fa  ingossa  anc  lu  ! 

Nun ,  pòver  biisecón , 
Se  sèm  sirenglù  in  di  cosi,  per  fag  el  log 
De  scoldàss  al  nosi  fog; 
E  lor  coni  el  carbón 
Se  spàssen  via  a  iéngen  el  miisón. 

Merda,  ve  iornl  a  dì, 
Marcanagi  pi^àl  de  foreste  1 
Ande  fora  di  pé  ; 
E  inànz  de  iornà  chi , 
Specè  de  prima  che  vei  diga 

E  chi  in  sii  foreste , 
Che  se  la  scòlden  iani  contra 
In  Chinés ,  in  Persiàn  ? 
Sur  no:  in  iùi  geni  chi  adré  ;  U 
In  d'Italia  anca  lor...  Feht  lalHbél 


DIALETTI   LOMBARDI.  4S7 

Oh  1  Italia  desgraziada! 
Gassa  serv  andà  a  tota  cont  i  mori , 
In  temp  che  lui  el  tort 
De  vèss  insci  strasciada , 
V  è  tùt  de  ti ,  nemisa  toa  giùrada? 

Sur  si  :  se  te  set  senza 
Lej^  e  lenguàg,  se  tùt  in  foreste 
I  tò  ùsànz ,  i  meste  ; 
Se ,  a  dìla  in  confidenza , 
Te  tègnen  I  dandin ,  V  è  providenza. 

E  fin  eh'  el  natiiràl 
Noi  te  giusta  on  deluvi,  o  òn  terremòt, 
L'css  inscio  rè  nagòt; 
Mej  i  Tiirc  coi  so  pai , 
Che  r invidia  e  i  descordl  nazionali 

Ma  stèm  a  la  resón  : 
Èl  sto  porc  d'ón  paés  che  ve  despiàs? 
LassèI  in  santa  pas  t 
Andèm ,  spazzetta^  ailòn  ! 
V'èm  forsi  llgà  chi  per  i  minción  ? 

Alto  donca,  tabàc! 
Ande  fora  di  ball ,  sanguadedì  ! 
Già  che  podèm  guarì 
La  plaga  del  destàc 
Forsi  mèi  col  bùtér,  che  coi  triàc. 

Tlelnese. 

1B80.  Dialetto  della  Pialle  di  Elenio,  —  Onde  pòrgere  più 
liara  idea  di  questo  dialetto,  abbiamo  estratto  dai  Babisch  di 
io.  Paolo  Lomazzo  un  brano  della  sua  Dissertazione  in  prosa 
ili' orìgine  e  fondamento  della  Valle  di  Blenio,  ed  un  Sonetto 
i  qualche  pregio,  nel  quale  il  poeta  (facchino)  si  duole  colla 
la  amata  per  non  essere  corrisposto. 

OaiéZN  E  rUNDAMÉRT  DBA  VaL  D'  BRBGN. 

\orènd  Gliov  (  parl^Jfd  secónd  ra  antiga  gintilità  )  eh'  tiió  i  cus^sotpùst 
là,  insci ,  come  o  ^itign  comenzàd  in  liì  con  or  mez  dra  sua  idèglia, 
yéaten  con  dèbet  mud  ^  proscéd  inànz ,  or  fé  una  introdiisiglión,  eh'  tiiÒ 
enrp  da  bass  fiìssen  ilBSciiid  da  cogl  de  sora,  dand  perselo  a  quist  or 
lad  dei'  inclina ,  e  a  quigl  or  mud  dor  fa  ;  e  per  quost  avènd  ordenàd 

i2 


iW  PARTE  PRIMA. 

nuv  sfcr,  come  curp  scelèster  supergliór  agi  terèster  g  inlerlgliór ,  or 
gh'  è  pars  de  dag  cogl  virtù  eh'  o  gh'  bisognava,  che  (Insci,  com^anch  scià 
diss'  or  vèg  Orfegl  ),  gr  ign  cosi  dò  par  ognun:  ra  primaé  mùtu  nel  gnuss, 
e  r'oltra  in  dor  vivifica  e  rescie  or  su  curp,  e  a  sto  mud  or  vuss,  che 
Baccogn  infrascad  su  flgliu  fùss  ra  prima  virtù ,  Idest  or  gnuss ,  e  r^  oltra 
ra  li  lisa ,  o  ra  Bettùra ,  eh'  o  s'  vuglia  di,  ec.  ec. 


A  RA  Coma  Bettuka. 

Duh!  s'  tu  saviss,  Bcttiira,  or  I>en  eh'  o  V  \ugì , 

Te  fariss  moresign  quol  cur  duràs  ! 

Quand  vùt  che  d' cumpagniglia  fàgom  pas , 

E  che  magi  pù  tra  nugn  sìglia  garbùgl  ? 
S'  0  r  puss  un  but  in  d' un  cantón  accugi , 

0  t'  vùgl  sta  aprèss  pù  surigi,  ch'ar  bombàs; 

E  no  t' vara  pii  a  di  :  te  ne  me  piàs , 

Ne  lusìngh,  né  men^,  n'òlter  strafugl. 
Co  digliàver  fartst  aun  eh'  o  V  battéss, 

Se  a  mi ,  eh'  0  t'  vugl  tant  begn,  te  n'en  vii  bricca  ^ 

E  sogn  pur  begn  vestid,  gagliàrd  e  sagn  ! 
D'om  da  begn,  t'è  mo  turt  a  fam  tra  véss. 

Deh!  àbem  piglietà!  Vut,  che  m'appieca, 

Bettiira  dolza  pii  eh'  ar  marzapàgn? 

Ah  !  curp  com  dig  d' fin  cagn  1 

S' o  t'  squit  adùss,  o  V  faS  fa  crìgUatur, 

Ch'  in  mexz'  ora  faràn  trenta  portar  ! 


I67B.  Avendo  noi  trovato  fra  i  manoscritti  inè<fiti  dell' Ambro- 
siana una  lunga,  comecché  stucchévole,  Canzone  scritta  quasi 
due  sècoli  fa,  nel  dialetto  della  Val  Sesia,  ne  produciamo  in 
Saggio  un  brano,  per  la  lingua  dì  quel  tempo,  giacché  la  roz- 
zezza di  quel  componimento  non  ci  allettò  a  produrlo  per  inte- 
ro. Avvertiremo  solo,  che  gli  Alagnesi,  introdotti  come  interlo- 
cutori nella  Canzone,  sono  gli  abitanti  del  C^une  di  Alagna , 
villaggio  posto  nella  parte  più  elevata  deWVal  Sesia,  a'  piedi 
del  Monte  Rosa.  Sono  essi  d'orìgine  tedesca  ^^  e  parlano  tutt'ora 

nn  corrotto  dialetto  germànico.  )  f 

*  i 


V 


MAlXrn  UMBARDI. 


iU 


Canzoìie  in  Imgua  materna  F'alsesiana  composta  da  Pròipero 
Torello  da  BorgomaynerOj  sopra  d*un*  incursione  fatta  in  Va- 
rollo  Sesia  da'  Montanari j  a*  ib  Agosto  1 678j  prima  del 
mezzogiorno. 


Cile  dìàu  9  che  càud  fa  mai? 
N'  in  la  gent  bela  inspirtàl  ; 
L' è  già  qui  doi  mèis  o  tri , 
Ch'  soma  bela  perbogU. 

Tant  più  ch^  ora  in  Campartògn , 
E  in  ila  Val ,  gh'  è  iio  gran  bisògn 
Onsì  d' gran ,  come  d'  denèi  ; 
Perché  cugl  Scribi  e  Farisèi 
Ch'  i  reggio  al  Cmun  d^  Varali 
V  è  un  gran  temp  eh*  i  nUratto  mal. 
Aoz  r  è  pef ,  a  col  ch^  Intcnd  ^ 
Ch^  i  van  traltànd  d*  oléinl  vend 
U  Val  Granda  e  la  Val  PitU , 
£  impignèni  fin  la  vitta^ 
Noi ,  e  tui  i  nost  mattai. 
Jlò,.  Signor,  che  sarà  mai? 

*è    vendeta  voi.  Signor, 
€2h^  1  sèi  staj  nost  Redentór , 
^uand  noi  ino  pomma  mi  netta, 
^rsù,  i  vògi  bùttèmi  giìì  un  pò  sotta 
A  r  ombra  de  cost  bel  fò , 
E  i  vogl  buttèmi  giù  chilo , 
Bela  long ,  bela  destéla, 
E  i  vogl  lasse  cor  giornài  e  mcis, 
E  poi,  chi  sa,  che  cól  ch'à  faj  al  tùtt 
A  n'  portrà  ben  quaich  ajùt 
Da  qnaich  banda  mai  pensa  ; 
Ma,  per  Dio,  mi  i  srèi  paregià 
Per  desprèmi  e  bùttèm  via  ; 
Ma  a  m' v^n  sempr'  in  fantasia, 
Pr  ajùtèmi«in  t' al  più  bel, 
Ch'a  n  Voglia  accaddi  quàich  bordèL 
che  gent  è  cola  là^ 
OC  i  vegno  giù  da  1^  montagna? 
Fé  de  Christ,  in  geiMla  Lagna; 
Che  DTàu  !  come  in  al^ài  t 
Gagl  i  bà  più  d' cent' aldài  ; 
Ivogl  un  pò  mettmi  ilcotè 
Ciò  eh  'I  parìo  In  t' alasse. 
^  i  n'  pomma  avèi  lÌ|Uotti  ^ 


Da  podèi  mene  al  gran  ; 

E  se  qualcun  a  s^  meCt  t  parlò 

D^esenziòn,  de  primi  legi, 

Al  sarò  megl  ch^al  fèto  di  sacri  legi  ; 

Perchè  cugl  sindichi  e  deputai 

I  ne  petto  cert  sassài , 

Con  querèi  e  con  papégl; 

E  la  masna  i^  è  già  in  pei 

Da  paglie  vint  sod  per  sac  ; 

Mo,  Signor,  mi  i  vogl  anè  matt! 

Quand  più  i  gh^  pens,  son  fora  d'mi. 

Ma  sarà  megl  a  lassèla  onsi, 

Che  al  buon  De  a  gh'  remediarà. 

Uomini  akmati  d'Augna. 

Prènder  venta  arnUosiion, 
Noi  non  étser  tant  cogUón 
Quant  un  eiter  ttfnid, 
Tun  Ferlorum  V  è  tMffà; 
Noi  voler  nostre  Mette, 
Poi  qualem,  che  ne  promette 
Far  andar  nostra  montagna 
Senza  un  $otdo  de  guadagna; 
Alter  restj  èsser  mane  mal 
Dar  a  fog  e  a  song  yaràlt 
Mazzàr  tOj  i  traditór. 
Noi  minga  patir  più  fame  per  lor. 
Sa  sé,  bon  alla  mitinandra 
Fog  e  tangu,  e  poi  in  Fiandra^ 
Mia  guerra  in  compagnia. 
Viva  al  Re,  e  sua  Signoria! 
Mazzàr  tuj  i  tradilòr. 
Noi  non  stentar  più  per  lor. 
Costa  si  la  sa  da  appio; 
Costa  sì  fa  brùsè  al  nappio  ! 
D'onta  anèif,  o  bela  gent, 
Onsi  armai  a  fé  spovcnt? 
Oh!  che  gent  ben  a  la  via , 
Pari  bà  una  compagnia 


J30  PARTE  PRIVA. 


D' begi  soldàl  mandai  da  De 
For  dal  Clél  per  castighè 
Qualcun  eh'  Tabbio  meri  tè. 


Alagnbsi. 


D*  Stepo  Modo  da  irow 
A  Varai  a  defènOer  no$ira  Val 
Da  ladròn,  che  ienza  fai 
Voi  itorbàr  nostra  esmttón^ 
Primi  legi,  faw,  nòsUr  retón 
Concedùi  da  Carlo  QtUnl; 
Noi  èi$er  stàj  opisà  j    Noi  èster  più  de  eent  e  ^nt 

Otta  noi  ^^  ^^1^  Mtnt  \  ee,,  ec.,  ee, 

1758.  Compagnie  d' Fecfùn  dol  Lag  Mejò  in  tol  nà  a  càj 
despò  jèss  8taj  a  fa  *l  Canxeoà  citilo  a  MilAn. 

SONBTT 

€ar  I  nost  sur  petròn ,  i  vosi  fevó 

len  stai  de  tal  mesure ,  eh'  ol  pensé 

De  tut  quant  i  feehin  dol  Lag  Mejó 

A  sfeguràl  noma  r  è  noi'  esse. 
Nun  0  resfèm  a^  sema  sento; 

Vóm  devrì  boche,  e  s' trovem  ben  dMndré; 

0  bogne  eh'  o  fùdèssem  tug  doto , 

Par  dav  ringrezicmént ,  che  pur  o  s' de. 
Baste ,  0  vem  ,  ehe  r  è  vore  ;  a  revighés  ; 

Al  cà  de  din| ,  rivo  lassù  'n  Autragne , 

Narèm  vosànd  d' intorne  a  quel  pajés , 
01  lag»  la  vai ,  ol  pian  e  la  montagne  : 

E  9i9e  i  no$t  petràn,  i  Milaxuii 

Vive  Milàn  rnijò  dia  gran  cùcagne! 

Brere  racconto  in  prosa  facchinesca  tratto  dall'  almanacco  La 
j?a//e  dell'anno  1766. 

Ka  marasoe  ben  face  su  de  cà  o  la  s' è  mariade  coni  on  feehin,  e  despo 
jen  gnu  a  sii  iu  in  lol  Milàn;  e  na  iomade  ol  feehin  1* è  na£  a  cà ,  e  l' à 
trovò  in  tol  so  llal  on  pestlnn ,  eh'  o  bescoreve  con  la  so  Zuenioe  ;  e  lui 
0  gh'  à  soercò  ol  parche  r  ève  gnu  in  tei  so  ital?  E  lui  o  gh'à  dio:  parche 
0  gh^  pleseve  a  besedr  con  la  so  Zuenine.  01  feehin  inore  o  gh'  à  rasposi  : 
Doh!  ol  me  sclór  pestizin,  eh*  o  mette  da  bande  sto  pensé,  e'h'  la  me  Zue- 
nine 0  n'  r  è  note  par  lui  ;  eh'  o  tende  pai  so  da  fa  «  eh'  in  montagne  o 
n'  gh'  è  note  sta  maledette  usanze  dol  Milàn  ;  e  r  à  cascia  fó  dol  Ital  ;  e 
despo  0  gh'  à  die  a  la  Zuenine ,  eh'  o  lagàss  par  l' inane  da  dà  scoli  a  sta 
iènt,  dol  resi  o  l'abiaràv  mannade  in  montagne;  elei  rèblùde  bediente. 

Il  più  antico  poeta  lodigiano  conosciuto  è  il  conte  Francesco 
De  Lemene,  che  fiorì  sulla  fine  del  sècolo  XVII  e  nel  principio 


DlALEm  LOMBARDI.  131 

dei  XVIII,  nel  qual  tempo  diede  in  luce  la  Sposa  Francesca  in 
versi  lodigiani.  Nessun'  altra  prodazione  in  questo  dialetto  fu 
pablicata  prima,  o  dopo  questa  comedia,  sd)bene  lo  stesso  De 
Lemene  lasciasse  altre  poesìe  manoscritte,  fra  le  quali  un'inge- 
gnosa versione  in  ottava  rima  del  secondo  canto  della  Geru- 
salemme liberata;  e  diversi  altri  poeti  dopo  di  lui  dettassero  ele- 
ganti componimenti  d'occasione  cospersi  qua  e  là  d'arguti  sali, 
d'affettuose  imàgini,  di  morali  sentenze  e  di  concetti  originali. 
Esskìdoci  stata  comunicata  dalla  gentilezza  del  professor  Cesare 
Vignati  una  piccola  raccolta  di  questi  poètici  fiori  vernàcoli  tut- 
t'ora  inèditi,  crediamo  far  cosa  grata  ai  nostri  lettori,  publi- 
cando  per  la  prima  volta  quelle  che  ci  parvero  migliori.  A  varii 
componimenti  del  Lemene,  del  Fugazza  e  del  Codazzi,  godiamo 
^  poter  aggiùngerne  alcuni  del  distinto  poeta  vivente  Giuseppe 
Riboni,  la  cui  ritrosa  modestia  cedette  finalmente  alle  nostre 
istanze,  permettendoci  di  publicarli  per  la  prima  volta,  ed  inse- 
rirli fra  questi  Saggi. 

i70O.  Versione  del  secondo  canto  della  Gerusalemme  liberata 
•di  Francesco  De  Lemene,  tratta  da  un  manoscritto  autògrafo. 

Argùmént. 

EI  gran  cas  de  Sofronia  a  vói  «anta. 
Quel  che  za  cantè  '1  Tass  con  sUI  toscàn; 
Ma  mi  con  pòca  spesa  al  vói  muda , 
E  vel  vói  fa  senti  con  stll  nostràn. 
El  Tass  rè  ÓD  BergamàsCy  però  chi  sa, 
Che  na  ghe  bagna  el  nas  òn  Lodesàn? 
Vu  che  senti,  dirì^  se  magiòr  lod 
Quel  da  Bèrgom  avràn,  o  quei  da  Lodi 


Mentre  'I  tiràn  ben  ben  d' annàs  prociira, 
Se  ghe  fa  inànz  Ismèn  òn  di  solètt  ; 
Ismèn,  chMnflna  da  la  sepoltura 
El  dama  i  morti  in  vita ,  e  s' el  se  mett , 
Fin  a  Pluiòn  là  a  bass  al  fa  pagùra  ; 
Noma  col  barbotà  d^òn  so  versètt 
El  ghe  comanda  ai  spiriti ,  eh'  el  pòi 
Ligài  e  desligài ,  conforme  n  vói. 


IS8  PARTE  PRIIIA 

L' era  CrìsUàn ,  e  adèss  P  è  con  Macon  ; 
Ma  na  'I  pòi  Iralasaà  r  antica  ùsania; 
El  fa  i  incanti ,  e  in  tìite  dò  poc  bòn , 
El  fa  dele  dò  le|^  òna  meséianza  ; 
Da  quel  so  log ,  dovrei  sta  a  fa  'I  striòn , 
Da  la  zente  del  mondo  in  lontananza, 
El  Yèn  a  consejà  el  re  Aladén , 
E  se  pòi  dì  :  ré  cAi  H  ntt  de  Carlén. 

Slòr  y  el  ghe  dia ,  pur  trop  avi  sentii , 
Cbe  yèn  marci&nd  quela  crndél  canaja  ; 
Sarà  el  ciél ,  sarà  el  mond  dal  nost  partii , 
Se  però  na  se  màngium  sott  la  paja; 
Vu  da  re ,  da  soldài,  i  fatt ,  I  ditt 
Pii,  che  né  1  podestà  de  Sinigsja; 
E  se  ognCm ,  come  vu ,  se  sa  desverze , 
Gert ,  eh'  el  nemic  nal  porta  via  le  verze. 

An'  mi  son  chi  per  fa  quel  poc  che  so  ; 
Stèm  luti  al  ben  e  al  mal  da  bòn  fradèi  ; 
Mi ,  come  mag  che  son ,  ineantarò  ; 
Mi ,  come  vèi  che  son ,  darò  consèi  ; 
Quei  Angioi  che  dal  del  1  caschén  zò 
I  farò  lavora  come  famèi  ; 
Ma  prima  ve  vói  di  per  quale  vie 
Mi  sia  per  comenzà  le  striane. 

I  gh'  àn  i  Cristian  in  la  so  gesa 
On  alta  in  confessiòn ,  con  sii  '1  retràt 
De  qùela^  che  per  màder  fadè  presa 
Da  quel  che,  1  disen  lòr,  a  n'  à  salvàt  ; 
Gh'  è  sèmper  piza  na  làmpada ,  e  destesa 
Gh'  è  sòra  òna  tendina  de  brocàt  ^ 
E  gh'  è  d'intorno  intorno,  in  vari  modi , 
Scròzzole  ^  gambe  »  braazi  e  mile  invodi. 

Vói  mò,  che  questa  effigie  vu  todi, 
E  che  la  porte  via  de  vosta  man , 
E  In  la  vosta  meschita  a  la  metti  ; 
Mi  farò  pò  r  incanì  y  e  alora  invàn , 
Finché  ben  ben  vu  la  ciUtodirì» 
V  assaltarà  r esòrdi  Cristian; 
E  per  òn  ceri  secret  mi  v'  assicuri , 
Ch'  el  vosi  impero  e  vu  sari  slciiri. 

Insi  U  ghe  dia,  e  lu  con  impazienza 
£1  corr  a  quela  gesa,  el  se  fé  làder, 
El  sforza  I  preitl,  né  '1  dis  con  licenza , 
Ma  'I  porla  via  '1  ritrai  de  la  gran  jnàder. 


I 


DIAUm   LOMUARDI.  15S 

In  la  so  sinagoga ,  ìnvè  nal  senza 
Catà  pecàt  se  prega ,  al  meit  et  quàder. 
Cbe  fé  pò  1  mag  l'ineànt,  e  quel  bruti  scroc 
Cred,  ch^el  gbe  diséss  so:  Berlie,  Berlòci 

Ma  la  mattna  ad  ré,  li  al  campante , 
El  sacrestana  o  1  canpané  ch'el  fusa, 
Na  ^1  trova  pù  IMmigin,  e  tapén 
Invàn  la  cerca,  el  ruga  in  ogni  bus. 
EI  dà  sta  medeslna  al  re  Aladén, 
Che  tùtt  infuriàt  e  titt  confus 
EI  crede  ben,  ma  na  ^1  sa  mò  la  strada. 
Che  sia  stat  qua!  Cristian  che  l' à  zuffada. 

0  fùssen  I  Cristian  cbe  la  robén, 
0  fuss  el  del  cbe  l'opra  senza  ostàcol, 
Ch'  essènd  quel  volt  in  log  che  ne  eonvèn , 
Nel  posse  remlrà  simU  spetàool , 
La  cosa  l'è  anmò  Insi,  né  se  sa  ben. 
Se  Topra  fuss  umana,  o  pur  mlràcol  ; 
L'è  però  ben,  che  1  omnI  a  i  céden  lòr, 
E  fa  d'òn  si  bel  latt  el  eiél  autor. 

El  re  el  fa  fa  na  gran  perquislziòn 
In  tute  quele  gase,  in  ogni  ce; 
A  chi  'I  furi  ghe  descuata  al  ga  fa  òn  dòn, 
E  chi  la  qnata  la  vói  fa  impicca. 
El  fé  corr  d  crivèl  anca  el  strlòn, 
Ma  na  'I  pòsa  mai  savè  la  verità, 
Ch'  el  ciél,  0  siel  stat  In,  o  che  siel  stat , 
A  la  so  barba  a  Fa  sèmper  celàt 

Ma  quand  na  'I  pòi  acovri  la  robarìa. 
Sùposta  dei  Cristian,*  alora  el  re 
El  dà  in  le  stelle,  el  monta  in  frenesia , 
Né  'I  se  pòi  pasentà  né  poc,  né  asse. 
In  tùtl  quanti  i  modi,  in  ogni  via 
El  se  VÓI  vendica,  cada  cbe  de. 
8'el  reo,  'I  dis,  l'è  In  eostòr,  né  so  vedèi, 
Mazzèmei  tuti,  e  manarèm  an'quel. 

Purché  na  se  na  vanta  el  malfatòr. 
Mora  anca  el  gifist;  ma  tn  lòr  qual  giust  se  trova? 
A  Jén  na  man  de  scrodil,  e  a  jén  eostòr 
Tiiti  nosti  nemist,  el  sàm  per  prova; 
Se  in  sto  fati  l^è  inocènt  qualcun  de  lòr, 
Peccadl  vegl,  penitenza  nova; 
Soldadl,  alòn,  savrè  oostòr  in  mesz , 
Ande,  mazaè,  brùsè,  fé  'I  diàol  e  pez  1 


iSk  PARTE  PftlHA. 

Insì  el  di8  ai  so  Turchi,  e  a  fass  intende 
Subel  per  i  €ri8tiiui  la  fama  còrs  ; 
I  rèsieo  tmtUaiaidI,  e  ben  comprende 
Ognun,  ch'el  tU  de  U  so  vita  in  fora. 
Nessfin  ball  el  taccón,  né  se  defende; 
Neaaoii  ae  acfisa,  o  prega  ;  alfén  aooórs 
Ghe  vèn  da  invè  mane  tpèren;  ma  na  brisa 
eli'  el  tarda  anmò»  l^era  el  aooórs  de  Pisa. 

Ghiera  tra  ìàt  na  putta  da  marìt, 
D^òn  gran  coraf  e  d'òna  gran  beltà; 
Ma  la  sprena  el  so  bel,  o  '1  gh'è  gradit. 
Perchè  Pè  d^omamént  a  T onestà; 
L'è  sèmper  da  per  le,  come  ^n  remìt , 
Scósa  per  i  cantòn  de  la  so  cà. 
Che  ne  la  vói  aplàusi,  né  lerbén. 
Me  mai  se  ved  In  porta,  o  sul  lobbién. 

Ma  r  è  impossibil  de  tegni  ben  soosi 
1  splendori  d*òa  volt  insi  perlet; 
Ma  ti,  quei  so  bei  ògl  e  vergognosi. 
Ti  stess  tei  mostri.  Amor,  a  òn  lovenèt; 
Mò  t' è  òn  òrb,  mò  t'è  òa  Arg,  e  i  tò  morosi 
De  fai  vede,  d'orb^  Tè  tò  diièt; 
Adèss  te  fé  de  quel  ohe  na  so  pòi, 
E  te  fé  ved  sta  flòU  da  sto  flòK 

Gh'  àn  nom  Sofronia  e  Olind  costù  e  coste , 
De  fede  e  d^òa  paés  i  van  d^  òn  pass; 
Le  rè  bella,  lù  savi,  e  cose  asse 
Lu  U  voràu,  poc  el  spera  e  sempr^ el  tas  ; 
Né  M  sa  scovrìsa,  o  n^el  s^inscala,  •  le 
Na  se  na  dà,  o  na  M  vede,  o  n^en  fa  cas; 
E  insi,  finché  sto  poverét  rà  amàt 
0  da  per  lu,  o  mal  not,  o  mal  sortàt. 

Ménter  che  cor  Tavis  per  la  citlà, 
Ch'àbben  d'ave  i  Cristian  si  gran  molestia , 
Sofronia  rà  In  pensé  de  liberà 
El  so  pòpol  fedél  da  quela  bestia; 
La  pensa  òa  pò,  U  sta  sul  fa  e  ne  fa, 
Ghe  scombàtt  el  valor  co  la  modestia. 
Vence  el  valor,  ami  i  se  oòrden  prest, 
Perché  l'Istésa  valor  ae  la  modésl. 

Da  par  le  U  tòl  su;  el  so  volt  bel 
Gnè  ne  la  scendo,  gnè  na  fa  pomperà; 
U  basse  i  òi,  U  tire  lò  'I  so  vèl, 
Ma  in  òna  forma  manerosa  e  rara; 


i 


DIAUTTI   UniBARDI.  155 

Ne  la  se  fa  in  peBciòo,  né  8O9.se  quel 

Sia  M  cas,  o  Tari»  ch^el  so  bel  volt  prepara; 

La  lassa  sta  tuli  i  belé  da  pari  ; 

Ma  queir  andà  xó  insi  Tè  na  gran  art! 

Ne  guardànd  a  nessiìn ,  da  ognun  guardada  ^ 
Passa  la  dona,  e  la  va  Inànz  al  re; 
Ne  la  se  ferma  minga  a  mezza  strada , 
Sebèn  la  ved  in  die  gran  fùria  arò; 
Vegniy  Signor,  la  gh'  dis  (  ma  intànt  a  bada 
Tegni  1  vost  pòpol),  vegni  ai  vosti  pè. 
Perché,  se  vù  cerche  quel  gran  ladrón, 
Son  chi  a  cùsàl,  e  a  dàvel  in  presón. 

Al  vede  compari  'nsì  baldanzósa, 
Ma  Insi  modesta,  bela  dona  e  brava 
El  re  fai  mCìluséB ,  come  na  sposa , 
A  n'al  se  fa  pù  brùtt,  e  pù  noi  brava; 
Se  lu  Pera  mane  dur,  le  mane  retròsa, 
Gh'arèu  zugàt,  che  lù  ^1  s^inamorava; 
Ma  dur  con  dur  a  na  se  pòi  la  nién, 
E  gh'  òl  le  moine  per  fàss  voré  ben. 

Che  movéss  el  tiràn,  se  Amor  ne  fu. 
Fu  gùst  curiosità,  fu  amirazión! 
Fermèu  lì,  me  soldadi,  e  ti  di  su, 
0  bela  putta,  el  dis,  la  tò  resón. —        ^ 
Quel  làder  che  disi  n*  al  cerche  pù , 
Alora  la  resp6nd,  che  quel  mi  son  ; 
Questa  è  la  man  ch'à  fatt  el  fùrt,  e  questa 
Ve  pagarà  la  pena  ardita  testa. 

Dei  pòveri  Cristian  i  comùn  guai 
Tùti  séra  de  le  la  tól  inai; 
0  bosia  gloriósa  !  e  quande  mai 
Si  bel  è  '1  ver,  eh'  el  possa  mett  con  ti? 
El  re  vói  mò  savè,  come  rè  stài. 
Né  si  presi,  com'  el  sòl,  el  sMnstizzi; 
El  ghe  domanda  :  Che  V  à  consejada 
A  fa  sto  latrosinl ,  e  Va  Jùtada?  — 

N^ò  vorùt  che  nissùn  sappa  el  fatt  me, 
Che  sia  me  tùtt  Fonór,  ò  stimàt  mèi  ; 
Nessun  m'à  dat  ajùt,  nessun  ne  gh^è. 
La  ghe  respónd,  che  m^abba  dat  consèi. 
Don  noma  ti  te  me  la  pagare; 
Allora  el  re  ghe  dis  con  gran  besèi. 
Oi!  lè  la  ghe  respónd  con  volt  sevér, 
S'ò  mangiàt,  pagare;  n'èl  el  dover? 


i 


fS0  PAUTB  millA. 

Cbi  'I  nas  ghc  torna  ross:  Dìm ,  In  che  log, 
El  dis^  et  seós  el  furt,  bruta  forfanta?  — 
Na  rò  scós,  la  respónd,  rò  trai  sul  fòg, 
E  pensi  d^avè  fai  na  cosa  santa  ; 
Perché  cosi  n^  al  porrà  fàssen  zóg , 
Quel  maladètt  iMirbòn ,  colu  che  Incanta. 
Se  vorì  ^1  reo,  rè  chi;  s''el  volt  devén , 
Al  bugna  che  spettè  1  di  de  san  Ben. 

Sebèn  na  se  p6l  di,  ch^  abbi  robàt , 
Che  per  tutt,  dove  l'è,  se  pél  tó  ^I  so. 
El  re ,  sentènd  tal  cosa,  infSriàt 
Sbatt  i  jiè,  mord  le  man ,  scorliss  el  co. 
On  bel  volt,  ón  cor  cast,  n^  incègn  levàt 
De  retrovà  perdèn  na  I  spéren  nò, 
E  invàn  Amor  oontra  si  gran  flerena 
A  gbe  Al  scod  a  le  de  la  belezza. 

Alora  1  fan  presón  la  poverazsa  ; 
El  tirìin  la  condana  a  Jèss  brusada; 
Tuli  i  pagni  dMntonio  ognun  ghe  strazza  ; 
La  resta  mezza  blota,  e  Tè  ligada; 
A  la  se  mostra  intrèpida  alla  fazza; 
Però  de  drén  a  Pè  ón  tantén  tfirbada  ; 
Ma  8'  el  sòlit  color  al  volt  ghe  manca , 
Na.la  deventa  pàllda,  ma  bianca. 

Se  cunta  el  cas  pertutt ,  e  cfiriós 
Olind  con  V  oltra  tent  Pè  chi  vegnnt 
Che  possa  Jèss  Sofronia  a  Pè  dubiós , 
Ch'el  nom  del  reo  n*  al  s^  è  gtoanmò  savut. 
Quand  el  ved  che  P  è  le ,  pòver  morós  ! 
E  che  la  vóen  brusà ,  per  dèg  i^iit. 
Come  ^n  isplritàt  a  se  ne  va , 
El  córr ,  e  1  dà  sbfitón  de  za  e  de  là. 

El  crida  al  re  :  Ferme ,  na  Pè  stài  le, 
Lassèla  andà,  che  rè  na  matazióla; 
Come  avràn  mal  possut ,  gnanc  coi  pensé , 
Ardi  tant  e  A  tant  na  grama  fióla? 
Come  àia  iatt  el  f&rt,  e  iati  i  pè, 
Trampànd  i  sacristàn  da  par  le  sola? 
Se  rà  fai,  che  la  diga:  a  son  stat  mi. 
Ah  !  ch^  el  vorè  trop  ben  1*  è  quel  eh'  è  lì  ! 

E  pò  '1  seguita  a  di  :  Mi,  col  me  inzègn  . 
De  nott  entrò  per  via  d^ón  fenestròn  ; 
Vóss  fa  le  male  fine,  e  per  tal  segn 
In  certi  brutti  passi  andò  a  gattòn. 


DfAiirn  umAiM.  %St 

MI  der  OBÒr,  al  de  mori  Min  dcgn, 
Coste  na  DO  n  nlAn,  da  qa^  che  soni 
Su ,  donea,  llgbèn  ni ,  deslighè  qnesta  ; 
Mi  son  el  reo.  Tè  Al  per  mi  la  festa. 

L^  alia  Sofrtola  1  ógl,  e  per  pietà 
La  guarda  doleemént  riBamoràt: 
0  poiverèttt  cosa  veg^o  mò  a  II? 
Che  ve  condus  mò  chi?  8iu  savi,  o  mat? 
Na  80^  mia  bòna  mi  da  soportà 
Tùtt  el  mal  che  pél  ftm  ón  òm  rabiàt  ? 
0  stòmec  da  soffrì  la  morte  mia 
Da  par  mi  sola,  e  sema  compagnia. 

La  dls  Insi  ;  ne  r  a  però  poeiQt 
Fa,  che  se  muda  quel  morós  d^umór. 
Oh!  che  gran  cas  è  questi  Chi  è  mal  vediìt 
Scombatt  si  gran  virtù ,  si  gran  amor? 
La  pena  de  die  perde  è  la  salfit , 
E  l'è  premi  la  mort  al  vendtórl       * 
El  re  s^ infuria  pn  quand  pu  1  oognósa. 
Che  ognun  se  vói  tirò  la  colpa  adóss. 

A  senti  sto  eontràst  gb^è  InsI  devis. 
Che  lór  la  tègnen  per  ón  tfirinra  ; 
E  però  tott  infurilt  el  dls: 
Hi  vói  erède  a  tutt  dd;  masxèi  tùtt  du. 
El  ik  de  sign  ai  sbiri,  e  ognun  s^è  miss 
Intorno  a  Olind ,  e  laprendén  an'  tu, 
E  la  llghén  a  la  morósa  apprèss» 
Voltadi  sóena  a  sdena  al  pai  iste». 

Che  porta  le  eovade,  e  ehè  i  liusén, 
Che  bolla ,  che  la  fóg  de  quei  demoni  ; 
Quando 9  pianxènd,  el  dis  quel  poverén 
A  la  presenta  de  quel  testimoni  : 
ti  quesl  el  lais  chiavava,  oh!  me  mesehónt 
Con  vu  da  cómobbiàm  in  matrimoni  T 
h  quest  el  fóg,  col  qua!  pensava  el  cor 
Che  dovéss  resealdim  el  dio  d^Amór  T 

Òlter  fóg,  òlter  laul  Amor  moetrè , 
Oltri  ne  dà  la  sort  in  sto  mal  pont  ; 
Pur  trop ,  con  vfi  mi  sont  morènd ,  ohimè! 
8'  in  vita  fu  pur  trop  da  vfl  desiAnt, 
Gh'ò  gost  almànc,  tà  che  mori  se  de. 
De  Jèss  ai  vost  morì  con  va  coniAnt  ; 
Me  rincréss  el  vost  mal;  dei  me  dolori 
Ila  ghe  do  nlén,  perché  eon  vu  mi  mori  I 


158  FAKTi  maA. 

Oh!  che  fortuna  mai  saràu  la  mia^ 
Oh!  come  in  la  mia  mort  aarèn  beat, 
Se,  mènter  mori  in  vosta  o6mpagnìa  . 
Spirìm  in  bocca  a  vu  V  iiltem  me  flit  ; 
E  in  mi  M  Yost  spìrit  per  l'istessa  via^ 
Za  che  mori  con  mi,  fadésa  spiràt  ! 
Mentre,  in  sto  mod  diaènd,  planieva  quel» 
Sofronia  la  conséja  insi  liel-l)el  : 

Fradèl ,  qnest  na  1^  è  temp  da  inamoradi; 
Lasse  andà  M  mond,  e  na  gtae  pensè  pu; 
Àm  da  morì;  bugna  pensa  ai  peccadi; 
i  da  prega  '1  Signor  »  eh'  el  sia  con  vii; 
Se  num»  per  amor  8Ò>  sàm  tormentadi, 
Aram  el  paradis,  s' el  pias  a  lù. 
Di  là  'i  sol  che  ne  invida  »  e  '1  ne  consóla  ! 
Guardò  lii  n  del,  come  T è  bel!  Oh!  fiòla  ! 

Chi  pianxén  i  Pagàn,  e  I  pianién  fori  ; 
Pianién  anca  i  Cristian»  na  ón  pò  pn  pian  ; 
On  tantén  per  pietà  deventè  smort» 
Anca  al  so  mars  despètt»  r  istàss  tiràn  ; 
Ma  quando  dMngramiaB  al  se  fu  Incori, 
El  se  fa  fona»  el  Barda  via  pian  pian. 
Che  se  sgraffigna  d  volt»  che  strassa  i  pagni; 
Sofronia»  noma  ti  ne  te  caragni! 

léren  in  sto  streU  biis  »  qnand  per  ventura 
Compàr  ón  Cavallér  iHnui  e  cortes  ; 
A  guardàg  al  vestldi  »  e  a  Tarmadura, 
Al  par,  eh*  d  vegna  da  lontàn  paés; 
L*  à  su  Telmo  na  tigre»  e  rè  figura 
eh'  usa  de  melt  Clorinda  in  su  V  amés  ; 
La  zent  gbe  guarda»  e  i  disen  in  vedala: 
Zùrormil  Pè  Ckrimlai  e  Pera  quda. 

A  no  la  vóss  mai  mèttes  ito  desperi 
Al  meste  eh'  a  le  donne  se  eonvèn , 
De  cusi  »  de  Illa»  de  monetteri  » 
De  recàm»  na  la  vóss  mai  savèn  nién; 
L' andava  ed  soldadi  in  di  qnarteri  » 
eh'  an'  là  se  pòi  ben  Jèss  dona  da  ben  ; 
Sdperba  e  deruscóna  la  fudè  ; 
Però  'nsi  despredósa  la  piasòl 

L' era  anmò  pieeenina»  e  la  voreva 
Messedà  spade»  lame,  e  cavalca; 
La  feva  i  pugni  »  i  sasd ,  e  la  sfideva 
Tutu  a  là  le  branade  »  e  a  scorrlatà  ; 


I 


DIALERI   tOVBAlDI.  150 

I  orsi  e  i  leòn  a  jà  perseguiteva 

Per  montagne^  per  boschi,  in  là  e  in  là; 

L' andè  pò  in  guerra,  e  la  fudè  sta  fràola 

Con  le  bestie  e  coi  òmni  óna  gran  dlàola. 
La  vèn  da  Persia  per  mostra  'i  móstàu 

Contra  i  Cristian  nemiii  a  la  so  setta , 

Sebèn  in  oltri  loghi  col  so  brazz 

Pù  volte  la  gh'  à  djd  la  maladetta  ; 

La  véd  neir  arriva  tant  popolàzz  , 

E  i  dù  meschén  reduttl  a  quela  stretta, 

E  per  curiosità  fra  tanta  zent 

La  spónze  el  rozz ,  e  la  se  cazza  drent. 
La  zent  la  ghe  fé  largo,  e  le  s^è  miss 

Ben  ben  arènt  a  remirà  colir; 

La  ved,  che  V  una  tas,  Pòlter  zemìss , 

E  la  dona  de  V  òm  mostra  pù  cor  ; 

Per  compassiòn  lu  par  eh'  ei  planza  fiss , 

0  de  le ,  no  de  lu  Tabba  dolor; 

Le,  immobil,  tas,  la  guarda  ei  ciéi,  e  insì 

A  la  par  morta  prima  de  morì. 
La  se  smessi  Clorinda  a  vista  tal 

Per  cómpassión,  e  la  lucciè  ón  tantén; 

Pur  de  che  mane  se  dól  ghe  sa  pu  mal, 

Pu  che  tas,  che  che  planz  ghe  par  meschén; 

Senza  spetta  la  dis  a  ón  òm ,  el  qual 

L' era  lì  da  na  banda  a  le  vesén  ; 

Disìm ,  car  vù ,  eh'  à  miss  in  stl  travài 

Costór  ?  Èl  mò  desgrazia,  o  cos'  ài  fai  ? 
Insì  la  prega;  e  quel  al  ghe  cùnté 

In  mezz'Ave-Maria  come  la  fu  ; 
La  se  fé  'I  segn  de  eros,  e  la  stime 
Che  fussen  inocenti  tùti  du  ; 
A  la  se  mett  pertànt  in  tei  pensé 
De  trova  mod,  che  ne  i  a  brusen  pù  ; 
La  córr  presi  al  falò,  la  fa  smorza, 
E  la  se  mett  coi  sbiri  a  contrasta. 

Ferméu ,  smorzò  quel  fóg ,  nessun  ghe  sia , 
Che  lizza  su,  prest,  metti  zò  U  boffétt , 
Fin  che  me  parli  al  re,  che,  In  grazia  mia. 
Se  tardarì,  lù  na  n'avrà  despétt. 
I  sbiri  i  obediss  a  Sossiorìa , 
Portànd  respétt  a  quel  so  bel  aspétt. 
Le  la  va  pò  dal  re  ;  ma  la  s' incontra 
Con  lù,  ch'appunt  a  le  'I  vegneva  incontra. 


ito  FAETB  nnA 

La  ghe  dis:  som  Qorinda;  avi  sentit 
Fós  molte  volte ,  o  Siór,  a  menionàiÉ  ; 
E  vegni  chi,  eh'  ò  intcs  ch^  i  móven  Ut 
Cóntra  la  nosta  fede  e  U  vost  ream; 
Comande ,  che  da  mi  sari  servit  ; 
Mettim  in  ogni  post,  o  bòn,  o  gram, 
Mettim  in  ogni  log,  o  bel,  o  brùtt, 
Mettim  a  lessi  e  a  ròst  ;  farò  del  tùtt. 

Olter  le  na  la  dis  ;  el  re  respónd  : 

0  zóvena  valenta ,  là  se  sa , 

Ch^  in  tuta  PAsia ,  ami  per  tut  el  mond 
La  vosta  funa ,  e  M  vost  onór  sen  va  ; 
Adèss,  che  in  sto  duèl  v^  ò  per  segònd  , 
No  me  resta  pù  nién  da  dubita; 
Pu  speri  in  vii  per  me  socórs,  che  quand 
Vegnéss  ben  anc  coi  Paladén  Orlànd, 

Za  me  par,  che  Golfréd  sia  ón  Menasira 
A  vegnim  a  trova  ^  oom^el  menazza; 
Se  v'  ò  mò  da  impiega ,  n*  al  sia  mal  vira , 
Che  na  ve  daga  a  vù  la  prima  piazza  ; 
A  fàu  mia  generala  el  dèi  m' ispira  ; 
Comande  vìi ,  quel  che  veri  che  lazza  t 
Insi  '1  diseva  9  e  le  con  volt  amig 
A  la  ringrazia ,  e  pò  la  torna  a  dig  : 

Che  prima  de  servi  vobba  '1  salari. 
Diri,  che  T  è  na  mezza  impertinenza  ; 
Ma  a  ciint  del  soldo  me  saràven  cari 
Quei  ladri ,  e  i  clami  alla  reàl  clemenza  ; 

1  clami  in  dòn;  e  pur,  s^  el  iatt  rè  vari , 
No  se  poi  minga  dàg  quela  sentenza  ; 

Ma  tasi  questa  e  tasi  ogni  segnai , 

Che  me  fa  cred,  che  ne  i  àn  fatt  sto  mal. 

Dirò  noma,  che ,  se  ognun  cred  e  ziìra , 
Che  sia  '1  pòpol  Cristian  ch^  abba  fatt  tant. 
Mi  son  d^  iimór  contrari,  e  son  siciira. 
Per  na  resón  pu  fori  e  pu  calzant  ; 
Che  vìi  n'  abbiè  fid  mal  ò  gran  pagiira 
A  fa  quel  che  ve  diss^  ci  ncgromànt  ; 
Che  na  sta  ben  l' ave  nele  moschèe 
Noste  i  idol  del  oltri,  e  nòve  dèe. 

Donca ,  se  r  àm  da  di  conforme  a  T  e , 
El  miràcol  Tè  stài  de  Blacomètt, 
E  r  avrà  fai  an'  liì ,  per  fan  vede , 
Ch'ai  loghi  so  bugna  portàg  respètt; 


DIAUm  UMBAIDI.  ||| 

Ch'  el  fam  donea  Ismèn  el  so  mette  , 
Gh'  el  fa  i  Incanii ,  ma  n'  al  mostra  'I  péti  ; 
No6i  meste  V  è  oòn  I  arme  fass  onór , 
B  num  affi  da  ffc  pana  sul  valor. 

Insi  la  dls;  e  n  re,  eh' a  cómpassión 
Inevida  el  se  plga,  e  con  desgùst 
AI  se  lassa  però  meCi  In  resón , 
Pari  da  qndle  pregtaere  e  pari  dal  giùst  ; 
I  liberi  da  mori  e  da  presón, 
El  dis,  perché  sì  vu ,  vói  dàu  sto  gust  ; 
I  assolvi,  o  I  doni ,  e  i  lìberi  In  sta  gnlsa, 
I  àbbien  o  netia,  o  bruita  la  camisa. 

Così  i  a  deslighén,  e  veniurài 
Fu  ben,  a  dila  giusta ,  Olind  ardii , 
eh'  el  podè  A  finezie,  e  col  so  stai 
On  nòbil  cor ,  ma  dur ,  Vk  intenerii  ; 
Cosi  da  morie  a  vita  a  T  è  passai, 
E  r  è  za  spós ,  non  che  morós  gradii  ; 
Et  vóss  mori  con  le,  e  adèss ,  che  pù 
A  n'  al  mór  lu  con  le ,  le  viu  con  10. 

1800.  Memoriale  di  Cario  Codazzi,  per  avere  in  dono  un  gatto. 


^  ^  ^ra  sùra  Marianén , 
^^^  che  vedi  che  la  gh'à 
^  J^a  gatta  e  dù  gattén, 
^•^e  spasseggia  per  la  cà, 
j^^  quaidÙQ  na  vói  dà  via , 
^^ò  besògn  vun  per  cà  mia. 

Ma  siccome  i  m' àn  ciiniai , 
^ìie  quel  pónt  de  dà  via  gaiii 
^'  è  per  le  ón  affàr  de  Stai , 
^^e  ghe  vói  sùppliche  e  patii , 
^he  presenti  el  Memorlàl 
^he  la  preghi  esaminai. 

Ghe  prometti  d' òm  d' onór , 
^te  a  quel  gaii  che  la  me  dona 
^h'  avaràn  in  cà  l' amor 
Che  gh'  à  adèss  la  sóa  padróna; 
Che  de  cuni  el  tegnaràn 
^ù  eh'  el  bè  de  san  Giovàn. 
^nenzànd  ,  a  la  maiina 
Ghe  darèm  de  colazión 
^  'i  caffè ,  0  la  polentina , 
^  'i  suppén  cól  fórm^j  bón  ; 
Che  sarà  al  disnà ,  e  a  iena 
U  seudela  sèmper  piena. 


Preparai  gh'  ò  ón  leti  polìt 
In  cùsina  per  la  noti , 
Che  de  penne  r  è  imbottii 
De  capón  e  d^  anedòti , 
Perché  el  possa  lag  la  fopa , 
E  sia  cald  come  na  iopa. 

Che  la  gh^  abbia  no  pagùra. 
Che  ghe  dàghen  pò  de  gross; 
Che  per  mi  la  fo  sicura , 
De  ciapàl  de  spess  in  scoss , 
Careisàl ,  fai  córr  adrè , 
Tal  e  qual  che  la  (a  li. 

Ghe  prometti  e  fo  reguàrd 
De  iasè ,  d' avèg  paglenza , 
S'el  robàss  quài  toc  de  lard, 
Qual  polpeiia  in  la  cardenia  ; 
Ghe  sarà  proibizión 
De  pezsade  e  scopazzón. 

In  persona  a  fàg  rappòri 
Vegnarò  na  volta  al  mes , 
Se  r  è  viu ,  0  se  r  è  mori , 
S' el  vèn  bel ,  s' el  cress  de  pes , 
S' el  sta  in  cà ,  0  s'ia  tovsga 
Per  i  lecci  a  fa  la  saja. 


U!l 


PARTB  PRIMA 


Per  r  inflùss  dela  contrada 
Me  figuri ,  che  sto  gatt 
El  farà  quài  bardassada  ; 
El  farà  fors'  anca  el  matt; 
Sanr Antoni  !  figuràss  ! 
Là  de  savi  gh^  en  poi  nass  ? 

E  per  quest  on  cert  pensér 
Me  ravana  in  de!  cervèl  ; 
E  son  quasi  de  parer 


De  ciamài  el  nuUtarèl  ; 
Che  sto  nom  el  spiega  ben , 
La  caplss?  de  dove  ei  ven. 
Se  la  gh'  à  gnente  da  dì. 
De  giòntàg^  o  de  tó  via , 
Che  la  disa  donc  de  si , 
Che  mi  U  gatt  el  porti  via , 
Ringraziandola  de  cor 
Intratànt  del  so  favor. 


I  due  sonetti  seguenti  sono  di  Gio.  Batista  Fugazza,  chini 
maggiore  dell'Ospitale  di  Lodi,  ed  autore  di  molte  poesie  anc 
inèdite. 

//  PoeUi  paragona  sé  stesso  a  S.  Giwponni  Batista. 

Predicheva  al  desèrt  san  Gioàn  Batista , 
E  anca  mi  cole  done  ò  fai  1*  istèss  ; 
Fra  tati  i  sant  V  è  mess  in  cap  de  lista , 
£1  saréss  anca  mi ,  se  ghe  n^  avéss  ; 

Lù  el  leggeva  in  del  cor  a  prima  vista , 
Cognossi  an'  mi  i  cojón  del  me  paés  ; 
Per  na  dona  rà  fai  figura  trista, 
E  mi  r  ò  fai  almén  per  vot  o  des. 

Lu  el  batteseva  in  riva  del  Giordàn , 
E  ne  gh^  era  per  lu  mai  di  de  festa, 
Battesi  an'  mi,  lavori  come  6n  can! 

A  lù  perfén  i  gh'  àn  tijàt  la  testa , 
A  mi  pò ,  speri ,  che  m^  la  lassaràn .... 
Pucciasca,  ajut!  ghe  calaràu  an^  questa! 

Contro  un  caf(tpo  poeta. 

Ciappèl  su  in  brai,  tirèghe  gió  i  calión, 
Alzèg  su  la  boUetta ,  e  fèl  setta 
Sii  una  pigna  de  rCische  de  melón , 
Che  quest  a  T  è  U  Parnàs  che  a  lù  ghe  va. 

Quattèghe  el  co  de  foje  de  zùccón , 
Che  sta  verdura  a  lù  la  se  confà; 
E  per  cetra  al  poeta  ciólattón 
Dèghe  in  man  el  braghe  de  nonobà. 

Fé  pò,  che  i  birlcchin  i  vègnen  vìa 
Con  cùccùmeri  marzi,  ùngìn  de  bò , 
Pettazz  de  zucca  e  ogni  altra  porcarìa  ; 

Fèghii  tra  in  del  mòstàzz,  e  vose  :  viò, 
E  disighe  :  j4  infama  la  poesia 
Atnòn  mazéng  ghe  tómarét  anmò  ? 


DIALETTI   LOMBARDI.  Ili 5 

\  8)0.  Poesìe  dì  Giuseppe  Riboni. 

In  morte  di  Danna  Elena  Crodolani 
woglic  dell'avvocato  GHteeppe  Risconti  amico  dell'autore. 

SUTOIB. 

Se  'I  trìst  peiiM  gh'  avéss  de  TAretén , 
Disaréssi  de  quel  cbe  sta  ben  no  ; 
Perfén  la  tacaréss...  ma  Tè  destén! 
E  col  destén  mia  propri  sbassa  'I  co  ; 
Quand  che  lassù  gh^  è  scritt  :  incó  V  è  V  óra , 
V  è  iniitil ,  la  se  passa  miga  fora. 

Lìbcr  essènd  però  '1  pensa  de  Tom 
(E  quest  Pò  vlst  mi  scritt,  ién  miga  iappc. 
Su  la  Icge  de  Dio,  né  so  In  che  tòm), 
A  cóst  de  lam  brùsà  ón  bris  pu  le  ciappc , 
Vói  dìla,  che  Tè  chi  che  la  m''ingossa: 
Signor,  cossa  avi  (ai?  L^i  lai  piir  grossa! 

Pòvera  dona  Lena  !  Perchè  mai 
A  mez  dela  sòa  vita  l'avi  tòi? 
Perchè  giòvena  e  spòsa  Tavi  fai 
Tant  brava,  e  rara  màder  de  nòv  fiòi? 
E  perche  gbe  V  i  tolta  sul  pu  mèi , 
Lassàndij  cole  man  in  di  cavci? 

Podevo  pur....  ma  no:  ve  clami  scusa  , 
0  Signor,  s*ò  passàt  voltra  i  confcn; 
L'è  qucst  òn  pari  cas  de  quela  busa, 
E  de  queir  ànglol  de  sanrAgostcn; 
Sì,  sì:  perché  Ti  tolta  el  savi  vii! 
Sul  perchè  mi  la  pianti,  e  parli  pu. 

Miga  però  a  nega  me  sentirò , 
Cbe  possa  decanta  le  sòe  virtù; 
ft  E,  se  rè  morta  le,  che  viva  anmò 

La  memoria  de  quel  cbe  on  di  la  fii  ; 
Il  lisa  de  Lod,  te  preghi,  dam  la  lena 
De  scriv  e  vita  e  mort  de  dona  Lena. 

In  Lod ,  e  in  fén  del  sècol  chi  passàt 
Da  bon  pàder  e  màder  l'è  nassùda; 
Da  fiòla  dei  bon  segni  n^à  pur  dat, 
E  dei  pd  mèi  n'à  dat  dopo  cressiida; 
Bravura,  co,  prudenza,  spìrit,  flemma. 
Dona  Lena  la  gh^éva  tùtt  insemma. 

45 


m  PARTE  nUU. 

BeirasCa,  ógi  parlanti  e  cavéi  négher 
La  gh^ aveva  Tlstèss  come  ón  velut; 
Brunetta  ti,  nu  d'óo  mostài  alégher, 
Xiga  de  sto  gran  bel;  ma  bela  in  lut; 
Icren  tute  de  le  grazia  e  manera. 
Bona  de  eór^  e  glie  r  aveva  in  cera. 

Ai  primi  tic  e  toc  de  quel  flolètt 
Cile  tenta  e  mett  sott-sora  tutt  el  mond , 
Da  franca  dona  Lena  ciar  e  nètt 
Al  sfazzadèl  la  gh^à  savOt  rispónd, 
Disèndeg:  Nel  me  cor  se  ò  da  fat  sit , 
Vói  miga  dei  gingén;  dame  ón  mariti 

E,  0  ti  ben  fortunata  che  te  se  stài 
L'unic,  Viscónte  che  al  cor  te  gh^è  fai  piaga; 
E  se  per  lè  del  sospiri  t'è  lai. 
Col  tóla  infén  a  te  gh^è  avQ  la  paga; 
Perché,  se  fra  de  mila  e  pii  mójé 
La  bravissima  ghiera,  l^era  lè. 

Se  qualcun  ghe  fuss  stài,  che  pur  ghc  n'è. 
Che  tenta  in  dele  cà  de  mett  el  morbo. 
La  feva  el  sórd,  e  se  qualcòss  an'  lè 
Caso  mai  Pavèss  vist,  la  feva  l'orbo; 
Quel  che  a  Tom  gh'era  car  lè  tutt  la  feva; 
Pii  per  ròm,  che  per  lè,  lè  la  viveva. 

Per  quei  so  cari  8ói,  Gesùs  Maria! 
La  se  saréss  perfi&n  caziada  in  tocchi; 
A  di  pu  pòc  laressi  la  bosia. 
In  pónt  de  cà,  la  feva  andà  coi  flocchi; 
A  finila,  e  di  tutt:  a  Tera  rara! 
0  mort,  0  mori,  te  sé  stài  trop  avara! 

Ma  rè  mond!  De  contenti  per  ón  pò 
S^en  trova,  e  per  ón  pezi  miga  ghe  n^è: 
Sente,  o  lettor,  che  brutt  passai  chi  fo, 
Dala  vita  ala  mort  passi  de  lè! 
On  sos|nr,  óna  làgrima,  se  diir 
Come  ón  sass  do  te  sé,  ghe  l'ò  skur. 

In  quindes  ani  e  ón  ten  i^à  fai  dés  flói; 
Nóf  san,  bei,  de  vegnuda  e  de  talèni, 
Viin  sol,  né  so  hi  che  temp,  a  ghe  a^à  lói 
La  mort;  ma  In  dés  tón  viin  rè  poQ  o  nién^ 
E  dal  penùlUm  pàrt  a  sto  pàrt  cli^,; 
Cinc^anni  senza  firn  l'era  stài  lì.    \ 


DIAUm  LOMBAEDl.  H5 

Poverina!  parìva,  ch'et  so  cor 
EI  ghe  disèfls:  in  quesl  t'è  da  morì; 
La  gh'  èva  pù  quel  so  gran  bel  umor , 
La  sosplreva  sèmper  noti  e  dì , 
Figùràndes  denàni  P  ultima  fén 
De  la  mójé  de  so  fradèl  Gecchén. 

Pur  tanetànt^  per  grazia  de  rAltìssira , 
Ai  ventisés  de  sto  febràr  Vk  fai. 
Oh  !  che  bela  flolina!  e  pò  benissim 
Le  pù  care  speranze  la  n'  à  dai. 
Fina  ai  cine  dì  benón  se  Tà  passada, 
E  pò  nei  sés  rà  dat  òna  voltada. 

Nei  sett,  nei  vott  rè  stai ,  né  si,  ne  no. 
In  perìcol;  nei  nòf  rà  pezóràt; 
A  sègn,  ch'el  sdor  dotòr,  seorlènd  el  co, 
Siibet  i  sacramenti  el  gh'à  ordina t. 
Chi  dal  prèt,  chi  de  lì,  de  là  corriva; 
Che  a  pianz,  che  a  sospira  ne  se  sentiva. 

Don  Pepo  pò...  si,  poverén!  A  vèdel 
L'avaréss  miss  ai  sassi  compassiòn; 
A  dil,  e  vèdel  no,  se  pòi  no  credei! 
L'era  lì  lì  per  dass  a  perdiziòn; 
E  mi....  e  mi,  ne  Tatt  ch'el  confortevi, 
Fascndeg  cor,  squas  più  de  la  piolevl. 

Quand  s'è  sentit  el  mormora  lontàn 
De  le  vòs  del  devoti  che  vegnèven , 
E  tramezz  qud  dien  dien,  de  man  in  man. 
Dei  campanén,  che  al  cor  frèf  i  mettèven. 
Vegnùdi  in  còri,  a  pian!  gh^èm  dit,  e  al  lètt 
Ne  n'èm  lassai  vegnì  che  sòs  o  seti. 

A  vèdela  a  ricév  Dio  per  viàtic, 
Con  tuta  quela  santa  còmpònziòn. 
L'era  na  roba  de  resta  là  eslàllc; 
Pò,  de  destàss  nel  pianz  per  compassiòn; 
Con  giòni  le  man ,  eòi  ógi  alzadi  in  su , 
M'è  pars  che  la  diséss:  Signor,  fé  9u! 

Bela  rassegnaziòn  \  Se  ò  da  morì  , 
Pazienza!  In  flaca  vòs  dopo  rà  dit; 
La  vostra  Manta  nutn.  Signor,  tegni 
In  sui  me  ^iH  /lo/,  sii  ma  nutrif  ; 
Quest  Ve  ffi^c  cànfori,  negkèmel  tw  ! 
Dèmel,  Simèr^  che  dop  contenia  a  f^.' 


ÌHd  PARTB  PRUA. 

Da  Dicza  moribonda  Tè  stii  li^ 
Lassànden  nel  sperà,  nel  dispera, 
Dop  del  viàtiG,  squasi  quàter  di; 
De  questi  in  vùn ,  seben  con  del  da-fà , 
L^à  prononziàt  ste  dò  parole  anmò: 
F'òi  vede  me  morii;  neghèmel  no  ! 

Sul  si  9  sul  no  sèm  stai  li  ón  bris;  se  cor 
Là  pò  da  lù,  che  Fera  squas  che  le 
Moribònd  de  passiòn,  e  ghe  fèm  cor. 
Andèm,  andèm!  Lii  Tè  levai  in  pè, 
E  li,  quasi  portàt  da  ses  o  seti, 
Éccol,  tei  là!  da  la  sòa  pari  del  lett. 

Letòr,  guàrdeg  al  cor,  e  miga  ai  ògi; 
Te  vedarè  che  làgrime  ghe  gronda  ! 
Guàrdel  là  miss  in  tera  in  sui  zenògi 
A  fàg  le  scuse;  e  le,  da  moribonda 
A  dighe:  /  /fó^/...  mi  mori,  etite  resti! 
0  Dio,  0  Dio!  Signor,  che  passi  ién  questi! 

Lii  rem  tói  via,  che  pii  el  podeva  ré^; 
El  pur  respir  a  le  ghiera  restàt, 
E,  sèmper  suvia  là,  de  mal  in  pet. 
Ai  dés  de  man,  apena  el  di  spontàt. 
Senza  squas  pu  speranza,  le  rà  dai 
D'óna  sicura  mori  tuti  i  segnai. 

Gòmit,  sangòt,  la  làgrima  e  liisenta 
Le  la  gh' aveva  del  moetàz  la  peli; 
E  Tana  de  man  in  man  al  se  ghe  lenta. 
A  le  dés  ore  gh'era  za  el  caroli  ; 
Sònen  i  botti,  e  del  so  lett  ai  pè, 
E  piansènd  e  pregane  stèvem  per  le. 

E  mentre  proferiva  el  Reverendo 
Don  Luigi  qucirùlUm  Cosi-eia, 
E  Vin  numm  tutu,  Dòmine,  commendo... 
Si,  dtrna  Lena^  si,,.  Gesù  e  Maria, 
Le,  trand  la  bòca  In  sblèas,  e  òn  pioool  sghil^ 
L'è  morta;  ahi!  vegnl  frè^  anmò  nel  dil. 

Alter  che  pianti  e  che  desolaiiòn 
Se  sentiva,  e  sott  vòs  a  di:  Tè  andai.' 
Ve  disi  niente  In  che  disperazlòn 
A  sta  nova  Don  Pepo  Fera  mal! 
Letòr,  tei  pòdi  figura  chi  ti  ; 
Vita  e  mort  de  le  ò  scritt,  mi  lassi  li! 


MAUin  LOMBARDI. 


447 


Per  nozz£  di  GistìWìido  jilbertmi  con  Luigia  Franchini. 


pezz  fa  te  mei  disevi, 
Che  sposala  te  vorevi 
La  Luisa ,  e  n'  el  credevi. 
■  perchè  vót  che  tei  diga? 
Me  pensevi  propri  miga. 
Che  t'avésset  de  sta  in  riga, 
ri  però  con  gran  piasè 
Senti  adèss,  che  te  la  fc 
Dop^omàn  per  tóa  mòjè. 
re  fé  ben,  Gismónd,  a  tóla! 
L'è  na  bòna,  bòna  fiòla, 
E  che  spuzza  niént  de  ciola. 
[^'èbelina  a  mezz  a  men; 

Ni  el  trop  bel,  Gismónd,  rè  pei; 
Mal  sicOr  r  è  '1  piati  de  men. 
permea,  tei  disi  mi, 
E  sei  disi,  tei  pótsdi. 
Da  per  le  la  fa  per  tri; 


Le  sòe  man  san  A  del  tutt. 
La  sa  111  graziòs  e'I  brutt. 
Parla  in  temp,  e  in  temp  fa  'I  mut; 

A  finita,  e  dìla  Clara, 
L*è  na  fiòla  slngolara, 
E  che  a  tanti  saréss  cara! 

Se  sta  perla  rè  per  ti, 
Vag  de  cor  a  di  quel  sì. 
Che  a  sentii  ghe  vegni  an  mi. 

Dopo  pò  tòa  cura  sia. 
De  fàg  bòna  compagnia, 
E  fi  no  da  testa-vìa; 

Ciapa  eò  d^òm  de  giudizi; 
Mett  de  pari  òn  qua!  caprizi; 
Schiva  Tozi  e  certi  vizi; 

Senza  stizza  e  senza  fel. 
Fa  tuttcòss,  e  va  bei-bel; 
Mi  te  parli  da  fradèl. 


Pò,  regòrdet,  o  Gismónd, 
Ghe,  per  gode  òn  pezz  sto  mònd, 
Mìa  cercàghe  mlga  ci  fònd  ! 


Sestine 

m  morte  della  signora  marchesa  Sofia  Sommariva 

nata  Seghizzi. 

Vittoria,  portinaia  ddh  Gmì  Somaarifa,  nceoala  al  marchese  Eaiilìo  suo  padrone 
'a  visione  da  1d  avola  odi  notte  del  Stf  mano  lattt,  giorno  in  cai  h  marchesa  spirò. 


Stringàt  el  cor,  gh^evi  òn  pugn  d'ògi  e  ón  gròp 
A  la  gola,  da  tòm  quasi  el  resphr, 
E  con  la  Mort  danada  còme  òn  còp 
Mi  seri  i^jér  da  slra,  per  quel  tir 
Che  rà  fatt  inànz  temp,  a  portàm  via 
La  me  padróna  e  sòa  mòjé.  Sofia; 

Quand,  dop  la  mezanòtt,  invèrs  de  ròra, 
Senza  pò  forze  in  eorp,  per  la  passión. 
Coi  pagni  a  mezz  a  mczz  cavadi  fora, 
A  me  son  trai  siil  Ictt  a  traversòn; 
Ai  brazzi  in  eros  gh^ò  mettut  sora  el  cò^ 
Savènd  squas  pu,  se  fud^s  viva,  o  no. 


448  PABTB  nnA. 

Nel  barlum  dei  pensér  che  me  vegneva 
Però  de  tratt  in  tratt  a  me  pariva 
D''avèla  anmò  li  inànz,  che  la  me  feva 
L^iilUiii  parla  che  la  m^à  fai  da  viva, 
Disènd:  Prima  de  Dio^  dopo  de  U, 
Pò  de  Sofia  regàrdet  tuli  i  di! 

Dop  questjnànz  a  m^è  vegnutel  qu&der 
De  rijltime  óre  de  la  so  angonia; 
Gbe  disèven  i  fiòl:  ah!  cara  màder! 
Lu,  pòver  siòr  marcbés:  cara  Sofia! 
Spirit!  E  le,  si,  sij  la  respondeva, 
Basànd  quel  Crist,  che  strett  in  man  la  gh'eva, 

Squasi  el  Crisi  ghe  déss  fiat  ;  pò  in  bassa  vós 
Ste  parole  che  chi  Tà  dit  anmò, 
Dal  sangòt  soffegade  e  da  la  tos  : 
O  Emili!  0  pòi!  0  cor!  o  cari,  a  9Ò; 
Sèmper  nel  cor,  sèmper  denànz  pe  iia, . . 
Chi  Pà  tasnd,  e  rè  spirada  via. 

TuU  che  in  vision,  in  quel  moment  provevl 
On  gran  dolor,  nel  vèdela  a  spira; 
El  cor  sfrazzàd  de  tal  manera  a  gh''evi. 
Che  s'eri  Tiìltim  bòf  an^  mi  per  tra; 
Quand  che  me  senti  vun  come  a  scorlim , 
E  pò  na  vòs:  corèi,  spirit!  a  dim. 

El  co  levànd,  òn  òm  li  insi  me  vedi, 
E  vosi  a  punepòes:  Getta  Maria! 
hù  ^1  me  prevègn,  disènd:  E  che  te  credi? 
For$,  che  ón  balòss,  àn  malfatór  mi  sia? 
Som  óm  amisi  Con  sta  parola  el  m'anima; 
Lù:  son  Fàgazza;  e  mi:  el  dotar  bon' ànima? 

SI, propri  quel;  de  lù  pò,  siòr  marchés, 
Ciamànd,  el  me  vegn  fora  a  dim:  dovrei? 
Che  se  Ve  in  MI,  làsseghelpur,  eh* è  istèss; 
A  ti,  f^ittoria^  te  pose  di  tutt  quel 
Ch'ó  de  dig  dela  quòndam  marchesina. 
Col  patt  de  riferighel  domatina. 

Prima  de  vU  però  mia  che  te  disa, 
Che^  dop  qm/ir^ani  e  p&  de  fóg  anliènt. 
Da  conzàmStnisatàt  in  mala  guisa. 
Per  ria  d*iitrcessiàn  d:'ón  me  parént, 
El  me  zioimnegión  de  Voratori* 
Son  ricettmke  porle  al  purgaleri; 


mALEItl  LOMBARDI.  HO 

A  porta  Europa  t^  eri  de  tpezión 
Jer  a  ie  <imter  dopo  del  mezzodì . 
E  imi  come  te  fàj  per  quel  ttradón 
Che  gh*è  in  fàtda  gwtrdànd^  9edi  a  vegnì 
Vùna  de  gamba  ei  talmént  aletta^ 
Squas,  no  a  penà^  ma  la  vegnées  a  fetta. 

Jprètt  de  li  a  ben  poc  le  lame  riva  ; 
Le  la  guarderà  mi,  mi  la  guardevi; 
Èia!  non  èia?...  ti:  la  Sommariva! 
PÒI  jètt  che  fata. . .  aVèi  tra  mi  ditevi; 
Li  in  quela  te  cónóttem  futi  dù  > 
Senza  podè  parla,  te  bràzzetn  ttì. 

Chineto  miga  dèi  iìUt  el  tratpàrl 
Che  gh'èm  ami;  a  «o,  che  dop  cùntàl 
TQU  qetéll  che  n'è  tuccètt  dop  la  mia  mori. 
La  tóa  tenlenza  in  man  le  la  m'à  dal. 
Mi  gh*ò  meii&kel  viti,  e  gh*ò  fai  teoria 
Cinquanla  paui  e  pH  dmt  da  la  porta. 

Quair*atii  d^  impazienza  da  purga 
La  gh^eva^  effetti  d'ón  tineér  amar; 
Ménter  per  qualche  trodizión  te  gh'à. 
Che,  quand  a  Ve  ttat  òm,  anca  H  Signor 
L'è  vegnùt  verd  come  ón  pettàn  de  veder  ^ 
À  la  voltada  che  gh*à  dai  tan  Péder. 

yoUt  ore  dop  (queti  Vera  H  tirmen  fttt 
A  le  eòe  pene)  fera  Ve  tomadm; 
Dai  Angioli  li  pronti^  al  paradit , 
Squat  de  VAttOnta  ittètt^  Ve  ttài  portada. 
Premi  dei  bón!...  E  ehi,  dopo  tvèm  dit: 
ViUoria,  addio!  Pagana  el  m^è  sparìt. 

Cara  vision!  fudèsset.  Dio  voréss! 
In  scambi  de  vision  la  verità  ! 
Si,  elle  la  sia,  sperèmel,  siór  marchés, 
Mentre  9  pòsa  dil,  che  ne  ghe  ne  sarà 
Dona  pù  brava,  e  pu  dabèn  de  iè^ 
Tuta  Dio,  tuta  màder  e  mójé! 

Sùnetto  contro  i  caltioi  poeti 

La  Ito  al  di  d^incò  gli'àn  i  «i^n . 
E  tón  se  dan'e  Paria  de  cantànl; 
Cérchen  i  gii  de  fi  la  sammia  vnnt; 
De  fa  da  prim  In  sai  Parnàss  I  éAén. 


itfO  PABTE  PRIMA. 

Ma  se  ne  accòrgen  nò  sti  poverén. 
Che  chi  nass  nan  mòr  nan,  e  mai  gigànt? 
E  che,  per  quant  se  sfònen,  taneiànt 
Sèmper  saràn  asnén,  mossén,  grilléni 

Con  quest  vói  dì,  che  i  nàssen  i  poeta ^^ 
E  a  fa!  chi  è  no  ciamàt  da  la  natiira, 
Fa  trop,  se  al  quarto  el  riva  de  la  meta. 

Quand'èster  naturai  ne  gh^avi  no, 
Brùsè,  pive!  9  la  penna  aderitùra; 
Ciappèl,  quest  Tè  ^1  parer  che  mi  ve  dò. 

Comasco. 

Le  sole  produzioni  èdite  in  dialetto  comasco,  essendo  T opù- 
scolo in  prosa  rùstica  del  canònico  Gattoni,  e  le  poesìe  per  vesti- 
zione monacale  della  signora  Francesca  Carli ,  da  noi  indicate 
nella  Bibliografìa,  ambedue  apparteneuti  alla  seconda  metà  dello 
scorso  sècolo,  porgiamo  in  Saggio  un  pìccolo  brano  del  primo 
ed  un  sonetto  tratto  dalle  seconde,  avvertendo,  che  questo  dia- 
letto, pel  frequente  conunercio  colla  capitale,  va  tuttogiomo  ac- 
costandosi al  linguaggio  volgare  della  medésima. 

A  ol  Franzésc  Olive  ai  liUtrmemi  so  scior  patron^  ec. 

Gh^a  domandi  scusa,  sé  anca  a  serif  a  lor  sdori  luatrissemi  dopri  a  ol 
linguàio,  ^^^  s^A  sèrvom  nun  scigolàt  che  lavora  la  tera  in  di  Corpsanti. 
Quij  poc  paròi  polit  che  m^éran  insegna  a  scòhi  ol  pret  Braga,  ol  cùràt 
v^  de  san  Martin,  adèss  no  so  più  ona  straacia.  Comenzi  a  rapreseotàg, 
che  son  pien  de  disgiist  e  de  dolor,  perché  la  maggior  part  de  lor  sciori 
lustrissemi  m'àn  leva  quela  protesidn,  che  con  tanta  carità  àn  sempro 
trata  a  ol  me  pàdar  e  mi,  par  squasi  cinquanta an;  ec.  ec.  ec. 

Sonetto  per  Monaca. 

In  del  so  stat  ognun  se  può  salva; 
V  é  minga  necessari  andàss  a  scònd 
Tra  quatro  miìr;  in  Clél  per  tuj  gh^é  cà; 
Basta  portàss  da  ben;  ma  quest  ré  *1  pònt! 

El  pònt  ré  quest,  de  regordàaa  d^arà, 
Come  la  gent  da  ben  àren  al  mònd; 
E  quest  ré  el  prim  bottòn  da  no  falà. 
Chi  fala  el  prIm  bottòn,  fahi  el  segònd. 


DIAURTI   LOMBAIDU  itti 

I 

El  póni  rè,  regordàss,  che  no  s'piiò  viv, 
E  se  fa  magri  i  ven  e  cativ  spés 
I>ove  gh^è  del  pallàn,  e  ari  cativ; 

E  regordàsS;  che  de  cinqcènt  scirés 
Càschen  la  magiór  part,  quand  in  fioriv, 
E  l'è  on  miricol,  s^en  madiira  dés. 

O  tosàn,  iv  Intés? 
Se  al  ve  strangola  el  fià  a  sta  sarà  su , 
SIè  16,  are  drlz,  ve  salvari  anca  vfi. 

Dialetti  Orientali. 


Tra  i  più  antichi  monumenti  èditi  di  questo  dialetto  che  ci 
venne  fatto  rinvenire,  distlnguonsi  alcune  poesie  di  Giovanni 
Bressani,  inserite  nell'opera  da  noi  mentovata  col  titolo:  Tu- 
muli ^  tum  latina  f  tumetrusca^  tum  bergomea  lingua  composilù 
Sebbene  privi  di  mèrito  poètico,  pure,  in  Saggio  deir antico  dia- 
letto, abbiamo  scelto  i  due  componimenti  che  seguono,  appar- 
tenenti alla  prima  metà  del  sècolo  XVI. 

Epitaflo  di  Francesco  Petrarca, 

Al  fó  sotràl  chilo  'n  sto  miillmét 
Quel  chi  fé  per  amor  taj;  bel  sonéj^ , 
E  chi  sentiva  a  meza  stat  ol  frég, 
El  cold  al  tép  ch^ol  nas  gota  a  la  zét; 

E  chi  da  lonz  brasava ,  e  da  redét 
daziava  y  ol  volt  vedièd»  la  gola  e  'I  pé^ 
De  quela  csi  stinada,  chi  n'avcg 
Ma'  compassili  per  fai  impò  contét 

Ivi  pensai  d^  volil  a'  mi  loda, 
E  faga  con  sti  vers  impò  d^onór; 
Ma  veg,  ch^a  i  è  piatosi  da  fa  grignà; 

Iesi  ch^a  voi  lagà  sia  ^mprlsa  a  clór 
Chi  se  delecia  sno  parlar  zeniilo, 
Che  quesi  lenguàj^  non  è  cosi  sutilo. 

Contro  un  maldicente. 

Ch'k  àgher  In  bocca  no  pò  spiidà  dolz; 
A  8^  sul  di  per  proverbi; 
E  ehi  spi  somna,  no  i  vaghi  descòlz; 
Sieehè  chi  dia  paroli  strani  e  aserbi. 


/ 


IK9  PARTB  PRIMA. 

E  chi  inguri  quac  mal.. 

Mostra  quel  ch^iga  dét. 

E  spess  fa  gni  talét 

Ai  6ter  d^deslazàss  ol  bartiozzàl. 

Per  mi  no  àveg  per  mal 

Di  paroli  d^alslra  pieni  d'  fél, 

Perctié  a  s'dis^  che  rat  d^àsen  no  va  in  celi 

1600.  Per  mancanza  dì  miglior  modello^  porgiamo  in  Saggio 
del  dialetto  bergamasco,  in  sul  principio  del  XVII  sècolo,  un  brano 
deir  opiiscolo  anònimo  intitolato:  f^Ua  e  costum  de  Messìr  Zan 
Tripù. 

OtUi{>e. 

Astròloghi  la  noj,  e  scrif  ol  di 
Le  fantesìj  che  mMntra  In  dol  cervèl, 
E  m^ò  pensàt  de  lav  un  pò  vedi 
(E  chi  no  vói  vedi  vaga  al  bordèl) 
La  vita  d^iìn  valente  paladi. 
Om  chi  à  cercàt  el  mond ,  e  chi  à  cervèl . 
El  qual  el  si  domanda  Zan  Tripù^ 
Ch^  aràf  mangiai  na  vacca  in  t^  un  boccù. 

Costo  fu  un  sitadi  tat  generòs; 
Chi  '1  clama  da  ComàJ^  chi  da  Mila, 
Chi  dis  che  V  è  nassùt  f<6  d'una  nòs, 
E  chi  gh^  dis  Bergamàsc,  chi  Venessià; 
Diga  che  Yoja,  ch^el  fu  un  òm  braòs. 
Mi  M  credi  da  Cremona,  ovir  Bressà, 
Che  dapò  past  Pavia  csi  per  iisassa 
De  mangia  un  isen,  per  impiss  la  passa. 

Zan  Tripù  Pera  un  òm  de  quei  ricàzz 
De  possessiù,  de  casi  e  de  danér; 
E  no  r  pensò,  cb^el  voléss  tuss  Timpàzz 
De  andà  fó  a  cazza,  gnac  a  sparavér; 
Ma  IO  tendiva  a  impiss  ol  so  corpàzz, 
Dagànd  guadàgn  a  Vài  i  tavemér  ; 
E  de  sto  mond  noi  vòss  ma'  òter  da  fa , 
Se  no  mangia  e  bif ,  e  pò  chigà,  ec. 

4670.  A  quest'epoca  appartiene  la  versione  in  dialetto  rùstico 
bergamasco  della  Gertualemme  liberata  del  Tasso,  òpera  del 
dottor  Carlo  Assònica,  Da  questa,  e  proiurtamente  dall'episodio 


DIALETTI  LOMllARDI.  155 

dì  Olindo  e  Sofronia,  abbiamo  tratto,  per  Saggio,  le  seguenti 
J^tanze  : 

Al  gh'era  tra  de  lór  serta  lovnaza 
De  desnnv  o  vint  agn  iluga  drét; 
Bela,  ma  che  de  quest  no  gh'  pensa  straza; 
Savia,  che  mai  vardava  in  vòlt  la  zét; 
A  blsigà  per  eà  sèmper  la  s' caza , 
E  la  góggia  e  la  rocca  è  ^1  so  contét; 
Gnè  mai  negù  la  ve  tarde,  o  a  bon'ora, 
Parla  co  la  Cornerà,  o  la  scrtora. 

Ma  no  l'occór  a  dì,  no  Tè  sfazada, 
Gnè  sMa  ve  sul  balcù,  gnè  per  i  strade, 
Ch^ù  patt  0  gh^a  tire  una  baleslrada. 
Al  despèi  di  fencsfre  csé  serade; 
Ora  Amor  Vk  la  vista  imbarbajada. 
Ora  eh'' a  la  trapassa  1  balconade; 
E  quand  a  s'cré,  che  i  putte  sia  segùrc, 
Al  r  indicela  dal  bus  di  ciavadùre. 

Vk  nòm  Sofronia,  e  Olindo  è  sto  moròs: 
CattòUc  tati  dò,  iui  dò  da  u  lue; 
Le  bela  fcss,  e  liì  tat  vergognós. 
Che  per  tasi  ^1  va  in  scndcr  ol  so  fuc  ; 
No  Tolsa,  e  no  rà  cur,  Tè  senza  vòs; 
Questa  sen  grigna,  o  no  la  s*corz  dol  zuc; 
A  sta  foza  sto  pòver  tùrlùrù 
L'è  inamoràt  ch^al  mur;  ma  noma  lù. 

^770.  Il  Saggio  seguente  è  un  brano  del  Capìtol  prim  cantra 
*  ^Spìri^  forj  di  don  Giuseppe  Rota. 

Costùr  che  sfogla  '1  nom  de  Spìri^  For j; , 

E  che  i  fa  al  di  d^ancò  tata  fortuna, 

Mi  no  1  vói  lassa  sta  gnè  vif ,  gnè  morj^; 
So  quat  a  i  pisa,  e,  a  dille  sent  in  d^  una, 

Fora  de  quater  b^e  e  ù  bu  mostàss . 

In  del  rest  i  è  minciù,  come  la  luna. 
Wa  i  vegni  inif  sti  autur  che  fa  tat  ciàss, 

Sti  bflU  de  bergnif ,  stl  Rodomòn^ , 

Balù  de  vent  de  scartesà  coi  sass; 
Ch'a  i  vegni,  e  quei  che  sta  de  là  di  mon^, 

E  serti  bu  Italia  che  ghe  cor  d rè, 

Come  la  bocla  al  dat,  toni  e  birón^* 


m^  PAUTB  niHA. 

Fora  di  bullighft  e  dai  caffè 

Costùr  che  parla  a  u  mòd  de  Dio,  de'  Sani^. 

Clic  propi  al  par  ch'i  li  abbia  fa|^  coi  pè; 
Stampa  de  temerari  e  de  birbin^, 

Ch'ai  par,  che  ^'ojè  al  ciél  di  la  scahida 

Coi  vosie  allure,  com'al  (è  i  Gigènft; 
Per  mostrar  qua!  a  sìef  fò  d'  caresada. 

No  gh'  voi  miga  ol  savi  de  Salomù , 

Gnc  quac  gran  testa  fina  e  trapanada; 
Basta  ù  barlum  eh' a  s'gh'abbi  de  rasù. 

Basta  eh'  un  òm  noi  sia  matt  de  ligà  ; 

E  per  quest  m'aschi  a  di,  che  a'  mi  so  bu.  ce.  oc. 

1830.  Finalmente  dopo  una  lunga,  ma  pòvera  e  stentata 
stenza,  la  poesia  bergamasca  venne  ristaurata  per  ò];>era  de 
nemèrito  scrittore  Pietro  Buggeri  tutt'ora  vivente,  autore 
gran  nùmero  di  poesie  di  vario  metro  e  stile.  Dalla  raccolta 
medésime  abbiamo  scelto  le  seguenti,  per  dare  un  Saggio 
del  moderno  dialetto,  come  della  perizia  dell'autore  nei  vai 
neri  di  componimento. 

La  mori  cf  u  ì^  (waro. 

V  tal  Mlssér  Anione  de  montagna 
Pie  come  on  ov  de  sole  e  de  pecaé. 
Che  a  monlunài,  per  fan  pò  ù  de  cocagna. 
L'ia  faè  de  onge  per  sinqoanla  gaÒ, 
Passai  i  caméài  seltantasèll, 
L'era  visi  al  momél  de  Irà  sgarlèll. 

Vale  a  di,  che  ristava  mal  de  mor, 
E  che  in  virtù,  no  so  de  qual  Beat, 
El  Siùr  ol  gh'ia  toccai  ù  tanti  1  cor; 
Ma  sessanragn  noi  s'era  confessai; 
Onde  vedi  'n  quel  co  che  ingarbojù 
De  ladrarée,  d'usure  e  Irasgressiù! 

El  fé  dama  1  curai  del  so  pais. 
Che  l'era  de  quei  òm  che  ghe  n'é  pòc, 
Miga  de  quei  ch'i  vend  ol  paradis. 
Che  sèi  pec࣠ di  siore  i  fa  de  ioc 
Per  ol  caffé,  per  d  disnà,  o  la  sena, 
Per  god  in  santa  pas  la  Madalena 


DIAUrn   LOUARDI.  1115 

La  Madalena,  lé:  costai  capii, 
ChM  resta  lé  come  leandaliiàé? 
I  farìiv  miga  csé  sM  gh^aés  nt. 
Perchè  «  se  almàiic  no  parie  con  di  maè. 
Per  Hadalena  intende  la  boccata. 
Che  8'  vèd  in  di  ostarée  la  piS  badiala. 

Dunque,  per  god  In  pas  la  Hadalena 
Piena  de  ì,  magare  d^  trentadù; 
Me  no  ghe  tróe  nlssona  roba  oscena 
ChM  diràv  lur,  de  fa  quel  sguersignù! 
I  scuse,  ma'l  ma  par  brott  natura! 
Quel  sobet  vardà  sblès  e  pensa  mal. 

In  somma  Pera  on  òm  frane  comè'l  sol. 
Con  tat  de  cor  per  td£  de  fii  sguazsètt; 
Pacciòt,  alègber  come  u  fra  d^  san  Poi , 
SUmàt  e  brao,  ma  omel  eomè  ù  sòètt, 
D^agn  sol  dò  anta,  e  stat  come  Dio  di. 
Con  tòte  i  prolessiù  fò  del  badi. 

Ma  andèm  col  pret  al  lèi  del  moribónd , 
Che,  dopo  confessàt  In  quac  manera, 
Ei  dis  a  olta  us:  Dovrò  'fidò  in  fmd. 
Se  no  iume  la  roba  de  ehi  Veraf 
Padrù  de  sento  e  passa  mèla  scùi, 
Do^ò  lassa  i  me  sèèi  che  nùé  e  eriiè? 

—  No  gh*dighe  d*  lassai  nui;  ma  de  paga  s 
De  compensa  chi  gh*  ponsa  e  i  danegiàè; 
Infi  vergola,  o  Ioni  ghe  reslarà; 
Cosi  l^ischia  de  'ndà  zòindi  dami; 
Dis  ol  cùràt:  o  la  restilmsiù^ 
O  zòa  V  inferno  sensa  remisiiù  ! 

E  'I  moribónd:  El  lasse ^  che  u  mommi 
En  foghe  abnànc  parola  eoi  me  sèèè; 
Che  vede  *l  sòbu  cSr^  eomè  i  la  seni; 
Ivègne  por  chilo  'ntùren  al  Ui, 
E  Iti,  che  forse  a  casa  ergu  i  Vatpetla^ 
El  9aghey  el  Utme  chi  de  che  m*  uretla. 

El  tuma  a  cà  '1  curàt  gnèc  e  intrognét , 
Perché  Vk  capìt  bé,  che  quel  ladrù 
Óna  quac  balossada  'I  voi  fa  dét, 
Òna  quac  di  so  bune  transasslù. 
Col  guadagnaga  almàne  ol  sent  per  seni , 
E  negossià,  s'^el  poi,  al  Sacramént. 


ÌM  PARTE  PRIMA. 

Tra  lù  U  disia:  M'imàgine  i  consèi 
Ch'i  ga  darà  quel  so  tri  flur  de  irtù; 
Balòss,  canàe,  i  par  tri  Agnos-Dei , 
E  se  i  podèss,  i  è  forse  pès  de  lu; 
I  me!  cassa  a  l'inferno  quel  margnoc, 
S'el  Siùr  no!  la  té  sald  per  1  pelòc! 

Ha  lassèm  ol  curai,  e  via  de  voi 
Tùrnem  al  lèi  de  Tavarù  ch'el  mòr; 
Che  za  col  carozzòi  chM  à  tolt  a  noi 
I  Taspefa  i  diàoi  con  tal  de  cor; 
Ch'el  Clama  amò  i  so  sièÒ  tòt  disperata 
Per  vi  d' dà  fò  tòt  quel  che  l'à  robàt. 

Col  co  bass  e  coi  ò£  impetolàé 
De  làgrime  e  de  i,  scé  bu  flòi. 
Sa  e  là'ntùren  al  lè£  i  ve  quaò  quaé; 
E  lù  '1  ga  dis:  Me  iÒèSj  gh'ò  6n  ingarbói 
De  fa9  «01,  che  fon*  el  icenri  za; 
Che  per  i  cnge  ménom*  poii  saM, 

El  salta  sd  'I  magiùr:  Tata^  tasi. 
Che  m'iè  infurmàS  za  tóé  che  Ve  quac  agn; 
Per  me  diti,  fé  por  tòt  quel  che  oU; 
Ma  no  tré  fò  i  fattode  di  calcàgn; 
De  miga  tcolt  ai  bùzzere  de  tóé, 
Per  l(u$àm  nu  pitòe  i  mez  ai  piòè; 

yedi ,  che  nu  m*iè  tri^e  vu  ti  u/ 
Ritèièla^  tata,  cor,  dis  ol  segónd; 
£1  terz,  ch'el  ghMa  dna  ciera  de  cucù, 
El  par^  el  dis,  che  l'abe  de  'ndà  H  mond! 
jlndèm^  ristìèla,  in  fin  pò  de  le  fi^ 
A*  t'andè  zó,  ala  longa  9'ù$ari. 

Vu^  che  pati  csé  fin  sémper  ol  frèé. 
Che  8té  a  caàl  al  foc  tot  guani  ol  de, 
Chefena'lmitde  Lui  9i  scoldè  i  Uè, 
Dopréssev  anze  stoga  piiitòet  bé; 
E  9*ìuari;  rieélèla.  ..eh!  gìen'é  %ò  tace 
Ch'i  gh'ia  $ói  dii^  perdial  onge  cté  face! 

BitHéla,  cor,  de  brao,  epetè  che  v'vòte; 
Lasièm  fa  nu  a  se&iàv  col  tiór  curai; 
Si  boss  de  co,  aidémel,  alza  so  té,,, 
learda  ch*el  mòr!  l'à  qwue  i  òS  serài! 
E  lù  '1  dis  sotta  us:  f'ò  dd  de  bu; 
E  lur  :  Addio  né,  preghé  'l  Siur  per  nu. 


OUUm   LOHIARDI.  1117 

Avrì  vést  sai  knchcé  di  brolte  stam|)C 
Ch'i  fa  vedi  la  mori  del  peeadùr, 
I  mez  a  quei  diM  ck^el  par  chM  rampe 
Fò  de  per  tot,  per  laga  grand'onùr  ; 
Figurèvla  de  filo  in  de  sto  lèé, 
E  che  i  dìaoi  i  sia  scé  tri  ho.  sdèé. 

E  cose  rè  crapkt  i  sto  avarù , 
Abandonàt  e  maladèt  de  to£. 
A  vòter,  maÒ  per  i  specGIassiù, 
Che  oli  (a  solò  so  in  d'ona  peli  de  plòé, 
Preparèv  a  sta  mort  buzerunassa. 
Se  mai  gh'  i  daÒ  de  onge  a  fa  rolnssa  ! 

Sonetto  contro  un  barbiere. 

Gran  telescopi  e  canocclài  ghe  séa, 
Speculo  otte  fena  eìCì  51  lur, 
I  è  toi  insèma  ona  mincionaréa , 
A  la  scoperta,  de  la  qual  so  aotùr. 

Chi  di  studia  e  chi  stodla  astronomia; 
Chi  rà  stodiada,  e  i  è  za  professar; 
Chi  sa  diletta  co  la  fìuitaséa 
A  contempla  del  slél  i  bei  laùr; 

Chi  luna,  sol  e  stele  i  voi  vèd  bé, 
Fòsse!  a^  Galilei,  senza  spetii, 
I  vaghe  del  barbér  che  gh"*  dirò  me  ; 

Che  la  minar  di  so  abilità 
L'è  "1  fa  vedi  i  pianèd  ac  al  mez-dé; 
Figurèv  pò  de  noè  cosa  1  farà  ! 

Canzone^ 

0  Margi,  salta  fò  del  balcù. 
Che  d'amùr  chilo  crèpe  per  té; 
No  poss  pio  majà  pà  de  melgù , 
La  polenta  la  m' par  toc  de  fé. 

1  tò  d£  i  è  da  dò  de  sietta, 
Du  balcù ,  dò  lanterne  del  siél  ; 
Se  i  osèi,  0  i  farfalc  i  saetta, 

I  è  servici,  no  i  ga  lassa  pio  pél. 

01  tò  nas  rè  il  gropì  che  consula, 
La  tò  bocca  a  bochi  de  coràl , 
Dove  i  grazie  i  basi  1  ga  ridala , 
E  1  fa  ròm  deventà  u  slforàl. 


itt8  PARTE  PRIMA. 

I  cheéi,  che  intoreii£  e  fai  tressc 
I  ta  fa  so  la  crepi>a  u  taèll 
De  gogiù,  de  spadlne  csé  spesse , 
Del  tò  co  i  fa  del  sol  ù  fradèll. 

Se  pò  adòss  e  s^  U  féss  r inventare. 
Dighe  me  che  sostansa  s'ta  troa! 
De  granate  e  corài  on  armare , 
E  diamànò  iscondìi  In  da  boa. 

Che  brassòÒ,  che  spalotte,  che  età. 
De  copà  '1  facchinù  pio  robòst  ! 
Oh!  che  timpane,  che  calamela. 
Oh!  che  pòm  in  tei  zèrel  del  bòst! 

Té  sé  léssa,  lòstrada,  lòsenta, 
Come  '1  manec  de  vanga  o  badél, 
Te  fé  gola  come  ona  polenta 
Con  lòanga,  o  sardù  de  barél; 

Ma  quat  bela  de  fò  té  sé  tota , 
Té  sé  brotta,  crùdela  de  dét. 
Come  pom  che  fa  schéfe,  el  ribòta 
Soto  rosea  che  ingani  la  lét. 

Per  quat  corre,  che  dighe  e  che  faglie 
Con  tòt  me,  té  se  sèmper  ristessa; 
Té  sé  té  «  che  té  vò  porta  i  braghe, 
E  té  m"  fé  de  prìura  e  badessa. 

Coi  gogi  rò  compràt  i  sta  fera 
Sic  ferree,  dna  rócca  e  tri  fùs; 
E  té  sèmper  té  m^  fé  bròsca  ciera , 
A  te  m^  vàrdet  con  tanto  de  mùs  ! 

Cremadco. 

1712.  Il  più  antico  Saggio,  che  ci  riuscì  rinvenire  in  questo 
dialetto ,  e  la  seguente  poesM  ,  per  monacazione  della  con- 
tessa Medea  GriiToni  S.  Angelo,  in  dialetto  rùstico,  stampata  in 
foglio  grande  volante,  in  Crema  dal  tiflògrafo  Mario  Gàrcano. 

A  la  lùstrissema  signora  contessa  Medéia  Gri/fona  Sant'Anzolj 
in  del  fàs  monèga  nel  nobeléssetn  Conici  de  S.  Marcia  de 
Crema  y  col  nom  baratàl  in  sora  Marcia  QnintUia.  Poeséia 
de  Zo^àn  Méneg  Ollolliv  de  Gabià,  filàgol  de  cà  de  so  sigìio- 
réia  liistrìssenia, 

né,  eh 'a  so  tt  a  tend  la  vacaréia , 
Me,  che  de  letiA  n'ò  stiìdiàt  nagòt, 
Cross  de  legnàm,  de  Icngua  rùstegòt 
Vcgn  chilo  per  dcscòr  in  poeséia  t 


DIALRTl  LOMBAmOI.  150 

Giròi  da  fa?  Ch'^  da  di 7  IMsìmel  vu, 
Muse  bele,  chMlò  da  press  al  Sere 
Bcscantèy  sfloreiè  per  quele  gere, 
E  sonè  issé  bliare  M  callssù. 

Indichièm  quatre  bete  serimonie. 
De  fa  un  presènt  a  quela  Signorina, 
Ch'a  s''è  faccia  monèga  stamatina; 
Se  no,  per  Bac,  me  dig  de  li  fandonie. 

Sente  'I  me  cor  ch^a!  dis,  di  sii  Menèg; 
Almàc  aviss  la  boca  inziìcherada  ! 
Orsù,  la  vós  sia  drCncia,  o  delicada. 
Se  tase  (in  bòt,  a  m^vol  crapà  1  stumèg. 

Doca,  con  tùtt'amór  e  reverenzia , 
Lùstrìssema  signora  me  Patrona, 
E  col  respè^  cb'a  porte  a  Cà  Griffona, 
Scomenzarò  con  vosta  e  so  lisenzia. 

L'i  faccia  pò  mazenga  in  fi  di  fa^, 
1  lagàt  a  cà  vosta  li  caroze, 
I  dàj;  di  pè  de  drè  a  li  galoze. 
Or,  e  mantù,  e  montére  i  tiitt  dcsfàg; 

Conteta  v^  trovari;  fó  di  bodé, . 
Fó  di  perìgoi  deli  vanitati 
In  sto  convét  ari  la  libertat, 
Che  god  chi  sa  servi  Domenedé. 

Sa  poi  fa  bé  per  tùtt;  ma  fó  del  mond , 
Per  serv'  a  Dio,  gh'è  più  comoditàt. 
Chi  capiss  sta  metàfola,  biàt  ! 
So  bé  gnorànt;  ma  quel  ch^ò  di^,  Vk  fónd. 

Proverbe  vegnit  fó  da  un  vertùvós, 
ChMn  zezia^l  remirava  la  fònsiù; 
Oh!  quaj  desc^rs  Tà  fit{  sora  de  vù, 
Parlànd  a  un  otre  siór  issé  sot  vós  ! 

Inzenociada  zó  a  la  fenestrela 
Quand  a  sérev  ilo  coi  oj^  bassi , 
A  la  faza  di  Padre  Capùssì, 
L'à  dìj[  sùbùt:  Vardè  na  santarela; 

Vardè  quei  Croscfiss  ch'i  gh'à  portai; 
L'è  una  bandera  contra  1  diavolàz; 
De  li  pompe  T insegna  a  fa  strepàz. 
D'obedienzia  model,  e  d^omiltàl. 

Ma  quel  ch'ai  diss,  sul  benedì  li  veste, 
Per  tegn  a  mét,  gh'oliva  un  òMt  de  tetra; 
Manco  mal  ch'ò  na  gnùca  che  penetra, 
E  tra  tate  parole  poss  dif  queste: 


160  PARTE  PniMA. 

Li  veste  benedete  i  è  ornamét 
Ch'a  mostra  la  vertùi  de  chi  li  porta; 
Qaele  i  è  ùn^annadùra,  che  conforta 
Cent  r^  al  demone  brutt  e  inviperét. 

Quei  eh' a  I  v^à  mésa  in  co  snévej^  zendaf , 
1  è  segn  de  cor  sogèt,  morti  flcàt 
Dal  vestimét  modèst  de  Tonestàt, 
Che  spiega  al  Croseftss  e!  so  tra  vài. 

Sa  la  candela  chM  v^à  dàg  impizza 
Un  bel  segniflcàt  al  gh'à  fà^  sóra; 
Ch'a  rè  na  lus  intema  che  spiandóra, 
E  a  la  strada  del  siél  T  ànima  indrizza. 

Al  dcsfà  de  li  trezzc  incadenade, 
Deslassàg  fó  del  co  i  impedimé|^^ 
Pensér  del  mond  i  salta  io  rabiéj^. 
Nel  daga  jeire  quele  sforbezade. 

Amò  n^àl  dei  sùn  quele  belc  trczze; 
Starév  trop  dina,  se  voléss  repètl 
A  m'vé  sùt  al  gargàt,  sa  m^strcnz  al  pèt; 
Gh'an  saràv  de  cùntà  de  li  belezze! 

in  quela  li  monèghe  tutt  a  un  trai 
Li  s'è  messe  a  canta  de  li  orassiùj 
I  iètre  i  à  fà^  la  santa  vestissiù  ; 
£  i  vertùvós  de  zezia  fó  l' è  anàj. 
Restàt  ilo  me  cola  boca  verta; 
Li  monèghe,  chi  s'mìss  a  scampana, 
Chi  nava  atorne  al  Coro  a  bescantà. 
Piene  d^ùna  legréia  tiita  sperta... 

Oh!  oh!  so  dàt  in  succia;  bija  fornìla  ; 
Al  vertùvós  da  bé  gh'ò  là}  zó  i  fùs; 
Laghe  1  talér  de  part,  e  so  confus. 
Perché  no  gh^ò  più  fli  de  fa  sta  tila. 
Inàj^  perzò  de  meti  in  sac  la  piva, 
M'angùrarò  la  lengua  de  Pitàfola, 
Per  compì  slu  descórs  ch'ò  mèss  in  tàgola. 
De  grazia,  dèm  de  scólt  una  faliva: 

0  mond,  chi  fa  seguita,  i  è  pur  mà^l 
De  rose  impè  fa  de  di  gretaciii; 
Trìboi  e  spi  i  è  sempre  i  tò  trastùi. 
Amar,  e  pia  del  tòsseg  renegà|(. 

Resta  fó  nò  con  tanto  de  barbazza 
Sbefàt  da  una  zovnina  vertuosa  ! 
Col  lagàt  té,  de  Crisi  rè  faccia  sfiosa. 
Ciapì,  de  rabla  màjet  la  lenguazza. 


DIAUrri   LOMBAEDI.  161 

A  vói  cridà  di  viva  sento  milia: 
Viva  quel  spirita  viva  quel  amor, 
Che  l'à  dàt  a  Gesù  tui  el  so  cor! 
E  viva  sempre  sor  Marèa  QuinUliaf 

17^0.  Sonetto  in  lingua  rùstica  del  canònico  Antonio  Maria 
Vallotti. 

Per  Mònaca. 

Ta  pò  fa,  ta  pò  di,  ta  pò  briga, 
Ciappi^  bergnif ,  demone  desgraziàt  ; 
Cile  più  toc  no  ta  gli^è  de  sgraflgnà 
Sic  bel  tesòr,  che  t'è  de  ma  scapàt. 

Mastéga  por  la  rabia  per  bajà, 
Come  ^n  cagnàss  d'infeme  scadcnàt, 
Come  'n  luf  che  spaventa  a  lodolà , 
Come  ''n  drag  che  sigòla  despiràt  ! 

Za  l'è  franca  in  convènt  la  moneghina, 
E  de  té  no  la  gh^à  miga  fllù, 
Se  ta  la  scombattbs  sera  e  matina; 

Desséda  temporài,  saette  e  trù; 
L'è  con  Crlst,  no  Fa  pura,  e  issé  zoenina 
Centra  de  té  Tà  un  ànem  de  liù! 

1800.  Sonetto  di  don  Giacomo  Inzól,  in  lingua  rùstica,  per 
una  Prèdica  sul  Giudizio  Universale. 

Sonetl, 

Che  prèdica^  putàrdia!  sta  matina 
£1  nost  predicatór  Tà  petàt  li! 
L'è  prope  Jona,  per  na  smalandrìna! 
Da  quele  che  fa  strénz  el  pceri  ! 

Ange!,  profeto,  e  pò  aca  la  Regina, 
E  quel  eh'  a  faò  ci  mond  in  soi  sés  di , 
L'à  faò  parla  tòé  scorazàj^,  per  brina, 
In  sta  manera  come  dise  mi: 

A  la  vai  d'Giosafit  zòegn  e  vèè, 
I  bu  da  quei  eattìv  i  séa  divìs. 
Giusta  come  i  agnèi  fò  dai  cavrèé  ; 

No  rè  pò  quest  el  tcmp  d'alza  i  barbìs! 
vótre  ch'i  faÒ  del  mal  z6  eoi  folèd; 
Vòtre  eh'  i  fa£  del  bé  so  'n  paradis. 

^  ^30.  In  Saggio  del  dialetto  e  della  poesia  cremasca  dei  nostri 
V^rm^  porgiamo  im  sonetto  dell'abate  Felice  Màsperì  Battajni, 


l((d 


PARTE  PRIMA. 


c  la  versione  di  due  Anacreòntiche  del  Vittorelli  fatta  dal  pro- 
fessore Rocco  Rocchetti  nel  dialetto  men  rozzo,  propria  della  città. 

SonetL 

Nene,  impéssa  la  lom,  che  rè  za  sera; 
Ga  dis  so  dèda;  e  Nene,  che  rè  n'oca, 
Con  tota  flaca  la  mett  zò  la  roca, 
E  la  n^  fa  jòna  che  par  gnaca  vera. 

La  va  e  l'impèssa  la  so  Iòni,  che  l'era 
Tacada  a  ''n  ciòd,  Tal  tol  an  ma,  la'l  moca. 
Pò  gira  e  gira,  senza  derv  la  boca, 
Che  la  parìa  na  statua  da  sera. 

La  varda  da  per  tot,  da  bass,  da  sura, 
Fina'n  quel  bus  doe  i  té  Pòle  e  '1  ris. 
L'avrà  spindit  ansomma  pò  d'un'ura; 

E  dopo  alga  dàt  tote  le  próe, 
La  sa  volta  a  la  dèda,  e  la  ga  dis: 
L'àla  le  lè  la  lom?  Me  no  la  tróe! 

jituwreàntkhe. 


i. 

Varda  che  bianca  luna. 
Che  nott  spassada  e  netta! 
No  tira  un  pò  d' arietta , 
No  trema  d'erba  un  fil. 

El  rosignòl  gh'è  doma 
Che  se  lùmenta  e  vosa; 
E  par,  che  la  morosa 
El  ciame  con  un  tri!. 

Le,  che  Tal  sent  a  pena. 
La  ve  de  foja  in  foja, 
E  la  rispónd  de  voja> 
Peci,  no  pianz,  so'  che. 

Che  spass,  o  Dorotèa, 
Per  quele  dò  bestiole! 
Ma  té  con  ste  parole 
Tè  mal  respòst  a  me! 


a. 

V  insògn  de  stamatina 
Sent,  sent,  o  Dorotéa: 
Ch'era  con  me  hi  stréa, 
Sérem  in  d'un  ponciù; 

La  veccia  stréa  rampina. 
Che,  quand  ghe  ve  la  stéssa, 
El  simèlec  r  impéssa, 
E  la  desséda  al  tru. 

Marna,  gh'ò  dct,  le  coste 
Me  brììsa  una  gran  fiama; 
Con  quac  rimede,  o  marna, 
Guaréssem,  per  pietà! 

Tacca,  la  dis,  le  poste. 
Impianta  una  furbetta: 
Sta  sert,  che  mèi  risetta 
Per  té  la  stréa  no  gh'à. 


1550.  La  più  antica  produzione,  pervenuta  a  nostra  notizia, 
ia  questo  dialetto,  è  un  opùscolo  intitolato:  La  Massera  da  bé, 
pmr  dritta  4o9f^  Fior  da  Coblat^  stampata  in  Brescia  nel  1554,  e 


DIAUrri   UNIBARDI.  105 

ristampala  poscia  più  volte.  In  questo  poemetto  una  Serva  insegna 
alla  Padrona  le  varie  maniere  d' apprestare  e  condire  le  vivan- 
de. Ed  è  seguito  da  una  Canzone  villereccia,  intitolata:  Mali' 
ìiada,  idest  Strambò^  che  fa  il  Gian  alla  Togna.  In  fine  dell'o- 
pùscolo stesso  lèggesi  quanto  segue:  «Questo  libretto  s'è  havuto 
da  Messer  Galiazzo  dagli  Orzi,  già  Cancelliere  delli  Magnìfici 
Signori  Martinenghi  della  Palada  in  Brescia ,  il  quale  disse  ha- 
vcrlo  trovato  a  Cobiato,  in  un  camerino  del  palazzo  del  clarissimo 
signor  Cavalliero  Mariotto  IVIartinengo  buona  memoria,  al  tempo 
del  sacco  di  Brescia  >». 

Essendo  noi  per>'cnuti,  dopo  molte  inùtili  ricerche,  a  possedere 
questo  rarissimo  libretto,  ed  avendolo  sottoposto  a  scrupoloso 
esame,  in  onta  ad  una  congèrie  di  errori  tipogràfici,  che  ne  rèn- 
dono malagevole  la  lettura,  e  sovente  oscuro  il  significato,  vi  ab- 
biamo rinvenuto  molte  forme  esclusivamente  bergamasche,  firam- 
miste  ad  altre  esclusivamente  bresciane.  Onde  siamo  d'avviso,  che 
questo  dialetto,  anziché  bresciano,  dèbbasi  riguardare,  come  un 
misto  di  bergamasco  e  di  bresciano,  appartenente  a  qualche  villag- 
gio intermedio,  ove  i  due  dialetti  si  fóndono.  In  tale  supposizione, 
potrebbe  èssere  per  avventura  il  dialetto  di  Orzinovi ,  patria  di 
quel  Messer  Galiazzo,  dal  quale  s'è  avuto  il  libro  stesso,  e  che 
n'è  forse  l'autore. 

Onde  gli  studiosi  possano  proferirne  più  maturo  giudicio,  ne 
produciamo  in  Saggio  la  MaUinata^  ed  un  brano  del  mentovato 
Poemetto. 

Matinadcj  idest  Strambò^  che  fa  el  Gian  a  la  Togna. 

ElPrim. 

Madona,  Amor  si  m^à  condùt  chilo 
Sbrict  ad  alta  vos  canta  strambò^. 
Chiloga  stravacàt  al  vent  la  not 
Per  daf  piasi,  Madona,  quant  am'  pò. 
Vó  stè  In  del  let  al  cold ,  mi  m^  sta  de  fò , 
Perchè  Tamór  si  m^à  brusàt  e  cot; 
Am'  fa  di  matlnadi  per  piasi 
Co  la  gringa,  el  siibiul,  el  tamburi. 

El  Segónd. 

Quand  a  V  sguàiti,  Madona,  quel  bel  mù^  . 
Ch'a  gh'ì  caiàt  ol  co  fò  dol  balcù. 
L'è  lesi  lusét  codsèla,  ch^al  sberlùs 
Da  la  zelosìa  flna  siii  cantò. 


4((t  PAUTE  PftlHA. 

AI  vé  ttmign  splendor  fò  per  quei  bus, 
Che  manda  quel  vos  pel  con  quei  tetù , 
Ch''a  i  m'à  passai  ol  cur  co  li  rais, 
Ch^al  par  che  siagbi  après  al  tò  bel  vis. 

El  Terz. 
Oh  !  quanl  senli  d^  amor  quel  verelù , 
Ch^a  m^  vegn  con  tal  furor  in  dol  slomèct 
E  fos  rè  a  quel,  Madona,  la  casù 
Che  m'à  fai  tage  no^  zela  de  frèt; 
Alora  quand  a  m' dèssef  quel  sguailù , 
Cun  quel  suspir  d'amor  ch^af  del  bagèl, 
A  m'  senli  al  cur  ta^  rasp,  piche  e  rasfèi, 
Ch'a  gh'ò  lassai  la  miola  di  bùdèi. 

El  Quart, 
Quand  ò  moli  l:>é  comprìs  ci  vos  faciù, 
eh' a  v^  ò  smina  dai  co  fin  ai  calcàgn. 
Quei  ai  che  par  do  bus  lazsabotù , 
Cun  la  mascherpa  in  sere  per  dò  oompàgn, 
El  nas  che  m' fa  somia  '1  cui  d^  un  capù , 
Casù  de  mia  schigàila,  e  pena  e  lagn, 
Cun  quel  odor  aprèss  de  scalmani, 
Che  m^à  mess  In  angossa  de  muri; 

El  Sic. 
Quand  consideri  bé  quel  vos  stomèc, 
A  m' s'a  cumuf  ol  sang  al  Iraj^  plumér, 
Ch^a  rè  icsi  blan,  icsì  sgùràl  e  nel, 
Che  m' spreghi  el  fos  el  cui  d^un  carbonér; 
Cun  quele  beli  spalli  da  xerlèl, 
Ch'à  ik  giazzà  le  predi  di  zenér; 
Quel  bochi  zavalù,  doja,  malàn, 
Ch'à  icsi  ferìil  d^amòr  la  Togna  e  ^1  Gian. 

El  Sei. 
A  m'à  canlàl  fln  si' ora  laft  canzù, 
Ch^a  gh^um  sui  la  Innèla  in  dol  magiJI. 

El  Sèi. 
0  bé,  mo  za  ch'a  m^  dig  ol  bojamél, 
Sherpa  mo  in  pò  i  orè|  al  me  salmù , 
A  la  presezia  de  sia  bela  zél, 
Qui  circumspè^  ruzi|  in  d' u  montò. 
So'  ol  Gian,  che  rò  servida  fedelmét, 
Quand  che  no  t'abi  breca  compassfù. 
E  rè  di  agn  sés,  e  riva  aprèss  a  set 
Ch^  a  m^  cala  per  tò  amor  su  sto  cantò  ; 
Tu  m' vedi  sobrinòt  chilo  dol  frèt, 
E  ti  no  riè  dol  Gian  cas  d'un  marchèt. 


DIAUm  LOaiARDI. 


lon 


V  Off  Strambòi. 
Togna  rè  fDse,  rè  ol  tep  d'andà  a  dormì; 
Isr  ora  nò  no  boi  via  i  me  parai  ; 
So  pur,  Togna,  el  tò  Gian,  e  s'nol  vù  cri. 
Fa  la  speriema  de  quat  bé  eh' a  r  voi , 
Pota  de  Tanlecùr,  scugne  pur  di. 
Tu  vii  inquarnè  ehe  volti  carta  o  foi . 
E  so  bc  mi,  che  poM  crapè  e  muri. 
Per  té,  striazza,  de  l'afan  eh' a  m'toi. 
L'*amór  dol  tò  bel  goss  blan  e  tamàgn 
N'à  fat  brusà  dal  co  fin  al  calcàgn. 
S"*  tu  vù,  Togna,  ch'am  canti  u  bel  canzù. 
Sporz  fura  ol  co  de  Tììmo,  o  dal  balco. 

ElFi. 


La  Man$era  da-bé. 


M(u$,  Brìgada ,  za ,  à  tii^ , 
Faméi,  masséri  e  pi^. 
Corri,  corri,  corrét. 
Corri  za  prestamét. 
Che  vói  di  una  canaù; 
Za  tùi  In  d'un  montù. 
Na  m' derumpi  ol  parla, 
Conzèf  qui  lui  da  ma , 
Che  la  posse  senti; 
Orsù  plii  no  fmovi, 
Kotè  bé  el  zanzum. 
Che  impari  un  costùm 
De  quel  che  no  sen  somna. 
El  fó  iin  trat  una  fomna 
Che  cercava  guadàgn; 
Strazzada,  senza  pagn. 
Brutta  come  un  zavàtt. 
Pelosa  come  un  gatt , 
La  parlva  in  del  volt 
U  mesorèi  de  polt; 
L'era  pò  tal  piti  accorta; 
La  vegn  batti  a  la  porta: 
Che  zój  de  cà,  dò  tifi 


E  m'respònd:  che  volif? 

Pùnte,  eazxéf  in  cà. 
Mad.  Bondi,  madona  mia. 
Mot.  Che  sif?  che  andè  fazàt.^ 
Maa.  E  so'Flor  da  Coblàt; 

Vlgnét  lesi  de  dét, 

El  m'è  vegnùt  talét 

De  vegnir  a  trova; 

Ó  Intés  che  fé  fila; 

Vegn  mi  da  vó  per  quel. 

Ò  ioil  ac  sto  sacchèl 

Da  logàl,  se  m'en  de. 
Mot,  Perche  no  so  che  f  sic 

No  vorif  quas  falà; 

Che,  quand  Tò  fò  di  ma. 

Che  no  foss  pò  scottada  ! 
Mad.  Oh!  quand  m'ari  pruada, 

Vedri  le  mie  bontat; 

81  bé  foss  da  Cobiàt , 

E  so'  peraò  fldeta; 

L'è  bé  lu  ver  eh' a  m' steta, 

Nu  m' vul  perzò  roba; 


^810.  Non  avendo  potuto  rinvenire  venin*  altra  produzione  in 
^^^esto  dialetto^  balziamo  d'un  salto  dal  XVI  al  XIX  sècolo,  nel 
^^lale  il  ^1o  Quaresimale  delVav^'ocato  luottleri,  distribuito  in 


160  PAUTE  PRIMA. 

quarantaquattro  sonetti,  conipar\'e  alla  luce.  Mentre  porgiamo 
uno  di  questi  in  Saggio,  cosi  della  lingua,  comedi  tutta  l'opera 
del  Lottieri,  godiamo  di  poter  soggiùngere  una  versione  tuttavìa 
inèdita  della  Paràbola  del  Figlhiol  Pròdigo  in  sestine  bresciane 
del  celebre  scrittore  Cesare  Arici ,  nella  quale  è  miràbile  V  in- 
gegno cx>l  quale  seppe  accoppiare  alla  versione  letterale  la  spon- 
taneità del  verso  e  la  purena  del  dialetto! 

//  Mercoledì  delle  Céneri. 

SONETTO. 

Memento  homo  quia  puMi  es 
Encù  sui  pùlpet  tuna  i  oratùr: 
Parole  che  mett  frèd ,  spaènt,  orrùr 
A  chi  no  pensa  giusta  al  brut  straml:>és! 

E,  ascoltànl^,  se  ghe  féssem  su  riflès. 
Noi  regnaràf  el  maladètt  umùr 
De  tus8  nel  camoàl  i  sonadùr, 
E  (a  qua!  dura  l^an  tutt  a  la  pès. 

Pur,  rè  pòc  rèsa  de  pólver  ampastàt, 
El  più  importane  a  Tè  quel  reverieris, 
Col  guai  finiss  el  test  sura  sitàt! 

Oh!  tristo,  oh!  avaro,  oh!  òm  spropositàt! 
Che  diset  a  sto  colp  de  reverteris? 
Ne  èl  forse  on  laùr  de  dienta  mat? 

El  fiòl  dtMtpù. 

SESTINE 

Ch'era  dna  olta  dn  òm  ch'eoi  gh'ìa  dù  s6èé: 
On  de  '1  pio  zùen  el  dis  al  so  boba  : 
Boba,  dèm  quel  che  m' tocca;  e  'l  pòer  vèé 
El  ghe  fa  la  so  pari,  e  '1  ghe  la  dà. 
Poe  de  dopo,  con  tòt  quel  ch'el  gh'ia  it, 
Dal  so  boba  'l  pio  zùen  rè  partit. 

E  rè  nat  bé  de  lonz,  e  là  '1  vivìa 
En  d'Sn  gran  lasso,  e  *1  vujò  ma  M  fatt  so. 
Entànt  rè  ignlda  dna  gran  carestìa, 
Ghe  ac  ai  piò  ree  la  fàa  grata  sòl  o6; 
Pòer  flòl!  penaèga  oàlter  che  pati! 
ij  iscé  bé  no  iga  piò  u  quatri! 


DIAUm   UHIBARDI.  107 

La  fam  la  cassai  luf  zò  dia  montagna; 
El  pòer  zùen  l'è  nat  a  fà'^l  ffamèi, 
E  da  on  patrù  eh^el  la  tignìa  ^n  campagna 
Perché  'I  menéss  a  pascola  i  porse!  ; 
Dóe  spess  el  s^engSràa^n  d'on  porc  a'  lù, 
Per  sassià  co  le  glande  el  so  dlzu. 

On  de  che  squase  no  1  podia  sta  'n  pe 
De  la  fiachessa,  el  gh'è  saltàt  in  ment: 
En  casa  del  boba  1  ghe  mangia  bé 
Taé  servitùr,  e  no  ghe  manca  niént, 
E  me  sto  che  a  mori  de  fam  !  Ah  !  no: 
Naro  del  me  boba  e  ghe  disarò: 

Bobà/1  so  ch'ò  fat  mal,  por  trop  el  so. 
Che  v'ò  offendìt  vò  e  pò  a^  el  Signùr; 
Me  no  mèrete  pio  de  sta  che  amò 
Come  vost  fidi  !  tegnim  per  servitùr  ; 
Ah!  bobò,  issé  sfinii  e  issé  sbindù, 
Disìm,  no  ve  fo  miga  compassili? 

E  l'à  tolt  so,  e  rè  nat  del  so  boba; 
E  Pera  amò  de  Ioni,  qoan  ch'el  pòer  \kè 
Ch'el  ria  podit  appena  figura, 
El  gh'  è  corrit  encontra ,  e  coi  brass  strèé 
El  rà  dapàt,  e  per  el  gran  contènt 
El  rà  baia»  e  noi  podia  dì  niént. 

E  lù  '1  disia:  boba,  por  trop  el  so. 
Che  v'  ò  oflèndit  vò  e  pò  a'  el  Signor; 
Me  no  mèrete  pio  de  sta  che  amò 
Come  vost  fiol;  tegnim  per  servitùr. 
Ma  '1  boba  'I  ciamè  subet  i  faméi, 
E*l  ghe  disè:  Porte  i  vestìò  piò  bei; 

Porte  Tanèly  le  scarpe;  zò  consèi 
So,  come  l'era  ^n  prima  ch'el  néss  via; 
Né  a  to  on  vedèi  bel  grass,  fé  presi,  copèl; 
Voi  che  manglome  e  steme  en  alegria; 
El  m^era  mori,  e  l'è  resossitàt, 
Gh'ie  perdit  dn  me  fiol,  e  rò  trovai. 

El  tome  intani  dal  ciòss  el  fiol  pio  grani, 
Che  i  era  za  reàé  a  mei  desnà; 
E  a  sta  de  fora,  che  s^sintia  tòt  qnant 
El  gran  bodéss  de  quel  sona  e  canta, 
Ko  1  sia  capi  gna^  lù  quel  ch'eoi  fodéss; 
E  ^1  domande  a  on  faméi  cosa  i  se  féss? 


108 


PARTE  PRIMA. 


Quand  l'à  sentìt,  che  se  mangiàa  òn  vedèl. 
E  eh'el  boba  Fera  cose  contént. 
Perché  Fera  tornai  el  so  fradèl, 
Enrabiàt  noi  volìa  pio  gna'  nà  dént; 
E  quand  ch'el  so  boba  per  quietai 
L'è  leàt  so  e  Tè  egnìt  lu  a  clamai. 

L'è  dal  fora,  e '1  gh^à  dit:  a  i  è  laé  agn 
Che  ve  obedesse,  e  no  m'i  dal  gnamò 
Gna'  dn  cavrìt  de  mangia  coi  me  compàgn; 
E  a  lu ,  che  Tà  fat  fora  tott  el  so 
'N  le  fomnc,  adèss  ch'el  ve,  ghe  fé  copà 
Òn  vedèl,  e  ghe  de  de  sto  dlsnà! 

E  M  boba  el  gh''à  rcspòst:  Ma  té  te  sé 
Sem  per  con  me,  car  el  me  flol;  la  mia 
Roba  rè  roba  tò;  ma  me  gh'ìe  bé 
De  fa  dn  bel  past  e  sta  'n  santa  alegrìa . 
Che  me  girìe  pers  dn  fidi,  e  Pò  troàl, 
El  m'era  mori,  e  Tè  resòssitàt. 

Cremonese. 

Nell'assoluta  mancanza  di  produzioni  letterarie  in  questo  dia- 
letto meritévoli  d'essere  prodotte,  trascriviamo ^  per  Saggio  di 
lingua,  un  brano  d'una  stucchévole  Bosinada  publicata  nell'an- 
no 1800  contro  i  Giacobini,  ed  un  brano  del  Diàlogo  mano- 
scritto, e  da  noi  testé  mentovato,  fra  due  f$erve. 


1800. 


Bosinada  Cremonesa, 


Me  mei  vòs  imaginà. 
Che  la  ladra  Ubertà 
LMva  pò  d' andà  a  feni 
Con  di  guai  da  fa  morì. 
Ecco  adèss,  ecco  el  bel  fén 
Dei  fanàtic  Giacobén , 
Che  se  fiva  rispetà 
Come  tanti  podestà! 
Part  bandii,  pari  in  presòn. 
Sarai  so  come  1  capòn 
A  spetà  la  soa  sentenza , 
Per  fa  pò  la  penitenza 
Dele  soe  iniquità; 
Vel  possìves  figura! 


Vòster  dan, se  gh'i  di  guai! 
Imparò,  toc  de  sonai, 
A  fa  meni  a  di  birbànt 
Che  fa  guera  fina  ai  Sani; 
Imparò  a  fa  i  prepotènt , 
A  roba  Por  e  l'argènt 
Ale  case  del  Signor, 
E  levaghe  anca  Toner; 
Toc  d'indògn,  senza  pietà 
Andò  adÒM  a  venera 
Quel  bel  vòster  capital, 
La  briola  In  sima  al  pai. 

Andò  adèss  a  despojà 
Le  famiglie,  e  fave  dà 


DIALETTI   LOMBARDI. 


109 


Le  camise  e  i  Iclt  fenìl; 
Paghe  adcss  quel  ch'i  godìt. 
Se  in  galera  creparì , 
Vòster  dan ,  ve  lorni  a  dì  ; 
Se  ne  sì  cu m  passionai 
Da  nessiin.  Vi  meritai. 


Che  n^abbiè  anca  da  Ani 
Tanti  e  tanti,  son  per  dì, 
Con  vergogna  e  confusiòn , 
Tacca  susa  a  pindolòn, 
Come  i  lard ,  come  i  salàm , 
A  morì  col  nom  d'infàm! 


Diàlogo  fra  due  serw.'. 


Teresa  /  M  aegheeita. 


Ter.  Ve  saluti ,  Margarita  ! 
Mar.  Oh!  ve,  ve!  la  mia  Teresa! 

Ve  saluti;  andè  fa  spesa? 
Ter.  Tutt  el  de  me  fo  sU  vita. 

La  mia  cara  Margarita; 

Sèmper  curri  inànz,  indrè, 

Fo  tnittade  da  lacchè 

Per  la  strada  e  per  la  piazza , 

E  ne  so  cume  me  fazza 

A  sta  in  pè^  che  ne  me  mala; 

E  vó,  fiola,  come  vaia? 
Afor.  O'r  gh'è  mal;  insé,  via  là; 

Ma  vò  pòc  fora  de  cà; 

Ma  fò  miga  la  pujana; 

Mangi  ben,  e  me  sto  sana; 

Adèss  vò  cussé  pian  pian 

Da  Fatùtt  a  tò  del  pan. 
Ter.  E  me  vò  sul  MercadèI 

A  tó  '1  ris  da  Signorèl. 
^ar.  Andóm  donca,  fiola  mia, 

Se  pudùm  fass  cumpagnia; 

L'è^n  gran  pèzz  che  ne  v^ò  vista; 

Stè  amò  là  col  siur  Batista? 


Ter.  Pensò  mai!  Se  nir  ghe  stavi 
N' alter  mese,  me  malavi. 
Quell'avaro,  ]ìer  risparmi, 
El  me  fava  sta  a  dormér 
In  na  stalla,  in  s'ùn  pajàzz; 
Senza  gnanca  en  materàzz. 

Mar.  Oh!  che  can!  oh,  che  padrón 
Oh  che  basa-tavelón  ! 
Sti  co  bass,  che  fa  'I  beat 
Jén  avari  renegàt; 
I  fatt  ben  a  licenziave , 
Se  ri  fatt  per  ne  malave; 
Stari  mèi  dove  stè  adèss? 

Ter.  Fiola  cara.  Tè  Tistèss; 
0  saltai,  come  dis  quela 
Dal  lavéz  in  la  padela. 
Che  gh^è  Irop  da  fadigà. 

Mar.  Sì  ben  malia  a  seguila; 
Licenziève,  baraltève; 
Ma  disìme:  cun  chi  sic? 


CAPO  VI. 


Bibliografia  dei  dialetti  lombardi. 


MiLAinsi. 

Filolauro.  SolmioM  cooiedia  d*un  atto  solo ,  sema  distinxione  di  scene, 
di  vario  metro,  e  mescolata  di  molto  linguaggio  lomlNurdo.  —  Bologna , 
in  casa  di  Maestro  Gfrolamo  de*  Benedetti ,  isfo,  in-t.° 

Opera  jocunda  nob.  D.  Johuuiis  Georgi!  AUoni  Astensis,  metro  macha- 

ronlco,  materno  et  gallico  composita.  Impressum  Ast  per  Franclscum  de 

Silva.,  anno  Domini  imi.  —  In  queito  Ulnro  trÒ9asi  la  Farsa  del  Bracbo  e 

del  Hilaneiso  inamorato  in  Ast,  nella  quote  il  MiUmeee  parla  il  proprio 

dialello.  Fu  riitampalo  due  volte  eoi  $effuenti  titoli  :  V  opera  piacevole  di 

Georgio  AUione.  Asti,  per  Virgilio  Zangrandl,  laoi.  In-is.®  —  L'opera 

piacevole  di  Georgio  Allione  asteglano  di  nuovo  corretta  et  ristampata  In 

Asti ,  et  ristampata  In  Torino  per  Stefano  Maniolino,  leas.  Quelle  éueedi" 

zUmi  per  altro  non  contengono,  né  i  componimenti  francai,  ne  i  quattro 

ultimi  pienumtai  della  prima  edizione,  già  fatta  rariisima,  e  la  lingua  fu 

in  ambedue  ritoccata  e  rimodernata.  Scrìisero  intomo  a  quetto  lUtro  Jn* 

drea  Bouotti,  nel  Syllabus  scriptorum  Pedemontil ,  Chiaa  Jgoetino  nel 

Catàlogo  di  tutti  gii  scrittori  piemontesi,  Grani  Serafino,  nella  Storia  della 

Città  d'Asti,  Failauri  TommoMO  natia  Storia  della  poesia  in  Piemonte,  ed 

^^tri.  Un  eeemplare  eomptelo  della  prima  edizione  fu  venduto  in  Ingkilr 

^^rra  700  franchi. 

Il  Muratore.  Comedia  Rnsticale  Lombarda ,  nella  quale  si  contiene 

^^me  un  Villano  e  un  Muratore  si  partono  da  lavorare  per  voler  diventar 

^^^cchi,  e  come  furono  fatti  riedii;  ed  una  Epistola  d'Amore.  In  Siena,  ad 

^^lanza  di  Giovanni  di  AlessandroUbraro;  adì  ft  di  settembre,  tssi,in-e.* 

Tonio  e  Pipo ,  il  Contadino  e  V  Oste.  Comedia  in  dialetto  lombardo. 

^oua  veruna  indicazione  tipogràfica. 

^aron  Milanes ,  de  la  lengua  de  Milan ,  e  Prissian  de  Milan ,  de  la  par- 
^MMuia  milanesa.  —  Milano ,  laot ,  per  Giacomo  Coma  ivi  eono  conUnuU 
«mi  Smm  del  CapU  e  del  Biffi.  Parecchie  edizioni  furono  pubUcaie  dei 


172  PARTE  PRIMA. 

Varon  Milanes,  delle  quali  la  prima  in  Pavia,  pel  BàrMi;poi  fu  riprodoiia 
colle  annolazioni  ed  aggiunte  di  Giuseppe  Milani;  la  terza,  col  Trattato 
della  pronunziacela  testé  indicata  deli  eoe.  Una  quarta  vide  laluce  in  Ali- 
ano, per  Giuseppe  Marcili,  nel  i7tto;  e  to  quinta  nella  Collezione  delle  mi- 
gliori òpere  scritte  in  dialetto  milanese.  —  Milano,  per  Giovanni  Pirotta, 
1810.  Voi.  I. 

Nova  cipollata  in  lingua  rustica  milanese.  —  Milano,  I6I6,  per  Pandolfo 
Malatesta. 

Navarineida.  Descors  intorno  a  la  resa  de  Brada  in  despresi  di  Navarin 
nostran,  dà  In  lus  da  Batista  de  Miran,  lesis. 

Bradaineida.  Ragionamento  fatto  in  lode  di  Bredà  di  porta  Nuova,  ec. , 
composto  da  Andrea  da  Milano.  —  Milano,  per  Pandolfo  Malatesta,  senza 
r  anno. 

Il  Lamento  del  contadino  sopra  diverse  arti,  ec.  —  Milano,  per  Pandolfo 
Malatesta.  Senza  data  (10211-27). 

Lamentatione  che  fanno  Baltramm  de  Gagian  e  Bauscion  de  Gorgonzola 
sopra  I  presenti  tempi  calamitosi,  ec.  —  Milano,  teso,  per  r erede  di  G. 
B.  Colonna. 

La  Cena.  Milano,  per  G.  B.  Malatesta,  iMS.-r-  M  tròHUtsi  dm  $on€t$é 
di  Baldassttte  Migliavacca  in  dialetto  milaneie. 

La  mascherata  fatta  In  lingua  villanesca,  per  Tallegrezza  del  re  del  Ro- 
mani contro  a'Navarrinl.  —  Milano,  16S7,  per  Dionlsi  Gariboldi.  Questa  è 
una  ristampa. 

Raccolta  di  sviscerati  affetti ,  e  breve  racconto  delle  allegrezze  fatte  in 
Milano,  ec,  per  la  resa  di  Vercelli.  —  Milano,  I6S8,  per  G.  B.  Malatesta. 
Questa  raccolta  contiene  varie  poesie  milanesi, 

Disoors  faa  da  Marfori  e  Pasquin  sora  rassodi  de  Lerida,  socorsa  dal  slor 
Marches  de  Leganes  e  i  so  soldaa,  con  la  rotta  delParn^ada  franaesa.  —  Mi- 
lano, per  Lodovico  Monza,  1647. 

Girolamo  nemico  della  fatica.  Comedia.  —  Milano,  in-is.*'  Senza  data. 

La  Superbia  umiliata ,  con  Girolamo.  Comedia.  —  Milano,  fn-is." 
Senza  data. 

II  Segreto,  con  Girolamo.  Comedia.  —  Mlteno,  in-ie.®  Senza  data. 

Le  feste  delPAdda  per  P  Ingresso  di  D.  Francesco  Maria  Sforza  Viscon- 
ti, ec,  al  marchesato  di  Caravaggio.  Racconto  di  D.  Adaniro  Jonunaggio. 
(jédriano  Majoraggio).  —  Bergamo,  letts,  per  Marc'Antonio  Rossi.  M  tro- 
vasi una  poesia  milanese. 

Poema  In  lingua  milanese  per  l'arrivo  della  serenissima  Infanta  Marghe- 
rita d'Austria  moglie  di  Leopoldo  Cesare.  —  Milano,  pel  Ghisolfl ,  it64. 
Questo  poema  anònimo  è  di  Onofrio  Busserò. 

Terzetti  nuovi  per  ogni  stato. di  persone. —  Milano,  per  Gius.  Pandolfo 
Malatesta.  Senza  data. 

Chi  ha  Donna  ha  I>anno.  Opera  di  Tomaso  Sant'Agostini.  —  Milano  per 
il  Monia,  4870,  in-i8.® 


DIALem   LOMBARDI.  175 

Innamoraa  in  villa,  pensand  d*em  correspost ,  se  titeuva  ingannaa.  So- 
netto di  I.  M.  —  Milano,  pel  Ramellati;  senza  data. 

Poesie  varie  toscane  e  milanesi  di  Carlo  Maria  Maggi.  —  Veneiia,  1700. 
Voi.  3 ,  In-f  .• 

Commedie  e  rime  in  lingua  milanese  di  Cario  Maria  Maggi.  —  Milano  , 
1701.  Voi.  4  in-is.'' 

Lo  stesso.  —  Venezia,  1708,  e  Milano,  i7ii. 

Nuova  aggiunta  di  varie  poesie,  sì  in  lingua  milanese,  come  eroiclie,  dì 
Carlo  Maria  Maggi.  —  Venezia,  I70i. 

Sera  la  noeuva  sparsa  dai  Navarin  che  tomen  i  Franzes,  Sonett.  —  Mi- 
lano, fl70«,  per  Pandolfo  Malatesta. 

La  Sata  degli  Incanti.  Opera  di  Sottoginio  Manasta  (Toìfuuo  SaH^Jffo» 
tlino).  —  In  Cremona,  nella  stamperìa  del  Ferrari ,  1706. 

La  Tartara  milanese ,  o  sia  il  Cavetto  di  Baltrame  da  Gaggiano.  Alma- 
nacco per  Tanno  f  714. 

BoHinade  di  Gaspare  Fumagalli,  stampate  separatamente  in  Milano,  verso 
il  I7ss;  per  Francesco  e  per  Carlo  BolzanL 

Raccolta  copiosa  d** intermezzi,  parte  in  lingua  milanese.  —  Amsterdam^ 
I7M.  VoL  8  in-iS.** 

Due  Sonetti  di  Giuseppe  Clerici  Rossi.  — Milano,  pel  Montano,  sfiiza  data. 

La  Zanforgna  infregiada  in  boca  a  un  pegoree  de  quii  nostran,  ec.  Lu- 
nari per  Tann  bisestll  1794.  —  In  Milano. 

Relazione  nuova  sopra  la  pace  fatta  tra  la  Francia  e  P  Imperatore. — Mi- 
lano, pel  Scionico.  ^enza  data. 

Lagrime  in  morte  d'un  gatto.  —  Milano,  pel  Marcili,  1741.  QueiVòpera 
pii6(toiila  da  Domenico  Baie»trieri  contiene  alquante  poesie  di  vari  autori 
in  dialetto  milanese. 

Rlmm  milanes  de  Meneghin  Balestreri  academech  trasformò.  —  Milano. 
<744,  pel  Ghisoifl. 

Rime  per  la  professione  religiosa  di  donna  Giulia  Sormani.  —  Milano , 

i 74 e,  per  C.  Giuseppe  Ghislandi.  Ivi  tròvansi  sei  Sonetti,  del  Tanzi,  del 

Balestrieri,  del  Sinumetta  e  d'aUri. 

Il  figliuol  Prodigo  (di  Domenico  Balestrieri),  ^  Milano,  1747,  pel  Marelli. 

Lo  stesso,  colla  versione  in  verso  toscano  di  G.  B.  Calvi.  —  Milano,  i7tts, 

P«l  Gldsiandl. 

Poesie  per  le  Nozze  Luvini-Barbavara.  —  Milano,  1748,  per  Giovanni 
fontano. 

La  Borlanda  impasticciata  (publicata  dal  conte  Pietro  Verri),  —  Mila- 
^u>,  1781,  per  Antonio  Agnelli.  Contiene  un  Sonetto  in  dialetto  milanese, 

Foesie  per  le  Nozze  Durinl-aufflni.  —  Milano,  i78i ,  per  Gius.  Elchlno 
Halalesta.  Ivi  trovasi  tm  Sonetto  del  Tanzi ,  ed  uno  del  Balestrieri,  in 
^iai0Xo  milanese, 

EI  HoMgiiln  Decaa  (Pietro  Cesare  Larghi  decano  dei  segretarii  di  Co- 
^erno)  a  aoa  zellenza  el  sciur   cent  Gio.  Lucca  Pallavisin ,  ec.  —  Milano , 


47*  PARTE  PRIMA. 

per  Gius.  Richino  M&latesta.  Senza  data  (i  7tf2-tt4).  Jleime  iestine  in  dia- 
letto milanese. 

Versi  per  la  signora  Arcliilde  Naturani ,  ctie  veste  l' abito  religioso.  — 
Milano,  I7tfs,  per  Antonio  Agnelli.  M  trovasi  un  Sonetto  del  Tanzi. 

Versi  per  la  vestizione  monacale  della  signora  Arcliilde  Naturani. — Mi- 
lano, 17114,  per  Antonio  Agnelli,  f^i  si  trovano  quattro  Sonetti  del  Tanzi, 

Poesie  per  monacazione  della  signora  Agudi.  —  Ivi  pure  tròvansi  due 
Sonetti  in  dialetto  milanese, 

Alegreza  fatta  da  Beltramo  da  Cagiano  sopra  la  bondanza^  ec.,  in  lingua 
rustica  milanese.  —  Milano,  per  G.  B.  Malatesta.  Senza  data. 

Alla  virtuosissima  signora  Caterina  Gabrielli.  —  Milano,  I7tf9,  per  An- 
tonio Agnelli.  Poesie  raccolte  dal  Tanzi ,  fra  le  quali,  tròvansi  tre  Sonetti 
del  medésimo  in  dialetto  milanese. 

le  due  seguenti  poesie  del  Balestrieri  e  delVOltolinaj  furono  scritte  con- 
tro il  P.  Branda  ba9mabita  ette  lesse  unapùòlica  Dissertazione  contro  quelli 
che  scrivono  in  dialetto. 

Brandana ,  ossia  la  Badia  di  Meneghitt ,  ec.  Poesie  di  Domenico  Bale- 
strieri. —  Milano,  f  760,  per  Antonio  Agnelli. 

Baltramina.  Sestine  di  CarFAndrea  Oltolina. — Milano,  pel  Malatesta,  i76o. 

le  cinque  poesie  seguenti  furono  dettate  da  un  certo  dottor  Gandini , 
in  difesa  del  P.  Branda,  contro  te  precedenti  di  Balestrieri  e  d*Oltolina. 

Meneghin  Gambus  del  Poslaghett  a  la  Badìa.  —  Milano,  per  Gius.  Maz- 
zucchclli,  17  so. 

Sposa  Luganega  miee  de  Gambus  a  Baltramina.  —  Milano,  per  Giuseppe 
MazzucchelU,  1760. 

Meneghin  Boltriga  del  Borgh  di  Goss  a  la  Badia.  Sestine.  —  Milano ,  pel 
MazzucchelU,  I760. 

Meneghin  Sgraffigna  del  Pont-Veder,  al  mcret  imparegiabel  de  Meneghin 
Tandoeuggia,  Sonetto.  —  Ivi. 

Meneghin  Tàndcsuggia  a  Meneghin  Gambus.  —  Milano ,  per  Gius.  Ma- 
ganza,  1760. 

Ottav  milanes  recitaa  a  Mombell  da  Meneghin  Balestrerl ,  ec.  —  Milano 
1766,  per  Federico  Agnelli. 

Poesie  per  vestizione  monacale  della  nobile  Regina  Codognola.  —  Milano, 
senza  data.  Ivi  tròvansi  alcune  Sestine  del  Balestrieri  in  dialetto  mitanese. 

Poesie  milanesi  e  toscane  di  CarrAntonio  Tanzi.  —  Milano ,  1766,  per 
Federico  Agnelli. 

Poesie  in  morte  del  rev.  don  Giuseppe  Ciocca.  —  Milano;  1766.  M  tro- 
vami diverse  poesie  vernàcole. 

Donna  Perla.  Comedia  in  tre  atti  di  MolarigoBarigo(Giròtomo^iraifo). — 
Milano,  pel  Nava. 

Strambott  de  Meneghin  Foresetta,  in  occasion  del  matriaonlde  la  tu- 
siiissenm  sdora  donna  Carolina  Carchena  col  scior  don  isqip  Catch. —  Mi- 
lano i  1768,  pei  Bianchi. 


DULim  LOMBARDI.  175 

GoBiponimenU  in  morie  del  conte  Gius.  Maria  Imbonati.  —  Milano,  per 
US.  Galeazzi,  1769.  f^i  ii  iròoono  due  Sonetti  ed  una  Canzone  di  Dome' 
co  Baieetrieri. 

Poesie  per  la  professione  religiosa  della  signora  Claudia  Folli.  —  Mila- 
ly  I7S9 ,  per  Antonio  Agnelli.  Vi  $i  legge  un  Sonetto  di  Gita.  Bonari  in 
ìaìetto  milaneie. 

La  Gerusalemme  liberata  travestita  in  lingua  milanese  da  Domenieo  Ba- 
strieri. — Milano,  I77S,  perG.B.  Bianchi.  Voi.  4.  La  itesia  fu  ristampata 
i  seguente  anno  1778. 

Poesie  in  lode  di  Rosa  Brambilla  che  si  fa  monaca. —  Milano,  pel  Nòn- 
no. Senza  data.  In  trwanH  due  Sonetti  in  dialetto  milanese, 
El  prim  Cani  delPOrland  furlos  deirAriost  tradott  in  lenguacc  de  Im»- 
ceon  da  Master  Linceuggla  {Francesco  Pertusati)  fioeu  della  comaa  Sciam- 
ina.  —  Milano,  per  Giuseppe  Mazzucchelll ,  I77S.  Nel  principio  del  libro 
wasi  un  Dialegh  tra  el  Linceuggla  e  la  comaa  Sciampana. 
Rime  toscane  e  milanesi  di  Domenico  Balestrieri.  —  Milano ,  IYT4.  Vo- 
mi  •  ln-8.® 

n  Meneghino  critico.  Almanacco  publicato  da  un  certo  Sommaruga  per 
ùndici  anni  consecutivi,  cioè  dal  177«  cU  §789.  Contiene  molte  pregévoli 
ìciie  milanesi. 

Poesie  per  le  nozze  Talenti-Castelli.  —  Milano,  I77«,  per  Antonio  Agnelli. 
miiene  alcune  Sestine  milanesi  dell*  ab.  G.  B.  Grossi. 
n  Mirabell ,  Delizia  sontuosa  del  cardinal  Durini ,  Ottave.  ^-  Milano , 
r78.  Stamp.  Malatesta. 

La  Rateila.  Intermezzo  diviso  in  due  parti.  Senza  data,  né  stampatore. 
Componimenti  poetici  per  vestizione  monacale  di  suor  Marianna  Bellasi.— ^ 
ogano,  1778,  per  gli  Agnelli  e  C.  M  trovami  due  Sonetti  in  dialetto 
ìiìmmt. 

Per  nozze  Anguissola-Stampa.  —  Milano,  per  Gaetano  Motta,  1779.  Com- 
mimenU  poètici,  fra  i  quali  due  sono  in  dialetto  milanese. 
Igrra  fonebris,  in  morte  del  Balestrieri.  Ivi  trovasi  un  componimento  mi- 
viese  intitolato  :  La  mort  de  Meneghìn  Balestrer  scritta  a  TabbaaCarrAn- 
NjaOItolina  d'Amsterdam,  in  d'ona  lettera  del  I7  giugn  I780.  Questa 
ittia  è  di  Carlo  Grato  Zanella. 

Sei  Sonetti  milanesi  di  Giuseppe  Carpani  sul  soggetto  della  comune  trl- 
ena  {la  morte  dell'imperatrice  Maria  Teresa).  —  Milano,  I780. 
8orm  la  mort  de  la  fu  augustissema  nostra  patrona  {l'imperatrice).  Can- 
B  milanese  di  L.  M.  B.  —  Milano,  per  Giuseppe  Marcili,  178I. 
Mizie  Letterarie,  Giornale.  Nell'anno  1784  tròvansi  le  f^ersioni  in  dia- 
ilémiianese  d'un  epigramma  di  Catullo  e  d'una  fàvola  di  Marmontel , 
sr  ifera  dell' ab.  Uorondi. 

L* inganno  in  casa  dell'ingannatore.  Commedia  per  Tanno  1788.  —  Mi- 
ao >  pcv  G.  B.  Bianchi.  Jvi  i  personaggi  parlano  varii  dialetti. 
Pel  ritomo  deUe  LL.  AA.  II.  RR.  Tarciduca  Ferdinando  d'Austria  e  Tar- 

15 


I7ft  PARTE  PRIMA. 

ciduchessa  Maria  Bealrice  d^Este,  Ottave  milaiiesi  d'un  milanese  (Gimeppe 
Carponi),  —  Milano,  pel  Marelli,  1786. 

Al  pittor  Pietro  Gonzaga.  Sonett  sora  on  scenari  che  rappresenta  ona  co- 
sina. —  Milano,  per  G.  B.  Bianchi,  1788. 

GiudizJ  de  Meneghin  tra  i  do  Lill.  Sonetto  alla  danzatrice  Caterina  VII- 
leneuve.  —  Milano,  G.  B.  Bianchi,  1788. 

I  Consej  de  Meneghin  a  Cech  e  Betta.  Almanacco  per  Tanno  1789.  — 
Milano. 

Sonetti  per  gli  sponsali  dei  figli  di  Ferdinando  arciduca  d'^Austria.  — 
Milano  y  1789,  pel  Pirola. 

Sestine  sulla  macchina  areostatica  alzatasi  in  Milano  il  19  giugno  I79i, 
di  Giuseppe  Carpanl.  —  Milano,  pel  Marelll,  I79i. 

Poesie  per  le  Nozze  Saluzzo-Belcredi.  —  Pavia,  I78s.  Ivi  trovasi  una 
poesia  milaneie  di  Giuseppe  Bemardoni. 

Quadro  della  caccia  generale  data  In  occasione  d' una  fiera  che  infesta 
le  campagne  del  ducato  di  Milano.  —  Milano,  I78S. 

£1  Lavapiatt  de  Meneghin  ch^è  mort.  Almanacco  per  gli  anni  179S-9S.— 
Milano. 

Le  glorie  delle  armi  Austriache.  Versi  milanesi  con  note.  —  Milano ,  per 
Francesco  Pogllani,  i78s. 

La  Batracomiomachia  d'Omero.  Parafrasi  In  Ottave  milanesi  del  P.  Ales- 
sandro Garioni.  —  MlUno,  pel  Motta,  1785. 

Per  el  sposalizi  Gaccia-Martlgnoni,  quatter  vers  alla  sposa  (cU  Carlo  GraU^ 
Zanella).  —  Milano,  per  Gaetano  Motta,  1798. 

Rime  milanesi  e  toscane  pel  ritomo  delle  gloriose  armi  Austriache  ìib 
Milano.  —  Per  Luigi  Veladini. 

II  Borgo  degli  Ortolani.  Almanacco  per  Panno  1794.  —  Milano. 

Per  Laurea  in  filosofia  e  medicina  d'Angelo  Martinelli.  Versi  milanesi  di 
Giuseppe  Bernardoni.  —  Pavia,  1794,  stamperia  Gominiana. 

La  gran  torr  de  Babilonia.  Almanacco  per  Panno  1798.  —  Milano. 

Poesia  per  Laurea  in  ambe  le  leggi  di  D.  Gabriele  Tosi  Simonetta.  — 
Pavia,  1798,  per  Baldassare  Gomlni. 

Ode  a  Silvia  di  Giuseppe  Parini ,  colla  versione  milanese  di  Franeesco 
Bellati.  —  Milano,  1798. 

Quatter  quartinn  per  el  sposalizi  Bicci-Cerutl  (di  C.  Grato  Zanella).  — 
Milano,  per  Cào.  Bemardoni. 

Rime  milanesi  di  Domenico  Balestrieri.  —  Milano ,  1798 ,  eolie  stampe 
del  monistero  di  s.  Ambrogio  Maggiore. 

El  Venee  de  Milan.  Almanacco  per  Panno  1798.  —  Milano. 

Invid  a  la  Malizia.  Componimento  pregevole,  senza  daUs,  ni  stampalore. 

Lodi  alla  nazion  francese.  Versi  di  Francesco  Nava.  —  Milano ,  pel  Sir- 
tori,  1796. 

Quatter  rimm  de  Martin  Taccogn ,  per  el  sposalizi  della  zlUadina  Ma* 
rietta  Besozza  cont  el  sclur  don  Francesco  Grass.  —  Mitano^  i7»7. 


DlALim  LOMBAEOI.  177 

Alla  sdura  D.*  Carolina  PertaMda8ertoll,iiiiée  del  sciurD.  Zèser  SerioU, 
el  80  papà  {Francesco  PerUuati).  —  Novara,  1797 ,  tip.  VescoTile  Canili. 

La  settimana  grassa  eoa  la  prima  domteega  do  Quaresima.  Almam^jcco 
per  Tanno  1797.  —  MHano. 

Versi  milanesi  di  Girolamo  Costa,  in  occasione  delPinnalzamento  delPal- 
^ro  della  libertà  In  Piazza  Fontana.  —  Milano,  1797. 

Invid  al  popol  de  Milan  per  la  festa  della  resa  de  Mantova.  —  Milano , 

«797. 

Per  el  matrimoni  Giani-Pertusati,  Sestinn  milanes  del  pader  della  sposa 
Cfyancesco  Ptrtusaii).  —  Milano,  1798,  per  Gius.  Galeazzl. 

Il  trionfo  democratico,  di  Girolamo  Costa.  Senza  data,  né  iiatnpaiore. 

Versi  milanesi  di  Girolamo  Costa  per  la  festa  della  federazione  della  re- 
pubblica Cisalpina.  Senza  dolo. 

La  piazza  di  Mercant  cont  on  poo  de  coin ,  ec.  Almanacco  per  V  anno 
«  799.  —  Milano. 

Heneghin  sott  ai  Franzes.  —  Milano,  1799 ,  per  Antonio  Guerini. 

Raccolta  di  rime  milanesi  e  toscane  pel  ritomo  dei  Tedeschi  in  Milano 
«iel  1799.  —  Milano,  per  Luigi  Yeladini. 

Ultem  avis  che  dà  el  Bosin  a  chi  va  vestii  de  Giacobin,  ec.,  «799.  Senza 
«latoj  né  itampatore, 

Quader  bernesch  e  naturai  de  la  guardia  nazional.  —  Milano^  1799. 

Veritaa  vera  e  real  del  circol  ditt  costltuzional.  —  Milano ,  pel  Bolza- 

Qì,  1799. 

El  diavoi  coi  pee  dedree  ch^  an  faa  in  Milan  in  di  trii  ann  1  Republi- 
can,  ec  ec.  —  Milano,  1799. 

L'ombra  del  Balestreri  in  cerca  de  la  veritaa.  Almanacco  per  Tanno  isoo^ 

Collezione  di  poesie.  Iscrizioni  e  prose  publicate  nel  reingresso  delle 
armate  imperiali  in  Italia.  Milano,  1800  —  in-s.*  Risono  alcuni  Monetti  in 
dialetto  milanese. 

Boslnada  sui  Franzes  —  Che  fan  dì  tutt  el  paes.  Milano;  senza  data  — 

Ottave  milanesi  per  la  festa  della  riconoscenza  della  repubblica  italiana 
(<«  giugno,  1809  ).  Senza  data. 
£1  servitor  de  la  bon'  anema  del  pover  poeta  Balestreri.  Almanacco  per 

luino  «804. 

I  Confi  d'Agliate.  Commedia  In  prosa  milanese.  —  Milano,  1808,  per 
Giacomo  Plrola.    ^ 

El  Caffè  de  la  reson.  Almanacco  per  Tanno  loott. 

Gompoolment  In  Milanes  faa  sui  fest  chi  del  paes  per  la  gran  coronazion 
del  re  d^ Italia  Napoleon.  —  Milano,  I80S. 

Dialegli  tra  Pasquin  e  Marfori  sul  proverbi, oA  dessi  —Milano.  Senza  data. 

Dlalcifi  tra  Taccola  e  Marflsa  sora  i  mpd  del  temp  present.  —  Milano , 
pel  T^LBbiriiii,  I80«. 

KelazioB  de  la  descesa  del  Ballon,  ec.  —  Milano,  pel  Tamburini,  1807. 


i78  PARTE  PRrVA. 

Il  Tobia.  Parafrasi  in  sesta  rima  milanese  del  P.  Alessandro  Garloni.  • 
Milano,  pel  Pirotta,  I8O8. 

Componimene  per  Poccasion  di  zerimonl  e  di  fonzion  per  el  battesem  1 
la  bambina  de  la  nostra  vize-regina.  —  Milano,  pel  Tamburini,  I8O8. 

Dodes  Sonett  d''on  Mcneghin  del  Credo  vece  {di  FYancesco  Periusati 
sulla  moda  del  vcstiss  di  donn  del  di  d** incanì.  —  Milano,  I809,  pel  I 
nitau 

Meneghin  Peccenna.  Commedia  ridotta  ad  uso  d^Almanacco  per  V  ani 
1 809.  Riitampata  più  volte. 

Brindes  de  Meneghin  a  V  Ostaria,  per  el  sposalizi  de  Napoleon  con  Mar 
Luisa.  —  Milano,  pel  Destefanis,  I810. 

Ris  e  fasoeu.  Taccoin  per  Tann  I8f  1.  —  Milano. 

Versi  milanesi  sulle  feste  datesi  in  Milano  per  la  nascita  deFfaugusi 
primogenito  di  Napoleone  il  Grande.  —  Milano,  I8ti,  pel  Tamburini. 

Conversazion  d^on  quart  d^  oretta  sul  propose!  della  cometta,  tra  Men* 
ghin  Tirafuston  e  Marc^Astronem  Felandon.  — Milano,  pel  Tamburini,  tei 

Per  le  Nozze  Keysler-Sala.  —  Milano ,  per  Fusi  e  C.  M  iròfonsi  $ei  S 
netti  in  dialetto  milaneee  di  J.  A.  D,  {Ab,  Amdmo  Defilippi). 

Dialogo  oomico-eritico  fra  un  servitore  ed  una  cameriera,  ec.  —  Mila» 
pel  Pulini,  1818. 

Per  el  matrimoni  Berz-Pertusaii ,  Rimm  mHanes  d^  on  Mcneghin  de  ss 
crestia.  *-  Milano,  pel  Pirotla,  isis. 

La  Diesirse,  la  DieslUa,  se  scoltee,  son  chi  per  dilla.  —  Milano,  pel  Tao 
burini,  ibis. 

Dialogh  tra  Dondazia  e  Vigonzon.  —  Milano,  1813. 

Strambott  de  Meneghin  Foresetta  {Tommaso  Grosii) ,  in  occasion  de 
Laurea  in  legg  del  sur  Pepin  Viglezz ,  ee.  Seslinc.  —  Milano ,  pel  PqJ 
ni,  *8is. 

£1  Testament  del  Camovaa.  —  Milano,  pel  Tamburini,  ists. 

Meneghin  Peccenna  servitor  de  trentatrii  padron  e  mezi.  Almanacco  pi 
Tanno  I814.  —  .Milano. 

I  Garbuj  del  floeu  de  Meneghin  Peccenna.  Almanacco  in  dialetio  miUme. 
publicato  dalPanno  I8i4  iino  at  i827%  —  Milano. 

Vocabolario  Milanese-Italiano  di  Francesco  Cherubini.  —  Mflano,  stami 
reale,  1814. 

Le  due  Gemelle,  ossia  il  seguito  delle  Avventure  di  Meneghin  Peecenn: 
Commedia.  —  Milano.  Senza  data* 

Pel  faustissimo  arrivo  in  Milano  delle  LL.  BfM.  IL  RR.  Francesco  I  e  Mari 
Lodovica.  Ode  in  dialetto  milanese  di  Gius.  Carpani.  —  Milano ,  per  Gio 
vanni  Pirotta,  1815. 

Meneghin  Peccenna  impresari  de  tijater.  Almanacco  per  Panno  ttis.- 
Milana. 

Quatter  vers  per  Parrlv  in  Milan  di  So  Maestà  Timperator  Francese  I 
rimperatris  Maria  Luvisa.  —  Milano,  per  Sonzogno  e  C  laitt. 


DiALiffi  LomARM.  47g 

^t'indes  de  Meneghin  a  Tostarte  per  rentrida  in  Milan  de  sova  Majstaa 
^^Qzesch  I,  ec.  —  Milano,  per  Ani.  Fortunato  Stella,  ism. 

Milan  in  alegria  per  Tariv  de  sova  Majstaa  L  R.  A.  Franaesch  I.  —  Ml- 
^0,  pel  Tamburini. 

Il  Nuovo  Sigillara.  Almanacco  per  Tanno  f  sin.  —  Milano. 
Vita  di  Ciarlatan.  Sestine  milanesi.  —  Milano,  laie. 
Per  le  Nozze  di  S.  M.  Timp.  Francesco  I  con  S.  M.  V  imp.  Maria  Luigia 
^'Austria.  Anacreontica  milanese  di  Giuseppe  Carpanl,  scritta  Tanno  1808. — 
milano,  per  Gio.  Piroita,  I8I6. 

Terzine  milanesL  —  Milano,  I8t8,  pel  Destefanis. 
L'ultem  a  comparì  Tè  Gambastorta,  0  sia  Giornal  e  Lunari  per  Tann  bi- 
sestil  1816.  —  Milano. 

Collezione  delle  migliori  opere  scrìtte  In  dialetto  milanese.  —  Milano , 
per  Gio.  Pirotta,  I818-17«  Voi.  XIL 

Rimm  scemii  del  Balestrer.  Taccoln  per  Tann  bisestil  t8i8.  —  MUaoo, 
per  Ferdinand  Baret. 

Commentario  sopra  un  Sonetto  scritto  in  dialetto  milanese ,  ec.  —  Mi- 
lano, 1816,  per  Gio.  Pirotta.  Questo  opùteslo  è  di  Domenico  Soldati ,  ed 
il  Sonetto  illustrato  è  quel  rinomato  del  Porta  che  incomincia:  I  paròll 
d'on  lenguà^,  car  sir  Manèl,  ec 
Meneghin  Peccenna garzon  de  cuslna.  Taccoln  per  Tann  18I8.  —  Milano. 
In  morte  del  conte  Ignazio  Sforza  del  Majno,  Ottave  milanesi. — Milano, 
pel  Buccinelli,  18I7. 

Meneghin  Peccenna,  che  col  lanternon,  ec  Taccoin  per  Tann  I8if.  -  • 
Milano. 

Versi  milanesi  in  morte  del  sacerdote  Gio.  Antom'o  Bonanomi.  —  Mila- 
no, 181 T. 
Rime  milanesi  del  conte  Francesco  Pertosati.  —  Milano,  1817,  pel  Pirotta. 
El  dì  del  san  Blichee,  taccoln  tutt  da  rid  per  Tann  I817.  —  Milano. 
La  faggi  ti  va.  Novella  in  dialetto  milanese  di  Tommaso  Grossi,  colla  tra- 
duzione lìbera  italiana  dello  stesso.  —  Milano,  1  ai 7,  pel  PullnL 

Pel  fausto  ingresso  in  Milano  di  S.  A.  I.  R.  T  arciduca  Raineri.  —  Milano, 
1818,  per  Gio.  Bernardoni.  M  trovasi  una  poesia  milanese,  intitolata:  - 
Bositt  de  Milan. 

Meneghin  Peccenna  medegh,  avocat,  ce.  Taccoin  per  Tann  I8I8.  — Bfi- 
bno,  pel  Buccinelli. 

Sogn  de  Meneghin  In  Toccasion  che  Monscior  Carla  Gajtan  de  Gaisrouch 
^1  fa  la  sova  Intrada  in  MIUin,  18I8. 

Per  el  matrimoni  Verr  e  Borromeo.  Sestine  di  G.  eP.(7*omimuo  Grossi 
«Carlo  Aw-to).  —  Milano,  1819. 

It ftomanticlsmo.  Sestine  in  dialetto  milanese  di  Carlo  Porta.  —  Milano, 
*^ift,  per  Vincenzo  Ferrarlo. 

L^eiedltaa  del  matt  fachin  che  sta  sul  pass  de  .s.  Martin.  Taccoi4i  per 
Taan  lait.  —  Milano,  pel  Tamburini 


480  PARTE  PRIMA. 

Amor  di  Aglio  e  avidità  deir  oro.  Novelletta  in  ottava  rima  mttaneM. 
Milano,  1819. 

Per  la  Laurea  in  legg  del  sur  marches  Vitalian  d^Adda  e  del  sur  D.  An- 
toni Citteri,  on  Torototella  de  Porta  Renza.  —  Milano,  per  Giovanni  Sil- 
vestri, 18St. 

I  Staglon,  di  Yolonteri  Carlo.  —  Milano,  isst,  pel  Pirotta. 

Raccolta  de  Proverbi  milanes.  Almanacco  per  Tanno  issa.  —  Milano, 
pel  Valiardi. 
Meneghin  sofflstec.  Taccoin  per  Tanunceuv  i8as.-7-Bfilano,pel  Tamburini. 

II  flglluol  prodigo.  Parafrasi  in  sesta  rima  di  Domenico  Balestrieri.  —  Mi- 
lano, I8S8,  pel  Rivolta. 

Poesie  edite  in  dialetto  milanese  di  Carlo  Porta ,  coir  aggiunta  di  due 
componimenti  di  Tommaso  Grossi.  —  Italia  (lugatio),  isso. 

Per  ona  Messa  noeva,  Strambott  (di  />.  Giulio  Batti),  —  Milano,  18I8, 
per  Angelo  Bonfanti. 

Le  donne  non  han  torto.  Almanacco  milanese  per  Panno  1828.  —  Milano, 
per  Giovanni  Silvestri. 

Fantasie  di  bestie.  Almanacco  milanese  per  Tanno  i8so.  —  Milano,  per 
G.  B.  Bianchi  e  C. 

Pasta ,  Rubini  e  Galli  al  tempio  della  Gloria.  Visione  in  sesta  rima  mi- 
lanese di  G.  F.  M.  —  Milano,  I8si ,  per  Pasquale  Agnelli. 

La  Galleria  De-Cristoforis.  Sestine  milanesi  di  Carlo  Angiolini. — Milano, 
pel  Crespi  (i8ss). 

IBottegh  della  Gallarla  De-Cristoforis,  Sestine.  —  Milano,  pel  Dova(i  ess). 

Sont  de  Carella.  Taccoin  per  Tann  1 8ss.  —  Milano,  perOmobono  Manlnl. 

Lettera  de  Meneghin  a  Cecca  sul  cunt  de  M."  Mallbran-Garda.  Seslinn 
milanes  de  Carlo  Angiolin.  —  Milan,  per  Giuseppe  Crespi  e  C,  18S4. 

Meneghin  de  Pavia  el  va  a  Milan  per  senti  a  canta  la  Malibran.  Sesta 
rime  in  dialetto  milanese  di  Carlo  Cambiaggio.  —  Pavia,  pel  Bizaoni,  i8S4. 

Per  T  arrivo  delT  esimia  artista  cantante  Maria  Garcia-Malibran  in  Vene- 
ala,  Seste  rime  in  dialetto  milanese  di  Carlo  Cambiaggio. -*  Venezia,  tipo- 
graila  di  Commercio  (i8S8). 

Poesie  in  dialetto  milanese  di  CarfAlfonso  Pelizzoni.  — Milano,  tipogralla 
de^ Classici  Italiani,  lesis. 

L^amls  di  donn ;  taccoin  per  Tann  bisestil  I8S6.  —  Milano,  per  Santo 
Bravetta.  Questo  almanacco  continìw  per  sei  anni  eomeeutipi,  dal  isae 
al  1841. 

Miscellanea  de  poesii  milanes  de  C.  B.  Almanacch  per  Tann  biiestil  taae. — . 
Milano ,  per  Cavalletti. 

L^arte  poetica  di  Q.  Orazio  Fiacco  esposta  In  dialetto  milanese  {dal  dot- 
tor  Gtooanni  Baiberti),  col  testo  a  fronte.  —  Milano,  per  Sambrnnlco-Vi- 
smara,  18S6. 

L^Avarizia,  Satira  prima  di  Q.  Orazio  Fiacco  esposta  in  dialetto  milanese 
{dal  dottor  Giovanni  Baiberti),  ^  Milano,  I8S7,  per  Sambrunlco-Vismara 


DIALVm  LOMBARDI.  181 

Poesie  scelte  In  dialetto  mflanese  di  Carlo  Porla,  colla  comi-tragedia  ed 
^Itre  poesie  di  Tommaso  Grossi ,  del  Larghi ,  Balestrieri ,  Bossi ,  Zanoja  e 
^ertani.  —  Milano,  les?,  pel  Ferrarlo. 

Carolina.  Novella  in  dialetto  milanese  con  altre  poesie  di  Ferdinando  Val- 

^samonica.  —  Milano,  1858,  pel  Rivolta. —  Ivi,  I84i,  per  Placido  Maria  Visaj. 

n  Lamento  di  Cecco  da  Varluiigo  In  dialetto  milanese,  tentativo  di  C.  P. 

<C.  Pertmati),  —  Como,  pel  figli  di  GarFAnt.  Ostinclli,  isss.  Estratto  dal 

Ti.^  14  della  Gcazetta  PnHnciale  di  Como. 

Penser  de  Meneghin  ch^el  ven  a  Mllan  per  ved  Timperator ,  per  sbatt 
1  man.  Sestinn  milanea  de  A.  A.  —  Mktno,  per  Felice  Rusconi,  I8S8. 

El  \^tt  settember  I8S8.  Poesia  in  onor  de  S.  H.  Fimp.  Ferdinand  L  — 
Sfilano,  pel  Malatesta,  1888. 

La  sura  Cecca  di  blrllnghltt,  proverbio  milanese.  Almanacco  per  Panno 
18S9.  —  Milano,  per  Tamborinl  e  Valdoni. 

L'arte  di  ereditare.  Satira  V  del  libro  li  di  Q.  Oraiio  Fiacco,  esposta  In 
dialetto  milanese  dal  medico-poeta  {G4o.  Baiberii),  —  Milano,  18S9 ,  per 
Sambninlco-Vismara. 

n  monte  parturlente,  favola  di  Fedro  esposta  In  dialetto  milanese  da  G. 
F.  M.  ^  Milano,  pel  Manlni,  18S8. 

Vocabolario  Milanese-Italiano  di  Francesco  Cherubini.  —  Milano ,  f .  R. 
stamperìa,  1840-44.  Voi.  4. 

Poesie  scelte  in  dialetto  mikinese  di  Carlo  Porta  e  di  Tommaso  Grossi , 
mostrate  con  disegni  originali.  —  Milano,  per  Gugllelmini  e  Redaelli,  i840. 
Le  strade  ferrate,  sestine  Milanesi  del  medico-poeta  (Gto.  RaiberU).  — 
Milano,  per  Guglielmini  e  Redaelli,  1840. 

Descrizione  della  strada  ferrata  da  Milano  a  Bfonza,  ec.  Ottave  milanesi 
di  Tommaso  Magistretti.  —  Milano,  per  Boniardi-Pogliani ,  1840. 

La  cucagna  per  i  Omnibus,  col  fanatismo  di  Milanes.  Sestinn  deLeopold 
Rarz^.  Milano,  per  Tamburini  e  Valdoni. 

CarTAmbroeus ,  versi  milanesi  di  Giovanni  Ventura.  —  Milano ,  per  Gu- 
gtlelminl  e  Redaelli,  I840. 

Amici^  e  Tolleransa, Satira  di  Q.  Orazio  Fiacco  esposta  in  dialetto  mi- 
lanese dal  dottor  Gio.  RalbertL  —  Milano,  per  Giuseppe  Bernardonl,  1841. 
Poesie  edite  in  dialetto  milanese  di  Carlo  Porta, con  due  componimenti 
di  T.  Grossi.  —  Italia,  1841  { Lugano j  per  GUueppe  Bnggia  e  C). 

Diciarj  e  narrazlon  su  Tecllss  del  8  luj  184S,  SesHnn  de  Leopold  Bar- 
zagh.  —  Milano,  184S ,  per  Tamburini  e  Valdoni. 
Qaatter  sestinn  su  Tecllss  del  i84t  de  R.  G.  —  Milano,  pel  Visa],  i84t. 
Desmenteghet  minga  de  mi.  Strenna  meneghina. — Milano,  per  Giuseppe 
€hhHl,^i84S. 

Immessa,  per  Tanno  1844.  —  Milano,  per  Giuseppe  Chiusi. 
Deseriiione  e  ragionamento  sulla  strada  ferrata  da  Milano  a  Venezia , 
rime  mlniesi  di  Leopoldo  Barzaghi.  —  Milano ,  per  Tamburini  e  Valdoni, 

§S4S. 


482  PARTE  PRIMA. 

Una  notte  d'inferno,  Sestine  in  dialetto  milanese  di  Carlo  Cagnoni. 
Milano,  per  Tamburini  e  C,  1844. 
Poesie  Italiane  e  Milanesi  di  Giovanni  Ventura.  —  Milano,  1844. 


LODIGIANO. 

La  Sposa  Francesca,  Commedia  del  conte  Francesco  de  Lemene.  —  Lodi , 
per  C.  Gius.  Astorino  Sevesi,  1709. 
Lo  stesso.  —  Lodi,  per  Giovanni  Pallavicini,  ibi 8. 

Comasco. 

Rimm  in  lengua  comasca ,  per  vestixion  de  la  sciora  Cecctiina  Carila. 
Senza  data,  né  itampalore. 

A  ol  Franzesch  Olivee,  par  numerada  dit  a  ol  Colombec,  al  cerca  de  toma 
in  grazia  ai  lustrissim  so  scior  patron,  ec.  —  Como,  1806,  per  CarFAn tonfo 
Ostinelli.  Questo  componimento  in  prosa  comasca  è  del  canònico  Gattoni 
di  Como. 

TiaiCBSB. 

Rabisch  dra  Academiglia  dor  Compà  Zavargna  Nabad  dra  Vali  d'Bregn 
e  dUucch  i  su  fidigl  soghit,  con  ra  ricencigUa  dra  Valada.  Or  cantò  di  sver- 
sarigl  scianscla.  —  In  Milano,  per  Paolo  Gottardo  Pontlo,  ittst,  in-4.'^  — 
Lo  stesso  in-18.  Milano,  per  G.  Batista  Bidelli,  I8t7. 

Vbbbarìbi. 

L' Invenzione  della  Santa  Croce.  Tragica  rappresentazione  posta  in  atto 
scenico  da  Michelangelo  Fantini  da  Colla.  Operetta  non  men  devota  che 
curiosa.  —  Fiorenza,  nella  stamperìa  Masi  e  Laudi,  f  «88 ,  in-8.*  Iperso- 
naggi  di  questa  bizzarra  rappresentazione  sono  84  ;  /ro  i  quaU  un  dalb- 
battano  parla  il  dialetto  dei  facchini  del  Lago  Maggiore,  ed  un  Capitano 
Francese  un  gergo  francese-italiano. 

Statut  dia  gran  Bedie  antlghe  doi  Fechin  dol  lagh  Mejò,  fondò  In  Milan , 
amplificò  In  tol  ann  present  I7i8.  -^  Senza  nome  di  stampatore  j,  che  fu 
G.  B.  Bianchi. 

La  legrie  che  ven  in  Milan  con  la  Bedie  dol  fechin  dol  lag  Mejò.  —  Mi- 
lano, per  Federico  Bianchi,  17S8. 

Al  Zelentissem  sior  Guernetó  ol  sior  cont  Colleres ,  ec.;  quattro  Sonetti 
in  dialetto  della  Valle  Intrasca.  —  Milano,  per  Federico  Bianchi,  t78S. 

Compagnie  d' fechin  doi  lagh  Mejò,  in  tol  nà  a  cà,  despò  jesa  stagg  a  fàM 
Camevaa  chilo  a  Mlian,  SogeU.  —  Milano,  per  Federico  Bianchi^  I7S8. 

L'Abbaa  con  tutt  la  so  megnifiche  Badie  doi  fechin  dot  lagh  Mejò  fa  re- 


Mionn  LomARDi.  485 

verenie  a  o1  Guernetò  d^  Hameh ,  OtUTe.  —  Milano ,  per  Giuseppe  Ma- 
ganza,  f  748. 

Lncciade  dot  Compaa  Stinse  Polente,  par  jess  nagg  in  tla  foppe  ol  eom- 
paa  Besbili,  e  defese  dia  lengue  faciline,  Ottave.  Milan ,  per  Togn  Agnell, 
1760.  —  Questo  componèmmto  fu  teriUo  contro  il  P.  Branda»  per  la  Dii' 
seriazione  da  lui  letta  contro  la  letteraiura  vernàcola. 

La  megnificlie  Bedie  doi  feeliin  dot  lag  Mejò  l' a  fagg  rissulvizion  da  gni 
5gfù  a  Milan  a  fa  ol  dierneraa,  1764.  Quattro  Sonetti.  —  Milano,  per  G. 
B.  Bianchi. 

01  compaa  Merlin  entich  con  doi  elt  so  compagn  par  st^  agnade  o  vò 
fermass  in  Milan.  —  Milano,  per  G.  B.  Bianchi.  Senza  data, 

A  906  Eltezze  Serenissime  el  siorDuche,  la  Badie  doi  fechin  o  fa  rlngre- 
ziement.  Due  Sonetti.  —  Milano,  per  G.  B.  Bianchi,  1764. 

La  rosee  doi  marasg  vergoo  sgiù  a  trova  oi  so  tà ,  o  teu  pertenze  dai 
sior  d^ Milan.  Sonett  —  Milano,  per  G.  B.  Bianchi,  1766. 

La  Balle,  teecojn  par  fai  gnade  del  ìT66.  —  Milano,  per  G.  B.  Bianchi. 

BnCAMASGO. 

Lamento  di  pre  Agusfino^  messo  in  Gheba,  e  condanato  a  pane  et  acqua. 
Senza  data  (itfts).  i»  fine  di  questo  piccolo  componimento  trwasi  una 
Barzelletta  in  dialetto  bergamasco. 

Frottole  nuove  de  Lazaro  da  Crusola.  Con  una  harzeletta  et  alcune  stanze 
a  la  schiavonesca  et  due  Barzelette  a  la  Bergamascha.  Senza  data,  in  8." 

Egloghe  Pastorali  di  Andrea  Cakno.  —  Venezia,  per  Gio.  Battista  Bertaca- 
gno,  itttts,  in-8.^  guelfo  libro  contiene  quattro  farse  giocose,  nelle  quali  i 
personaggi»  oltre  al  dialetto  veneziano,  parlano  il  rùstico  padovano Jl  ber- 
gamasco e  Vitaliano  corrotto  dei  Dàlmati.  Furono  ristampate  piìi  volte, 
doè;  in  Venezia  itfttS,  hi-8.^ —  Venezia  intfo ,  in-sJ^;  Venezia,  per  il  de 
Farri  tttoi,  in-s.^  e  nella  raccolta  intitolata  :  Opere  diverse  di  messer  An- 
drea Calmo.  Trevigi,  per  Fabrizio  Zanetti,  leoo,  In-s." 

La  Spagnola.  Comedia  di  Scarpella  bergamasco  (Jndrea  Calmo).  —  Vi- 
aria, al  segno  di  S.  Mosè,  i640.  in-8.*  Ivi  pure  i  personaggi,  oltre  al  ve- 
neziano, parlano  i  dialetti  rùstici  padovano,  bergamasco  e  tedesco  corrotto. 
Se  ne  fecero  varie  ristaMnpe,  doi:  Venezia,  per  Stefano  degli  Alessi,  ilStttf, 
Iq-8.** — Trevigi,  per  Domenico  Cavalcalupo,  iiiii8,in-8.° — Venezia,  i86i, 
in-a.*";  Venezia,  i888,  in-a."*  —  Trevigi,  per  Fabrizio  Zanetti,  i600,in-8.'* 

La  Pozione.  Comedia  facetissima  in  diverse  lingue  ridotta  da  Andrea 
Calmo.  —  Venezia  per  Stefano  degli  Alessi,  i848.  ^  Ivi ,  I860.  —Trevigi, 
pel  Zanetti,  i600. 

0  Saltoxza.  Commedia  (di  Andrea  Calmo).  — Vinegia,per  Stefano  degli 
AkHiy  «Mi  ,  in*8.®  È  scritta  in  prosa,  ed  i  personaggi  vi  parlano  varii 
Man,  ira  i  quali  eziandio  il  bergamasco. 

U  lodiana.  Coamfdia  (di  Andrea  Calmo,  attribuita  a  torto  da  alcuni 


i8^  PARTE  PRIMA. 

uà  Anodo  Beoleo),  —  Venexia  per  Stefano  d^l  Alessi,  IMS,  ln-8.^  /  per- 
sonaggi 9i  parlano  oarii  diaieili,  fra  i  quali  il  bergamaseo.  Fu  ristampata 
più  volte;  in  Venexia ,  per  Domenico  Farri ,  issi  ^  in-s.® — Venezia,  ivets, 
ln-8.® — Venezia,  1584,  in-is.®  —  Vicenza  i»84,  in-is.*  —  Vicenza,  itfss, 
in-8.0 

Il  Travaglia.  Commedia  {di  Andrea  Calmo),  —  Venezia,  per  Stefano  de- 
gli Alessi,  1886 ,  in-8.®  Come  nelle  altre,  fra  i  varii  dialetti  vi  si  parla 
da  lift  pedante  il  bergamasco,  e  fu  ristampata  in  Venezia ,  per  Domenico 
Farri,  nel  I86I,  ìn-s.**  e  nelle  opere  diverse  del  Calmo.  Trevigi  I600  in-8.® 
Diecisette  sono  gli  Attori  in  questa  Comedia,  che  9i  parlano  vari  linguaggi, 
cioè,  bergamasco»  venexiano,  trevigiano,  italo^greco»  italo-turco  ,  raguseo^ 
ed  un  Ialino  pedantesco.  Indeterminato  è  il  nùmero  delle  comedie,  che  /u- 
rono  rappresentate  e  publicate  nel  eorso  del  secolo  Xyi,  e  nelle  quali  il 
dialetto  bergamaseo  unitamente  ad  altri  dialetti  d^ItaUa  Me  parte.  Basterà 
avvertire,  che  il  Burattino,  i  due  Zanni,  Arlecchino  e  Scapino  èrano  i 
personaggi  che  lo  parlavano,  e  che  a  vicenda  furono  introdotti  nella  mag» 
gior  parte  delle  produzioni  di  questo  gènere.  Tra  gli  scrittori  di  simili 
comedie,  oltre  ai  già  mentovati,  si  distinse  Antonio  Molin  veneziano  , 
il  quale,  rappresentandole,  contraffaceva  si  bene  i  linguaggi  greco-vèneto, 
dàlmalo-vèneto  e  bergamasco ,  che  fu  denominato  il  Roseto  delVetà  sma,  le 
sue  produzioni  furono  publicate  sotto  il  mentito  nome  di  Manoli  Blessi . 

Le  bizzarre ,  faconde  et  ingeniose  rime  piscatorie  di  Andrea  Calmo,  con 
due  Comedie  in  varii  dialetti,  fra  i  quali  anche  il  bergamasco,  —  Vene- 
zia, 1888. 

Il  Sergio.  Comedia  nuova  e  piacevole  di  Ludovico  Fenarolo.  —  Venezia, 
per  Bolognino  Zaltieri,  I868.  —  Ivi ,  per  Franco  Ziletti ,  1884-88.  —  Ivi , 
per  Lucio  Spineda,  isoi ,  in-a.**  yénii  sono  i  personaggi  di  questa  Comedia, 
alcuni  dei  quali  parlano  i  dialetti  bergamasco  e  veneziano, 

Vocabolarium  breve,  in  quo  continentur  vocabula,  qute  in  frequentiori 
usu  versantur ,  enm  italica  voce ,  Gasparinl  Bergomensis  magislri.  —  Me- 
diolani,  1868.  Avvertasi,  che  invece  della  voce  italiasMè  quivi  eontrapposla 
aUa  latina  la  vernàcola  bergamasca. 

Commedie  del  fiamosissimo  Ruzante  (Angelo  AMfao).-— Venezia,  per  Glo. 
Bonadio,  i«88 ,  in-8.®  Seltbene  scritte  in  dialeito  rùstico  padovano  ,  queste 
Comedie  racchiùdono  talvolta  personaggi  che  parlano  dialetti  estrànei , 
ira  i  quali  il  bergamasco.  Furono  stampale  da  principio  separatamoìte^  e 
ristampate  unitamenle  ad  orazioni,  ec,  dello  stesso  autore.  —  In  Vicenza, 
per  Giorgio  Greco,  1884,  ln-8.^  e  più  voUo ancora. 

La  Vedova.  Comedia  di  Gio.  Batista  Cini,  rappresentata  all'honore  del 
Serenissimo  Arciduca  Carlo  d'Austria.  Fiorenza  pel  Giunti,  1888,  in-8.* 
Gli  attori  in  questa  Oomediasono  dieci,  fira  i  quali  fi  Burehietto  eervitore 
parla  il  dialetto  bergamasco,  Fhuioefoo  Cola  il  napolitano,  Marinoil^ene^ 
ziano ,  Fiaccavento  il  siciliano. 

Sopra  la  presa  de  Margaritin,  con  un  dialogo  piacevole  di  un  Greco  et 


DIAUTTl  LOHBAEDl.  485 

^  ^  un  Pachino,  operetta  df  ManéU  BlessI  {Antonio  Molin).  —  Venezia ,  per 
'^^drea  Mmchio,  inri ,  in-4.*  Mfl  Facchino  parla  il  dioMto  bergamoieo. 
Tumuli,  tum  latina,  tum  etnisca,  tum  bergomea  lingua  compositi,  care 
^«  Bressani.  —  Brixfe,  IS74. 

Le  due  Persilie.  Gomedia  di  Giovanni  Pedini.  —  Firenze,  isss. 
Opera  nuova,  nella  quale  si  contiene  il  Maridazzo  della  Brunettina,  ao- 
9^ella  di  Zan  Tabarl  Canaja  de  Val  Pelosa ,  e  una  Villanella  Napolltana  in 
W^ialogo,  con  un  Sonetto  sopra  TAgio.  —  In  Verona,  per  Bastiano  e  Giovanni 
^alle  Donne.  Senza  dola.  QuaVòpera,  oltre  al  dialetto  bergamatco,  rac- 
chiude altemati  i  linguaggi  framceste,  spagnuolo,  napolitano^  romano,  fio- 
rentino^ bologfiese,  numtovano  e  veneziano.  Fu  ristampata  in  Brescia  nel 
i  58« ,  in-8.*  * 

Aurora ,. Favola  pastorale  di  Ottavio  Brescianini  Bresciano,  detto  il 
Chimerico. —  Padova,  per  Lorenzo  Pasquatl,i«88,  in-s.**  Un  dottore  Aergu- 
masco  nel  Pròlogo,  e  Zamberlino  personaggio  della  Fàvola,  vi  parlano  il  dia- 
letto  bergamoMco. 

n  terzo  libro  delle  Camcmette  a  tre  voci  di  Adriano  Banchieri  Bolognese, 
intitolato  :  Stadio  dilettevole  nuovamente  con  vaghi  argomenti  e  spasse- 
voli intermedi  fiorito  dall'Amfipamato.  Comedia  musicale  dell' Eccellen- 
tisshno  Horetlo  Vecchi.—*  Milano,  per  l'Erede  di  Simon  Tini  e  Glo. 
Francesco  Besozii,  imo.  JM  gli  attori  parlano  e  cantano  nelle  varie  fopeUe 
italianaj  bergamatea,  peneziana»  bolognese,  spagnuola,  ed  italo-^tràica, 

n  Tradimento  amoroso,  Gomedia  nova  non  meno  piacevole,  che  ridl- 
culosa  di  Biagio  Maggi.  —  Padova,  pel  Bolzetta,  ieo4,  in-s.®  Fi  si  pàrkmo 
moM  diaUtti. 

La  Silvia  errante.  Ardcomedia  capricciosa ,  morale,  con  gli  intermedi  in 
verri  di  Bernardino  Cenati.  —  Venezia,  I60«.  Ristampata  pel  Combl,  nel 
iset.  /personaggi  sono  nnUsei,  due  fra  i  quali  parlano  il  dialetto  ber- 
gamasco. 

Il  Maritarsi  per  vendetta.  Opera  di  Giacinto  Andrea  Cicognini,  dedicata 
al  signor  Ludovico  Piccini.  -«-Venezia,  i^enza  data,  M  un  domèstico  eAla- 
mato  Passarino  parla  il  dialetto  bergamasco,  ed  Arlecchino  il  veneziano» 

La  Farinella.  Inganno  piacevole  di  Giulio  Cesare  Croce.  —  Bologna,  per 
Vittorio  Baldini,  ieo9.  Ivi,  pel  Cocchi,  tesi.  Il  facchino  Stramazzo  9i 
porla  il  dialetto  bergamoieo. 

Respiro.  Tragedia  di  Pietro  Ingegneri.  —  Vicenza,  teoo.  f^i  sono  iniro- 
doiU  i  dialetti  bergamasco,  veneziano,  ed  un  gergo  veneto-tedesco. 

Cocchina.  Fàvola  di  diletto  di  Fortunio  Balli.  —  Vicenza,  leoo.  f^i  tono 
parfotf  i  dsaleUi  bergamaeeo,  veneziano  e  padovano. 

11  Capriccio, Favola  iMMchereccia  di  Giacomo  Guidozzo  da  Castel  Franco, 

nuovamente  data  In  luce  da  Lodovico  Riccato  da  Castel  Franco.— 'Venezia 

par  Giacomo  Vinoanti,  telo,  In-s.^  Ivi  un  Burattino  parla  il  bergamasco. 

PkrMampaia  in  Venezia  da  Alessandro  Vincenti ,  nel  leai. 

I  flUDd,  Favola  pastorale  piacevolissima  di  Ercole  CimilottI  Estuante, 


180  PARTE  PBIIIA. 

Accademico  Inquieto.  —  Pavia»  perGiambat.  Rossi,  tsi^^in  ts.®  Un  Bu- 
rattino e  il  Zanni  vi  parlano  il  dialetto  bergamasco,  Fìl  rittampata  nel 
lesOy  In  Venezia,  da  Alessandro  de  Vecchi. 

La  Magia  d'Amore.  Favola  pastorale  di  Matteo  Pagani  Romano^  Accade- 
mico Unito,  detto  il  Vigilante. —  Roncigllone,  appresso  Ludovico  Grignani^ 
Lorenzo  Lupi,  leio,  in-is.®  /  principali  attori  vi  parlano  i  dialetti  berga- 
masco,  veneziano  e  napolitano.  Momù  Ghiliet  parla  un  gergo  itato-francese. 

Sonetto  de'  linguaggi  ridlcolosi  di  Veggi  Alanio,  detto  Zan  Battoechio. — 
Venezia,  teso.  Immenso  è  il  nùmero  dei  componimenti  d*  occasione  in  dior- 
tetto  bergamasco j  publicati  nel  corso  del  sècolo  XFI ,  dei  quali  trovasi 
doviziosa  raccolta  nella  Biblioteca  Marciana. 

Canzonetta  in  Bergamasco  di  Veggi  Alanio.  —  Venezia,  itso. 

Il  Scacciasonno  di  Camillo  Scaligeri. — Bologna,  pel  Magnani,  i6SS,ln-8.* 
Questo  libro  contiene  una  Comedia  in  varii  dialetti,  tra  i  quali  eziandio 
il  bergamasco. 

I  Trastulli  della  villa  distinti  in  sette  giornate,  ec.  di  Camillo  Scaligeri.  — 
Bologna ,  pel  Mascheroni ,  1687 ,  in-8.*  QuesV  òpera  fu  ristampata  in  Ve- 
nezia, pel  Giuliani ,  nel  1687,  e  contiene  alcune  Pfovelle  con  varii  dialetti^ 
fra  i  quali  il  bergamasco. 

V  Inavvertito,  ovvero  Scapino  disturbato  e  Mezzettino  travagliato.  Co- 
media  di  Nicolò  Barbieri  detto  Beltrame.  —  Torino,  i089,  in-is.*^  —  Ve- 
nezia, per  Angelo  Salvadori ,  I650. 

Ragionamento  sopra  la  poesia  giocosa  d'un  academico  Aideano  (  Don  Co- 
knnbatio  Brescianini).  —  Bergamo,  i6so.  Ivi  tròvcui  un  Saggio  delle  Me- 
tamòrfosi d'Ovidio  tradotte  in  lingua  bergamasca  dallo  stesso  Brescianini, 
mònaco  cassinense  e  gentiluomo  bresciano. 

La  Pirlonea.  Commedia  in  dialetto  bolognese,  bergamasco,  napolitano  e 
veneziano  di  Lazzaro  Agostino  Cotta.  —  Milano,  1666.  Fu  ristampata  in 
Milano,  nel  1 708. 

II  Lippa,  ovvero  11  Pantalon  burlao.  Comedia  In  prosa  ed  in  verso  di 
Domenico  Balbi.  Venezia,  pel  Lovisa,  1678.  Terza  edizione  NHPÀtto  Terzo 
ed  iUUmo  di  questa  comedia,  Vaulore  inseri  alcuni  componimenti  poètiei , 
nei  quaU  il  Pantalone  parla  yeneziano;  il  Dottore,  Bolognese;  ed  il  servo 
BagatUno,  Bergamasco.  F\i  ristampata  ptò  volte. 

La  Finta  Verità  nel  medico  per  amore.  Comedia  di  Fabrizio  Nani.  —  Bo- 
logna ,  1768.  f^i  sono  parlati  i  dialetti  bergamasco  e  bolognese. 

Il  Padre  accorto  della  Figlia  prudente.  Comedia  del  Dorigista.  —  Bo- 
logna ,  i7i6.  F'i  si  parlano  i  dialetti  bergamasco  e  bolognese. 

Il  Fanciullo  eroe ,  ovvero  l'Artemio  all'imperio.  Opera  tragicòmica  di 
Gio.  Domenico  Pioli.  —  Bologna,  pel  Longhi,  I7i6,  in-is.®  Ivi  Seghettino 
parla  il  dialetto  bergamasco. 

La  Cieonioe ,  ovvero  la  Costanza  nei  tradimenti.  Comedia  di  Gio.  Dome- 
nico Pioli.  —  Bologna,  per  il  Longhi ,  17I6 ,  in-is.**  Ivi  Seghettino  parla 
il  dialetto  bergamasco. 


DI AUEm   LOMBARDI.  187 

La  Prudenza  nelle  donne.  Comedia  del  Dorigista.  —  Bologna,  irte,  yi 
'<  parlano  i  dialetti  bergamasco  e  Magnete» 

Il  Paggio  Fortunato.  Comedia  di  Domenico  Laffl.  —  Bologna,  pel  Pisarrì, 
'7 16.  f^t  ji  parlano  t  dialetti  bergamasco ,  bolognese  e  veneziano. 

La  libertà  nociva.  Opera  Scenica.  —  Bologna ,  pel  Longhi,  senza  l' anno 
(t  718).  Fra  gli  otto  personaggi  di  questo  Dramma ,  Taccolino  parla  fi 
dialetto  bergamasco. 

Il  Goffredo  del  signor  Torquato  Tasso  travestito  alla  rustica  bergamasca 
^al  dottor  Carlo  Assonica.  —  Venezia,  I670,  in-4.'* 

Lo  stesso,  ristampato  in  Bergamo  nel  1674 ,  e  nel  1678,  per  Antoine. 
X^ol.  %  in-16.** 

01  fachì  fedel,over  ol  Pastor  a  la  Bergamasca.  Opera  de  Persia  Melò,  ec. 
Stampai  a  Cardò  apruf  a  Zanfoiada.  «Senza  data.  QuesVòpera  è  una  tradu- 
zione del  Pastorfldo  del  Guarini. 

Orland  Furius  de  Mlsser  Lodovic  Ferraris ,  compost  dal  Gob  de  Vene- 
sia.  —  Venezia,  per  Agostino  Bindoni. 

Bacco  usurpatore  di  Parnaso,  ossia  Arlecchino  poeta  tràgico  alla  moda 
e  di  buon  gusto  ^  bergamaseante  giurato  per  la  vita ,  riformatore  delle 
Tragedie  ;  in  rispósta  ai  signori  Tragici  moderni.  —  Venezia ,  per  Angelo 
Geremia ,  1 784 ,  in-8.® 

La  Colombina.  Zingaresca  nuova  di  sei  personaggi ,  recitata  con  molto 
applauso  in  diverse  dttà ,  e  indirizzata  dai  Comici  che  stanno  al  servizio 
dell'Anonimo  a' suoi  amici,  acciò  sia  universalmente  divulgata.  —  Milano, 
17S7.  Comedia  rarissima  in  versi,  colle  figure  di  sei  personaggi.  UnaZin- 
gora  vi  parla  italiano;  Zanni  il  dialetto  bergamasco;  PantfUone  il  vene- 
zianoj  ed  un  Capitano  Napolitano  il  Norcino. 

Lagrime  in  morte  d' un  gatto.  —  Milano ,  nella  stamperia  di  Giuseppe 
Mirelli,  1741.  /«^  trovami  due  sonetti  in  dialetto  bergamasco. 

La  Bella  Negromantessa.  Comedia  breve,  onesta  e  piacevole,  composta  e 
data  In  luce  dall'Anònimo  per  divertimento  de'  Curiosi.  —  Bologna,  per 
II  Longhi ,  Ì7IIS ,  in-is.**  Tre  attori  vi  parlano  i  dialetti  bergamasco»  ve- 
ffeziam  e  napolitano. 

Stanze  in  stile  bergamasco  per  le  nozze  Caleppio-Besini.  —  Bergamo , 
'yftS,  per  Pietro  Lancellotti. 

Vita  e  costum  de  Messir  Zan  Trìpo,  con  un  capitolo  de  Messir  Francesc|io 
^Irarcha  trasmutai  in  lengua  de  Berghem.  —  Milano ,  per  Gratiadio  Fe- 
'^U.  Senza  Panno. 

Capitol  prim  centra  i  splrìgg  forgg  fagg  da  don  Josep  Reuda ,  ec.  Ber- 
%licai  per  Francesch  Loeadel,  i77a. 

EimeBortoliniane  deIRugger  de  Stabell.  Berghem,  dalla  stamparea  Crossi. 
"Somi  Pasmo.  Sono  varii  fascicoli  stampati  successivamente  nelVanno  1854 
e  seguenti  »  e  compongono  un  solo  volume  di  804  pag.  in-s." 

M  fuisto  imeneo  Gout-Ponti.  —  Bergamo,  pel  Sonzogni ,  1888.  Questa 
rocooila  di  poesie  contiene  un  Bladrigalù  BortoUnià  del  Ruggcr  de  Stabell. 


188  PARTE  PEIMA.  DIALETTI  LOMBARDI. 

Rime  Bortoliniane  di  Pietro  Buggeri  da  SUbello.  —  MiUno,  pel  Crespi, 

1840. 

Rime  Bortoliniane  di  Pietro  Buggeri  da  Stabello.  —  liilano,  pel  Crespi, 

1841. 

Bime  Bortoliniane  di  Pietro  Buggeri  da  Stabello.  —  Milano,  pel  Crespi, 

1849. 

Bime  Bortoliniane  di  Pietro  Buggeri  da  Stabello.  —  Bergamo ,  pel  Maz- 
zoleni,  1848.  Faìàcoli  due. 

01  Viazadur  d'AIemagna ,  ec.  Poemett  delettevoi  descrecc  del  Marc'*  An- 
ione Franch,  sitabì  bergamascb.  —  Berghem,  stamparea  Sonzogn,  i848. 

Miscellanea ,  o  sia  ol  neuv  taccui  scrccc  del  Bonfant  Pasti ,  per  V  anno 
bisestile  1844.  —  Bergamo,  pel  Sonzogni. 

Cremasco. 

A  la  lustrissema  signora  contessa  Medeja  Griffona  San^Anzoi,  in  del  fas 
monèga  nel  nobelessem  Convèt  de  S.  Marcia  de  Crema,  col  nom  baratal 
In  Sor  Marcia  Quintilia.  Poeseia  de  Zuvann  Menegh  OttoUav  de  Gabia''. 
In  Crema,  dal  Torchici  di  Mario  Carchan  stampador,  I7i9. 

Fasti  istorici  di  Crema  di  GIo.  Batt.  Cogrossi.  —  Venezia,  i7S8./pt  irò- 
oasi  un'egloga  in  dialetto  rùstico  cremasco. 

Saggio  di  poesie  in  dialetto  cremasco.  —  Milano,  per  Guglielmini  e  Be- 
daelll,  1888. 

Sestine  ^n  Cremasch  per  al  sposalesse  del  sior  Dumenegh  Secrgni  co  la 
slora  Angelica  Maltemp,  ec.  —  Milano,  1889.  È  deWaò,  Felice  Masperi 
Battajni. 

Brisciano. 

La  Massera  da  be,  per  dritta  lom  fior  da  Coblat.— Brescia,! 884. — Ve- 
nezia, 1868. 

Lo  stesso.  —  Brescia,  per  Francesco  Cominclnl,  toso. 

Squaquaranta  Carnevale  e  Madonna  Quaresima.  Tragicommedia  piace- 
vole da  intendere  con  I  suol  avvocati ,  che  parlano  per  V  una  e  V  altra 
parte ,  come  leggendo  Intenderete.  Senza  data  Penma.  In-8.^  FU  rtsfam- 
pata  in  Brescia,  per  Pollcreto  Turlino ,  t7i4.  In-8.® 

Operette  varie  del  canònico  Paolo  Gagliardi  bresciano.  —  Brescia ,  pel 
Pacinl,  i789.  Nel  9ol  II  a  pag.  8  trovasi  una  Lezione  intomo  alle  origini 
ed  alcuni  modi  di  dire  della  lingua  bresciana. 

VocaboUirlo  Bresciano  e  Toscano,  premessa  la  lezione  di  Paolo  Gagliardi 
Intorno  alle  origini,  ec.  —  Brescia,  pel  Pianta,  i789. 

Vocabolario  Bresciano-Italiano  di  Pietro  Melchlorri.  —  Brescia,  pel  Fran- 
zonl',  1817.  Con  una  appendice  publicaia  nell'anno  isso. 

Quaresmal  de  PAocat  Piero  LotUeri.  -*  Ciart ,  per  Gaetano  AbIoiia  Te- 
lami, I8S6.  « 


PARTE  SECONDA. 
DIALETTI   EMILIANI 


JÉtf 


CAPO  I. 

^.  I.  Divisione  e  posizione  dei  dialetti  emiliani  (*), 

DIfIuIoiìc.  Quantunque  suddivisi  in  nùmero  indeterminato , 
i  dialetti  emiliani  non  pòrgono,  come  i  lombardi,  queUa  precisa 
partizione,  che  abbiamo  testé  osservato  nei  due  gruppi  orientale 
ed  occidentale,  mentre  le  precipue  loro  distinzioni  sono  fondate 
piuttosto  nella  pronuncia,  che  nella  forma.  Ciò  nuUostante  queste 
dissonanze  di  pronuncia,  congiunte  al  vario  modo  d' inflèttere  al- 
cune parti  del  discorso,  sono  abbastanza  notévoli,  perché  pos- 
siamo ripartire  tutti  questi  dialetti  in  tre  gruppi,  che  dal  rap- 
presentante  principale  di  ciascuno  abbiamo  denominato:  Bo- 
lognese j  Ferrarese  e  Parmigiano.  Ognuno  é  composto  d'un 

C)  Siccome,  dopo  aver  già  stampati  alcuni  fogli  di  quest'opera,  ci  fu- 
rono comunicati  da  vari  dotU  corrispondenti  preziosi  materiali  intorno  ai 
dialetti  emiliani  ed  alla  loro  letteratura,  materiali  che  ci  furono  di  speciale 
giovamento  nel  compiere  il  presente  lavoro,  così  non  possiamo  intralasciare 
dì  rendere  pùbliche  grazie  ai  chiari  signori  dottor  Ciarlo  Frulli,  conte 
Annibale  Ranuzzl,  Camillo  Hinarelli^  Raffaello  Buriani,  Giuseppe  Acquisti 
e  professor  Domenico  Chinassi, per  importanti  notizie  e  poesie  èdite  ed  inè- 
dite procurateci  nel  dialetti  bolognese  e  romagnolo;  agli  illustri  signori 
conte  SebasUano  Salimbeni ,  conte  Giovanni  Galvani ,  Carlo  Borghi,  canònico 
Ferrante  Bedogni ,  avvocato  Gaetano  Parenti  e  dottor  Carlo  Ciardi ,  per  co- 
pia di  materiaU  inviàtici  ad  iUustrazione  dei  dialetti  modenese,  reggiano, 
frìgnanese  e  mirandoiese;  all' egregio  bibliotecario  abate  Giuseppe  Antonelli 
per  alquante  notizie  intorno  al  dialetto  ferrarese;  ed  al  chiaro  bibliotecario 
cavaUer  Angelo  Pezzana ,  per  alquante  notizie  e  poesie  nel  dialetti  parmi- 
giano, piacentino  e  borgotarese.  Ne  meno  grati  ci  dlchlariamQ  agii  altri 
molUyChe  ci  vollero  coadiuvare  in  questa  impresa,  e  dei  quali  abbiamo 
notato  i  iMii  a  luogo  opportuno,  nei  seguenti  Capi. 

16 


/^* 


192  PARTE  SeCOKDA. 

maggiore  o  miDor  nùmero  di  dialetti  più  o  meno  tra  loro  affini, 
a  norma  della  posizione  rispettiva^  vale  a  dire,  della  loro  distanza 
dal  centro  comune,  o  dell'immediato  contatto  con  altri  dialetti. 

Il  gruppo  Bolognese  è  il  più  numeroso,  ed  esteso  sopra  maggior 
superficie:  esso  compònesi  del  dialetto  Bolognese  propriamente 
detto,  del  Romagnolo,  del  Modenese,  del  Reggiano  e  del  Frigna, 
nese. 

Il  Ferrarese  consta  del  Ferrarese  propriamente  detto,  del 
Mirandolese  e  del  Mantovano. 

Il  Parmigiatio  comprende,  oltre  al  Parmigiano  proprio,  il  Bor- 
gotarese,  il  Piacentino  ed  il  Pavese. 

Poslslone.  La  cresta  dell'Apennino  compresa  fra  le  sor- 
genti dell'Enza  e  della  Foglia,  il  corso  di  questo  fiume,  le  rive 
dell'Adriatico  racchiuse  tra  le  due  foci  della  Foglia  e  del  Po 
di  Primaro,  l'alveo  abbandonato  dì  questo  prolungato  sino  alla 
foce  dell'Enza,  ed  il  corso  di  questo  fiume,  segnano  con  basté- 
vole precisione  la  regione  occupata  dal  primo  gruppo. 

Lo  stesso  alveo  di  Primaro  prolungato  sino  alla  foce  dell'Enza, 
le  rive  deirAdriàtico  dalla  foce  del  Primaro  a  quella  del  Pò  di 
Blaestra,  l'ultimo  tronco  del  Po  dalla  sua  foce  sin  presso  ad  Osti- 
glia,  e  quindi  una  breve  curva,  che,  insinuandosi  nel  territorio 
lombardo  oltre  Po,  raggiunge  e  segue  i  confini  da  noi  tracciati 
dei  dialetti  Bresciano  e  Cremonese,  segnano  le  estreme  emana- 
lioni  del  secondo  gruppo,  cioè  del  Ferrarese, 

Per  ùltimo  il  Parmigiano  è  conterminato  ad  oriente,  dal  corso 
dell'Enza;  a  settentrione,  dal  Po  fra  le  due  foci  dell'Enza  e  della 
Sesia,  tranne  un  piccolo  seno,  che  nel  territorio  lombardo  ab- 
braccia la  città  di  Pavia  e  i  vicini  distretti  dalla  foce  del  Lambro 
al  tèrmine  del  Naviglio  di  Bereguardo;  ad  occidente  e  a  mezzo- 
giorno, da  una  linea  trasversale,  che  dalla  foce  della  Sesia,  a 
meglio  da  Valenza  sul  Po,  raggiunge,  serpeggiando,  l'Apennino 
presso  Bobbio,  d'onde  segue  la  cresta  dell' Apennino  sino  alle 
sorgenti  dell'Enza. 

Queste  linee  peraltro,  come  abbiamo  altrove  avvertito,  segnano 
il  diionetro  d'una  zona,  in  cui  i  dialetti  d'una  famiglia  o  d'  od 
groppo  vanno  assimilandosi  al  grappo  limitrofo,  partecipandolo 
grado  minore  delle  proprietà  distintive  d'entrambi,  dappoiché^ 


mAUTri  EMIUAMll  195 

di  mano  in  mano  che  0*^111011118010  su  per  l'erte  gole  dell' Apeo- 
nino,  gli  aspri  suoni  emiUani  obdono  il  posto  alla  dolce  pronuncia 
toscana  ed  alla  genovese;  in  quella  vece,  procedendo  verso  mez- 
zogiorno, il  Bolognese  ed  il  Romagnolo  vanno  fondendosi  nei 
dialetti  marchigiani;  come,  verso  settentrione,  dall'una  parte  si 
manifesta  l'influenza  della  vèneta  famiglia,  dall'altra  quella  della 
lombarda  e  della  pedemontana.  G)ntuttociò  talvolta  l' alveo  del 
Prìmaro  e  la  cresta  dell'Apennino  segnano  un  preciso  coniGne 
linguistico. 

Ciò  premesso,  il  dialetto  Bologne9e  propriamente  detto  è  par- 
lato in  tutta  l'attuale  legazione  di  Bologna,  con  poche  varietà, 
fra  le  quali  distlnguesi  sopratutto  il  rùstico  dall' urteno. 

Il  BomagtàolOj  alquanto  più  esteso,  occupa ,  oltre  alle  due  le- 
gazigli  di  Forlì  e  di  Ravenna,  quella  parte  meridionale  della 
legazione  ferrarese,  eh'  è  separata  dal  corso  del  Primaro.  Esso  è 
piuttosto  un  gruppo  di  dialetti  affini,  che  non  uno  solo,  mentre, 
non  che  ogni  città,  ogni  borgo  e  separato  castello  ha  pronuncia 
e  flessioni  speciali.  Siccome  peraltro  la  distintiva  impronta  è  in 
tutti  la  stessa,  e  le  proprietà  più  normali  tròvansi  riassunte  nel 
dialetto  Faentino,  cosi  possiamo  riguardar  questo  come  rappre- 
sentante comune,  sebbene  ripartito  in  molti  suddialetti.  Fra  questi 
i  più  distinti  sono:  il  Rwennate^y  Imolese ^  il  Forlivese ^  il  Ce^ 
senate  ed  il  RiminesBj  parlati  nelle  città  e  territorj  rispettivi. 

Il  Modenese  parlasi  ndla  città  di  Modena  e  nel  suo  territorio 
sino  alle  falde  dell'Apennino,  distinto  in  urbano  e  rùstico. 

Il  Beggiano  ristretto  in  più  angusto  confine  occupa  la  sola  città 
<li  Reggio  e  parte  del  suo  territorio,  distinto  pure  in  riistico  ed 
Urbano. 

Il  Frignanese  è  parlato  nella  parte  più  elevata  dei  temìoirj 
^^U>denese  e  reggiano,  ossia  nella  regione  abitata  dagli  antichi 
'^'^iates^  dai  quali  trasse  il  nome.  Un  tempo  Sèstola  ne  era  fl 
^^twhiogo,  ed  ora  è  Fiumalbo. 

H  Ferrarese,  oltre  alla  legazione  d'egual  nome,  dal  Po  sino 

^^'Uveo  del  Primaro,  occupa  ancora  i  distretti  lombardi  di  Sòr- 

^^^de,  Bèvere  e  Suzzara ,  non  che  le  città  e  territorj  di  Mirandola 

^    di  Giastalla,  sino  alla  foce  dell'Enza.  Esso  è  quindi  racchiuso 

^^^  le  rive  dell'Adriatico  intersecate  dalle  due  foci  del  Po  di 


igU  PARTE    SBCOMDA. 

Primaro  e  di  Maestra^  l'ultimo  tronco  del  Po  sino  all'Enza^  ed 
il  corso  del  Primaro  prolungato  sino  alla  foce  di  quel  fiume. 

Il  Mantovano  è  parlato  nella  città  e  contomi  di  Mantova^  fra 
il  Po  ed  i  confini  già  descritti  dei  dialetti  Cremonese,  Bresdano 
e  Veronese. 

Il  Parmigiano  è  pure  ristretto  alla  città  e  territorio  di  Parma, 
sino  alle  falde  dell' Apennino;  ed  è  quindi  parlato  nella  pìccola 
regione  compresa  fra  il  Po,  l'Enza,  le  falde  dell' Apennino  e  il 
territorio  di  Piacenza.  Le  sue  varietà  sono  leggiere. 

Il  Borgotarese  è  difinso  limgo  i  monti  e  le  vallate  parmigiane 
e  in  parte  delle  piacentine,  in  molte  varietà,  delle  quali  è  rap- 
presentante comune  il  dialetto  di  Borgotaro,  che  ne  è  capoluogo. 

Il  Piacentino j  oltre  alla  città  di  Piacenza  e  suo  territorio,  in- 
vade ancora  colle  sue  molte  varietà  quella  estrema  -parte  orien- 
tele  degli  Stati  Sardi,  che  è  racchiusa  fra  il  Po  sino  a  Valenza^ 
ed  una  linea  serpeggiante,  che  da  Valenza  raggiunge  l'Apennino 
presso  Bobbio,  radendo  Alessandria  e  Tortona,  e  percorrendo  la 
valle  della  Stafferà. 

Per  ùltimo  il  Pavese,  in  più  angusti  limiti  racx^hiuso,  e  par- 
lato nella  città  di  Pavia  e  nei  vicini  distretti  posti  tra  la  foce  del 
Lambro  ed  il  Navìglio  di  Bereguardo,  confinando  coi  dialetti  Mi- 
lanese, Lodigiano  e  Piacentino. 

2.  9.  Pi^rietà  distintive  dei  tre  gruppi 
Bolognese j  Ferrarese  e  Parmigiano. 

Le  proprietà  distintive  sulle  quali  abbiamo  fondata  l'esposta 
divisione  sono  le  seguenti:  Primieramente  il  gruppo  Bolognese 
situato  nel  centro  dell'emiliana  famiglia,  e  diviso  da  ogni  altra 
per  mezzo  dell' Apennino  e  del  mare,  serbò  più  intatte  le  primi- 
tive sue  impronte  ;  mentre  il  Ferrarese,  surto  più  tardi  dalla  com- 
mistione di  vari  pòpoli,  ed  esposto  all'immediato  contatto  colla 
vèneta  famiglia  e  coi  dialetti  lombardi  orientali,  assunse  parec- 
chie proprietà  di  quelli,  perdendo  o  modificando  le  proprie;  Si- 
milmente il  gruppo  Parmigiano,  esposto  da  tre  lati  al  contatto 
coi  dialetti  lombardi  occidentali,  coi  pedemontani  e  coi  liguri, 
smarrì  in  molti  luoghi  le  nazionali  impronte,  assumendone  delle 


DlAUm    EMIUANi.  195 

straniere.  Per  modo  cho  il  Bdognese  è  il  solo  rappresentante  del 
ramo  emiliano,  perdio  più  poro,  e  gli  altri  se  ne  allontinano 
precipuamente  per  varia  commistione  estema. 

Per  tacere  deUe  minime  varianti,  che  accenneremo  a  suo  luogo, 
nel  gruppo  ferrarese  dispare  del  tutto  il  suono  a  distintivo  dei 
dialetti  emiliani,  e  in  quella  vece  vi  si  trovano  in  qualche  parto 
diffusi  i  suoni  u  ed  òj  afSskWo  ignoti  al  Bolognese.  E  qui  noteremo, 
come  questi  medésimi  suoni,  distintivi  della  famiglia  Gallo-itàlica, 
e  propri  quindi  di  tutti  i  dialetU  lombardi  e  pedemontani,  pe- 
netrassero nell'Emilia  solo  dalla  parte  occidentale,  inoltrandoti, 
nella  pianura,  sino  .a  Borgo  S.  Donino,  e  nella  montagna,  sin 
per  entro  gli  Apennini  reggiani  e  modenesi,  nel  Frignanese.  Per 
modo  che  il  gruppo  parmigiano  è  distìnto  dal  bolognese  per  l'in- 
seriione  di  questi  suoni,  dei  quali  il  solo  ti  manca  al  dialetto  di 
Parma,  avendo  esso  pure  una  leggera  gradazione  dell' o.  Nel 
gruppo  ferrarese  essi  contradistìnguono  il  solo  dialetto  mantovano, 
mentre  il  Ferrarese  proprio  ne  è  affatto  immune,  e  solo  il  snd- 
dìaletto  di  Guastalla  possiede  il  suono  o.  Dal  che  pure  si  vede, 
che  quanto  più  i  dialetti  si  dtscòstano  dal  rispettivo  loro  centro, 
pèrdono  della  loro  purezza,  assimilandosi  ai  limitrofi. 

Inoltre  il  gruppo  ferrarese  distlnguesi  dagli  altri  due,  serbando 
in  in  la  desinenza  italiana  inOj  che  gli  altri  gruppi  volgono  co- 
stantemente in  èiììj  ovvero  én,  ovvero  èi: 


Italiano 

vicino 

cammino 

biricchino 

latino 

cittadino 

Ferrarese 

(wmn 

camn 

bifichìn 

latin 

titadin 

Bolognese 
Parmigiano 

}  assetti 

camèin 

birichèin 

latèin 

zitadèin 

Modenese 

avsén 

camén 

biricMn 

latén 

zitadén 

Piacentino 

avsèi 

carnei 

biricléèi 

latèi 

zittaSèi. 

Cosi  ogniqualvolta  la  e  è  seguita  dalla  n  nella  stessa  sllhdNi, 
Mene  permutata  nei  dialetti  bolognesi  e  parmigiani  in  eij  mentre 
nel  Ferrarese  rimane  inalterata  : 

lUUano        vento     sente     solafnente    mentre     bene      sereno 
'  Ferrarese     ìtsiiI      sent      sulamènt    méiìtar     ben       serén 

Bolonese    y  , 

PannMft     j^^f^l     •'<^"i^      siilamèint   wèintr      bèin      «emw. 


496  PARTE   SECONDA. 

U  Bolognese  sopprìme  la  vocale  a  nella  dednenza  italiana  ia^ 
che  li  Ferrarese  volge  in  ièj  e  il  Parmigiano  serba  senza  altera- 
zione venma: 

Italiano        carestìa  compagnia  eresìa  malattia  ostaria 

Bolognese    caristt  cumpagnì  eresi  malati  ustari 

Ferrarese     carestie  cumpagniè  eresie  malatìè  ustariè 

Parmigiano  caristìa  cumpagnìa  erena  malatìa  ustoria. 

U  Bolognese  ed  il  Parmigiano  risòlvono  d'ordinano  in  òu  le 
vocali  0  ed  u  nelle  desinenze  italiane  one^  ona^  una^  ore^  ora^ 
le  quali  rimangono  inalterate  nel  Ferrarese. 

Italiano       padrone    persona     luna         dottore     signora 

Bolognese  J     .  ,  »         r  ^  *• 

p      .  .      ypadroun  persouna  louna       dutour      sgnoura 

Ferrarese    padròn     persona    luna         duiòr       sgnòra. 

Il  Ferrarese  cangia  in  ar  disaccentato  la  desinenza  ere  dei  verbi 
itaUani,  che  il  Bolognese  termina  in  er  pure  senza  accento,  e  il 
Parmigiano  sovente  tronca.  Lo  stesso  avviene  in  tutte  le  voci  ter- 
minanti in  drCj  drOj  trej  trOj  pre  e  slmili: 

Italiano       pèrdere  vedere  padre  ladro  mentre  vostro  sempre 

Ferrarese    pèrdar  oédar  pàdar  lodar  méntar  vòstar  sèmpar 

Bolognese    pèrder  ^èder  pàder  lader  mcintr  vòster   sèùnper 

Parmigiano  perdr    pédr    padr  làdr     mèintr  vòster   sèmper. 

Nei  verbi  italiani  di  prima  conjugazione  il  Parmigiano  termina 
il  passato  perfetto  dell'indicativo  in  t,  che  il  Bolognese  e  Ferra- 
rese finiscono  in  ò: 

Italiano     \^       ^}      P^'?      andàrm,    portórono 
(andò         bacio        porto 

Parmigiano  alidi  basi         porti        anditi         portiti 

Bolognese   ondo         basò         purtò        andàn        purlòn 

Ferrarese    atidò         basò         purtò        i  andò       i  purtò. 

Le  poche  eccezioni  da  farsi  a  queste  generali  osservazìom,  e 
parecchie  altre  pnq[>rietà  distintive,  che  qui  ommettiamo,  per* 
che  meno  generali  in  ciascun  gruppo,  verranno  emmierate  più 
avanti  fra  le  proprietà  dei  sbgoli  dialetti.  Awertùramo  frattanto 


DULRTl  E1UUANI.  497 

che,  come  ogni  gruppo  ha  distinta  pronuncia  e  flessioni,  spedali, 
così  distlnguesi  ancora  dagli  altri  per  copia  di  radici  proprie, 
come  apparirà  manifesto  dall'unito  Saggio  di  Vocabolario. 

^.  3.  Proprietà  distintwe  dei  cingoli  dialetti. 

Essendo  il  Bolognese  rappresentante  principale  di  tutto  il  ramo 
emiliano,  e  possedendo  quindi  in  grado  eminente  alcune  pro- 
prietà distintive  del  medésimo,  è  chiaro,  che  la  sua  distinzione 
dagli  affini  deriva  sopra  tutto  4&lle  divergenze  di  questi  dalla 
norma  comune.  Questa  norma  consta  precipuamente  delle  se- 
guenti proprietà,  che,  sebbene  in  parte  altrove  mentovate,  ripe- 
tiamo ora  per  maggiore  chiarezza ,  costituendo  la  vera  impronta 
del  dialetto  bolognese. 

In  esso  le  vocali  si  succèdono  con  minore  frequenza  che  in 
quabìasi  altro  dialetto  italiano;  e  quindi  più  fitto  vi  è  l'accozza- 
mento aspro  e  difBeUe  di  più  consonanti  riunite;  del  che  porge 
un  chiaro  esempio  il  noto  detto  piacentino:  Gnìst  eh'$*fÌ8Sj 
gn*  àìVy  che,  letteralmente  tradotto,  significa:  F'enisse  chi  si  fosse, 
ììon  aprite j  e  dal  quale  si  vede,  come  T  Emiliano  sopprima  otto 
delle  ùndici  vocali  italiane  componenti  questa  frase,  esprimen- 
done sole  tre. 

Quasi  a  compenso  di  questa  frequente  elisione  di  vocali,  il 
Bolognese  suol  proferire  le  rimanenti  oltremodo  aperte  e  strasci- 
nate, ciò  che  lo  distingue  da  tutti  gli  altri  dialetti  itàlici.  Da 
questo  prolungamento  avviene ,  che  sovente  risolve  in  dittonghi 
parecchie  vocali  sémplici,  come  la  e  e  la  t  in  éi,  neUe  desinenze 
italiane  ena^  erte,  eno»  ino,  ina,  enta,  ente^  entOj  ese,  esa  e  simili^ 
dicendo:  cetna^  bèin,  serèin,  lèin,  cantèina,  pulèintaj  mèintj nwr 
rnèinij  spèiSy  difeisa,  per  i^ena^  bene,  sereno j  lino,  ec.  ;  risolve 
le  vocali  o  ed  ti  in  òu,  neUe  desinenze  one,  ona,  una,  orej  ora^ 
Come  abbiamo  più  sopra  dimostrato;  e  cosi  altre  vocali  in  altri 
dittonghi;  per  modo  che  sembra,  che  tolga  le  vocali  ad  alcune 
sUlabe  per  riunirle  in  altre,  vagheggiando  quasi  T accozzamento 
di  parecchie  consonanti  riunito  da  un  lato,  e  quello  di  parecchie 
vocali  adi' altro,  la  qual  proprietà  lo  distingue  sopratutto  dagli 
altri  dUkiHi  del  medésimo  gruppo,  nei  quali  i  mentovati  dittonghi 
non  hanno  mai  luogo. 


49f^  PARTE    SECONDA. 

Con  tuttociò  il  Bolognese  evita  per  lo  più  l'accozzamento  delle 
consonanti  rlj  m^  assai  frequente  nell'italiana  favella,  non  che 
nelle  altre  famiglie  vernàcole  d'Italia,  evi  frappone  la  vocale  a^ 
oppure  Ve: 

Italiano       pregarlo    merlo     cornò     giorno     etemo    inferno 
Bolognese    pregerai  mèral    còren     gióran     ctèren    inferen. 

Esso  manca  affatto  dei  suoni  o  ed  ùj  e  in  quella  vece  possiede 
il  suono  àj  ignoto  a  quasi  tutti  gli  altri  dialetti  italiani ,  e  diffuso 
con  poca  varietà  in  tutto  il  ramo  emiliano,  tranne  il  minor 
gruppo  ferrarese.  Questo  suono  decupa  il  posto  dell'  a  nelle 
desinenze  dei  verbi  italiani  terminanti  in  arCj  e  dei  loro  parti- 
cipj,  non  che  in  molte  altre  voci. 

Suole  invertire,  e  con  esso  pure  tutti  i  dialetti  emiliani,  più 
0  meno,  le  sillabe  iniziali  hj  Icj  in  alj  e  le  ra^  rcj  rij  ro  ^  ru  in 
arj  del  che  abbiamo  dato  altrove  parecchi  esempi. 

Proc^endo  alle  proprietà  speciali  del  dialetto  bolognese^  esso 
termina  per  lo  più  in  ànd  i  gerundi  dei  verbi  irregolari  e  di 
quelli  di  seconda  e  terza  conjugazione,  che  negli  altri  dialetti 
finiscono  in  èndj  come: 

Italiano        essendo  dicendo  facendo  togliendo  tenendo 

Bolognese    stand  digànd  fagànd  tuldnd  vgnagànd 

Ferrarese    essènd  disènd  fasènd  tulènd  vegnènd 

Parmigiano  eMénd  disènd  fasènd  tulènd  xynènd. 

Pèrmuta  l't  in  é  in  molte  voci  e  nei  participi  terminanti  d'or- 
dinario negli  altri  dialetti  in  ìj  dicendo  :  rézZj  réCj  reléquia^  as- 
supéj  utridéy  per  riccio^  ricco j  reliquia  ^  assopito  j  obbedito. — 
Cangia  talvolta  in  sti  il  suono  italiano  schij  che  gli  altri  dialetti 
volgono  generalmente  in  sèi: 

Italiano       schioppo   schiuma    scoppiare  schiantare  schiatta 
Bolognese    stiòp         stiuma     stiupar     stiantar     stiatta. 

|v      .  .      \sèiòp        sèiuma     siiupàr     sèiantdr 

'.  Il  Romagnolo  è  tanto  diverso  in  apparenza  dal  Bolognese  j 
quinto  in  sostanza  ne  è  infine.  Basta  confrontare  il  vocabolario 
romagnolo  col  bolognese  e  la  rispettiva  struttura  grammaticale, 


MAunrn  emiuani.  100 

per  èssere  persuasi  della  fondamentale  loro  consonanza.  Eppure 
discordano  talmente  nella  prommcìa,  che  sovente  Tuno  con  diffi* 
colta  è  inteso  dall'altro;  e  siccome  questa  differenza  dì  pronuncia 
varia  oltremodo  nella  stessa  Romagna  propriamente  detta  da 
luogo  a  lu(^o,  cosi  il  Romagnolo  settentrionale  intende  appena 
il  meridionale  e  viceversa  ^  sebbene  parlino  in  sostanza  un  solo 
dialetto.  Avuto  riguardo  appunto  a  queste  dissonanze  di  pronuncia, 
il  dialetto  romagnolo  suddivldesi  in  molte  varietà,  delle  quali, 
come  accennammo,  le  più  distinte  sono:  il  Faentino^  che  ne  è 
rappresentante  comune,  il  Ravennate j  Vlmolesej  il  Forlivese j  il 
Cesetiale  ed  il  Riminese.  I  due  primi  sono  più  puri  ed  indipen- 
denti; rimolese  tende  al  Bolognese  per  modo,  che  gli  stessi  Faen- 
tini dicono  che  gli  Imolesi  parlano  bolognese;  gli  ùltimi  tre  si 
accostano  al  Marchigiano. 

Tutti  questi  dialetti  distinguonsi  dagli  altri  emiliani  per  T  ar- 
ticolo maschile  i,  dicendo  :  é  fiòlj  é  pader^  e  $gnàr  e  shnili;  e 
pel  pronome  personale  Uj  come:  u  désSj  u  vlévaj  u  sintèj  per 
egli  disse j  egli  voleva,  egli  senti;  i  quali  negli  altri  dialetti  sono 
rappresentati  entrambi  dalla  voce  al^  dicendosi  generalmente  al 
fiòlj  al  pàdar^  al  disSj  al  sintè. 

Il  Faentino  ed  il  Ravennate  distinguonsi  dagli  altri  romagnoli, 
e  dallo  stesso  Bolognese,  per  frequenza  di  suoni  nasali  nelle  de- 
sinenze an^  enj  m^  on^  un. 

Evitano  la  collisione  delle  consonanti  sm^  rm^  Im  nella  me- 
désima sillaba,  frapponendovi  l'ultima  vocale  che  scambiano 
d' ordinario  in  ti  muta. 

Italiano       entusiasmo     enorme     informe    elmo     infermo 
Faentino      entusiSium    enòrum     infòrxim    èlum     infèrum. 

Simihnente  evitano  l'accozzamento  delle  rn  frapponendovi  un'a 
muta,  a  differenza  del  Bolognese  che  vi  frappone  im'e^  come: 
corali^  etèran^  gvèranj  per  comoj  elemoj  govenio. 

D  Faentino  termina  in  é  stretto,  come  1  Francesi,  T indefinito 
dei  verbi  italiani  in  arcj  che  il  Bolognese  suol  terminare  in  ar^ 
e  ijì  altri  Romagnoli  per  lo  più  iti  a: 

-ItaliaM       cantare     entrare     trovare     portare      mangiare 
FaenliM      canti        intri         Irmi        purté         magne 


ik 


200  PARTE  SECONDA. 

Bolognese    cantar      intràr       truvàr      purtar       magnar 
Ravennate  ) 

Imolese      \canta        intra        truva        parta       magna. 
Forlivese    ) 

É  speciale  proprietà  dello  stesso  dialetto  il  vòlgere  sovente  la 
d  in  gj  come: 

Italiano  tedio  bandiera  inptitiia  misericordia  discordia  obbediente 
Faentino  ategi  batigera  invigia  misericorgia  discorgia  ubigènt. 

Pèrmuta  il  snono  i  italiano  in  z  aspra: 

Italiano        fàcile        domicilio    cervello     faceto       accidia 
Faentino      fàzil         dumizeli    zervèl       fazèt         aczidia. 

Il  Bavennate  è  distinto  dal  Faentino  per  una  pronuncia  molto 
più  aperta,  per  maggiore  frequenza  di  suoni  nasali  prolungati  e 
pel  concorso  di  doppie  consonanti.  Inóltre  suol  permutare  sovente 
la  «  in  ^^  dicendo:  niiónj  veni^  savurìij  impiij  per  nessuno, 
vennej  compiacersij  empiersi  e  slmili. 

V Imolese  s'accosta  più  d'ogni  altro  nella  pronuncia  al  Bolo- 
gnese, dal  quale  peraltro  è  distinto,  si  perchè  è  privo  delle  pro- 
prietà speciali  di  questo ,  si  perchè  partecipa  delle  mentovate 
comuni  ai  Romagnoli.  Inoltre  esso  ha  un  particolare  dittongo  in^ 
verso  del  Bolognese,  mentre  la  vocale  o  accentata,  che  questo 
risolve  in  òu,  è  permutata  dall' Imolese  in  uò,  dicendo:  fiuò, 
muort,  puòcj  puòrz,  tuòls,  cuòssa,  per  figlio,  morto,  poeo^ 
porci^  tolse,  cosa. 

Volge  in  éja  la  desinenza  italiana  ìa,  che  il  Bolognese  e  gli 
altri  Romagnoli,  come  accennammo,  finiscono  in  i^  il  Ferrarese 
in  iè^  ed  il  Parmigiano  in  ìa,-  dicendo:  malattéja,  carestéja,  ustor 
réja,  per  malattia,  carestia,  osterìa.  —  Cangia  sovente,  come  il 
Ravennate,  la  5  in  ^^  come  nelle  voci:  amnaij  aripundéj  htói, 
pere,  per  avvicinarsi,  rispose,  tolse ^  perduto. 

Lo  stesso  suono  i  gli  vale  di  pronome  reciproco  e  di  parti- 
cella eufònica  tra  il  pronome  ed  il  verbo,  dicendo:  ti  fmiltés 
e  i*déssj  e  fandarò  e  simQi,  per  si  mise^  e  dissCj  e  andròj  ove 
la  i  corrisponde  ora  al  pronome  reciproco  se  o  $i^  ora  al  riem- 
pitivo toscano  ci,  che  in  alcuni  dialetti  toscani  viene  egoahMBle 
pronunciato  come  sa\ 


DIAUOm   EMILIAHI.  SOI 

Termina  le  voci  dei  passati  perfetti,  nei  verbi  di  prima  conju- 
gazione,  in  é  stretta ,  che  gli  altri  Romagnoli  pronunciano  più  o 
meno  larga,  dicendo:  Hnlés  prmaipiéj  btàé^  per  setUi^  principiò^ 
badò.  Similmente  pronuncia  alquanto  strette  le  desinoize  én^  in^ 
in,  che  in  tutti  gli  altri  sono  larghe,  tranne  il  Faentino;  per 
modo  che  Y  Imolese  partecipa  delle  proprietà  di  tutti  i  dialetti 
che  lo  circondano,  ciò  che  lo  collega  e  lo  disgiunge  ad  un  tempo 
da  ciascuno. 

Il  CesenaU  ed  il  Fcrlwese  depongono  a  poco  a  poco  l'asprezza 
del  Romagnolo  settentrionale  diminuendo  Telone  delle  vocali, 
e  quindi  il  firequente  accozzamento  di  più  consonanti  unite,  ed 
il  concorso  dei  suoni  nasali.  Ivi  all'aspra  sibilante  z  viene  sosti- 
tuita per  lo  più  la  $j  non  solo  in  quelle  voci  che  i  Romagnoli 
settentrionali  esprimono  con  z^  permutando  la  i  italiana,  come 
zervèlj  fàzil^  axzalin^  dunazzij  ma  in  quelle  altresì  che  in  ita- 
liano richièggono  la  z,  dicendo  del  pari:  sarvèlj  fàssilj  oisatènj 
dun€utij  che  sensaj  ragàuj  amasia^  sostansQj  per  senzaj  ragaz- 
zOj  ammazzare j  soitanza.  Dal  che  si  vede  che  laddove  i  Roma- 
gnoli settentrionali  volgono  in  jb  il  suono  italiano  ij  ì  meridionali 
volgono  la  £  e  la  stessa  z  in  s. 

Ivi  inoltre  incomincia  a  sentirsi  V  accento  marchigiano  nella 
cadenza  delle  frasi,  nelle  quali  ancora  appàjono  alcune  radici  e 
fonne  italiane,  sebbene  corrotte,  ignote  agli  altri  Romagnoli,  e 
proprie  della  famiglia  toscana,  come:  gièj  babj  per  gire^  babboj 
a  m'moTj  u  $*san  magna,  per  io  mi  muojos  e'  si  sarebbe  man- 
giato e  stanili. 

Sono  poi  esclusive  proprietà  del  Forlifpese:  il  terminare  in  p 
la  terza  persona  singolare  nel  perfetto  di  molti  verbi,  quando  & 
seguila  da  vocale,  dicendo:  andepj  mandèp,  damèfj  fopj  per 
andò^  mandòj  chiamò,  fuj  ed  il  permutare  in  e  muta  Va  finale 
degli  imperfetti,  come  pure  di  parecchi  nomi  ed  avverbi: 

ItaBano        era    voleva     veniva  robba   fata    allora  senza 
Foffttvese     ere    vleve       vneve    robe     feste     allore    sense 

n  Sdetto  Biminese  s'accosta  ancor  più  al  Marchigiano j  che 
i  preoedenti,  sopratolto  nell'accento  e  nella  pronuncia ,  per  modo 
che,  proeadendo  sin  oltre  a  Galtòlica,  il  Romagnolo  si  fonde  nel 


902  PARTE  SBCOIfDA. 

Marchigiano.  In  onta  però  a  questa  conformità  di  pronuncia  ^  ed  a 
malgrado  dell'asserzione  dei  Romagnoli  stessi,  che  riguardano  il 
dialetto  di  Cattòlica  come  Marchigiano,  esso  non  porta  meno  le 
impronte  distintive  del  Romagnolo,  che  si  estende  sino  a  Pesaro. 
Che  anzi  ivi  si  ripètono  molte  proprietà  del  Ravennate  che  ab- 
biamo veduto  dileguarsi  nei  Romagnoli  centrali,  quali  sono  :  la 
permutazione  del  è  italiano  in  z  aspro,  dicendo:  donazze^  fczil^ 
pziiéHj  zélj  zénZj  per  donnacciej  fàcile j  piccino^  cielo j  cencio j  la 
più  frequente  elisione  delle  vocali;  la  permutazione  dell' a  in 
molte  desinenze  dei  verbi  in  è  aperto,  dicendo:  magnèoaj  an- 
dèvuj  entrè,  salvè^  sprechèj  per  numgiavaj  andaoa,  entrare,  sai- 
iparcj  sprecare j  la  desinenza  dei  perfetti  di  parecchi  verbi  in  è 
aperto,  come:  ri  fitte  j  ape^  risohè,  per  ri  flette,  ebbe,  risoUe;  Tuso 
del  pronome  personale  u,  dicendo:  ti  fase,  u  $*  moss,  u  ^Ivist,  per 
egli  fece,  egli  si  mosse,  egli  lo  oide.  Dal  che  appare,  come  questo 
dialetto  partecipi  delle  principali  proprietà  degli  Emiliani. 

Tra  quelle  che  ne  lo  distinguono  e  lo  assimilano  al  .Mareg- 
giano, oltre  all'accento  ed  alla  scelta  di  molte  voci,  noteremo: 
la  desinenza  dei  partidpii  maschili  in  ed,  e  dei  femminili  in  èda, 
dicendo  :  stèd,  pechèd,  informèd,  rilrw^èd,  per  stato,  peccalo,  in- 
formato, ritrovato,'  stèda,  sprechèda,  tratèda,  per  stata,  sprecata, 
trattata.  —  Volge  il  suono  italiano  §  in  i,  dicendo:  iustizia,  zi- 
losia,  iomo,  per  gimtizia,  gelosia,  giorno.  —  Non  pèrmuta  mai 
la  0  in  u,  come  sogliono  sovente  tutti  gli  Emiliani.  —  Cangia  l'o 
finale  in  e^  in  molte  voci,  come:  vostre,  cantre,  numre,  perro- 
stro,  contro,  nitmero  e  slmili. 

Il  Modenese  è  più  affine  d'ogni  altro  al  Bolognese,  per  modo 
che  si  può  riguardare  come  un  suo  pròssimo  snddialetto.  Esso 
partecipa  di  presso  che  tutte  le  proprietà  mentovate  del  Bolo- 
gnese, e  la  principale  sua  dissonanza  consiste  nella  pronuncia, 
della  quale  toma  assai  malagévole  descrivere  la  varia,  gradazione, 
cui  solo  può  distintamente  discèmere  un  orecchio  abituato  ai 
suoni  dell'imo  o  dell'altro  dialetto. 

Vi  sono  però  meno  frequenti  i  dittonghi  àu,  òu,  in  ciu  vece 
sovente  il  Modenese  pronuncia  la  prima  vocale  aperta  e  strasci- 
nata^ dicendo:  dutòr,  sgnòr,  fortuna,  padrona,  eonsulaziòn,  in 
luogo  di  dutòur,  sgnòur,  furtòuna,  padràuna,  consulazOmn. 


DIALETTI   EMILIAJII.  305 

Similmente  cangia  per  lo  più  nel  suono  nasale  én  la  desinenza 
iìio  italiana  che  il  Bolognese  risolve  sempre  nel  dittongo  èinj  e 
serba  la  forma  italiana  ès  nelle  iroci^  che  il  Bolognese  strascina 
in  iÌ9j  come: 

Modenese     ragazzèn     ben       meni     Mudnès    cortèi    paès 
Bolognese    ragazzèin    beiti      mèint    Mudnèis   curtèis  pajèis. 

Inoltre  il  Modenese  distìngnesi  per  l'articolo  femminile  che  nel 
plurale  fa  i"/,  come:  t7  dorij  sMvacij  dil  salir j  per  le  donne j  que- 
ste  ^cchicj  delle  salire,  laddove  gli  articoli  bolognesi  sono  •  o  al. 

Solo  di  mano  in  mano  che  ci  allontaniamo  dalla  pianura  mo- 
denese quel  dialetto  assume  un  aspetto  diverso  dal  bolognese. 

Il  Reggiano  distìngnesi  dal  Modenese  per  una  pronuncia  al- 
quanto pili  stretta,  specialmente  nelle  vocali  che  sono  precedute 
da  doppia  consonante;  ed  è  pure  distinto  dal  Bolognese  per  la 
mancanza  dei  dittonghi  et,  àu,  òvj  come  il  Modenese,  di  cui  è 
pròssimo  suddialetto,  e  dal  quale  diverge  solo  per  varietà  d'ac- 
cento ,  e  per  alcune  espressioni  che  tèndono  alla  forma  parmi- 
giana. Esso  però  varia  alcun  poco  da  villaggio  a  villaggio,  e  nella 
stessa  città  di  Beggio  il  dialetto  del  centro  ha  pronuncia  diversa 
da  quello  del  quartiere  di  porta  Castello,  come  pure  da  quello 
degli  altri  quartieri  di  S.  Croce,  di  S.  Pietro  e  di  S.  Stefano. 
Procedendo  poi  verso  la  montagna,  la  favella  vi  prende  accento 
e  forme  assai  diverse. 

Il  Frignanese  è  chiaramente  distinto  fra  gli  emiliani  per  al- 
cune proprietà  che  lo  assimilano  ai  dialetti  lombardi.  Ivi  infetti 
troviamo  i  suoni  uè  i  mancanti  nella  màssuna  parte  degli  emi- 
liani. Meno  frequente  vi  è  T  elisione  delle  vocali ,  e  tra  queste 
solo  alcune  vengono  pronunciate  aperte  e  prolungate  in  line  di 
parola.  Ivi  non  troviamo  i  dittonghi  èij  àu,  òu  propri  del  gruppo 
principale,  né  molto  meno  il  nasale  èn,  che  il  Modenese  ed  il 
Reggiano  sogliono  sostituire  all'italiana  desmenza  inoj  ed  in  vece 
^  troviamo  tit  alla  foggia  lombarda. 

Manca  affatto  del  suono  emiliano  àj  e  si  nei  nomi  che  nei  verbi 
serti  d'ordinario  le  flessioni  lombarde;  per  modo  che  potrebbe 
ancora  considerarsi  come  un  dialetto  lombardo,  tinto  leggermente 
d'emOhao.  h  esso  è  da  notarsi  la  congiunzione  es  corrispondente 


SO^  PABTE  SECONDA. 

air  italiana  e,  ed  una  speciale  pronuncia  aperta  con  cantilena 
sua  propria. 

Di  mano  in  mano  che  s' avvicina  alla  vetta  dell' Apennino,  que- 
sto dialetto  assume  accento  e  forma  toscana^  del  die  porge  un 
chiaro  esempio  il  Diàlogo  in  dialetto  di  Fiumalbo,  inserito  nella 
Corografia  Italiana  del  benemèrito  Zuccagni-Orlandini. 

Il  gruppo  Ferrarese  è  meno  puro  e  meno  originale  degli  altri 
emiliani^  non  solo  pel  continuo  suo  contatto  coi  Vèneti  e  coi 
Lombardi^  dai  quali  trasse  notévoli  impronte;  ma  perchè  surse 
posteriormente  dalla  mistura  di  varie  nazioni,  che  nel  corso  delle 
nòrdiche  invasioni  si  rifuggirono  nel  paludosi  polesini  convertiti 
più  tardi  nella  fèrtile  pianura  ferrarese.  Fra  le  varie  favelle  rac- 
chiuse in  questo  gruppo,  la  sola  che  serba  vestigia  originali  ed 
antiche,  si  è  quella  del  pescatore  di  Comacchio,  di  quella  prisca 
Comaculas  che  molto  prima  della  fondazione  di  Ferrara  sovra* 
stava  alle  paludi  ond'  era  attorniata,  e  per  le  quali  ebbe  sempre 
difficile  e  scarso  commercio  coi  pòpoli  circostanti.  Di  questo  dia- 
letto parlato  appena  da  qualche  milliajo  di  rozzi  valligiani,  sa- 
rebbe molto  ùtile  impresa  il  raccorrò  le  più  distinte  radici  e  le 
forme  primitive,  ciò  che  invano  abbiamo  chiesto  ad  alcuni  dotti 
corrispondenti,  n(m  avendo  noi  potuto  fermar  qualche  dimora  in 
quelle  lagune. 

Prima  che  il  Po,  deviando  dall'alveo  abbandonato  di  Primaro, 
ed  ora  percorso  dal  Reno,  imprendesse  l' attuale  suo  corso,  uno 
solo  doveva  èssere  il  dialetto  parlato  nella  provincia  mantovana, 
allora  molto  più  estesa  a  mezzogiorno,  difiiiso  eziandio  nel  basso 
Modenese  e  Parmigiano,  situati  allora  sulla  riva  sinistra  di  quel 
fiume.  Ma  dappoiché  esso  mutò  il  suo  corso,  comecché  l' antico 
jdveo  rimanesse  poi  sempre  confine  etnogràfico,  il  Mantovano  si 
divise  in  due  dialetti,  dei  quali  quello  che  parlasi  lungo  la  riva 
destra  del  fiume  si  conservò  più  puro,  mentre  l'altro,  cioè  0 
ManUH?ano  propriamente  detto,  ristretto  dalla  sinistra  in  breve 
territorio,  ed  attorniato  dai  dialetti  vèneti  e  lombardi,  coi  quali 
più  tardi  ebbe  comuni  le  vicende  politiche,  ritrasie  parecchi 
suoni  e  forme  distintive  di  quelli,  rimanendo  cosi  disgiunto  dal 
Ferrarese. 
Questo  fra  gli  emiliani  è  il  meno  aspro,  avendo  esso  pure  rad- 


DIAUSfn   EMIUANI.  S05 

dolciUi  la  pronuncia  al  contatto  coli'  accento  scorrévole  dei  Vè- 
neti ,  e  distlnguesi  da'  «io!  albd  per  la  mancanza  del  suono  a  e 
dei  dittonghi  èij  oh  propri  di  questo  ramo.  Al  primo  sostituisce, 
come  il  Vèneto,  un' a  alquanto  aperta,  specialmente  nell'indefi- 
nito e  nei  participi  dei  Terbi,  dicendo:  desiderdrj  magnar ^  portar j 
amàj  volàj  mancdj  ed  in  luogo  dei  secondi,  serba  le  desinenze 
italiane  doUór^  onór^  rosoti^  padrón  e  slmili. 

Invece  di  sostituire  la  z  aspra  al  suono  i  italiano,  esso  lo  pèr^ 
muta  in  g  alla  foggia  dei  Vèneti,  dicendo:  prinriptàr,  sUtattìn, 
smlj  per  printipiare,  cittadinOj  cwile. 

Volge  m  ar  breve  le  desinenze  italiane  dre^  dro,  pre,  tre^  irOj 
non  che  gli  infiniti  dei  verbi  terminanti  in  ere: 
Italiano    padre    ladro    sempre   mentre  dentro  godere  leggere 
Fenarese  pàdar  lodar   sèmpar  méntar  dentar  gòdar    lézar. 

Volge  la  desinenza  italiana  ia^  e  talvolta  ancora  la  io  in  te^ 
dicendo: 

Italiano        compagnia        eresia  osteria         mio 

Ferrarese     cumpagniè        eresie  ostariè         mie. 

Ha  meno  frequenti  le  elisioni  delle  vocali  nel  mezzo  delle  pa- 
role e  le  inversioni  delle  consonanti,  ciò  che  ne  rende  la  pro- 
nuncia più  scorrévole  a  confronto  di  quella  dei  dialetti  affini,  e 
fa  uso  di  parecchie  voci  tolte  ai  vèneti  dialetti. 

Le  sue  varietà  poco  disslmili  sono  i  linguaggi  dei  distretti  man- 
tovani cispadani,  il  Mirandolese  ed  il  Guastallese. 

IVei  primi,  il  continuo  commercio  coi  dialetti  dell'opposta  riva 
del  Po  introdus^  una  leggera  gradazione  dei  suoni  lombardi  o 
ed  ti^  ed  un  accento  misto  di  vèneto  e  di  lombardo.  Nel  Miran- 
dolese sèrbansi  miste  alle  proprietà  del  Ferrarese  alcune  tracce 
del  Modenese  e  del  Parmigiano,  nella  desinenza  aperta  ón^  nella 
permntazione  del  é  in  z^  ed  in  alcune  flessioni  dei  verbi,  come 
viìpa^  tgnwa  e  rimili,  che  il  Ferrarese  termina  in  epay  prinzi- 
p&nj  cbfiandofi,  ove  il  Ferrarese  sopprime  la  n  finale ,  ed  altre 
di  tal  sorte. 

Nd  Guastallese  distlnguonsi  pure  i  suoni  o  ed  u  dei  Lombardi 
in  molle  vod,  come /ogfj  zógj  putin^  tutj  per  focOj  giuocOj  Aam- 
61110  ,  Mio.  Talvdta  volge  alla  foggia  parmigiana  la  t  in  é  in 


SOO  PARTE  SBOONOA. 

alcuDB  voci,  come:  gallérmaj  canténtui^  per  galHnUj  cantina. 
Suole  terminare  in  i  i  nomi  femminili  plurali  che  in  italiano  fi- 
niscono per  e^  come  :  li  cosi,  li  belli  donni^  per  le  coKj  le  belle 
donne.  Questa  proprietà  vi  fu  introdotta  pel  conmiercio  continuo 
col  vicino  dialetto  parmigiano,  del  quale  è  distintiva.  In  gene- 
rale peraltro,  si  il  Gnastallese  che  il  Mirandolese,  serbano  molta 
affinità  col  Ferrarese  e  col  Mantovano,  dissonando  cosi  nella  forma 
come  nell'accento  dagli  altri  vicini  dialetti,  ai  quali  sono  poli- 
ticamente congiunti. 

Il  Mantovano  ha  in  maggiore  o  minor  grado  le  proprietà  men- 
tovate del  Ferrarese,  del  quale  in  origine  fu  principale  fattore; 
e  solo  ne  dista  per  la  frequente  inserzione  dei  snoni  lombardi  ò 
ed  ti^  e  per  la  forte  alterazione  subita  negli  ultimi  tempi,  mercè 
il  contatto  coi  dialetti  vèneti  e  lombardi.  Perciò  esso  è  parlato 
con  qualche  purezza  appena  nella  città  di  Mantova  e  nei  vicini 
sobborghi ,  mentre  a  qualche  miglio  verso  oriente  prevale  l' ac- 
cento e  la  forma  del  dialetto  veronese,  che  in  più  luoghi  s'insi- 
nuò al  di  qua  del  Mincio;  e  alla  distanza  di  poche  miglia  verso 
occidente  e  settentrione,  è  rimarchévole  T  influenza  dei  dialetti 
lombardi  orientali,  nei  quali  il  Mantovano  gradatamente  si  fonde. 

Il  dialetto  Parmigiano  distinguesi  da  tutti  i  suoi  circostanti 
per  una  serie  di  proprietà,  fra  le  quali  basterà  notare  le  seguenti  : 

Esso  abbonda  in  dittonghi,  e  fra  questi  i  più  frequenti  sono 
ai^  ei,  ou.  Sostituisce  ai  alla  vocale  a  ogniqualvolta  in  itaiimo 
trovasi  il  dittongo  iaj  oppure  té^  o  tò  nella  sillaba  seguente,  di- 
cendo àiraj  f?àirOj  per  arìa^  vario  e  slmili.  Risolve  nel  dittongo 
et  la  e^  in  tutte  le  desinenze  italiane  ena^  ene,  eno^  enta^  ento^ 
esCj  ina^  ino  ed  in  parecchie  altre  voci,  dicendo:  vèina^  bèin, 
serèìn,  contèinUij  num^t^  tnèis^  pìasèintèinaj  farèma^  vèin^  let»- 
guttj  amr^  per  venaj  benej  iereno^  contenta^  momento,  mese, 
piacentinaj  farina,  vino,  lingua,  avere.  Risolve  poi  nel  dittongo 
òu  le  vocali  o  ed  u  nelle  desinenze  italiane  ona,  one,  una,  ore, 
ora,  080,  osa,  dicendo  :  per  sàuna,  rasòun,  lòuna,  fortiusui,  fiòur^ 
sgnòura,  ascòus,  moròusa,  per  persona,  ragione,  luna,  fortuna^ 
fiore,  signora,  ascoso,  amorosa. 

Volge  d'ordinario  in  o  il  dittongo  italiano  uo,  dicendo:  fiol^ 
scola,  volf  pois  per  figliuolo,  scuola,  vuole,  può. 


MALmi  EMILIANI.  S07 

Strascina  oltremodo^  quasi  a  guisa  di  vocale  raddoppiala,  le 
aj  Cj  Oj  quando  si  trÒTano  in  principio  di  parola  e  sono  accen- 
tate, dicendo:  màtOj  bèi,  cóiOj  per  matta j  bello ^  cotto. 

Volge  la  e  in  a^  e  l'a  in  à^  ogniqualvolta  sono  seguite  da  r 
nella  stessa  sìUaba,  come:  ctiartaj  sarxa^  increti j  per  coperta^ 
serva  j  inverno  j  ed  àrtnaj  Parma,  mar  tir  ,  per  arme,  Parma, 
màrtire. 

Nelle  terminazioni  plurali  femminili  invece  pèrmuta  la  e  in  t^ 
dicendo:  il  beli  doni,  il  mali  ^i,  cioè  le  belle  donne,  le  male 
vitej  cosi  pure  in  tutti  gli  imperfetti  dei  verbi  al  congiimtivo , 
come  tgms ,  pudtu ,  al^iss,  vcrm,  per  tenesse,  potesse,  leggesse, 
elesse. 

All'  opposto  degli  altri  dialetti  emiliani,  non  volge  mai  la  o  in 
ti,  ma  bensì  talvolta  la  ti  in  o^  dicendo  on,  cotia,  cast,  per  tino, 
culla,  questo.  E  meglio  ancora  distinguesi  dagli  altri  emiliani , 
permutando  sovente  la  i  in  u^  pnmundando  prum,  fastudi,  prwir 
zupiar,  per  primo,  fastidio,  principiare.  La  quale  proprietà  ac- 
compagna quasi  tutti  i  dialetti,  che  all'occidente  del  parmigiano 
a  estèndono  lungo  le  rive  del  Po  e  del  Ticino,  sino  alla  Sesia  ed 
al  Verbano.  E  qui  gioverà  avvertire,  come  il  corso  de'  grandi 
fiumi,  che  d'ordinario,  arrestando  il  commercio  frequente  fra 
gli  abitanti  delle  opposte  rive,  segna  una  precìsa  linea  etnogrà- 
fica ,  giovi  all'  opposto  alla  diflhsione  delle  schiatte  lungo  le 
rive  medésime,  per  ragguardévoli  distanze.  Cosi  lungo  la  riva 
del  Po,  da  Valenza  Scendendo  sino  all'Adriatico,  troviamo- pa- 
recchie voci  e  forme  comimi  a  tutti  i  differenti  dialetti  che  vi 
si  parlano.  Valga  d' esempio  la  strana  voce  cminzipUr,  la  quale 
appare  composta  della  prima  metà  della  voce  equivalente  italiana 
cominciare,  e  della  seconda  metà  dell'altra  corrispcmdente  prìti- 
dpiarej  essa  è  comune  del  pari  al  Valenzano,  che  al  Ferrarese 
ed  al  Ravennate.  Cosà  lungo  l' opposta  riva  dello  stesso  fiume , 
non  che  lungp  quella  de'  suoi  principali  affluenti,  cioè  del  Ticino  e 
ddla  Sesia,  vediamo  rinnovarsi  un  simile  fenòmeno  pel  corso  di 
nMte  miglia ,  sebbene  frattanto  differiscano  fra  loro  i  dialetti  in- 
terflittd|. 

CMtn  alle  proprietà  surriferite,  il  Parmigiaìio  suole  evitare  la 

17 


908  PABTB  SBCONDA. 

(wliisi<me  delle  consonanti  cr,  Im^  ri,  rm,  m,  rv^  frapponendovi 
d' ordinario  la  vocale  e: 

Italiano        crepare    salmo   orlo     uniforme    giorno    ncìvo 
Parmigiano  cherpar   sàlem   òrel     unifórem   gióren     ìicrcv. 

Pèrmuta  sovente  la  è  italiana  in  z  aspro,  dicendo:  fàzilj  ca- 
prili, zercdr,  per  fàcile,  capriccio,  cercare. 

Termina  le  terze  persone  singolari  dei  passati  perfetti  di  prima 
conjugazione  in  i^  come:  andì,  basi,  mandi, consumi,  Retando, 
baciò,  mandò,  consumò. 

Il  Borgotarese  è  alquanto  distinto  dal  Parmigiano ,  così  nella 
pronuncia )  come  nelF accento  e  nelle  flessioni,  accostandosi  ai 
dialetti  toscani  e  genovesi.  Esso  manca  presso  che  del  tutto  del 
suono  emiliano  a  che  proferisce  assai  debolmente  in  poche  voci; 
e  in  quella  vece  ha  comuni  coi  dialetti  lombardi  i  suoni  o  ed  ti, 
come  vedrassi  in  alcune  voci  della  seguente  versione  della  Pa- 
ràbola, p.  e.:  fijò,  lago,  scode,  vii,  lU,  tiito  e  shnìli. 

Scqpra  tutto  distinguesi  dagli  altri  emiliani ,  terminando  con 
vocale  la  maggior  parte  delle  parole,  che  quelli  troncano  sempre; 
valgano  d'esempio  i  nomi  :  i?delo,  fradelOy  omo,  pnjésej  ì  plurali: 
seroitori,  parchi,  canti;  i  participj:  morto,  fatto,  dito,  penso;  ì 
verbi  :  disse,  mètito,  vgnìsse,  essendo. 

Fa  UBO  degli  articoli  u  ed  ar,  il  primo  dei  quali ,  come  nel 
dialetto  genovese,  dal  quale  sembra  derivato,  fa  più  spesso  l'uf- 
ficio di  pronome  personale.  Cosi  nelle  fraa  u  disse,  u  saltò,  u 
respondi,  significa  egli  disse,  egli  saltò,  egli  rispose. 

Talvolta  sostituisce  la  j  al  suono  molle  gì  italiano,  e  le  iti  al- 
l'italiano gn,  come:  fijò,  foja,  voja,ìXì  luogo  di  figliOs  foglia,  <?o* 
gliaj  maniaipa,  Campania,  per  mangiava,  campagna. 

Nei  nomi  plurali  femminili  serba  non  solo  l'articolo  italiano  le, 
mst  ancora  la  terminazione  e  die  il  Parmigiano,  come  accen- 
nammo, cangia  in  t.  Dal  che  si  vede,  come  il  Borgotarese  vada 
accostandosi  ai  dialetti  toscani  e  genovesi.  Queste  proprietà  per 
altro ,  che  sempre  più  vanno  sviluppandosi  nelle  valli  superiori, 
vengono  meno  di  mano  in  mano  che  si  discende  nell'ima  valle 
del  Taro;  giacché  nell'Agro  parmigiano,  come  altrove^  i  dialetti 
variano,  non  che  da  valle  a  valle ,  da  distretto  a  distretto  e  da 


DiAUin  EMIUANI.  S09 

villaggio  a  villaggio.  In  un  opùscolo  manoscritto  sui  dialetti  di 
Parma,  Piacenza  e  Guastalla,  di  Luigi  Uberto  Giordani,  apprestato 
sin  dall'anno  1804,  per  inchiesta  di  Moreau  Saint-Mery,  allora 
amministratore  di  quegli  Stati,  e  comunicatoci  dalla  gentilezza 
del  chiaro  bibUotecario  della  Farnese  cavalier  Angelo  Pezzana , 
tròvansi  distinte  cinquantanove  varietà  di  pronuncia,  che  l'au- 
tore rappresenta  nel  vario  modo  dì  proferire  la  voce  andar. 

Il  PiaceìitiiìOj  comecché  strettamente  affine,  e  quasi  suddia- 
letto  del  Parmigiano,  ne  differisce  notevohnente  nella  pronuncia 
ed  in  alcune  flessioni  per  modo,  che  frequenti  sono  le  gare  fra 
quelle  due  popolazioni,  avvezze  da  sècoli  a  deridersi  a  vicenda 
per  r  affettazione  dell'  accento  e  di  alcuni  modi  peculiari.  Questa 
varietà  di  pronuncia  consta  primieramente  nell'uso  che  il  Pia-* 
centino  suol  lare  del  suono  iij  e  nel  vario  modo  di  strascinare 
le  vocali  accentate,  cui  solo  può  ben  designare  la  viva  voce. 

Inoltre  esso  risolve  sovente  nel  dittongo  òin  la  terminazione 
italiana  inOj  ed  in  iiin  la  finale  unoj  per  la  qual  proprietà  di- 
stinguesi  non  solo  dal  parmigiano ,  ma  da  tutti  i  dialetti  emiliani, 
tranne  il  solo  Pavese  che  ne  è  suddialetto.  Cosi  in  luogo  di  be- 
nino j  signorino j  CarlhM^  Antonino ^  il  Piacentino  proferisce:  tri- 
HÒin,  siorònij  Cariami  ToUÀnj  ed  in  luogo  di  uno,  ventwM, 
n^tuno,  pronuncia  tmm^  ptiU^um^  nsiiin. 

All'opposto  dei  Parmigiani  che  proferiscono  sempre  le  conso- 
nanti sémplici ,  eziandio  quando  sono  raddoppiate  in  italiano ,  i 
Piacentini  sogliono  raddoppiarle,  altresì  quando  èsser  dovréM>ero 
sémplici,  e  pronunciano:  fimtta,  poppa,  coisa,  iella,  per  mufa, 
papa,  coia,  telaj  nel  che  il  Piacentino  differisce  pure  da  quasi 
tutti  gii  altri  dialetti  emiliani  e  lombardi. 

Nei  nomi  femminili  plurali,  che  il  Parmigiano  suol  terminare 
per  is  li  Piacentino  tronca  d'ordinario  la  terminazione,  dicendo: 
il  donn,  il  pori,  il  vaè,  cioè,  le  donne,  le  porte,  te  mocMe, 

Suol  terminare  in  a  gli  indefiniti  dei  verbi  di  prima  oonjnga- 
ziooe,  che  il  Parmigiano  termina  in  àr,  e  gli  altri  dialetti  in  oTy 
o  k  ér^  o  in  àr,  come:  ama,  porta,  anda,  per  amare,  portare, 
andmt.  fai  quasi  tutti  gli  altri  verbi  poi  l' indefinito  è  eguale  alla 
prima  persona  del  presente  indicativo;  cosi  mòr,  sèni,  lèz,  piànz, 
gignifioM  iNorirr,  seniire,  fégg^re^  piàngere.  Ed  m  ciò  pure  esso 


340  PARTE  SBCONDA. 

distìDgiiesi  dal  Parmigiano ,  il  quale  d' ordinario  suole  formare 
r indefinito  dei  verbi ^  troncando  dalla  voce  italiana  l'ultima  vo- 
cale ,  come  :  murìrj  sintir,  lèzer,  pianzer^  parer. 

Laddove  il  Parmigiano  cangia  in  a  la  e  seguita  da  r  nella 
stessa  sillaba,  il  Piacentino  la  pronuncia  si  stretta^  da  confòn- 
delia  quasi  colla  t^  proferendo:  sérK^j  coirla j  inoémo.  Talvolta 
ancora  pèrmuta  la  e  in  o^  dicendo:  pod^  crai;>òttj  per  vedo^  ca- 
pretioj  la  qual  proprietà  estèndesi  ancora  lungo  il  Po  sino  a  Va- 
lenza. 

Di  mano  in  mano  che  questo  dialetto  si  estende  verso  occi- 
dente, varia,  assumendo  alcune  proprietà  dei  dialetti  lombardi^ 
pedemontani  e  liguri,  coi  quali  confina.  Perciò  fra  le  sue  va- 
.rieti  pia  distinte  abbiamo  notato  il  Boblnese,  il  Bronese  ed  il 
f^aknsanOs  il  primo  dei  quali  partecipa  di  tutti  i  mentovati 
dialetti,  il  secondo  si  confonde  col  Milanese,  ed  il  terzo  col  Ver- 
banese ,  sebbene  in  tutti  emèrgano  le  proprietà  distintive  degli 
emilianL 

Il  Bobbiese  infatti,  mentre  possiede  il  suono  a,  ed  elide  so- 
vente le  vocali  nel  mezzo  delle  voci,  fa  uso  ancora  dell'  arUcolo 
genovese  u^  de' suoni  lombardi  ó  ed  u^  e  di  alcune  forme  e  voci 
piemcmtesi,  quali  sono  i  futuri  terminanti  in  o^  andaro^  aloroj 
diròj  l'indefinito  es$e  per  èssere  edaltretali.  Situata  sull'estremo 
confine  di  stirpi  diverse,  è  ristretto  alla  sola  città  ed  agro  di 
Bobbio ,  mentre  i  mandamenti  di  Varzi  e  Zavattarello  posti  al 
Nord-Ovest,  che  un  tempo  formavano  parte  del  Ducato  di  Milano, 
sentono  ancor  più  del  lombardo,  ed  il  mandamento  d'Ottone  si- 
tuato a  mezzogiorno,  già  feudo  imperiale  del  principe  Dona, 
maggiormente  s'accosta  al  dialetto  ligure,  il  quale  òdesi  distinto 
nel  Comune  di  Corte  Brugnatella,  fira  Bobbio  ed  Ottone. 

Il  Bronese  depone  quasi  interamente  le  proprietà  emiliane  per 
assùmere  le  lombarde,  già  radicatevi  da  sècoli,  mercè  la  lunga 
soggezione  di  quella  ,terra  alla  Signorìa  Milanese.  E  perciò  po- 
trèbbesi  con  egual  ragione  classificare  fra  i  dialetti  lombardi  oc- 
ddentalL  Se  non  che,  la  firequente  elisione  delle  vocdi  nel  mezzo 
delle  parole,  che  abbiamo  posto  come  proprietà  distintiva  fira 
questi  due  rami,  l' inversione  di  alcune  lèttere ,  come  adj  alvàrj 
arsussitàrj  per  dt,  le^re^  risuscitare^  e  la  sua  posizione  hmgo 


DIAURTI  EMILIANI.  3tl 

l'estremo  lembo  dei  dialetti  eailiaiii/ci  determinarono  a  collo* 
cario  piuttosto  in  questo  ramo. 

Il  Falenzano  oollégasi  agli  emiliani  per  T  elisione  frequente 
delle  vocali  intermedie  ^  pel  suono  à^  e  per  alquante  radici  con 
essi  comuni.  Ciò  nullostante  esso  partecipa  ancora  in  modo  par- 
ticolare delle  proprietà  distintÌTe  del  gruppo  Verbanese,  permu- 
tando sovente  la  u  italiana  in  i,  dicendo  ia^  inna  per  tino,  una; 
e  inversamente  la  i  in  ti ^  proferendo  prufnma,  t7ialo  per  pràna, 
visto y  ciò  che  ha  pure  comune  col  Piacentino;  sostituendo  la  t 
alquanto  aspra  alla  I  finale  in  parecchie  voci ,  màssime  nei  par* 
ticipj  ,  come  in  tut,  iìè,  fai,  cmdàt  e  simili.  Per  modo  che  non 
si  saprebbe  stabilire,  se  la  popolazione  della  città  ed  agro  Va- 
lenzano appartenga  piuttosto  allo  stìpite  emiliano,  o  al  verba- 
nese;  e  tanto  più  ciò  riesce  difficile,  ove  si  04)nsideri,  che  Valenza 
e  suo  territorio  iu  per  sècoli  e  sino  agli  ultimi  tempi  aj^pregata 
alla  Diòcesi  Pavese,  e  che  trovasi  presso  la  foce  della  Sesia,  il  cui 
bacino  forma  sede  principale  del  gruppo  verbanese;  giacché  non 
dobbiamo  lasciar  di  notare,  che  un  tempo  questo  fiume  metteva 
nel  Po  alcune  miglia  al  disotto  dell'attuale  sua  foce,  come  atte- 
stano traccio  evidenti  dell'  antico  suo  àlveo  abbandonato. 

Per  ùltimo  il  Pavete  puossi  risguardare  come  un  suddialetto 
del  Piacentino,  alquanto  misto  di  lombardo.  Comunque  notévole 
peraltro  sia  questa  inserzione  di  lombardi  elementi  nel  dialetto 
pavese,  non  reca  meno  stupore  l'osservare,  come  esso  abbia 
potuto  conservarsi  cosi  distinto,  dopo  tanti  sècoli  di  continuo  ed 
immediato  conunerdo  colla  vicina  capitale  lombarda,  anzi  dopo 
è^ere  stato  nel  centro  della  lombarda  dominazione,  alla  quale 
ha  sempre  politicamente  e  geograficamente  appartenuto. 

L' influenza  del  dialetto  milanese  sul  pavese  appalesasi  princi- 
palmente nel  lèssico  e  nelle  forme  e  flessioni  grammaticali,  che 
in  màff^^™^  parte  concordano  colle  lombarde,  mentre  nella  pró- 
mncia  serba  molta  simiglianza  col  Piacentino ,  col  quale  ha  al- 
treà  comune  il  distintivo  dittongo  oi^  il  prolungamento  delle  vo- 
cali e  r  accanto.  E  ciò  valga  a  nuovo  documento  di  quanto  ab- 
biamoiiell' Introduzione  asserito  {i\,  che  cioè  un  dialetto  sottoposto 

(i)  Venati  neUMntroduzione,  pag.  xn. 


242  PARTE  8EC0FIDA. 

alla  prevalente  influenza  d'un  altro,  depone  anzitutto  il  proprio 
lèssico  ed  alcune  forme  peculiari,  non  mai  la  primitiva  pronuncia? 
la  quale  trapassa  indelèbile  dall'una  all'altra  generazione. 


2  4.  Osnervazimi  grammaticali  in  generale. 

Comunque  strani  e  in  apparenza  diversi  dagli  altri  itàlici  dia- 
letti, gli  emiliani  sono  tuttavia  costituiti  sopra  un  medésimo  si- 
stema grammaticale ,  che  perciò  appunto  possiamo  denominare 
itàlicOy  essendo  più  o  meno  diffuso  su  tutta  la  Penisola,  con  po- 
che eccezioni  e  lievi  modificazioni  nelle  forme  esteme,  dipendenti 
per  lo  più  dalla  pronuncia. 

I  nomi  sono  sempre  retti  da  un  articolo,  o  da  una  preposi- 
zione ,  0  da  un  pronome.  L' articolo  per  lo  più  vale  a  determi- 
narne il  gènere  ed  il  nùmero.  Due  sono  i  gèneri ,  mascMle  cioè, 
e  femminile;  due  i  nùmeri:  ringoiare  e  plurale.  Pei  nomi  ma- 
schili l'articolo  determinato  singolare  varia  ne' vani  dialetti,  es- 
sendo rispettivamente  alj  ar^  elj  l\  e^  u^  che  nel  plurale  cangiano 
tutti  indistintamente  in  t.  Pei  femminili  ogni  dialetto  adopera  l'ar- 
tìoolo  determinato  italiano  la^  che  alcuni  nel  plurale  cangiano 
ìXk  kj  altri  in  elj  alj  ij  il.  L'articolo  indeterminato  maschile  è 
tifi,  ofi^  thj  che  nel  femminile  fa  unaj  na^  óna^  inno. 

Talvolta  però  in  alcuni  dialetti  la  sola  desinenza  vale  a  con- 
traddisthìguere  il  gènere  ed  il  nùmero  dei  nomi,  ed  allora,  cmne 
in  italiano,  la  terminazione  a  dinota  il  gènere  femminile,  come 
le  I  ed  e  hidicano  il  nùmero  plurale  maschile  e  femminile.  Si 
eccettuino  il  dialetto  parmigiano  e  qualche  romagnolo,  che, 
terminando  in  a  il  singolare  di  pareòchi  nomi  femminili,  danno 
al  plurale  la  terminazione  i.  Innumerevoli  poi  sono  a  tal  pro- 
pòsito le  irregolarità  dei  nomi ,  dei  quali  la  maggior  parte  ri> 
mane  inalterata  in  ambi  i  nùmeri ,  e  parecchi  ricévono  speciali 
flessioni. 

Le  preposizioni ,  come  in  tutti  i  dialetti  e  in  tutte  le  lìngue 
d'Europa,  valgono  a  determinare  i  rapporti  che  collègano  i  nomi 
alle  altre  parti  del  discorso,  provvedendo  all'assoluto  difetto  dei 
casi  ;  e  sono  le  comuni  italiane  de  o  adj  a,  da^  per  o  pr^  con  o 


DIAURI  EMIUARI.  919 

c?m,  iiìj  ec.  Quesi' ùltiiiia  per  lo  più  va  unita  alla  I,  die  fa  T  uf- 
ficio di  lèttera  euftaiea,  dicendosi  generalmente  in  Val  ^  o  tu 
fla,  per  nello j,  nella ,  dò  che  pure  si  osserva  nella  maggior  parte 
de'  dialetti  italiani.  Solo  noteremo,  come  i  dialetti  piacentino  e 
Valenzano  sostitmscano  la  t  in  luogo  della  I,  proferendo  invece 
in  8^  al  y  in  g*  /a.  E  qui  è  pure  a  notarsi  la  strana  preposizione  in  * 
esclusiva  del  dialetto  Riminese,  che  vi  tien  luogo  della  preposi- 
zione a,  dicendosi  tn'e  $u  bab^m'un  pólj  per  esprimere:  a  mo 
padre j  ad  un  figlio. 

Tutte  queste  preposizioni  contriiggonsi  d' ordinario  cogli  arti- 
coli in  una  sola  voce,  come  suol  farsi  in  italiano,  formando  cosi 
déj  del,  dal,  dar^  dle^  dela^  dele^  ditj  di,  oppure  ae,  al^  ar^  ai^ 
aluj  aicj  e  cosi  di  sèguito.  Con  esse  decllnansi  i  nomi  propri ,  i 
quali  pure  neir  Emilia  pòrgono  ampia  messe  d' osservazioni  al 
linguista,  per  T  originalità  delle  loro  forme  e  per  le  frequenti 
omonimie  che  s'incontrano,  ponendoli  a  confronto  coi  nomi  di 
luoghi,  monti,  fiumi  e  torrenti  della  Lombardia,  del  Vèneto, 
della  Rezia,  del  Piemonte  e  di  parecchie  straniere  regioni. 

Gii  aggettivi  non  òfrono  alcuna  particolare  osservazione ,  do- 
vendo concordare  coi  loro  nomi ,  mercè  le  poche  mentovate  fles- 
sioni ,  che  in  essi  pure  distinguono  talvolta  i  gèneri  ed  i  nùmeri. 
Quanto  alla  loro  formazione,  non  differiscono  punto  dai  lombardi, 
0  dagli  italiani,  assumendo  le  terminazioni  én,  èi,  èin,  in^  éna^ 
Una,  inaj  o  et,  il,  ita,  pei  diminuti\i  ;  òn  ^  àss,  àzz^  òna,  assa^ 
azzOj  pegli  aumentativi  e  peggiorativi;  ìssenij  ìssema  pei  super- 
lativi ;  come  pure  gli  avverbi  più  e  menoj  pei  comparativi. 

I  proDoou  derivano  dalle  stesse  radici  degli  italiani,  e  solo  vi 

sono  variamente  corrotti  dalla  pronuncia.  Si  declinano  ora  colle 

sole  preposizioni  ed  ora  cogli  articoli,  e  persino  le  anomalie  loro 

9ono  comuni  cogli  altri  dialetti.  Cosi  p.  e. ,  nei  casi  obliqui  gh' 

oppure  1  corrispóndono  all'  italiano  a  lui^  a  leij  a  loro;  ne^  o  n' 

all'italiano  ne,  q  a  noi;  v'  a  vì^  o  a  po/^  e  cosi  di  sèguito.  Lo 

stesso  dicasi  degli  altri  pronomi,  i  quali  propriamente  sono  gli 

itaUaml  corrotti  dalla  varia  pronuncia. 

1  verbi  si  conjùgano  d'ordinario  sulla  norma  degli  italiani,  dei 
quali,  eomecchè  alterate,  serbano  per  lo  più  le  flessioni  carat- 
Icrlslidtt.  Perciò  il  verbo  ausiliare  aK>ere  seguito  dal  participio 


su 


PARTB  SECONDA. 


vale  a  formare  le  voci  passate  mancanti,  mentre  il  verbo  èssere 
collo  stesso  participio  provvede  all'assoluto  difetto  della  voce 
passiva.  Con  tutto  ciò  molte  sono  le  varianti  in  ogni  dialetto,  pei 
la  formazione  delle  voci  in  ogni  modo  e  tempo,  ed  a  pòrgerne 
un  Saggio  soggiungiamo  la  conjugazione  attiva  dei  due  verbi  tra- 
pare  e  tenere  nei  tre  dialetti  Bolognese,  Reggiano  e  Parmigiano. 
Abbiamo  preferito  questi  due  verbi,  poiché  in  tutti  i  dialetti  pos- 
sono rappresentare  il  modello,  su  cui  la  maggior  parte  degli  altri 
si  conjuga;  non  lasceremo  però  d'avvertire',  che  innumerevoli 
sono  le  irr^olarità  dei  verbi  in  ciascun  dialetto,  il  notare  distin- 
tamente le  quali  sarebbe  assai  difficile  e  forse  inùtile  fatica. 


BOLOGNESE 


REGGIANO 


PARUIGIANO 


jlfodo  indefinito. 


Tempo  presente 
Ten^  passato 
Tèmpo  futuro 
Gerundio 
Participio  (a) 


parlar 
avèir     purta 
àssr  pr  parta 
partand 
parta 


parlar 
aver         parla 
èsser  per  parlar 
parlànd 
parta 


portar 
avèir        porta 
èsser  per  portar 
porland 
porla 


me  a      pori  (6) 
té  V        pori 
la  a'I     porta 

na  a       parlèin 

va  (e)  a  parla 
lòar        pòrten 


jlfodo  Indicatìoo. 

ToBpo  Preaente. 

me        pori  (d) 
té  V      pori 
Io  porla 


nò 

vò 
lòr 


I  parlèm 
)parlòm 

parla 

pòrten 


mi  a 
liar 
col  ci 

na  a 

va  a 
lòri 


pori 
pori 
porta 

portèm 

porta 
pòrten 


Tempo  Panato  Prtetioio. 


me  a 
ter 
laan 
nn  a 
vo  a 
lòur 


parlava 

purtàv 

parlava 

purtàven 

parlavi 

partàven 


me 

parlava 

mi  a 

portava 

ter 

partav 

li  al' 

portav 

lo 

parlava 

lael 

portava 

nò 

partavem 

na  a 

portavem 

vò 

purlavev 

va  a 

porta  vev 

lor 

parlaven 

lòri 

portaven 

MAURI  EHIUAMI. 


91» 


net  portò opp.jò 

té  a  r  partasi  t'a 

'u  a  n  puntò      à 

'lu  a  purtònn  avèin  I  '^' 

v^  a  purtassi  avi 
tour   purtònn  àn 


e 


ESS-  i* 


VSL 


me 

tét' 

la 

nu 

vu 

lòur 


me  a 
te  t' 

lu  aM 

xu  a 

Tua 
lòur 

né 

la 

na 

vu 
lòar 


aveva 

avòv 

aveva 

avèven 

avevi 

avèven 


purtarò 
purtara 
purtarà 

purtarèin 

purtarì 
portaràn 

arò 
ara 
ara 

arèin 

ari 


Taaip*  VÉnato  PorMo. 

mèi 

-.   irpurtéss 
^  )rpurtés8et 

)     purtò  /  ^ 

purttoev   favi 
lòrj 

Teapo  Pattato  Rimoto. 
me      1} 


nò 
vó 


purtam      ^ 
purtòm 


mi  a  porti  opp.  Jò 
Uarportiss       Va 


"1 

Jema  i  ^* 
avemal 


té 

lo 

nò 

v6 

lòr 


I J^  iva 
aviva 

I V  ivet 
)  V  avivet 

li: 
If 

ij'ivev 
Ij'avivev 

f  iven 
aviven 


riva 
aviva 

I J' ivem 
avivem 


e 


lu  el  porti  rà 

nu  a  portissem  T 
vu  a  portissev    J^avi 
lòr  i  portin        òn       i 


mi  a  j'    l  *^* 
'     I  aveva 


«'»*^    la^^év 


lu  r 

nuj' 
vuj' 

lòrJ' 


lava 
) aveva 


lave 
lave 


avem 
avèvem 


Javev 
f  avévev 

làven 
I avèven 


Tempo  Fatoro. 

fflè  purtarò 
purtara 
purtarà 


ter 

lo  al 


nò 

vò 
lòr 


Jpurtarèmm 
purtaròmm 

purtarì 
purtaràn 


mi  a  portarò 
ti  a  t'  portarà 
lu  el      portare 

nu  a      portarèm 

portarì 


vu  a 
lòri 


portaràn 


Si 


Teapo  Fntnro  Pattato. 
me 

ter 
lòr 


nò 

vò 
lòr 


arò 

ara 

ara 

iarèm 
iaròm 

arì 

aròn 


mi  J^  arò 

ti  r  ara 

lu  r  ara 

nu  J^  arem 

vu  J'  arì 

lòr  j'  aran 


"1 

r. 


? 


p: 


Modo  /mperatkfo. 


pòrta  té 

portate 

porta 

eh' la  pòrta 

eh'  al  pòrta  lo 

eh'  el     porta 

purtéin 

ipurtémm 
)  purtòmm 

portèma 

purta 

parta 

porta 

chM  pòrien 

ehe  pòrten  lòr 
Modo  Congiuntivo. 

eh'  i       pòrten 

• 

Tempo  Pretelle. 

eh'  me  a  pòrta 

che  me  porta 

eh'  mi  a  porta 

ch'tét'  pòrt 

che  té  t' pòrt 

eh' ti  a  t' pori 

• 

ch^  lu      pòrta 

che  Io    pòrta 

eh' luel  porta 

ch^  na      purtàmen 

c'-*  IJUSS 

eh'nu  a  portéma 

ch^Ttt      purtadi 

che  vó   partadi 

eh'  vu  a  porta 

chMòor  pòrtan 

J 

ehe  lòr  pòrten 
rcmpo  Pattato  PròttiaM. 

eh'  lòr  1  pòrten 

eh'  me  a  purtass 

«=— *  iks 

eh'  mi  a  porlass 

eh'  té  V  portàss 

«*e'*t')ESJS'* 

ch'tiat'portass 

eh'  la      purtéss 

«"«•*-)& 

eh'  lu  el  portàss 

eh'  nu  a  purtissen 

chenA    {P»'l*»««» 
J  purtassem 

eh'  nu  a  portassem 

eh'  vu  a  portassi 

chevó    JP»[Jf«e^ 
}  purtassev 

eh'  vu  a  portassev 

ehMòur   purtàssen 

che  lòr  JP^Iésse» 
j  purtàssen 

Tempo  Panato  Perfetto. 

eh'  iòr  i  portasscn 

eh'  me   J  ~^„ 
f  apa 

eh'  té  t'  àv 

che  me     àbia         \ 
«"««^tiàSet       / 

ch'aj'  àbia            \ 
ch'at'  àbi            1 

lapa            V  a 
eh'na     avamen      [  »* 

che  lo      àhia        1  «g 

)  e 
.       .     4  abièmm  f  3. 

^^«»*    iabiòmm  h* 

eh'  r      àbta          [  ^ 
eh'  i'      avéna       (  S 

eh*  vu      avàdi          1 

che  vó      abiadi      1 

eh'  i'      avi             1 

l  apen           ' 

che  lòr    àbicn         / 

eh'  j'      àbian          j 

ch^  me     avèss 


eh'  té  r   avès8 


eh'  lu       avèss 


eh'  nu      avèssem 


eh'  vu      avessi 


chMòur  avèseen 


,        I  purtaré 
ì  purtarév 

ìa  |,       \  purtarèst 
fpurtarèss 

la  a'  I  purtaré 

nu  a  purtarèn 

va  a  purtarèssl 

lòur  purtarèn 


me 
ter 

lu 

^u 
>ru 

^òur 


are 
arèss 

are 

arèn 
arèssi 


arèn 


MALim  BMlUAflI. 

Tenpo  Pinato  RiMVto. 


317 


s 


e 
m 


Che  nò    1**^      ^  ^* 
)  avissem 

chevó    1^^ 
lavissev 

chelòr   te^„ 
f  avissen 

jlfodo  Cmimonale. 

Tenpo  PreMnte« 
me         purtarév 

j^  |,     4  purtarìss 
I  purtarìsset 

lo  al  purtarév 

nò  purtarissem 

vò  purtarissev 

I  lòr  purtaréven 

Teni|Ni  Passato. 
me         are 

té  V     \  ""**• 
^  *      )  arìsset 

lòr 


ch'j'    •*** 


I  aviss 


chT    1'*», 
Javiss 

chT    V^s 
)avi8s 

. , .,    I  ìssem 
^     iavissem 


? 


ch'i'    } 
I  eh'  J' 


issev 
avissev 


lissen 
iavissen 


jaré 
larév 


nò 
vò 

lòr 


arissem 

arissev 

larén 
iaréven 


"1 


mi  a  portare 

ti  a  t'  portariss 

lu  el  portare 

nu  a  portarissem 

vu  a  portarìssev 

lòr  i  portarén 

mi  a  J^  are 

ti  a  t'  arìss 


lui' 


are 


•g 


nuj' 
vu  J' 

lòr  j'      arèn 


anssem 
arissev 


Tmpo  pre$ente 
Tèmpo  patioio 
Tailfùpawro 

Genaéh 

Paradph 


Modo  Indefinito. 


tgnir 
avèlr  tgnù 
èssr  pr  tgnir 


tgnagànd 
tgnù 


tgnir 

aver  tgnù 

èsser  per  tgnir 

Itgnènd 
I tgnand 

tgnù 


tgnir 
aver  tgnù 
èsser  per  tgnir 

tgnèìnd 

tgnù 


318 


PARTE  SfiCOIfDA. 


me  a        tegn 
ter        tèin 
lu  a'  1      tèin 


nu  a 


tgnèin 


vu  a        tgni 
lòur  i      téinen 


me 

té  V 

luaM 
nu  a 
vu  a 
lòuri 


tgnèva 

tgnév 

tgnèva 
tgnèven 
tgnèvi 
tgnèven 


Modo  Indicativo, 

Tenpo  PrcseDte. 

tègn  (e) 

tln 

tin 

(tgnèm 
itgnòm 

tgni 

tinen 

Tempo  Passato  Pròfsino 

tgni  va 


me 
ter 
lo  al 

nò 

vò 
lòr 


mi  a  tèign 

U  a  r  tèin 

lu  el  tèin 

nu  a  tgnèima 


va  a 
lòri 


tgni 
tèinen 


me 
tòt' 


(tgniv 
ì tgnivet 


me  a    teina  op.jò 
tét'     tgness  Tà 
lu  aM   tgné     à 


nu  a     tèinsen  avèin 


vua     tgnéssi  avi 


f 


IO  al      tgniva 
nò  tgnivem 

vò  tgnivev 

lòr         tgniven 
Tempo  Panato  Perfetto. 

me     tgni  099.  Jò 

rà 


mi  a      tgnèlva 
ti  a  V    tgnèiv 


luel 
nu  a 
vu  a 
lòr  i 


tgneiva 
tgnèivem 
tgnèivev 
tgnèiven 


D 


me 

ter 

lu 

nu 

vu 

lòur 


aveva 

avèv 

aveva 

avèven 

avevi 

avèven 


té  V  tgnis 

lo  al  tgni  a 

nò  tgni88em|jj;;|jjj 

vò  tgnissev    J  avi 

Tempo  Passato  Rimoto. 

0  »viva 

V  ivet 
avivct 


^,  „  S  tèins  ^^^^    .» 
""'Mtgni  ^J^ 


rà 


)  tgniss 

lueljlt^^ 
*tgni 

• 

..»  »  I  tèinsen    i  j'*cma 
nu  a  { .  _  !  •»  I 

I  tgnissem  I  j  avemaj 

„„  •  \  tèinsev      ., 
^"M  tgnissev    J^^' 


lòri 


(tèinsen 
itgnin 


àn 


té 
lo 


no 
vò 
lòr 


J  V  ivei 
1 V  avi^ 

J  r  iva 
)  V  aviva 

\  ],  ivem 
I  j  avivi 


r 
avivem 

j' ivet 
avìvel 


"  ivan 


H 


avivan 


lava 


mi  a  j'    ] 

*     ì  aveva 


av 
avév 


lur 
nuj' 

vu  j' 
lòri' 


lava 
{aveva 

I  avem 
favèveml 

lavev 
} avévev 

làven 
I  avèvea 


9 


me  a 
lèi' 
lu  sex 

nu  a 

vu  a 
ìòur  i 

tné 
té  l' 
lu 

na 

vu 
lòur 


ch'ai 


ch'i 


Ignerò 
tgnerà 
tgnerà 

tgnerèin 

tgnerì 
tgneràn 

arò 

ara 
ara 

arèin 

ari 
aràn 

tèhi 
tègna 

tgnèhi 

Igni 
tègnen 


ch^  me  a  legna 
«h'  V      tégn 
«h'  lu  al  tégna 
^h'  nu      tgnamcn 
«h'  vu      tgDadl 

^cbì*  lòur    tégnen 

di'  me  a  tgnése 

chU'       tgnéss 

eh'  la  al  tgnéss 
eh'  nn    tgnéssen 
eh'  vu     tgnéssi 

eh' lòur  Imiéssen 


DIALEITI   EMILIANI. 

TcMfo  Fatuo, 
me 

té  t* 

16  al 


219 


p 
e* 


tgnirò 

tgnira 

tgnlrà 

I  tgnirèm 
}  tgnlróm 

tgnirì 

tgniràn 

Tempo  Fntnro  Pattato, 
me         arò 

tét'       ara 

ara 


nò 

vó 
lòr 


mi  a      tgnirò 
U  a  t'    tgnira 


luel 

nu  a 

vu  a 
lòri 


tgnira 

tgnirèima 

tgniri 
tgniràn 


lo 
nò 


iaròm 
iaròm 


OQ 


vo  an 

lòr         aràn 

Modo  Imperatm. 

tinte 

eh'  al     tègna  lo 

'\  tgnèm 
Itgnòm 

tgni  vò 

ehe        tègnen  lòr 

Modo  Cùngiuntioo. 

Tempo  Presente, 
ehe  me  tègna 

che  té  t' tègn 

ehe  lo    tègna 

ehe  nò  tgnèm 

ehe  vò  tgnidi 

ehe  lòr  tègnen 

Tempo  Pattato  Pròttimo. 
ehe  me  tgnéss 

che  lo     tgniss 

che  nò    tgnissem 

ehe  vò    tgnissev 

.     ,.    itgnissen 
^^"^  »«'  }  tgnisser 


mi  J'      arò 
ti  t'       ara  ' 
lu  r       ara 


nuj' 

vu  j' 
lòr  j' 


eh'el 


chM 


arem 

ari 
aran 

tèin 
tèigna 

tgnèma 

tgni 
tèignen 


eh'  mi    tèigna 
eh'  U  t'  tèign 
eh'  lu  el  tèigna 
eh'  nu    tgnèima 
eh'  vu    tgni 

ch'lòriì?*"^ 
Uegnen 

eh' mi  a  tgniss 

eh' ti  te  tgniss 

eh'  lu  el  tgniss 
eh'nu  a  tgnissem 
eh'vu  a  tgnissev 

eh'  lòr  i  tgnìssen 


D 


220 


PAKTB  SBCONDA. 


CD  me   I .. 

lapa 

eh*  té  V  àv 
eh'  lu    I  ?^* 
eh^  nu      avamen 


eh^  vu      avàdi 


eh'  lour  <  -^ 
f  ao 


en 
apen 


eh'  me     avèss 


eh'  té  t'    avèss 


eh'  lu       avèss 


eh'  nu      avèssem 


eh'  vu      avessi 


eh'  lòur   avèsscn 


me  a 

té  t' 

lu  al 
nu  a 
vu  a 
lòur  i 


me' 


tgnerà 

tgneréss 

tgnerà 
tgneràn 
tgneréssi 
tgneràn 


té  t' 


are 


aress 


lu 

are 

nu 

arèn 

vu 

arè8s< 

lòur 

arèn 

9 


Tempo  PassAto  Perfetto. 

che  me  àbia 

chetér!?|j|, 
'  abiet 


che  lo     àbia 

^«  "«  )  abióm 
che  vó    abiàdi 

che  lòr   àbieii 


09 

S 


ch^  a  J'  àbia 

eh'  a  t'  àbi 

eh'  r  àbia 

ch^  j'  avèma 

eh'  j'  avi 

eh'  j'  àbian 


9 

e* 


9 


Tempo  Passato  Rinoto. 

che  Io  !•*•. 
.;  I  aviss 

-K»„A  jìssem 

chevò}'"*^ 
I  avissev 

che  lòr  l*»*»" 
I  avissen 


Modo  Condizionale. 

Tempo  Presente. 
tgnirév 
\  tgnirìss 


iss 
avìss 


eh'j'    I 
éh'V   1"* 

t  aviss 

eh'i'  r^. 

i  aviss 

.,    \  issem 
J     javissem 

ch'i»    } 
ch'i'    J 


issev 
avissev 

ìssen 
avissen 


me 

**  *'  )  tgnirisset 

Io  tgnirév 

nò  tgnirìssem 

vò  tgnirìssev 

lòr  tgniréven 
Tempo  Passato. 


e* 


OR 

9 


f 


me 
té  t' 

lòl' 

nò 
vò 

lòr 


ara 

lariss 
iarìsset 

iaré 
)arév 

arìssem 

arissev 

larén 
(aréven 


f 


mi  a  tgnirè 

ti  a  te  tgnirìss 

lu  el  tgnirè 

nu  a  tgnlrissem 

vu  a  tgnlrissev 

lòr  a  tgnirèn 

mi  a  j'  arò 

ti  a  t'  arìss 


lu  r 


are 


9 


nu  J'      arìssem 
vu  J'      arìsscv 

lòr  J'      arèn 


233  PARTE  SBOONDA. 

lo  a^l  tèHj  no  a  tgnìmm  o  tgntmmay  od  a  Igni^  lór  a  tènen. 
Nelle  colline  e  sulle  alpi  reggiane  invece  nel  plurale  ùl:  nò  tgnùm 
o  Intima.  E  lo  stesso  dicasi  di  parecchi  altri  tempi  e  di  tutti  i 
dialetti,  i  quali  più  o  meno  variano,  non  che  dalla  città  alla 
campagna,  da  luogo  a  luogo. 

Per  ciò  che  risguarda  la  sintassi,  ripetiamo  quanto  abbiamo 
accennato,  parlando  dei  dialetti  lombardi,  e  per  pòrgerne  più 
chiara  idea,  soggiungiamo  la  versione  della  riferita  Paràbola  di 
s.  Luca,  in  tutti  i  più  distinti  dialetti  emiliani. 


^,T 


!*^ 


CAPO  II. 

f^crsione  della  Paràbola  del  Figlimi  Pròdigo, 
tratta  da  S.  Luca,  Cap.  XF,  thei  principali  dialetti  emiliani. 

Per  la  lettura  delle  seguenti  Versioni,  non  che  dei  Saggi  di 
letteratura  emiliana  che  succèd(mo,  invitiamo  i  lettori  a  rivedere 
i  segni  convenzionali  da  noi  preferiti,  onde  rappresentare  nel 
modo  più  sémplice  i  suoni  disparati  di  tante  btelle  diverse,  e 
meglio  chiariti  a  pag.  35. 

Perchè  poi  lo  studioso  che  vorrà  lèggere  questo  libro  possa 
con  maggiore  fiducia  fondare  i  propri  giudicii  sopra  le  stesse 
Versioni,  avvertiamo,  essere  tutte  òpera  de'  più  distinti  cul- 
tori de'  rispettivi  vernàcoli,  come  appare  dai   nomi  che  ab- 
biamo apposto  in  calce  d'ogni  versione,  onde  attestare  nello 
stesso  tempo  ai  medésimi  la  nostra  più  viva  riconoscenza.  Per 
quelli  che  non  fossero  per  avventura  abbastanza  versati  nelle 
letterature  vernàcole  emiliane,  accenneremo  ancora,  come  il 
ichiaro  signor  Camillo  Minarelli  goda  riputazione  di  valente  poeta 
fra  i  soci  concittadini,  pei  molti  pregévoli  componimenti  da  lui 
^lati  alla  luce  in  dialetto  bolognese;  come  il  chiaro  Antonio  Moiri 
sia  autore  dell'importante  ^ocafto^orto  Botnagnolo'TtalianOy  ed  il 
prof.  Domenico  Chinassi  di  vari  componimenti  inèditi  romagnoli; 
come  il  canònico  prof.  Ferrante  Bedogni  s' abbia  il  primato  fra  i 
poeti  vernàcoli  reggiani,  il  chiaro  signor  Landoni  fra  i  Ravennati, 
il  professore  Siro  Caratti  fra  i  Pavesi;  e  come  tutti  gli  altri,  che 
gentilmente  ci  apprestarono  qualcljie  versione,  non  esclusi  coloro 
che  per  sola  modestia  non  ci  perioakero  pubblicare  i  loro  nomi, 
abbiano  tutti  ben  meritato  della  lor«  patria,  mercè  un  prezioso 
corredo  di  studj,  c^i  sulle  clàssiche^  come  sulle  nazionali  favelle 
rispettive. 

18 


22/i 


PARTE  SECONDA. 


DiALBTTO  BOUMSNESE. 


11.  Un  zeri  òm  ave  du  fiù; 

12.  E  al  più  pzèin  d'  questi  déss  ai 
pader:  Pà,  dam  la  mi  pari  dia  roba 
che  m^  tocca;  e  Io  i  parte  la  roba. 

15.  E  dop  nen  par  assà  de ,  mess 
Insèm  agn  cosa,  Tandò  vi  in  t'un 
pijèis  lontan,  e  là  al  stmssiò  la  so 
roba,  vivènd  da  trop  murbèin. 

14.  E  dop  eh'  l' av  striissia  tutt,  al 
▼gnè  una  gran  carestì  in  quel  pajcis, 
e  Io  cmlnzò  a  truvàrs  in  bisògn. 

f  tt.  E  rande,  e  al  s^  méss  al  servezi 
d^un  ztadèln  d^  quél  piyèls,  e  quesi 
al  mandò  in  V  un  so  lug  a  badar  ai 
purzi. 

16.  E  r  aveva  vuja  dMmpìrs  la  so 
pinza  d' quél  jand  eh*  1  purzi  magna- 
vBii  p  e  ensùn  j' in  dava. 

17.  Intimi  pensànd  mèi  ai  fatt  su, 
al  déss:  Quant  garzòn  in  cà  d'  mi 
pader  i  àn  dal  pan  d'  avànz ,  e  me 
qnh  intani  a  mor  d'  fam! 

it.  À  turò  sUf  e  s'andarò  da  mi 
|NÌder,  e  ai  dirò:  Pà,  a  jò  fatt  un 
gran  tort  al  zìi  e  a  vò; 

19.  Za  a  n*  son  più  degn  d*  èsser 
dama  vèster  llòl;  tulìm  cm^un  di  vò- 
itar  ganòn. 

•0.  E  tulànd  su,  al  vgnè  da  so  pa- 
der. Hèinter  l'era  anc  luntan,  so  pa- 
der al  V  i  vést,  e  al  s"*  muvè  a  cum- 
panlòn,  e  currenda  J  Incontra,  al  sM 
tré  al  col,  e  s^al  basò. 

Si.  E  al  fiòl  i  déss:  Pà,  a  jò  fatt 
un  gran  tort  al  zil  e  a  vò;  za  a  n'  son 
più  degn  d^  èsser  ciamà  vòster  fiòl. 


82.  Allóra  al  pader  déss  ai  su  ser- 
vilùr:  Prèst,  tuli  fora  Pàbit  miór  e 
vstìl,  e  mtii  in  did  Panel,  e  i  scarp 
in  Vi  pi; 

23.  E  condusì  què  un  videi  ingras- 
sa, e  ammazzai,  e  fèin  tantara; 

24.  Perchè  st'  mi  fiòl  era  mort,  e 
s'è  arsussita;  l'era  pèrs,  e  s'è  truvà; 
e  i  cminzòn  a  far  tantara. 

28.  Infànt  al  fiòl  più  grand  era  in 
campagna,  e  vgnànd,  e  avsinànds 
a  cà,  al  sintè  la  sinfunì  e  i  cantùr. 

20.  E  al  clamò  un  servitór ,  e  s'  1 
dmandò:  Cosa  fuss  quèst. 

27.  E  lo  i  déss:  L'è  vgnu  vòster 
fradèl,  e  vòster  pader  Pà  fatt  ammaz- 
zar un  videi  ingrassa ,  perchè  al  Pà 
turnà  avèir  san  e  svèlt. 

88.  Allóra  lo  sMnstizzè,  e  a  n'  vleva 
andar  dénter.  AI  pader  d*  lo  donca 
vgnù  fora,  cminzò  a  pregarci. 

2§.  Ma  lo,  arspundènd,  déss  a  so 
pader:  Guarda,  Pè  tant  aa  ch^a  v' 
sèrev,  e  mai  a  Jò  dsubidé  a  un  vòster 
cmànd ,  e  vu  mai  a  n*  mi  avi  da  un 
cavrètt ,  da  far  una  striva  con  1  mi 
amig; 

so.  Ma  sttbit  pò  eh' è  arriva  st'  vò- 
ster fiòl,  chi  s'è  magna  tutt  al  so 
con  del  dunàzzl,  avi  ammazza  un  vi- 
dei ingrassa. 

Si.  Ma  lo  i  déss:  Fiòl  mi,  tè  Vi 
sèmper  mig,  e  tutt  la  mi  roba  è  io;. 

S2.  Intani  cunvgnéva  fir  tantara , 
e  goder,  perchè  si'  tò  fradèl  era  mori^ 
e  s' è  arsussita;  l'era  pen,  es^  iruvà. 


Camiuo  MiiuaELu. 


DlALEin  EMILIANI. 


22» 


Dialetto  Fabntiiio  {Romagnolo). 


li.  U  i  fo  un  sgnór,  ch^  avevi  du 
caghèz  ; 

12.  Un  de  e  piò  pznén  u  I  dast: 
Bab ,  dem  la  mi  péri  dia  roba  ch'a 
in'  foca;  e  e  pédar  e  fé  aòbll  a  e  màd 
Uè  fiól. 

is.  E  quand  cbe  Peb  bèli  e  clie 
avù  tot  quel  die  oléva, e  l6s  so,  e  u 
s**  mess  a  viazèr  e  mond ,  e  a  divar* 
lìsla  a  piò  non  posa. 

14.  E  za  l'aveva  oramét  de  Tonda 
«A  tol  e  su ,  quand  eh'  u  I  arivé  adòss 
una  carstéja  acsè  granda,  che  se  vòs 
magne, 

1  a.  U  i  iucche  d'aidér  a  sarvì,  e  e 
Co  mandé  in  campagna  per  guardiàn 
da  pòrc. 

te.  E  a  tìi  e  quignéva  magne  dal 
Sènd»  e  pu  i  In  fosse  siè. 

i  7.  Siche  nn  de  pinsènd  ai  cbét 
su,  eprlnzipièadi:  ChesamèlquénI 
«arvllùr  adèss  in  cà  d' mi  pédar  i  fa 
salàcqv  de  quell  da  magne,  e  me  aqué 
ma  m''  tocca  a  murim  da  la  fan! 

1 8.  ▲  voi  aviéffl  da  qué  e  tnrnér 
^  ca  d' mi  pédar,  e  ai  dirò:  E  mi  bab, 
«xie  a  cn&is  ch'ò  fallò  prema  cun  e 
Signor,  e  pn  cun  vò; 

19.  A  n'  so'  piò  degn  d' èssar  cia- 
cco vòstar  Sòl,  tném  aqué  par  vò- 
^^tar  aarvitòr. 

jlo.  E  deli  e  faii  u  s'incaminc  par 
^.umésn'  a  ca;  e  za  u  i  era  iani  vsén, 
^:ht  so  pédar  n  '1  vési,  e  sòbii  u  1 
^m^vm  iocooira ,  e  u  '1  prinzipiè  a 
^sibrané  e  base. 

ai.  E  fiòl  u  i  dess:  E  mi  bab,  me 
«SI  cnòss  eh'  ò  falle  prema  cun  e  Si- 
gnor, e  f«  cun  vó;  a  n'  so'  piò  degn 
ci' èssar  dame  vòstar  fiól. 


ss.  Ma  su  pédar  aiora  e  dess  ai  su 
aarviiùr:  Presi,  purté  aqué  e  piò  bel 
èbii ,  e  vsiii;  meitj  nn  anèl  In  i'al  di- 
da,  e  i  sohèrp  in  tM  pi  ; 

ts.  E  amazsé  e  piò  videi  grass,  ch'a 
vlém  sièr  alegraméoi  ; 

94.  Parche  sin  aie  fiòl  l'era  mori, 
e  u  rè  risussiic;  a  l'era  péra  e  u  i 
s'è  iruvé  d'  bel  nòv;  e  acsé  1  cminzè 
a  magne. 

taJB  fiòl  piò  grand  l'era aadé  In  caai- 
pagna;  in  te  vnis  a  cà,  e  prema  d'iniré 
dentar,  e  siniè  sia  grattd  algréja; 

sa.  E  dame  on  di  su  sarvitùr,  e 
u  i  dmandè  quel  ch'era  loi  d'amor. 

27.  E  e  sarvitòr  u  1  dess:  L'è  tur- 
no su  f radei  y  e  su  pédar  o  z'  à  faii 
amazzé  e  piò  bel  videi,  parche  u  l'è 
vosi  tu  me  san  e  séluv. 

SS.  Ha  io  d'  sie  qué  u  s' l'eb  iani 
a  e  nès,  eh'  u  n'  vleva  gnanca  inirér 
in  cà  ;  e  su  pédar  u  l'andò  fora  a  prò* 
ghél  parche  eh'  l'intréss. 

la.  E  fiòl  piò  grand  u  I  dess:  Bra- 
vo; me  che  da  taniénn  in  qua  ò  eèm* 
par  fati  tot  mèi  quei  eh'  a  m' avi  cman- 
dé,  a  n'  ò  mèi  lisù  ave  da  vò  gnanea 
un  cavrét  da  magncm  cun  1  mi  amig; 

so.  E  adèsa  eh'  l'è  tumé  si'  éiar 
d'éssas  strascinò  gni  cosa  cun  dòuB) 
a  i  avi  faii  amazzér  e  piò  bel  vide! 
eh'  a  z'  avéssum. 

31.  Ma  su  pédar  u  1  arspòs:  Te,  e 
mi  fiól,  t'  sé  sèmpar  cum  me,  e  tot 
quel  eh'  è  e  mi ,  l'è  anca  e  tu  ; 

sa.  Mo  adèss  e  bsugnéva  ben  mu- 
stré  tota  mèi  la  cuntiniezza,  parche 
tu  f radei  ch'era  mori,  l'è  novamcnt 
risusslié;  a  Tavemi  pérs,e  Tavén 
truvc  d'  bel  nóv. 

Antonio  Morsi. 


^^6 


PARTE  SECONDA. 


Dialetto  Ravennate  {Romagnolo). 


li.  Uo  òm  l'aveva  du  fluì. 

la.  E  e  piò  aóven  d^  lor  dess  ae 
pader  :  Bab,  dasim  la  mi  part  eh'  a  m* 
tocca;  e  lo  e  fase  al  pari. 

fls.  Dop  a  puc  de  e  piò  lòven,  fati 
e  fagòt ,  u  s' n'  andò  in  V  un  paés  lon- 
tana e  dasè  fond  a  tot,  vlvènd  da  gran 
sgnoràzz. 

14.  E  quand  eh'  Fave  struscia  tot 
quel  eh'  T  aveva,  e  veni  una  gran  ca- 
rìsti  In  che  paés ,  e  lo  e  prinzipiè  a 
soffrì  la  miseria  ;  * 

la.  E  Taodò  da  un  abllànt  d'  che 
paés,  eh'  ul  mandò  hi  l^una  su  cam- 
pagna a  bada  al  pure. 

le.  L'aréb  vlu  almònc  Impìl  la  pan- 
za  del  glànd  eh'  magnava  i  pure ,  e 
nlión  tt  in'  daseva. 

1 7.  Pensànd  allora  al  cas  su,  e  dess  : 
Quant  servitùr  In  cà  d'  mi  piider  à 
de  pan  a  crepa-panza ,  e  me  fquò  a 
mòr  d'  (am  ! 

18.  À  toro  so,  e  andarò  da  mi  pa- 
der, e  ai  dirò:  Bah,  a  ]ò  pca  contr'  e 
zily  e  ooQira  d'  vò; 

19.  A  n'  so'  piò  degn  d'esser  cla- 
ma vòster  fiòl;  tnim  com'on  di  vò- 
ster  servitùr. 

ftO.  U  s'alzò  so,  e  l'andò  da  su  pa- 
der. L'era  ancora  lontàn  da  cà,  che 
su  pader  ul  vest,  e  u  s'  slntò  com- 
mòss,  e  u  1  curro  incontra,  e  u  s'I 
buttò  àe  col,  e  ul  basò. 

91.  E  fiòl  alora  u  i  dess:  Bab,ajò 
offés  e  zll,e  jò  fatt  mài  centra  d' vò; 
a  n'  mòrlt  piò  d'esser  clama  vòster  fiòl; 

as.  Ma  e  pader  dess  ai  su  servitùr: 


Porte  iqvà  sóbit  e  piò  bel  vstì,  e  met- 
tici in  doss,  mettii  l'aneli  in  did,  e 
al  scàrp  in  t'  I  j)ì  ; 

a  8.  E  andò  a  to'  un  vidòll  e  piò 
grass,  e  ammazzèl,  e  eh'  u  s'  magna, 
e  eh'  s'  staga  in  gazzoviglia; 

84.  Parche  st'  mi  fiòl  P  era  mort, 
e  ré  arsussità;  Tera  perdù,  e  Fé  sta 
truvà;  e  I  eminzò  a  magna. 

att.  Intànt  e  fiòl  piò  grand  l'era  in 
campagna,  e  tomènd,  quand  e  fo 
vsén  a  cà,  e  sintè  a  sona  e  canta  ; 

a  e.  E  clamò  un  di  servitùr,  e  u  i 
dmandè  cosa  eh'  l' era  suzcss. 

97.  E  servitùr  u  i  arspondè:  L'è 
toma  vòster  fradòl ,  e  vòster  pader 
l'à  fatt  ammazza  e  vidèll  e  piò  grass, 
parche  l' ò  toma  san  e  sàlov. 

98.  Alora  e  piò  grand  qs'insUzzè, 
e  u  n'  vleva  intra  in  cà;  Evenl  fura 
su  pader ,  e  cmlnzipiè  a  preghèl. 

99.  Ma  lo,  arspondènd,  e  dess  a 
su  pader:  Ecco  iqvà,  f  e  tant  ann 
eh' a  v'  sèrov,  e  a  n'ò  manca  nna 
volta  d'ubldiv,  e  vò  a  n'  m'avi  mai 
da  un  cavròtt,  da  gedòm  cun  I  mi  amìg;, 

so.  Quand  però  l'ò  turnà  st'  vòster 
fiòl,  eh'  l'à  struscia  tot  e  su  col  dun» 
nazzi ,  vò  avi  fatt  ammazza  e  vldèli 
e  piò  grass. 

31.  U  1  arspondò  allora  e  pader  ? 
Fiòl  mi,  te  t'  si  sèmper  cun  mò,  e  tot 
quel  eh' a  ]ò,  l'ò  e  tu; 

sa.  L' era  trop  gìòst  d*  fi  allegri  e 
d' fa  banchètt,  parche  sto  tu  fradòl 
l'era  mort,  e  Tè  arsussità)  l'era  pers, 
e  u  a'  ò  truvà. 


Jaooto  Landom. 


DIAUm   EMILIANI. 


M7 


DuLirro  IfUcmii  {Romagnolo). 


1 1 .  Un  om  r  avevi  du  fiat 

is.  E  piò  pznén  e  déas  a  su  pèdar: 
^b ,  dasìm  la  pirt  diami  robaéb'a 
ori''  tocca;  e  Io  e  fase  al  pari  lrad'16 
dal  su  sttstanx. 

fls.  Da  la  a  pucda,  mesa  iosèn  eh^ 
r  avét  ogni  còsa,  u  s^  n'andè  in  Tuo 
pajés  luntàn,  e  e  straseinè  tot  qud 
eh'  r  aveva  in  V  i  véli. 

14.  £  quand  di'  Tavél  consuma 
ogni  còsa  y  e  vens  una  gran  carastéja 
in  V  che  pajés ,  e  io  e  priniipiè  a 
f  ruvès  in  di  bsògn. 

ts.  V  andè  e  u  sMntrudusè  da  un 
zittadén  d^che  piyés,  eh*  u  U  mandè  in 
campagna  a  cundùsar  in  camp  di  pure 

1 6.  E  r  aveva  vója  d' impìs  la  p&n- 
za  dal  giànd,  eh'  magnava  i  pure;  e 
«nsòn  a  i  in  dava. 

17.  Turna  che  fo  in  tè,  e  deas: 
<^uanl  servitùr  in  cà  d' mi  pèdar  i  à 
^e  pan  in  abnndanza  >  e  aè  aquà  a 

m**  mur  da  la  dm  ! 

i«.  A  m' alzarò  so,  andrò  da  mi  pe- 
<dar ,  e  ai  dirò  :  Rab,  a  jò  pei  contra 
«  Signor,  e  contra  d'  vò; 

19.  A  n'  so'  piò  degn  d' èssar  cia- 
na vòstar  fiòl;  tratèm  cum  a  fasi 
«n  di  vòster  sarvitùr. 

so.  E  alièndas  so,  Pandè  da  su  pe- 
star. V  era  ancora  luntan,  quand  che 
su  pèdar  u  '1  vést,  e  muvèndas  a 
tumpassiòn ,  u  i  currè  d' incontra,  u 

i  battè  al  braaxa  a  e  coli,  e  u  '1  base. 
li.  E  su  fiòl  u  i  déss  :  Bah ,  a  jò 

pei  contra  e  Signor ,  e  contra  te  ;  a 

n'  so*  piò  degn  d'cssar  ciamà  tu  fiòl. 


st.  £  pèdar  e  déss  ai  su  sarvitùr  :|u  s'  e  truva. 


Prèst ,  andé  a  tò  fora  e  vati  e  piò  bel, 
e  mittijal  adòs,  e  mitUi  V  anèl  in  te 
did,  e  al  schèrp  in  t'i  pi; 

Gundusi  aqua  e  videi  piò  grass, 
,  eh'  a  vlèn  magne  e  a  vièn 
fé  prans; 

94.  Parche  ste  mi  fiòl  Pera  mort, 
e  u  s' è  arsusclti;  Pera  pers,  e  o  s*è 
truva.  E  1  prinzipiè  a  fé  guzzuveglia. 

ts.  E  fiòl  piò  grand  intant  l^ra  in 
campagna,  e  in  te  turnèr  a  cà,  quand 
e  fo  vsén,  e  sintè  1  son  e  1  bai  ; 

se.  E  dame  on  di  su  servitùr,  e  u 
i  dmandè  cosa  eh'  fioss  quel. 

S7.  E  lo  u  i  arspundè:  L'è  toma 
vòstar  fradèl,  e  vost  pèdar  Pà  amaz- 
zà  un  videi  gras ,  parche  u  P  à  avù 
san  e  saluv. 

ss.  Alora  u  s'  instiizè,e  u  n'u  vleva 
andè  dentar;  parò  e  pèdar  e  vens  fo- 
ra, e  e  cminzè  a  preghèl. 

89.  Ma  lo  u  i  arspundè,  e  e  déss  a 
su  pèdar:  L'è  tant  ànn  che  me  a  v' 
sèruv,  e  a  n'  ò  mai  trasgradi  un  vò- 
star cmand,  e  vò  a  n'  m' avi  mi  da 
gnenca  un  cavrèt  eh' a  me  godèss 
cun  i  mi  amig; 

so.  Ma  dop  eh'  è  vnù  ste  vòstar 
fiòl ,  eh'  P  à  consuma  tot  e  su  cun 
dal  don  d'  mond,  avi  amazza  par  Io 
un  videi  grass. 

SI.  Ma  e  pèdar  u  i  déss:  E  mi  fiòl, 
te  t'  sì  sèmpar  cun  me ,  e  tot  quel 
eh'  a  jò  P  è  e  tu  ; 

sa.  Ma  l' era  giòst  eh'  a  fasèss  guz- 
zuveglia e  festa,  parche  tu  fradèl  Pera 
Imort,  e  P  è  arsuscita  ;  P  era  per» ,  e 


Prof.  DoMBNicu  GniNASsi. 


928 


PARTE  SECOPmA. 


Dialetto  Imolesb  {Homoffnolo). 


11.  Un  òm  P aveva  du  fluó; 

19.  E  é  piò  zuvnàzz  u  i  déss:  Bab, 
dèm  la  pari  dia  ròba  ch^  a  m^  tocca; 
e  lo  0  i  fé  la  partliiòn  dia  ròba. 

f  s.  Dop  paòe  de ,  calò  e  iaòl  tò  la 
so  part ,  e  u  s^  n'  andò  in  viaz  lontàn- 
loniàn ,  e  é  de  é  fòm  a  lòtta  la  so  rò- 
ba, fasònd  na  vita  da  scanstra. 

14.  Dop  ch^  r  ave  stroscia  ni-cuós- 
sa,  é  veni  na  gran  carestéja  in  t' che 
p^im^  e  lo  é  prinzipii  a  n*  savé  oom 
s'a 

18.  E  taòS  so,  e  u  i'  mltté  per  gar- 
zòn  con  on  da  là ,  ch^  ul  mandò  V  la 
so  possiòn  a  mnar  alla  paitora  i  puòrz. 

le.  Lo  P  arév  toòlt  pr  impil  la  pan- 
za  a  magnar  I  eurnéd  d^  fiva,  ch^  ma- 
gnava i  puòrz;  ma  nsòn  1  in  dava. 

17.  Allora  é  mitté  è  zervèl  a  parti, 
e  8^  déss:  Quant  garzòn  d'  me  pi  s^ 
botta  dré  é  pan,  e  me  aqué  a  cfép  d' 
fami 

18.  A  turrò  so,  e  V  andarò  da  me 
pa,  e  ìM  dirò:  Bab,  a  jò  fatt  pei 
centra  é  Sgnòr  e  centra  d'  vò; 

19.  A  n^  so  piò  degn  ch^  a  m*  cia- 
miva  vost  fiuò;  tgnéra  com  òn  di  vost 
garzòn. 

SO.  E  é  tuòS  ^ ,  e  i'  veni  da  so  pi; 
e  so  pi,  eh'  ul  vést  d' lontàn,  u  i  savé 
d^  mal ,  u  i  curré  incontra,  u  i'  1  bot- 
te a  é  coli ,  e  r  é  baie. 

ti.  E  allora  é  fluò  u  i  déss:  Bab , 
a  Jò  fatt  pei  centra  é  Sgnòr,  e  centra 
dWò  ;  a  n'  so  piò  degn,  eh*  a  m^  eia- 
miva  vost  fiuò. 


ss.  Ma  r  arzdòr  é  déss  al  so  gar- 
zòn :  So,  porte  aqué  é  piò  bel  vstmcnt, 
e  mittéja;  mittéi  P  anèl  in  t*  é  dì,  e  el 
searp  In  V  i  pé. 

25.  E  tuie  é  videi  d' InTla  grassa^ 
ammaszél,  e  magnénsel  e  fén  coecagna; 

94.  Perché  sP  me  floò  P  era  muòrt» 
e  Pè  arsnsclti;  u  i' era  peri, e  u  i*è 
attruva  ;  e  i  cmlnzé  a  sguazzi. 

90.  Ma  é  fino  piò  grand  ch^  vgneva 
d'in  P  é  camp,  t'  P avsinai  a  la  cà , 
é  ilnté  ionar  e  cantar  ; 

96.  E  é  ciamé  fora  un  garzòn,  e  i^  i 
dmandé  eòasa  eh'  i  era  d*  dòv. 

97.  E  lo  o  1  déss:  Pè  vgnù  vòst 
fradèi ,  e  vòst  })a  P  à  ammazza  é  vi- 
dei grasB ,  pr  avél  toma  a  vdé  san  e 
svòlt. 

98.  Allora  u  i  veni  la  stézza,  e  i'  en 
vréva  gnanc  andi  dénter,donca  é  de 
fora  so  pi,  e  scminzé  a  seenzuriL 

99.  Ha  lo  P  aripundé ,  e  i'  déss  a 
so  pi:  T' aqué,  me  eh'  a  v^  aervch^  Pè 
tant,  e  eh'  n^  ò  mii  sgarri  da  é  vòst 
cmand ,  a  n^  m^  avi  mii  di  un  cavrétl 
da  fa  baracca  con  i  me  amig  ; 

so.  Ma  qnand  P  è  vgnà  aqué  sC  vòst 
fioò,  ch^  s^  è  magni  la  J»  part  con  del 
sgualdrén,  avi  ammazzi  é  videi  grass. 

SI.  Ma  é  pi  u  1  aripondé  :  lìuó  me, 
tè  V  sé  sèmper  con  mè^  e  tòt  quel  che 
me  a  jò ,  P  è  é  tò  ; 

S9.  Bisogniva  donca  sgoassi,  e  star 
allégher ,  perché  st'  tò  fhMlèl  V  era 
moòrt,  e  P  è  arsusciti  ;  u  i'  era  peri, 
e  u  i^  è  attruvi. 


Conte  Aw.  AMTOMto  Makcurti. 


DIAtRTI   EMILIANI. 


S9D 


DiALiTTo  FoKUvisi  (/fomofiffioto). 


II.  U  i  fop  un  òn  ch^  Pavé  da  liùl; 

is.  E  e  piò  pèeenlegièaeiulMb: 
Bab ,  eh'  a  nu  m' daai  la  parte  d' quel 
^h'  u  m^  foche  ?  £  Io  n  i  la  date. 

13.  Dop  a  quèic  de,  e  piò 
racòlt  eh'  P  ave  tot  quel  che  e  su  hab 
u  i  aveva  da,  e  tose  so,  e  l'andèp  in 
V  un  paiès  tuntàn,  e  De  u  t^  struaciè 
igDaquèlyOuiand  unavitedabaraccòn. 

14.  E  quand  e  fop  armisi  senso 
ignìnt,  è  riva  adòss  a  che  paiès  una 
gran  carsti,  e  cusaraiaiiò  sanse  l'elme. 

la.  U  s^  andò  a  méttar  a  fi  e  sar- 
vitór  in  V  na  eà  d' un  agnòr ,  ch^  ol 
mandèp  in  campagne  aliÉdari  pure 

16.  E  u  s**  sari  magni  la  gèade  di 
pure;  ma  intsùn  i  in  dasevo. 

1 7.  E  lo  e  prinsipiè  a  méttar  eiaiw 
vèl  a  partì ,  e  edsè  :  Oh  1  queot  sar* 
vitùr  eh'  l'à  e  mi  bab,  ehM  à  e  pan 
a  mesa  gambe ,  e  me  iq«i  a  m'  mor 
d'Ian! 

18.  Ma  me  a  m^  cavare  d' iqué ,  e 
andarò  da  mi  pi ,  dsendl  :  Bab ,  me 
a  Jò  pei  contro  e  sii,  e  a  V*  ò  ufiés  • 

i9.  A  n'  so'  pio  degù  d' ess  clama 
e  vost  iòl  ;  tnim  sol  com'  un  d^  chii- 
tar  vost  Mrvitùr. 

80.  Det  e  fat ,  e  tus  sòy  e  u  s' n'an* 
de  de  su  hab  ;  e  avanti  eh'  u  s^  ari- 
vèss  a  ci ,  e  su  bab  al  vèst  da  lun- 
làn ,  a  6'  move  a  compasslòn ,  u  i 
curs  incontro,  e  ul  abrassè. 

81.  E  e  flòl  sòbit  u  i  déss  :  Bab , 
me  ò  pei  contro  e  sii,  e  a  v'  ò  uffcs; 
a  nu  m'  mèrit  d'cssar  dama  piò  e 
vosi  fiòl. 

81.  Allore  e  bab  e  déss  ai  so  sar- 
vitiir  :  Andèn  presi,  v.  tuli  i  mei  abit. 


e  sòbit  amanèl,  e  purtèi  un  anèl  e  mi- 
tìal  in  did,  e  mitii  al  scarp  in  fi  pi; 
8S.  fi  a  javi  da  tò  un  bel  videi  grass, 
e  amassèl  par  potè  magni  e  sii  ali- 


pèeeul^gramént; 


84.  Parche  sto  mi  fiòl  T  era  mori» 
ere  arvivi  ;  a  l' aveva  pers,  e  adèss 
a  l' ò  truva.  E  sòbit  i  cminsè  a  ma- 
gni e  sii  aligramént. 

sa.  E  ragàs  piò  grand  che  vneve 
alloro  d' in  tè  camp,  tumind  e  ava!» 
ninds  a  ci,  e  slntè  a  canti  e  a suni; 

88.  E  a  ciamèp  un  di  su  gariunyO 
u  i  dmandè  quel  ch^  l'ore  cT  alegrì. 

ly.  E  gariòn  r  arspondè  :  L^ò  tur- 
ni e  vost  fradèl,  e  e  vost  bab  Vk  M 
amassi  un  videi  grass,  par  «vèl  tro- 
vi san  e  siluv. 

88.  E  lo  u  s' sdignè  tant,ch'u  nWle* 
ve  intri  gnanche  ini'  cà.  In  die  mon- 
tar e  su  bab  e  dasè  fura,  e  u  'I  pre- 
ghè  eh'  l'antrèss  dentar. 

89.  E  lo  u  i  arspundèy  cui  déss: 
Vo  a  savi,  eh'  V  è  tini  in  che  me  a 
v'  ò  ser>ì,  e  a  n'  ò  fai  mii  ignint  oos» 
tra  a  tot  quel  eh'  a  m' i  .cmanda,  e  a 
n'  m' avi  di  mai  un  cavrèi  da  magnim 
cun  i  mi  cumpogn  ; 

so.  E  sV  èlar  vosi  flòl,  eh'  rè  tur- 
ni, e  eh'  T  è  qud  eh'  s' è  stmscii  la 
robe  cun  dal  dunàssi,  ai  par  lo  amas- 
si un  videi  grass. 

SI.  Ma  e  bab  u  1  déss:  E  mi  flòl, 
ti  t' sì  sèmpar  enn  me,  e  tot  quel  di^  a 
jò ,  r  è  e  tu  ; 

38.  Ma  adèss  e  bègne  lai  feste  e  sti 
in  alegrì  ;  parche  sto  tu  fradèl  V  era 
mori,  e  rè  risusdii;  l'era  pers,  e  a 
8*  è  truvii. 


Doti.  Amtonui  Matteucq  di  Forlì. 


Ì30 


PARTE  SBCO!n)A. 


Dialetto  Rimimbse  {Bcmagnoio). 


1 1 . 1  era  un  ieri  òm  eh'  l'aveva  dò 
fiól; 

f  t.  B  più  pmèln  d' lór  e  déss  m'e 
pèdre  :  Bab ,  dasim  la  pèrla  dia  roba 
che  m'  tocca  ;  e  e  so  bab  e  sparté  la 
roba,  e  el  deeé  su  pèrta. 

f  s.  E  dop  poc  gióme  e  mane  tòt 
ni  còsa  sC*  nói  più  péccul  e  s' mite  in 
viax^  e  Taodasé  V  una  littà  da  lon- 
tin  y  e  Uà  e  strusciò  tòt  la  su  roba , 
Ylvènd  eun  grin  luss. 

14.  E  dop  eh'  l'ave  lugrè  ogni  co- 
sa,  6  ime  una  gran  cristija  a  t'che 
paéa  ;e  l6  e  pranzlpiò  andò  in  misèria. 

is.  B  l'asdasé  e  s^  racmandò  m'un 
sgnòr  d*  che  sit,  eh'  el  mandò  m'una 
su  puitfòun  a  bade  i  baghin. 

le.  E  dala  gran  fama  e  zarehèva 
d*  riflipU  d' da  glanda,  eh'  magnèva 
chi  baghin  ;  ma  nissòn  et  deva  qual. 

i7.  E  pranxipiò  allóra  a  pensò,  e  e 
gè  da  par  lo:  Ohi  quent  sarvitùr  a 
t' chèsa  de  mi  bab  1  à  de  pan  quant 
eh^l  vòf  e  me  iquè  a  m'  mor  da  la 
fimi 

18.  A  turò  so,  artumarò  da  mi  pè- 
drCy  e  a  i  dirò  :  Bab,  a  Jò  ufès  e  Si* 
gnór,  e  a  v'  ò  ufés  a  ma  vò  ; 

19.  A  n'  so'  più  degn  d'ess  ciamèd 
VDst  fiól;  tulim  cumè  un  di  vost  sar- 
vitùr. 

80.  E  tuie  so,  e  l'andò  de  su  bab. 
L^  era  la  ancora  da  luntan,  qoand  el 
▼èst  e  su  pèdre,  che  za  e  s' muvè  a 
cumpassiòun,  e  ei  curré  Incòuntre,  e 
l'abrasiò  me  col,  e  ei  basò. 

91.  E  el  gè  allora  e  fiòl  :  Bab,  a  Jò 
fai  mèi  In  fazza  Iddio  e  in  fazza  vò  ; 
a  n'  mèrit  più  eh' a  m'  ciammèva  per 
vost  flól. 


a 2.  E  pèdre  allóra  ci  dèss  gnlinl , 
mo  e  gè  mi  su  sarvitùr:  Fé  pràst, 
purtc  òlla  e  vstìd  più  bon  eh'  i  sia , 
e  vstìl,  mittìi  un  anèl  t'el  dèda,  e  i 
calzèt  t'i  pìid; 

ss.  Ande  a  to  un  videi  bèln  grass, 
mazzèl,  e  magnamma,  e  famma  festa; 

84.  Perchè  st'  mi  ilól  l'era  mort,  e 
r  è  risuscitè  ;  l' era  pers,  e  a  l' ò  trov. 
E  I  pranzipiò  a  fé  festa. 

%6.  E  flól  più  grand  l'era  andò  in 
campagna;  e  tnmànd  In  zitta,  quand 
e  fó  vsèin  a  chèsa,  e  sante  i  sun  e  i 
chènt; 

te.  E  clamò  un  di  sarvitùr ,  e  I 
dmandò  cus  eh'  l'era  suzèss. 

87.  E  16  e  1  gè:  L' è  tornò  a  chèsa 
e  vost  fradèi ,  e  vost  bab  l'è  maziè 
un  videi  grass,  perchè  e  l'è  arvù  sèn 
e  sélve. 

98.  Lo  allora  e  s' n'  ave  per  mal , 
e  en  vulèva  gnènca  antro  a  V  chèsa. 
E  vena  fora  e  pèdre,  e  i  pranzlpiò  a 
preghèL 

98.  E  lo  l'arspundè,  e  e  déss  m'e 
su  bab  :  L'è  tenti  ann  eh'  a  v'  serve, 
e  a  n'  v'ò  mèi  manche,  e  vò  a  n'  m' avi 
mèi  de  un  cavrèt  da  fé  un  imbrenda 
cuni  mi  amìg; 

so.  E  véin  a  chèsa  st'  vost  flól  eh'  l'è 
strusclè  tut  la  su  roba  eun  del  dunaz- 
zi,  a  i  avi  mazze  sòbit  un  videi  Mn 
grass. 

SI.  E  bab  e  1  déss:  Sèint,  fiòl,  té 
t' sé  sèimprc  eun  me,  e  tut  la  mi  ro- 
ba l'è  roba  tua; 

59.  La  jèra  d'  giòsta  eh'  s' tòss  fati 
festa  e  alligna,  perchè  e  tu  f radei 
eh'  r  era  mort ,  l'è  arvivid  ;  e  s' cn 
pcrs,  e  s'è  truvèd. 

N.  .V 


DIAUm   EMILIANI. 


231 


DiAUTTo  Cnvisi  (Roìnagnoto), 


1 1 .  Un  seri  òm  aveva  da  fiùl  ; 

K.  E  più  KÒvan  deas  a  e  pàder:  0 
bab,  dasim  la  pari  ch^a  m^  tO€a  d^mi 
porsiòn;  e  lo  e  fez  al  parti  fra  i  du  fiùl. 

is.  Dop  poc  giòran  fase  fagòt  e  più 
zóvan  d' tot  al  su  coss ,  e  u  s'  portò 
vagànd  in  lontàn  paés,  dov^  e  stni»- 
siò  tot  al  so  sostanzi,  tnend  una  vita 
lussoriosa. 

14.  E  dop  aver  stnissiè  ogni  cosa, 
è  suzès  in  t^  che  paés  una  gran  care- 
stia, eh'  u  8^  ridóss  in  miseria. 

is.  Acsé  ardót,  u  s'andò  a  racman- 
dàr  a  un  d^  chi  benestànt  d' che  lug, 
che  ul  mandò  a  una  su  terra  a  badar 
i  pure 

16.  E  ravrèss  volù  magnar  1  legòm 
eh'  magneva  anche  1  pure  ;  ma  nis- 
sòn  gh^  an  deva. 

1 7.  Alora  e  pensò  a  la  so  situaziòn, 
e  e  dess:  Ohi  quant  servènt  eh'  è  in 
chèsa  d' mi  pàder,  e  eh'  i  magna  in 
abondanza;  e  me  a  m' mòr  dia  fami 

18.  Andarò  da  mi  pàder,  e  a  i  di- 
rò: E  mi  bab,  a  Jò  pchc  contra e  zil, 
e  alla  presenza  vostra; 

i9.  A  cnóss,  eh' a  n'  so'  più  degn 
d' èsser  dame  vòstar  flòl  ;  ma  fasim 
èsser  un  vòstar  servitòr. 

80.  E  s'andò  da  su  pàder.  Ed  es- 
sènd  a  zerta  distanza ,  e  pàder  u  'I 
vist ,  e  u  s' moss  a  compassiòn,  e  cor- 
rènd'l  incontra,  u  s' lasco  caschè  so- 
na e  su  coli,  e  u  '1  basò. 

ti.  E  fiòl  alora  u  i  dess:  E  mi  bab, 
a  jò  pchè  contra  e  zil,  e  avanti  d' vò  ; 
e  a  a*  so'  più  degn  d' èsser  ciamè  vò- 
star ftòl. 


88.  E  alora  e  pàder  e  dess  ai  su 
servènt:  Prest,  porte  e  prim'àbit,  e 
pò  vstìl;  mittj  l'anèl  in  did,  e  al 
scarpi  in  t' i  pi  ; 

85.  Ciapè  un  bel  videi  grass,  amaz- 
zèi,  eh'  a  vièm  far  allegria,  e  magnèi  ; 

84.  Perché  st'  mi  flòl  l'era  mort,e 
l'è  tornò  in  vita;  u  s'era  pers ,  e  u 
s' è  trovò  ;  e  acsé  i  cminzò  a  magne. 

8t(.  E  flòl  più  grand  eh'  1'  era  in 
campagna  ,  vnènd  e  accostànds  a 
casa ,  e  sintè  i  son  e  i  cant. 

86.  E  clamò  un  di  servitùr,  e  u  1 
dmandò  cos'  era  che  fracàss. 

87. 'E  servitòr  i  arspòs  :  L'  è  vnù 
vòstar  fradèl ,  e  vòstar  pàder  l'à  fatt 
amazzè  un  videi  ben  grass ,  perché 
u  r  à  rizevù  in  casa  san  e  sàluv. 

88.  Alora  u  s'inchietò,  e  u  n'  vleva 
entrar  in  chèsa  ;  e  pàder  u  s' n'  ac- 
còrs,  e  sorte  de  chèsa,  e  u  '1  pregò 
d' entrar. 

89.  Ma  lo  e  rispòs:  L'è  tant'an  che 
me  a  v'  sèruv ,  a  n'  v'  ò  mai  disubl- 
di  ;  ma  vó  a  n'  m' avi  mai  de  nianca 
un  cavrèt ,  perchè  a  putèss  far  alle- 
gria cun  i  me  amig; 

so.  Ma  st'  ètar  vòstar  flòl  eh'  l' à 
strussiè  ogni  cosa  con  al  donazzi ,  e 
r  è  tome,  a  i  avi  fatt  par  Io  amazzàr 
un  grass  videi. 

SI.  E  pàder  alora  u  i  dess:  E  mi 
flòl,  té  t' sé  sèmper  con  me;  tot  quel 
ch'a  jò  rè  e  tu; 

sa.  E  però  u  s' doveva  far  allegrìa, 
perché  sic  tu  fradèl  l'era  mort,  e 
u  s' è  arvivì  ;  u  s*  era  perdù,  e  u  s'è 
trovè. 

N.  N. 


«52 


PABTB  SECO?n)A. 


Dialetto  di  Cattòlica  {fìomagnolo)  (i). 


Un  ÒDI  eh'  aveva  du  fiòl  ; 

E  'I  pzncn  d' qnist  u  s' fase  de  tuta 
la  su  porzión  dal  bab; 

E  Pandò  a  dissipèle  in  birbari  con 
die  donazzi  in  paés  lontèn. 

Dopo  eh'  r  ave  spreehèda  tuta,  a 
s**  ridùss  a  pare  i  baghin ,  per  poter 
viv, 

Vedènds  in  quest  sted,  el  riflitè 
ala  su  miseria  ; 

E  s^  risolvè  d' tonte  dal  su  bab , 
da  eontci  umilmént  el  su  peehèd,  e 
dmandèi  per  grèzia  d^  èss  tratcd  co- 
ni' un  di  so  servitór  d^  chesa. 

Subt  che  su  pèdre  ul  vist  da  lon- 
tèn,  u  s'  moss  a  compassiòn,  e  s' ral- 
legrò in  V  l'istèss  temp,  e  i  cors  in- 
contro ,  e  s'  butò  al  col,  e  M  basò; 

Mentre  eh'  el  flòl  u  i  dzeva  :  Bab , 
ò  fat  el  pchèd  contre  el  zél  e  contra 
vò;  e  n'  so'  più  degn  d'èss  ciamèd 
vost  fiòl. 

SV  ùmil  confsiòn  la  fui  da  guada- 
gnèr  la  grèzia,  e  s' rinconzigliò  col  su 
bab. 

E  quest,  dop  d' avèl  fat  spojc  di  su 
zenz,  ci  fasi  vsti  con  di  pan  nov  e 
beiràbit; 


El  died  òrden  ancora,  che  s^Tasìs 
un  gran  damagnè,  pu  fé  festa  eh'  l'era 
ritornèd. 

Sta  cosa  la  dispiasè  mei  su  fiòl  più 
grand  ;  perchè,  quand  el  tornò  dalla 
campagna,  e  fu  informèd  del  tult,  e 
n'  vos^  entrò  in  t' chèsa  ; 

Perchè  per  un  fradèl,  ch^  P  era  stèd 
cativ,  s'  faseva  quel  eh'  cn'  s'era  mei 
fati  per  In ,  eh**  V  era  sempr  stèd  ubi- 
diènt  mi  su  dvér. 

Su  pèdre  ei  diss  :  Fiòl  mi ,  vu  si 
stè  sempr  con  mi ,  e  tut  quel  eh**  a  jò 
è  vostre. 

Ma  bisogneva  pu  fé  un  prcns ,  e 
ralegrès,  che  vost  fradèl,  eh' Pera 
mort ,  e  s^  è  risussitèd  ;  e  da  perdùd 
eh'  P  era,  a  s**  è  ritrovèd. 


La  cosa  è  fèzii  V  aplichè  sta  para- 
bla ,  e  s' enòs  In  t' la  zilosia  del  flòl 
più  grand  gl'inzùst  dia  mentde^  Fa- 
risei ,  eh'  I  s' sdegnève  contre  el  Si- 
gnór  ,  perchè  ef  riziveva  con  dolieiza 
i  pecatòr,  e  con  quist  el  oonverseva, 
perchè  lu  e  n'  era  nud  al  mond  che 
per  salvèi. 

N.  N. 


(f)  Non  atendo  potato  procurarci  la  versione  letterale  della  Paiàbob  tal  fafsto  dlalello, 
la  ofieriamo  tal  quale  ci  fìi  inviata  da  un  cortese  corrispondente,  sonhràadod  bastévole 
a  pòrgere  un  Saggio  del  medèsiaio,  e  ad  èssere  confrontata  colle  altre,  in  prar*  ^^Uc  os- 
•crvaaiooi  da  noi  premesse. 


DIAUITI   EVIUAflI. 


233 


DiAumo  Modenese. 


f  I.  Un  seri  òm  r iva  da  fio; 

§2.  E  al  più  aòven  al  déssaaopa* 
der  :  Papa,  dam  la  purziòn  d^  sustan- 
za  elle  m^  t4)ca;  e  la  al  gh^  divide  la 
sostanza. 

13.  E  dop  poc  gioniy  toll  sa  la  to 
roba,  al  llòl  più  lóven  al  s^  n'  andò 
via  in  paés  lantàn,  e  là- al  consaaiiò 
incossa  rivènd  in  gowvali. 

14.  E  dop  ch^  r  ave  consamà  tatt, 
in  quel  pais  a  vins  una  gran  carestia, 
e  lu  al  MniDzipiò  a  truvirt  In  biaògn. 

15.  E  rande  via,  e  al  s^méss  sotta 
a  on  d**  qui  sgnòr  d^  quel  paés;  e  lu 
al  le  méss  in  r  un  so  alt  a  badar  ai 
porc 

IO.  E  al  se  sintiva  voja  d^iapires 
la  pania  d' da  gianda  eh^  magnava  i 
porc;  ma  nissùn  gli'  in  diva  brlsa. 

iv.  Allora,  Uirna  in  se,  al  dées: 
Quani  aervitòr  in  cà  d^  me  pider  i  àn 
dal  pan  fin  chM  n^  vólen»  e  me  cbé  a 
mor  d^  fam  ! 

18.  A  m^  turò  de  d'  che,  e  andarò 
da  me  pader,  e  a  gh^  dirò:  Hpa,  a 
jò  fat  pei  contra  al  lél ,  e  de  dnani 
a  vù; 

10.  Za  me  a  n^  8on  più  degn  d^ès- 
ser  clami  vòster  flòl;  talim  almànc 
eom^  un  di  vòster  servitòr. 

10.  E  tolt  su,  al  vins  da  so  pider. 
Ma,  easènd  anca  dalla  luntana,  so  pi- 
der al  le  vést,  e  Pln  sinté  cumpas- 
liòn;  e  al  gVè  cors  incontra,  al  se 
||k'  buttò  al  col,  e  al  le  basò. 

11.  Al  fiòl  al  gh^  déss  :  Papa,  a  Jò 
fat  pei  contra  al  zél,  e  dednanz  a  vù  ; 
za  me  a  n'  son  più  degn  d' èsser  eia- 
ma  vòitcr  fiòl. 


11.  Allora  al  pader  déss  ai  so  ser- 
vitòr: Purté  che  sùbet  al  più  bèi  àbit, 
e  vestii  ;  e  mtìg  un  anèl  in  di,  e  al 
scirp  in  Vi  pè. 

is.  E  pò  andè  a  tor  al  videi  grasa» 
e  amazzèl,  eh''  al  magnarèm  e  a  farèm 
tulliana  ; 

14.  Perchè  si'  me  fiòl  che  Pera  mori, 
ere  risuscita  ;  V  era  pers,  e  r  è  sti 
truva.  E  i  prìnzipiòn  a  magnar  ale- 
gramènt 

itt.Intint  al  fiòl  più  grand  l'era  pr  i 
camp,  e  in  Val  tumar,  e  in  tTavsi- 
nirs  a  eà,  al  sintè  a  sonir  e  a  cantir. 

la.  E  al  clamò  un  servitòr,  e  al 
dmandò  cessa  vliva  dir  sta  roba. 

17.  E  lu  gh'  rispòs:  L'è  vgnù  vò- 
ster fradèl,  e  vòster  pader  rà  mazzi 
al  videi  grass,  perchè  a  rè  turni  sin 
e  salv. 

18.  A  gh'  vins  l'arila,  e  al  n^  vliva 
brisa  intrar  in  cà;  ma  so  pider  vins 
fora,  e  al  prinzipiò  a  pregirel. 

S8.  E  lu,  rispundènd,  al  déss  a  ao 
pider:  Ecco,  Tè  tant  an  che  me  a 
v^  serv ,  a  n'  v^  ò  mii  dsubdi,  e  vu  a 
n'  m^  avi  mai  dà  gnanc  un  cavrèt,  da 
gòderm  con  i  me  amig  ; 

so.  E  sùbet  ch^è  vgnù  a  cà  st^  al- 
ter vòster  fiòl,  ch^  à  magna  tui  la  so 
roba  con  del  dunazzi,  a  i  avi  mazzi 
al  videi  grass. 

SI.  Ma  al  pader  gh'  déss:  Fiòl  me, 
té  rè  sèmper  meg,  e  tut  quel  ch^  me 
a  Jò,  rè  tuo; 

SI.  Ma  Tera  giusi  d'alar  un  poc 
d^  bandoria  e  star  alégher ,  perchè 
sto  tò  fradèl  che  l' era  mort,  e  T  è  tur- 
ni viv;  al  s'era  pcrs,  e  rè  stó  Iruvii. 


ìN.  n. 


934^ 


PARTE  SECONDA. 


Dialetto  Reggiano. 


1 1 .  Un  lért  òm  avi  do  fio  ; 

12.  Al  più  pznén  d^sti  du  diss  a 
so  pader:  Papà^  dam  la  me  purzión 
dia  ròba  che  m' sta  a  me  ;  e  al  gh^  di- 
vide al  so. 

is.  E  n*  passò  miga  tant  de,  clie, 
muccla  su  tutt,  al  fiól  più  eie  andò 
in  V  un  paés  Inntàn-Iuntàn ,  e  là  al 
strusslò  la  so  roba,  vivènd  in  dM  vizzi. 

14.  E  quand  Peb  consuma  tutt ,  a 
véns  in  cól  paés  una  gran  caristia,  e 
la  cminzipiò  a  patir  la  fam. 

i«.  E  Pandò,  e  1  s'affermò  con  un 
zittadén  d^  còl  paés,  ch^el  mandò  a 
una  so  pussión  a  pasclar  i  nima. 

16.  E  Paviva  voja  d'impirs  la  pan- 
za  d^  cbél  gfànd  ch^a  magnava  i  porc; 
e  nsùn  gh'in  dava. 

17.  Alora,  tumànd  in  sé,  al  diss: 
Quant  servitòr  in  cà  d'  me  pader  e 
sgnazzn  in  Vài  pan,  e  me  che  e  mMn 
mór  d'  neclénza  ! 

1 8.  Em^  turò  su ,  e  s^  j  andarò  da 
me  pader,  e  se  gh^  dirò  :  Papà ,  me 
fò  peca  dnanz  al  zél ,  e  dnanz  a  vò  ; 

19.  En  son  ormèi  più  dègn  d'esser 
clama  vóster  fiól;  tgnim  come  un  di 
vóster  servitòr. 

80.  E  tuléndes  su ,  al  véns  da  so 
pader.  Mo  quand  incora  Pera  luntàn, 
80  pader  le  vdi ,  e  U  s'  moss  a  cum- 
passión,  e ,  sbalzàndegh'  incontra ,  a 
gh^  trò  i  brazz  al  còl,  e  al  le  basò. 

SI.  E  'I  fiól  gh'  diss  :  Papà,  me  jò 
peca  contr^  al  zél,  e  con  tra  d' vó;  me 
n'  son  più  dègn  che  m^  ciamàdi  vó- 
ster fiól. 

88.  Alora  al  pader  dsi  ai  servitòr: 


Presti,  cavàc  fora  al  più  bel  àbit ,  e 
vestii,  mettigh'un  anèi  in  dì,  e  del 
schèrp  in  pé. 

85.  E  mna  che  un  videi  apasta ,  e 
mazzai,  e  che  magnèm,  e  che  fèm  un 
prans; 

84.  Perché  st'  me  fiól  era  mort,  e 
Pè  risossita;  al  s*  era  pèrs,  e  Pè  sta 
cata.  E  s' prinzipiòm  a  far  prans. 

88.  A  s' dà  mò,  che  so  fiól  più  grand 
era  pr  i  camp,  e  vgnénd  in  za,  e  vsi- 
nànds^  a  la  cà,  al  sinti  Porcbesta,  e  ^1 
ball. 

86.  E  U  clamò  un  servitòr,  e  'I  ghe 
dmandò  cosa  vrlva  dir  sP  tèi  còss. 

87.  Al  quài  gh'  rispós:  L' è  riva  vó- 
ster fradèl ,  e  vóster  pader  à  mazza 
un  videi  apasta ,  in  grazia  d' averci 
tumà  a  aver  san  e  salev. 

88.  E  lo  sMnstizzò ,  e  'I  ne  vriva 
brisa  andar  dénter.  0onca  so  piider, 
send  vgnù  fora ,  al  s^  fò  a  perghèrel. 

89.  Ma  Io  in  risposta  al  diss  a  so 
pader:  Ecco,  tant^ann  che  v^sèrev, 
e  mèi  jò  manca  d^  ubdirev,  e  mèi  che 
m^  issi  da  un  cavrèt  da  magnar  con 
i  ma  amig. 

80.  Ho  da  dòp  che  st' vóster  fiól» 
ch^à  magna  tutt  al  so  con  del  zamàrr^ 
è  vgnù,  j  avi  amazza  per  ìò  un  videi 
apasta. 

81.  Ma  Io  gh'  diss:  Al  me  fiól,  té 
P  jà  sèmper  még,  e  tutt  quel  ch^  jò 
me  Pè  anc  tò; 

58.  Mgnàva  ben  fèr  un  prans,  e  fèr 
allegria,  perché  sP  tó  fradèl  era  mort,. 
e  P  è  risussita  ;  al  s' era  pèrs,  e  P  è  sta 
cata. 


Prof.  D.  Fersante  Bedogki. 


DIAUTTI    EMILIA?iI. 


235 


Dialetto  Frigharbsf.  {di  Sèstola). 


11.  AI  ghiera  un  òm  ch^  Pava  dù 


fio; 

12.  E  al  più  ióvn  d' lor  dlss  a  so 
padr:  Papà,  dam  la  part  d' robbache 
m''  tocca;  e  IQ  gh^  di  vis  la  so  robba. 

13.  E  da  lì  a  qualch  di,  al  ilòl  più 
ióvn ,  quando  V  ai  ammaccià  tùli  al 
so,  s' n'  andò  furra  dia  patria  in  fnn 
pacs  luntàn;  e  qui  al  strusciò  tutt 
quel  eh'  P  ava,  vivènd  in  Vi  bagórd. 

1 4.  E  dop  ch^  P  ai  consuma  gni  co- 
sa, a  s^  fé  una  gran  carestia  in  quel 
paés;  e  lù  principiò  a  sentir  la  mi- 
sèria. 

18.  Allora  Pandò,  e  s' ès  miss  con 
un  dttadin  d^  quel  paés^  ch^  al  man- 
dò in  V  na  so  villa,  perchè  al  daas  da 
mangiar  ai  porcè. 

16.  E  al  desiderava  d^ampirs  la 
panza  d**  quella  gianda,  eh**  i  porcè 
mangiàvn;  e  ngun  ghindava. 

17.  Allora  al  tornò  in  si,  e  s'diss: 
Quant  garzòn  èn  in  co  d' me  padr , 
ch^abóndan  d^pan,  e  mi  e  m'in  stag 
qui  a  mùrìr  d^  faun  ! 

18.  Torrò  su,  e  s^  tornarò  da  me 
padr,  es  egh'  dirò: Papà,  jò  ollés  Dii, 
es  v'  ò  oilés  vù  ; 

19.  Già  e  n^  son  più  degn  d^  èsser 
dama  vostr  flól  ;  ma  tolim  cmud  un 
di  vostr  ganòn. 

80.  E  al  toss  su,  es  sMn  vins  da  so 
padr.  E  mentr  eh^  P  era  ancamò  dalla 
Isatana,  so  padr  al  vist,  es  s^  moss  a 
Bisericordla,  e,  corrèndgh^  incontra, 
ai  te  gh^  buttò  al  coli ,  es  al  basò. 

ti.  Al  fiól  a  gh'  diss:  Papà,  jò  fatt 
pcà  eontr^  al  elèi ,  e  alla  vostra  pre- 


senza; e  n'son  più  degn  d'esser  cia- 
mà  vòstr  flól. 

ss.  Al  padr  damò  i  servitór,  e  al 
gh'  diss  :  Presi,  porta  al  più  bel  àbit, 
e  vestii;  mtigh'un  anèl  in  did,  e  '1 
scarp  in  pè. 

ss.  Condusi  un  videi  grass,  ammas» 
làl,  mangièn  e  fèn  invid; 

84.  Perchè  st'  flól  era  mort,  e  Pè 
toma  in  vita;  al  s'era  pèrs,  e  Pè  sta 
arcata.  E  i  dén  principii  al  banchètt 

88.  Al  flól  più  grand  Pera  mò  in 
campagna;  e  in  Pai  tornar  a  cà,  e 
avsinànds,  al  sinti  di  son  e  di  ball. 

88.  E  al  damò  un  servitór,  e  gh* 
dmandò  cosa  gh'  era  d' nuv. 

87.  E  lù  gh'  respós  :  L' è  toma  vo- 
str fradèl,  e  vostr  padr  Pà  mazza  un 
videi  grass,  perch'  Pè  torna  a  cà  san 
e  svelt. 

88.  Al  s'istizzi  allora,  es  n'  vreva 
gnanc  andar  dentr  in  cà;  bsognò  eh' ve- 
gnissa  furra  so  padr,  e  eh'  al  prgassa. 

89.  Ma  quell  al  gh'  respós ,  es  gh' 
diss  :  I  èn  tant'an  che  v'  serv,  e  mai 
e  v'ò  dsùbdi  ;  e  vù  mai  e  m' i  dà  un 
cauréz  da  mangiar  con  i  me  amig. 

30.  Ma  adèss  ch'è  vegnù  a  cà  st' vo- 
str fiól ,  eh'  à  divora  tùtt  al  so  con 
del  donn  d'mala  vita,  i  mazza  un 
videi  grass. 

51.  Ma  lù  gh'  respós:  Fiól  me,  vù 
e  si  sempr  con  mi,  e  tùtt  quel  eh'  è 
me  P  è  anc  vostr. 

38.  L' era  pò  necessari  star  allégr, 
e  far  banchètt,  perchè  st'  vostr  fra- 
dèi  era  mort,  e  Pò  arsùscità;  al  s'era 
smari,  e  i  P  àn  artrovà. 


Avv.  Gaetano  Parenti. 


236 


PARTE  SECO?iDA. 


Dialetto  Ferrarese. 


il.  Un  òm  aveva  doi  fio; 

is.  E  al  più  piccul  d' questi  diss  a 
so  pàder  :  Papà ,  dem  la  mie  pari  di 
ben  eh'  a  m' tocca  ;  e  1u  gh'  divis  al 
patrimoni  tra  d' lor. 

is.  E  da  li  a  poc  di,  mucdà  tutt 
al  8Ò,  al  flól  minor  a  'l  s^ n'andò  in 
lantàn  paés,  e  a  'l  strusciò  tutt  quel! 
eh'  r  aveva,  vivènd  in  mesi  ai  bagórd. 

14.  E  dop  ch^  Tavi  strascina  tntt  al 
so,  in  cai  paès  a  s' gh'  è  fatta  na  gran 
carestie,  e  lu  prinsiplò  a  penuriàr. 

itt.  L'andò,  e  s'Intrudùss  press  a 
un  sittadin  d^  chi  slt,ch'a'l  mandò  In 
i'  na  8Ò  campagna  a  eustudir  di  porc. 

i  6.  E  l' iera  ridùtt  a  desiderar  d' 
patérs  saziar  dll  giànd  eh'  magnava 
I  porc ,  e  nsun  gh'  in  dava. 

1 7.  Turnà  In  se  stess,  el  diss  :  Quan- 
t'uperari  in  cà  d' mie  pàdar  gh'à  pan 
da  magnar  in  abundanza,  e  mi  a  son 
chi  eh' a  mor  da  la  fam  ! 

18.  A  saltarò  su,  e  andarò  da  mie 
pàdar,  e  a  gh'  dirò:  Ah!  papà,  a  Jò 
pecca  oonira  al  del,  e  in  fazza  a  ti; 

19.  A  n' son  più  degn  d'esser  cla- 
ma tò  flól;  tràttam  come  un  di  tò 
uperari. 

90.  E  a  'I  s"*  toss  su,  e  l'andò  da  su 
pàdar.  Intànt  eh'  l' iera  ancora  da  lun- 
tàn  y  so  pàdar  al  visi ,  a  '1  s'  muvi  a 
pietà,  e  a  '1  gh'  cors  incontra,  e  a  'l 
S'a  gh^  buttò  brazz-a-coll,  e  a'I  la  basò. 

ti.  E  al  fiól  a  '1  gh'  diss:  Ah!  papà, 
a  ]ò  pecca  in  fazza  al  del  e  centra  a 
U;  e  a  n'  son  più  degn  d'esser  clama 
per  tò  flól. 

ss.  E  al  pàdar  diss  al  servitór  : 
Prest ,  tire  fora  la  vesta  la  più  bella, 


e  mtigh'  la  adòss  ;  e  mtìgh'  un  aneli 
in  dida,  e  di  scarp  in  t' i  pie. 

83.  E  mnè  chi  un  vdèl  grass,  ara- 
mazzèl,  e  eh' a  s'magna  e  ch'a  s' staga 
allegramént. 

24.  Perchè  st'  mie  flól  Piera  mort, 
e  l'è  arsuscità;  al  s'iera  pers,  e  al  s'è 
truvà;  e  i  prinsiplò  a  magnar  e  bé- 
var  alla  ricca. 

ss.  A  gh'  iera  mò  al  fradèl  maggior 
In  campagna  ;  e  in  fai  tumàr,  accu- 
stàndas  a  casa,  a  'l  senti  a  sunàr  e  a 
cantar. 

26.  E  al  damò  un  di  servitór,  e  al 
gh'  dmandò  oossa  iera  sta  roba. 

S7.  E  quest  a  gh'  diss:  L'è  turnà  tò 
fradèl,  e  tò  pàdar  l'à  fatt  ammazzar 
al  vdèl  grass,  perchè  al  V  à  ricupera 
san  e  salv, 

ss.Lu  però  munto  in  furia,  e  n'  vie- 
va  più  andar  dentar.  Al  pàdar  donca 
andò  fora,  e  prinsiplò  a  pregàral. 

se.  Uà  quel  arspós,  dsènd  a  so  pà- 
dar: L*  è  tant'  ann  che  mi  a  V  serv, 
e  eh'  a  n'  ò  mai  manca  una  volta  sola 
ai  tò  órdan ,  e  t'  a  n'  m' a'  gnanc  dà 
un  cavrètt  da  gòdarm  In  cumpi^nlè 
coi  mie  amig; 

80.  Ma  adèss  eh'  è  tamà  bV  tò  flól, 
eh'  à  struscia  tutt' al  so  con  dil  doon 
d' mala  vita ,  t'  a  ammazza  al  vdèl 
grass. 

81.  Ma  al  pàdar  al  gh'  diss:  Flól , 
ti  V  le  scmpar  con  mi ,  e  tuli  quel 
ch'a  jò  retò; 

ss.  L' jera  ben  giust  pevà  d"  far  goz- 
zoviglia, e  d' far  ghlrlgaiiia»  perchè 
st'  tò  fradèl  l'iera  mort,  e  T  è  arso- 
scita  ;  riera  pers ,  e  a  'I  s' è  truvà. 


Conte  cav.  Fraiigssco  Aveuti, 
colonnelio  in  pemiom. 


DIALEm    EMILIANI. 


237 


Dialetto  Gomacchiese. 


1 1.  Un  òm  aveva  du  fiù  ; 

is.  D^  questi  el  più  piccai  dias  a 
sue  piider  :  Papà,  dèm  le  mie  puniòa 
che  m'  tocca.  E  '1  pader  fé  la  dhri- 
Sion  tra  lur  d' la  me  roba. 

is.  Passa  pùec  gióm,  el  più  pznm 
miss  assièm  quel  ch^  l' aveva ,  e  el 
partì  per  un  paés  lontàn,  dov^  ci  dsl- 
pè  el  sue  in  donn. 

14.  E  quand  el  n^  ave  più  nlént,  e 
vins  una  gran  carestie ,  emlnalpiè  a 
fàreg  sentir  le  miserie. 


28.  Aliór  el  pàder  diss  ai  sue  ser- 
vitùr:  Sùbit  purtèi  el  sue  àbit,  e 
vstìl  ;  mettigh  el  sue  anèl  in  dide,  e 
il  sue  scarpe  in  pie  ; 

85.  Pue  condusi  un  videi  grass , 
mazzàl,  magnèmel,  e  sten  allègher; 

84.  Perchè  stel  mie  flòl  Pera  mori, 
ere  ersuscità;  el  aveva  pera,  e  T  ò 
tmvà  ;  e  i  cminiè  a  far  feste. 

sa.  Ere  mo  in  tei  camp  el  flòl  più 
grand,  e  mènter  el  gniva  a  cà,  e  el 
s' evxinava,  el  sentì  a  sunèr  e  a  ballèr. 


15.  Allora  rande,  e  '1  s^  miss  eli     86.  El  ciamè  un  di  servitùr,  e  U 


servizi  d^  un  d' chel  paés,  che  U  man- 
dò in  V  una  sue  campagne  a  dèr  da 
magnèr  ai  porc. 

16.  E  mènter  fera  là,  Tavrìe  pur 
Mu  magnèr  d^  chil  scors,  ch^  magna- 
la i  porc;  ma  e  n'  jere  ensùn  gh''in 
dèssen. 

17.  Gnu  in  lu,  el  dIss:  Quanl  ser- 
vitùr e  Jera  in  cà  d^  mie  pàder,  ch^  avè- 
ven  del  pan  in  abundanza,  e  mi  e  son 
chi  che  mùer  d^  fam! 

18.  E  m^  muvrò,  anderò  de  mie 
pader,  e  egh^  dirò:  Papà,  e  Jò  pcà 
Gontre  el  siel  e  contre  d'  vu; 

10.  E  n^son  degn  d'esser  dama 
vòster  flòl;  fèm  com^  un  di  vòater 
iervilùr. 

80.  Pue  ri  s^  tols  su,  e  el  vins  de 
sue  pàder.  Quand  Tera  ancor  luntan, 
el  pider  el  vist,  e  moss  da  compas* 
Sion ,  el  gh'  oors  incòntre,  el  gh'  saltò 
al  eoi  9  e  r  el  basò. 

81.  ì^  flòl  e  gh'  diss  :  Papà ,  e  Jò 
pcà  omtr'  el  siél ,  e  contre  d'  vu  ;  e 
n'  fflèrit  d' èsser  dama  vòster  flòl. 


gh'  dmandò  cosa  Fera. 

87.  E  stu  rispÒ8:8uefradèlch'era 
vgnù ,  e  che  sue  pader  aveva  mazza 
un  videi  grass,  perche  el  Paveva  avù 
salv. 

88.  Sta  cosa  el  fé  muntèr  in  còle- 
rà, e  en  vleva  più  endèr  in  cà;  ma 
sue  pàder  essènd  gnu  fùere,  V  el  pre- 
ghè. 

89.  E  '1  flòl  e  gh'  rlspòs  :  Eco  ;  dop 
tant'ann  che  v'  serv,  e  chen'  v'ò 
mai  dsubdì  in  quel  eh'  m'  avi  cman- 
dà ,  en  m' avi  mai  dà  un  cavrèt  per 
stèr  in  allegrìe  col  mie  amìg  ; 

.%o.  Ma  sùbit  che  stel  vòster  flòl , 
eh'  à  consuma  quel  che  ghe  avi  dà 
cun  dil  donn,  r  è  gnu,  avi  mazza  un 
grass  videi. 

SI.  Ma  el  pàder  e  gh'  diss  :  Fiòl,  ti 
ti  è  sèmper  cun  mi ,  e  quel  ch'ò  l'è 
tue; 

58.  Ma  bsugnava  fér  feste  ^  e  stèr 
allègher,  che  stel  tue  fradèl  Pera 
mort,  e  Pè  ersuscità;  Pera  pcrs,eel 
avèn  truvà. 

N.  K. 


23H 


PARTE  SECONDA. 


Dialetto  Mih\ndolese. 


11.  Un  zert  om  V  avi  va  du  tió; 

K.  AI  più  piccul  diss  a  pò  padr: 
Papà,  dam  dia  vostra  robba  la  pari 
ch^am^  vèn;  e  lu  al  di  vis  lasòsustansa 
tra  I  du  fio. 

is.  Da  li  a  poc  di ,  al  fiól  piccul , 
fatt  fagòtt,  Tandò  via  luntàn  luntàn, 
e  al  consumò  tutt  in  stravizzi. 

14.  E  quand  an  n'  avi  più  un  sòld, 
a  8^  fé  sintir  la  fam  in  cai  paés ,  in 
conseguenza  d'una  carestia,  e  acsi 
al  puvrètt  prinzipiò  a  védar  ch^  a 
gh'  mancava  al  nezessari. 

itt.  Al  s' tols  d^  li,  e  al  s'arcmandò 
a  un  zittadin  d^  cai  sit ,  e  quest  al 
miss  in  campagna  per  guardiàn  di 
porc. 

16.  A  gh'  vgniva  voja  infinna  d'im- 
pirs  la  panza  d**  chii  glandi  eh'  ma- 
gnàvan  i  porc;  ma  a  n'  gh'  era  aniùn 
gh'  in  dass. 

17.  Yist  donca  la  matèria  eh' l'ave- 
va fatt,  al  diss:  Quant  sarvitòr  in  cà 
d' me  padr  i  àn  dal  pan  in  abundan- 
za,  e  mi  a  mór  chi  d' fam! 

18.  A  m' turò  su,  e  a  turnarò  da 
me  padr ,  e  a  gh'  dirò  :  Papà ,  a  Jò 
manca  e  vers  al  zél  e  vcrs  d' vu  ; 

19.  A  n'  a  m' mèrit  più  d'èssar  cia- 
na par  vòstar  ilól  ;  tgnim  invéz  pum 
un  di  vòstar  sarvitòr. 

so.  E,  alvànds  su ,  l'andò  dritt  fll 
da  so  padr.  E  quand  al  gh'  era  anc 
luntàn  un  poc,  al  padr  el  vist,  al 
8^  moss  a  cumpasslòn,  al  gh'  oors'  in- 
contra, e  al  gh'  buttò  i  brazz  al  jcoII, 
e  al  la  basò. 

SI.  E  so  flól  al  gh'  diss:  Papà,a  jò 
manca  vers  al  zél  e  vers  de  vu  ;  a  n' 
son  più  dcgn  d^  èssar  clama  vòslar 
fiól. 


ss.  E  so  padr  cmandò  al  sarvitòr: 
Prest ,  tira  forra  la  più  bella  vesta , 
e  giuslàgla  adòss ,  mtig  V  anèl  in  dì, 
e  il  scarpl  ai  pè. 

ss.  E  andà  a  tor  dalla  stalla  al  vdèl 
più  grass,  e  mazzàl,  e  eh'  a  s^  magna 
e  eh'  a  8'  staga  allegar  ; 

S4.  Parche  st'  me  fiól  l'era  mort,  e 
r  è  torna  al  mond  ;  al  s'era  pers,  e  al 
8'  è  trova.  E  I  prlnzipiòn  al  dlsnàr  e 
gli  alegrezzi. 

Stt.  EI  fiól  più  grand  l'era  in  cam- 
pagna, e  in  fai  dar  volta,  e  quand 
al  fu  avsin  a  cà,  al  sintì  a  cantar  e 
a  sunàr. 

so.  AI  clamò  un  di  sarvitòr ,  e  al 
dmandò  cuss'  era  mo  sta  cossa. 

57.  E  quest  al  gh'arspòs:  L'è  t ur- 
na vòstar  fradèl ,  e  vòstar  padr  l' à 
fatt  mazza r  un  vdèl  grass  par  la  cun- 
sulazión  d' avéral  vist  san  e  salv. 

58.  Ma  al  fradèl  grand  a  gh'  vcn» 
la  stizza ,  e  a  n'  a  vliva  brisa  intràr 
in  cà.  Al  padr  donca  vent  forra  lu,  e 
al  la  prinzipiò  a  pregar. 

59.  Ma  quel  tgnlva  ditt:  L'  e  tan- 
t' ann  eh'  a  v'  serv ,  e  a  n'  v'  ò  mai 
dsubdi;  ma  vu  a  n'm'avi  mai  dà 
gnanc  un  cavrètt  da  psérmal  gudcr 
in  cumpagnia  di  me  amig. 

50.  Però  dop  eh'  è  turnà  st'  aitar 
vòstar  fiól,  eh'  V  à  consuma  tott  al  so 
con  dil  donni  d' cattiva  vitta,  a  I  avi 
mazza  par  lu  al  vdèl  più  grass. 

51.  So  padr  gh'diss:  Vu,  al  ine 
flól ,  a  si  scmpar  con  mi,  e  tutt  quel 
eh'  a  jò  r  è  vòstar. 

ss.  Ma  l' era  giust  d' goder  ,  e  far 
digli  allcgrezzi,  parche  vòstar  fradèl 
Fera  mort,  e  T  è  arsuscilà  ;  al  s'era 
pers,  e  al  s'è  turnà  a  truvàr. 

DOtt.  CaILO  ClAEDI. 


DIALETTI   CMILIAMU 


23^ 


IhAlfETTO  NaSTOVANU 


11.  On  ÒHI  al  gh^ aveva  du  fl5i; 

is.  El  più  xóvan  d^  lor  rà  dit  a  so 
pàdar  :  Papà,  dam  eia  pari  de  paUri- 
monl  eh'  am^  foca;  e  Ni  ai  g'  a  di  vis  ia 
i't)ba. 


Bl.  Ma'i  pàdar  Vk  dit  ai  sòscrvi- 
lór:  Presi,  portègh  ehi  la  pia  hela 
vesta  e  vestii,  metìgh  Tanèl  in  dit  e 
le  searpe  ai  pé; 

S5.  E  mene  ehi  on  vedèl  ingrassa , 


13.  E  dop  pochi  gióran,  mùcià  sùle  maizèl, e magnémal,  e  stém alégar; 


tùt,  el  flol  più  zóvan  r  è  andà  in  t^ 
terra  lontana,  e  là  1^  à  striìsdà  la  so 
sostanza,  vivènd  da  lùssurlós. 

14.  E  dop  e^  rà  vù  consuma  tùt, 
è  gnu  in  quel  sit  na  gran  carastìa,  e 
lù  stcss  rà  prinsipià  a  aver  de  bisògn. 

f  a.  £  rè  andà,  e'  H  s'è  miss  a  servir 
on  sittadin  de  da  terra ,  ch'^el  V  à 
manda  in  t'ia  so  campagna.,  perchè  ^1 
rondósèss  (ora  i  ponèi. 

16.E  Tavrìa  volo  impiniras  lapansa 
cole  glande  che  mangiava  i  porch; 
ma  nissun  g^an  dava. 

17.  Alora,  tornànd  in  IQ  stess,  l'à 
dit  :  quanti  servitór  in  casa  d^  me  pà- 
dar  I  g^  del  pan  in  aliondansa^  e  mi 
chi  a  morì  d'  fam  ! 

it.  A  m^  farò  spìrit,  e  andare  da 
me  pàdar,  e  a  gh'  dirò:  Papà ,  ò ofés  al 
Signor  e  ti; 

«  9.  Za  n^  son  pia  degn  d' èssar  cla- 
ma tò  flol;  tom  come  on  tè  servitór. 

«0.  E  al  l'è  tolt  su,  e  rè  andà  vers 
aò  pùdar.  Quand  Pera  ancora  lontàn 
so  pàdar  el  rà  vist,  el  s'è  moss  a 
compassión,  e  corèndagh'  incontra,  el 
s' gh'è  biità  a  brazz  a  coi,  e  el  l'à  basa. 

ti.  E'I  fidi  el  g'a  dit: Papà, ò ofés 
al  Signor  e  ti;  là  n'son  più  degn 
4t^  èssar  clama  to  flol. 


t4.  Parche  sto  me  fidi  Pera  mori 
e  rè  resussità,  Pera  pers  ere  sta 
trova;  e  i  s'è  miss  a  magnar. 

sa.  Intant  so  fl5l  più  vèè  Pera  in 
ri  camp,  e  quand  rè  toma  e  rè  sta 
darènt  a  casa,  rà  senti  ch'i  sonava  e 
i  cantava. 

«6.  E  rà  eiamà  'n  servitór,  e  'i g'à 
dmandà  coss'era  eia  roba. 

S7.  E  quest  el  g'à  dit:  É  riva  fò 
fradèl,  e  tò  pàdar  rà  mazza  'n  vdèl 
grass ,  parche  r  è  torna  san  e  salv. 

18.  L' è  andà  sìibit  in  còlerà,  e  noi 
voleva  andar  dentar;  so  pàdar  donca 
rè  vgna  fSra,  e  rà  cominzià  a  pre- 
gàral. 

te.  Ma  quel,  rispondèndagh ,  rà 
dit  a  so  pàdar:  Ecco  tanti  anni  che  V 
servi,  e  a  n'ò  mai  trascura  i  tò  órdin,  e 
n'  a  r  m'è  mai  dat  on  cavrèt  da  ma- 
gnar col  me  amich; 

so.  Uà  sùbit  riva  sto  tòfiòl,  che  rà 
struscia  tùtt  el  so  con  die  sgualdrine, 
te  gh'è  fai  copàr  on  vdèl  ingrassa. 

SI.  Ma  quel  el  g'à  dit:  Fidi,  tiVaè 
sèmpar  con  mi,  e  tiitt  el  me  rè  tò; 

ss.  Ma  rera  ben  giùst  magnar  e 
star  alégar ,  parche  sto  tò  fradèl  rera 
mort  e  rè  resussità ,  l'era  pers  ere 
sta  trova. 

AVV.  PUESAEI. 


U 


2*0 


PARTE  SFXO^TD.I. 


Dialetto  Parmigiano. 


fi.  Un  òm  gb'avidu  lió; 

18.  E  'I  pu  zóven  d^  lòr  el  dzìss  a 
so  ])ader:  Papà ,  dam  la  parta  ch^  m^ 
vèn  ;  e  U  pader  al  ghe  sparti  la  roba 
tra  d' lur. 

is.  Poe  gióren  dop,  el  pu  zóven  el 
fé  fagòtt  e  '1  8^  tòs  su  eVandi  in  Tun 
paèis  lontan^  dova  el  consumi  tutt  col 
clì'el  gh'àva  In  bagordi, 

14.  E  dop  cb'  Pavi  da  fèln  a  tutt, 
a  véns  una  gran  carestia  in  col  paèis; 
e  lu  el  cminzl  a  trovars  in  bsògn. 

ié,  El  s^  n'  andi,  e  1  s^  miss  a  ser- 
vir un  zitadèin  d'  col  sit,  cb'  al  la 
mandi  in  V  na  so  posslùn  a  far  pa- 
sciar  i  gozèin. 

16.  E  Tare  vu  vdja  d' Ifmpirs  la 
pànza  dil  glandi,  cb^  magnava  i  ani* 
mal  ;  e  nissón  gb*  In  dava. 

1 7. Toma  In  se  stèss,  el  dsiss  :  Quant 
servitùr  In  ca  d^  me  pader  s^  bùtten 
adrè  el  pan,  e  mi  a  son  cbi  cb'a  mor 
d'fam! 

18.  A  m^àlvarò  su,  e  andarò  da  me 
pader,  e  a  gb^  dirò  :  Papà ,  a  Jò  fati 
pca  contra  al  zél  e  centra  d*  vu; 

19.  A  n'  son  pu  dègn  d^  èsser  cla- 
ma vòster  fidi;  tolim  per  vón  di  vò- 
ster  servitùr. 

so.  E  tolènds  su  al  véns  da  so  pa«- 
der.  Blentr  Fera  ancora  lonttin,  so 
pader  el  V  à  vist^  e  al  s"*  moss  a  com- 
passióne e  corèndgb^  incontra,  el  s^  gb^ 
butti  con  1  brazz  al  cóli,  e  'I  la  basi. 

91.  El  flol  el  ghe  dziss:  Papà,  a  Jò 
offèis  al  zcl,  e  a  v''ó  offèis  vu  ;  a  n^  son 
pu  dègn  d'esser  clama  vòster  flol. 

ss.  Altura  ci  pader  al  dzìss  al  so 


servitùr:  Porta  chi  sùbit  el  pu  bri 
visti,  e  vlstil,  e  mtig  P  aneli  in  did, 
e  I  scarp  ai  pè; 

S5.  E  condusi  chi  al  vi  tèli  pn  grass, 
e  ammazzai,  e  magnàma  allegramént; 

g4.  Perchè  st'  me  fidi  era  mort,  e 
P  è  arsusslta  ;  l' era  pers,  e  '1  s' è  tro- 
va ;  e  I  s'  missen  a  magnar  allegra- 
mént 

s».  A  gh^  era  mó  al  $ò  flol  pu  grand 
In  t'  I  camp,  e  In  tei  tornar,  quand 
el  fu  vsén  a  la  ca,  al  slnti  a  sonar  e 
a  cantar; 

te.  E  ^1  clami  vón  di  servitùr,  e  'I 
gbe  dmandi  cos'  era  chll  cosi. 

S7.  El  ser>itùr  al  gh'  rispondi  :  Vò- 
ster fradèl  P  è  toma  a  ca ,  e  vòf^lcr 
pader  P  à  fatt  mazzar  al  vitali  Ingras- 
sa, perchè  P  è  torna  san  e  silv. 

88.  Alura  a  gh'  véns  la  stizza  e  'I 
ne  vreva  pu  Intrar  in  cà  ;  donca  so 
pader,  gnènd  fora  lu,  al  la  cmlnzi  a 
pergàr. 

S9.  Ma  lu ,  per  risposta,  al  gh'  dziss 
a  so  pader  :  Guarda:  Pè  tant  agn  ch'a 
v'  serv,  senza  mài  dsobdirv,  e  vu  & 
n^  m^  i  mài  dona  un  cravètt  da  goder 
con  i  me  amig; 

so.  E  dop  che  si'  iter  vòster  fidi, 
ch'à  consuma  tutt  al  so  con  dil  doni 
d' mònd,  P  è  torna  a  ca,  a  J^avi  mazza 
per  lu  al  vitali  ingrassa. 

31.  Ma  lu  al  gh^  rlspós:  Fidi  me  , 
ti  Ve  sèmper  sta  mèg,e  tott  col  cir  jò 
Pè  to; 

ss.  Ma  bisognava  magnar  allegra- 
mént, perchè  st'  to  fradèl  era  mort,  e 
P  è  arsusslta  ;  P  era  pers,  e  ^  s*è  trova. 


N.  N. 


mALCm   EMILIANI. 


241 


DlALCTTO  BotGO-TAIlfSE. 


1 1 .  Un  omo  u  gh'ava  dù  fljo; 

18.  E  u  pù  lóven  u  diss'  a  aòpar; 
o  pà ,  dcm  la  pari  che  m*  pertoca  : 
e  so  par  u  fé  le  pari. 

13.  E  da  li  a  pochi  di  1  pu  lofveD 
u  pie  su  la  pari  sofga,  u  andè  lontèn, 
e  là  u  la  sconsumè  iiila  nalamént. 

14.  E  dop  eh'  u  r  avi  scoiMuina  lu- 
to,  in  r  colo  lofo  gh'  è  vgDÌ  la  cale- 
strìa;  e  lu  u  scommenzè  a  patì  de  fain. 

18.  E  u  s^è  mlue  in  cà  d'un  sior 
de  o6l  pi^ése,  ch*u  ar  mandè  In  cani- 
pània  a  scòde  i  porchi. 

16.  E  u  gh'  vgniva  volja  d'Impisse 
la  pausa  cole  Jande  eh^  manjàv'  i  por^ 
chi;  ma  ne  ghMn  dava  gniasùB. 

17.  Ma  p6,  essèndose  mlsso  a  pin- 
sa,  u  disse:  Quanti  servitori  in  cà  de 
me  par  i  mànjan  dar  pan  quant  i  n'àn 
voija  ;  e  mi  chi  moro  de  fam  ! 

18.  Starò  su,  e  andrò  da  me  par, 
e  ghe  dirò:  O  pà,  ò  fato  ma  contro 
ar  Signor  e  conlro  vii  ; 

la.  E  mi  n'  merito  pù  d'eese  cia- 
oia  per  vostro  4J5$  tratème  eom'  un 
vostro  (amijo. 

80.  E  alora  u  stè  su,  e  Tandè  da 
$ó  par.  L'era  anca  kmtàn,  che  so  par 
u  ar  viste;  e  u  s' è  movi  a  compasclòn, 
e  u  ghiande  incontro,  u  ghe  saltò  ar 
col ,  e  u  ar  basò. 

81.  £  ar  fljd  u  ghe  disse  :Opà,  mi 
ò  fato  peca  contro  ar  Signor  e  contro 
\ù  ;  mi  n*  mèrito  pù  d'esse  clama  per 
vostro  4jd. 

88.  Ma  so  par  n  disse  ai  servitori: 
Fé  sito,  portò  chi  ar  vesti  pù  belo,  e 


metiglo  adoaso  ;  metighe  Tanelo,  e  le 
scarp: 

81.  E  pie  ar  vdelo  pù  grasso,  e  mas- 
zèlo,  e  raangiómio,  e  stòma  alegri; 

84.  Perchè  sto  me  fijo  Pera  morto, 
ere  resùsslla;  u  s' era  perso  e  u  s'è 
trova.  E  I  scomenzòni  a  gòdesla  a  tà- 
vola. 

sa.  Ha  ar  flò  pù  vedo  l'era  in  Cam- 
pania, e  quand  u  vens,  e  u  s' aoostè 
a  cà,  u  senti  1  son  e  f  canti. 

88.  E  u  damò  Jon  di  servitori,  e  u 
ghe  disse:  E  coss'  1  fan? 

87.  E  còsto  u  ghe  disse  :  L' è  vgm 
vostro  fradek),  e  vostro  par  l' à  fata 
mazza  un  vdelo  grasso,  perdio  u  l'è 
riva  san  e  salvo. 

88.  Gh'è  vgni  stizza,  e  ar  ne  vo- 
reva  andà  in  cà.  Ma  vgni  fora  so  pàr^ 
e  u  rà  scomenza  a  prega,  ch'u  vgnia- 
se  drente. 

89.  Ma  lù  u  gh'  respondi  a  so  pàr^ 
Hi  r  è  da  tant  ani  che  ve  servo,  e  ò 
sempre  fato  tùto  colo  che  m'avi  dito^ 
e  ne  m*  avi  mal  dato  gnanca  un  cnn 
veto  da  god  coi  me  amighi. 

30.  H'  adesso  eh'  V  è  vgni  me  fra- 
dèlo,  eh'  rà  sconsùma  tùto  con  le  pù- 
tanne,  i  avi  mazza  per  lù  arvdèk)  pfi 
bon. 

31.  Ha  lù  u  gh'  respondi:  ti,  o  me 
fljo ,  ti  t' è  sta  sempr  con  mi;  e  tùto 
collo  che  gh'  ò  r  è  ar  tò  ; 

38.  Bsognava  ben  che  stàssem  ale- 
gri inc5,che  tò  fradèlo  eh'  Pera  morto 
r  è  resiissità  ;  u  s' era  perso,  e  u  s'è 
trova. 

Lazzaro  Cornazzani, 
con  approv.  di  parecchi  studiosi  di  Borgataro. 


242 


PARTE  SECONDA. 


DlALITro  PlACENTIflO. 


1  f .  Un  ÒDI  al  gh'  ava  dù  fio  ; 

13.  E  ^1  pò  gióvan  al  diss  a  so  pa- 
dar  :  Papa,  dèm  la  proziòn  di  me  bèin 
ob^a  m^  tócan;  e  M  padar  al  ga  fé  la 
part  a  tutt  da. 

1 3.  E  dà  lé  a  poc  de  al  pé  gióvan, 
miss  insom  tùt  al  so,  al  s^  n'andé  via 
in  d^un  pais  lontàn,  e  lamò  al  dsupé 
tut  al  so  in  stravizzi. 

1 4.  E  dop  d^avil  cÓDsiima  tùt,  vèins 
una  gran  calastrìa  in  d' còl  pais,  e  lu 
al  prlnsipié  a  trovas  in  sia  sùtta. 

16.  E  r  andé,  e  '1  s^à  miss  con  voln 
a  d^  còl  pais,  ch^  al  la  mandò  In  d'una 
90  campagna  a  mna  fora  i  animai. 

f  6.  E  lu  l' arìss  vori  lòimpas  la  pau- 
sa dil  giànd  ch^  mangiavan  i  grèin  \ 
ma  nsoin  gh'in  d&va. 

17.  Finalmèint,  mtèind  za  test«,  al 
diss;  Quanta  sarvitòr  in  ci  d' me  pa- 
dar i  gh'  in  dal  pan  da  trassn  adré , 
e  me  son  che  eh*  a  mor  ad*  f&m! 

1 8.  Ma  me  a  m' todrò  sùsa,  a  andrò 
da  me  pàdar,  e  gh' dirò:  Paf» ,  me 
vod  eh*  a  jò  fala  eontra  Dio,  e  dnanz 
a  vò; 

19.  He  za  a  n'  son  pò  degn  dMòss 
clama  vos  fio;  Ignim  cmé  volo  di  vò- 
star  sarvitòr. 

so.  E  M  s' toss  sd,  e  ^I  vèins  da  so 
padar;  e  Tera  ancamò  da  lontan,  che 
so  padar  el  l' k  vist,  e  *l  s*  à  gomì,  el 
gh*à  cors  Incontra,  e  U  ga  tré  I  brass 
al  col  e  '1  la  base. 

ti;  E  '1 115  al  ga  diss:  Papa,  a  Jò 
fala  incontra  al  Signor  e  incontr*  ad 
To  ;  e  n'  son  pò  degn  d' ièss  clama  vos 

00. 


22.  Bla  al  padar  al  diss  ai  sarvitòr: 
Svelti ,  tire  fora  al  visti  pù  bèi  e  mti- 
gal  so,  e  dèg  Panel  in  man,  e  mtig 
Il  scàrp  in  pé^ 

99.  E  todì  un  videi  grass  e  mazzél. 
eh*  a  vói  eh*  mangióm  e  eh*  fòm  altolé. 

24.  Parche  al  me  fio  eh'  Pera  mort. 
Pò  risùssitii;  n*  a  s*  sa  va  dòv*  al  tiss. 
e*I  8*  è  trova;  e  i  prinsipién  a  sganassa. 

SS.  Ma  al  tid  pò  grand  P  era  pr  I 
camp;  e  cm*  al  vèins  indrc,  quand  al 
fé  arànd  a  cà,  al  sin  ti  cb*i  sonavan 
e  i  cantavan. 

90,  E  H  dame  vòin  di  so  om ,  e  *l 
ga  dmandé  coss  l'era. 

27.  E  còst  al  ga  risponde  ;  eh*  era 
gni  so  fradèl ,  e  so  padar  Pava  mazza 
un  videi  grass,  parche  al  fio  Pera 
torna  a  cà  san  e  salav. 

98.  E  in  al  vèins  nèc,  e  M  n^a  vrl- 
va  pò  anda  in  eà; e  M  padar  donca  al 
gni  fora  lù,  e  *1  cminsé  a  Imbonii. 

99.  Ma  al  fio  al  risponde  a  so  pa- 
dar: Tòl;  Pè  tant  an  eh*  a  v*8èrav,  e 
eh*  a  fag  luti  a  vòstar  mdd,  e  n'  m*  ì 
mài  dat  gnan  un  cravòt,  lanl  eh'  a 
podbs  gòdal  coi  me  compàgn. 

80.  Ma  pena  eh'  è  gni  si  vòstar  fio 
che,  eh'  al  a*  è  mangia  ttit  al  so  con 
dil  varan,  i  bèin  mazza  par  lù  un  vi- 
dei grass. 

SI.  Ma  al  pàdar  al  ga  diss:  Al  me 
fio,  té  ta  sté  sèlmpar  con  me,  e  cól 
eh*  è  me  Pé  anca  to; 

59.  Donca  Pera  bèin  d*giust,ch'  fàs- 
sam  festa  e  stàssm  alégar,  parche  sP 
to  fradèl  eh*  Pera  mort,  Pé  risùssità, 
al  s*era  pcrs,  e  *1  s*é  cata. 


^.  N. 


DIALETTI    KMILIA.^I. 


^ÌH7i 


Dialetto  Bobbiese. 


11.  Un  òm  11  gh'aviva  dù  fio; 

12.  Al  \nì  giùvan  d^  lur  r  à  dit  a 
so  pàdar :  Papà,  dem  la  pari  di  ben 
rh'  IX  m' tocca;  e  lii  u  gh'  a  sparli  la 
sostanza. 

15.  Da  lì  a  pochi  di,  miss  tùtt  In- 
sani, al  fló  minìir  ii  s'  n*  è  andai  an 
t' un  paìs  lantàn ,  e  Tà  consuma  tutt 
al  fai  so  in  bagùrd. 

14.  E  cmà  rè  stai  neti  dal  tati,  n 
gh'  è  vnù  na  gran  caristìa  in  i'  quel 
pais,  e  a  lu  u  gVè  cmcnsà  a  manca 
al  nesessari. 

lii.  E  rè  andai»  e  u  s'è  miss  con 
un  paisàn  d'  quel  pais,  ch^  u  Tà  man- 
da a  la  so  campagna  apriss  ai  pursè. 

I  s.  E  a  dessiderava  d^  impiniss  la 
panza  die  glande  eh'  I  mangiàvan  I 
gugnén;  ma  nsQn  gh'  in  dava. 

17.  Intani  u  dslva  da  par  lù:  Quanti 
ser\'ilùr  in  cà  d' me  padir  1  gh'  àn  dal 
pan  in^abondania;  e  mi  ehi  a  mor 
d*  fam  ! 

18.  A  m'  alvro  sù^  e  andarS  da  me 
pàdar.  e  a  gh'  diro:  Papà ,  mi  o  pcè 
cooir'  al  ciéi  e  conira  d'  vù  ; 

1 0.  Mi  a  n'  son  pii  dagn  d' esse  cla- 
ma vòstir  fio;  traitèm  emè  un  di  vé- 
sta r  serviiùr. 

so.  E,  Iva  su ,  l'è  andai  da  so  pà- 
dar; e  quand  lu  l'era  ancùr.da  lon- 
tìksi,  so  pàdar  u  Tà  travisi,  u n' à senti 
pietà,  u  gh'è  cura  incontra,  u  gh'à 
campa  i  brass  al  col,  e  u  T  à  basa. 

SI.  E  al  fid  Q  gh'  à  dii:  Papà  ,  mi 
ò  pcà  contr'al  elèi  e  contra  d*  vù;  e 
a  n'  8on  tosi  pa  dàgn  d' esse  ciamà 
vestir  fio. 

.ss.  E  al  pàdar  V  à  dit  al  so  servi- 


tur:  Frisi,  tire  fora  la  vesta  pù  pre- 
ziusa,  e  mtìgla  adòss;  mtìgh  in  did 
r  anèi ,  e  i  stivalén  an  t' i  pè. 

ss.  E  mnc  al  videi  al  pù  grass  , 
masscl,  eh'  u  s'  mangia  e  eh' u  se  sta- 
ga  allegar. 

S4.  Parche  si'  me  fio  l'era  mori,  e 
l' è  risùssità;  u  s' era  perdù,  e  u  s'ì* 
trova.  E  i  àn  prinsipià  a  dagh  drenta 
allegraméni. 

S8.  Ma  al  prim  fio  l'era  in  campa- 
gna, e  tu  manda,  e  avsinàndas  a  eà, 
r  à  senti  i  concert  e  i  bai  ; 

so.  E  rà  ciamà  un  di  servitùr,  e 
u  rà  interugà  cossa  l' era. 

57.  E  cuMà  tt  gh'à  risposi:  L'è 
turnà  to  f radei,  e  to  par  l'à  amassi 
un  videi  grass,  parche  u  gh'  è  turnà 
san. 

58.  E  lù  r  è  andai  in  coirà ,  e  u 
n'  vuriva  gnanca  andà  drenta;  e  don- 
ca  al  pàdar  l' e  sortì  fora,  è  l'à  prin- 
sipià a  pregai. 

59.  Ma  cul-là  l'à  rispòsi  e  dita  so 
pàdar  :  I  son  già  tanti  an  che  mi  a  i' 
serv,  e  a  n'  0  mai  manca  a  iisùn  di 
io  cmand ,  e  a  n'  te  m' è  mai  dai  un 
cravati  da  gòdmal  con  i  me  amis  ; 

so.  Ma  dop  eh'  l' è  vnù  sto  io  fio, 
eh'  l' à  smangiazzà  tùli  al  so  con  don 
d'  mala  vita ,  i'  è  amassi  al  videi  al 
pù  grass. 

SI.  Ma  al  pàdar  u  gh'  à  dii:  0  fio, 
li  i'  e  sèmpar  con  mi,  e  tùli  quel  eh' è 
me  è  io; 

ss.  Ma  r  era  giùsi  d' fa  na  iavuiada 
e  d'  sia  alégar ,  parche  si'  to  fradèl 
r  era  mori ,  e  l' è  risùssità  ;  u  s' era 
perdù,  e  u  s'è  truvà. 

Canònico  Giai.ikto  Pezzi. 


24^ 


PABTR  SE<:0!\D\. 


Dialetto  Bronese. 


II.  Ud  òm  al  gh^aviva  dù  fio; 

is.  E  al  secónd  rà  dit  a  so  padr: 
0  pà^  dèm  la  pari  dia  roba  ch^a  m^  toc 
ca;  e  lu  al  gh^  k  sparti  intra  lor  la  so 
sostanza. 

is.  E  da  li  a  poc  di ,  avènd  miss 
tOtt  coss  assema,  al  flo  dardo  al  s^  n^  è 
andàt  in  paìs  lontàn^  e  là  Vk  consu- 
ma tutt  al  fatt  so  a  bagurdà. 

14.  E  quand  al  gh'à  avùpu  gnént, 
in  col  pais  a  gh^  è  stai  una  gran  ca- 
ristia,  era  oominsà  a  manca  d' luti 
al  necessari. 

IJI.  E  rè  andai,  e  'I  s'è  miss  gió 
aprcss  d'  vtln  di  abitànt  ad'  cui  paia, 
ch'ai  rè  manda  a  una  so  pussìón  a 
cura  i  gugno. 

16.  E  al  sarcava  de  cavàss  la  fam 
coi  giand  eh'  mangiàvan  i  gugno,  e 
nsun  a  gni  dava. 

1 7.  Ha  pò  pensènd  a  la  so  sitiiazión, 
al  s'è  miss  a  di:  Quanti  servitùr  in 
ca  d' me  padr  i  gh'àn  dal  pan  a  brass, 
e  mo  chi  crep  ad  la  fam  ! 

1 8.  Saltare  su ,  andare  a  cà  d'  me 
padr,  e  gh'diro:  0  pà,  ò  fat  di  pcà 
eontra  dal  Signor  e  incontra  d' vu  ; 

19.  Ahi  eh' a  son  pù  degn  ad  vèss 
ciamè  vos  fio  ;  trattém  tarequàl  vùn 
di  vos  servitùr. 

so.  E,  saltànd  su,  al  s'è  porte  da 
so  padr;  e  in  col  mentr  eh'  l'era  an- 
cor lontan,  so  padr  al  l'è  sgosi^al  s'è 
miss  a  compassión,  el  gh'è  andàt  In* 
centra,  e,  tràndagh  i  brass  al  coli,  al 
rà  basa. 

SI.  El  fio  al  gh'à  dit  :  0  pà,  gh'è 
fat  di  mancamént  centra  dal  Signor 
e  centra  ad  vu;son  più  degn  ad  vèss 
clama  vos  fin. 


82.  E  alora  sùbit  al  padr  Vk  co- 
manda ai  servitùr:  Prest,  tire  a  man 
al  pu  bel  vestid ,  e  raetigal  adòss^  e 
mattègh  in  did  l' anè  e  i  scarp  ai  pè. 

85.  Hnè  chi  al  videi  grass  e  mas- 
sèi,  e  eh'  a  s' mangia  e  eh'  s'a  staga 
in  gran  llgria; 

S4.  Parche  stu  me  fio  reramort,e 
adèss  rè  arsiissilà;  l'era  pers,  e  al 
s' è  trova.  E  i  àn  cominsà  a  mangia 
e  bev. 

Stt.  Inlànt  al  prim  fio  l'era  in  cam- 
pagna,  e,  tornandu  per  vnissn'  a  cà, 
r  à  senti  a  sona  e  balla. 

ss.  E  r  à  clama  a  viin  di  so  servi- 
tùr, csa  l'era  sto  bordèl. 

S7.  E  IQ  al  gh'  à  rispòst  :  È  arriva 
so  fradè,  e  so  pàdar  l'à  fai  massa  un 
videi  grass,  parche  a  '1  l'à  torna  a 
vèd  san  e  saiv. 

ss.  E  lù  sùbet  rè  andai  in  coldra, 
e  'I  voriva  pù  andà  in  cà  ;  el  pàdar 
rè  gnu  fora ,  e  Vk  cominsà  a  pregàU 

ss.  Ila  lù  r  à  rispòst,  e  l'à  dit  a 
so  pàdar  :  I  èn  giamo  tanti  àn  che  mi 
a  V  serv ,  e  n'ò  mal  manca  d'obdì  ai 
tè  comànd;  e  mai  una  \'oIta  a  t'm'c 
dat  un  craven  da  podi  god  col  me 
amis. 

* 

30.  Ma  dop  eh'  è  vnù  a  cà  sto  to 
fio  eh'  l'à  consuma  tùtt  al  fatt  so  con 
di  vaccàss  ad  donn  d' mala  vita,  t'è 
amasse  al  videi  grass. 

SI.  Ma  al  pàdar  al  gh'à  dit:  O  al 
me  fio,  ti  t'è  sèmpar  con  mi,  e  tùtt 
quel  adi'  gh'ò  1'  è  tò. 

ss.  Ma  l'era  giùst  da  sta  allégr  e 
fa  festa,  parche  sto  tò  fradè  l'era  mort, 
e  r  è  arvislà  ;  l' ora  pers,  e  al  s'è  trova. 

ti,  N. 


1)1  A  Limi   KUII.IAM. 


'ìhò 


Dialetto  Vale>/.\?io. 


1 1.  In  òm  a  Pava  dól  flól  ; 

it.  E  M  pù  giovo  d^  l6r  a  l'à  die 
Til  pari  :  0  papà ,  dèmi  la  part  dia  rò- 
ba eh' a  ih"'  parlocca;  e  lù  a  yh  sparti. 

1 3.  E  dopo  pochi  di  al  fló  pu  giovo, 
cala  su  tùt-còss,  a  rè  andàò  àn  fin 
paìs  lonfàn^  e  Tà  tra  via  aKfat  so, 
vivènda  dia  pa  bela. 

14.  E  dopo  che  lù  a  l'avlva  daH 
fónd  a  tutt,  a  j'è  vnQ  inna  gran  ca- 
ristia  an  t'  cui  pais ,  e  lu  Tà  cminzl- 
pia  a  stantà. 

18.  E  a  rè  andai  da  jGn  d^cul  log, 
ch'n  r  à  miss  a  fora  a  mn&  àn  pastu- 
ra f  porse. 

1 0.  E  Ili  a  r  avrèissa  vulù  podéls 
àmpi  la  pansa  con  al  gianduii  cVa  i 
mangiava  i  pursè;  ma'nsun  gh^nMn 
dava. 

1 7.  Pensanda  pò  ben  a  lii ,  a  l' à 
di£:  Qnanti  servitùr  a  cà  d^  me  pari 
a  J  àn  del  pan  a  saulàsi,  e  mi  csi-cbì 
a  mor  dia  fam! 

fa.  Su  :  andrò  da  me  pari,  e  a  J  di- 
rò :  Papà,  a  J  ò  manca  contr^al  Signor 
e  contr^  a  voi  ; 

10.  Za  n'  mèrit  pu  eh'  a  m^  digghi 
vòsier  fio;  plèm  cmè  s^a  fuissa  Jun 
di  vostr'  òm. 

so.  E  drli  a  l'è  andàt  da  so  pàder. 
L' era  ancora  lontàn  che  so  pari  a  Tà 
vust,  e  i  n'à  avu  compassiòn,  e  cu- 
rìndii  a  neon  tra,  a  T  &  brassà  su,  e  a 

là  basa. 

SI.  E  1  fio  a  i  à  di£  :  Papà ,  a  ]  ò 
mandi  contr"*  al  Signor  e  contr'a  voj; 
za  n'  mèrit  piì  eh'  a  m'  dlgghl  vò- 
s(er  fio. 

9<.  Aniora  ài  pari  a  Vh  dìo  ai  ser- 


vitùr :  D'  lóng,portèi  chi  al  pu  bel  vi- 
sti ,  e  buttèiii  adòss  ;  dèi  I  P  anèl  àn 
rà!  so  man,  e  biitlèi  1  ài  scarpi  àn 
r  I  so  pè. 

93.  E  mnè  chi  In  boccìn  bel  grass, 
e  massèli ,  eh'  a  man(^rumma,  e  s"*  la 
gudrumma. 

24.  Parche  Ist  me  fló  Pera  mort,  e  a 
l'è  resussità;  a  l'era  pers,  e  a  P  è  stat 
truvà.  E  a  j  àn  cmensà  a  sta  alégher. 

88.  Antànt  al  prim  fio  a  Pera  a  Torà, 
e  rnlnda,  arriva  vsin  a  cà,  a  Pà  santi 
'I  son  e  M  bai  ; 

se.  E  Pà  sercà  in  di  scrvitiìr,  e  a 
]  k  damò,  csa  j  ero  sii  robi. 

27.  Est  a  ]  à  die:  So  fradè  a  P  è 
turnà  a  cà ,  e  ài  so  papà  a  P  à  massa 
al  boccin  grass,  parche  al  Pà  vdu 
san  e  salv. 

28.  A  i  n'  a  avu  dlsgùst ,  e  ài  vo- 
tiva gnanca  antrà  ;  ma  ài  so  papà , 
sortinda  fora,  Pà  cminzlpià  a  pregali. 

89.  E  lù,  rispondinda,  a  P  à  dl£  a 
so  pari:  A  P  è  zamò  tanè  ani  che  mi 
a  v'  serv ,  eh'  n*  à  j  ò  mai  manca  al 
vostr'  ordu  ,  e  voi  n'  mi  éi  mal  dai 
gnanca  in  bòi  da  gudèimli  col  me 
amis. 

so.  Ma  dopo  eh'  vòster  fio  Ist^  ch'Pà 
mangia  tùt-coss  con  del  scarusi,  a  Pè 
turnà,  voi  a  Pél  tratta  col  pu  bel 
lH)CCÌn. 

31.  Bla  lù  a  j  à  dii  :  0 1  me  fio,  ti 
afe  sèmper  con  mi,  e  tùt  cui  ch'a 
Pè  me  a  rè  tò. 

88.  Ma  bsognava  gudèisla  e  sta  alé- 
gher adèss,  parche  ist  lo  fradc  eh' Pera 
mori,  a  l'è  resùssItà;  e  eh' s'era perdù, 
a  l'è  slat  truvà. 

Conte  LoRF.?(7^  ])£  CAnnK>\<. 


na 


PARTE  SECONDA. 


Dialetto  Pavese. 


11.  Ch'era  ona  volta  on  òn,  ch'ai 
gh'iva  du  flo; 

la.  EU  minor  Vk  dit  a  so  pàdar: 
Papà,  ch'ai  ma  daga  quàlch'àm  loca 
d' me  pàrt;  e  lu  rà  sparti  la  sostanza 
intra  i  du  fio. 

is.  E  dà  li  a  poch  di,  dopo  ave  fat 
sùfagòt,  ài  minor  rè  'ndàt  pr  ài  mond 
in  fon  pais  lontàn,  e  là  rà  trai  via 
tùlcòss  in  ri  vizj. 

14.  E  dop  che  rà  'vù  trasà  'I  fat  sò> 
In  quàl  pais-là  gh'è  gnu  la  calestria, 
e  lù  rà  cminsià  a  've  da  bsogn. 

itf.  E  rè  'ndàt  a  sta  con  voi  da 
quàl  sit-là,  ch'ai  rà  manda  afòra  a 
pascola  i  porzè; 

le.  E  l'avaràv  mangia  i  luèi  che 
mangiava  1  porzè;  ma  gh'cra'nsol 
ch'àgh'nin  dass. 

17.  Alora  rà  vèrt  i  oÒ,  e  Vk  dit: 
Quanti  salaria  in  cà  d'mè  pàdar  g'àn 
dal  pan  da  tra  via  e  mèi  eh'  insichi 
mòri  dia  fam! 

18.  Piarò  sii,  e'ndarò  da  me  pà- 
dar, e  gh'  dirò:  Papà,  ò  pecà  vers  el 
siél  e  vers  lù; 

19.  Adèss  son  nànca  pù  degn  dà 
vèss  clama  so  fio;  ch'ai  ma  irata  come 
voi  di  so  salaria. 

to.  E  rà  pia  sii,  e  rè  'ndàt  da  so 
pàdàr;  e  so  pàdàr  al  l'à  visi  da  lontàn 
via  ',  al  g'à  vii  compassioni ,  e  gnàu- 
dàgh'  incontra  ài  g'à  trai  I  braz  al  còl 
e'I  l'à  basa  su. 

«1.  E'I  flo'l  g'à  dit:  Papà,  ò  pecà 
vers  el  siél,  e  vers  ICì;  adèss  son  nànca 
pu  degn  da  vèss  clama  so  fio; 


22.  Afa  '1  pàdàr  l'à  dit  ai  so  sàrvi- 
tór:  Porte  chi  siibit  al  vlstidàd  gran 
gala,  e  màtìghel  su,  e màtighe  Tanòl 
in  dit,  ecalzèmàl  su  bèi; 

fis.  E  mnè  sii  an  videi  ingrassa,  e 
mazzèl  e  màngióma,  e  fóm  baldòria; 

84.  Parche  sto  me  fio  chi  r  era 
mori  e  l'è  risiissità,  l'era  pèrs  e  rè 
stai  trovn;  e  i  s'èn  miss  a  far  baldòria. 

25.  Al  fio  maglór  intani  i'  era  in 
campagna,  e  tornànd  indrè,  quand 
rè  vii  slat  arèint  a  cà ,  rà  sinii  a  sona 
e  canta. 

98.  E  rà  clama  voi  di  servitóre  e'I 
g'  à  domanda  ,  cs'  al  voréss  di  quàl 
bacàn. 

27.  E  lu  rà  dit:  É  torna  so  fradèl, 
e  'I  so  papà  l'à  fat  mazza  on  videi  In* 
grassa  pr'avèl  ricupera  san  e  sàlàv. 

28.  E  Ili  gh'è  salta  la  mosca  al  nas, 
e  'I  voriva  nò  'ndà  'n  cà;  donca  so  pà* 
dar  rè  gnii  fora,  e  '1  s'è  miss  a  clamai. 

29.  Ma  Ili  rà  rispósi  à  so  pàdàr: 
Ecco,  rè  chi  tanti  an  ch'ai  servi  e 
ò  mai  trasgredì  on  so  comànd,  e  'I 
m'à  nànca  mai  dal  on  cravéi  da  god 
coi  me  amis; 

so.  Ma  apena  eh'  è  toma  sto  so  fio 
chi ,  e'  rà  consuma  tiitcòss  adrè  al  la- 
rabàcol,  l'à  fat  mazza  on  videi  In- 
grassa. 

SI.  Ma  lù'l  gh'à  dit:  o  'I  me  fio,  bèi 
par  ti  t'sè  sèmpàr  con  mèi,  e  quàl 
ch'è  me  è  tò  ; 

S9.  Ma  bsognava  sbauciàJa  e  sta  alé- 
gàr,  parche  tò  fradèl  l'era  mort,  e  l'è 
risiissità,  l'era  pèrs,  e  l'è  stat  trova. 


Prof.  Silo  Cahatti. 


CAPO  HI 


SAGGIO  DI  VOCABOLARIO  EMILIANO. 


SMKuiomi 
Delle  abbreviature  impiegate  nel  seffumte  f^oeabolario. 


A.  S. — Anglo-Sàssone. 
Berg. — Bergamaseo. 
Boi. — Bolognese. 
Bre. — Bresciano. 
Bret. — Bretone. 
Corn. — Comovàlllco. 
Crem.* — Cremonese. 
EmH. — Emiliano. 
Fer.— Ferrarese. 
Fig. — Figurato. 
Fr. — Francese. 
Gael.  —Gaèlico. 
Gen.  —  Generale, 
f^t.— Gòtico. 


Ingl.  —  Inglese. 
Isl.  •—  Islandese. 
It. — Italiano. 
L.  —  Latino. 
Lod. — Lodiglano. 
Lomb.  —  Lombardo. 
Mant. — Mantovano. 
Mil.  —  Milanese. 
Mod. — Modenese. 
Parm.  — Parmigiano. 
Pav.  — Pavese. 
Plac. — Piacentino. 
Piem. — Piemontese. 
Reg.  —  Reggiano. 


Rom.  -^Romagnolo. 

Sien. — Sienese. 

Sv. — Svezzese. 

Tras.— Traslalo. 

Ted.  —  Tedesco. 

V.— Vedi. 

V.  Cont.— Voce  Gont»- 
dinesca. 

V.  Fanc.  — Voce  Fanciul- 
lesca. 

Ven.— Veneto. 

Ver.  —  Veronese. 


ba  I  u  sa.  Rom,  Cottiociare,  rosolare, 
bbaguri.   Boi.  Ombreggiato,  f^. 
Bagùr. 

bii  b  a  n  a.  Boi,  Acciaccato, 
bgajar.   BiU.  Mescolare,  confón- 
dere. 
Vbrasèr.  Jìeg.  Raschiare.  -  L  Abra- 

dere,  abrasum? 
>^brigbèrg.   Beg,   Tardare  >  indu- 
giare. 
Accuccirs.  fìeg.  Arq uat t n rsi ,  acco- 
sciarsi. 


Adarcàr.  i?o/.  -  Adarcà.  7?om.  Va- 
gliare. 

A  derni.  Beg,  Intorpidito. 

Adrachèrs.  Beg.  Indeliolirsi.  -  A  - 
dracàrs.  Boi,  Appoggiarsi  di  pe- 
so. -  yen.  8 1  r  a  V  a  e  a  rse.  Sdraiarsi. 

A  d  u  n  g  ià  r  s.  Boi.  Sforzarsi ,  sbrac- 
ciarsi. 

A  d  u  p  à  r  s.  Boi.  Mettersi  dietro.  •  For- 
te da  dopo? 

Afina.  Bom.  Puzzare. 

Agapunà.  Bom.  Incarcerare. -Iom6. 
Mètt  in  caponcra. 

Agherlìr.  Beg.  Intirizzire. 


2(^H 


PAUTE    SFX(»M»A. 


Aghi  è.  ficg.  Pùngolo.,  Mimolo.  /. 
Ghia  e  Gojadòl. 

Ag  6  r  (1.  Piac,  Pav.  e  Mil.  Abondantc. 

Agrundàrs.  Boi.  Conlristarsi. 

A  gu  e  ci  à  r.  Boi.  Palificare,  palafittare. 

Aguflàrs.  ^o/.-CufoIàrse.  Ter. 
Accoccolarsi ,  accosciarsi. 

Aib.  Boi.  e  Fer.'Wbi.  Mod.  Truo- 
golo. K.  Arbi,  Ibiòl. 

Al  a  pò.  Beg.  Assetato. 

Atbascn  (all'),  fieg.  A  bacio. 

Alguor,  àlgur.  Fer.  Ramarro,  y. 
Ligór  e  Lùgar. 

Alma.  Piac.  -Ma,  doma.  Lomb.  So- 
lamenta.  £  da  notarsi,  come  questo 
ma  lomb.  corrisponda  esattamente 
al  but  degli  inglesi^  equivalente 
al  ina  italiano. 

Al  va.  Boi,  Filare  di  viti,  anguillare. 

Amanà.  Forlivese.  Vestire. 

Ammagulàrs.  Boi.  Rappigliarsi, 
coagularsi. 

Aramarazzèrs.  fìeg.  Ammontic- 
chiarsi. -  Cam.  Mar.  Molto. 

Ampi.  Piac.  Smania. 

Ancona.  Gen,  Nicchia. 

Ancroja.  Boi.  Tristanzuolo,  mala- 
ticcio. 

Anghirola.  Fer.  Truogolo. -Goc^ 
Angar.  Orcio,  botte. 

Angia,  Anza.  Mani.  Serpe.- ^.An- 
guis. 

Anguanìn.  Beg.  Giovenco,  vitello 
da  uno  a  due  anni. 

A  n isso.  PatTn,  Amo  da  prender  pe- 
sce. -  A  n  1 8  s  5 1  a.  Lungo  Alo  armato 
di  molti  ami. 

Anqnana.  Boi.  e  Beg.  Pigro,  tenten- 
none. 

I 

Anscr.  Boi.  Castagne  secche. 

Antàg.  Pi€u:.  Androne. 

Antan  a.  Gen,  Vedetta;  la  parte  su- 
periore di  alcuni  edificj. 

Anvèln.  Parm,  Lupino. 

A n zana.  Gen.  Alzaja, grossa  funcchc 
serve  a  tirare  le  barche. 


Apaluges.  /?<im.  Dormiglia re. 

Apislèrs.  Beg.  Sonnecchiare,  a<liJor- 
mentarsi.  r.  Pi  sol. 

A  pi  ine.  Beg.  Malaliccio. 

A p pa n  i  r à  r s.  Boi.  Adagiarsi,  ozian- 
do. 

Appiét.  Beg.  Affatto. 

A  p  pò  n t è.  Beg.  Appresso ,  vicino. 

Aprov.  Piac.  Rasente,  vicino. -L.  Ad 
p  rope? 

Arabura.  Bom.  Rabbujare. 

Aragaja.  Boi.  Fioco,  ràuco.-  /foni. 
affiocare.  A^.  Argair. 

.4ravacè.  Bom.  Infangare. 

Aramfir.  Boi.  Raccògliere,  raggra- 
nellare. 

Arànd.  Piac.  Vicino,  rasenlc,  a  ran- 
da, y.  Arèint. 

Arbèr.    Bom.   Canapiglia.  -    Anas 
streperà. 

Arbèga.  Bom.  Piètica;  strumento  da 
falegname. 

Arbi.  Piac.'Mh.  Boi  Truogolo. 

Arbinàr.  Mani,  t  yer.  Adunare, 
mettere  insieme. -L.  Binare? 

Arblàr. Bo/.  e  Fer»-  Arblèr.  Beg, 
Ribàttere,  ricoltare. 

Arburdirs.  Boi.  e  Fer. Riaversi, ri- 
farsi. 

Arcar  ve.  Hom.  Rifare. 

Arcatón.  Top.  Rivendùgliolo  di  frut- 
ta, erbaggi. 

A  r  e  h  è  s  t.  Fer,  Scegliticcio,  marame. 

Arcòst.  Beg,  e  Piac.  Solìo,  solatìo. 

Ardinsàr.  Parm.- Ardi nzèr.  Beg. 
-Resentà.  MiU  Risctaquare.  /^. 
Arsinta. 

Ardinzadura.  Beg.  Sloppa. 

Ardònd.  Piae.  Cruschello. 

Arcint.  Gen,  Vicino,  accanto. 

Arella.  Gffi.  Canniccio. 

Argaìr.  Boi,  Divenir  fioco,  ràuco. 

Arggnàr.  Boi.  Raggrinzare.  -  Ar- 
guì. Bom.  Ringhiare. 

Arghèib.  Boi.  Rigògolo.-/..  Orio- 
I     I  u  s  G  a  1  b  u  1  a. 


DIAUm  EMILIA?». 


^«D 


Argiolèr.  Parm.  Rabbellire.  Foràe 
ftatla  radice  comune  francete  ioli , 

i'CZZOiO? 

Argoz.  Piae,  Mondiglie,  vagliatura. 

Arguajumàr.  Form,  Cestire. 

A  r  g  u  m  b  I  a.  Bom.  Rovesciare  la  liocca 

d^un  sacco,  o  simile. 
Argute.  Boi.  Rannicchiato. 


Arrengàr.  Boi.  RivoKareirovcsciart* 
(dicesi  degli  àbiti). 

A  r  s  è  i  g  a.  Boi,  Membro  sporgente  ne«- 
gli  ediflzj. 

Arsinta.  /t'ac. -Arsi ntàr.  Parm.- 
A  rz  e  ntà.  Pop. -Aria  nzàr.Afofil. 
e  Fer.  -  Resentàr.  Ter.  Riscia- 
cquare, -^rm.  Rinsa,  rinsadur. 


Ariana.  Pann. -Rigàgnolo.  FCac.  A  r  sin  te  Ila.  Airm.  e /?«0.  Lucèrtola. 


Fogna ,  cesso  e  sterco  umano. 

Ariete  in.  Parm,  e  Boi,  -  Reatin. 
Lomb.  Scrìcciolo.  -  il.  Sylvia  tro- 
glodytes. 

A  r  i  ù  t.  Bom.  Rinfrescamento,  nuova 
provvisione  di  vìveri. 

Arie,  arlòn.  Bom,  Incannucciare, 
canniccio.  #^.  Are 1 1  a. 

Arti  a.  Parm.^  Piae,  e  Afoni. -Ar  li. 
Boi,  Ubbia  9  superstizione.  -  Af od. 
Mal-umore. 

A  r  I  ò  t.  Boi,  Cibo  e  sostanza  schifosa. - 
Bom.  Arlòt,  arlutà.  Rutto,  rut- 
tare. 

Armàteg.  Parm,  Sito,  fetore. 

A  r  m  e  l  a.  Piae.  e  Mani,  Nòcciolo,  gra- 
nello, àcino.  -  A  rm  ci.  Pop.  Semi  di 
popone  e  simili. 

Armila.  Afanf.- Armi I.  Ter.  Albi- 
cocca. 

Armnàr.  Parm,  Boi,  r  Fer.  Contare, 
numerare,  f^,  Romnà. 

Armoccia  (all').  Fer,  Di  nascosto, 
di  soppiatto.- Fer. Muc ci!  Zitto, 
zitto! 

Armuscja.  Bom.  Rosume,  tuorlo. 

A  rm  u  ssi.  Bum,  Spurgarsi  il  catarro. 

Arnghè.  /fom.-Tarnegàr.  P(Irm.- 
T  a  r  n  e  g  à.  Mil,  Ammorbare.  -  F. 
Tarnegàr. 

Ara  oc.  Parm,  Sciocco,  scimunito. 

Arparella.  /W*.  Molla-Vite. 

Arquesta.  Mani.' Arche  si.  Boi.- 
Requesta.  Fer.  Cassero  de!  polli; 
stia. -I.  Està. 

Arranzinàrs.^o/.-Ranzignarse. 
Fer,  Arroneiglfarsi,  raggrinzarsi. 


Arsùi.  Boi.  e  Fer,  Avanzaticelo. 

Arsuràr.  Boi,  e  Fer,  -  Arso r dar. 
/Virm. -Arsorèr.  i?0gr.  •  Assura. 
Bom,  Svaporare,  sfiatare ,  intiepi- 
dire.-Fcn.  Soràr. 

Arnghè.  Bota,  Ammorbare. 

A  r  V  è  j  a.  Boi.  Piselli.  -  A  r  v  i  a.  Parm, 
e  Beg.  tiuhìg\\9i.  '  Lai,  Ervllia.- 
A  r  vèj  a.  Boni,  tign.  Pisello  di  pra- 
to.-t.  Lathyrus  pratensis. 

Arviòtt.  Beg,  Piselli. 

A  r  V  s  à  r  i  a.  Beg,  Versièra.  Ente  Infer- 
nale, riguardato  dal  volgo  come  la 
moglie  del  diàvolo.  In  dialetto  Ve- 
ronese chiamasi  Rosaria  qualun- 
que leggenda  favolosa  che  le  don- 
nicciuolc  raccontano  ai  fanciulli,  in 
cui  l'orco,  la  strega  o  la  moglie  del 
diàvolo  hanno  sempre  la  prima 
parte.-  F.  Ròdsa. 

A  r  z  e  1 1  a.  Bom,  Terra  da  pignatte,  ar- 
.  gilla. 

A  r  z  d  ò  r  a.  Beg  e  Fer  Padrona,  mas- 
saia di  casa;  rcggitora?-MJ/.  Re- 
iora. 

Arzil.  Boi.  Cassa,  armadio.  -  Luf. 
Arca,  arcella. 

Arzo  lin.  Mani,  Vicolo. 

Asa,  àsola, asetia.Gcfn.  Occhiello, 
fermaglio,  femminella. 

Asaquàrs.  Parm.  Atterrarsi,  cur- 
varsi al  suolo.  Diceti  delle  biade  « 
dell'erba  e  simili,  atletTale  dalvento. 

Ascher.  ^o/. -Asera.  Beg.  Rincre- 
scimento, rammàrico. 

Asiàr.  Boi,  Girare,  andar  su  cgiiì.- 
Asia.  Bom.  de"  Contad.  Andare. 


950 


PARTE  SECODA. 


A  si  61.  Mant.  Vespa. -A  s  loia  r.  Ve- 
spajo  e  ronzare.- Asiól.  Heq.  e  Fer. 
Assillo,  tafano. 

Asnèr.  Req.  Asinelio,  trave  princi- 
pale dei  tetti  a  un'aqua  sola. 

Assaina.  Boi  Bilenco,  bistorto. 

Asteria.  Boi.  Allibito,  appassito. 

Astia.  Boi,  Stimolo,  pùngolo. -r^ 
Stómbol. 

A 1 1  è  1  s.  Boi,  e  Fer,  Accanto,  appresso. 

Attiimbàrs.  Boi.  Abbujarsl,  oscu- 
rarsi. 

Aventadura.  Rea.  Ernia. 

Avincàr.  /?o/.- Avincè.  Rom.  Pie- 
gare, incurvare,  torcere.  -  iL.  Vin- 
ci re. 

Avintirs.  Boi.  e  Fer.  Allentarsi,  di- 
venir ernioso. 

Avulandra.  Imolese,  Stella. 

Azaccars.  ^o^- Azaquèrs.  Reg, 
Sdraiarsi.  •  K  Zaquir. 


B 


Babaràr.  Fer,  Ciaramellare,  chiac- 
chierare. 

B  a  b  i.  /Vcu\  Bravo ,  buono.  -  Man  f. , 
Fer,  e  Boi.  Muso.  -  Parm.  e.  Reg, 
Faccia.  -  Piem.  Rospo. 

Babilàn.  Rom.  Anafrodisiaco. 

Babilia.  Pìac.  Baldanza. 

Bablada.  Piac.  Scempiàgine. 

Bac.  Reg,  Passo. -fcr.  Bastone  (in 
questo  senso  //.  Bacchio.-  L.  Bacu- 
lus).-Bacchèr.  Por  piede,  far 
passi. 

Baé.  BorGuaziabùglio,  confusione. - 
Fer.  Agnello,  -Baèlòc.  Acciarpa- 
tore. 

Baca] a r.  Parm,,  Piac,  e  Fer.  Cin- 
guettare, ciarlare.-B  a  caj  k  r.  Mant. 
e  ^o/.-Bacajèr.  Beg.  Strepitare. 

Bacca  là r.  Gen.  Lucerniere,  porta- 
lucerna. 

B  a  e  e  e  r  1  a.  Piac,  Scempia,  scimunita 
(dicesi  di  donna). 


Buccia  r.  Boi.  Bastonare,  ba('rhi»n*.- 
K.  Bac. 

Baci  oc.  Gvn.  Balordo. 

Bada.  Piac.  Socchiùdere  e  socchiu- 
so.-/^ap*  Bagà.  -  y,  Sbadàd. 

Bada  lue.  Reg.  e  Fer.  Chiasso,  bac- 
cano. -  /frm.  Bad.  Stordimento. 

B ad  a  n  à i.  Boi.  Ciarpe,  Ìntrigbi.-/?otii. 
Parapiglia. 

Bad  ci  n.  Piac.  Bracciante,  giorna- 
liero. 

Badia I.  Reg,  Squisito,  perfetto. 

Badinèr.  Reg,  Scherzare.  - /*>.  Ra- 
diner. 

Baga.  Gen.  Otre. 

Bagài.  Gen.  Ragazzo. 

Bagajà  r.  ^o/.Lavorare,  maneggiare. 

Baga  rè n.  Rom.  Fantino. 

Bagarón.  Rom.  Piàttola. -f.  Bur- 
digón,  fuzlón. 

fiagarunàr.  Boi,  Balbettare.  -  r. 
Tartajàr. 

Baghin.  Rom.  Migale. 

Bagiàn.  Geli.  Balordo. 

Bagola.  Piac,  Cacherello,  sterco  di 
lepre  e  simili.  -  Mant.  e  Feì\  Zàc- 
chera. 

B a g u  1  è  n.  Rom,  Schiribilla,  gallinella 
palustre  piccola. -Z.  Rallus  pu- 
s  i  1 1  u  s. 

Bagùr,  bagura.  iSo^Ombra.-Aba- 
gurà.  Ombreggiato. -Aft7.  Paura, 
pagura,  $ign.  pure  Biliorsa,  be- 
fana, ombra. 

Bais.  Mant.,  Fer.  e  Boi.  Lisca,  ca. 
pecchie  ;  branchie  dei  pesci. 

Balandràn.  Gen.  Scemplooe. 

B  a  1  a  t  r  ò  n.  Rom,  Scioperatone.  -  L . 
Balatro. 

B  a  1  e  a.  Piac.  e  MiL  Cessare,  scemare. 

Balcàr.  Fer.  Guardare,  osservare. 

B  a  1  é  i  n  g.  Piae.  Bieeo,  '  stravolto.  - 
Parm,  Scemo.  -  B al é n g.  Mant.  - 
Balengo.  Fer.  significano  Bande- 
ruola, sciocco. 

Baligàr.  Fer.  Uuòversi;  dimenarsi. 


DIAUCrO  EMILI.4.M. 


281 


R  a  1 U  r  è  r.  />(^0.  Succiolajo ,  veadlttr 


Bare 9.  Heg,  Agghiiiccio; prulo ocani' 


di  sùcciole. 
Ballétt.  /7e(jf.  Vaglio,  crivello. -Bai- 
ter.  Vagliare. 
Ballètt.    Piac.  '  Bkììer,  Farm,  e 
/?£9. -Balctta.*Pap.  Balds.-Ba* 
lùss.  Z^ui.  e  Afod.- Bai  osa.  Af ani. 
e  Fer.  Sùcciola. 
Baiò  e.  Gen,  Grumo. 
Balòss.  Pann.  Tristo,  catti vaoclo. 

Ballar.  Parm.  Vagliare.  In  qualche 
diaUliopiemonteie  chiamasi  B  à  1  ti  a 
V  alfa-lena. 

Balucchèr.  jfieg.  Calpestare. 

B  a  I  z.  Fer,  La  treccia  di  paglia  colla 
quale  1  niietitorl  legano  i  covoni.  - 
Parm.  Lembo,  falda.  -  Gad.  Balt. 
Lembo,  cìngolo. 

Bara  ben.  Bom,  Pupilla. 

B a  nastra.  Piac,  Gesta. 

Banda.  Parm.  Làmina  di  ferro  sta- 
gnaio. Latta.  Queita  voce  è  anciiJe 
pn>pria  dei  diaietU  vèneti, 

B  a  n  d  è  g  a.  Barn,  Regalia,  dono. 

Band  or  la.  Mod,  Allegreiza,  festino. 

Banzól.  Bom.  Sgabello. -Banzo la. 
Boi.  Panca,  panchetta. 

Bar.  Boi.  Cioccti  (DiceMi  dei  capelli ).- 
V,  Ber,  Bral  e  Barnèl. 

Baracca.  Gen.  Gozzovigliare. 

Bar  acuì  a.  Bom.  Piccola  specie  di 
raja.-l..  Raja  asperrima. 

Barba.  Gen.  Zìo. 

Barbo] a.  Piac.  Borbottare. 

Barbonàdag.  /Vac.  Anònide. - L, Kr 
nonis  arvensis. 

Barcàr.  Per,  Piegare,  stòrcere. 

Barcbessa.  Parm,,  Bol.eFer.  Tet- 
toia. 

B  ar  e  1  a  e  I  a.  Pine,  aanclare,  cinguet- 
tare. 

Bardassa.  Gen,  Ragazzaccio,  giovi- 
nastro. 

Bardavella.  Aom.  Falda,  sostegno 
del  baaMni. 

Barduf  à.  Piac.  Formicolare. 


pò  io  cui  viene  rinchiuso  il  greg- 
ge. Da  qui  forse  deriva  il  nome  di 
Bargamèin  0  Bergamin,  dato 
0/  pastori  ì  Questa  è  forse  ancora 
la  radice  primitiva  detta  voce  par- 
co, di  quel  recinto  cioè  destinato  ad 
imprigionare  ta  selvaggina  per  la 
caccia. 

Bargamèin.  Gen.  Mandriano. 

Bàrghem  (Dar  el).  Parm.  Imbec- 
care, dar  rimbeccata. 

Bargnìf,  bargnìc.  Piac.  Diàvolo. 

Bargòs,  brigòs.  Piac,  Neghittoso, 
pigro,  impacciato. 

Baricocla.  Bom.  Galla,  gallozza. 

Bar  lèi  ne.  Piac.  Chiàvica,  cateratta. 

Barliròn.  Piac.  Guercio. 

Bario  e  a.   Bom.  Gran   fame.  -  Fedi' 
Sghessa. 

Bàrniis.  Pav,  Paletta  da  fuoco.  Que- 
sta  voce  è  lomt>arda. 

Barnèl  d'cavi.  Fer,  Ciocca  di  ca- 
pelli. DiminuUvo  di  Bar.  F. 

Barni.  Piac,  Assiderare,   agghiac- 
ciare. 

Bar  ni  sa.  Aiv. -Burnìs.  Boi,  Cini- 
gia, cénere  calda. 

B  a  ronda.  Gen,  Confusione,  intrigo. 

Barsàn.  Piac.  Trifoglio.-/..  Trifo- 
lium  incarnatum. 

Bar  tavoli.  Gen.  Bertovello,  sorta  di 
rete. 

Bartavlar.  i*arm,  e  Piac,  Ciarlare, 
cinguettare. 

Bartinén.  Bom.  Clnerògnolo. 

Bartinòn.  i?om.  Bigione. -I.  Syl- 
via hortensis. 

Baruffa.  Gen,  Contesa,  rissa. 

Bar  uva.  Bom,  Drizzatojo.  Foc,  de* 
cappellai. 

Bascavozz.  Pioc. -Cavèzz.  lom. 
Scampolo.  •  K.  Scavèzz. 

Basia.  Boi.  -  Basiètt.  Beg.  -  Ba- 
sista. A»?.  -  Tafferia. 
B àsola.   Parm.  e  Piac.  -  Baslòtt. 


2»2 


PARTE  SECONDA. 


licg,  e  Mod.  Catino,  vaso  di  terra. 

Ita  sta.  Gen»  Sessitura,  piega  fatta 
nelle  vesti  lunghe,  per  accorciarle. 

Basto  ri  ir.  l'ami.  Abbronzare. 

Batana.  Bom,  Schifetto,  piccolo 
schifo. 

Batibòi.  Rom.  Zafferoglio. 

Ba tizia.  Piac.  Molestia. 

Batlà.  Rom.  Cicalare.  Forse  dal  L, 
Blatero? 

B  a  1 0 1  a.  ManL  e  f^er.  Cicalone.  -  B  a- 
tolà.  Cicalare. 

Battei.  Boi.  Serbatojo  d'acqua. 

Bàura.  Beg,  Giogaja,  soggólo. -K 
Bronza. 

Ba  vaja.  Bom-  Pioggerella,  nevischio. 

Barlcln.  Parm,  Cenciajuolo. 

Baza.  Gcn,  Buona  ventura.,  buon 
prezzo. 

B a z  u  r  1  ò  n.  Bom,  Baderlo. 

Bacz.  Partii,  e  Piac.  Vizzo,  appassito. 

Bàzol.  Mani,  e  /^*ac. -Bàzel.  Beg. 
Bilico,  legno  alle  cui  estremità  ap- 
pèndonsi  due  pesi  e  si  soprapone 
alle  spalle.-  Bàzel.  BoL  eBàsul. 
Per,  significano  Randello.-  £.  Ba  j  u- 
lum(?)  (Bajulus  facchino,  por- 
tatore). 

Bazòtt.  Gen.  Di  mezza  cottura. 

Bazurlòn.  Bom,  Baderlo. 

B dò  Ila.  i^om.  Pioppo. - 1.  Populus 
nigra. 

B  d  ò  s  t.  Boi.  Slaggesc,  maggiàtico.  Ter- 
reno lasciato  sodo,  nel  quale  Panno 
precedente  fu  segato  il  grano. 

B  d  ù  I  é  n.  Bom.  Alberini  ;  funghi  na- 
scenti presso  i  pioppi  detti  B  d  è  1 1  a. 

Becca.  Piac,  Malescia, cattiva {IHcai 
di  noce  ). 

Beg.  Airm.,  Mani,  e  Piac.  Lombrico 
terrestre.-B  è  i  g  a.  Beg,-  B  è  i  g.  ilfod. 
Nome  genèrico  dei  bruchi  e  delle 
larve  di  molU  insetti.  -  B  èi  g.  Baco 
in  generale. -r.  Big. 

Bega.  Boni,  Briga,  intrigo. 

Bcgra.  Beg.  Lòja,  melma. 


Beina.  Piac,  Mena  intrigo. 

Belsa.  ^o/. -Bèls.  Fer,  Bazzècola, 
bagatella. 

Bellurde.  Bom.  Torta,  sorta  di  vi- 
vanda. 

Bèi  za.  Beg,  Pastoja. 

Bomba.  Bom.  Epa,  pancia. 

Bendla.  Beg,  '  Reniti.  Parm.  Dòn- 
nola.-Z.  Bcllula. -K  Boria. 

Ber.  I*arm.  e  Fer.  Ramo, ciocca.  Nelle 
fraii:  Un  ber  d'mattèria,  un 
ber  d' cavi.-  Un  ramo  di  pazzìa, 
una  ciocca  di  capelli. 

Bergagna.  Beg.  Cestone. 

Beriaschèin.  Boi,  Bravaccio,  mil- 
lantatore. 

Ber  le  Ida.  BoL  e  Beg,  Greto  del  fiu- 
mi ;  la  parte  del  letto  che  vieii  ba- 
gnato nelle  grandi  escrescenze. 

Berlìckr.  Boi,  Civettare. 

Berr.  Bom.  Montone. 

Bersò  I.  Reg.  Tubercolino. 

Bertela.  Boi.  Bigio,  color  cinèreo. 

hesckLBeg,  Broncone,  palo  grosso. 

Beslàr.  Parm,  Pùngere.  -  Besl a r 
v  i  a.  Scomparire.  -  f^.  B  s  i  a. 

Bgarèr.  Beg.  Guazzare. 

Bghéng.  Beg.  Scemo,  sciocco. 

Bgòi.  Boi.  Miscuglio,  confusione.  - 
Bom.  Moltitudine.  -  (Bgòi  d'ani- 
mai. Pecuglio). -1^.  Abgujar. 

Bgòi.  Boi,  Chiasso,  frastoono. 

B g  ò  t.  Mani.  -  B g  ò  n.  Fer.  Crisalide 
morta,  in  ispecie  del  filugello.  -  ^  . 
Beg. 

B  la  lièi  n  a.  Piac.  Diminutivo  di  Te- 
game; da  Biella.  Tegame. 

Bicocca.  Gen.  Catapecchia. 

Bicoclà.  Piac.  Buffetto. 

Bicuclàr.  Fer,  Accarenare. 

Bida.  Boi.  e  Piac.  Biètola.-/..  Beta 
vulgaris. -Bida  imPurm.  e  Beg, 
significa  Bovina ,  sterco  di  bue.  - 
K.  Binda. 

Bietta.  Bol.f  Mod.  e  Beg,  Piccolo 
cùneo. 


DIAUERl   EMILIA.M. 


2»5 


Big.  lieg.  Bacalo.  Dìccmì  delle  /ihIIa  Bisiàc.  Gen.  Inconsiderato,  trascu- 

guaste  da  larva.  I     rato. 

B  a  g  a  r  à  V .  Boi.  e  Piae,  Ciondolare,' B 1 8  o.  Aip.  -  B  i  s  ò  1 .  Form,  Arnia  dei  le 

indugiare.  api,  sciame. 

Biffati.  Boi,  e  Piac,  Filugello  ed  aD*,Bisolfa,  Piac.  Nùvolo,  subisso. 

che  Verme.  Forse  (fa  Beg?-f^.      Blu  da.  BoL  Bovina,  slcrcodi  bue.- 
Bigna.  Pfoc.  Agitarsi,  dimenarsi.*     i?o»ii.  Chiara  d'uovo. 

Bignar.  Parm.  Arrovellarsi,  sUz-  Bla  e.  BoL  Cencio  -f.  Straféri. 

zirsi.  Biada.  Piac.  Inezia,  bagatella. 


Bignòn. /Vac.-BugnÓQ.  G«ii.  Cic- 
cione, furóncolo. 

B  i go lo tt.  Pomi.,  Piac. e Piem.  Iter» 
clajuolo. 

B  i  g  0  rd  i.  Parm.  e  Fer.  TrìiòlOj  trè- 
fano. 

B  i  g  0  r  g  n  a.  Parm.  Piccola  Incudine.- 
L.  Bicorni s. 

Bigòtt.  G«n.-Bisòc  Sol.  Bacchet- 
tone. 

Billgòtt.  Piac.  •*  Belegòtt.  Mil. 
sùcciola. 

Bimblèina.  Parm,  Pisciarello, vino 
sdolcinato. 

Binar.  Parm.  Scégliere. 

Bindòn.  Bom,  Mugolone. 

Biólca.  Oen,  Jùgero.-t.  Bubulea. 
-Biólc,  bòlo.  Bifolco.-/..  Bu- 
bu  le  US. 

Bios.  Piac.  Bifolco. -  Boi.  Nudo, spol- 
pato. - Beg,  Disadorno.  -  f^.  Bi ó  t. 

Biót.  Jtfaii/.-Sbiòt.iYac.-8blòs8. 
Parm.  Ignudo. 

Biràé.  Beg,  Birracchio,  vitello  dal 
primo  al  secondo  amio. 

Bi r a  d  è  n.  Bom.  Montoncello ;  piccolo 
mucchio. 

B  i  r  èn .  Bom.  Tacchino. 

Biriè./Vac.-BirlchèlD./\irm.  Mo- 
nello, cattivello,  biricchlDO. 

Biro.  Piac,  e  Mil.  Bischero. 

Biròn.  Boi.  Zaffo. 

Birùc  Mod,  Torso  del  grano  turco. 

Bisca.  IVoc. -  Blschòr.  Beg.^Bi- 
»ckT,  Parm.  Arrovellarsi,  ródere 
il  freno. 

Bi5ia.  A'oe.  Vespa. -A'.  Bsià. 


B 1  a  n  g  u  r  i  a.y?o#/i.ContÌgÌo,altiilatura. 
BIédeg.  Beg.  e  Mod.  Sollético,  dilé- 

tico.-Bledghòr. /2e0.-Bledgar. 

Parm,  Solleticare. 
Biicter.  Mant.e  Fer.-hìicXri.  Boi. 

Dappoco. 
Blisghér.  Beg.  e  fer.  -  Bllsgar. 

Parm.  Scivolare,  sdrucciolare. 
Bloc.  Gen.  Masso,  ceppo. 
Boba.  Bom,,  Parm.  e  Boi.  Minestra. - 

Bobba.  Piac,  e  Piem.  Sterco. 
Boc  Beg.  Spino. -K.  Bòzz. 
Boé.  Bom.  Trucchio. -Bòccia. Gen. 

Pallòttola. 
Bòccal.  /}om.  Riccio,  cincinno.  -  Fr. 

Boucle. 
Bochilàr.  Piac.  Andito. 
Bochinchér.  Bom.  Pesce  prete.  -  L. 

Uranoscopus  scaber. 
Boc  in.  Pa9.  e  Piem.  Vitello. 
Bòdega.  Mutit.  Crogiuolo. 
Bodéinfi.  iYian/.  e/Voc.-Budenfi. 

Fer.  Conilo,  enflato.-Bodìé.  forni. 

Atticciato,  polputo. 
Bòdiga.  Piac,  Altalena. 
B od  riga.  I*iac.  Oire. 'Fig.  Ventre. 
Bògn.  BoL  Tumore,  enllalura.  -  f '. 

Bignòn. 
Bòi.  Piae,  Arnia,  alveare. 
Bója.  Piac.  Contesa,  lite. 
B  0  j  a  e  e  a.  Piac.  e  lUiL  Pappolata,  be- 
verone. 

Bo]  ada.  Piac.  Cruscata,  pastocchiatu. 
Boll  ad  òr.  Piac.  Frugatojo,  bastone 

do^  pescatori. 
B o  1  /  u  1  a.  Piac.  Stagnala  ;  >  a.so  desti- 
nato a  contener  oglio. 


^u 


PAKTE  SECONDA. 


Bonarìsé.  Porm.,  Piac.  e  Fer.  Ai- 
(ca.  •  £.  Altbea  officinalis.- 
Quasi  diceise:  Buona  a  far  vischio. 

B  0  n  d  ó  n.  Pa^:'.  eMil.  Coociiiuine  delle 
botti. 

Bó  ra.  Mant.  Vento  di  greco^  tramon- 
tana; Borea.  -  Bòra.  Fer.  e  Fen. 
Pianta  scortecciata  ad  uso  di  co- 
struzione. 

Boracela.  Gen,  Bariletta. 

BorcàJ.  Piae,  Turàcciolo.  - /Z^g.  Al- 
largatojo.  -KBurcàj. 

Bordana.  Parm.  e  fìrg.  Borda»  Be- 
fana.-A/^/.  Borda,  bórdassètt, 
bordo. -f^,  Bòurda. 

B  0  r  d  i  g  a  r.  Parm.  Frugare. 

Bordigliòn.  Piac.  e  Hem.  Filo  di 
ferro  grosso. 

Bordlèin.  Piac.  Ragazzino. 

Bordòn.  Piae»  Crisalide ,  bacacelo. 

Borèin.  Hoc.-Borìn.  MiL  Capéz- 
zolo. 

Borga.  Bom,  Bagna,  vaso  composto 
di  cordoni  di  paglia  legati  con  ro- 
ghi per  tenervi  le  biade. 

Borlanda.  Piae,  Pappolata ,  beve- 
rone.-K  Bojacca. 

B  0  r  n  i  s  a.  farm.,  yteg.  e  iVoc. -B  0  u  r- 
n  i  s  a.  Jlfo((.- B  u  r  n  i  s  a. /{ofn.  -  B  u  r- 
nis.  Boi.  Cinigia. -K.  Bar  ni  sa. 

Bornisòtt.  Piac.  Ritrovo,  conversa- 
zione piacévole. 

Bórr.  /Voc.- Burri  r.  Ao/. -Bar- 
re r.  Beg.  Scovare,  sfrattare  il  sel- 
vagiume. 

Bor  rie.  Gen.  Ciuccio,  àsino.  -  Spagn^ 
Borrlco. 

Bosgàt.  Mant.  Ilajale.  -  Bos gat- 
te I.  Diminuì.' GaeL  Boscat.  Ab- 
bietto gatto  ? 

Bos  tè  in.  Piac.  Bucello,  piccolo  bue. 
4^1*  av^^erta^  come  il  $uffi$to  lein,  elie 
vale  a  formare  il  diminutivo  da'  no- 
mij  nia  comune  ai  diaUtii  emiliani 
ed  alla  lingua  tedesca. 

Bos ò ti.  Parm.  Quaccino,  focaccia. 


Boss  (a).  Bom.  A  bizzeffe. 

Bòtt.  Boi.  Rospo. 

Bòttel.  Beg.  Nome  genèrico  di  tutti 
1  pesci  nati  di  fresco. 

Bottlèr.  Beg,  Vinùccolo,  vino  cat- 
tivo. 

Bòtt  ola.  Parm,  Fascio  di  fieno  le- 
gato che  può  bastare  per  cibo  di 
un  giorno  ad  un  cavallo. 

Bòurda.  Boi,  e  Mod.  Befana,  orco.  - 
F.  Bòrdana,  arvsària. 

Bourga.  Mod.  Gabbione. 

Bozlàn.  IHac,  Ciambella.  -  F'en.  Bus- 
sol  io. 

Bòzzul.  Fer.  Bòssolo.-  rer.  Croc- 
chio, circolo  di  persone  adunate. 

Boria.  Piac.  Dònnola. -K  Ben  dia. 

Bos  e  a.  Piae,  Favo. 

Bozz.  Piac,  Pruno,  spino.  Dice$i  an- 
cora per  Tela,  o$$ia  quello  «(m- 
mento  che  serve  a  dirómpere  il  latte 
coagulato,  y, 

Braja.  Fer.  Poderelti. 

Bràina.  Boi.  Sodaglia,  incolto,  stè- 
rile. 

Bral.  BoL  Uocca.  (Dlcesi  dei  capei- 
U).-K.  Bar  e  Ber. 

Brama.  Piac.  Muggire,  proprio  del 
bue. 

Brasc,  bresc.  iSol.-Brasca.  Beg.- 
Bresca.  Mant.  e/^.-Bressa. 
Bom,  Fiale;  favo. 

Bravar.  i9o/. Sgridare,  riprèndere.- 
Bravéda.  Beg,  Riprensione. 

Braczadella.  i0o<.  e  Fer. Ciambella. 

Bréci  Boi,  Agnello  castrato,  bricco. 

Bréga.  Pioc. -Briga.  Airm.  Pigri- 
zia, svogliatezza.  -Bri  gòs.  Pigro , 
neghittoso. 

Brégula.  ^ol.  -  Frégola.  Scroti. 
Scheggia,  bricciola. 

Bréll.  Boi.  Sorta  di  véCriee  per  pa- 
nieri e  simili. 

Brandy  brent  (ÉMor).  Fsr.  Sentirsi 
male,  star  chioccio. 

Brle.  Piac,  Greppo.- itofir.  e  fer.  Mon- 


DIALEITl   EMILIANI. 

ione.' Boi.  Bréquel,  diminuHw 

di  Greppo. 
Bricvìv.  Refj.  Capriccio. 
Bri  coi  a  (a).  Piac,  A  bizeffe. 
B  r  i  o  g  n  a.  /ìom.  Zucca  selvàticii.  •  Z. 

Bryonia  dioica. 
B  r  i  II  d  n  n.  Fer.  Sciocco ,  babbeo, 
fi r i n  d  nà  I.  Piae,  Capifuoco ,  alare.  - 

Ted.  Brand.  Tizzone. 


385 


Bsnc(a).  Boi.  Sossopra,  alla  rinfusa. 

Bscantìr.  Boi.  Correnti,  travicelli 
che  sostengono  i  tetti. 

Bscocca.  Bom.  Battisoffia. 

Bsè.  Bom.  Aver  possanza. -£.  Posse? 

Bsèin.  A'oc. -fisci.  Pav,  Agnello. - 
fisèi  in  Boi.  -  fise  in  Per.  •  fisi 
in  Farm,  significano  Pungiglione.  - 
fisèi.  Bom.  Frégola.  -K  fislà. 


Bris,  briscin.  Boi.  e  Piac.  Pocolt-  fisià.   Piac.  -  Bsièr.  Bfg.  Pùngere. 


no.  -  B risa.  Mani. ,  Beg. ,  Mod.  e 

Fer.  Mica,  non,  punto. 
B  r  i  s  e  u  1  a.  Bom.  Zombare. 
B  r  0  a .  l*iac.  -  fi  r  u  à.  Fer.  Scottare,  bl- 

lessare.-7W.  fi  r  Q  k  e  n.-r.  fi  r  o  v  a  r. 
Broja.  Bom.  Giunco  pungente. -Z. 

Juncus  acutus. 


Dicesi  degli  insetti.  Quindi  B sii. 

Afanl.'Bskì.  Boi.  -fisi.  Parm.  - 

Bsè.  Beg.  e  fW*.  Pungiglione.-Bs  ì  a. 

/'ap.  Ortica. 
Bsodi.  Fer.  Sporco,  lercio. 
Bsolla.  y^om.  Uva  bianca  di  gràppoli 

radi  e  àcini  grossi  e  mostosi. 


Broc,  brocca.  Gfii.Pollone.-Broc-  fisòtt.  /'toc. Tassello,  rattoppamento, 
càm.  Sterpi.  jBsùgà.  P/air. -Bisigàr.  Fen.  Fru- 

Brocca.  Gen.  Alezzina,  vaM>  d*aqua.|     gare;  pnirire. 
Brófel,  brùfel.  Gen.  -  Brufolo,  fiuarcina.  Gen.  Cutréttola. - £>. M o- 


rer.  Bolla,  pùstula.  - 1^.  Brùguel. 
Eròi.  Gen.  Frutteto,  pomiere. 
Brombla,  brómbal.  Bom.  Frasca, 

rimessiticcio,  piccolo  rampollo. 


tacilla  barula. 
Bubana.  Bom.  Magona,  abbondanza. 
Bnbbt.  Piae.  Bàmbola,  fantoccio  di 

cenci. -L.Puppus,  puppa.  Fan- 


Brómbula.  Fer,  Bottiglia  di  vetro.,    tollno,  fantolina? 

Bronza.  P^ac.  Giogaja,  soggólo. -K  Bu bla.   Beg.  e  Boi.  Bagatella. - K 


Bàura. 

Brott.  Bom.  Cantino;  caria  tra  la 
perfetta  e  lo  scarto. 

fi  r  o V  i r.  Parm.  e  Piae.  SbogUentare, 
blIesMre.  -  F.  firoa. 

Brozz.  Gen.  Biroccio,  carro  dapog- 
gio.-B  rozza.  Garretto  a  due  mote. 

Bragia.  Piac.  Bolla,  pùstula. 

Brùguel.  Boi.  Pùstola^  bolla.  -  f^. 
firófel  e  Brugla. 

Irùmel.  Beg,  Codióne,  codrióne. 

Brns.  Piac.  •  Brù  g.  ìom.  Scopeto. - 
L.Erica  communis.-I>f guide- 
mano  B  r  ù  sèia  efi  r  usòi  n.  Spàz- 
zola e  spazzolino. 

firnsa.  Bom.  Proda,  orlo,  estremità. 
-  MI.  Brusa. 

firusacùl.  itom.  Cuscuta.  -  l.  Cu- 
scntaeoiropaea. 


Zerra,  Gnàcchera. 

fiublàr.  Boi.  Ingannare,  frodare. 

Bùó.  i^arm.  Nodo,  nocchio. 

Buda  r  i  è,  bud  riè.  Bom.  Bandolièra. 

Budién.  Bom.  Fanghi  che  nàscono 
a"*  piedi  de'  pioppi.  -  K.  Bdu rén. 

Budenfl.  Bom.  Impolmlnato. 

Budriòn.  Mod.  Fogna,  pozzonero. 

Bufferla.  Boi.  Averla.-!..  Lanius 
collurio. 

fiugagnòl.  Boi,  Pesciaiuola.  -  L. 
Mergus  albellus. 

Bugàn.  Bol.'l.  Anas  clangula. 

Bujaca.  Bom.  Vernice  e  simile. - 
Mil.  fiojaca. 

fi  u  1 1  i  r.  Boi.  fiuscare. 

Bullo.  Piac. 'Bill.  Bfg.  e  Bom.  Mil- 
lantatore, bravaccio. 

Buldèzz.  Bom.  Caldura. 

20 


W6 


PARTE  SECONDA. 


Buie.  BQm,  Cespo  di  grano,  fieno  e 

B  u  1  i  r ò  n.  Bom,  Catarrone. 

Bunaga.  ^o/. -Bugnèga.  /^eg.  Ano- 
nide.«K  Ligabò. 

Bunastrèn.  Bom,  Mediocre. 

Bur.  Boi,  Bujo,  oscuro.  *£.  Burus. 

Buràzs.  Bom.^  Beg.,  Boi.  e  Fer,  Ca 
novaccio. 

Burazzena.  Bom,  Traliccio. 

Burattèl.  BoL  e  f^en.  Cirluola,  pic- 
cola anguilla. 

Burd.  Parm,  Pìccolo  cavallo,  ronzino.- 
f>r.  Bur  ciò.  Battello. 

BurcàJ.  Boi,  Allargatojo;  stromenlo 
che  serve  ad  allargare  i  buchi  nelle 
làmine  di  metallo,  •  Mod,  Zipolo.  - 
K  Calisvàr. 

Burchètta.  Boi.  Zipolo  «  turàcciolo 
delle  botU.-K.  Borea j. 

Burdigàr.  £o(.*Bustighèr.  Beg, 
Frugare^  razzolare. 

Burdigòn.  A)/.-Burdòc.ilfi7,  Piàt- 
tola.-^. Blatta  orIentalÌ8.-f^. 
FuzÒD  e  Luzlòn. 

hìiT$,Beg.  Cestino. -Burgagnòla; 
brocca. -f^.  Burgòtt. 

Burgàt.  BoL  Gergo. 

Burghò.  Bom,  Frugare. 

Burghignòn.  Fer,  Viburno. 

Burgòtt.  i9ol.  e  Fer.  Cestello  ove  ni-  Calane.  A>/.Frana.-Calànoh.  Bom. 


Bustighèr.  /kg.  Frugare. -  K.  B u r- 
digàr. 

But,  butella.  Bom,  Cannone,  caM*- 
rattino. 

Buttiàr.  Boi. Borbottare,  lamentar- 
si.- f^er.  Futi  far. 

B  u  t  r  i  g  a.  Bom,  Epa ,  buzzo. 

Buvinèll.  Bo<. Imbuto. - K.  Bvina. 

Buzra.  Gen,  Còllera.  -  Aom.  anche 
Corbellerìa.  •  B  u  z  r  è  n.  Bom,  Nac- 
cherino. -  Jlfi7.  Bózzera,  in  ambo 
i  significati,  e  Bozzerin. 

Bvida.  3fod.  Pipite. 

Bvina.  Afod.  Pévera. -B  vi  nel.  Im- 
buto. -  K.  Pìdria  e  Lodra. 

C 

Cabròss.  Beg,  Rovistico,  ligustro. 

Caciàver.  Parm,  Tristanzuòlo,  uo- 
miciàttolo. 

Cadnazia.  f^.  Omt,  Bom,  Tralcio, 
sermento. 

Cagnara.  Gen. -Cagnera.  Bom, - 
Cagneria  Af^/.  Corbelleria, Inezia. 

C  a  g  n  0 1  a.  f^oc,  da'  sellaj.  Bom,  Mor- 
sa. •  Lomb,  Cagna  fier  mòrdere. 

Ca  ibi  ne  11  a.  Biom,  Calvello. 

Calabriisa,  galaverna.  Mimif.  - 
Scalabr  usa. /'l'oc.- Galabrasa. 
Beg,  Brina. 


dificano  le  colombe.  -  y,  Burg. 
B  u  r  i,  b  u  r  i  dò  n.  Ami.Garrirt,rabuffo. 
Burida.  Bom,  Avversità. 
B  u  r i  r.  Fer,  Assalire,  adirarsi.  -  Bu  r- 

rir.  Boi,  Scovare.  -  K.  Borr. 
Burlarò.  Piac,  Zàngola,  vaso  nel 

quale  si  U  il  burro. 
Buròn.  Fer,  Cocone. 
Busaghè,  buscare.  ^om.Giuntare. 
Busca.  Gen,  Fuscello,  pagliuzza. 
Buscaròl.  JZom.Stopparola,  uccello. 

-Z.  Motacilla  Sylvia. 
Bus  san  a.  Mant,  e  Fer,  Burrasca. 
Bussar.  BoL^  Fer,  e  Fer,  Stagnare, 


tèndòlé  nelPaqua. 


Foc,  Coni,  Burrone.  fT.  Darvèn  e 
Lubla. 

Calenza.  i^om.-Calétenu  Aol.^Ca- 
lézna.  Beg,^  Mod.  e  Pomi. -Cai i- 
sna.  /'op. -Calàzna.  /Voe.-Ca- 
risna.  Mil.  Fuligine. 

Calgbèr,  calgareja.  ilom. Concia- 
pelli,  concia. 

Calisvàr.  Pine.  Allargatcjo.-f^.  Bur- 
cài. 

C  a  1  m  ì  r.  Gen,  Tariffa,  ealmiere. 

Calsella.  Boi  -  Galdsella.  Beg, 
Scriminatura.  Form  dalla  9oce  ita- 
liana Calle,  callieella. 


ristagnare  le  botti  è  simili,  met*xaizèdar.  Bom,  •  Calsèidar.  Boi, 


Secchia  di  rame.  -  Gr.  C  a  I  e  '  y  d  o  r? 


Cambràs.   Piac.  e 

b  r  è  r  s.  i?e{/.-C  a  m  b  r  à  r  s.  l'Srr.  Coa 
gularei ,  rapprèndersi.  Dicesi  pro^ 
priamente  del  tego^  del  brodo  e  Mi- 
mi li. 
Camedri.  lìom.  Erba  querciuola.* 

L.  Chainadrys. 
Càmola.  Parm,,  Piae.  e  Lomb,  Tarlo 
in  gènere.  -  Camolàr.  Tarlare. 

Campare! l.  Parm,  Raganella,  rana 
terrestre. 

Canari.  BoL  Capecchio. 

Canàr.  Piae»  Colimbo,  tuffetto,  uè 
cello  aquàtico. -  fV.  Canard.  Ani- 
tra. 

Ca  n g  i  ò  1 1.  Rom,  Uzzato. 

Cangé.  Jìom,  Bàttere  alcuno. 

Cans.  Parm,  Pugno. 

Cantarà.  /Ya£.el.oiii6.-Cantaràn. 
BoL  e  fieg.  Cassettone ,  armadio. 

Cantinella.  Piac.  Corrcntino  o  tra- 
vicello. Da  Canti r  lamb,?  -  Vedi 
Bscantir. 

Cantir.  y.  Coni.  Rom,  Aquajo;  solco 
trasversale  che  riceve  Taqua  dagli 
altri  solchi. -f^.  Dugàl. 

Capa.  Pine,  Ammucchiare,  Tar  biche. 

Caraffa.  Gen.  Bottiglia. 

Carampana.  Fer.^Lomb,  Donna  o 
bestia  vecthia,  inguidalescata. 

Caragnar.  Parm.,  Piae.  e  Umb,  - 
Ra  g  nàr.  Mani,  Plagnuccolare. 

Carcàss.  Parm,  e  Piae,  Catriosso. 

Careòss.  As^f.  Torso. -K Ma rgòss. 

Carda.  Btg,  Chiudenda;  riparo  che 
si  fa  ai  campi.  -  Parm,  Cancello. 

Carlo  Pa9,  Rigàgnolo. 

Ctrd.  Piac.  9  Lomb.  Pólvere  prodotta 
dal  tarlo. -£.  Carlos. 

Caraffa I.  Piae.  Coda  di  volpe.*  L. 
Moiacilla  modularla. 

C arpia.  Piac,  e  Lomb.  Ragnatella. 

Carpàgn.  Piac,  e  tornò.  Pottiniccio. 

Caruga.  /'arm.  Bruco.  *  f^er.  Ruga. 

Ca  r  va  Ja.  Rom.  Fessura;  nntermezzo 
fra  due  issi  o  pietre  commesse. 


DIALETTI  EMILIANI.  357 

Parm.  •  Cam-YCarzòl.  il/od.  Pennecchio, lucìgnolo. 


Casp.  Boi.  e  Fer,  Cesto.  •  Caspir, 
caspàr.  Fer.  Cestire.  »  F,  Giu- 
strèr. 

Cass.  Piac.  Vizzo,  m^zzo. 

Cassar.  Piae.  Tettoja.  •  Cassar  d' 
terra.  Rom.  Presa  di  terreno,  una 
quantità  determinata. 

Castagnola.  Mod,  Saltarello. 

Catana.  Rom,  Carniere  del  farsetto. 

Catàr.  Gen.  Ritrovare,  cògliere. 

Catapèè.  Boi,  Catapecchia,  edifizio 
rovinato. 

Catlèin.  A'ae.-Catamlélni.  Airm. 
Vezzi,  moine. 

Catllnòn.  Piae.  Picchio.* £.  Picus 
major. 

Catt.  Fer.  Cura. 

Cattabói.  Piac,  Tumulto,  tailèru- 
gllo. 

Catamlìn.  Fer.  Moine.- f^. Catlèin. 

Catuba.  Boi.  Timballo.  *  Reg.  Tam- 
burrone,  gran  cassa. 

Cavàgn.  Gen.  Canestro. 

Cavajòn.  Reg,  Bica  di  covoni. 

Ca  valer.  Reg.^  Lomb,  e  Ven.  Filu- 
gello. 

Cavarziàn.  Fer.  Cursore. 

Cava  ss.  Rom.  Capitozza.  F,  Coffa. 

Cavastarlèin.  Piac.  Cardellino. 

Cavdagna.  Boi.,  Reg.  e  Piac.  Ci- 
mossa  :  per  simil,  Capezzàgine,  via- 
le 0  lembo  inenlto  dei  campi,  che 
serve  di  passaggio  ai  carri.  •  L. 
Caudanea. 

Cavdana  Rom.  -  Cavdòn.  Rom., 
Boi.  e  Reg,  Alari. 

Cavdòn.  Rom.  Chiusa;  àrgine.  - 
Cavdèl.  Usale,  ciglione. 

C a  v  e  r  i  ò  I .  Reg.  e  Mod.  Viticcio,  pàm- 
pino. 

C  a  V  i  I  u  t  a.  Rom,  Barbatella;  magliuo- 
lo che  si  trapianta,  allorché  ha 
messe  le  radici. 

Cavrera.  Rom.  Scabbiosa.  -  L.  Sca- 
biosa  arvcnsis. 


358 


PABTE  SECONDA. 


€avretta.  Bom, Pinardetla,  beccac- 
cino reale.  •  JL.  Scolopax  galli- 
nago. -Gavrtèn.  Beccaccino  mi- 
nore.- y.  Pizzàcara. 

C  a  V  r  0  n  a.  Bom.  Nocchio  ;  quella  par^ 


Gioppa.  Piae.  Cespuglio  formato  da 
parecchi  polloni.  -  C  i  o  p  p  a.  Beg, , 
yer,  e  Bom,  Coppia.  (Dtcesi  di  due 
pani  uniti.) 

Ciò  ria.  Bom.  MusoUera. 


'C  j  òss.  Bom*  Sùcido.  -  Boi.  e  Fer.  Pin- 
gue, grasso. «Indussi.  Bom.  In- 
sucidarsi. 

C  i  ù.  Bom.,  Mil.,  Boi.  e  Beg.  Assiolo. 

I     Ci  òss.  Piac.'L,  Strix  scops. 

Ci u dar.  Bom,  Accumulare  sdegno. 

Ciurlar.  Parm,  Cioncare,  bere. 
Cèt.  Airm.  Condizione,  classe  sociale.  Ciurlèna.  /?om.  Calandra. -£.  A  lau- 


te più  dura  del  fusto  d^  un  àlbero, 
ove  si  riuniscono  i  rami  madornali. 

Cavzalèn.  Bom.  Ventricolo. 

Ce  e.  Boi.  Bricciola,  pocolino.  -  Mil. 
eie. 

Coffa.  Fer.  Capitozza,  f^.  Cavass. 

Ce  rei  a.  Fer.  Correggiata. 


Nella  lingìta  aibanete  Cotta  tigni- 

fica  tribù. 
Chèce.  Parm.  Beccaccino  maggiore. 
Chèn.  Beg.  Destrezza,  accortezza.  - 

Gentilezza,  bel  modo. 
Chèrcheb.  Beg.  Arpione,  càrdine. 
Chermèrs.  Beg.  Velare.  For$e  daU 

^Vlt.  Schermirsi? 
Chevlèln.  Mod.  Covelle.-  f^,  Cvèl. 
Che  zza.  Boi.  Aizzatore,  riottoso.  - 

Chizzàr.  Aizzare. *Cb izza.  Fer. 

Stizzoso. 
Ch incòla.  Aun.  Porca, colla; spazio 

di  terra  tra  solco  e  solco. 


da  calandra. 

C  i  u  r  1  u  y  è.  Bom.  Occhione,  urigino.  • 
L.  Otis  oedicnemus. 

Giuste.  Bom.  Porcheria. 

G 1  u y è n.  Bom.  piro-piro»  culbianco.- 
L.  Tringa  ochropas. 

Giuzzetta.  Bom.  Le  Plèjadi. 

Glèb.  ^I.-Glìb.  Fer.  Quantità,  co- 
pia di  checcbesia.  Forte. di  guide- 
riva  la  voce  $lraniera  Club,  che 
eigmfha  Riunione,  e  che  gli  Ingleù 
prowmciano  guani  come  deh. 

C 1  u  n  z  è  n.  Bom.  Coda-làncea,  campi- 
giana.-£.  Anas  acuta. 
Cbizzò,  chizzòla.  Piac.  Focaccia.  Glur.  Boi.  Avellano.  -  L.  Corylus. 


C  i  à  n  f  e  r.  T^egf.OmicciàttoIo,  afatùccio. 

Clarluscàr.  Parm.  Ber  molto,  sbe- 
vazzare«-K.  Ciurlar. 

Ciò.  Fer.'Zé.  Boi.  Zìà.*y.  Zé. 

Cicla  (Andar. io).  Fer.  Smallarsi. 

■Ci far.  Boi.  Ghermire. 

Ciloba.  Boi.  Balusante. 

G 1 1  o  g  a.  Hoc.  Scimunito ,  balordo. 

Ci  oc.  Gen.  Ubriaco. 

Gloccà,  ciocca.  Gen.  -  Ciccar, 
cioccar.  Fer.  Scoppiettare ,  scro- 
sciare. 

Giodacrest.  Bom.  Spincervino.-  L. 
Ramnus  infectorius. 

Giodasia,  ciodanza.  Piac.  Jn- 
scato;  rami  e  frasche  legati  in  fascio. 

Giòpp.  Parm.j  Beg.  e  Piac.  Stormo, 
brigata.  I 


.  Si  potrMe  per  avventura  chièdere 
»e  ci  ur  derivi  da  corylut,  o  in- 
versamentet 

Goc.  i7eg.- Còcco  lo.  Fon.  Beniami- 
no, U  figlio  prediletto.-  K.  Goda. 

Cocca.  Fer.  e  Bom.9,  fanc.GtMìnà.» 
Mil.  co  co  V,  fané.  Uovo  di  gal- 
lina. 

Co  ce  ài.  Ptoc.  FanduUino. 

Gocciiit.  A'ac.  <- Cocciù,  cozzù. 
Beg, 'Cnciù.  Bom.  Cafiarbio,  te- 
stereccio. 

Coda.  Bom.  Noce,  fratto. - /^m.  e 
Beg.  Esca,  inganno.*  Piac.  Capec- 
chio.- Bom.  Scricciolo.  -  L.  Mota- 
cilla  troglodites. 

Goda. /Vac.-Goeeolàir.  Ffii..4cca- 
rezzare.  -  K.  Goc. 


DlAtein   E.>I1L1A?I|. 


359 


CoUal.  Hom.  Zolla.  -  Codia.  OMpo 
di  zolla. -A///,    e   yen,  Còdegi. 
Zolla  erbosa. 
C  0 1  m  i  g  n  a.  Pitie,  e  Beg,  Trave  che 
regge  II  comignolo  del  tetto.  -  Mil, 
Coimcgna.  Dal£.Culmen;9i«M/ 
dicesse:  Xt9^v\%  cairn  in ea? 
Co  lobi  a.  Pav.  Aqua  grassa,  nella 
quale  furono  lavate  le  stoviglie.  - 
Mil.  Coróbia.  -£.  Collo vies? 
Colzàt.  Rom,  Ravizzone.-  L,  B ras- 
sica  napas. 
Consubiar.  Parm,  Combinare,  con- 
nèttere. 
Cop.  Gen.  Tégola. 

C  ò  r  e  g.  Reg.  Corba ,  cestone.  -  C  o  r  g. 
Parm,  •  Co  reg.  Mil,  Carniccio, 
gaardMnfante. 
Co  rio.  ManL  Fusajaolo. 
Cornabò.  Piae.  e  Lomb.  Cervo  vo- 
lante. -  y.  Pés. 
Cosìn.  Jlfanl.  Zanzara.-  f^.Cousin. 
Cosp.  /foin. -Cuòsp.  Per.  Zòccolo. 
Cott.  i'iac.Montone.- Cottelo,  cot 

tare  11.  Piccolo  mootone. 
Crai.  Rom.  Scroccbio.  -  Crajesta. 

Scrocchiante. 
Cravuzz.  Piae,  Ligustro.  •£.  Ligu- 

strum  volgare. 
Crécca.  Boi,  -  Cricca.  Reg,  Catarzo, 

sudidome.  -  K.  Rum  ma. 
C  r  e  n  a.  Poe.  Capruggine  deHe  botti.  - 

y,  Zena. 
Crìa.  Ber,  Brìcciola. 
Croi.  Gen,  Cercine. 
C  ro  t.  Piae,  e  Reg.  Sbarbato,  menno.  - 
Crot.  ijomb,  L^  ùltimo  a  nàscere 
d'nna  nidiata. 
Cracàl.^o/.  Gabbiano. -i.L a rus  ri- 
dibundus.  -Crucaletta.  Rom. 
Gabbianello.  -  L.  Larus  minu- 
tns.  -  Crucalazz  d*  mèr.  Rom. 
Gabbiano  reale.  -  I.  Larus  ma- 
rinuft. 

C ru cb èL />om.  Galbino.-iL.  Larus 
canus. 


Crucia.  Rom,  Gorgogliare  degli  in* 

testini.  Forte  per  anomalopea? 
Cruda  r.  Fer,  •  Crodà.  Mil.  Casca- 
re. (Dieeti  propriamente  delle  fruì' 

ia  dalle  piante,) 
Cuó.  Boi.  Urto,  colpo. 
C  0 cà  j.  Rom.  Cignone ,  i  capelli  delle 

donne  fatti  In  un  mazzo. 
C  u  e  i  a  r  ò  I.  Rom,  Castagne  bilessate. 
Cudena.  Rom,  Tuorlo  del  masso, 

quella  parte  della  pietra  che  è  pi« 

dentro  nella  cava. 
Cudrègn.  Boi,  Cotennoso,  stecchito. 
Colèn.  /fom. Erba paraguai.-£. P 80- 

ralea  glandulosa. 
Culgà.  Rom.  Propaglnare.  -  Cuiga- 

dòr.  Propaginatura.  -Culgadu- 

ra.  Propaginamento. 
Cuneo  II  a.  Fer,  Ajuola  per  fiori. 
Cuntumanzla  (In).  Rom.  y,  Cont, 

Ora,  al  presente.  -  L,  Incouti- 

nenter? 
Cursìn.  Fer,  Garzuolo. 
Cut.  Fer,  Giogo. 
Cute  ria.  Rom.  Afa. 
Cu  va.  Rom.  Il  più  alto  grado  della 

malattia.-  Or,  Acma. 
Cvèi.  Boi,  Arnia.  1  Saneti  dicono 

Covile. 
Cvèl.  Boi.  Qualche  cosa.  /  Fiorentini 

dicono  Covellc. 


D 


Dad,  dada.  Aom.  •  Dcdo  ,  deda. 
Mant,  e  Fer,  Fratello  e  Sorella. 

Da  Ita.  Boi,  -  Die  Ita.  Fer,  Sponda, 
riparo.  (Proprio  del  Pozzo,) 

Darcàrel  fu rm è  nt.  fer.  Ventilare 
il  grano. 

Dardo  II  a.  Boi.,  Fer.  e  Reg,  Loqua- 
cità. 

Dàrden.  Boi.  Gruccione.  -  L.  Me- 
reps  apiaster. 

Darvèn.  Rom.  Burrone. -f^. Calane 
-e  Lùbia. 


960 


PARTE  SECONDA. 


Dasf;agia.  Piac.  e  Beg.  Svelto,  sciol- 
to. -  Fr.  Degagé. 

Das lippa.  Piac,  e  Lomb,  Disgrazia- 
to. -  Des lippa.  Disdetta. 

Dasmarinà.  Piac,  Dighiacciare,  sciò- 
gliersi. 

Dasnadia.  Piac,  Divincolarsi. 

Dasnèvad.  Piac,  -  Snéved.  Lod. 
Pieghévole,  arrendévole. 

Das  pia.  fVoc.  Scrinare ,  rassettare  i 
capelli. 

Daszulàr.  Fer,  Slacciare,  sciòglie- 
re. -  f^.  Inzolàr. 

Deb  US  sé.  Bom,  Dissoluto.  -  Fr.  Dé- 
bauché. 

D  e  m  m  a.  Piac.  e  Beg.  Piega,  tendenza. 

Dèrav.r/(i«.*Deryìr,dèrver.l.om6. 
Aprire,  schiùdere. 

D  e  r  b  g  a .  Piac.  Èrpete. 

Desìi  ppa.  Parm.  e  Lomb.  Disdetta, 
infortunio. 

Desnùm.  Beg.  e  Fer."  Dsnòm.  Boi, 
Leziosàggine ,  smorfia,  f^.  Dssnè. 

Deversi.  Fef.  Malvagio.  •  Destro 
astuto. 

Dilapida.  Piac.  Sciupare,  dissipare. 

D i n  ds ò n.  Parm.  Allegatura  dei  den- 
li.-f.  Schermir. 

Disma.  Barn.  Sciocca.  -  Dìsum. 
Sciocco. 

Dismissiàr.  Fer.  -  Desmissiàr. 
yen.  Destare,  svegliare. 

D  i  u  p  e  1  m  a .  Barn.  Cerotto. 

Dlat,  diala.  Barn.  Frana,  franare. 

Dmana.  Bom.  Bisogno. 

Doga.  Piac,  Assettare,  ordinare. 

Dolèg.  Parm.  -  Delèg.  Br,  e  Mani. 
Strutto,  lardo. 

Doler.  Parm.  e  Beg.  Riquadrare, 
sgrossare  {il  legname). 

Dos.  Bom.  Zaffo,  turàcciolo. 

Do  nei  n.  Piac.  Coniglio. 

D  r  acà.Parm.Tristanzuolo^alAticcio. 

Dsdàs.  Bom.  Dimagrare. 

D  s  è  i  n  t  a  g.  Piac.  Astuto ,  maligno. 

D  s  é  V  a  d.  Boi.,  Fer,  e  Piac-  D sé  v e  d. 


Dsgarzàr.  Per,  dirozzare. 

Dsgattiàr.  Fer,  Distrigare. 

Dsintga.  Pioc.  Estirpare,  distrùg- 
gere. 

Dsinzinlà.  Bom,  Sgangherare.  Da 
In  z  in  è  11.  Uncinello? 

Dsmàzz.  Bom.  Sabbione. 

Dsmintir.  Boi.  Eslerminarc,  estir- 
pare. 

Dssnè,  dssnom.  Bom.  Smanceroso, 
smancerie.  -  Boi.  Dsnóm.  Lezio- 
sàggine.-f^.  Desnùm. 

Dstampinàr.  fer.  Spogliare  la  casa. 

Dszacullàr.  Aer.  Spillaccherarc. 

Dugàl.  Mani.'  Dughera.  Beg,  Ca- 
nale, 0  solco  fatto  nei  campi,  per 
raccògliere  e  condurre  Taqua  pio- 
vana. Forte  dal  L,  Ducere?  -  F. 
C  a  n  t  i  r. 

Dugalér.  Mani.  -  Dugaròl.  Beg. 
Aquajuolo. -Dugaról.  Parm,  Fo- 
gnajuolo.  -  Dugara.  Fogna. 

Dus.  Beg,  Sugo^  succo.  •  £.  Jus.  - 
Mil.  Gius. 

Dvanadùr. ^o/.^Duanadór.  Beg. 
e  Afod.  Arcoliyo.  -  L,  Devido- 
rium.-Duanèr.  /^e^.  -  Dvanàr. 
Fer,  Dipanare,  svòlgere  le  ma- 
tasse. 

Dutta.  Parm.Uossa.-Darladutta. 
Dare  il  tratto,  l'andatura  {alla  bi- 
lancia), 

Duzzòn.  Bom.  Carnajo. 

D  z  i  p  e  r .  Beg.  Molestare. 


»  xy   .   u  vt.  M^v.f     <   i.r  •  ^    «  CUV.     «^9^  V  w  V.    ui»  «a  u.    m,vi 

Pann.  v  Bcq.  Insipido,  scipito.       |     a  piume. 


Eds,  ce.  Boi.  idice,  torrente.  Ha 
molla  analogia  col  nome  del  fiume 
Adige,  dello  in  Fer,  Àdese  ,  e  in 
Ted.  Etsch. 

E  iuta.  Beg.  -Enta.  /'arm.  Innesto.- 
Ente  in.  Magliuolo. 

E  l  m  a  (n  0  ave  V).  Bom.  Essere  spian- 
tato. 

Emda.  Bom.'  E ndm a.  ^of.  Cóltrice 


niAurri 

End*.  Bòi.  -  ènda<(.  Mani.^  fbr,  e 
Pine.  -  È  n  d  e  s.  lìetf,  e  Lamb,  Goar- 
danidio,  uovo  nid'ale. 

Èriag.  P/rtc.  -  Èrtcg.  Ml^  Grosso, 
fitto. 


Fabiól.  nom.  Lord;  specie  di  phra. 

Fa  da.  Mani,  Rospo  terrestre. 

Fa  fan.  Rom,  Mestolone.  -  £.  Anas 
clypeata. 

Faja.  Fer,  Fastello. 

Palestra.  Bo/.  •  Falèster.  Afod,  • 
Falistra.  Beg,  e  Fer.  Favilla. 

Falò.  G€n.  Fuoco  di  stipa  e  simili.  • 
Gr,  Phalos.  Klsplèndere. 

Faloppa,  flom.  Panxana,  fàvola. 

Fama.  Parm.  Carbone;  malattìa  delle 
biade. 

Fandonia.  Gen,  Panzana,  f&vola.  - 
f^.  Faloppa. 

Fara b ut.  Piac.  Vispo,  serpentello. 

Farfara.  Mani.  Tussltàgine. 

Farfojà,  farloccà.  Gai. Barbuglia- 
re, cianciugliare. 

Farisèi.    Parm.  Serpentello,  frù- 
golo. 

F ar  I  è  1 1  a.  Jlfaiif.  e  Fer,  Regalia,  prò- 
veccio. 

Far  lo  n.  Fiae.  Piantone,  pollone.  - 
L.  Ferula? 

Parlotta,  far  Iona.  Barn.  Averla, 
velia,  capi  rosso. -£.  Lanias  ita- 
Ilcus,  0  minor. 
Parluchè,  farabutè.  Ami.  Infi- 
nocchiare, abbindolare. 
Parluccàr.  Fer.  e  Lomb.  Tartaglia- 
re. -  F'.  Farfojà. 

Passera.  Parm.  e  Beg.  Cascino,  for- 
ma o  cerchio  di  legno  da  fare  II 
cado. 

Fatè]a  (Ande  d').  Bom.  Córrere  a 
furia. 

Fa  va  XI.  Gen.  Colombo  selvàtico,  pa- 
lombo. -  Fr.  B  é  t  e  f  a  u  V  e.  Piera. 


RmuANi.  361 

F  d  à  r.  Boi.  Pelare  ;  deporre  le  uova. 

Foggia.  Fer.  Furbo,  ingannatore. 

Fegna.  Boi.  e  Bom.  Bica,  barcaj  pa- 
gliaio, f^.  Pigna. 

Pegnin.  Parm.  Infingardo. 

Pel  da.  Bom.  Fata. 

Pois.  Beg.  Rosolia. -  tornò.  Peri. 

Penata.  Boi.  Lento,  pigro. 

Penca.  Bom.  Colonna ,  catellino.  - 
Mil,  Finca. 

Perla.  Bom.,  Parm.,  Mani.,  Fér.^ 
Beg.  e  Fer.  Gruccia.  -  iL.  Perù  la. 

Plalàp.  Boi.  Nottolone.- ìL.  G a pri- 
mulgns  europaeus. 

Pi  a  m  a d a.  Fer.  -  P i  a  m a.  Airm.  Ster- 
co bovino,  equino,  ec.  -  Fr.  Pu- 
mi e  r.  Letamaio. 

Flap.  Gen.  Floscio,  molle. -Flap a. 
Bom.  Macchia,  lividore.  -  Fi  a  pi. 
Chiazzato. 

Fi  à  pò  la.  A/anf.  Centopiedi.- Z.C  e  n- 
tipes. 

Fi  far.  Gen.  Piagnucohire. 

Pigna,  infignàr.  Fer.  Bica,  abbi- 
care. 

Fior  in.  Mani.  Ricotta. 

Pi  sul.  Bom.  FùfTolo,  svasso.  Nome 
d'uccello.  -  L.  Col ym bus  cri- 
status. 

Pitòn.  Bom.  Rocchio,  cippo.  Ai  Fig- 
gere, fitto? 

Fiuròn.  Bom.  Trifolio.  -  £.  Trifo- 
lium  pratense. 

Piena.  Bom.  Pisa.  Nome  d^ uccello.  - 
L.  Tringa  vanellus. 

FI  ù  s  t e  r.  Mani.  Fanciullo  vispo. 

Fnaról.  yVom.Cùlice.-Z.Culex  pu- 
licaris. 

Fóffa,  fuffa,  fi ffa.  Gen.  Paura. 

Fognar.  Parm.,  Piace  Zomò.Man- 
truggiare. 

Folètt.  Beg.  Mulinello,  vòrtice. 
Folsèll.  Pann.  e  Beg.  •  Fn\9èii. 

Boi.  Bòzzolo. 
Poticela.  Gen.  Cerboncca,  vino  cat« 
livo. 


369 


PARTE  SECONDA. 


Foureaslròn.  Afod.  Capestro,  ca- 

vezia. 
Fottvènt.  Bom,  Falco  cuculo.  -  l. 

Falco  vespertinus. 


G  a  1  a  n  a.  BoL,  Mod.  e  Mani.  Testùpr- 

gine«-  Gr.  Chelon. 
Galavrina,   Fcr.  -  Galavrcina. 

Mod.  Ribeba,  scacciapensieri. 


Fràina.  i?o/.  Maggese. -f^.  Bdost.    Calaverna.  BoL,  Mod.,  Mani,  e 


Frata.  Bom,  Filare  d'alberi. -Frat- 
ta. IL  «^gffif /Ica  Siepe,  borroncello. 

Frégna.  Bom,  Fraddume,  carogna. 
(Dieeii  d'uomo  faslidiofo),  -  MH. 
Frigna. 

Frisar.  Fer,  -  Sfricàr.  Fm.  Rasentare. 

Frisz.  Paìtn,  e  Piac,  Vispo,  ardito. 

Fròld.  Mant,  Argine  che  sovrasta 
alPImmediata  corrente  del  fiume. 

Fròn.  Mani.  Specie  di  fungo.  -  A. 
Boletus  conscriptus. 

Fr òsn a.  Barn.  Fiòcina.  - MiL  S f ron- 
za. 

Frugn.  BoL  Sodo,  sèrio. 

Frullòn.  BoL  Libèllula- 1.  Libel- 
lula cancellata. 

Fr  u  z  z a.  Fer.  Lama  di  coltello.  Quasi 
diceste:  fer r' aguzza? 

Fruzna.  Bfg.  Ceffo,  vlsacclo. 

Fudghè.  Bom,  Grufolare. 


Fer,  Brina.  K  Calabrùsa. 

Galbéder.  Mani,,  Parm.  e  Beg.  - 
G  a  1  b  é.  Afi7.RigògoIo.  -  £.  0  r  i  o  I  u  h 
galbula.  -  f^,  Arghcib. 

Gaietta.  Gen.  Bòzzolo. 

Galsanara.  Fer,  Nuvolaglia. 

Galupp.  tHac.  e  Lomb,  Scimunito. 

Gandoi.  Parm,  Stampone.  Pannoc- 
chia del  grano  turco  sgranata.  -  l'. 
Mol  e  Tóto. 

Ganz.  Bom.  Broccato. 

Ganzàiga,  gazàita.  >/an/. Blcren- 
da,  gozzoviglia  dopo  il  lavoro. 

Garabàttel.^eg.  Bazzicature,  cian- 
frusaglie. 

Gara  pena.  Beg,  Cispa. 

Garatònd'tcra.  Par.  Zolla,  gh  io  va. 

G  a  r  a  V e  1 1.  BoL  e  Bom»  Raccmolo ,  ra- 
spoIlo.-G  a  r  a  V  le.  Bom.  Racimolare. 

Garavotta.  Fer.  Cavità. 


Fulcetta.  Gen,  Inganno,  baratte- Garba.  Parm.  Cascino.  Cerchio  dello 

rìa.-Affi.Folcètt.-r.Fustigna.l    staccio. 
Fumana.  Gi^.  Calìgine,  nebbia den-  Gargalla.  Beg,  Galla,  gallozza. 


sa.  Da  Fufho? 

F  u  s  a  z  n  a.  Bom,  Arboscello  verde  co- 
mune ne' boschi. - Z.  Evonymus 
europaeus. 

F  u s ti g n a.  Gen.  Inganno,  baratterìa. 

Fuzòn.  Bom,'(lmoL)  Piàttola,  luc- 
ciolalo. L,  Blatta  orientalis.  - 
f^,  Burdigòn  e  Luzlòn. 


Cab,  gabós.  Bom.  Lezj,  lezioso. 

Cab  a.  Piac.  e  Lomb.  Capitozza. 

Gadàn.  Piac,  e  Lomb.  Meschino,  sto- 
lido. 

Gàjen.  BoL  Bugiardone,  gran  men- 
titore. 

Gajoffa.  Gen.  Saccoccia. 


Gargàm.  Beg,  Scanalatura. 

Gargancll.  Piac,  Specie  d'anitra. - 
L,  Anas  querquedula. 

Gargantclla.  J9o/. Chiappolcria, co- 
succia. 

Garibòld.  Piac.  Grimaldello. 

Gariòn.  Piac.  Tonchio;  bruco  de' 
legumi. 

Garlè.  Piac.  Aggranchiato,  intormcn- 
Uto. 

Garòttel.  Gen,  Giova,  zolla. 

Garsé.  Bom.  Brizzolato. 

Garzò.  Piac.  Pennecchio. 

Gassa.  Piac,  e  Lomb.  Cappio. 

Gatòzzol.  Bom.  -  Gattònzzel. 
Mod.  -  Ga  ri  zzo  le.  Fer,  -  c;at- 
l  ù  z  z.  Fci\  Solletico.  -  / \  B  l  e  d  eg, 

.  ghèttel  e  glott. 


DlALCni 

Gàtul.  Fer,  Aqiiìdoiio. 

Gatti  ara.  Fer,  Sparnidata. 

Gav.  Mant.  Grossa  fune.  -  #^  Ga- 
vetta. 

Gavàrd.  Piac,  -  Gavèll.  Beg.  Pa- 
letta, pala  da  focolare.  V.  Bar nàs. 

Gavazza.  Mani,  Prima  diramailone 
del  tronco. 

Gavèl.  Boi.  e  Refi,  -  Gavi.  Ftr,  - 
G  h  e  V  u  I.  Bom.  Quarti  della  cireon- 
ferenza  delle  ruote. 

G  a  v  e  11  a.  Fer,  Sceltume  (proprio  del" 
le  frulla). 

Gavétta.  Mani. ,  Hoc.  e  Ver.  Cor- 
dicella, spago.  •  Boi,  Matassa. -r. 
Gav. 

G  a  vi  n  è  1 1.  Mant,,  Reg.  e  Lomb.  Acer- 
tello. -£.  Falco  tinnunculus. 

Gavòn.  Piac.  Puuaone,  pugno. 

Gavòtt.  Ilom.  Bacchettone,  pinzòc- 
chero. 

Gazàn.  Piac.  Puzzole. «JL.  Tagetcs. 

Gè  m  b.  Afonf.  -  G  e  ni  0.  f'en.  Gomìtolo. 

Gemella.  Piac.  Mugherino  -  L,  Con- 
vallaria majalis. 

Gerì  bugila.  Beg.  Ciurmaglia. 

Che  da.  Afanl.  Grembo. -G  he  de  de 
la  camisa.  Gheroni. 

G  he  fu  la.  Bom.  Principio  o  fine  del 
gomìtolo,  sicché  contenga  ancora 
pochissimo  filo. 

Gheghi.  Par  in.  Busse,  percosse. 

Che  Isa.  Fer.  Gallòria,  gavazzamen- 
to.  -  y.  Gr ingoia. 

Gherluda.  ^o/.  Viacarda. -^  Tur^ 
dus  viseivorus. 

Gh e  r  t  à r.  i?o(.. Increspare. 

Obesi  a.  Roim.  Melensa.  (/)teeti  di 
donna). 

Ghèttel.  Boi.  Dilético,  sollético.  -  ^. 
Glòtl. 

Ghia.  Piac.  e  Mil,  -  Ghiado.  Pav. 
Aalla:  Il  lungo  stimolo  che  i  bifol- 
chi adoperano  coli' aratro.  -  Gia- 
dèll.  n  semplice  pùngolo. 'Mani, 
Gojadèl  e  Gojòl.  /'. 


BMIUA3II.  965 

Ghia  da.  Fer,  Paletta  di  ferro,  onde 
si  pulisce  il  vòmere  uell' arare.  - 
y.  Ramiòla. 

Chiana.  Fer.  Vinciglio,  vinco. 

Ghigna.  Gen.  Ceffo.  -  f^.  Gr  cinta. 

Chignon.  Emil.  e  Lomb,  Dispetto, 
ira. 

Ghin.  Bom.  Smanceroso,  lezioso. 

G  h i  nà  1  d.  Piac.  e  Parm.  Astuto,  scal- 
trito. 

China,  ghin  è.  Bom.  Sdrùcciolo, 
sdrucciolare. 

Chi  rèi.  Parm.  Gonnella,  guarnello. 

Ghiringagna.  Fer,  Gozzoviglia, fe- 
sta, allegria. 

Chissà.  Fer.  Gara. 

Ghizz.  Parm.  Covàcciolo,  letto. 

Giamanta,  giaverda.  Bom,  Sgual- 
drina, donna  di  mal  aliare. 

Giànden.  Mod.  Lèndine. 

Gianvàn.  BoL  -  Giavàn.  Lomb, 
Sciocco,  balordo. 

Giavascara.  Fer,  Chioma  d'alberi. 

Giavòn.  Bom.  e  ì'tr.  Pànico  selvàtico.  - 
L.  Pauicus  crus  galli. 

Ci  avrà.  Beg.  Gragnuola  minuta. 

Giggiàr.  Parm.  Quadrare,  calzar 
bene. 

Cilardèiua.  Piac,  Sutro,  gallinella 
aquàtica.-^.  Uallus  porzana. 

GImè.  Bom.  Mugherino.  -  jL.  Jasmi- 
num  sambac. 

Giòa.  Mani.  Granchio.  Slrumento  di 
ferro  col  quale  t  falegnami  astica^ 
rano  le  lavale  da  piallare, 

elogia.  Bom.  Basóffia. 

Giór.  Bom,  Grullo,  mogio,  malaticcio, 
melanconico.  -  I  n  g  i  u  r  ì  s.  Comin- 
ciare ad  ammalarsi.  (  Dicesi  degli 
animali.  ) 

Giova.  Boi.  e  Fer.  Bastone  lungo  e 
forcuto  per  cògliere  fichi,  ce. 

Giova.  Piac.  Pannòcchia  {frullo  del 
grano  turco).  -  y.  N  ó y  1  a. 

Giurgìnèl.  Bom.  Morcttonc.  <  L. 
Anas  clangula. 


20^  PARTE  SECONDA. 

Giurgiól.  Hom,  Sambecclo,  uccello 
palustre. -Z.  Tri nga  minuta. 

C  i  US  t  r è  r.  Beg,  Cestire,  far  cesto  {Di- 
cesi  delle  piante). 

Giù  ti.  Rom»  Squittire. 

G  i  u  t  u  r.  Bom,  Turàcciolo  di  sùghero. 

Gì  uva  da.  Fer,  Ingraticolato. 

Glòtt.  Piac.  -  Galitt.  Lomb.  Sollé- 
tico, diletico. -r.  Ghèttel  e  Ga- 
tòzzol. 

Gmira.  /7om.  -  Gumiér.  Fer,  Vò- 
mere. 

G  m  i  s  se  il.  6en. Gomitolo.- r. Gém  b. 

Gnàcchera.  Boi.  Bagatella.  -  V, 
Zerra,  Gnecsa,  Gomra. 

Gnacra.  Beg,  Squarcio,  piaga. 

Gnaff.  Bom,  Camuso. 

Gnaflèn.  Bom,  Sorgozzone;  colpo 
che  si  dà  sotto  il  mento. 

Gnàgn.  Boi.  Minchione,  babbeo. 

Gnécch.  Bom,  Lamento.  •  Mil, 
Gnecch.  Di  mal  umore. 

G  n  e  e  s  a.  Boi,  Bagatella.  -  K  Gnàc- 
chera, zerra. 

Gnés.  Bom,  Buronchino,  malcontento 
di  tutto.  -  G nesa.  Parm.  Svogliata. 
Diceii  di  donna. 

Gnic,  gniccàr.  Fer,  Scricchio, 
scricchiolare;  ancfie  Gèmito,  geme- 
re.'Bom,  Gnichè,  gnicadùr. 

Gn i f f è i  n a.  Parm.  Lernia,  leziosa. 

Gnig netta.  Fer,  Febbretta. 

Gnignòn.  Bom,  Sabbione. 

G  n  i  se  na.  Bdm,  Innocentina,  melensa. 

G  n  0  g  n  0.  Piac.  Eccellente ,  squisito. 

Gnorgna,  gnola.  Beg.  Cantilena. - 
Gnorgna.  Bom*  Mattana,  sopore. 

Gò.  Bom.  Ventraja. 

Gobi  a.  Bom.  Mallo. 

Goghctta.  Gen,  Gozzoviglia. 

Gogn.  Piac.  Majale. -Goggiò  e  go- 
g  n  i  n.  Majaletto.  -  Parm.  Gogne! n 
e  Gozèin.  Porco,  majale.  -  Afanf. 
G  ogi  n.  -  Pav.  G 0 r  a n  è i.  Majale  da 
latte. -Gogi 51.  Majale  d^un  anno 
in  circa,  r.  Gutì-n. 


G  ó  i.  Bom,  Ebreo  (pre$»o  i  Critliani)  ; 

Cristiano  (pretto  gli  Ebrei), 
GojadèI,  gojol.  ilfanl.-Gujadèl. 

Mod.  -  Gujèl.  Fer.  Pùngolo.  -  f^. 

Ghia. 
Golena.  Gen,  Spazio  di  terra  som- 
mergibile tra  la  ripa  del  fiume  e 

r  àrgine. 
Gomars.  Parm. -Gomis.  Piac,  Ac- 
corarsi, rattristarsi. 
Gom  ra.  Boi,  Corbelleria,  bagatella.  - 

y.  Zerra,  gnàcchera,  gnecsa. 
Gonz.  Gen,  Balordo,  sciocco.  -  .Aref. 

Ganz.  Oca;  fig.  Sciocco.  •   Ted. 

Ganz.  Oca. 
Gor.  Bom.  Rossiccio,  rossigno  (Dt- 

eesi  del  vino). 
Gora.  Bom,  Buffetto. - MiL  G ò g a. 
Goranèi.  Pav,  Majale  da  latte.  -  f^ 

Gogn. 
GorbÌàn,grùbiàn,grùzón.  Mani, 

Villanaccio,  zoticone. 
Gorgnàl.  Piac,  Cicória,  radichio. - 

/,.  Cichorium  Intybus. 
Górra.  Piac,  Vétrìce.-  £.  Salix  vi- 

minalis. -Gorrèin.  Vimine. 
Gramil.  Afod.  Maciulla,  scòtola. 
Granf.  Gen.  Granchio,  contrazione 

de'  mùscoli.  -  Ted,  K.r am  f  f. 
Gr appella.  Botn,  Làppola,  barda- 
na. -  A.  Arctium  lappa;  cauca- 

lis  latifolia. 
G  rapi  ola.  /?om.  Verònica  maschia.- 

L.  Galium  aparine. 
Grèin.  Piac.  -  Crin.  Piem.  Porco.  - 

Grèina.  Troja.-Grinèln.  Miga- 

letto. 
G  r  è  I  n  g  0 1 .  l^ae.  Granchierella.  -  L. 

Cuscuta    curopaca.   -   Mani. 

Gringa.  T. 
Grèinta.  Beg.,  Parm.  e  Hoc.  Ceffo, 

cipiglio.  -  Grenta.  ilOm.  Rogna; 

fig.  Ceffo. 
Griglia.  Piac.  Persiana;  serramento 

esterno  delle  finestre. 
Grimù.  Pav.  Abbronzare  con  ferro 


DIAMffn 

caldo.  -  JL.  Cremare.  -  Mii.  Cre- 
ma. 

G  ring  a.  Mant.  Granchierella.  -  K 
Grèingol. 

G  ring  ola.  EmiL  e  f^en.  Glàbilo, 
gloja.  -  K.  Ghelsa. 

Oro  vi.  Piac.  Rannicchiato,  raggnip- 
pato. '  Fr.  Croupi. 

Grulè.  ftom.  Il  vociare  del  taeehlno. 

Grull.  BoL  Rùvido,  scabro. 

G ruzza.  Feg.  Bolgia  da  calden^o. 

Guajùm.  Boi.  e  Mod.  Guaime,  erba 
che  rinasce  nei  prati.  -  Bret,  G  u  i  ■!.• 
£.  Gramen. 

Guarnassa,  gu a r ne  11.  Afoni.  Gon- 
na, gnarnacea. 

Guatra.  Piae.  Zolla,  gleba. 

Gudàzz.  Gm.  Padrino  -  Gudazza. 
Madrina.  -  «^/  dice  in  MiL  anche 
Gbidazz  e  ghidazza. 

Guèindol.  /'/oc. -Guindcl. /7ef7  - 
Guindan.  Pop,  Arcolajo,  guìndo- 
lo. -  Ted.  Win  de. 

Guèinta.  Piae.  Agguato,  insidia.  - 
Guintà.  Slare  in  agguato. 

Guerz.  BoL,  Mod.  e  fieg.  Arpione, 
càrdine. 

Guett.  Boi.  Vile,  abbietto,  guitto. 

Gufla.  Boi.  Fìòcìnt.' Nel  dialetto  del- 
la Francii'Contea  C  o  u  f  I  e  s,  iigni- 
fica  Sacello  e  fiòcine.  -  Gael.  Cwf  I. 
Mantello,  Invòlucro. 

G  n  m  I  é  r.  -  Fer.  G  m  1  r  a.  /7cm.  VÒBiere. 

Gutèn.  ttom*  voe.  coni.  Porcellino. 

Gu  v i  r 69.  Parm.  Accovacciarsi. 

Gvirè.  Bom.  Agguatare. 


Iblòl.  /ioni.  Beveratoio.  trincarcHo. 
1 1  z  a.  Boi.,  Fcr.  e  ManL  Slitta,  tràino. 
Irobabblàrs.  Fer.  Imbrodolarsi. 
Imbèls.  Boi.  Impaccio,  imbroglio.- 

Imbelsàr.  Impacciare.  -  Fer.  Im- 

balsàr.  -  F.  Bciza. 
Imbagalàr.  Fer.  Inzaccherare. 


£MILIANI.  965 

Imbazzulìr.  Fer.  Imbalordire. 

imbactè.  Bom.  Incarcerare,  abbin- 
dolare. 

Imbè.  Bom.  Sì. 

Imbogèr.  Beg.  Imblsacclare. 

imboghi.  Piac.  Infagottare,  ravvol- 
gere con  molte  vesti. 

im bom  bar.  Mani,  e  Fer.  Inzuppa- 
re, imbevere. 

Imbòrau.  Bom.  Nero.-  Fone  da 
Eburneo? 

Imbrès  (sumnèr  ad).  Bom.  Semi- 
nare a  sovescio. 

imbrumblè.  Bom.  Infrascare.  -  F. 
Brombla. 

imburdunàr.  Fer.  Imbacuccare. 

I  m  b  u  s  g  n  è  rs.  Beg.  Accoccolarsi,  ac- 
cosciarsi. 

Imma  Uè.  Bom.  Infangare. 

I  m  m  u  r  i  s.  Bom.  Oscurarsi. 

Immusarlès.  Bom.  Imbrodolarsi, 
Insudiciarsi. 

Immutaris.  Bom.  Imbronciare. 

I  m  p  a  p  i  a  r.  Parm.  Impiastricciare. 

Impatachc.  Bom.  Fìggere;  dare  ad 
intendere. 

Impladura,  impiè,  impiès. /?om. 
Cagliamento,  cagliare,  cagliarsi. 

Implàr.  Boi.  -  Impièr.  Beg.  -  Im- 
pissà r.  Jfan/.  e  Fer.  -  Pissàr. 
Mil.  Accèndere,  appicciare.  -  Sp, 
Limpiàr. 

Implrulès.  Bom.  Cincinnarsi. 

Impitaris.  i2om. -Imptars.  Parm. 
Imbizzarrirsi. 

Impizzàda.  Pann.  Imbeccata. 

In  ari.  Bom.  Inasprire,  irritare. 

Inascarìrs.  Beg.  Entrare  in  uzzolo. 

I  na s  i  à  r.  Mani,  e  Fer.  Allestire,  pre- 
parare. 

Inbadajà.  Piac.  Confuso. 

Inbicucàrs,  ìncucàrs.  Fer.  Tar- 
tagliare. 

Incampìr.  Parm.  Intristire,  disec- 
carsi. Diccsi  delle  biade  e  ùmili , 
che  ditéccano  per  nebbia  o  siccilà. 


26.6  PARTB  SECONDA. 

Incandìr.  Fer,  Arsiccitre.-  L.  In* 

candescere? 
I  n  e  a  Im  à  r.  Mani,  e  f^er.  Innestare.  - 

f .  I  n  s  d  i  r. 
inciachè.  Rom,  Appiccicarsi. 
Incìziàrs.  Fer.    Biosciare  ,    esser 

bleso. 


fcrmiccto.  •  GO0L  Gwan.  Débole. 

infermo.  -  Brel.  Gwan.  Carogna. 
Inguéra.  Mani,  Truogolo.  -  r.  in- 

ghirola. 
Inluvis.  Rom,  Inghiottonire,  farsi 

ingordo.- Afi7.  Mangia  conile  na 

luva. 


In  co.  Rom,  -  Incó.  Piac,  e  Lamb,  - 


Incà.  Boi  Oggi. 

Incurnicè,  incurniceda.  Rom. 
Inconoccliiare,  pennecchio. 

Incuznìs.  Rom,  Chiocciare,  èsser 
malescio. 

I nericar.  Fer.  Grommare. 

I  n  e  r  0  s.  Piac.  Profondo ,  cavo.  -  Fr. 
Creusé. 

Indèvs.  Boi.  Malaticcio.  -  F,  In- 
guànguel. 

I  n  d  s  e  n  a.  Rom,  Ànici  in  camicia,  piz- 
zicata, ànici  coperti  di  zùcchero. 

Indsmìs.  Rom.  Istupidire. 

Ine  ré.  Boi,  Adirato. 

Infaltrìr.  Fer,  Intrìdere,  imbrat- 
tare. 

Infézan.  /fotti.  Mostro.  Animale  ge- 
nerato con  membra  imperfette. . 

Ingamurdìr.  Boi,  Ingannare. 

Ingalsanàr.  Fer,  Annuvolarsi. 

Ingargamàr.  Fer,  Intrigare. 

Ingatiàr.  Gen.  Intricare. 

Ingazzaris.  Piac.  Incapricciarsi. 

Ingermàr.  Parm.  Ammaliare,  fa- 
tare.-f^.  Inzer  ma. 

I  n  g  h  i  r  ó  1  a.  Mod,  Abbeveratojo,  pìc- 
colo truogolo,  y,  Inguéra. 

Ingiaris.  Rom,  Intirizzire,  aggrez- 
zirsi.  -  y,  Ingiarunàr. 

Ingiarunàr.  Fer,  Indurare. 

Ingrillè.  Boi.  Intirizzito.  -  y.  In- 
giaris. 

I  n g  r  i  t n ì.  Rom.  Mozzare,  aggrezzare 
le  mani,  le  dita;  assiderarsi.  -  y, 
Ingiaris. 

Ingrutlìrs.  Fer.  Aggranchirsi.  -  y. 

Ingritni,  ingrillè,  ce. 
Jnguànguel,  inguangulà.  Boi.- 
Ingànguì.  hom.  Concafcssà,  in- 


Inluzzi.  Rom,  Far  lercio. 


Inparnigàr.  Fer,  Screziare. 

I  n  r  i  n  gh ì.  Piac,  -  In ra  n g  h ì.  Lomb, 
Aggranchire. 

Inrimulè.  Rom,  Incruscare.   -  y. 
Rè  mei. 

Inruslè.  ^ottt.  Imbrodolare,  imbrat- 
tare. 

Insamnir.  Fer.  Stordire. - ^  Insa- 
nire? 

Insanturir.  Fer,  Intristire,  imboz- 
zacchire. 

Insbulzir.  Boi.  Impinzare. 

Insburgnè.  y?om.  Avvinazzato. 

Inscalas.  Piac.  e  MiL  Arrischiarsi) 
azzardare. 

Inscambrutirs.  Fer,  Turbarsi. 

Insclìs.  Rom.  Intirizzire.  -  y.  In* 
giarìs. 

Insdir.  Boi.  -  Insùdi.  Piac.  -  In- 
sedi. iLotti6.  - 1  n s  d  è.  Rom.  Inne- 
stare.*^. Insitare? 

Insdott.  Rom,  Innesto. 

Insfulzgnir.  Boi.  Impiniare,  ricol- 
mare.-f^.  Insbulzir. 

In  si  mi  rada.  Fer,  Spia,  spionaggio. 

Insmà.  Parm.  Solamente.  K.  Alma. 

Insveltis.  y?om.  Riaversi,  imbric- 
conire. 

Intambucès.  Rom,  Intozzare,  di- 
venir tozzo. 

In  tatare.  Rom.  Ingomberare. 

Iuta  vane.  Rom.  Brillo;  alloro  pel 
vino  bevuto. 

Intgnosir.  Parm.  Intristire,  imlioz- 
zacchirc.  -  f^.  Ine  ampi  r,  ed  Inz- 
gugnis. 

Intignis.  Rom,  Istiizirsi. 

Iniivàr.  Fer,  e  Ftn,  CégUerc  nei 
sogno,  colpire. 


DIALIRI   EMILIANI. 


%67 


Iniuitù.  Boi  e  Mil  A  riguardo.  • 

£.  Intoitu? 
Inveli,  fìom.  In  nessun  luogo. 
Inungiàs.  Piac,  Aecòrgersl,  subo- 
dorare. 
I n V u rn ì.  Bom,  Importunare ,  torre 
Il  capo,  addormentare.  Trai. 

I  n  V  a  r  ì  r .  Beg,  Invajare,  divenir  nero. 
Dicesi  MVupa  e  d'olire  fruita, 

Inzalaburdì.  Bom»  Torre  gli  orec- 
chi, assordare. 

Inzancbè.  Bom.  Inginocchiare.  Dì- 
ce$i  doffU  artigiani  quando  le  cote 
piegano  e  fanno  gomito. 

Inzarbèl.  Bom.  Barelle,  ànima  del 
psgliajo. 

Inzermà.  Bom.  *  Inzarmè.  Piac. 
Ciurmato,  fatato.  -  Fr.  Charme? 

Inzgbi.  Bom.  Acdecare. 

Inzgugnìs.  iZoni.  Intristire.  Dice$i 
delle  piante  die  créscono  a  stento 
per  qualche  difetto,"  K.  I  n  e  a  m  p  ì  r. 

Inzolàr.  Mani,  e  Ter.  Allacciare, 
legare. -f^  Daszulàr. 

Inzorlàrs.  Parm.  Inzaccherarsi. 

I  n  z  u  t  ì  s.  Bom.  Ammozzarsi,  stivarsi. 

loia.  Parm.  Cantilena  delle  nutrici 
per  addormentare  i  bimbi.  -  Pia- 
gnucolamento de*  bambini. 

Irò  la.  Bom.  Tègghia,  vaso  di  rame 
a  cuòcer  torte,  ec. 


Ladèin.  Boi.  e  Beg. •Lhdìn.  Lomb. 
Scorrévole,  fàcile,  corrivo.  -  Bret. 
Ledua.  Largo. -£.  Latus. 

Laga,  lagàr.  Per.  Solco,  solcare. 

Lagòtt.  Rom.  Valligiano. 

Lama.  Parm.,  ManL,  Mod.  e  Beg. 
Mallo. 

Lambreccia.  Beg.  Pianella,  matto- 
ne tottiie.  -  Fr.  L  ambris. 

Lamp.  Fer."  Lampo.  Fer.  Lembo, 
falda.  Dicesi  propriamente  delle 
vesti. 


Lanca.  Mani.,  Parm.  e  Piac.  Seno  di 
fiume. 

Landra.  Boi.  -  Slandra.  Lomb.  e  Fen, 
Donna  sudicia.  -  Tras.  Meretrice. 

Lantir,  iantisiòn.  /W*.  Languire, 
languore. 

Lapàr.  Parm.  Lambire. 

Lane  in.  Piac.  Treggia,  tràino. -F. 
Lesia. 

L azzera.  Bom.  Anguillare;  lungo  e 
dritto  filare  di  viti  legate  insieme 
con  pali  e  pèrtiche. 

Lebga.  Pine.  Moccicj^a.  -  Leb- 
ghèint  Moccioso. 

Lébur.  Bom.  Giusquiamo. -£.  Hi o- 
sciamus  niger. 

Lecca.  Bom.  Melma,  belletta.  *  jlfod. 
Lesza.  •  //.  Lezzo.  Sucidume.  K. 
Lldga. 

Léch.  P'er.  Utilità,  frutto,  avanzo. 

Le  fa.  Fer.  Melenso,  melensàgine. 

Lega.  F.  cotit.  Bom.  Solco.  F.  Lag  a. 

Lem.  Fer,  Piae.,  Parm,  e  Lomh.  Le- 
gumi in  gènere.  •  Lemm  iemm. 
Adagio,  lemme  lemme. 

Lenz.  Bom.  Cimossa,  vivagno  del 
panno  lano. 

Leonzèin.  Piac.  Mughetto.  •£.  Con- 
vallaria majalis. 

Loppa.  Bom.  Coda,  striscia  di  panno 
che  è  cucita  alla  serra  de^  calzoni 
per  affibbiarli. 

Lergna.  Atant.j  Piac.  e  Lomb.  So- 
pore, febbricciàttola.  -Lergnotta, 
le  rg  ne  Ita.  Vale  lo  stesso. 

Letta.  F.  de'  Tessit. Bom. Vareiei  le 
due  metà  dei  fili  deirordito,  che 
si  distìnguono  in  fili  della  parte  in- 
feriore e  in  fili  della  parte  supe- 
riore, perchè  neir  azione  del  telajo 
si  alzano  e  si  abbassano  a  vicenda. 

Lev.  Mani,  e  Beg.  Polmone. 

Lezza.  Parm.  a  Beg.  Treggia,  tràino 
senza  ruote.  'F.  Lazzèin. 

Libia.  Tarm.  Frana. -Li bla r.  Fra- 
nare. 


368 


Lidga.  Beg,  e  Pcurm.  Belletta,  mel- 
ma.- f^.  Lecca. 

Lif.  fieg.  e  Pctrm,  Ghiotto,  goloso.  - 
Lifgnarìa.  Ghiottoneria.  -  AftV. 
Lui,  Ghiotto.  Significa  lupo. 

Lìfròn.  Piac,  Dolcione,  sciocco. 

L  i  g  a  b  ò.  BoL  Anònide.  -  Fr.  A  r  r é  t  e- 
b  0  e  u  f.  £*  rimarchévole  questa  con' 
ionanza  fra  le  due  voci  francese  e 
botognae.  V,  Bunaga. 

Ligabósch.  Moni.,  Pav.  e  /Veni, 
édera.  -  Boi,  Lonicera  caprifoglia. 

Llgór.  Piac.  e  Fer,  -  Ligòr.  Boi,  - 
Lùgar.  Monf.  -  Ligadór.  fVr. 
Ramarro.-  K  Àlgnor^  Mar. 

L  i  m  g  h  è  r.  Beg.  Trapelare.  Diceti  de' 
liquidi. 

Lindòr.  Beg,  Aspo,  incannatoio. 

LI n zar.  Parm,,  Piac,  e  Iom6. Mano- 
méttere, sboccare.  -  Linz  è  r.  Beg, 
Rompere,  divìdere. 

Lisàs.  Gen,  Logorarsi,  ragnarsi.  Di- 
cesi dei  pcmnilini  e  pannilani. 

Lisca.  Piac,  e  Lomb,  Alga,  càrice.  - 
y,  ^avira. 

Lispulè.  F,  de*  fabbr.  Barn,  Acceca- 
re, fare  l'accecatura. 

Livrèr.  7?eg.-Livràr.  yer.  Finire. 

Lizz.  Piac,  Elee. 

Lo  e.  Bol.s  ManLj  Parm,  e  Piac,  Lolla, 
pula.  -  MiL  Folle,  cervello  balzano. 

Lòdan.  Parm,  Ontano. 

Lodra.  Beg,  -  Lora.  Parm.  e  f^er. 
Pévera. -Lodr è  tt.  Imbuto.  -  yer, 
Tortòr.  -  K.  Pidria,  Svina  e 
Buvinèl. 

Lòffi.  Gen.  Floscio,  fiacco.  -  r.  Zèi n- 
guel. 

Ldgia.  Pa9,  e  Mil.  Troja,  scrofa. 

Lòja.  Piac,  Tentennone,  irrisoluto. 

Loica.  Fer,  Lentezza. 

Los.  Parm.  e  Piac,  Appannato. 

Lopa.  Parm.  Scoria. 

Losla  (Pè  la).  Bom,  Dar  la  baja. 

Losna.  Boi.  e  Beg.  Lampo,  baleno.  - 
L usuar,  losnèr. Balenare. -4fi7. 
Lusnada.  Baleno. -T.  Slosna. 


PARTE  SECO.XDA. 

Lòtag,  lòdeg,  lòtteg.  Piac.  e 
Lomb.  Molleca;  granchio  di  guscio 
tenero. 

Loti  lott.  Bom,  Lemme  lemme, 
quatto  quatto. 

Lovartis.  Mani,  e  Per.  -  Vartis. 
Piac,  -  Vertis.  Pav.  -  Ldvertis. 
Mil,  Luppolo.-/..  Humulus  lu- 
p  u  I  US.  -  Boi,  L u  ve  r  tìs ,  ùgnilica 
Ligustro. 

L  il  bla.  Piac.  Frana.- Liibià.  Cade- 
re, scoscendere.  -  L.  L abere? 

Luchèlna.  Boi.  Baja,  fandonia. 

Lùdàl.  Piac.  Ululato.  -  Ludla.  Ulu- 
lare. 

Lùgar,  lùgher.  Mani.  Ramarro.  - 
F,  Ligór,  àlguor  e  mar. 

Lumàdeg.  ilfod.  Stantìo. 

Lùmdòn.  Piac.  Sorbone,  gattonc. 

Lune  la.  Parm,  Ùgola. 

Lussa.  Piac,'  Luzza.  Parm,  -SI li- 
sci a.  Mil,  Aquazzone,  rovescio  di 
pioggia. 

Lussi,  mussi.  Piac,  Pigolare,  pia- 
gnucolare. 

Lu vertis.  Boi,  Ligustro. 

L  u  vs  è  n.  Bom,  Pasto  ;  il  polmone  de- 
gli animali  piccoli,  che  si  macellano. 

Luzlòn.  Bom.  Piàttola.  •  K.  Burdi- 
gòn  e  Fuzòo. 


Macobà.  Boi.  Ceràmbice.  -  £.  Ge- 
rambyx  muscatus. 

Madira.  Boi,  Corrente;  aorta  di  tra- 
ve ne'  tetti. 

Madòn.  Boi,  Zolla,  gleba  attaccata 
alle  radici  delle  piante. 

Maga.  Boi,  FischlODe.  •  L.  Anas  pe- 
nelope. 

Maga.  Piac,  e  Parm,  Astici^,  rancore.  - 
Magòn.  Gen,  Patema  d'animo.  F. 

Magulòss.  Fer,  Malescio. 

Magà8s./?om. Moriglione.-/..  Anas 

ferina. 
Magassòn.  Bom,  Fischione  turco.  - 
Z.  Anas  rufina. 


DIAUOn  EMILIANI, 


269 


Maghete,  Beg.  Gruiio,  grùnoki. -hiaràzz,  marazza-  Par,,  Piac,  e 


y.  Molséna. 


Magnàn.  Gm.  Caldera^.  - /T^.  Seal-  Ha  regna,  marogna.  Boi,  e  Piac. 


Beg,  Boncone,  falcione. 


trito. 

JiagÓD.  Gen,  YentrigUo.  • /li^.  Pa- 
tema d^ ànimo.  -  7Vd.  Hagen? - 
Immagonàrs.  Gen,  Accorarsi. 

Magunàr.  Far,  Ammanare. 

Mal.  Picu:,  Preposto  al  nomi ,  dinota 
perfezione,  eccesso.  -  Una  mal 
donna,  un  mal  cavai,  tigmfl- 
cano:  una  bellissima  donna,  un  ve* 
locìssimo  cavallo. 

Malàn.  Pioe,  Mallo. 

M alci  par.  Fer.  Malmenare. 

M  a  I  è  1 1.  Bom,  Sacco,  sacchetto.  <-  Fr. 
Malie.  Valigia. 

Qlalgàzz.  Bom,  Sagginale.  -  Mil, 
MelgaS. 

Malis.  Bom.  Sorta  d^uva  bianca. 

M  a  1 0  8  s  é  r.  Piac.  Sensale.  «»  Mil,  H  a- 
rossé. 

Mamalocca.  Bom,  Succiamele,  fuo- 
co selvàtico.  Erba  parassita,  flagel- 
lo dei  legumi.  -  L,  Orobanche 
major. 

Xamlón.  Fer.  Manieroso,  affàbile. 

Mang aneli.  MatU,,  Piae.  e  Lomb. 
Randello,  grosso  bastone. 

Mansa.  Piac,  Pannocchia.  Spiga  del 
grano  turco.  -  K  Novla.  -  Man- 
sa rèina.  Granata. 

Uanvàr.  Fer.  F,  eont.  Ammanire. 

Manvin.  Fer.  Mignolo  (dito).  -  F. 
Marmlìn. 

Mar.  Bom,  Ramarro.  •  F,  Ligòr. 

llaragna.ile9.-Marogna.  Ter.  Bi- 
ca, mucchio.- Maragndl.Afonr. - 
Maragnòl.  Fer,  Mucchio  di  biche, 
pali  od  altro,  in  nùmero  determinato. 

Marangòn.  Boi,  Carpentiere,  fab- 
bricatore di  carri.  -Marangòn. 
Beg,,  Mod.,  Mani,  e  Fer.  -  Ma- 
ri ngon.  Piac  Falegname. 

Ha  rateila,  ma  roca.  f'cr.  Quantità 
e  manne. 


Scòria  del  ferro. 

Ma  re  zar.  Mani.  Ruminare. 

Margòss.  Beg.  Torso.  Ciò  che  rima- 
ne del  frutto,  dopo  averne  levata 
la  polpa.  F.  Carcòss. 

H arietta.  Bol,^  Fer.j  Mod.  e  Reg, 
Saliscendi.  -  Piac.  e  Mani,  Mar- 
ldtta.-K.  Sape. 

Mar  Unga.  Piac,  Rabescato. 

Marmlin.  Man/. -Marmlèin. /Voc. 
Dito  mìgnolo. - Irl.  Marmmear. 

Ma  reca.  Gen,  Marame. 

Mar  òlla.  Parm,  e  Piac,  Midolla. 

Marùc.  Fer.  Vitello. 

Martùf.  Gen,  Baccellone,  scioccone. 

Martùrèll./V(u;.-Martinèll.Frr. 
Calabrone. 

Marzana.  Fer,  Terreno  molle,  che 
cede  sotto  il  piede. 

Masaròn.  Piac,  Ranno,  rannata. 

Masélarpèin.  fioe.- Mascherpa. 
Lomb,  Ricotta. 

Ma  so  e.  Boi.  Mézzo,  vizzo. 

Masottòn.  Piac,  PafTqto,  grasso. 

Massa.  Poe.  e  Piac.  Vòmere.  -Mas- 
setta.  Mani.  Ferro  simile  alla  man- 
naja,  col  quale  si  taglia  il  fleno 
sulla  tettoja. 

Mazzo n.  /'iac.  Romano,  marchio  del- 
la stadera. 

Matarèl.  Fer,  -  Batarèll.  Lomb. 
Bacchio. 

Meda.  Piac.,  Lomb.eBom.^UiedtL, 
Fer.  Catasta,  mucchio.  Diceii  delle 
legna.' il  de.  Bom,  accatastare. 

Mena.  Fer.  Allora,  in  quell'istante. 

.Mésa,  msòtta.  Piac.  Màdia. 

Mcsero.  Piac.  e  Sien,\e\o  o  panno- 
lino, onde  9^  acconciano  il  capo  le 
donne. 

Mi  cattar.  Boi.  Indugiare,  tirare  in 
lungo. 

ÌMIIò.  /Yac. -Milord,  smiiordòn. 


270 


PARTE  SECONDA. 


Lomb,»L.  Coluber  milo.  -  Mio. 
Parm,  Biscia,  serpe.  -  Mio  tèlo. 
Ciriuola,  pìccola  anguilla. 

Miòt.  Bom.  Tèmolo,  pesce  marino. - 
L.  Salmo  thymallus. 

MI  san.  Bom.  Scioperone. 

Mlscèl.  Mod,  Gomitolo.  -  MiL  Re- 
mlssèi.  f^,  Gemb. 

Miss! r a.  Bom,  Giuntare,  fraudare. 

Mlstadèll.  Piac,  Tabemacoletto , 
cappella. -Majstaditt  AfiL  Ima- 
gini  di  santi,  flgure  sacre. 

Mizzè.  Bom.  Brancicare,  mantrug- 
giare,  stazzonare.  -  Miczòn.  Bran- 
cicatore. 

Mlcna.  Beg,  -  Miei n a.  Parm.  Lin- 
gua. Fungo  che  nasce  ne^  pedali  e 
ne'  tronchi  degli  àlberi. 

Mlicàt.  />r.  f^.coni.  Sofistico,  fasti- 
dioso; anche  lento,  pigro. 

MIosc.  Piac,  Gorgoglione.  Insetto. 

MI  uni.  Boi,  Pioggia  adusta  in  tempo 
estl  vo.-Afofl.  Golpe,  vo1pe.-i^.V  1  a  m. 

Mnaca.  Boi,  Volpone,  finto  sémplice. 

Mnacia.  Bom,  Corvo. -^.  Corvus 
frugilegus. 

Mnadura.  Fer,  Congiuntura  delle 
membra. 

Mnèin.  Boi,  e  Beg,  Vezzeggiativo  di 
gatto. 

Moca.  Piac.  e  Lomb.  Smorfia.  -  Fa  la 
m  0  e  a.  Far  le  fiche.  -  M  o  e  a.  /n  Fer, 
vale  anche  per  Danaro ,  danaroso. 

Mocciglla,  mucciglia.  Beg,  - 
Zàino.  Baule. -f^.  M  uzze  glia. 

Moff.  Bom,  Pàllido.  Dicesi  d'uomo. 
y,  Mufarlèn. 

M ol.  Mani,  e  Crem,  -  M  i o 1 1  ò n.  Piac. 
Cornòcchio;  torso  sgranato  del  gra- 
no turco.  -  F.  Tóto  e  Gandoi. 

Mòliz.  Parm.  Semplice,  modesto. 

Molscna.  Beg,  -  Mozina.  Lomb.  - 
Grùzzolo.  Salvadaiiajo.^^H  a  gh  è  tt. 

Monàtt.  Piac,  Becchino. 

.M  0 n  d  ò  1 1.  Piac.  Porcino.  Fungo  man- 
gereccio.-L.  Boietus  eduli s. 


Mórabùt.  Rtìlà.  Pìcchio  muratóre.  - 
L,  SItta  europiea. 

Morgnòn.  Piae',  Macchio  d'un  de- 
terminato  nùmero  di  covoni.  -  V, 
Maragna.  -  Morgnòn.  Beg, Sor- 
bone,  lumacone.  -  In  Parm,  signi- 
fica Cercine,  paracadute  pel  bim- 
bi; forte  da  Morione? 

Morseli.  Beg,  Ròtolo. 

Mota.  Piac.  Fango,  poltiglia. -  Mota- 
rè  in  t.  Fangoso. 

Mòuriòn.  Miìd,  Pinolo. 

.il r eli.  Bom.  Aquerello,  vinello,  vino 
assai  inaquato. 

M tozza.  Bom,  Divelto,  scasso. Terra 
profondamente  lavorata,  in  cui  le 
radici  delle  piante  penetrano  assai 
meglio. 

Muè.  Boi.  Cheto,  quatto,  oiògio.  - 
Beg,  e  Ver.  Zitto! 

M  u  f.  Mod,  Broncio. 

Mufarlèn.  Bom,  Pallidetto.  -  /'. 
Moff. 

Mugnàc.  Bom.  Toppo;  pezzo  di  pe- 
dale d'albero,  o  legno  grosso  ed 
informe. 

Muladùr.  /{om.  Luogo  ove  i  concia- 
tori tìngono  le  pelli  In  concia. 

Mumièr.  i^efif. - M u m i à r.  F^,  Ro- 
secchiare,  deiitecchiare. 

Mundura.  Fer,  Molenda;  pagamento 
che  si  dà  in  farina  al  mugoajo. 

Murèl.  Fer,  Rocchio,  pezzo. 

Murgàj.  Boi,  Moocici^.-Ari(.  Mar- 
gàj. 

Musa,  mussa.  Fer,  Asino ,  àsina; 
miccio ,  miccia.  •  Figur,  Ubbrift- 
chezza. 

Mussa.  Piac,,  Lomb,  e  Piem,  Spu- 
meggiare. -  /^.  M  o  u  88  e  r. 

Mussi,  lussi.  Piac.  Pigolare,  pia- 
gnucolare. -  Mil,  Luccià.  -  L 
Lugere? 

Mùtarja.iffom. -Mùtria,  mùteria. 
Gen.  Muso,  cipiglio. 

Mutcn.  Bom.  Beccaccino  reale,  fruì- 


uiAunri  EuiLu?ii. 

Udo;  ueceUo  pnlatlft,'  L,  Se^Xò^ 
pax  galllnula. 

Va iz egli  a.  Boi.  e  /7om.  Zaino,  va- 
ligia. -  f^.  Hoeciglia. 

Mzen.  Bom.  Stajo. 


li 


Nadeccia.  Hom,  Ellèboro  nero.  -  L, 
llelleborus  niger.  -  Lo  Mte*io 
nometidà  pure  a//'llelIeborus 
vlridÌ8,hieDalis,  «d<f/CheIi- 
doniuoi  majus. 

Natta.  Boi.  Burla;  beffa. 

Navès.  Bom,  Fare  air  altalena. 

Kebiàzz.  Fer,  Ébulo,  erba. 

Ne  e.  Piac.  Sdegnalo ,  incollerito.  - 
Mil  Gnèc.  Svogliato,  triste. 

Net  lènza.  Beg,  Fame,  miseria. 

Nèin.  liac.  Nido. 

N  e  V 1  a.  Birg.  e  Parm,  -  N  è  v  u  I  a.  Fer. 
Ostia ,  cialda. 


271 

Orza.  Bom.  Brocca ,  mezzina ,  orci  no- 
lo.-Al//.  Orzo.  •  L.  Orceolus. 

Osvì.  Purin.  -  Osdèi.  Piac,  •  Usa- 
d  e  I.  j|fi7.  Utensili ,  masserizie.  F. 
Usvèi. 


Paciana.  Mod.  Botta. 

Padì.  Btg.  e  Fer.  Digerito,  digesto 
{agtjiunlo  a  cibo).  -  confetto ,  ricot- 
to  {aggiunto  a  terreno  o  telatue). 

Pad  ir.  Digerire,  stagionare.  A^.  Pai- 
dì  r. 

Padól.  Bom.  Fràcido.  -  F,  Padì. 

Padaèin.  Piace  Parm. Lobo  dell'o- 
rcccliio. 

Padùm.  Par  in,  e  Piac,  Quieto,  tran- 
quillo. •  Padùm.  Fer,  Soggetto, 
sottomesso.  -  Metter  a  padùm. 
Acquetare,  cavare  il  ruzzo.  -  AfU, 
Pad  ima. 


N  é z  z.  Boi,  -  N  i  z  z.  Parm,  e  lomb,  I j*  P ag ès  t.  Barn.  Scenario. 


\ido,  mezzo.  -  Mzzìr.  Avvizzire. 
Nibbi.  Pime.  Sùghero.- !..  Quercus 

suber. 
N  i  e  I  i  zi  a.  Parm.  Dappocàggine.  Pare 

il  L,  MihiiMM/aitfiVafo. 
HI  nèin.  Boi.  Porco,  majale. 
Nispulè.  Accecare.  F.  Lispuiè. 
M  i  8  p  u  I  e  n  a.  Bom,  Sninfia ,  donna  af- 
fettata, o  affettatamente  attillata. 
IHitta.  Piac,   Limo,  melma  deposta 

da'  flami. 
lii  od  rigar.  I^tnn.  e  Piac.  Astèrgere, 

nettare,  ripulire.- A//7.  Nùdrigà. 
Vòvia. /^lac.  Pannocchia;  spiga  del 

grano  tureo.  ^'.  Giova. 
NuguL  Fer,  Piuolo. 


O 


Or  tei  la.  Beg,  Sempreviva;  pianta 
che  vegeta  sui  tetti.  -  L.  Senipcr- 
vivum. 

Orla.  Pine,  Sagacità,  pcn»picacia. 


P  a  i  d  ì  r.  Parm,  Smaltire,  digerire,  in- 
cuòcere. -  Fen,  Pai r.  Uìccmì deU*U' 
briachezza  e  timili. 

Pajarèzz.  Bom.  Zigolo  giallo.-  l. 
Emberlza  citrinella. 

Pajin,  pajnareja.  Bom,  Zerbino, 
vagheggino.  Zerbineria. 

Painàg.  Parm,  Villano,  rozzo. 

Pajòl.  Mo(l,  Giogaja. 

Pajolà.  yVoc.  -  Pajicda.  y^efy. Puèr- 
pera ,  impagliata.  -  Hiil,  Pajòra. 
Puèrpera. 

Palandrona.  Fer.  Guarnacea. 

Pai  astra.  Bom.  Chiazza,  efèlide. 
Larga  mocclUa  che  viiue  in  pcUe 
}ìcr  troppo  calore. 

Palerà.  Piac,  Specie  di  càrice.  L. 
Cari  X  major. 

Palirón.  Boni.  Acoro  Vdìso  ^  pianta, 
L.  Iris  pseud-acorus. 

I*aluri.  Bom.  Imporrare. 

Painpogna.  £fo/.,  Parm.  e  Manl.-L. 
Scarabcus  melolonlha. 

91 


A 


^ 


979 

Panar.  Fer,  Ineidere. 

P  a  n  a  r  òn.  Af onf .  e  A'oe.  -  P  a  n  a  r  ò  1 1. 
Parm,  Blatta,  piàttola.-  £.  Blatta 
orJentalis.  y,  Burdigón. 

Pane.  EmiL  e  Lomb.  Lentìggini. 

Panerà^  panira.  ^o/.  e  y?<fj7.  Màdia. 

Panna.  Gen,  Crema;  fior  di  latte. 

Pancùc.  Fer,  Galla. 

Panizzòn.  Hom,  Pentolone;  uomo 
grasso  e  che  difficilmente  si  muove. 

Panò.  Beg,  e  Fer,  Riquadratura. 

Pantión.  Reg.  Ansamento.  -  Pan- 
tegàr.  yen.  Ansare. 

Papi.  Rim,  Consòlida  tuberosa.  -  /.. 
Symphytum  tuberosum. 

Paragàtul.  Rom,  Lazzcruolo  di  bo- 
sco; clavardello.  -  !..  Cratoegus 
torminalis. 

Parcantuva.  Rom.  Cantafera,  can- 
tilena. 

Pardghìr.  Rom,  Aratro.  -  Pe  rga. 
Ago,  freccia,  stiva  dciParatro. 

Pardir.  Rom,  Bravlerc;  strillozzo; 
uccello  di  pano.  -  L.  Em  beri  za 
miliaria. 

Parèln.  Parm.  Capannuccia. 
ParfìL  Piae.  Tralcio  di  vite. 
Pargàti.  Rom.  Gabbiano  reale.  -  L. 

Larus  marlnus. 
Paro.  Piac.  -  Paròl.   Reg.  e  fer. 


PARTE  SBCO.<«DA. 

Pai  oc.  Emii.^  Lmb.  e  Fen,  Fràcido. 
Pa  t  u  r  n  i  a.  Gen,  Hallnconìa ,  noja. 
Patzòn.  Piae,  Ginestra.  •  L,  Spar- 

tium  junceum. 
Pavana.  Rom.  Bazza,  mento  allun- 
gato.-ilfi7.  Baslcta,  geppa. 
Pavaréna.^f^.-Pavarèina./Voc.- 

Pavarina.  Fer.  Cen tonchio.  -  L. 

Alsine   media.    -     Pavarena. 

Roim,  significa  Latuca. 
Pavira.  Rom,  -  Pavira,   pavera. 

Boi,  e  Reg.  Alga;  specie  di  càrice 

onde  s'Intèssono  le  sedie.  -  L.  Ca- 

rex  muricata. 
Pazzètt.  Rom,  Alzavola,   beccafico 

di  palude.  -  L  Anas  crccca. 
Peca.  Parm.  e  Reg.  Scaglione,  sca- 
lino. 
Peccar.  Mani.  -  Pècher.  Pa9.  e 

Beg.  -  Peccherò.  Blccbiero  grande.- 

Ted.  Becher. 
Peccia.  Boi.  Macchia. 
Peggìa.  Boi.  Svazzo.  -  L.  Colym- 

bus  cristatus. 
Pèin.  Boi.  Fanciulla. -Pinòin.  Fan- 

clullino.  -  Mil.  P  i  n  i  n  per  fanciul- 

lino  e  piccino. 
Pcntegùn.  Bom.  Allargatojo;  slro- 

menlo  per  allargar  i  Inn'M  di  più 

grotMczze. 


Caldajo.  -  Parletta.  Beg,  Calde-  Pcoden.  Mod.  Pizzi,  favoriti. 

mola.-  Par litcna./7om.Calderot-'Parcàntel.  //efif. Cavilli, sofisticherie 

tino,  pajuoio.  |P  e r e  r  ì.  Piac.  Villanie,  ingiurie.  -  Sp. 

Parsarèn.  F.  Coni.   Bom.  Campi-'     Perreria 

cello. 
Pastanà.  Piac.  Dissodare,  rompere 

il  terreno. 


Pataja.  Piac.  e  Mani.  Camicia. -i7e(7. 


Pessacàn.  /?om.  Taràssaco,  dente  di 
leone.  -  L.  Leon todoo  taraxa- 
cum.  -Boi.  Pessaiètt.-fV*.  Pis- 
senili.  Omonomia  rimiorcképole  ! 


Lembo,parle  inferiore  della  camicia.  Pés.  Afanf. -Pesate  rr.  Piac  Ccr\'o 
Pat&n.  Rom.  Uomo  a  pigione,  cer-l     volante.  -  L,  Lucanu»  cervus.- 

veilone.  f^.  Cornabò. 

Patarlòn.  Piac.  Bozzacchiuto^  gros-  Fesso n dà.  Piac,  Sobillare,  suscita- 


solano. 
Patèl.  Parm,  Parapiglia,  baccano. 
Paterlenga.  Fer.  Còccola  di  rovo 

canino.  -  Parm.  Patlenga. 


re.  -  L.  Pcssumdare? 
Peti.   Rom.  VigUatora,  semcnzoio. 
Specie  di  mondiglia  o  nettatura  di 
frumento. 


Piadanazza.  itom.  Farfara >  lussili» 
gloe.  -  £.  Tussilago  farfara. 

Piadanella.  Bom.  Favafello.  -  L 
Ranuneulus  fiearla. 

P  i  a  d  a  s  D  a.  Bom.  Fegatella ,  erba  tri 
nitas.  -  ÌL  Anemone  hepatiea. 

Piadèn,  piadena.  iloiii.  Focaccia, 
focacciuola. 

Piadòtt.  Bom,  Nome  che  si  dà  al 
pane  di  farina  di  formentone. 

Piagna.  Beg,  Lastra;  pietra  da  co* 
prire  i  tetti.  -  Lomb.  Pi  od  a. 

P  i  a  d  u  r  a.  Bom,  Capestro  per  anima- 
li, specialmente  bovini. 

Piar.  Parm»  Accèndere,  f^.  I  m  p  1  à  r. 

Piar d  a.  Gen,  Riva  bassa  dei  fiumi  al 
pie  degli  àrgini.  -  f^.  Golena. 

Pie.  Piac.  Tènero,  molle. 

Pìccel.  Beg.  Lentiggini;  macchie 
della  cute.  K.  Pane,  SpèÒ. 

Pi d ria.  AiP.  -  Pirla.  Piac,  -  Péve- 
ra.-Pidrio,  piriò.  Lomb.  Im- 
buto. -  f'.  Svina,  Lodra. 

Pie.  /7om.  Focaccia,  schiacciata. 

Pi  ella.  Airm.  e  Beg,  Abete. 

Figa  I.  Parm,  Pannocchia; spiga  della 
saggina,  del  miglio,  del  pànico  e 
simili. 

Pighèl.  Beg,  Lucignolo. 

Pigne.  Bom.  Tarchiato. 

Plgnòn.  Bcm.  Gregna,  bica. 

Pi I  u  ta.  Bom,  Mazzocchio,  cignone  ; 
capelli  delle  donne  o  de"*  fanciulli 
legati  tatti  Insieme  in  un  mazzo. 

Pindana.  Piac,  Tettola  in  campagna 
per  ricóvero  del  bestiame. 

Pinià.  Piac,  Rannicchiato,  raggrup- 
pato. 

Pia  za.  Ftr.  Fiocaccla.  -  f.  Pie. 

Piò.  Boi,,  Parm.  e  Mani.  Coltro,  vè- 
nere ad  un  taglio.- ilofiifr.  Aratro. - 
Fi  od.  Beg.  Aratro.  -  A,  S.^Sv.  ed 
/i<.Plog.  -  Ted,  Pflug.  - /NOfl. 
Ploagh((eg9f  PIÒ). 

Pi  oc.  BmL  y,  eont.  Pollo,  pollastro. 

P  i  o  e  a.  Frlnlbuchi  ;  certo  Bom,  ram- 


273 

marichio  che  sogliono  fare  le  per- 
sone infermicele. 

Pi  ola.  Fér.  Lézla,  smorfia. 

Piòta.  BoL  e  Biant,  Zolla,  gleba. 

Piràr.  Fer,  Difficoltare. 

P  i  r  1  e  i  è.  Fer,  Gallozza ,  bolla. 

Pirla.  Gen,  Girare,  rotare.  -Piru- 
letta.  Bom.  Ciurlo.-  Pirla.  Fer. 
Mucchio. 

Pisinena.  Bom,  Gallinella. 

Pisol,  pislèln.Gcm.Sonnetto.- Pi- 
sola, pislèrs.  Sonnecchiare. 

Pi  ss  Ira.  Bom.  Pettegola.  Foru  da 
Pescivèndola. 

Pi  Stein.  Piac,  Forno  ove  si  cuoce  il 
pane.-PÌstinàr.  /Vac.-Prestinék 
Mil.  -  P  i  s  t  ó  r.  yer,  Fomigo.  -  L, 
Pistor. 

Pistòn.  Gen.  Fiasco,  vaso  di  vetro. 

P  i  ta.  Piac.  Manipolo  di  lana  cardata 
da  filare. 

Pitanella.  Bom,  Sterpazzolina;  w> 
celMio  che  àbiia  le  siepi.'  L.  Syl- 
via leucopogon. 

Pitàr.  itom.  e  yen.  Vettina,  acetà- 
bolo; vaso  di  terra. 

P 1 1  a  r  a  n.  Bom,  Pettirosso.  -  L.  S y  I- 
via  rubecula. 

PI  tèi  n.  Piac.  Rucciuolo;  cannello  di 
corteccia  verde  per  innestare. 

Pitma.  Beg.  eATotil. -Pétma.  A><.- 
P  i  1 1  m  a.  yer.  Uomo  cavilloso,  schi- 
filtoso, fiemmàtico. 

P  i  z  z.  Parm.  Punta ,  estremità. 

Pizzàcara.  i^o/.  e/?eg.-Plzzacra. 
Parm,  e  Mod,  -  Pzàcara.  Bom. 
Beccaccia,  acceggla. -/..Scolopax 
rusticola.  -  Pizzacarén.  Bec- 
caccino sordo,  frullino.-/..  Scolo- 
pax  gallinula.  -  Pizzacaròn. 
Beccaccino  maggiore.  -  L.  Scolo- 
pax.  Major. -Pizzacarètt.  Bec- 
caccino, y.  Sgneppa. 

P  i  z zè  r.  Beg.  e  Mod,  •  P i zza  r.  Parm , 
Beccare,  piluccare.  •  P 1  z  z  e  d  a.  Im- 
beccata. 


274  PARTE  SECONDA. 

Pizzèr.  Bom,  Bigherajo. 

P I a  d  ó  r.  Reg.  -  P I  a  d  ù  r.  Fer.  Cicalio., 
fracasso. 

Plein,  aeg.  Gallinaccio,  lacchino. 

Plèit.  Boi,  e  Mimi.  Llllglo,  conlesa.- 
fr.  Plalde. 

Pieni.  Fer.  Ardente,  pungente. 

PI  in.  fer.  Ugola. 

Plina.  Mani.  Raslreilo  grande  e  fil- 
to.  -  P I i  n à  r.  Rastrellare. 

Piò.  Bom.  Broda;  il  superfluo  della 
minestra  che  levasi  davanti  a  co- 
loro che  1^  hanno  mangiata. 

Plòn.  Bom.  Viluppo  {lHce»i  di  mate- 
rie filate). 

Plot.  Fer.  Ramo  (  Dìcrni  pfj  di  })azzia). 

Plunè.  Boi»  Bosco  céduo. 

Poccià.  Parin.,  Hoc.  e  few.  -  Puc- 
cl^r.  Fifr. -Puccià.  Mil,  Intin- 
gere. 

Podèin.  Piac.  Capì  nero  (uccello). 

Pojan.  Parm,  AfTaccendato,  giròva* 
go.-PoJanàr.  Andar  girone.  7Va- 
.^Inlo  fune  da  Pojana  ,  uccello  di 
l'apina  che  s*  aggira  intorno  alta 
preda? 

Pòlag.  Piac.  e  /^arwi.-Pòleg.  Beg.' 
Pòles.  Mil.  Càrdine,  perno. 

P olezza.  Beg.  Spicchio  (t)ice»i  del- 
l'agUo). 

Polga.  Parrn.  Pollone. 

Poligàn,  poligana.  Gen.  Soppiat- 
tone, sorbone.  y.  Pojan. 

Poi  là s  ter.  Beg.  Manclhi;  parte  del 
covone. 

Pois,  fior -Pò Isa.  /7om. Bilico; perno. 

Póndga.  Boi.,  Beg.^  Parnt.e  Mant.- 
Póndeg.  Mod.  Sorcio.  -  /..  Pon- 
ticum  ni  US. 

Ponga.  Piac.  e  i.oinò.  Esca,  formala 
dal   Bolclus   fomelarius. 

Porg.  Bom.  Confetto  {Pice»i  terre- 
no confello  quello  die  è  ben  colto 
o  dal  sole  o  dai  ghiacci). 

Postrign.  Pann.  Garbuglio. 

Potign.  /Vcff.  Tonerò.,  moilv. 


Pottòn.  fìarm. e /Vac.Clarifone, gua- 
stamestieri. -Potiàr.  Acclabbat- 
tare,  pottinlcciare. 

Polla.  Piac.  Piagnucolare. 

Pradacùl.  Bom.  Prono  gazzerino.  - 
L.  Mespilus  pyracanlha.  - 
Lomb.  Gratacii. 

Pradaròl./?am.Maltoniere.-Prada. 
Mattoncello.  -Pradulena.  Pietro- 
lina.  Da  Pietra? 

Pré.  Bom.  Mattone.  -  ;'.  P  radar ól. 

l^réll.  ^oi/i. Roteamento. 

Prélla.  Bom.  Mucchio,  stipa  {(ienc' 
raliuente  ttìceii  di  fauci  di  cànapa 
a  foggia  di  piràmide). 

Preso t.  Mani,  Porca.  -  K.  Pr5sa. 

Prilè.  Bom.  Rotare,  girare.  -  Pri- 
lén.  Girlo;  tròttola.  -  ^/od.  Pri- 
lòn-  Mil.  Blrlà,  birlo.-  Pril- 
làr,  prillcr.  Boi.,  Beg.  e  Per.  - 
Pri  lèti.  Fer.  .Mulinello  per  cono- 
scere la  direzione  del  vento,  usato 
dai  vìllici. 

Prolg.  /?om.  Friggibuchi.  -  F,  Pio- 
ca.  -  P  r  u  I  g  II  è.' Rammaricarsi,  la- 
mentarsi. 

Prosa,  prosò.  /*ap.,  IHtrm.  e  Hoc. 
Ajuola,  porca.  -  P  rosa.  Imporcaro; 
fare  i  solchi.  F.  Prcsòt. 

Pròzz.  Bom.  Zòtico,  zoticone. 

P  sa  eòi.  Bom.  Mollume.  -  Psacujò. 
Diguazzare.-  Psacujòn.  Imbratta- 
mondi  e  guastamestieri. 

Psèi  r.  Boi.  e  Beg. ^P se.  Bom.  Potere. 

P  t  è.  Piac.  -  P  t  A  r.  Beg.  Appoggiare , 
applicare.  -  Fen,  Petàr. 

Piazze.  Bom.  L'aqna  raccolta  per 
far  macinare  a'  mulini. 

Ptòn.  Piac.  Beniamino;  prediletto 
(diceti  di  figlio). 

Pua.  Parm.  Ubriachezza.  • /^  Puv.*! 

Pudalèn  gròss.  /7omi.  Cincia,  cin- 
ciallegra maggiore-  -  L.  Parus 
major.  -  Mil.  Paraselo  la. 

Pudalèn  m  za  n.  Arni.  Monachina.  * 
L.  Par  US  casroleus. 


DiALcm  emuAHi. 


S7tt 


R 


Piiena.  lìeg.-  Piiveiia. /^oin.-Piii-j 

na.  yer,  Ricotla.  1 

Puidla.  Bot.  Pipila.  •  AHI.  Puida.  Rabàc,  Ilouh  -  Rubòè.  l'iac.  -  Ra^^ 
Puìgula.  HoL  Cinciallegra.-/.*  Pa«     boli.  Loinb.  Rabacchio,  inarmoc- 

rus  major.  K.  Pudalèn.  ebio,  bricconcello. 

Puligè.  lìom.  Dormire.  Rabièl. /?om. Blaxiuolodalerra.QueU 

Pulsèll.  Piac.  Scàpolo,  pulcello.  lo  con  che  si  schiàcclan  le  lolle.  •* 


P  II  p  1  a.  Fer.  Papàvero. 

Pure  Ita.  Bom.  Ornitògalo.  Ulte  di 
gallina.-^.  OrnilliogaluBi  um** 
bellatum. 

Pur  zana,  fìom.  Gallinella.  -  £.  R  al- 
ias aifaatleiis.  -  Purzanèn. 
Schiribilla.  Gallinella  palustre.  -  L 
Rallus  posillus.  -  Purzanòn. 
Sciabica. -£.  Rallus  cbloropus. 

Purznacia.  Bom.  PortuUica.  -  /.. 
Portulaca  oleracea. 

P  u  t  e  n  I  e  1 1  a.  Bom,  Ciiiq  uefogllo,  fra- 
golaria.  -  l.  Potentina  rep- 
tans. 

Putèss.  Bom,  Sacciuto,  saputello.  - 
Putèssa.  Sapulona, clnguetliera.- 
Putlssè.  SValamistrare,  far  il  sac- 
cente. 

Puva.  Beg.  Ubbriachezza.  f^.  Puà. 

Pzancùl.  Bom.  Ballerino.  Còccola 
rossa  che  fa  il  rosajo  o  rovo  canino. 

Pzèll.  Hom.  Fogna. -^/la  Pozzetto? 

Pzez.  Bom.  Cispa. 

Pzón.  Fer,  e  Bom.  Canniccio. 


Q  u  a  e.  Pw,  Airone  cenericcio.  -  Bom, 

siffniftea  Covacelo. 
Q  u  a  rz ò  I  a.  Bìmh .  Specie  d'uva  bianca 

di  gràppolo  assai  raro  e  Matricale 

della  China^/,.Chrysanthemum 

indicum. 
Quarzo n.   Ttom.  Capitozza.  Quercia 

scapezzata. 
Q natia.  Piac.  e  Lomò,  •  Quaccèr. 

Beg,  Coprire. 
Quei.  Bom,  Alveare;  coviglio. 
Qulgnè.  K.  Omf.  Bom.  Bisognare» 


Rabici  da  fòran.  Rastrello. 

Rabici  la.  Bom.  Saliscendo.  *  Ra-* 
biól.  Nottolino. -r.  Marlalta. 

Raburè.  Bom,  Abbujare.  F^  Bur. 

Racca.  Piac,  Vinaccia.-  Racchòit« 
Àcino.  l>i  qui  for$e  deriva  la  voce 
Mil.  Raccagna  per  aquwUe. 

Raciumdè.  Bom,  Compitare. 

Raga g né.  Bom,  Piatire,  contèndere* 

Ragajèra.  lleg.  Raucèdine. 

Ragajòn  d'car.  Bom*  Arganello  di 
carro. 

Raganella.  Bom.  Elee.  -  L.  Quer- 
cus  ilex. 

Ragion.  Bom.  Tordella.-i.  Turdus 
visci\orus. 

Ragn.  Bom.  AnigelUi.  • /..  M gel  la 
damascena. 

Ragn.  Beg.  Ragghio,  raglio.  -  Ra- 
gne r.  Ragghiare. 

Ragna,  y^oiii.  Fuoco >  per  Discordia o 
mal  ànimo.-Ragnè,  esser  in  ra- 
gna. Non  avere  la  pace  in  casa. 

Ramazzéda.  Bum.  Rammanzioa, 
rabuffo. 

Rambèll  (de).  Bom.  Dar  la  berta , 
apporre  qualche  difetto  ad  alcuno. 

Rànied.  Beg.  Chioccio,  mesto. 

Raméng.  Beg.  Randello,  bastone. 

Ramzòt.  AVt. Cruschello.  r.Romla. 

Rane.  Bom^  Aroato. 

Rand;  randa.  Bom.  Sesto  delle  vòl- 
te e  degli  archi. 

Rangià,  ranglèr,  rangè.  Gcn* 
Accommodare,  rassettare.  •  Fr, 
Ranger. 

Rangiòn.  Fer.  Sterpo.*/^.  Raza. 

Rangòl.  Parm.  Ramarro.-  f.  Al- 


èsser  BKstieri.  -  f>n.  Cognàr.      |    gnor,  ligór  e  rìgol. 


375  PARTE  SCCO.XDA. 

Rangognà,  rangognèr.  l^ìinb.  ed 

EmiL  Brontolare,  borbottare. 
Ranzaja.  Pann.  e  Piae,  Bazzècola, 

rimasuglio. 
Ranzgnàr.  Patnn.  e  A'cic.  -  R a n z I- 

gnà  r.  f^er,  Arronclgllare,  raggrin- 
zare. 
Ranzòn.  add,  fìom,  Impolmlnalc. 
Rapa.  Piac.  e  Lomb.  Cri nzo, rugoso. 
Rapare  n./fom.Rampicchino;  ttggiun' 

io  di  alcune  pian  le  cfte  arrampicano. 
Ri 8.   /Voc.- Rasoi.  MiL  Magliuolo; 

sermento  di  vite. 
Rasa,  rasèr.  Gen,  Rabboccare;  em- 
pire un  vaso  fino  alla  bocca. 
R a  8  a n  è  1 1.  Piae,  Spicchio  {d'un  grùp" 

poh). 
Rase.  Piae.  Ratto.  (Dicesi  di  quella 

parie  del  letto  d*un  fiume,  dov'è  pc- 

dùsiima  aqua  e  molta  corrente), 
Rasp.  Piae,  Rùvido,  scabro,  aspro. 
Raspèin.  Piae,  Colofonia, pece  greca. 
Rassada.  Fer,  e  Lomb,  Sgridata. 
Rata.  Bom,  e  Fer»  Erta. 
Raltavola.  /Vip.  -  Rattavolòira. 

Piem.  Pipistrello.- /Vop.  R  a  t  ape  n- 

nada. 
Ravàgn.  Piae,  e  Beg,  Vernìo  (  Agg, 

di  lino). 
Ravajàr.  Boi,  Scassare,  vangare  il 

terreno. 
R  a  volò.  Piae,  Ciarpame. 
Raza.  Mani,^  Piae,,  Pomi,  e  Beg. 

Rovo. -1..  Rubusfructicosuso 

idaeus.  -Razèr.  Spineto,  roveto. 
Razdór,  rezdór.  Piae,  e  Beg.  Capo 

di  casa,  reggitore.  -  Mil.  Rei6. 
Razèr  de  fiom.  Bom.  Greto,  renilo. 

Terreno  ghiajoso  e  pieno  di  sassi 

fuor  del  letto  del  fiume. 
Razza.  Beg,  Scrofa,  troja. 
Razze.  Bom,  Raschiare. 
Réba.  Bom.  Bulimo.  Specie  di  fame 

cosi  grande  che  è  malattìa. 
Rebsa.  Boi.  Nulla,  nessuna  cosa. 
Règan.  Bom.  A\'araccio. 


R  e  g  I  é  1 1.  Beg,  -  Rugletl.  Piae.  Crac  • 
chio,  adunanza  di  persone  in  luogo 
pùbiico. 

Réla.  Panii,  Slìa,  capponaja. 

R e 1 1 a  (m  n è r  la).  Bom.  Menarsi  Ta- 
grcsto,  dondolarsi. 

Kernel,  romei.  Boi,  e  //ri;. -Rè- 
ni u  I.  Bom,  Sémola,  crusca.  -  Rè  - 
ni  u  1.  ^n  Bom.  significa  anelte  Len- 
tìggine. -  Remzòl,  remlètt. 
Mod.  Cruschello.  -  F.  R  ó  m  I  a  e 
Ramzòt. 

Renz.  Bom.  Scardiccione,  barl>a  gen- 
tile; spc'rie  di  cardo.  -  £.  Scoly- 
mus  hispanicus. 

Rèpeg.  Beg,  Incubo,  soffocamento. 

Resta.  Piae,  Pèttine  da  tessitore. 

Rez.  Piae,  Quello  spazio  che  sta  din- 
nanzi alla  facciata  della  difesa. 

Rezza.  Bom.  Spago. 

Ribiola.  Piae.'  Robiòl.  /^ei/.-Ru- 
biola.  Parm.  -  Robiòl.  Brian.  • 
Cacio  caprino. 

Ri  gol.  Parm,  Ramarro. -f'.  Ligór, 
àlguor,  rangòl. 

Ringussàr.  Boi.  Intonacare  le  mu- 
raglie. 

R 1  n  z  i  n  e  1 1  a.  Bom,  Gattuccio  ;  sorta 
di  sega  a  mano;  coltello  a  sega. 

Risia.  Piae,  e  ixìmb.  Litigare,  alter- 
care. 

R  i  V  i  a.  Piae.  -Rivi.  Lomb.  Scotolatu- 
ra, lisca. 

Riviòtt.  Piitc.  Pisello.  -  L,  Pisum 
sativum. -r.RùviòneRovdèa. 

R  izzòl.  Bom.  Accoltellato.  Lavoro  di 
mattoni  messi  per  coltello. 

Rò.  Bom.  Anda.  Foce  onde  f  iaeiiano 
i  buoi  a  lavorare. 

Rodsa. /'/oc. -Rosaria. -^«r.  No- 
vella, fandonia.  -  f^.  Arvsària. 

Rófia.  Bom.  -  Rufla.  fbr.  -  Rufa. 
Fer,  Fórfora.  K.  Sgaramufla. 

Rota.  Boi.  Tegghia. 

Rolla.  Fer.  FocolarBi 

R  0  m  è  i  n  t.  Piae.  Tritone,  pula  di  fle- 


no.  -  £.  Ramcntum.  -  Un»  iKo> 

manza.  Rumlént. 
Romfa.  Rum.  Romice  salvàtica,  aoe- 

tosa maggiore.- £.Ruin ex  acotus. 
Rómia.  Piae.  -Romei.  Beg.  -  Rò- 

mol.  Parm.    Crusca,    sémola.    - 

Rómzòl.  Cruscliello ,    tritello.    - 

y,  Rèmel  e  Raraiòt. 
Romlàzz.  iVoc.-RemoIà ZI. Ionio. 

Ràpano.-iL. Raphanus  sativas. 
Romnà.  Piace  lomò. -Rumila r. 

Parm,  Numerare,  contare. 
Rónc.    Piae,   Terreno   dissodato.  - 

Ronca.  Dissodare.-  Ròne.  Lomb, 

significa  Collina  coltivata  a  poggio. 
Ronchètt.  Piae.  Radici  e  sterpi  da 

abbruciare. 
Ronfi,  ronfar.  Gen,  Russare. 
Rosapella.  JRom,  Risipola.  Queita 

poee  romagnola  porge  spiegazione 

delV  italiana. 
Rosch.  Rom.  Scoviglia,  spazzatura.- 

Afi7.  Rùf. 
Ròssol.  Bom.  Fragolino;  pesce  di 

mare  di  color  rosso  di  fragola. -I. 

Sparus  erytrynus. 
Eotta.  Bol.^  Parm,  e  Piem. Strada.  - 

fV.  Route. 
Róvdèa.  Afod.  Piselli,  f".  Rivlòtt. 
Rosz,  rozz.  Gen.  Penzolo,  fascio  di 

rami  con  frutta  appese. 
Rubèga.  Mod.  Marame,  seeltume. 
Rùd,  rod.  Gen.  Letame,  pattume. 


DIAUem  EMIUANI.  977 

Rumar.  Fer.  Grufolare. 

Rumdón  (seminar  d').  f)fr. Semi- 
nare a  sovescio. 

Rumghi.  fiom.  Mùcido;  agg.  della 
carne,  quando  vicina  a  putrefarsi 
manda  cattivo  odore. 

Rum  ma.  Boi,  Catargo,  sucidume. - 
F.  Crécca. 

Rundèn.  Bom,  Cece,  baccellino. 

R u  ngi  ó  n.  Boi,  Sprocco;  pezzo  di  le- 
gna da  àrdere. 

Rusc.  Boi.,  Fer.  e  Beg.  Spaziatura, 
pattu  me.  -  R  u  s  e  a  J  a.  itom;  Tuttodò 
che  il  fiume  porta  a  galla  e  depo- 
ne sulla  riva.  Lavarone.  -  R  naca- 
ról.  Boi.  e  Beg.  Paladino,  spazza* 
turajo. 

Rùsca.  Emil.  e  Lomb.  Corteccia  deli- 
bero macinata. 

R uvigh è. /7om.  Rastonare.-Ruvi- 
gòtt.  Corpiccio,  càrico  di  basto- 
nate. 

Rùviòn.  Afon^-Ruviòt.  Parm.  Pl- 
sello.-I.  Pisum  satlvum.-  Fer. 
Ruvià.  •  Mil.  Erbión. 

Ruvzòl.  Bom.  Cruschello,  staccia- 
tura. 

Rùzzul.  Fer.  Curro. 


Rudà,  rude r.Letamare.-f^ Rosch, 
rusc. 

Ru  rr a.  Beg.  Malpiglio,  cipiglio.  •  Mil. 
Rufàld.  Di  modi  sgarbati  e  un  tal 
poco  prepotenti. 

Rofì.  Bom.  Leppare.  Tògliere  di  na- 
scosto e  prestissimo. 

Roga.  Beg.,  Fer.  e  Bom.  Bruco  {spe 


8 

Sa.  Fer.  Abbastanza. -  iL.  Sat. 

Saearièda.  Bom.  Braveria,  smar- 
giasserìa. 

Sacussèr.  Fer.  Concussare. 

Sadòc.  Boi.  Floscio,  flacco.-K. Loffi. 

Sa g agni.  Parm. Malaticcio,  tristan- 
zuolo. 

Sa  gate.  Bom.  Ciarpare,  acciabatta- 
re. -Sagatòn.  Acciarpatore. 

Sagàtt  Piae.  Stormo,  subisso,  di- 
luvio. 


dabnenie  della  verdura).  -  -L  E-  Sagattà,  sagattèr.  Fer.,  Piae.  e 
ruca.  Beg.  Trabalzare,  dibàttere,  dine- 

Ragàri.  fer.  Spennarsi.  nare.-Sagatar.  Parm.  Brandeare. 

Rugnir.  Beg.  Kitrire.  Proprio  de*  est'  Sàgoma,  sagma.  Gen.  Forma,  mo' 
vaiU.  *    dello.  -  (^r.  Sagma. 


5f78  PARTE  Siy.OXDA. 

Sagrarne*,  /toin,  \rruùìaìo,  ^gff.  chu 
*/  dà  ai  ìnnUoìti  ripìiìiti  e  riqua- 
drati. 

Su  g  r  i  n  è  r.  fieg.  e  yVcm.  Vessare,  Ira- 
vagliare.  -  Fr,  C  h  a  g  r  ì  ii  e  r. 

Sajòn.  lìom.  Sùcido. 

Sa] u già  (Andar  in),  fer.  Inuizo* 
lire. 

Saldòn.  /hm.  Brania.  Pezzo  di  terra 
incolta. 

Sai  don  a  iont,  /ioni.  Dice8i  della 
fémmina  del  bestiame  che  va  alla 
monta  e  non  resta  pregna. 

Sa  Iona  (fé),  ttom.  Scialare,  ed  an- 
che Dissipare. 

Salvavèina.  Boi,  Pévera.  -  (\  Lo- 
dra,  pidria^  bvina. 

Sam.  ìicff.  Sboccato ,  manomesso. 
Scemo? 

San  tòni  e.  Bom.  Stècade;  lignàmi- 
ca.  Erba  sempre  cerde  e  comune 


Savazzà.  l'ine.  •Savazz(*r.  Beg.  - 
S  a  V  a  z  a  r.  Fcr,  Diguazzarsi,  dibàl- 
(ersi  dei  liquori  entro  vasi  mano-» 
messi  -  A'.  Stombazzèr. 

S  a  v  ó  r.  Pi(ic.  Prezzemolo,  pelrosello.- 
A.  Apium  pelroselinum. 

Savu rezza.  Bom.  Santoreggia.-  L. 
Satureja  borteusis. 

$  a  v  u  s  è  r.  Hvg.  Frugare  di  soppiatto. 

Sazz.  Ati*in.  Anit rotto. 

Sbablòn.  Fer.  Ciarlone. 

Sbaè  (a).  Fer.  e  Loinb.  A  crepapelle. 

Sbucare.  Bom.  Sghignazzare.-SbA- 
carèda.  Scroscio  di  risa. 

Sbacciucàr.  Fer.  -  Sbaciuchè. 
Bom.  Scampanare. 

Sbadad.  Mani.  Spiràglio. -S bade. 
Bom.  Sflatare.  Passar  Parla  per  fes- 
sura 0  simile  da  banda  a  banda.  • 
Sbadàr.  Munì,  e  Fer.  Socchiùde- 
re. -  f^.  Bada. 


ne* monti  àridi. -  L.  Gnaphalium  Sbagajèr.  Bcg.  Sbarazzare. 

stoechas.  Sbajucbè.  Bom.  Lavoracchiare. 

Sape.  AiP.Saliscendo.-f^.  Merletta.  Sbajafàr.   Bot.  Millantare. -  Pm mi. 
Saracciì.    /Yac. -  Saracca.    /.ornò.      Sgridare. -Sbaj afe r.  Btg.  Ciara- 

Bestemmia.-  ^4.  Staffilata.  La  frate      niellare. 

lombarda  è;  Tra  di  sarà  e.  Be-  Sbalbattàr.  Fer»  Svolazzare. 


stemmiare. 

Saràc.  Aom. -Scaràc.  i9o/.  Sornac- 
chlo.  -  Sa  ra  ce.  Sornucchiare.  -  Fr. 
Cracher. 

Saranèn.  Bom.  Tagliolini.  Fili  di  pa- 
sta per  minestra. 

Sara  vallar.  Boi.  Sgominare,  scom- 
pigliare. 

Sarga.  Bom,  Farsetto,  casacca. 

S  a  r  n  é  r.  Bom.  Ponente  maest ro.  IVome 
di  pento  ostai  freddo. 

Sarsìgna.  /Viri/i.  Sudiciume,    un 
lume. 

Sarzi.  Piac.^  Pav.  e  Mil,  -  Sii r zi  r. 
Parm,  -  Sa r rasi.  Piem.  Raccon- 
ciare, ragnare. 

Savanàr.  Boi,  Fer.  e  /Vanf.  Agita- 
re, dibattere.  - f^.  Saga ttà,  Sa- 
vazzà,  s  bar  lottar. 


S  ba  Idè r.  Beg.  Spalancare,  sbarrare. 
K  Sbandar,  Sbarlàr. 

Sbalde  riè.  Fer.  Cibo  dannoso,  mal- 
sano. 

Sbalergàr.  Bot.  -Sbalincà.  T/ac. 
Sbiecare,  storcere.  -  y.  Sbavar. 

S ba  I  u  sa  r.  Fer.  Sparnicciare. 

Sbalusè.  Bom.  Cinguettare,  tat la- 
mellare. -  f^.  Sbraghi  far. 

Sbambulàr.  /er«  Esser  diseguale, 
non  combaciarsi. 

Sbambanà.  Piac,  Tentennare. 

Sbandar,  sbarlàr.  Mani.,  Parm. 
e  yer. -  S b  a  I  de  r.  Beg.  Spalancare. 

Sbarbcgula. /Vr.  Ciarliera,  petu- 
lante. 

S  b  a  r  g  à  r.  Fer.  Squarciare.  F.  S  b  r  a- 
ghèr. 

Sbarguttàr.  Fer.  Pillotlarc. 


DULfm   CtflLIA.^I.  379 

Sharia,  sbardali.  Piac,  Spaccane  S bo r «là.  /Vuc.  Dibrucare,  dìbuscare. 

^fèndere,  spalancare.  -  Sbarlaf. 

Pann,  Squarcio.  -  r.  S  b  r  a  g  h  è  r. 
S  b  a  r  1 0 1 1  a  r.  Mnnt.  e  rer.  Dimenare, 


agilare. -Sbarlòtt.  Uovo  stantio. 

Sbarlucè.  fiom.  Sbirciare,  alluc- 
ciare. 

Sbaruzzè.  /?oi/i. Scuòtere.  Propria- 
mente  significa  lo  scuoti  mento  prò* 
dotto  dal  biroccio ,  ostia  corro  a 
due  ruote ,  senza  moltr  ,  posto  in 
tno/o  sopra  stradii  sassosa.  Tal  cur-' 
ro  chiamasi  nei  dialetti  emiliani 
Brozz.  f. 

S b a  r  zè 11.  Piae.  Pinolo;  gradino  delle 
scale  a  mano.  -  AtiL  Basèl. 

Sbaiila.  Pa9,  Maciullare;  dirompere 
il  lino,  la  cànapa  e  sìoilli. 

Sbavar.  Fer,  Tòrcere.-K.  Sbaier- 
gir. 

S  b  a  V  i  n  a.  Piac,  Piovigginare. 

Sbazós.  Pidc.  Cisposo.*  Sb  e  za.  Ci- 
spa. 

Sberla,  den.  Manrovescio. 

Sberlèff.  fieg.  srregio,  taglio. 


S  i) o  r g  h  t' r.  ficg.  Sturare,  schiiideri*. 

S  b  0  r  g  n  a.  Boi,  e  Jtuin.  Ebbrezza,  ini- 
briacatura. 

Sborzaclòn.  Reg. Sciamannato, su- 
dicio. 

Sbraghèr.  Beg.  -Sbregàr.  Ken.  - 
S  b  r  a  g  h  è.  Bom.  Stracciare,  squar- 
ciare. -  Sbrég.  Squarcio.  -  Ted. 
Brechen. 

Sbraghiràr.  Boi.  -  Sbraghirè. 
BoiH,  -Sbragassèr.  Fer,  Cicala- 
re, treccolare.  Dire  e  ascoltare  gli 
altrui  segreti -Sb  rag  asso  n.  Smar- 
giasso, spaccone. 

Sbrajà,  sbrajèr.  Cen.  Gridare.  • 
Sbrair.  Fer»  Mtrire,  ringhiare. 

Sbranculè.  Bom.  Dlvluc4)lare,  tòr- 
cere in  qua  e  in  là  a  guisa  di  vinco. 

Sbràr.  Fer.  Spelazzare. 

Sbric.  Fer.  Spavaldo,  petulante. 

Sbris.  Emil,  e  Lomb.  Scusso,  brul- 
lo. -  F',  Sbisi. 

Sbròfol,  sbròzzol.  Piac,  Bitòrzoli, 
bernòccoli. 


Sberloccià,  sbertucciar.    Gcn.'Sbrómbal. /?oiii.  Aquazzone. 
Sbirciare. - f^.  Sbarlucè.  'sbruchè.  Bom.  Arramatare,  broc- 


Sbertunàr.  Gen.  Scapezzare. 
Sbgàzz,  spegàzz.  Gen.  Sgorbio. 
Sbindacà.  Pnrm.  Làcero. 
Sbindacòn.  A'oc.  Gretto,  balordo. 
Sbiòt  Pine.  Nudo. •  T.  Biòt. 
Sblsì.  Bom.  -  Sbris.  Lomb.  Scusso, 

arso,  ridotto  al  verde. 
S  b  I  a  e  h  è.  Bom.  Cenciajuolo.  -  S  b  1  a- 

còn.  Cencioso. 
Sblisciàr,    sblissiàr.    Mani,    e 

P/ar. -Sblisgàr.  Fer.-Sbrisciè. 

Bom,  -  8  b  r  1  s  s  i  à  r.  Fer.  Sci  volare, 

sdrucciolare.  F.  Sfuzlè. 
S  bòc  I  a.  Bom.' S  b  à  u  e  1  a.  Piem.  Com- 

Mbbla.  Bevuta  fatta  all'osteria  o 

altrove  con  più  persone. 
Sbolla.  Bom.  Radura.  -  F,  agr.  Pic- 
colo tpaiio  vuoto  d'alberi,  d'erba, 

di  biade,  ec. 


care;  percuòtere  con  ramata  o 
brocca. 

Sbrumblè.  7?om. Sparopinare,sfron* 
dar  le  viti. 

Sbrumblòn.  Bom,  Lombàgine. 

Sbsòstra.  Bom,  Stamberga.  Casa  o 
stanza  ridotta  in  pèssimo  stato. 

Sbujòuz.  Mod.  Afa. 

Sbulfrìr.  Beg.  Starnutire. 

Sburdaclè.  Bom.  Imbrodolare. 

S  b  ù  r  I  a  r.  Pann.  e  Piac.  -  3  b  u  r  I  u- 
nàr.  Fer,  Urtare,  spingere. 

Sbuzza.  Boi.  Aspetto,  iucbera. 

Scacèda.  Bom,  Smargiasseria,  gua- 
sconerla.  -  Scacìn.  Uomo  di  com- 
parsa chesi  paoneggia.-Scaciòn. 
Smargiasso;  millantatore. 

Scado ur.   Boi.  -  Scadór.    Fer.  e 

I     Bom.  Prurito,  pizzicore. 


)8e 


PARTE  8BC0.<tDA. 


Scaflirs.  BoL  Dimenarsi,  contòr- 


cersi, aver  prurito. 
Scagn.  Boi.  Vuolo,  rÌlascÌHlo. 
Scài.  Bom.  Danajo;  moneta  del  minor 

valore. 
Scalabrùza.  Piac,  Brina.  -  K.  Ca- 

labriisa. 
Se  a  là  m  pia.  Beg.  Assito.  Tramezzo 

(trassi  commesse. 
Scalastrà.  Boi,  Sgangherato. 
Scaltrizàr.  Boi,  Mantniggiare. 
Scalv,  scair.  Gen,  Cavo,  incavato.- 

Scalvar.  Scapezzare. 
Scamón.  Piae,  Bravaccio,  tagliacan- 

toni. 
Scamùf.  Beg.  Grimo. 
Scandaja.  Bom.  Sgualdrina. 
Scan fogne r.  Beg.  Beffare. 
Scans.  Beg.  Smilzo. 
Scantalufàr.  BoL  Rabbuffare. 
Scantussàr.  fhr.  Battere. 
Scànzula.  f^.  cont.  Bom.  Aratro.  - 

y.  Pardghir. 
8ca pigi  lèda.  Bom,  Nigella,  comi* 

nella.- 1.  Nigella  sativa. 
Scapiòl.  Bm».  Frantumi. 
Scaracii.  -  Metts  in  scaracàl. 

i?om.  Èssere  in  sulla  bella  foggia , 

lindo,  attillato.    ' 
Scarafunè.  Bom.  Impiastricciare, 

scombiccherare.     Pitturar    mala- 
mente. 
Scaraja.  Bom.  Stipa.  Sterpi  tagliati 

e  legname  minuto  da  far  fuoco. 
Scaramài.  i?om. -Scar mài.  Pami. 

Parafuoco.  Forue  daUa  9oce  Hai. 

Schermo.-   Ted.  Schirm.  'V. 

Scrimàl. 
Scaramplana.  Beg. Una  via  rotta.- 

Carampana.  Ven.  Grima. 
Scaramuszlè.  Bom.  Il  trabalzare 

che  si  fot  in  carrozsa  passando  per 

una  via  rotta»  y,  Sbaruzzè. 
Scara nèll.  Biom,  Testicolo  di  cane. 

Pianta  tamune  ne'  prati,  -  L  Or- 

chis  morio. 


Scaravujàr.  /^.Corrodere. 


Scaréz.   BoL  •  Scarezza.  Fer.  e 

Mani.  Ribrezzo,  brivido.  'IngL  To 

scare. 

S  e  a  r  f  u  1 1  a.  Parm.  Pellìcola ,  invòlu» 

ero  della  cipolla,  delPaglio  e  simili. 

Scarlòss.  Fer.  Inciampo,  scrollo. 

Scar lussar.  Fer,  Concussare.  -  K. 

Scaramozzlè,  sbaruzz^è. 
Scarmajàr.  Fer.  Titubare.  Ingan- 
nare, tradire. 
Scarmana.  Piac.  Lampo,  baleno. 
S  e  a  r  m  li.  Piae.  Rabbrividire,  racca- 
pricciare. 
Scarógn.  Piae,  Ciabatti naccio. 
Scarpa.  Piac.  e  lotnb.  -  Sgarbàr. 

fìsr.  Strappare,  sradicare. 
Scarsa.  /7om.  Sfioratore.  Diversivo 

a  fior  d' aqua.  -  K  idràulica. 
S  e  a  r  1 1  a  r.  Parm.  Scassa  re,  ròm  pere. 
Scarvajès.  i7om.  Screpolarsi.  IHcai 
di  muro,  pietra  e  simili^  né*  quali 
$i  icòprano  gottiUttime  crepature. 
Scarzgnar.  Parm.  Chiocciare,  di- 
grignare. 
Scasse.  Bom.  Posticcio.  Terra  divel- 
ta, dove  sleno  piantate  molte  piante 
giovani. 
Scatafròll.  i7om.  Ghiribizzo. 
Se  a  ti  a.  Piae.  Arruffare,  scarmigliare. 
Scaverciè.  Beg.  Tràmpoli. 
Scavèzz.  itom.-Cavèzi.  Gen.  Scam- 
polo, avanzo. 
Scazzignè.  Bom.  Rovistiate,  fru- 
gacchiare. 
S  e  a z  z  ò  I  a.  Bom.  V.  cWMur,  Puntello. 
Scazzujèr.  /^eg.-ScazzuJàr. /W*. 

Acciarpare. 
S  e  h  è  e  a  r .  Bom.  Moine,  carene  affet- 
tate, smorfie. 
Schermir.  Parm,  Allappare,  alle- 
gare (  Dìeesi  dei  denti,  dopo  a^er 
maiticate  frutta  immaturo).   -  f^. 
Spàder. 
Schermlész.  BoL  e  Mod.  Brivido, 
raccapriccio,  f^.  Sgrii«l. 


DIAUm 

Sefunàr.  BoL  Molleggiare,  beSm. 

Scbervèint.  Rol.  Aquazione. 

8chfòn,  sfòn.  Fer,  Calza. -/km. 
Calzerotto. 

S  e  h  I  e  a  r  a.  fìom.  Sbevazzare. 

S e  h  i  t  à  r.  Mant,  Spàrgere.  •  Jngl. 
Se  a  iter.  Spàrgere  ^  versare.  - 
Jrm.  S  k  i  g  n.  Dispersione ,  sparpa- 
gliamento. 

Sebi  Ina.  Mani,  Scintilla.  Zàcdiera.- 
S  e  h  i  t  n  à  r.  Inzaccherare.  Parm.  - 
Siiatrar.  -  K  Séiàltar. 

Schnàja.  fìom.  Schizzo,  zàcchera.  - 
Schnajè.  Schizzare  II  fango  adesso 
ad  alcuno.  •  y.  Se b 1 1 n a. 

Séiadùr.  Jhm.  Matterello,  spiana- 
toio. Legno  lungo  e  rotondo  su  cui 
s^awolge  la  pasta  per  Ispianarla  e 
assottigliarla. 

S  £i  a f  1  è,  8  é  I  a  f è.  Bom.  Scaraventare, 
spiattellare. 

Sé  I  à  n  e.  Piae,  Làcero ,  misero.-  Beg. 
e  Lomb,  Stracciatura,  squarcio.  - 
Sbianca,  séiancar.  Stracciare, 
squarciare.  -K.  Sbraghèr. 

Sèi  a  pi  ne.  i?om.  Acciabattare. -jlfi7. 
Séepinà. 

Sii  a  pò n a.  A'nc. Sciògliere, sfibbiare. 

Sèiàssag.  Piae.  Serrato, stretto,  sti- 
vato.-iV/i7.  Siiàssar. 

Sciattar.  Pine,  Scintille,  -  So  lat- 
tei n.  Spruzzo,  zàcchera.  -  Sèla- 
t ina.  Spruzzare. -f^.  Schitna. 

Sila  va  rèi.  Beg.  Pinòlo. 

Sé  locai  Bom.  Jgg.  Schiantcreccio. 
jégg.  di  legno  fràgile. 

Sèi  oda.  Fer.  Gonfiezza. 

Séionsè.  Piae,  Soffocare. 

Séiòrbal.  Bom,  Bircio,  losco. 

Sèiu e  I  i r.  Fer.  Scrosciare. 

Sèinnclèn.  Bom.  Ceppatello,  scheg- 
glMla. 

Sélnssìr.  Boi,  Discèmere.  -  Ingl. 
Ckoie  {leggi  Ci  use).  Scégliere. 

SéloTH.  Bom.  Slocare. 

Scòli,  Il  scòli.  Bom.  Grembo,  In 
grembo.-  y,  Scòss. 


CMILIAKI.  381 

Sconi.  Piae.  Appassire,  Intristire. 

Sconi r,  scunir.  /^fj;.  Scolare (f^er- 
bo), 

S  con  sa.  Beg.  Grembo.  -  Scosse  da. 
Grembialata.-  F,  Scòli  e  scoss. 

Sconzùbia.  Mani,  e /^^f/.  Moltitùdi- 
ne, gran  copia. 

Scopazza.  Beg.  Fionda,  fromba.  - 
Scopazzèr.  Frombolare. 

Scorbata.  Piae.  Tartassare,  percuo- 
tere. 

Scòrdi.  Bom,  Erba  querciuola,  co- 
mune ne'  monti  stèrili.  •  /,.  Teu* 
crium  chamaedrys. 

Scorn tizia.  Piae,  Lùcciola. 

Scoss.  Gen.  GremtK).  -  /'.  Sconsa  e 
Scòli. 

Seotmal.  Mani,  e  l^ann.  Soprano- 
me. -  Berg.  S e  o  1 1  ù  m. 

Scotta.  Gen,  Siero. 

Scozz.  Beg.  Coccio,  greppo.-  Fig, 
Conca  fessa. -Scozz è r.  Rompere, 
spezzare. 

Sera  va.  Gen,  Scapezzare.  F.  Scalv, 
scalvar. 

Seriche.  Bum,  Spremere. 

Scrinar.  Fer.  Aver  la  diarrea. 

Scrimàl.  Boi,  -  Scrimàl.  Piae," 
ScrimàJ.  T^e^.-Scaramài.  Bom. 
Parafuoco.  f^.S  cara  mai. 

Scrofàls.  Piae.  -  Cufolarse.  Fer. 
Accosciarsi,  accoccolarsi. 

Scrozla.  /'loc. -Se ròs sol.  Lomb. 
Gruccia. 

S  e  r  u  e  le  n.  Bom,  Tenerume.  Sostanza 
bianca  e  pieghevole,  la  quale  è 
spesso  unita  all'estremità  delie  ossa. 

Se r ufi  a.  Beg.  Fórfora.  -  K.  Rófia. 

Scorate.  Bom.  Arsicciure,  abbron- 
zare. 

Scurnèccia.  ^fod.  Sacello,  siliqua. 

Scurnicclà.  Bom,  Sbacellare,  sgra- 
nare. 

Sdrussi.  Parm.  Aspro,  rùvido.  - 
iAmb.  Darùk.  Di  qui  fone  Vi  lai, 
Sdruscito. 


382 


PARTE  SECO!«DA. 


Sduma2i&r.  Fer.  Dirozzare,  scoz- Sg a gna,  sgagnàr.  Piae.    e   Beg^ 


zonare. 
Sèber.  Pav.  e  Mil.  Mastello. 
8  e  p  p  a  r.  Rom,  Cespi  la.  Piuntn  comu- 

ne  lungo  i  flumi,  -  £..  Erigeron 

Viscosum. 


Scufflare,  paccliUre. 
Sgai.  Piac.  •  Sgarì.  MiL  Strìdere, 

gridare. 
Sg alberi.  Piae.  Rigogolo.- ^.  Gal* 
I     béder,  arghèib. 
Seriola.  Atant,  e  Hr,  Gora,  canale  Sga  le  ni  ber  Gen,  Sghembo, 
di  derivazione.  -  /..  Seriola.  «9r-  Sgalièr.  Heg,  Cavar  di  mano  altrui 


riolae  meluens  veterem  deradere  li 
mum.  Persio,  Sai.  IV,  vert»  te. 

Sevézia.  Itom,  Crudellà.  -  L  Sae* 
vitles. 

Bfarfài,  sfranibél.  7?om.  Persona 
magra  e  sparuta.  Segrenna.  -  Fém- 
mina di  mal  affare. 

Sfióbal.  Iloin.  Pinoli  che  congiùn- 
gono Pago  col  ceppo  dell' aratro. 


checchessia. 
Sgalmedra.  Ì7ef7.  -  Sgalmiedra. 

Fer,  Garbo,  grazia. 
Sganga  (dia).  Bom,  Dappoco,  f^oce 

di  disprezzo,  come  .'Signor  dia 

sgaaga.  Signor  da  burla. 
Sgangàg n.  fìom.  Viluppo,  cerfuglio. 
Sgangàr.  BoL  -  Sgang  he.   Bom. 

Stentare,  stirare. 


Sfiòpla.  BoL^  Mod,  e  y?<fijF.  Cocciuò-Sgan ghigna.  Piac»  Scricchiolare. 


la,  pìccola  enfiatura. 

Sflàr.  Fer,  Fiaccare,  sfracellare. 

Sflezna.  Bom.  Favilla,  scintilla, 
sriiznè.  SfavilUire. 

Sframbài.  Mod.  Stipa,  sterpaglia. 

S  f  ra  s  s  e  n  a.  Bom,  Fiotto.  Figur.  Im- 
peto, furia. 

S  fra  zza.  Bom.  lancia.  Spranga  di 
ferro ,  con  che  si  rimena  la  terra 
da  far  mattoni.  -  Sfrazzè.  Rime- 
nare 0  mestare  con  la  lancia. 

Sfrindàri.  Piac,  Spauracchio. 

8 f  rogo.  Bom.  Mattone  ferrigno;  pa/e 
eccessivamente  cotto.  -Sfrugna. 
Sferruzzato. 

Sfrova.  Parm.  Frutto  annuo  rlca- 
Tato  da  una  vacca,  unendo  il  latte 
al  vitello. 

Sfulgnacàr.  Boi.  Barbugliare. 

Sfundròn«  Bom.  Strambotto,  ribò- 
bolo. 

8 fu z  1  è.  Bom.  Sdrucciolare.  -F.  S  b 1 1- 
sciàr,  sguja. 

Sgadc.  Bom.  Sgberonare,  tagliare  a 
sghimbescio.  -  F,  Gheda. 

Sgagià,  sgaglè.  Emil.  ePiem.  Le- 
sto ,  accorto.  -  Bom,  8  g  a  g  è  $ignif. 
anche  Lindo, attillalo.- fr .Degagé. 


Sganghìr(dalla  voJa)./>r.  Lan- 
guir di  voglia. 

Sgaràmp.  Piac.  Tràmpolo. 

Sgara muf la.  ffoL Forfora.  ^.Rófja« 

Sgaràr.  Boi.  Sbagliare,  errare.  - 
Sgarada.  rarm.  Millanterìa. 

Sgaraviàr.  Boi,  e  Fer.  Raspollare. 

Sgarblà.  Oen.  Graffiare. 

Sgargnàpolàr.  Parm.  Rìdere  a 
scroscio. 

SgariòL  BoL'L.  Totanus  ochro" 
pus. 

Sgarlatón.  Fer.  Calcagno. 

Sgartàr  il  vid.  Fer.  Recìdere  la 
vite  al  piede. 

Sgarudàr.  Fer.  Sgusciare  {dìcesi 
pròprio  della  noce).  Sgherlgliare. 

Sgarzetta.  Bom.  Pavoncella  di  pa- 
dnlc.  -  L,  Ardea  nyctlcorax. 

S  g  a  s  s.  Parm.  Baccelli  cotti. 

Sgatià,  sgatièr.  Gen.  Districare, 
disciògliere. 

Sgavagnàr.  BoL  Scuòtere,  dibàt- 
tere qualcuno.  •  Parm.  Svivagnare, 
allargare  di  troppo. 

Sgavagnc.  Bom.  Sgruppare.  Rav- 
viare cose  disordinate,  come  ma- 
lasse  ■  eC'. 


DfAIJSrn  EMIUA^I. 


283 


Sgavalè.   Bom,  Andare  a  sclaqua 
barili.  Andare  a  gambe  larghe. 

S gavétta.  Mod.  Slatafisa.  f.  Gav, 
gavetta. 

Sgaviòtt.  /^eg.  Bilenco. 

figa  V  t  u  1  è.  Rum.  Sgambettare.  Guiz- 
zare;  lo  scuòtersi  dei  pesci  jfer  aiu- 
tarsi al  nuoto. 

Sgaza  ri  9.  Pnrm.  Sbizzarrirsi. 

Sgdòzz.  Boi.  Coccio,  vaso  di  terra 
rotto.  -  Fig.  Conca  fessa. 

Sgherza.  ^o/. -Sgorbia.  #.om6.  Ai- 
rone. -  L  Ardea  cinerea. 

Sghessa.   Boi.  -  Sghlsa.   Botn.  - 
Sgussa.  Beg.  .  Sgbissa.   Fer.  - 
Sg  a  J  osa.  Lomb.  Gran  Vdme.-f'.B  a  r 
loca,  Sgrisa. 

S  g  1  a  n  z  u  I.  Bom.  Friabile ,  frangibi- 
le. -  LomO.  Sgiandós. 

Sgiàved./fe^.Fràgile.f'.Sgiànzul. 

Sglavòn.  Parw.  -  Giaòn.  Fer.  Pà- 
nico saivàtico. 

Sgiorla.  Piac.  Dappoco,  moccione. 

Sglòrz.  y?om.  Fischione,  morigiana, 
capo  rosso.-  L.  Anas  penelope. 

Sgius.  Piac.  Colatura  o  deposizione 
del  concime.  -  l\trin.  Sugo.  -  L. 
Jus?  -  F.  Zlss. 

8g  i  u  t  è.  Bom,  Sturare. 

•Sglvi.  liitc.  Scollare. 

Sg  iz u  I  e n  a.  Bom.  Scheggluzza. 

Sgnacàr.  A»rm.-Sgnlcà.  MiL  hm- 
mnccare,  schiacciare. 

Sgnacoln.  l'iac,  e  /'arm.  -  Sg  noe - 
colar.  ^>r.  -  Sgniculè,  sgnu- 
culè.  Hiun.  Scufflare,  pacchiare. 

Sgnndùr.  Fer.  Materello,  spinatolo. 

Sgnàss.  /Voc.  CanUe. 

Sgneppa.  iien.  Beccaccino.  -  7>d 
Schnepfe.-/ii.(7.  Snipe.  K  Piz- 
zica r  a. 

Sgnofla.  Boi.  -  Sgnèff.  /=Vr.  Ceffa- 
ta, BchiaCTo. 

Sgnuflìr.  Fer.  Piagnucolare.  -  V. 
Fi  far. 

Sgobia.  Bom.  Stnibilo.  Pericarpio  le- 


gnoso della  pina  scussa  de^pinocchi. 

Sgorzella.  Piac.  Uva  spina. -t.  Ri- 
bes uva-crlspa. 

Sgourbiadura.  Mod.  Scalfltura, 
scorticatura. 

Sgravi s.  Piac.  Torso;  mallo  sgra- 
nato del  sorgo  turco. 

Sgrégn.  Bom.  Ghigno. 

Sgrèngola.  /7om.  Zurro,  uzzolo,  al- 
legria. F.  G ringoia,  ghelsa. 

Sgrlnzla.  Piac.  Digrignare,  dirug- 
ginare. 

Sgrisa.  Bom.  Gran  fame.  •  Fedi 
Sghessa,  barlòca. 

Sgritni.  Bom.  Sgranchiare;  far  pèr- 
dere l'intorplmento  delle  mani, 
dei  piedi,  ec. 

Sgrizol.  yi/ofi(.  -  Sgrisul.  fer.  - 
Sgrìsol.  Jlfi7.-  Sgrisòur.  BoL  e 
Beg.  -  Sgrisór.  Form.  Brivido. - 
Ing.  Grlsly.  F*  Schermiètz. 

Sgrófla.  Parm.  e  Piac.  Forfora. - 
Sgruflós.  Rùvido,  forforaceo. 

Sgroz.  Bom.  Crudo. 

Sguaini  idra.  Boi.  Ripiego,  espe- 
diente. 

Sgualzir.  BoL  Pigiare  Puva. 

Sgublc.  Bom.  Smallare.  F.  Sgaru- 
dar. 

Sgudèvol.  BoL  Disadatto,  incòm* 
modo. 

Sguègn.  BoL  Vizzo,  appassito. 

Sgugiól.  BoL  Solazzo,  gozzoviglia. 

Sg  ugnar.  Fer.  Far  le  bocche. -Ker. 
Sgognàr.  Far  le  sgogne. 

Sgujii.  Pioc.-Sghià.Af//.  Sdruccio- 
lare. 

Sgu  i  n  g  u  a  g  nn.^o/.Floscio,  snervato. 

Sguinzajòn.  BoL  Giròvago,  vaga- 
bondo. 

Sg u nà  r.  Fer,  Segare. 

Sgu  n  è.  Bom.  Arrocchiare ,  far  rocchi 
(  Rocchio  vale  pezzo  di  legno  o  di 
sasso  di  figura  cilindrica,  spiccato 
dal  tronco,  senza  eccèdere  uìia  certa 
tangtiezza). 


tSH  PARTE  SBC05ÌD.4. 

8f  unzobl.  Bd,  Frangente. 

Sguràr.  BoLeFer,'S$urhr.  ifeg.- 
Sgurà.  Mani'  e  Piae.  Pulire^aster- 
gere. 

Sgorbia,  fhr,  Fame.-K.Sghe8sa. 

Sgusìy  8g  Varzi.  y?om.  Scòrgere,  ve- 
dere. 

Sgutis.  Piac.  Sdraiarsi. 

Sia.  Beg.  e  Mod,  Porca,  ajuola. 

Siànd.  BoL  Essendo  {Gerundio). 

Slàrs.  Pwm.  Rappigliarsi,  assevarc. 

Sibra.  Parm,  Zòccolo,  specie  di  cai- 
aure.-  ^i7.  Slbrèi.  Paiitòffola. 

S I  g  a  m  a  t a.  Form .  Capriola ,  salto. 

Silàc  Parm,  Lividura,  macchia. 

Slmi rada  (Far  la)  fer.FarlaspIa 

Simitón.  Bo9n,,  Fer,  e  Parut.  -  Si- 
rn  u  na  r  i  è.  Fer,  -  Smorfle ,  moine. 

Sinlghella.  Bai.  Crisalide;  il  filu- 
gello nel  bózzolo. 

Slot.  Parm.  Assillo,  tafano.-S io  là r. 
Smaniare  per  puntura  d'assillo. 

Stola.  Parm.  Porca,  ajuola. 

Siria.  Parm.  Biodo  di  salulare,  che 
mal  dire:  Buon  giorno,  o  buona 
sera.  -  //  Piem.  dice:  Ci  area. 

Sltòn.  Beg.  Libèllula. 

Siv.  Bom.  Siepe;  ghirlanda. 

Slagn.  BoL  Arrendevole,  pieghevole. 

Slamadura.  Fer,  Sedimento,  abbas- 
samento ,  sprofondamento.  -  f . 
Slat. 

S 1  a  n  d  r  ò  n.  Emil.  e  Lomt/.  Sciaman- 
nato, sudicio.  •  Fer.  Sland riir. 
Patire. 

S 1  a  n  f  a  g  n  a.  Piac.  Spilungone  :  assai 
lungo  della  persona. 

Slapòn,  sleppa.  Gen.  Schiaffo, cef- 
fata. 

Slat.  Boi,  Scoscendimento.  -  Slat- 
tar. Franare,  scoscendere. 

Slcnza.  Afoni. -8  Ili  scia.  A/i7.  Piog- 
gia dirotta. 

SI  epa.  Gen.  Schiaffo. 

SI  ice.  Bom.  Mangiacchiare.  Mangiar 
poco  e  senza  appetito.  -  Slicin. 
Mangiator  da  burla. 


Slip  adura.  Bom.  Spuntatura.  Di- 
rébbeii  ifnfi'itslioa'iiofo  da  òigliar^ 
do  aiiorchè  baite  lo  fMlla  da  /Sali- 
co. -  S 1 1  p  è  s.  Sbiecare ,  tehiandre. 

Slofi.  Gen-  Lonzo,  snervato. 

Sion.  Piac,  Siero. 

S 1 0  s  n  a.  Fer,  F.  coni.  Baleno.  -  S 1  u  - 
snàr.  Balenare.  -  f^.  Losna. 

S 1  u  m  b  e  rg  à  r.  BoL  Alt>eggiare. 

Sluvzòn.  Fer.  Ingordo. 

Sluvzè.  Bom.  Lordare. 

Sai  ad  unir.  BoL  Rompere  le  zolle. 
Da  Madòn,  zolla. 

Smagunè.  Bom,  Sciocco. 

S  m a  i  V  i  r .  Beg.  Gualcire ,  mantrugia- 
re. -  S  m  a  I  v  i  n.  Fer.  Svenimento.  • 
Smal  vi  rs.  Scolorire.- y?ofn.Smal- 
vèn,  smalvis.  -  ^mfr.  Smalvà. 
Scolorito. 

S  m  a  m  1  à  r.  /*er.Fiaccare,  ammaccare. 

Smanè.  Bom.  Spogliare,  svestire. 

S  m  a  n  e  z.  Beg.  Movimento,  agitazione. 

Smanie.  Bom.  Dimenar  la  onda. 

Smargulè.  Bom.  -  Smergulàr. 
Bol.^  Beg.  e  Parm.  Piagnucolare.  • 
Smèrgula.  Bom.  Piagnone,  pian- 
gisteo. 

S  mar  un  e.  y^om.  Svesciare;  dir  senza 
riguardo  ciò  che  si  deve  tacere. 

Smasè.  Bom,  Sconciare,  scomporre, 
sgominare.  -  S  m  a s i.  Piac.  impor- 
rare, ammuffire. 

Sm  azzar  ina.  Fer.  Pannocchia.  -  f. 
Ma  usa. 

Sui  è  co.  ^ol.  Vernice,  belletto  e  si- 
mili. 

Smela.  Parm.  Scintilla,  favilla. 

Smers.  Piac.  Goffo,  vizzo. 

Smicè.  Bom.  Tirare  frequenti  colpi 
di  archibugio,  cannone,  ec,  e  ge- 
neralmente spesseggiare  in  qualche 
altra  operazione  di  braccia  e  di 
forza. 

Smingunàr.  Fer.  Zoasarc,  vagare 
oziando. 

Smoja.  Fer.  •  SmoJ.  Lomb.  Hanno. - 
Smojàr,  smojn.  Imbucatare. 


DIAUTTI   EXILIAM. 


285 


Smoimón.  Beg,  Pigolone,  makoo* 
teoto. 

Smòlga.  Rom.  Sciamannala;  donna 
sconcia  negli  àbili  e  nella  persona. 

Smorgàgn,  smorgògn.  Pioc.  Su- 
dicione, porcone. 

Sm  u  1  è.  Rom,  Sciògliere,  scingere. 

S  m  u  I  g  h  è.  Rom.  Stropicciare  1  panni 
sporchi  con  ranno  e  sapone. 

Smu  rcài.  fì^.  Cosa  calli  va,  abbietta. 

S  m  u  r  f  g  n  òs.  Fer,  Moccolone,  sgua- 
jato. 

Smurfiè^smurfiòn. iìom.  Piagnu- 
colare, piagnone.-  /Hi  Smorfia? - 
y.  Smarguiè. 

Smusgnà.  Piac,  Piagnucobire. 

Smu 8 tazze.  Remi.  Rimbrottare, rin- 
facciare.-Mu  sta  zz.  Faccia. 

Smutlàr.  Fer.  Mugghiare. 

Snaina.  Mod.  Scriatello,  ammortM- 
tello. 

Sncng.  Pav,  Insìpido ,  scipito. 

So  e  a.  Manu.,  Parm,  e  Lorna,  Gonna  ^ 
gonnella. 

Soghèt.  Parm,  Capestro.  Da  Soga. 
Fune. 

Sol.  Gfn.  Mastello,  bigoncia. -So jn. 
Bigoncino.  -  K.  S  è  b  e  r. 

Sol.  Boi.  e  Fer.  Fango.  -  Rom,  Scola- 
tura di  concime. 

8 old.  Rom,  Specie  di    truogolo.   - 

Sol  d  di  st  razz.  Marcilojo.  Truogolo 
dove  si  fanno  marcire  i  cenci. 

Soli.  Gen,  Liscio,  levigato.  -  Solla. 
Lisciare,  levigare. 

So  ne.  77om.  Cicérbita.- £.  Sonchus 
olcracens. 

Sòr.  Piac,  e  Lomb,  Sòffice. -Sor à. 
Sfiatare,  prènder  aria. 

Sorallsègn.  Rom,  Sido,  ghiado, 
brezza.  Vento  gelato. 

Sorazéng.  Rom.  Anguilla  salata  ed 
aperta  per  lo  lungo. 

8  or  azza.  Reg,  e  Parm.  Gufo,  bar- 
bagianni. 
Sorghèr.  Reg,  Spillare,  rinvergare. 
Souvràn.  Mod,  Vitello  adulto. 


Sozzd.  Piae,  Ricotto,  confetto  {agg. 
di  terreno), 

Spàder.  Boi,  -Spadir.  Rom,,  Reg. 
e  Fer.  -Sparir.  Fer,  Allegare,  a* 
spreggiare  (  Ùiceei  de*  denti).  -  F, 
Schermir. 

Spagàzz,  spegàzz,  sbgàzz.  Gen. 
Sgòrbio. -Spega zza.  Sgorbiare. 

Spagògn.  Rom,  Stiticuzzo,  selvàti- 
co; che  mal  volontierl  s'*accòmmoda 
alle  voglie  ed  alla  compagnia  altrui. 

Spajàrd.  Gen,  Zigolo  giallo.  -  L, 
Emberiza  citrinella. 

8  p  a  1  u  t  è.  Rom,  Brancicare,  mantrug- 
giare. 

Spanèzz.  Boi,  Comune;  facile  a  tro- 
varsi. -  Fer.  Spani  zza. 

Spani.  Fer,  Appassito. 

S  p  a  n  I  z  z  è.  Rom,  Scofacciare,  schiac- 
ciare, brancicare,  -f^.  Spalutèe 
Spargnàc. 

Spant  Rom,  Immantinente,  tosto. - 
Armane  spant.  Rimanere  morto, 
steso  a  terra. 

Spano  e  in  a.  i7ofii.  Flenarola  de^ 
prati.  -  L.  Poa  pratensis. 

Spara,  sparar.  EmiL,  Lomb,  e 
Fen,  Risparmiare,  sparagnare. 

Sparagàgn.  Rom,  Spavento  di  bue. 
Grossezza  che  viene  nella  parte 
inferiore  del  garretto  del  cavallo, 
la  quale  lo  fa  zoppicare. 

Sparazisum.  Boi,  -  Sparacism. 
Fer,  Brama  ardente.  -  Rom,  Ghiri- 
bizzo, capriccio. 

Spardàr.  Fer,  Lanciare. 

Spargnàc.  7'iac.  e  Crem.'  Scofac- 
ciato,  schiacciato.  -  Spargnàc à. 
Schiacciare.  F,  Spanizzè,  spa- 
tazzii. 

S  p  a  r  I  ù  z  z.  Piac,  Peluria ,  lanùgine. 

Sparte.  Rom,  Disperazione. 

Sparto ra.  Boi.  e  Fer.  Màdia. 

S  par  za.  Boi,  Spalliera,  appogglatojo 
{Dicesi  dell*  appoggio  proprio  delle 
sedie). 


l 


386  PARTE  SECONDA. 

S pala z za. /Vac.  -  Spe lascia.  Mil. 
Schiucciato,  infranto.- Sputarne. 
ììom,  Scofacclare.  r.  Spargnàc. 

Spatu zzar.  i9o/.  Ragionare,  discór- 
rere bene.  -  Spaluzzèr.  Beg. 
Sbrattare,  nettare. 

SpéÒ.  Mod.  Lentiggine,  r.  Piccel. 

Spèdula.  Jìom.  Scótoio.  Specie  di 
coltello  senza  taglio,  col  quale  si 
batte  il  lino. 

Speli,  fìat.  (Uihgiamento  di  scena.  - 
Scambietto. - ingl.  Speli.  Incanto, 
prodigio. 

8  pepi  a.  ^o/.  -  S  pèppola,  //om.  Pì- 
spola. -  L.  Anlus  pratensis. 

8  p  è  r  t .  Piac.  Gioviale .  faceto. 

Spi  ne  in.  TiVic-Spinèl.  Reg.eFer, 
Zipolo. -Spi non. Zaffo,  turàcciolo 
delle  botti. 

Sp  in  tarò.  Fiom.  Scapigliare,  scar- 
migliare. 

S  p  i  ò  n.  Rom,  Cardo.  Erba  spinosa  di 
pia  specie, 

Spiònz.  Piac,  e  Lomb,  Zìgolonero.- 
L.  Emberiza  clrfus. 

Spi  r  a.  Mani,  e  f>r.  -  Sp  i  u  ra.  fkr., 
Mod.  e  lìeg.  -  Spurclna.  l*arm. 
Prurito ,  prudore.  -  S  p  i  u  r  ì  r.  lieg.' 
Spiìrì.  Piac.  Aver  prurito. 

8p ir  lini  pena.  /?om.  Sninfla,  attila- 
tuzza.DonnaaflfcItatameoteattillata. 

Spiutlir.  Fer.  Piagnucolare. 

^/pizghìr.  Per,  spuntare,  sbucciare. 

épizzàr.  Pier.  Smussare,  scantonare. 

Splatunàr.  Fer.  Scapitozzare. 

Sploja.  Jìeg.  Grillila»  catapecchia. 

iSpluDè./iftéwi.  Scapiflialo. 

Spracli^rs.  lìeg.  Allargarsi. 

SprocJ  iiom.  Bordoni!  te  penne  non 
ancon  spuntate  chejsi  vedono  in 
pèlle  tfU^VccelH.  ^JùiL  Sp  rocco 

r    «igrn//!;  Rainpolio.      .' 

ppròcao.  'ANmt.  e  fer.  Pesci vèndo- 

■    bi^fMfcalore. 

8pu  d  u  rè.  AoÌn.  Svcrgcijgnalo.  i)u  V  u- 

- -^d  ore  «wi  f  S  pfivulivii.        » 


Spultàr.  tìol.  Inzuppare. 

Spurblelia;  essra  la  spur bièl- 
la, liom.  Esser  al  verde,  esser  con- 
dotto a  mal  tèrmine  per  la  po- 
vertà. 

Squacciarlis.  i*iac.  Spappolarsi , 
disfarsi,  accosciarsi. 

Squajòn.  fìom,  Svescialore,  ciarlie- 
ro, disvelalore.-SquaJona.  Ciar- 
liera ,  vescJona.  -Squajàr.  Parm, 
e  /'m.  Scovare,  scoprire. 

Squas.  RoL  Smorfie. 

Squezz.  RoL  Specie  di  cocòmero.  - 
£.  Momordicum  elaterium. 

Squibes.  /'arni.  Quantità  grande  di 
checchesia. 

Sròdan.  /?om. Seròtino,  tardio. 

Stabi.  Rom,  Concio,  concime,  leta- 
me.- fSeti.  Porcile.- £.Stabuluin? 

Stabi  a.  Fer.  Steccone,  palanca. 

Stabiàr.  /7o/.  Digrossare,  piallare  il 
legname. 

S  t  acu  n è.  Rom.  Spillaccherare. 

Slalossàr.  Parm.  e  Mil.  Strabalzare, 
scuòtere.  K.  Sbaruzzè. 

Starnarla r.  Fer.  Abbacchiare,  bàt- 
tere. 

Stamz è.  Roin.  Calpestare, scalpitare. 

S  t  a  m  z  ò  n.  Rom.  Agg.  d^  uomo  grasso 
che  dlfOcilmcnte  si  muove. 

Stanlèln.  /^o^ 'Slanci a. Af od. Gon- 
uel la.  -  8 1  a  n  1  ò  n.  Boi.  e  Rom.  Don- 
na] nolo.  -  P^r.  Faccendiere. 

Starlaca.  Rotn.  Allòdola. -£.  Alau- 
da ar  vensis. 

Stargnòn.  Piac.  Sterpo,  sterpone. 

Starne.  Rom.  Secco;  quasi  estenualo 
per  magreua.  f^.  Stcrnlccià. 

Statare.  y?oai.  Sgomberare  del  tutto 
una  stanza^  oppure  métterla  In  as- 
aetto, leviadune  gli  inùlill  ingom- 
bri. V 

Stòla,  ^er.  4  A^od.  SdMggla.  -  81  e - 

lazòc.  MaàL  e  y^cf.-Stelalègn. 

ii^Dol.  Spaccalegne.  -  Stièr.  Reg.  - 

;  S 1 1  à  r.  Fer,  Spezzare. 


; 


/ 


/| 


i 


! 


DIALnri  CVILIANI. 


S  ter  lira.  Boi.  Percossa. 

Sle miccia.   Boi.    Intristito. 
Starne. 

Stésa.  /7om.  Batacchiata,  bastonata. 

Stiasem.  Boi.  Strido  di  pianto. 

Stiattèin.  fio/.  Spruuo.- 8tiattl- 
n  à  r.  Scbixzare.  -  f^.  S e  h  i tàr. 

S  t  i  1  e  n  t.  Fer.  Scintillante ,  lìmpido , 
trasparente. 

S  t  i  m  I  ì  n.  Fer.  Moscardino ,  cicisbeo. 

Stiòss.  Boi.  Vampa  di  calore. 

S  t  i  u  ss  ì  r.  Boi.  Rafdgurare  ;  dlscèr* 
nere. 


iStrajàr.  Piac.  e 
•   y\    spàndere. 

Stralancà.  Fìsr. 


S87 
Foi'in.   Versare  > 


Stómbal.  Piac.  -  Stóinbel.  Boi.  - 
Stómbio.  Fer.  Pùngolo,  la  punta  di 
ferro  dello  stìmolo.-S  t  o  mb  1  à.  Sti- 
molare. 

Stombazzèr.  Beg.  Sciaguattare.  - 
y.  Savazzà. 

Stompèr,  stopàr.  Gen.  Turare. 

S 1 0  p  è  11.  Piac.  Metadelia  ;  misura  di 
grano  equivalente  alla  sedicesima 
parie  dello  siajo. 

Storci  a.  Piac.  Strofinare. 

Stossar.  Porm. Dilombarsi, fiaccarsi. 

Strabghè.  Aom.-Strapegàr.  Ver. 
Strascinare. 

Strabizèint.  Reg.  Cencioso,  làcero. 

Strablzzèr.  Reg.  Carpire. 

Stràc.  Gen.  Stanco. 

Straca.  fiom.  Mazzacavallo,  altale- 
na ;  ipec/e  di  leva  per  attinger  aqua 
dai  pezzi. 

Strafa  lari.  Boi.  Sciamannato,  su- 
dicio. 

Strafantà.  IHac.  Svisare.-S  t  r  a  f  a  n- 
tà  r.  Boi.  Smarrire,  pèrdere.  •  Fer. 
Trafugare. 

Straferl,  strafusér.l,  strafusa- 

ri. /Vac,  ^omft.e  Pii^.-Strafirl. 

B^ -Strafièr.  Fer^Òarpe, cenci. 

Sirafngnà.  Gen.  Gualcire,  mantru- 

gUre.  ;.l 

Stragialzàr.  Boi.  e  Fer.  -  Stra- 
guaime.  Rom.  Ingojare,  trang^i- 
glara.  *  V 


Sbilenco. 

Strambin.  Fer.  Àndito. 

S tramila.  Piac.  Rabbrividire,  rac- 
capricciare. 

Strampill,  stràip.  Fer.  Gramo, 
floscio,  rozzo. 

Stransì.  Boi.,  Reg.  e  Piac.  Àrido, 
adusto.  -  ^.  Transl. 

Strappar.  fio/.-Strapegàr.  Fen. 
Strascinare. -Strapén.  Rem.  Ron- 

I    Zino,  brenna. 


Stravinàr.  Fer. Strofinare, stropic- 
ciare. 

Strazigàr.  Parm.  e  Piac.  Scintil- 
lare, sfavillare. 

Strén.  Aom.-Strèln.  Parm.t  Piac. 
Abbruciaticelo.  -  Fié  d*  strén. 
Odore  che  mandano  le  cose  abbru- 
ciate. 

Strina.  Gen.  Abbronzare,  arsicciare. 

Striblàr.  Parm.  Dipannare. 

Stricbèr.  Reg.  -  Struccàr.  Fem. 
Stringere,  sprèmere. 

Strlflàr.  Fer.  Fiaccare ,  schiaccia- 
re. 

Strinar.  Fer,  Abbronzare,  abbru- 
stolire.- K.  Strén. 

Stri  va.  Boi.  Gozzoviglia. 

Stroppa.  Gen.  Vincastro,  vimine. 

Stroppia.  Piac.  -  Starplà,  stra- 
pela.  Mil.  Làcero,  meschino.       V 

Stros.  Piac.  -  Trosa.  fir.-Strosa. 
Fer.  Rocchio,  sezione  di  pedale, 
d'anguilla,  ec.  -  Fr.  Tron^ on.  • 
Stròsà.  Troncare,  tagliare  per** 
pendicolarmepte  in  pezzl.-i^.Trqs, 
ToreTròcal.  ^ 

Strubidìr.A^.  Consumare. 

S  t  r  u  m  a.  Fer.  ;Jatica ,  àm\/^ 

Strumnàr.  Pcirm.  Roventare  »  ver- 
sare. 

S  t  r  u  s  à ,  s  t  r  f  si  è  r  s.  rÀm.  Strofinare, 
soffregarsi. 

Stridici.  Piac.  -  Sifu^l.  MiL  Fatila 


\. 


«2 


•     \ 


988  PARTE  IEC05DA. 

ca,  sleuto.- Struscia,  sirùsià. 
Affaticare. 

Strussiàr.  Bo/.  eAfan^-Strusciè. 
Bom.  Dissipare,  scialaquare. 

Struvizsè.  Bom.  Strofinare,  stro- 
picciare. 

Stufilàr.  Boi.  Fischiare,  zuffolare. 

S  tu  gì  è.  Bom.  Coricare,  sdrajare.  - 
Stuglès.  Coricarsi,  porsi  a  giacere. 

S  t  u  i  n  à  r.  Fer.  Stuzzicare ,  frugare. 

Sturlèr.  Beg.  e  Airui.  Cozzare,  dar 
di  cozzo. 

S  t  u  r  I  ò  n.  Beg.  Caparbio,  festereccio. 

Stussir.  ilcg.-Stussàr./ser. Scuò- 
tere, sliattacchiare. 

S  u  b  i  u  I  à  r.^fr. Appassire  per  siccità. 

Sue II.  Gen.  Acciarino;  fermaglio 
delle  ruote  dei  carri. 

Sul  ano.  Bom.  Traveggole,  abbarba- 
glio^ calìgine  di  vista. 

S u  Ifanà r.  Boi.  Cencioso.  -  Fr.  C b  i  f- 
fonnier  (?) 

Sunàr.  Fer.  e  f>r.  Cogliere,  spa- 
noccbiare. 

Su  ne.  Bom.  Grembiala. 

Sunsìr.  BoL  -  Sussi.  Mil.  Agogna- 
re, bramare  cupidamente. 

Suraiza.  Mod.  Upupa. 

Surena.  Bom.  Cinciallegra  pìccola 
turchina.  -  Pim.  di  Suora,  per  Mo- 
nachina, come  in  Lomb.  simile  uc- 
oello  diedi  Sion egb ina.  -  /..  Pa- 
rus  coeruleus. 

Surnicè.  i7om.-Surnacciàr.  Fer. 
Ronfare,  russare. 

Susanòn.  Bom.  Bajone^  bi^ooaccio. 
Uomo  leggiero  che  si  trattiene  in 
cose  fanciullesche. 

Sussi.  Bom.  Lìcnide  della  China.  - 
L,  Lycbnis  coronata. 

Sustacbina.  Bom.  Piana,  pianonc. 
Tram  un  poeo  più  lunga  del  cor- 
renie. 

Suvàsz.  Bom.  Rombo.  I^tee.  -  L. 
Pleuronectes  rhombu». 

S  v.a  d  u  rè  s.  Bom.  Spettorarsi ,  sciori- 


narsi.  Sfibbiarti  f  panni   davaoCi. 

S  vagli  è.  i7oiii.  Sgorgare,  traboccare. 

Svalòs.  Parm.  ePioc.  Sbadato,  dis- 
attento. 

S  v  à  m  p  u  1.  Fer.  Spazio,  differenza.  " 
Sv amputar.  Esser  disegnale. 

S  v  a  r  z  e  1 1  a.  Piac.  Lividura ,  lìvido. 

Svéi.  Bom.  Foce  usata  ad  indicare 
cosa  assai  grande,  almeno  relativa- 
mente  ai  bisogno. 

Svergna.  Piac.  Modo,  via,  verso. 

S vergai.  Piac.  e  l.omA.  Sbieco,  stor- 
lo.-Svergolà.  Sbiecare,  stòrcere. 

Svètula.  J'isr.  Bastonala. 

Svidar.  Bom.  Èssere  gelato  come 
marmo.  -  Svidar.  Pioggia  conge- 
lata che  pare  minutissimagrindine. 

S  V  u  1  è.  Bom,  Ripescare;  ritrovar  chec- 
chessia con  fatica  e  industria. 

Svurnì.  Bom.  Scaltrire,  scozzonare. 


T 


Tabalòri.  Getu  Baggèo,  babbione. 
T abbi  a.  Piac.  Guscio,  scorza  dei  le- 
gumi. 
Tabena,  Bom.  Gozzoviglia. 
Taeagnàr.  Gen.  -  Tacagnè.  Boìh, 

Piatire,  litigare. 
Tàccola.  Gen.  Specie  di  eor\'a 
Taffiàr.  Boi.  Pacchiare.- Taf iad a. 

Mod.  Corpacciata. 
Ta jc  r.  Beg.  e  Piac.  Tafferia,  tagliere. 
T  a  j  ó  I.  Beg.,  Parm.  e  Fer.  Magliuolo, 

sermento  o  calmo  di  vite. 
Tamarèl.  Fer.  Bacchio.  -  Mil,  Ma- 

tarèll,  pattarèll. 
Tamis.  Mani,  e  Fer.  Staccio,  cribro. 
Tamisàr.  Fer.  Esplorare. 
Tamògn.  Boi.  Tanto  grande.  -  L, 

Tarn    magnns? 
Tarn  piar.  Boi.  e  Parm.  Martellare 

(Dicesi  dei  dolori).  -  Tarn  p  1  è.  Bom. 

Indugiare,  baloccare,  tempellarc. 
Tananài.  Gen.  Bisbiglio,  strèpito. 
Tanè  Ir  Fer.  Afta. 


Tini.  Piitv.  Muiticarv,  slinobre  11  Ti 

llHWO. 

Tip.  niriH.VeslUo.'Tapir.Vetlire, 
la  vòlgere. 

Tirabiquel.  Boi-  Ttrabiltol. 
Tarabicol.  Mi'l.  Baui-ctile,  ciar- 
pe. 

Tirabiis.  BoL  e  JImn.  Ardea, 
ATdea  slellarls.-  lu  Hai.  diettl 
pur  Tarabuso.  TralMro. 

Taraihùgna.  Boi.  Cniuirbi' 

Taràgn.  Piac.  Hoiza;  scheggia  ^lac- 
cata dal  maHO. 

Taràntola.  Piae.  e  £om6. Salaiu an- 
drà. 

Targbn.  Boi,  laiplatlricclamenlo. 

Tarif.  fleg.  -  Tarèf.  n-r.  Fràeldo, 

Tarli*,  t'rr.  Gruma,  sucidume. 
T  a  r  l  ù  e.  noe.,  lomb.  e  fieg.  Sciolti 

nlto. -Tarlùci.  Dlrcrvellarai. 
Tarncgar.  Piar,  e   Vara»,  Ammor- 

bare,  appesiate,  -  Trrnegà.  Mil. 
Tarsanlàr.   Fer.   Harcbdarc. 

Tarsali  (A).  Rom.  Alla  rlnfuM,  In 


Tartarei.  fìmn.Oard  a  nèLtoMA. 
Rondine  riparla. 

Tartlèint.  /V(K.Iiiiaccbcralo,M»io. 

TartlAn.  A'ac.  Creilo,  Klam annata. 

Tartèrt.JtBin.  Tesela  di  lupo.  Fnago 
veienom.  -  i..  Lycoperdon  bo- 
vlsta. 

Tasaagnól.  Boi.  e  Parm.  -  Taiia- 
liaòn.  /'«ne,  Tarcliialo. 

Tlissi.  Boi.  e  Parm.  Palco.  •  Heg. 
9alaja,  wfatU. 

Tale.  Amm.  Groamalo. 

Tàtar.  Kom.  e  ftr.  •  Tàler.  Mil.  - 
Tàtare.  Itol-  e  Btg.  Ciarpf ,  arredi 
logori.-  fi;.  Haldracca,  meretri- 
ce. -Hae.  Tatra. 
TavarnèlLnae.  Specie  di  ploppo.- 
t.  Popottaalba. 


uiM.  3 HO 

eia.  J/an(.  e  fcr.  Siliqua;  fluacio 
di  legiinie  Ingeoeraie.-Aol.,  ibf., 
UanL  e  Mit.  Hatlonccllo,  pianella, 
avièr.  Mod.  Semeniajn,  fratleta, 
brillilo, 
ama.  Piae.  ^elta^e,  pulire. 

Tic.  Rom.  jIgglunUi di  eorpo  gratto, 
Bttùl  dire  CrasM  quartato;  tulio 
igna. 

Tega.  Vaiti.,  l'arm.ePiac.-TUgt. 
Btg.  Bacello,  frullo  dei  legumi. - 
L.  TegereT  -  Tfd.  DeckenT  Co- 
prire, invòlgere.-^.  Tavèla. 
inca.  Fer.  EnOalura,  bernoccolo. 

TepH.  Piac.  e  Lomb.  Borracina.  -  t. 
Polytrlcum  comniane. 
t  ra.  Cra.  Serie  di  varie  cose  unlle. 
i»  7K<Tlr  itera.  Filastrocca.  Luo- 
giggioe. 

erlòc.  Aeg. Baratto,  camblo.-Te r- 
loccbèr.  Barattare, 
eroàs,  ternéi.  Boi.,  Mod.tBfg. 
Serpentello,  faoclullo  vispo. 

Ters,  Btg.  Gromma,  tàrtaro,  lasso. 
èsaera.  fer.  e  tomA.  Tacca  por  me- 
oiorla  e  riscontro. 

Tlbórl.  noe.  Catacombe,  sotterranei. 

Tlem,  limar.  Fw.  Coperta,  coprire 
(proprio  di  6arca,  rorro  e  timiU). 

Tlmlstòr.  Admi.  SchiulDCHO,  achi- 
vo.  -  Tlmiatofa.  Monna  lebifal- 
poco,  cioè  doDua  ehc  aslulantcnte 
faceta  la  modesta  e  contagooaa. 

Timpiòn.  Aim. Seggiola. Quel lafDO 
che  si  cooflcca  attraverso  aopra  ra- 
stremila de'  corrmti  per  callagarli 
e  r^gere  gli  ùltimi  imbrld  M 
tetto,  detti  Gronde. 

Tlogo,  Parm.  Squisito,  òlUmo. 
Ila.  Boi.  -  Tesa.  Beg.  e  fea.  Fé- 
nlle.-Tlcia.  fir.  Capanna. 

TIvàr.  Ftr.  Aifllla,  latra  lonaet. 
lime*.  Bom.  Arruglnlrsl,  In^ial- 
llre  (Dietti  Mie  fòglia), 

Tobis.  Parm.  Avvinualo,  obro. 

Toc,  I6cca,  Ftr.  Taceblno,  plIiM^ 


290 


PARTE  SBCOMDA. 


Tod  na.  fìeg.,  Piac.,  Fer,  e  Rom,  Ten-  Tr aq uà i.  Boi,  Raggiro. 

tennone, irresoluto.-^o^ Seccatore.  Trafora.  Mant.  e  Ter.  Barbatella.- 
Tóff.  Bom.  Tanfo.  -  Mil.  Tuf.  Tratorà r.  Propaglnare. 

Tola.  Emil,  Lomb,  e  Piem.  Latta,  Travisa.  Piac,  Greppia, mangiatoia. 

ferrostagnatoinlàmine.-f^  Banda.  Trèinca,  trinca  (de).  Gtn.  Ag^ 
Tolèr.  Beg,  Màdia.  giunto  d/Nuovo.-Nov  de  trèln- 


Tomàtis.  Piac.  e  MiL  Pomidoro.  - 
L.  Solanum  Lycopersicum.  - 
Sp,  Tomates. 
Topinara.  Mant,  e  P/oc.- Topi  ne- 
ra. Beg.  Androne;  via  sotterrànea 
della  talpa. 

Top  pi  a.  Piac,  e  Piein.  Pèrgola,  per- 
golato. 

Tor.  Piac,  Pedale,  tronco,  f.  Trus. 

T 0  r  i z  z a.  Mant,  Stèrile  (  Aggiunto  di 
Pacca), 

Tosta.  Piac.^  MiLe  tafani.  Abbrusto- 
lire, abbronzare. 

Tota.  /^cgr.  Sponda,  riparo  (Proprio 
del  pozzo),  f^  Dalta. 

Toto.  Piac,  Torso,  cornocchio;  mallo 
Sgranato  del  grano  turco.  -  f^.  Ga  n- 
ddl  e  Mol. 

Tozla.  Fer,  Boccia,  gonfiezza. 

Tracagnòtt.  Parm,^  Bom,^  Fer,  e 
Lomb.  TOnfacchiotto ,  tarchiato, 
piccolo  e  membruto. 

Tracalè.  /?om.  Traballare. 

Tra  dòn.  Piac,  Gretto,  sciamannato. 

T  ra  fi  r  1.  Bmn,  Frùgolo,  frugolino (/)t- 
ce$i  di  fanciullo  vitpo). 

Trafusàgn,  trafusòn.  Bom,  Rag- 
giratore, sottile  Ingannatore.-Tra- 
fusè.  Ingannare  maliziosamente. 

Tragattà.  Piac.  Sciupare, dissipare. 

Tragn.  Mod.  Orcio.  -  /'.  Trign. 

T  r  à  g  u  I.  Bom.  Fòrcolo.  Stromento  vil- 
lereccio di  legno  a  guisa  di  forca 
assai  grande,  ma  senza  mànico  che 
per  via  tien  sollevato  da  terra  Pa- 
ratro,  acciocché  non  lógori  le  bure. 

Tragualzè.  /lom. Trangugiare. 

Tra] a.  Boi.  Bilenco, 

Tramad  dMerra.  Fer.  Campo. 

Tran  tal  a.  Piac  Traballare,  barcol- 
lare. •  r.  Traculc. 


e  a.  Nuovo  di  zecca. 
Trentacost.  Bom,  Ci u ffetto.  £/cce</o 

di  ripa.  -  L.  Ardea  ralloldes. 
Tre  quel.  Boi,  Treccone,  fruttiven- 
dolo. 
Trign.  Beg.  e  Parm.  Orcio,  orciuo- 

lo. -f.  Tragn. 
Triòc.  Parm.  Accordo,  negozio. 
T  rè  e  a  I.  Bom.  Tocco,  tozzo,  f  .  S I  r  6  s. 
Tròl.  Beg.  Mazzuolo,  maglio.  -  Fer. 

Rostiatojo.^/'arm.  D'un  solo  pezzo. 

Diceii  di  penona  stinca  o  pingue, 

difficile  a  piegarti. 
Truclaja.  Bom.  Pezzame,  rottamc- 

F.  Tròcal. 
Trucca.  Gen.  Urlare,  cozzare. 
Trus.  Parm.,  Beg,  e  Fer,  -  Tros. 

Mod,  Fusto,  pedale.  -  T.  Stròs, 

Tor  e  Tròcal. 
Trussiànt.   Boi.  Accattone.  -  Fr. 

Trucheur. 
Tsèvd.  /?oiii. Scipi lo, sciocco. -T si V- 

d ez z a.  Insipidezza,  scipitezza.  •  T. 

Dsévad. 
Tuba.  Boi.  Rumore. 
Tucciar,  pucciar.  Fer,'  Puccià. 

Lomb,  Intìngere.  -  f".  P cecia. 
Tudnàr.  Boi,  Sobillare,  forzare. 
Tudnè.  A/om.  Leila  re,  ninnare  :  o  al- 
iarla, ninnarla.  Èssere  o  andar  lento 

neiroperare.  -  Tu d  non,  tòdna. 

Tentennone. 
Tufògn.  floTO. -Tuff.  C«i.Tiinfo,  il 

felore  della  muffa.  •  F.  Tóff. 
Tulliana.  Boi.  e  fer.  Gozzoviglia. 
Tumàzz.  Bom,  Razza  bianca.  /Vice 

marino,  -  L.  Raja  batis. 
Tumèn.  Bom.  Squaccherato.  Agg.  dì 

formaggio  tènero  e  quasi  liquido. 
Tundunàr.  i9o<.«  Ti ndonàr.  f>r. 


DIAUSm  EMIUAMI. 

Indugiare. •  Tundunàr.  Fìer.pak 

Schernire. 
Turciòn.  Bom.  Punteruolo  Imco,  sea* 

rabco  mangiaviti.  •  L,  Curculio 

bacchus. 
Tursgòn.  /fom.  Torso,  tòrtolo.  Ciò 

che  rimane  delle  mele  e  iimiU,  le* 

vaio  loro  d'inlomo  il  pericarpio. 
Turululù.  fìom.  Cliiurlo,  allocco.  • 

Fig.  Balordo.  IH  qui  il  Mil.  Tflr- 

luru. 
Tu  sur.  Bom*  Cesoje. 
Tuss.  Boi,  Colpo,  botto. 
Tu zz.  BoL  Stoppa. 


201 


Ucarèlla.  Bom,  Fermo,  fermaglio. 
Quel  ferro  che  impedisce  il  chiù- 
dersi alle  imposte  delle  flnestre  al- 
lorché si  tengono  aperte. 

Ucarina(Far  T).  Fer.  Far  le  fiche. 

Uclar.  Fer,  Gridare,  esclamare. 

U 1  i  ve 1 1 a.  Bom,  Ligustro,  ruvìsilco. 
L,  Ligustrum  vuIgare.-Pepe 
montano,  laureola.  -  t.  Daphne 
laureola. 

Ulz.  Beg.  e  Parm,  Penzolo  (l^wa  e 
iimili), 

Urèz.  Boi.  Bacio.  -  Bom.  Uggia.  Da 
Orezzo,  al  rezzo?  In  dialetto  Tici' 
fi«tf  Aurizi,urlzi  s/^yn.  Uragano. 

Urcina.  Fer,  Erba  sempre  viva. 

Uss.  Bom,  V,  eoniad,  per  fermare  il 
passo  de^  buoi. 

Usta.  Mani,  e  f^er.  Odorato. 

Usvèi.  BoL  -  Usvii.  Beg,  -  Usvi. 
Fer.  Utensili.  -  Usa  dèi.  Mil.  Mas- 
serizie. 

Uver.  Boi.  Poppa  della  vacca. -tal. 
Ubera?  -  Barn,  Uvar.  Poppa.  Ù- 
vero. 

V 

V  a  I  es  tra.  Piac.  Gesta  piana  e  larga. 
Va  Un  ti.  Piae.  Riaversi  dopo  malat- 
tia. -  L,  Valescere. 


Vampa.  Piac.  Lampo ,  baleno. 

Vanàl.  Fer.  Iniérigno  {/igg.di  pane), 

Vaniza.  BoL  -  Vaneza.  Fer.*-  Va- 
niezza.  Fer.  Porca;  ajuola  più 
larga  del  sòlito. 

Vanvòn.  Boi.  Sotterfugio. 

Va  r a  n  a.  Piac.  Sgualdrina,  meretrice. 

Va r bèi.  Bom.  Processo. 

Varg  h.  Fer.  Spazio;  quantità  di  case 
unite. 

Varghè.  Bom  Passare.  Dieeti  degli 
uccelli  che  vanno  da  una  regime 
al V altra.  Fune  dalV IL  Varcare. 

Varg  non.  Bom.  Brontolone,  queru- 
lone. 

Vargòt,  vergòt.  F.  coni.  Parm»  e 
Lomb.  Qualche  cosa. 

Varlétta.  Bom.  Vette^  capra»  ver- 
ricello, mulinello.  -  Farle  epede  di 
màcchine  per  eoUevare  o  emàeere 
enormi  pai. 

Vartér.  Bom.  Aggiunto  di  cappone 
ben  capponato. 

Vartis.  /Voc.-Avertis.rorm. Lùp- 
polo. -  L.  Humuius  lupulus.  - 
F.  Lovertìs. 

Vasi  a.  Beg.  Stèrile,  infeconda  (Dt- 
ceti  di  femmina). 

Ve  in  a.  Bom,  Imbozzacchito,  scria- 
tello  (Dicesi  d'uomo  che  creece  a 
tlenlo). 

Vdcò.  Bom.  Filucchio.  - 1.  Convol- 
vulus  arvensis. 

Vedergiàzz.  Purm,   Brina,  gela- 

verml. 
Vene.  Bom,  Salcio  giallo,  salcio  da 
legare.-  L,  Salix  vitellina.  - 
Da  Vinco? 
Vera,  vèira.  Gen.  Ghiera,  cerchio 

di  metallo.  -  Bom,  Vira. 
Verdza.  Piac.  Scriminatura. 
Vergna.  BoL  Chiasso,  romore.-  Fer, 
e  Mil.  Uodi  afitettati  e  nojosi;  sdol- 
cinato stràscico  di  voce. 
V  e  r  r.  Piac.  Verro,  majale  non  castra- 
to. -  Lai.  Verres. -Verr  cAtó- 


9n 


PARTE  »E(:05iOA. 


manti  ancora  qwgtì  ijngoti  o  lembi 
di  terra  Uutùati  dail'aratro. 

Vèr  zar.  Fer.  e  f^er.  Aprire. 

VUdana.  Parm.  Badile  e  scalpello. 

V i  d  1  a d  11  r a.  Bom.  Scrèpolo ,  fendi- 
tura. -  VI  di  a.  Crepacciato,  scre- 
polato. 

Vidra.  Parm.  Vélrice. 

T  i  n  e  0  lo  8.  /'/ne.  Importuno,  seccante. 

Vincer.  Fer,  Piegare,  tòrcere.  Da 
Vinco? -Vin ci rs.  Pomi. Piegarsi. 


stare.  •  Zafùt.lnpias(ro;  fig.  Con- 
venzione conclusa  con  imbroglio. 

Zagajar.  Boi,  darpare,  acciabbat- 
tare. 

Z  a  g  a  n  e  1 1  a.  fìom.  Crespello.  Fritella 
di  pasta  soda  che  messa  a  cuòcere 
si  raccrespa. 

Zagnotla.  Beg.  Ciòtola,  coppa. 

Zaltròn.  Boi,  Piac.  e  rer.  Gretto, 
trilode.  -  Itat,  Cialtrone,  cialtrona. 

Zamarra.  Beg,  Sgualdrina. 


Vi5.  Piac.'L  Chenopodium  sco-  Zambròlt.  Fer,  Fondaccio,  fanghi* 


paria. 

Visenda,  ave  visenda.  fìom.  e 
Mod,  Coni.  Affari ,  aver  affari. 

VIvàgn.  Boi.  Orlo,  lembo. 

Vivogna  (d'meiia).  Fer,  Medio- 
cre. Corruzione  di  V I  g  o  g  n  a.  Gen. 

Vi  còl.  Bom.  Doglio.  Vaso  di  legno  a 


glia. -Zarobruttàr.  Sciaguattare. 
Zampignàr.  Fer.  -  Ciampignà. 

Lomb.  Lavoracchiare. 
Zana.  Parm.  Troja. 
Zanche.  Mani,,  Fer.  e  Boi.  Tram— 

poli.-  Ave  la  zanche.  Bom,  Avef 

la  gambata; esser  gittalo giù  di  sella. 


guisa  di  bariglione,  ma  assai  più  Zang.  Beg.  Randello. 
graiide.-Vizulèn.Carratello.^pe-  Zangarin.  Fer.  Laccio,  peice. 


). 


eie  di  botte  lunga  e  stretta. 
V 1  u  m.  Parm,  -  N  i  u  m.  Lomb.  Pioggia 

adusta,  dannosa  alle  piante. 
VI u  p.  ilfod.  Sermento. 
Vò  g  a  n.  J?om3urbera,  carrùcola.  5fro- 

fnenfo  hUomo  a  cui  t*aiP9olge  un 

cànape  per  uso  di  tirar  pesi  in  alto 

0  aqua  da'  pozzi. 
Vrign.  Piac,  Acerbo,  immaturo. 


K 


Za  bài.  Bom.  Bagliore,  abbacina- 
mento. 

Zabié.  Bom.  Brughiera,  grillaja. 

Zaccagnir.  l?o/.- Z acagn a.  Aom. 
Frugare,  rovistare.  -Zacagnariè. 
Fer.  Banècola. 

Zac  la.  Bom.  Taccolare,  berlingare, 
ciarlare. 

Zaf  li.  Bom.  Basoffiare,  scuffiare. 

Zaf  fari.  Piac  Giumella;  qucaito  può 
capir  e  il  fnofo  d'omòe  le  maM  av' 
fHeinaU.  -  F,  Zemna. 

Z  a  f  n  t  a .   Bom.  Trambustare ,  trame- 


Zanèin.y^eg.  Tonchio,  gorgoglione.-^ 
Fer.  Zanìn. 

ZipaL  Bom,  Labbro. 

Zapòn.  Bom.  Abete  di  Germania.  ^ 
L,  Pinus  picea.  -  Fr.  Sapin. 

Zappèl.  Piac.  Varco,  passo. 

Zaptar.  Parm.  e  Piac.  -  Sopped». 
Mil.  Calpestare. 

Zaquar.  JRBrm.  Coricare,  stèndere 
al  suolo.  Cosi  fa  il  vento  coite  biade 
e  simili. 

Zarbàc.  fìom.  Strapaixo. 

Zarbòn.  Fer.  Sterpo.  -  Zarbonàr. 
Sterpare.  -  F.  Zerbl. 

Z  ararne  Ila.  Fer.  Brenna,  rouo. 

Zara  (Dar  in).  Fer.  Dare  In  clam- 
panelle. 

Zara n dui.  Boi.  Sciamaniiato. 

Za  ri.  Fer.  Vègeto,  vigoroso. 

Zar  là.  fìom.  Stimolare  i  buoi. 

Z  a  r  I  ò  n.  fìom.  Capo  sventato ,  cervel- 
lino. -  Capriccio,  Stranezza. 

Zar  macia.  Bom.  Screziare,  chiaz- 
zare.-Za  rnaelad  ara.  Brinola- 
tura,  screziatura. 


DULCm  IMIUAMI.  903 

zèli,  nom.  Sciame. 

Zèzzol.  /Vdc. Cercine;  ce rcbio'di fu- 
ne, lisca  od' altro  ;  su  cui  vengono 
riposte  le  péntole. 

Zèzzola.  Piac.  e  Mant,  Palétta  che 
serve  a  dispensar  la  farina.  -Vn 
dial.  yen,  S  è  s  sol  a  «ifnofa  il  mede' 
Simo  itrumenlo  che  «erv<;|a  ìeoar 
V  aqua  dal  fondo  delle  barche, 

Zgugnìs.  fìom.  Sbozzacchire,  uscir 
del  tisicume. 

Zi  bega.  Piac.  Lezioso,  schifiltoso  nel 
cibo. 

ZIcorgna.  Parm.  Ceràmbice  mu- 
scato. 

Zig,  zig  a.  Hom.  Strido,  stridere. - 
Zlgar.  ^of.  -Zigàr.  Fm.  Gridare. 

Ziga.  Piae,'ìnzìgk.  èiil  Aizzare.- 
^.  Zig. 

Zigaroia.  Reg.  Aquilone,  tramon- 
tana. 

Zigogna.  Piac.  Scricchiolare. 

Z  i  g  0 1  ta  r.  Parm,  e  Piac,  Dondolare, 
scuòtere. 

Z ig  n ó n.  Rom.  e  Parm,  Cignone;  ciuf- 
fo che  le  donne  si  fanno  in  testa  per 
adornamento. 

Zimgà.  Boi,  Sbirciare. 

Z  i  ng  u  I ò  n.  Boi,  Scioperato. 

Zinzavrèin.  Piac,  e  lomò.  Giùg- 
giola. -  L,  Zizyphus  vulgarls. 


Zarnèt.  F^r,  Pieno. 

Zarzacla.  Parm.  Donna  elarìlera.  • 
Za  rz a  dir.  Gironzare. 

2avài.  Boi,  e  Mod,  Rigattiere.- ilom. 
Baratto.  -  Z  a  v  a]  ò  n.  Garbuglione. 
2avarià.  Ttom. -Zavariàr,  zaTa- 
rièr.  Mani.,  Reg,  e  f>r.  Vacillare 
con  la  niente,  farneticare,  barcol- 
lare. 

Zavaròn.  Rom.  Correntone.  Travi- 
cello riquadrato  che  si  mette  ne' 
palchi. 

Za  viri.  Boi.  Ciarpa. 

Zdròn.  Rom.  Malattia  de^  buoi  e 
majali,  ietta  Setokme,  mal  del  ric- 
cio. 

Zi.  Boi,  Zia.  Corriiponde  anche  a  Ma- 
donna, signora.- Zé  Hinghèina. 
Madonna  Domenica.  -  F.  Ci  è. 

Zeffa.  Fer,  Capitozza.  -  F.  Gaba. 

Zègar.  Rom,  Beccafico  di  palude.  - 
L,  Anas  crecca. 

Zèina.  Parm.  e  Piac.' Zi nai, Mani, 
e  Fer.  -  Zen  a.  Rom.  Caprùggine.- 
Z  i  ni.  Rom.  -  Z 1  ni r.  Fer.  Capnig- 
glnare. 

Z  è  1  n  g  u  e  l.  Bel.  Floscio ,  fiacco. 

Zélga.  Rom.  Pàssera  montanina.  - 
L.FrlngÌIIa  montana.  '  yen, 
Sélega. 

Zemna,  zimna.  Rom,  e  Boi.  Giu- 
mella. Specie  di  misura  che  vale'zinzarèli.  /?(>m.  Grumetto.- Far  i 


quanto  la  capacità  di  due  mani  ac- 
costate insieme.  -  L,  Gemina? 

Zen  darà.  Boi,  Ginepreto. 

Zèran.  Piac,  Scegliere.-  £. Cerne- 
re. -Zèrnita.  Scelta. 

Zeri  a  (Fara).  Fer,  Fare  a  socio.  - 
Rom.  sign,  quel  pajo  di  buoi ,  che 
si  mettono  d'Innanzi  a  quelli  del 
timone. 

2erbl.  Parm„,Piac.  e  Umb,  Soda- 
glia, griliaja.-Z  a  r  b  ó  n.  Fer,  Sterpo. 

Zerra.  Rol.  Bagatella. 

Zesnèl.  Boi,  Pecorino,  caprino.  - 
Barn.  Zisnèll. 


z  i  n  z  a  r  è  i  1.  Formarsi  in  grumi;  rap- 

pigliarsi. 
Zipadura.  Fer,  Crespamenlo. 
Ziribigola.  Piac,  Zanzara. 
Zisòn.  Rom,  Germano  o  Collo  verde. 

Il  maschio  delle  varie  specie  delle 

ànitre  maggiori  domèstiche  e  sal- 

vàtiche. 
Zi  ss.  Reg.  Sogo,  aqua  di  letame. 
Zìvul.  Rom,  '  Zévol.  Airm. Cèfalo, 

mùggine.  Pesce  maritw.'  I.  Mugli 

cephalus. 
Zizèsca.  Bom.  Cesena,  tordella gaz- 

zjna.  -  A.  Turdus  pila  ri  s. 


394 


PARTE  SECONDA. 


Znèster.  hoL  Nitro. 

Zoe  Gen.  Ceppo.-  Zoca.  Hom.  Cep- 
pi^a. 

Zolàr.  ^ofil.  Bastonare.  -  Zolèr. 
Reg.  Appoggiare ,  appiccare.  -  F, 
Zulla. 

Zòrnia.  BoL  Stùpido,  balordo. 

Zolla.  Parm,,  Beg.  e  Mod.  Imbrat- 
to; aqua  grassa  che  si  dà  in  pasto 
ai  najali. 

Zóizal.  Bom.  Sciatto,  sciamannato. 
Corritponde  quasi  a  Sosio. 

Ztaròn.  Bom.  Rosciola.  Pianta  co- 
mupe  fra  le  biade. -£.  Agrostem- 
ma gitbago. 

Ztèr.  Beg.  -  Zetàr.  Fer.  -  Ztàr. 
Fer.  Temperare ,  tagliare  (  Diteti 
delie  penne  da  scrivere). 


Zubbiàn.   Aw.  Scioperato.  -  Mit, 

Gabbiàn. 
Zucara.  BoL  -  Zùcclierla.  Piac. 

Grillotalpa. 
Z  u  gg  n  ò  1  a.  Boi,  Molla  della  fune  del 

pozzo.  -Z  i  g  a  g  n  ó  l  a.  f>r.  Carrùcola. 
Z  ug  nà.  Piae,  Clarpare,  acciabattare. 
Zulla.  fior. Percossa. - Z u  1  là r.  Per- 
cuòtere. -  f^.  Zolàr. 
Zul  marèn.  Bom.  Zìgolo  nero.-  L, 

Emberiza  cirlus. 
Zulzèn.  Bom.  Rigàgnolo.  -  L^aqua 

che  corre  per  la  parte  più  bassa 

delle  strade. 
Zurpa.  Bom.  Far  bi^e,  ruzzare. 
Zutà.  Bom.  Prèndere  a  sassi. 
Zvadga.  BoL  Società^  accomàndita 

di  bestiame. 


CAPO  IV. 

Cenni  Utòrkì  sulla  leileralura  dei  dialetti  eniiliani. 

Orapp*  Bolognrte. 

Incominciando  il  nostro  cenno  dalle  produzioni  letteràrie  del 
primo  gruppo ,  che  abbiamo  denominato  bolognese  ^  è  mestieri 
preméttere  alcune  osservazioni,  quali  sono:  I.*  Che  fra  tutti  i 
dialetti  componenti  questo  gruppo ,  il  principale ,  vale  a  dire  il 
bologneu  propriamente  detto,  è  il  solo  che  veramente  possegga 
letteratura  propria  ricca  di  svariati  componimenti,  si  in  prosa  che 
in  verso,  di  autori  versati  nelle  scientifiche  discipline  del  pari 
che  nelle  clàssiche  letterature  ;  mentre  quasi  tutti  gli  altri  dia- 
letti o  rimasero  perfettamente  inculti  sino  ai  di  nostri,  o  nove- 
rano appena  un  ristretto  nùmero  di  produzioni,  per  lo  più  d'oc- 
casione ,  cui  mal  s' addirebbe  lo  specioso  titolo  di  letteratura  ; 
3.**  Che  eziandio  nel  dialetto  bolognese  s' incominciò  a  scrivere 
assai  tardi ,  vale  a  dire  sul  tramonto  appena  del  sècolo  XVI,  per 
modo  che  la  sua  letteratura  conta  poco  più  che  due  sècoli  d' e- 
sistenza  ;  e  durante  questo  periodo  ebbe  anch'  essa  a  subire  le 
sue  fasi  e  le  sue  interruzioni  a  norma  delle  politiche  vicende , 
che  in  ogni  luogo  e  in  ogni  tempo  impressero  il  rispettivo  colore 
sui  vari  componimenti;  5.^  Che  mentre  gli  scrittori  lombardi, 
come  accennammo  superiormente ,  esordirono  coi  loro  componi- 
menti vernàcoli  nei  rùstici  dialetti ,  alternando  successivamente 
qodli  di  Val  di  Blenio,  di  Valle  Intragna ,  e  della  campagna  supe- 
riore milanese,  togliendo  sempre  a  pròprio  rappresentante  ¥  uomo 
delle  Infime  classi ,  i  Bolognesi  all'  incontro  si  valsero  sin  da 
prindpie  del  dialetto  dttacfino  non  solo ,  ma  scélsero  a  prefe- 


900  PARTE  SECONDA. 

renza  a  loro  intèrprete  V  uomo  distinto  per  nàscita  e  per  scienza^ 
dal  cui  grave  contegno  e  sentenzioso  diàlogo  traspare  o\'unque 
il  motto  caratteristico  della  nazione:  Bononia  doccL  11  primo 
personaggio  infatti  scelto  per  tipo  a  rappresentare  il  Bolognese 
nelle  più  antiche  commedie  si  fu  certo  Dottor  Graziano^  che  per 
lo  più  cogli  arguti  consigli  prestava  la  chiave  allo  sviluppo  del 
dramma  nelle  rappresentazioni  famigliari^  che  furono  assai  nu- 
merose nel  sècolo  XVII.  Al  Dottor  Graziano  furono  sostituiti  suc- 
cessivamente il  Dottor  Balanzòn  Lombarda  ed  il  Dottor  Tnivlèin^, 
il  primo  de' quali,  come  mèdico  e  filòsofo,  prestò  lungamente  il 
sale  e  la  dottrina  ai  poeti  ed  agli  scrittori  di  commedie ,  ed  il 
secondo,  come  astrònomo,  prestò  il  nome  ad  una  lunga  sèrie 
d'almanacchi  ripieni  di  faceti  componimenti  poètici. 

Fra  i  più  antichi  scrittori  di  commedie ,  che  introdussero  per 
la  prima  volta  il  Bolognese  Graziano  a  parlarvi  la  nativa  favella, 
mentano  speciale  menzione  Giulio  Cesare  Croci ,  Adriano  Ban- 
chieri, col  mentito  nome  di  Camillo  Scaligeri  dalla  Frnita^^  Mel- 
chiorre Zoppio,  Diofebo  Agresti^  Fabrizio  Mirandola,  Fulvio Gbe- 
rardl  ed  altri  molti  che  arricchirono  di  componimenti  dramma-* 
tid  la  patria  letteratura  ;  ma  in  tutte  queste  produzioni  intese  a 
ricreare  gH  spiriti  fra  gli  ozj  autunnali  e  le  lunghe  sere  d' in- 
verno ,  il  dialetto  bolognese ,  come  sì  scorge ,  non  vi  ebt>e  che 
parte  secondaria ,  in  forma  di  diàlogo  domèstico ,  essendo  d' al- 
tronde quasi  tutte  queste  commedie  scritte  in  lingua  italiana ,  e 
parlandovi  il  solo  Graziano  la  nativa.  Arrogo,  che  talvolta  T au- 
tore di  tali  drammi  non  era  neppure  Bolognese ,  e  che  per 
conseguenza  ben  di  sovente  il  linguaggio  posto  in  bocca  al  Gra- 
ziano era  un  linguaggio  bastardo  ripieno d*  idiotismi  di  vari  paesi, 
guasti  ancora  dall'  ortografia  imperfetta  adottata  dai  tipògrafi  e 
dall'imperizia  dei  copisti. 

Per  queste  ed  altre  simili  considerazioni ,  il  primo  scrittore 
che  dobbiamo  risguardare  come  fondatore  e  padre  defla  lettera- 
tura vernàcola  bolognese,  si  è  il  rinomato  Gicdio  Cesare  Croci, 
il  quale  fornito  di  vivace  e  fèrtile  immaginéaone  e  di  poètid 
lileAli ,  oltre  ad  un  nAmero  ragguardévole  di  ^eomaeifie,  scrisse 
attcora  alqoaiiti  componimenti  poètici  nel  vidgnrediaktto,etal- 


DiAurrn  i  vilumi.  ^97 

Tolta  ancora  in  quello  della  cunpagna.  Tali  sono  fra  gli  altri  : 
/{ lamento  di  Barba  Poi  per  aver  perno  la  Tognina  sua  tmu* 
stga  ;  Il  Battibecco  delle  laoandare  y  //  lamento  dei  rillani  pel 
bando  che  intimapa  loro  la  consegna  degli  schioppi;  La  TeUa 
d' Barba  Poi  da  la  Livradga  fatta  dal  Cawll;  La  Rossa  dal  Fer^ 
gà;  La  Fleppa  combatta;  La  Simona  dalla  Sambuca  ;  Il  Festino 
di  Barba  Bigo  dalla  Falle;  Fanto  di  due  Fillani;  La  gran 
grida  fatta  da  Fergòn  dalla  Sambuca  per  af?er  perso  l' àsino 
del  sm  patrone.  RivaleggiaTa  col  Croci  Adriano  Banchieri,  il 
quale  collo  scopo  di  promuòvere  la  patria  letteratura  vemicola, 
pubblicò  nel  1696  in  Bologna  un  Discorso  sulla  precedenza  ed 
eccedenza  della  lingua  bolognese  alla  toscana  j  così  nella  prosa 
come  nel  i^erso. 

Le  speciose  argomentazioni  colle  quali  tentò  provare  l'assunto 
non  rimasero  senza  effetto ,  dappoiché  due  anni  posteriormente 
il  pittore  bolognese  Gio.  Francesco  Negri  pubblicava  una  versione 
in  dialetto  bolognese  della  Gerusalemme  liberata  di  Torquato 
Tasso;  tentativo  per  verità  non  meno  àrduo  che  difficile,  col 
quale ,  sebbene  a  suo  malgrado ,  il  traduttore  diede  una  solenne 
mentita  di  fatto  alle  ardite  asserzioni  del  Banchieri  rispetto  alla 
superiorità  dì  quel  dialetto  al  paraggio  dell'italiana  favella; 
giacché  non  appena  ebbe  egli  pubblicato  il  duodècimo  Canto 
della  sua  versione,  che  i  principali  Signori  di  Bologna  gli  vie- 
tarono di  continuarne  la  pubblicazione,  per  non  palesare  il 
troppo  ridicoloso  effetto  della  loro  natia  favella.  Così  appunto 
suona  una  nota  apposta  in  fine  del  volume  contenente  il  fram- 
mento della  versione  suddetta.  Con  tutto  ciò  non  lasceremo  a 
questo  propòsito  di  avvertire ,  che  se  ardito  e  men  fondato  ci 
parve  il  tema  proposto  dal  Banchieri ,  non  possiamo  nemmeno 
prender  parte  nell'  opinione  dei  Signori  bolognesi  che  distòlsero 
il  Negri  dal  compimento  dell'impresa  versione  ;  mentre,  lasciando 
a  parte  qualsiasi  inopportuno  confronto,  egli  è  fuor  d'ogni  dub- 
bio che  il  dialetto  bolognese,  al  pari  di  tutti  gli  altri  dialetti, 
ha  le  sue  peculiari  e  distintive  bellezze,  come  appare  da  al- 
quanti brani  ddla  versione  surriferita ,  e  meglio  ancora  da  una 
lunga  serie  di  componimenti  originali  di  scrittori  distinti  che  il- 
lustrarono quel  sècolo ,  non  che  i  successivi. 


198  PARTE  SECONnA. 

Procedendo  sulle  orme  del  Banchieri ,  verso  b  laeti  dello  sfesso 
sècolo,  Ovidio  Montalbani  si  fece  a  provare  rantichiti,  l'impor- 
tanza e  la  bellezza  della  patria  lingua  in  due  òpere  successive 
intitolate;  la  prima:  Dialogogta,  avvero  delle  cagioni  e  della  na- 
turalezza del  parlare,  e  spezmfmente  del  pia  antico j  del  pia  vero 
di  Bologna;  la  3.*  Cronopràslasi  FeUinea,  ovvero  le  satìtmali 
vindide  del  parlar  bolognese  e  lombardo.  Ambedue  queste  òpere 
furono  più  tardi  dallo  stesso  autore  compenetrate  nel  libro  inti- 
tolato: Jl  F'ocabolista  bolognese ^  nel  quale  si  dimostra  il  parlare 
più  antico  di  Bologna  lode^olissimo. 

Questi  nuovi  sforzi  del  Montalbani  intesi  a  provare  la  nobfltà 
e  la  ricchezza  del  pròprio  dialetto,  furono  ben  presto  assecon- 
dati dagli  scrittori  successivi,  che  in  buon  nùmero  si  fecero  ad 
illustrarb  con  una  serie  di  componimenti  originali.  Senza  soffer- 
marci alle  poesie  di  minor  conto  di  Antonio  Maria  Accursi,  che 
sono  qua  e  là  cosperse  d' àttico  sale  e  di  lèpide  immàgini ,  me- 
rita onorévole  menzione  sopra  tutti  il  celebre  Lotto  Lotti ,  che 
sollevò  pel  primo  il  pròprio  dialetto  all'onore  dell' epopèa,  cele- 
brando in  cinque  Ganti  in  ottava  rima  La  Liberazione  di  f^ienna 
dall'assedio  dei  Turchi.  Sono  importanti  le  osservazioni  fatte 
dallo  stesso  autore  nella  prefazione  al  suo  poemetto,  cui  diede 
lo  strano  titolo:  Ch*  n*à  cervèll  àpa  gamb^  colle  quali,  mentre 
cerca  iscosare  V  improprietà  di  certe  voci  per  lui  adoperate,  che 
potrebbero  non  sembrare  a  taluno  prette  bolognesi,  accenna  alla 
varietà  di  fraseggiare,  di  pronuncia,  di  accento  e  d'idiotismi 
esistente  a'  suoi  tempi,  vale  a  dire  due  sècoli  fa,  nei  varii  quar- 
tieri della  stessa  città  di  Bologna,  cosi  appunto  come  noi  l'ab- 
biamo notata  oggidì,  non  solo  in  Bologna,  ma  in  tutte  le  grandi 
dttà  d' Italia.  Una  tale  testimonianza  essendo  di  gran  valore  pel 
linguista,  al  quale  somministra  novella  prova,  che  nemmeno  la 
vicinanza  ed  il  quotidiano  commercio  tra  due  dialetti  comunque 
aflbdi,  vale  coi  sècoli  a  fónderli  perfettamente  in  un  solo,  né 
molto  meno  a  distrùggere  gli  essenziali  elementi  primitivi  che 
li  distinguono ,  crediamo  opportuno  riportarla  verbalmente,  onde 
avvalorare  ancor  più  i  cànoni  principali  che  nel  corso  di  queste 
penose  ricerche  siamo  venuti  mano  mano  sviluppando.  ••  Tu  mi 


DlAUXrt  EM1L1A3II.  S99 

dirai,  cosi  parla  il  poeta  al  lettore,  che  V  elocuiione  non  è  pu- 
ramente bolognese,  perchè  talora  per  {spiegare  una  coea^  mi 
servirò  d'un  tèrmine,  ora  d'un  altro;  che  il  parlar  bolognese  è 
un  solo,  e  che  deve  ancora  esser  sola  la  parola  e  la  maniera 
che  deve  spiegarlo.  In  questo  ti  voglio  avvisato,  che  il  parlar 
bolognese  è  un  parlar  misto,  e  che  varia  frase, pronuncia,  ac- 
cento ,  proverbj,  al  variarsi  degli  àngoli  della  città;  perchè  chi 
abita  verso  la  via  Romana  detta  Strà  maggiore ,  pare  che  imiti 
il  Romagnolo  ;  chi  alla  porta  di  strada  S.*Stèfano  fino  a  quella 
di  Saragozza,  s'accosta  al  Firentino;  chi  alla  porta  di  S. Felice 
sino  a  Galliera,  mostra  un  tìùù  so  che  di  linguaggio  lombardo; 
e  da  questa  sino  a  porta  Sancitale  assomigliasi  un  poco  al  Fer- 
rarese; derivando  ciò  per  lo  commercio  che  hanno  più  vicino 
con  i  forestieri ,  che  concorrono  dai  nominati  paesi  ;  osservazioni, 
che,  considerate  come  verissime,  ti  chiuderanno  il  passo  a  qual- 
cfai^  errònea  opposizione ,  che  forse  mal  avvertito  contro  mi  sca- 
gliaresti. 

M  In  Bologna ,  per  lo  tràffico  delle  sete ,  ewi  un  tal  parlare 
pròprio  dei  filatoglieri,  cosi  stravolto,  che  chi  non  è  ben  prà- 
tico di  questo  difficihnente  l'intenderà.  Fra  queste  ottave  vi  sono 
molte  formolo  che  a  lèggerle  pàjono  scipite,  ma  a  sentirle  arti- 
colare sono  assai  piacévoli  e  gustose;  però  quando  tu  nel  lèg- 
gerle non  vi  saprai  aggiùngere  la  pròpria  pronimda,  non  le  in- 
tenderai. y> 

Oltre  al  citato  poemetto,  il  Lotti  pose  in  luce  altri  componi- 
menti ,  fra  i  quali  un'  òpera  divisa  in  sei  diàloghi  e  ripiena 
d'iitili  ammaestramenti,  cui  diede  il  modesto  tìtolo  di:  Riniedi 
pr  (a  sonn  da  lèzr  alla  banzola.  Rivaleggiò  con  lui  nella  spon- 
taneità e  grazia  poètica  il  bolognese  Geminiano  Megnani,  che 
col  mentito  nome  di  Zorz  Burlintòn  prosegui  sullo  stesso  argo- 
mento, e  cantò  in  due  separati  poemetti  le  vittorie  dei  Cristiani 
contro  i  Torchi  dopo  la  liberazione  di  Vienna.  Frattanto  non 
mancarono  altri  poeti  che  coltivarono  con  onore  la  lìrica,  met- 
tendo in  luce  alquante  poesie  d'  occasione ,  sebbene  per  la  te- 
nuità del  formato  e  per  la  poca  importanza  degli  argomenti , 
solo  poche  giungessero  fino  a  noi.  Per  tal  modo  la  letteratura  e 


500  PAATC  SECONDA. 

la  poesìa  vernàcola  bolognese,  come  ebbe  principio  col  sècolo  XVII, 
fu  ancora  nel  corso  del  medésimo  solidamente  stabilita  ed  innal- 
lata  al  rango  delle  altre  letterature  vernàcole. 

Aperta  ed  agevolata  la  strada,  s' accrebbe  a  dismisura  nel  sè- 
colo seguente  il  nùmero  dei  verseggiatori,  e  poiché  non  s'ebbe 
più  a  temere  quel  ridkoloso  effetto  del  parlar  bolognese,  che 
vietò  al  Negri  la  versione  del  Tasso,  anche  le  imitazioni  dei 
clàssici  poemi  si  succèssero  rapidamente.  Vi  pose  mano  il  bene- 
mèrito Giuseppe  Maria  Bovina,  voHando  in  ottava  rima  bolognese 
il  rinomato  poemetto:  Le  Disgrazie  di  Bertoldino;  ciò  che  in- 
vogliò le  distinte  sorelle  Zanetti  e  le  non  men  benemèrite  Man- 
fredi a  tradurre  dall'  originale  creduto  di  Pompeo  Vizzani,  in  ot- 
tava rima  bolognese,  i  tre  poemetti  intitolati:  Le  Disgrazie  di 
Bertoldo,  Bertoldino  e  Cacasenno.  Né  quivi  s'arrestarono  le  in- 
stancàbili Manfredi ,  che  fra  gli  studj  più  gravi  delle  clàssiche 
lèttere  nelle  quali  còlsero  tanti  e  si  svariati  allòri,  non  isdegnà- 
rono  dì  scéndere  sovente  a  conversare  famigliarmente  colle  In- 
fime classi ,  voltando  con  singoiar  grazia  e  maestria  nella  loro 
prosa  domèstica  il  lèpido  libro  scritto  in  dialetto  napoletano,  col 
titolo  :  Cunto  de  li  Canti.  Gli  è  questo  una  raccolta  di  novelle 
destinate  ad  ingannare  la  noja  delle  lunghe  serate  invernali, 
cui  perciò  appunto  le  Manfredi  intitolarono:  La  Ciacltra  dia 
banzola^  ossia:  Fol  divèrs  tradotti  dal  parlar  napolUdn  in 
lèingiui  bulgncisa,  pr  rimedi  innuzèìnl  dia  sonn  e  dia  malincwìi. 
Alle  medésime  sorelle  Maddalena  e  Teresa  Manfredi  suolsi  attri- 
buire comunemente  la  graziosa  e  popolarissima  Canzone  per  ab^ 
brucciare  la  Pecchia  a  mezza  Quarésima^  nella  quale  con  mi- 
ràbile semplicità  viene  svolta  l'origine  di  quella  bàrbara  usanza, 
e  di  cui  tutti  gli  anni  si  rinnovano  e  distribuiscono  fra  il  pòpolo 
parecchie  edizioni  (i). 

Mentre  queste  benemèrite  cittadine  assecondate  da  pareccJii 
letterati  bolognesi  cercarono  avviare  il  pòpolo  alla  lettura  ed 
all'istruzione  con  gioviali  racconti  nella  lingua  nativa,  altri s'ado- 

(fl)  Vèggasi  nel  Capo  seguente,  ove  fra  i  Saggi  di  questa  Meratura  ab- 
biamo riportato  la  suddetta  Canzone. 


DlALCm  BMILIA.M.  5 (FI 

peràrooo  a  voltar  nella  stessa  graxiosi  poemetti  clàssici  italiani, 
quali  sono:  La  Secchia  rapita  del  Tassoni,  e  V asinata  di  Cle- 
mente fiondi.  Il  primo  venne  in  hice  nell'anno  1707,  per  òpera 
d'anònimo  autore,  col  titolo:  Jl  trionfai  Mudnts  pr  una  sec- 
cia tolta  ai  Bulgntg^  ed  è  veramente  un  capo-lavoro  di  tradu- 
zione vernàcola^  per  la  fedeltà  colla  quale  seppe  serbare  lo 
spìrito  faceto  ed  arguto  dell'  originale.  Il  secondo  è  open  del  ce- 
lebre Annibale  Bartoluzzi ,  le  cui  svariate  poesie  Uriche  formano 
sempre  le  deliiie  de'  suoi  concittadini.  Anche  il  Canònico  Longbi 
tradusse  con  singolare  grazia  e  maestria  le  fàvole  non  meno  istrut- 
ti\  e  del  La  Fontaine;  per  modo  che  la  letteratura  bolognese  venne 
a  poco  a  poco  appropriandosi  alquante  gemme  delle  letterature 
italiana  e  straniera. 

Non  per  questo  venne  meno  lo  slancio  degli  scrittori  originali 
in  prosa  ed  in  verso,  dei  quali  vanta  gran  còpia  lo  scorso  sècolo. 
Per  tacere  dei  molti  autori  di  Commedie ,  fra  i  quali  emèrsero 
principalmente  Pier-Jacopo  Martello  e  Pietro  Zanetti ,  accenne- 
remo air  anònimo  poemetto  in  ottava  rima  iliviso  in  sei  Canti , 
che  apparve  verso  la  metà  del  medésimo  sècolo  col  titolo:  f^éta 
dia  Zè  Sambuga  nata  in  l'ai  amn  de  Dìol,  ain  la  nàssita, 
véla,  suzzèss  e  dsgrazi  d' Zè  fìudella  so  fiala.  Dalla  popolarità 
di  cui  godette  per  qualche  tempo  questo  poemetto  bernesco^  pare 
che  derivasse  sin  d' allora  il  costume  di  denominare  Zi  fìndctle 
certi  componimenti  lirici  d'occasione,  per  lo  più  in  forma  di 
Canzone  anacreòntica,  scherzosi,  ma  satirici.,  che  equivalgono 
in  molti  rapporti  alle  Boninade  milanesi.  Faremo  ancora  onoré- 
vole menzione  del  grazioso  poemetto^  pure  in  ottava  rima  e  di- 
viso in  sette  Canti,  del  conte  Gregorio  Casali,  ove  descrive  con 
molla  forza,  con  vivaci  immàgini  e  spontaneità  di  verso ^  le  fa* 
zioni  e  le  guerre  civili  dei  Lambertazzi  e  dei  Geremei,  che  la- 
cerarono Bologna  nei  sècoli  di  mezzo.  Questo  poemetto^  che  ha 
per  titolo:  Bulogna  IraKajd  dal  gtierr  zioil  di  Lambeì'tizz  e  di 
Geremia  occupa  il  primo  volume  della  Raccolta  di  coaiponimenti 
in  dialetto  bolognese,  che  doveva  constare  di  dodici  volumi,  e 
dei  quali  soli  sette  videro  sinora  la  luce.  Tra  i  poeti  lirici  poi , 
che  meglio  illustrarono  la  patria  lingua,  oltre  ai  sullodati  Barto- 


503  PARTE  SECONDA. 

luizi  e  Canònico  Longhi^  ncm  dobbiamo  ulteriormente  tacere  i 
nomi  assai  celebri  in  patria  di  Giuseppe  Poni ,  Giulio  Monti  ^ 
Gian- Batista  Gnudi,  Camillo  Tartaglia,  Claudio*Ermanno  Ferrari, 
Angelo  L.onghi  fratello  del  mentovato,  ed  altri  molti,  delle  cui 
svariate  produzioni  a  buon  diritto  si  gloria  la  città  regina  un 
tempo  degli  studj. 

E  qui  ci  sembra  opportuno  avvertire,  come  parecchi  frai  di- 
stinti scrittori  vernàcoli ,  mossi  da  pura  modestia  o  da  proprie 
considerazioni  a  noi  sconosciute,  volendo  calare  il  proprio  nome, 
assumessero  talvolta  il  tìtolo  immaginàrio  di  /accadèmico  del  Tri- 
tello^  ciò  che  potrebbe  indurre  per  avventura  il  lettore  nell'er- 
rònea supposizione  dell*  esistenza  d' una  speciale  Accadèmia  in- 
tesa a  promuòvere  ed  ordinare  gli  studj  relativi  alla  patria  let- 
teratura vernàcola.  Sebbene  propriamente  in  origine  una  simile 
denominazione  venisse  adottata  da  molti  quasi  per  ischerzo,  onde 
contrapporla  air  altra  comunemente  assunta  dagli  Accadèmici 
della  Crusca,  ciò  nuUadimeno  un  tentativo  di  slmil  fatta  ebbe 
pur  luogo  nel  principio  del  sècolo  presente,  col  nòbile  fine  ap- 
punto di  porre  un  freno  alla  crescente  licenza  degli  scrittori 
vernàcoli  e  dei  loro  tipògrafi,  tissando  un  sistema  ragionato  d'or- 
tografìa ,  €  compilando  un  vasto  Vocabolario  ed  una  Grammàtica 
del  dialetto  bolognese,  a  sicura  scorta  dei  linguisti  che  amassero 
rivòlgervi  le  loro  speculazioni ,  non  che  ad  agevolare  agli  stra- 
nieri la  lettura  dei  componimenti  bolognesi. 

Né  sia  lode  allo  zelo  ed  air  ingegno  dei  distinti  scrittori  vi- 
venti professor  Lucchesini ,  Camillo  Minarelli ,  Rafaello  Buriani 
ed  altri  loro  colleghi,  che  primi  rivòlsero  le  loro  cure  a  gue- 
st' ùtile  instituzione,  e  pósero  mano  al  lungo  e  penoso  lavoro.  Se 
non  che  j  mentre  questi  benemèriti  cultori  del  patrio  retaggio 
stavano  incalzando  con  perseveranza  i  loro  studj  preparato!),  al- 
tro distinto  filòlogo,  il  chiaro  Claudio  Ermanno  Ferrari ,  precorse 
in  parte  ai  loro  sforzi  ed  ai  loro  desiderj ,  pubblicando  nel  l8Si 
un  Fùcabolario  Bolognese^Ilaliano  ^  al  quale  diede  ben  presto 
più  ampio  sviluppo  nella  seconda  edizione,  che  pose  in  luce 
nell'anno  1855.  Frattanto  il  professore  Giovanni  Battista  Fabrì 
propose  un  Progcllo  d*  orlografia  bolognese ,  che  ignoriamo  se 


DIALCRI  EM1I.IA5I.  SOS 

venisse  generalmente  adottato.  Questi  lavóri  interruppero  l' im- 
presa dei  gióvani  accadèmici,  i  quali  ben  lungi  dal  rallentare  i 
loro  studj  per  le  òpere  novellamente  apparse  ^  avrebbero  dovuto 
riguardare  il  Ferrari  ed  il  Fabri  come  proprj  collaboratori,  e 
diriggere  quindi  i  loro  sforzi  a  riempire  le  lacune  e  rettificare 
le  mende  del  Vocabolario  del  primo ,  ad  esaminare  e  modificare, 
ove  occorra,  il  progetto  del  secondo,  ed  a  compilare  con  mag- 
gior agio  e  più  copiosi  materiali  la  Grammàtica,  la  quale  non  cessa 
d' èssere  oggetto  di  desidèrio  per  gli  studiosi. 

Chiuderemo  questi  ràpidi  cenni ,  soggiugnendo  due  versi  di 
riconoscenza  ai  generosi,  che  oltre  ai  mentovati,  illustrarono  coi 
loro  studj  e  colle  òpere  loro  il  sècolo  presente ,  coltivando  la 
patria  letteratura  vernàcola,  fra  i  quali  noteremo  D.  Giuseppe 
Zampieri  ^  Luigi  Montalti,  Carlo  Frulli  e  Biagio  Uccelli,  e  faremo 
voti,  onde  ridonata  ben  presto  la  calma  al  bel  paese,  possano 
tutti  riuniti  neirAccadèroia  del  Tritello  maturare  e  dar  pieno 
compimento  a  quegli  studj ,  ai  quali  nel  corso  di  queste  brevi 
pàgine  cercammo  apprestare  condegna  corona. 

Per  quanto  abbiamo  potuto  rovistare  negli  archivj  della  Ro- 
magna e  nelle  raccolte  di  quei  cultori  delle  cose  patrie,  non  ci 
riuscì  constatare,  se  alcuno  di  quegli  svariati  dialetti  venisse  nei 
sècoli  trascorsi  sottoposto  alla  tortura  del  metro.  Se  si  eccettui 
qualche  scherzo  poètico  d'occasione,  di  cui  taluno  ricorda  aver 
udito  cenno,  e  che  scomparve  del  tutto  col  nome  del  rispettivo 
autore,  si  può  dire  che  i  dialetti  romagnoli  furono  per  l' addietro 
interamente  trascurati.  Solo  negli  ùltimi  tempi,  dopo  che  quasi 
tutti  i  dialetti  itàlici  ebbero  una  letteratura  più  o  meno  copiosa, 
alcuni  fra  i  romagnoli  furono  sollevati  air  onore  del  metro,  per 
òpera  di  scrittori  distinti,  i  cui  componimenti  vernàcoli  ottennero 
meritamente  gli  universali  suffragi.  Tali  dialetti  sono  propria- 
mente: il  Fitsignanese  ed  il  Forlivese.  Il  primo  fu  celebrato 
con  molta  grazia  in  una  sèrie  di  canzoni  vernàcole  dal  chiaro 
Don  Pietro  Santoni,  cui  Vincenzo  Monti  soleva  denominare  l* À' 

r 

Hùcrrnmiv  di  Fusiqitnnu.  Il  secondo  fu  illustrato  solo  ai  di  nostri 
dal  beoemèrìto  Giuseppe  Acquisti,  poeta  fornito  per  eccellenza  di 
poètici  talenti,  e  dalla  cui  fàcile  vena  possiamo  riprométterci 

25 


30t  PARTE  SECO.^DA. 

ancora  novelle  produzioni.  Una  serie  delle  compesizìoni  del  primo 
fu  testé  pubUicata  in  Lugo,  col  titolo:  Scelta  di  poesie  italiane 
e  romagnole  di  Don  Pietro  Santoni;  come  pure  venne  di  re- 
cente in  luce  una  piccola  raccolta  delle  brillanti  poesie  del  se- 
condo, in  Forlì  sua  patria.  Ad  evitare  la  taccia  di  parzialità, 
sottoponiamo  al  giudizio  dei  nostri  lettori  nei  seguenti  Saggi  di 
letteratura  emiliana  una  scelta  delle  une  e  delle  altre,  alle  quali 
abbiamo  la  sorte  di  aggiùngerne  alcune  inèdite  graziosamente 
largiteci  dal  chiaro  signor  Acquisti  medésimo.  Esistono  altresì  al- 
cune poesie  di  minor  conto  in  qualche  altro  dialetto  romagnolo, 
che  non  furono  mai  affidate  alla  stampa;  ma  non  già,  per  quanto 
d  consti,  verun  componimento  di  lunga  lena;  e  perciò  siamo 
ancora  lieli]di  poter  ofTerire  ai  nostri  lettori^  per  la  prima  volta, 
un  Saggio  dei  medesimi,  in  alcuni  Sonetti  Ravennati,  ed  in  una 
Ottava  Rima  inèdita  nel  dialetto  di  Lugo,  del  prof.  Chinassi, 
graziosamente  offertaci  dall'autore. 

Fra  tutti  i  dialetti  romagnoli,  come  altrove  accennammo,  il 
Faentino,  pel  complesso  delle  sue  distintive  proprietà,  dovuto 
forse  alla  geogràfica  sua  posizione,  venne  riguardato  da  alcuni 
siccome  il  tipo  rappresentante  i  dialetti  romagnoli,  e  perciò  il 
dotto  filòlogo  Antonio  Morri  da  Faenza  avvisò  opportunamente 
di  compilarne  un  copioso  Vocabolàrio,  che,  arricchito  dei  prin- 
cipali idiotismi  della  Romagna  tutta  e  di  importanti  e  sòlide 
osservazioni,  fu  dal  medésimo  splendidamente  stampato  nell'anno 
1840,  in  4.°  grande,  col  tìtolo:  Vocabolario  Romagnolo-Italiano. 
Il  valente  autorq  si  rese  per  tal  modo  sommamente  benemèrito 
della  patria,  riempiendo  così  una  grande  lacuna  neir immenso 
campo  delle  lèttere  volgari  italiane,  ed  è  molto  a  desiderarsi^, 
che  il  suo  nòbile  esempio  trovi  imitatori  fra  i  suoi  concittadini, 
giacché  nessun.:  altro  fuori  dei  nazionali  è  veramente  atto  a  pòr- 
gere una  compiuta  illustrazione  di  qualsiasi  dialetto,  e  special- 
mente del  ^onagn^o,  per  singolari  forme  e  difficile  pronuncia 
assai  distinto,  da  f%Bi  altro  d'Italia. 

Sebbeite  Hòdenai'  da  varii  sècoli  sia  Capitale  d'uno  Stalo  se- 

..parato  ed  indipendente,' ciò  nulladimcno  il  suo  dialetto  non  fu 

men  trascurato  del  .Tomagnolo  da  quelli  che  sinora  lo  parlarono. 


ni.4l.LTTl  CMILUMI.  505 

In  onta  alle  ripeluie  nostre  indàgini^  non  ci  riuscì  scoprire, 
eh'  egli  fosse  in  venin  modo  coltivato  dagli  scrittori  dei  sècoli 
trascorsi.  Le  sole  produzioni  che  ci  venne  fatto  rinvenire  già 
pubblicate  colle  stampe,  sono:  una  lunga  ed  insìpida  Contadi- 
uesca  m  lingua  rtulicOy  delta  la  Meliga  o  Zia  Tadeiaj  falla  nel 
1655  per  intermezzo  dell'  ^minta  del  Tasso  j  ed  una  non  meno 
stucchévole  Canzòn  in  lengua  mudnèisa  sovra  la  gran  moda 
d^quel  fémen  che  x'  dtnànden  mezz  palajj  ch^  a  vrèn  tgnìr  al  ftan/ 
alla  barba  a  lutl^el  dantj  pubblicata  nell'anno  1778.  La  tenuità 
e  dappocaggine  di  slmili  componimenti  male  s' addicono  alla  città 
patria  di  Muratori  e  di  Tiraboscbi;  ciò  nulladimeno  noi  li  ab- 
biamo citati,  e  riproduciamo  nel  seguente  Capo  il  secondo  con 
un  brano  del  primo,  non  già  come  Saggi  di  letteratura  vernàcola^ 
ma  piuttosto  della  lingua  parlata  in  Modena  e  nel  suo  contado 
al  tempo  in  cui  quelle  déboli  composizioni  furono  scritte,  po- 
tendo per  avventura  il  solo  confronto  colla  lingua  attuale  con* 
durre  ad  ùtili  risultamenti. 

Priva  affatto  di  componimenti  meritévoli  di  speciale  attenzione, 
era  naturale,  che  la  favella  modenese  rimanesse  ancora  priva 
del  rispettivo  Vocabolàrio,  giacché  non  v'ha  dubbio,  che  uno 
degli  scopi,  e  forse  il  primo,  dei  lessicògrafi  si  é  quello  di  rèn- 
dere agevolmente  intesi  al  lettore,  màssime  straniero,  i  compo- 
nimenti scritti.  Di  fatti  il  solo  tentativo  di  sìmil  gènere  fatto 
sinora  consiste  in  una  raccolta  di  mille  voci  modenesi  inserita 
in  un  Almanacco  del  1830,  per  cura  del  Dottor  Ercole  Reggia-^ 
nini,  che  volle  serbàrvisi  anònimo.  Mille  voci,  a  dir  vero,  sona 
assai  poco  per  un  Vocabolàrio;  ma  vogliamo  sperare  che  l'a- 
cidità colla  quale  fu  accolto  quel  tènue  Saggio  dal  Pùbblico, 
che  in  pochi  giorni  ne  esaurì  l'edizione,  e  la  considerazione 
ormai  avverata ,  che  la  compilazione  dei  lèssici  ha  dei  fini  ben 
più  elevati  e  più  nòbili  di  quello  di  agevolare  ai  lettori  l'inter- 
pretazione dei  libri  ^  spingeranno  quanto  {^ima  qualche  dotto 
nazionale  a  consacrare  le  proprie  veglie  a  ^ì  nòbile  impresa. 

Più  avventurato  del  modenese,  il  vicino  dialetto  reggiano^se 
non  vanta  produzioni  di  lunga  lena,  fu  però  coltivato  con  bnon 
successo  da  parecchi  scrittori  di  mèrito  sin  dal  sècolo  XVI,  e 


■ 

■    e 
f 


506  PARTK  SECO.^OA. 

novera  lunga  sèrie  di  romponimenti  lìrici  merilèvoli  di  onorata 
menzione. 

Già  sin  dal  1570  incirca  certo  conte  Dalla  Fossa  gerisse  una 
Commedia  in  versi  reggiani^  che  fu  rappresentata  in  Reggio 
con  pieno  successo,  e  che  rimanendo  lungo  tempo  manoscritta^ 
per  mala  sorte  scomparve.  Luigi  Lamberti  ne  deplora  la  pèrdita^ 
ed  il  Ferrarlo^  in  una  nota  alla  sua  Raccolta^  ne  fa  onorévole 
menzione.  Egual  sorte  toccò  pur  troppo  a  varie  al  (re  poesie  vo- 
lanti di  quell'epoca^  le  quali ^  per  non  èssere  mai  state  pubbli- 
cate colle  stampe^  dispàrvero  coi  nomi  dei  rispettivi  autori.  Solo 
in  sul  principio  del  passato  sècolo  i  torchi  tipogràfici  accòlsero 
per  la  prima  volta  i  componimenti  vernàcoli  reggiani^  e  ne  tras- 
misero copiosa  serie  alla  posterità  inseriti  in  vari  Almanacchi^ 
Pronostici  e  Diarii^  che  senza  interruzione  vennero  da  quel  tempo 
alla  luce.  Né  perchè  formino  parte  d'un  gènere  di  libri  tanto 
meritamente  screditati  ai  giorni  nostri ,  si  giudichi  sinistramente 
sul  loro  poco  valore  letterario;  che  anzi  taluno  fra  questi  si  acquistò 
il  pùbblico  suffragio  e  la  patria  riconoscenza^  non  solo  per  la 
grazia  e  spontaneità  poètica^  ma  altresì  pei  morali  ed  ùtili  am- 
maestramenti che  racchiude.  Di  simili  componimenti  è  ripieno 
appunto  il  Pronostico  periodico^  intitolato:  Sandrànda  Rumila 
alròleg  modem ^  che  dal  4  720  incirca^  per  lunga  sèrie  d'anni 
vide  successivamente  la  luce.  Esso  contiene  parecchie  poesie 
nel  dialetto  di  contado^  nelle  quali  Sandrone  sferza  di  continuo 
le  mode  muliebri  e  le  caricature  de'  suoi  giorni  con  molta  grazia 
e  brio.  Di  questo  Sandrone  appunto  cjosì  parla  V  anònimo  autore 
della  Pandora^  pubblicata  in  Reggio  nell'anno  17M: 

Villan  non  1%  poiché  di  quei  sa  srrì>tTe, 

E  svelarne  appuniìn  l'aUa  malizia, 

]•:  tulli  1  Turbi  lor  girl  descrivore. 
Anxi  Sandroue  e  un  uom  cirba  più  piTizia 

Dell' etòreo  molo  impenclràbile, 

Die  non  hanno  i  vilinn  dell' avarizia. 

Questa  sèrie  di  pronostici  offre  ancora  novello  interesse  allo 
studioso,  mentre^  come  si  può  scòrgere  dai  Saggiò  che  inseriamo 
nel  Capo  seguente,  esso  ci  porge  la  più  sicura  testimonianza. 


DiAurri  EMiUAM.  507 

che  il  dialetto  rùstico  reggiano^  da  oltre  un  sècolo,  non  ha  su- 
bito veruna  notévole  modificatione. 

Rivaleggiarono  con  Sandrone  da  Rivalta  altri  Almanacchi  pure 
scritti  in  lingua  reggiana  rùstica^  tra  i  quali  noteremo:  ^t  Con^ 
tadén  axtròleg;  scarta  fàz  iVj4fiìbrosònn  Sgarba  zia  j  e  qualche  al- 
tro di  minor  conto ^  intesi  tutti  a  far  rìdere  i  lettori  con  lèpidi 
diàloghi  e  poesie  bernesche.  Per  tal  modo  i  Lunari^  i  Prono- 
stici e  simili  continuarono  per  tutto  lo  scorso  sècolo  ad  èssere 
quasi  esclusici  depositarii  delle  composizioni  vernàcole  degli  scrit- 
tori reggiani;  dappoiché^  se  si  eccettui  una  piccola  raccolta  di 
poesie  pubblicata  nel  i73S^  col  titolo:  Le  Nozze  di  Contado^ 
nessun' altra  produzione  di  simil  gènere  pervenne  a  nostra  no- 
tizia^ pubblicata  colle  stampe. 

Questo  costume  d'inserire  nei  Lunari  i  componimenti  vernà- 
coli fu  conservato  anche  nel  sècolo  presente^  in  cui  il  Prevosto 
Rocca  di  Reggio  pubblicò  per  una  serie  d'anni  l'anònimo  Lu- 
nari  Arsàn  per  l'anno  1835  e  seguenti.  Ivi,  oltre  ad  una  prefa- 
zione in  versi  reggiani^  contèngonsi  varie  poesie  vernàcole  di- 
rette a  corrèggere  con  lèpidi  racconti  i  costumi  ed  i  vizj  del 
paese;  mail  poeta,  sovente  privo  della  vera  ispirazione,  vi  prende 
per  lo  più  il  tuono  di  predicatore  pedante,  rivolgendo  talvolti 
le  sue  preghiere  alla  Vergine  ed  ai  Santi,  senza  mostrarsi  poi 
troppo  scrupoloso  nel  serbare  con  fedeltà  il  vero  tipo  del  dialetto 
nativo. 

Morto  il  prevosto  Rocca,  la  pubblicazione  del  Lunari  A r*àn  fu 
interrotta,  sinché  ne  impresela  continuazione  con  assai  migliori 
auspicj  nel  1841  il  chiarissimo  canònico  Ferrante  Bedogni,  autore 
anònimo  della  maggior  parte  delle  argute  e  brillanti  poesie  rae^- 
chiuse  nei  volumetti  successivi.  Fornito  di  soda  dottrina  e  di  non 
comuni  poètici  talenti,  il  prof.  Bedogni  sollevò  co'  suoi  compo- 
nimenti ad  alta  rinomanza  il  Lunari  .Jrsàn,  cui  appose  il  bene 
adattato  motto:  F  »  ferzo  il  vizio  ^  v  viti  sm  duot  s'accusa.  Ivi 
riunì  una  scelta  raccolta  di  poesie  originali  in  vario  metro,  non 
solo.,  ma  eziandio  di  versioni  di  componimenti  clàssici,  segnata- 
mente deiryVr((>  Poètica  d'Orazio  e  della  Sàtira  m\V  //varitia,  in 
queste  versioni  non  si  può  abbastanza  commendare  la  fedeltà  del 


508  PARTS  SECONDA. 

concetto^  la  proprietà  della  lingua  e  la  sponlanelti  del  verso.  Già  ì 
suoi  conciltadini  gli  attestarono  la  propria  riconoscenza  in  varii 
articoli  di  Giornali  patrii,  ove  pronunciarono  i  più  lusinghieri  giù- 
dizj  sul  mèrito  delle  nuove  sue  produzioni^  e  noi  per  non  tur- 
barne la  modestia,  ci  restringeremo  a  riprodurne  alcuni  Saggi 
nel  Capo  seguente,  nella  speranza,  che  la  festosa  accoglienza  fatta 
in  patria  alle  poesie  pubblicate  sinora,  possa  eccitare  l'autore  a 
regalarci  quanto  prima  nuovi  e  più  copiosi  frutti  della  sua  fàcile 
Musa. 

Prima  del  suUodato  abate  Bedogni,  e  propriamente  intomo 
all'anno  1814,  la  lingua  e  la  poesia  reggiana  aveano  raggiunto 
un  grado  di  perfezione  sotto  la  penna  magistrale  dei  conte 
Giovanni  Paradisi,  che  possiamo  denominare  senza  esitanza  il 
Porta  Reggiano.  Poeta  inspirato,  e  fornito  d' imaginazion  forte 
e  vivace,  il  Paradisi  adoperò  con  miràbile  maestria  la  sferza 
della  sàtira;  ma  per  mala  ventura,  anziché  dirìggerei  suoi  colpi 
a  reprimere  il  vizio  e  le  frivole  usanze  in  generale,  egli  scagliò 
sin  da  principio  i  virulenti  suoi  versi  contro  pùbbliche  e  private 
persone,  ciò  che  da  una  parte  gli  attirò  addosso  parecchi  nemici, 
e  rese  impossibile  dall'altra  la  pubblicazione  delle  sue  miràbili 
poesie.  Fra  queste  girano  manoscritte  nelle  mani  di  molti  alcune 
liriche,  ed  una  Azione  Drammàtica,  intitolata:  /  scersi  forluììati j 
col  motto  Ex  nolo  ficium  carmen  scquot^j  ut  sibi  quivis  sperei 
idem.  In  questo  Dramma  tre  sono  gli  interlocutori,  fra  i  quali 
due  donne  che  vi  parlano  il  dialetto  reggiano.  E  scritto  in  versi 
di  ùndici  e  di  sette  sillabe,  sovente  rimati  fra  loro.  La  squisitezza 
còmica,  la  naturalezza  deir azione,  la  purità  della  lingua  [e  la 
spontaneità  del  verso  non  temono  verun  confronto,  né  lasciano 
alcun  che  a  desiderare. 

Se  vi  furono  alquanti  scrittori  reggiani,  che  celebrarono  con 
lede  il  nativo  dialetto  in  prosa  ed  in  verso,  non  mancarono 
eziandio  parecchi  studiosi,  che  s'adoperarono  a  svòlgerne  ì  diis- 
tintivi elementi  colla  compilazione  del  rispettivo  Vocabolàrio. 
Merita  fra  questi  i  primi  versi  di  gratitùdine  il  benemèrito  Don 
)  Giovano!  Denti,  già  rettore  del  Seminàrio  di  Reggio,  che  sin  dal 
secolo.  XVII.  raccolse  gran  nùmero  di  voci,  ed  apprestò  per  la 

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prima  volta  un  pìccolo  Vocabolàrio  del  nativo  dialelto.  Questo 
lavoro  però,  redatto  aduso  de|^  alunni  che  venivano  colà  insti* 
tuiti  nelle  lèttere  italiane,  rimase  manoscritto  sino  al  principio 
del  sècolo  presente,  in  cui  indotto  filòlogo  e  sacerdote  Giovanni 
Alai  imprese  ad  elaborarlo,  sopprimendovi  alquante  voci  supèr- 
flue, perchè  del  tutto  affini  alle  corrispondenti  italiane,  ed  ar- 
ricchendolo invece  di  molte  esclusivamente  proprie,  ommesse 
dal  Denti,  sicché  ne  compi  il  nùmero  di  cinquemila  e  cinque- 
cento. Se  non  che  eziandio  questo  nuovo  lavoro  dell'Alai  rimase 
inèdito  per  varii  anni,  e  solo  verso  il  1850  se  ne  valse  oppor- 
tunamente 11  chiarissimo  Dottor  Giovanni  Battista  Ferrari  nella 
redazione  del  proprio  Vocabolàrio,  che  finalmente  venne  alla 
luce  nel  4832  in  due  Volumi  in-8.^  ivi  T autore,  volendo  estèn- 
dere la  propria  raccolta  eziandio  al  linguaggio  del  contado,  non 
potè  serbare  un^  ortografia  sempre  fedele  alla  pronuncia  cittadina, 
ed  in  onta  alle  fatiche  de'  suoi  predecessori,  non  che  ai  profondi 
studii  ed  alle  penose  e  lunghe  indàgini  proprie,  per  le  quali 
s'acquistò  pieno  diritto  alla  pùbblica  estimazione  e  riconoscenza, 
manca  tuttavia,  come  tutti  i  primi  lavori  di  slmil  gènere,  di  pa- 
recchie vod  e  di  parecchi  idiotismi,  come  pure  lascia  alquanto 
a  desiderare  nella  parte  illustrativa.  Ci  è  noto,  che,  bramoso  di 
riempire  cotali  lacune  e  di  rettificarne  le  mende,  il  gióvane  filò- 
logo reggiano  Pròspero  Viani  s'addossò  da  alcuni  anni  la  grave 
^oma  di  redigere  un  nuovo  Dizionàrio  del  proprio  dialetto,  e 
<]iiindi,  mentre  nutriamo  speranza  di  vederlo  giùngere  quanto 
(ìrlina  in  luce,  raccomanderemo  all'autore  ed  a'  suoi  gióvani 
r^olleghi,  di  non  trascurare  ulteriormente  altri  due  vuoti,  quali 
^^ono  un'accurata  anàlisi  grammaticale  della  lor  lingua,  ed  un  fàcile 
^*  preciso  sistema  ortogràfico  atto  a  rappresentarla. 

Ai  dialetti  di  questo  gruppo  appartiene  ancora,  come  accen- 
Piammo,  il  Frignanese,  che,  per  èssere  parlato  da  una  scarsa  /^ 
^)opolazione  fra  stèrili  monti,  non  può  vantare  alcuna  letteratura  r- 
^peciale.  Con  nostro  stupore  peraltro,  nel  corso  delle  nostre 
indàgini,  èbbimo  a  rinvenire  una  poesia  pubblicata  colle  stampe 
nella  seconda  metà  dello  scorso  sècolo,  scritta  nel  dialetto  di; 
Sèslola,  antica  terra,  capo-luogo  un  tempo  della  Provincia  di: 


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sto  PAKTC  SECOiNDA. 

Frignano.  Assai  più  ancora  ci  sorprese  il  riconoscere,  come  in 
quel  tempo  medésimo  vivesse  in  Sèstola  un  rozzo  pastore,  deno- 
minato Nicola  Galli,  il  quale,  sebbene  privo  d*ogni  preparatoria 
istituzione,  rallegrava  e  tratteneva  sovente  i  suoi  connazionali 
colle  proprie  poesie  vernàcole,  cbe  talvolta  improvvisava  in  occa- 
sione di  feste  villereccie.  Lieti  della  scoperta,  non  senza  difficolta^ 
ne  abbiamo  spigolato  alcune,  e  ne  faremo  dono  ai  nostri  lettori 
nel  Capo  seguente. 

Gni|ipo   Ferra rtrse. 

Il  dialetto  ferrarese,  come  abbiamo  più  sopra  indicato,  è  di 
recente  formazione,  e  quasi  un  linguaggio  ibrido,  mentre  la  po- 
polazione che  lo  parla  emerse  dalla  miscela  di  varii  pòpoli,  che 
nel.  eorso  delle  nòrdiche  invasioni  cercarono  ricovero  nei  palu- 
dosi polesini,  dai  quali  surse  più  tardi  la  fèrtile  pianura  ferrarese. 
Esso  non  vi  potè  quindi  èssere  del  tutto  stabilito,  se  non  dopo 
cbe  tanti  disparati  elementi  vennero  fusi  in  una  sola  lingua,  e 
quando  questa  cominciò  a  vìvere  una  vita  propria  sotto  gli  aus* 
pìcj  d'un  regolare  governo.  Inoltre  sembra  indubitato,  che  questa 
lingua  abbia  subito  notévoli  modificiizioni,  variando  le  propor- 
zioni degli  elementi  stessi  che  la  compóngono;  dappoiché  egli  è 
certo,  cbe  da  principio  vi  prevaleva  T elemento  vèneto,  e  che 
in  sèguito,  collegata  geograficamente  e  politicamente  air  Emilia, 
vi  prevalse  T  emiliano.  Ce  ne  prestano  vàlida  prova  le  òpere  di 
Pietro  J^agliani  pubblicate  sulla  fine  del  sècolo  XVI,  nella  cui 
lingua,  a  differenza  dell' odierna,  signoreggiano  ed  emèrgono 
sopra  ogni  altra  le  vènete  forme.  Queste  òpere  ,  nelle  quali 
r autore  si  nascose  sotto  il  finto  nome  di  Dottor  Graziano  Forbe- 
soni,  sono  le  più  antiche  produzioni  conosciute  in  quel  dialetto^ 
e  sono:  una  Traduzione  del  Caos  in  ottmu  rima^  ed  un  altro 
poemetto,  intitolato:  Le  ceìito  e  quindici  conclusioni  in  oltas^a 
rima  del  plus  quam  perfetto  Dottor  Graziano  Forbesoni  da 
Francolino^  ed  altre  manifatture  e  composizioni  nvlia  sua  buona 
lingua.  Se  non  che  la  divergenza  notévole  di  quest'ultima  dal- 
l^aCtualmente  parlata  indusse  i  Ferraresi  medésimi  a  risguardaria 
come  fittizia,  o  propria  d'altro  paese. 


DlALCrri   CUILIAM.  114 

E  perciò  i  prìmi  fondatori  ddla  letteratura  vernàcola  ferrarese, 
riconosciuti  in  patria,  sono  i  due  Baruffaldi,  Girolamo  cioè  ed . 
Ambrogio,  il  primo,  già  onorato  nella  repùbblica  delle  lèttere 
italiane  per  la  sua  raccolta  di  poesie  sèrie  e  giocose,  scrisse  in 
sul  principio  dello  scorso  sècolo  in  \ersi  di  varia  misura  alquante 
poesie  bernesche  in  forma  di  Diàlogo,  colle  quali,  mentre  intese 
a  ricreare  le  brigate,  mirò  ancora  a  corrèggere  i  corrotti  co- 
stumi del  suo  tempo.  Sebbene  ripiene  di  sali  e  di  ùtili  ammae- 
stramenti, esse  rimasero  inèdite  sino  aliatine  dello  scorso  sècolo, 
in  cui  vennero  per  la  prima  volta  in  luce,  inserite  nel  tenso 
volume  delle  òpere  pòstume  del  medésimo  autore.  Sono  divise  in 
dieci  diàloghi  famigliari,  in  ciascuno  dei  quali,  senza  risparmiare 
alcuna  classe  sociale,  ne  mette  in  chiara  mostra  i  costumi,  i 
pregiudizi  ed  i  vizj ,  con  verità  d' immagini ,  finezza  di  sàtira  e 
severità  di  critica. 

In  queste  òpere  del  Baruffakii,  racchiuse  nel  titolo:  La  Lum 
dal  fìéànegj  e  col  nome  anagrammàtico  di  Ubaldo  Magri  Farolfi, 
consiste  propriamente  tutta  la  letteratura  di  questo  dialetto,  poi- 
ché gli  altri  componimenti  che  videro  la  luce  di  poi,  non 
sono  che  poesìe  d'occasione  per  lo  più  in  foglio  volante,  delle 
quali  basterà  far  menzione  nella  seguente  Bibliografia  dei  dialetti 
emiliani.  Le  sole  operette  che  ancora  dobbiamo  notare,  sono:  / 
Pvugiiòstich  per  Caini  1755  aimpunèst  da  Barba  Maureli  Slup- 
pión  arzdàr  dela  al  la  d' Coita  j-  nel  qual  Almanacco  T  anònimo 
autore,  che  è  Ambrogio  Baruffaidi,  inserì  varii  componimenti 
poètici  in  dialetto  rùstico  ferrarese;  ed  un  Lunario  periodico, 
intitolato:  ChicJièlt  da  Fiata,  che  venne  per  la  prima  volta  in 
luce  neiranno  1826,  e  continuò  poscia  nei  successivi  senza 
interruzione  sino  al  presente.  Ivi  (ròvansl  pure  racchiusi  molti 
graziosi  componimenti  vernàcoli  del  conte  Francesco  Aventi,  al 
quale  siamo  debitori  della  versione  della  Paràbola  nello  stesso 
dialetto  inserita  in  uno  dei  precedenti  capi. 

A  malgrado  della  povertà  di  produzioni  letterarie,  il  chiaro 
abate  Francesco  Nannini  non  rifuggi  dalla  fatica  di  compilare 
un  Vocabolàrio  della  favella  nativa,  cui  pubblicò  in  sul  principio 
del  sècolo  presente,  premettendovi  la  spiegazione  d'un  progetto 


Sl9  FAETC  SECO.NDA. 

d'ortografia  da  lui  medésimo  seguito^  onde  rappresentare  più  con- 
•  Tenientemente  i  suoni  speciali  del  patrio  dialetto.  Mentre  non 
possiamo  dispensarci  dal  benedire  le  buone  intenzioni^  le  cure 
e  gli  studj  del  benemèrito  autore^  non  dobbiamo  al  tempo  stesso 
intralasciar  di  notare^  cbe  il  lavoro  del  Nannini  è  piuttosto  un 
Saggio  di  Vocabolàrio^  mancando  esso  di  molte  voci  esclusiva- 
mente  ferraresi^  màssime  della  provìncia^  mentre  nello  scarso 
nùmero  complessivo  delle  voci  che  lo  compóngono  se  ne  trovano 
parecchie  affatto  supèrflue^  perchè  comuni  alla  lingua  generale 
della  penisola.  Speriamo  che  ormai  non  sarà  lontano  quel  giorno, 
in  cui  gli  studiosi^  convinti  della  somma  importanza  e  dei  rilevanti 
vantaggi  che  derivar  possono  dalla  diligente  e  ragionata  compi- 
lazione del  Dizionario  dei  rispettivi  dialetti,  non  tarderanno  a 
rivòlgervi  di  concerto  le  proprie  speculazioni. 

Se  pòvera  è  la  letteratura  vernàcola  ferrarese,  nulla  è  quella 
degli  altri  dialetti  appartenenti  a  questo  gruppo,  mentre  nessuna 
produzione,  per  quanto  ci  consta,  venne  mai  pubblicata  nei 
dialetti  mirandolese,  guastallese  e  mantovano.  Non  per  questo 
mancarono  talvolta  lèpidi  scrittori,  che  si  valessero  anche  di 
questi  in  alcune  poesìe  d'occasione;  che  anzi  ci  venne  fatto 
di  scaturirne  alcune  manoscritte  meritévoli  dell'  onore  della 
stampa ,  cosi  per  la  scorrevolezza  del  verso ,  come  pel  brio 
e  per  la  forza  del  concetto.  Tali  sono  in  ispecie  certe  can- 
zoni bernesche  in  lingua  rùstica  mantovana  di  Giovanni  Maria 
Galeotti,  che  viveva  nella  prima  metà  dello  scorso  sècolo.  Furono 
scritte  dall'autore  per  èssere  recitate  da  una  màschera  di  con- 
tado nelle  feste  carnescialesche ,  e  passando  tradizionalmente^  dì 
bocca  in  bocca^  sono  tutt'ora  grato  passatempo  dei  connazionali 
che  le  imparano  a  memòria,  e  le  vanno  recitando  alla  nuova 
generazione.  Così  di  queste,  come  della  poesìa  mirandolese,  ci 
è  grato  di  poter  pòrgere  ai  nostri  lettori  nel  seguente  Capo  quei 
Saggi,  che  siam  venuti  mano  mano  raggranellando. 

Quanto  al  dialetto  mantovano,  e'  pare  che  un  tempo  venisse 
di  propòsito  coltivato,  perocché  esiste  tuttavia  un  f^ocaboiario 
manoscritto  delle  sei  lingue  toscana^  nwntovanaj  Mina,  greca ^ 
tedesca  e  francese.  Esso  fu  compilato  nel  sècolo  passato  da!  nò- 


ttlALem  EMILtAl^l.  51 S 

bile  mantovano  Alessandro  Fdiee  Nonio;  ma  per  niala  ventora 
rimase  sconosciuto  e  sepolto  fra  le  carte  dell'autore^  né,  passando 
col  patrimonio  ai  successivi  eredi  che  ne  son  possessori,  rice- 
Tette  sinora  destinazione  m^ore.  A  riempire  questa  lacuna  s' ac- 
cinse fin  dall'anno  1837  il  benemèrito  nostro  filòlogo  Francesco 
Cherubini,  che  pose  in  luoe  un  Facabolàrio  ManUKmuhltaUano^ 
per  lui  con  molta  cura  compilato.  É  questo  il  solo  libro  pubUicato 
sinora  ad  illustrazione  di  quel  dialetto,  e  come  tale  è  tanto  più 
desiderato  dal  coltivatori  di  shnili  studj;  con  tuttociò  TesiguitA 
dei  materiali  racchiusi  e  gli  errori  trascórsivi,  forse  per  la  ra- 
pidità con  cui  fu  compilato,  non  lasciano  meno  desiderare  un 
lavoro  più  vasto  e  più  diligente  della  stessa  natura. 

Gli  è  invero  doloroso  pel  filòlogo  che  va  in  traccia  di  materiali, 
onde  maturare  sòlidi  studj  sulle  origini  e  sui  primitivi  linguaggi 
.dei  proprj  connazionali,  il  rinvenirvi  talvolta  il  campo  affatto 
deserto  ed  inculto,  senza  un  sentiero,  senza  un  mìnimo  filo  che 
valer  possa  di  guida  ad  indagarne  la  natura,  a  misurarne  la  di- 
mensione. Tale  è  lo  stato  degli  studj  relativi  ai  dialetti  componenti 
questo  gruppo,  che  incominciarono  appena  negli  ùltimi  tempi, 
essendo  stati  affatto  negletti  nei  sècoli  precedenti.  E  per  verità) 
quanto  abbiamo  di  scritto  e  pubblicato  nei  dialetti  parmigiano, 
piacentino  e  pavese,  che  sono  i  principali,  si  può  denominare 
appena  letleratuixi  d'iduiunacchi,  essendo  gli  scarsi  e  leggeri 
componimenti  che  vi  si  riferiscono,  con  poche  eccezioni,  inseriti 
in  libèrcoli  di  simil  fatta,  senza  pòrgere  verun  interesse,  o  ma- 
leriale  bastévole  a  fondarvi  uno  studio. 

Quanto  al  parmigiano,  se  non  andiamo  errati,  comparve  per 
la  prima  volta  scritto  in  un  Ahnanacco  instituito  intorno  alla 
metà  del  sècolo  passato  da  D.  Innocenzo  Sacchi,  col  seguente 

titola  strano  ed  insignificante:  Strolgaméni  dil  Strel,  pr  Van 

fnsifròd  a  braz  con  el  forca  da  du  brani,  dal  caporàl  Qual- 
tòrdn  Càzzabil  dia  pt7/a  d'FigazièL  Ivi  sono  racchiusi  alcuni 
<iii]og|it  o  commediole  in  prosa  parmigiana  composte  all' oggetto 


%ih  fautc  seco.noa. 

di  divertire  le  popolari  brigate .  e  mercè  alcuni  sali  sparsi  qua 
e  li,  nel  descrìvere  costumi  o  fattarelli  municipali,  si  acquistò 
da  principio  qualche  rinomanza,  sicché  venne  successivamente 
riprodotto  ogni  anno  con  lievi  interruzioni ,  e  continuò  sino  al 
presente.  Che  anzi  talvolta  ne  vennero  in  luce  nello  stesso  anno 
due  e  persino  tre,  col  medésimo  titolo,  benché  in  sostanza  diversi. 

Quasi  nello  stesso  tempo  comparve  e  rivaleggiò  col  C&zzaìÀl 
altro  Almanacco  periodico,  contenente  qualche  breve  Commedia 
in  prosa  parmigiana,  col  titolo  :  //  Sirèl  compasscid  con  la  rocca 
dalla  Fndnga  da  Panoccia,  Con  buona  pace  de'  rispettivi  autori, 
né  questo  né  quello  sono  parti  letteraij  atti  ad  onorare  il  paese, 
o  il  dialetto  in  cui  sono  scritti.  Lo  stesso  dicasi  della  lunga  sèrie 
d'Almanacchi  e  di  Lunari  in-2ii.'\  o  volanti,  che  nello  stesso  tempo, 
e  dopo,  vennero  in  luce  con  istorielle  e  poesie  vernàcole,  e  dei 
quali  per  pura  notizia  abbiamo  trascritto  i  titoli  nella  seguente 
Bibliografia. 

Il  solo  libro  atto  a  spàrgere  qualche  luce  suir  indole  del  dia- 
letto parmigiano,  si  è  il  Dizionàrio  Parmigiano' f tal inno^  compi- 
lato e  pubblicato  nel  1828  in  due  volumi  da  Ilario  Peschieri. 
Sebbene  esso  non  sia  scevro  di  quelle  mende,  che  pur  troppo 
sono  comuni  più  o  meno  a  tutte  le  òpere  di  simil  gènere ,  e  seb- 
bene lasci  non  poco  a  desiderare  cosi  per  la  quantità,  come  per 
la  scelta  dei  materiali ,  ciò  nulladimeno  contiene  un  nùmero  ab- 
bastanza considerévole  di  voci,  per  servire  di  guida  allo  studioso, 
non  che  per  meritare  i  suffragi  della  pùbblica  riconoscenza. 

Dopo  un  quadro  si  poco  lusinghiero  della  letteratura  parmi- 
giana, non  dobbiamo  nascóndere,  come  anche  Parma  abbia  a- 
vufo  ciò  nullostante  negli  ùltimi  anni  il  suo  poeta  atto^  per 
distinto  ingegno,  per  forza  d'immaginazione  e  potenza  creatrice, 
a  sollevare  la  propria  al  rango  delle  eulte  letterature  vemàcolt*. 
Tale  si  mostrò  il  Calegari  nelle  molte  poesìe  satiriche  che  cir- 
colano manoscritte  fra  le  mani  de'  suoi  concittadini  e  che  noi 
pure  èbbimo  occasione  d' ammirare.  Ma  per  mala  ventura  questi 
squarci  veramente  poètici*  anziché  rivòlgersi  astrattairiente  rontn» 
Il  vizio  che  reprìmono,  o  si  scagliano  senza  màschera  contro 
persone  viventi  e  conosciute,  o  sono  macchiati  di  lùbriche  im- 


DlAUrn   EMILIAM.  511 

niginì  e  d'osceni  concetti,  p^  i  quali  non  solo  fu  loro  inter- 
bietta  la  luce,  ma  vèngon  meno  altresì  quelle  poètiche  grazie 
die  li  renderebbero  in  singoiar  modo  commendè\oli.  Poiché 
dunque  è  loro  violato  di  formar  parte  della  patria  letteratura, 
valgano  almeno  a  pro\are,  che  il  difetto  di  buone  produzioni 
vernàcole  non  è  punto  da  attribuirsi  all' indole  del  dialetto  par- 
migiano^ ma  bensì  piuttosto  alla  mancanza  di  coltivatori;  egli  è 
quindi  a  sperarsi,  che  Parma,  la  quale  ha  somministrato  tanti 
uòmini  illustri  alle  lèttere  clàssiche  ed  alle  scienze^  non  tarderà 
a  provvedere  a  questo  difetto  medésimo  con  una  sèrie  di  nuovi 
studj  sulla  lingua  sua  propria. 

Se  chiediamo  conto  alla  slampa  della  lelteratura  vernàcola 
piacentina,  non  ne  abbiamo  più  favorévole  risposta;  e  qui  pure 
ci  si  parano  innanzi  Almanacchi  e  Lunari  in  buon  nùmero,  con 
insìpide  storielle  e  comediole  in  prosa  ed  in  verso.  Se  non  che 
spingendo  le  nostre  ricerche  sino  agli  scrittori  dei  sècoli  passati, 
che  s'occuparono  delie  cx>se  piacentine,  vi  rinveniamo  alcune 
osservazioni  e  notizie  di  non  lieve  importanza  pel  nostro  argo- 
mento, e  che  quindi  fa  d'uopo  riferire  prima  dì  procèdere  allo 
stèrile  annunzio  delle  poche  recenti  produzioni.  Rimontando  a 
Cicerone,  troviamo  nel  Dialogo  dt  chiari  oratori  fatto  cenno 
dell'  inferiorità  dei  piacentino  Tito  Tinca,  in  fatto  di  proprietà  di 
lingua,  a  confronlo  dell'oratore  romano  Quinto  Cranio;  e  di 
questa  inferiorità  ci  dà  poi  speciale  ragione  Quintiliano  nel 
Trattato  delle  Istituzioni  Oratorie^  osser>'ando,  come  il  Tinca 
pronunciasse  precula  per  pergula.  Questa  sémplice  osservazione 
basta  a  provarci  chiaramente,  come  quella  tendenza,  che  ab- 
biamo notata  nel  Piacentino  attuale,  a  trasportare  certe  lèttere, 
e  segnatamente  a  voltare  er  in  rcj  rimonti  niente  meno  che  die- 
cinove sècoli  indietro.  Una  simile  testimonianza,  sebbene  di  pa- 
recchi sècoli  posteriore,  ci  porge  il  conte  Federigo  Scotti,  giure- 
consulto e  poeta  piacentino  del  sècolo  XVI,  il  quale  ebbe  a  no- 
tare, come  il  volgo  a'  suoi  tempi  permutasse  la  sìllaba  ni  in  h\ 
dicendo  Jiìtolìn  per  j'Éntomno^  come  appunto  si  pràtica  oggidì. 
ed  ag^ungeva,  come  pvr  questo  appunto  jmrccvhi  Piacrntini 
furono  un  tempo  dai  loro  neinki  itccisi^  to^to  dio  cono^^cinti 
per  lo  loro  sconvolta  pronuncia. 


510  1»AIITC  tfr.CO\DA. 

Alla  testimonianza  degli  autori  suirantichill  di  alcune  forme 
dei  dialetto  piacentino,  possiamo  aggiùngere  alquante  prove  di 
fatto;  tali  sono  a  ragion  d'esempio:  un'antica  iscrizione  del  XIII 
o  tutto  al  più  del  principio  del  XIV  sècolo,  che  leggèvasi  non 
ha  guari  scolpita  in  caràtteri  di  quel  tempo  sulla  porta  del  Ca- 
stello di  Montechiaro  nell'  agro  piacentino,  e  che  fu  riprodotta 
da  variì  scrittori.  Essa  era  del  tenore  seguente: 

signori ,  vu  siè  tuli  gi  ben  vegnu , 
E  zascauo  chi  ghe  vera,  sera  ben 
Vegnù,  e  beo  recevù.  f 

Noi  r abbiamo  qui  riferita,  non  gii  come  saggio  di  quel  dia- 
letto a  quel  tempo,  mentre  siamo  d'avviso,  che  lo  scrivente  ha 
cercalo  di  darvi  quella  miglior  politura  che  per  lui  si  poteva; 
ma  bensì  piuttosto  come  prova  ineluttàbile,  che  il  dialetto  allora 
aveva  le  medésime  forme  che  lo  distinguono  adesso.  Un'altra 
prova  di  fatto  ancor  più  eloquente  si  è  un'antica  poesìa  del  sècolo 
XIII  conservata  in  un  còdice  piacentino  membranàceo  a  piedi 
degli  Statuti  latini  del  Consorzio  dello  "Spirito  Santo,  eretto  in 
Piacenza  da  Mussone  e  Novello  Colombo  piacentini  nell'  anno  1267. 
É  questa  scritta  non  già  in  dialetto  piacentino,  ma  in  quella 
lingua  nascente  e  malferma,  che  appunto  nel  corso  del  dècimo- 
terzo  sècolo  può  dirsi  generale  d'Italia,  che  sorgeva  modellan- 
dosi sulle  forme  della  provenzale ,  da  cui  toglieva  mano  mano 
a  prestanza  alcune  voci ,  e  che  in  onta  agli  sforzi  contrarli  degli 
scrittori ,  prendeva  tuttavia  in  ogni  luogo  la  tinta,  e  serbava  al- 
cune forme  del  dialetto  locale.  Un  sì  prezioso  monumento  offre 
troppo  importante  corredo  a  questi  ràpidi  cenni,  perchè  non 
abbiamo  ad  esitare  un  istante  a  pòrgerlo  ai  nostri  lettori.  Eccolo. 

Supra  ogni  sapienlia  e  ategnanza 

Tute  l'altre  cent  avanza 

L''om  che  à  sen  e  cognosanza 

Doroinadé  del  Gel  inspira; 

Que  luchessa  tempra  in  lira, 
L'om  che  col  cor  ama  De 

Tuti  cossi  yen  in  pè. 

loàn  e  March ,  Lue  e  Malhf 

■ 

A  seri t  lui  zò  che  se  dls  deDè, 


DiAt.irrn  emiuami. 


\ 


5 1 Y 


Chi  quel  farà  d  alalènder 
Ilio  regno  del  inter  al  ascénder. 
Ili  zò  ch'ay  dit  è  lui  el  sen, 
SÌ  che  noe  say  più  dir  reii. 

A  simili  testimonianze  si  potrà  per  avventura  aggiùngerne 
altre  ancora^  esaminando  attentamente  i  còdici  supèrstiti  di  quel 
tempo  ^  0  meglio  le  òpere  pubblicate  di  poi.  Fra  queste  è  noté- 
vole un'operetta  di  certo  Antonio  Anguissola  piacentino,  stam- 
pata in  Piacenza  nel  i 58 7,  la  quale  racchiude  una  lista  di  vege- 
tabili, de'  quali  è  detta  la  natura  e  Tuso  mèdico.  È  invero  inte- 
ressante il  trovarvi  i  nomi  dei  vegetabili  espressi  nelle  varie  lin- 
gue  latina,  greca,  italiana,  àraba,  spagnuola,  francese,  tedesca 
e  piacentina;  e  sebbene  si  vegga  chiaro,  che  T autore  si  studiò 
dare  alle  voci  piacentine  forma  e  desinenza  italiana,  ciò  nullo- 
stante  non  vi  traspare  meno  evidente  la  consonanza  del  dialetto 
d'allora  coir  attuale  (i). 

Sin  qui  tutto  prova  l'antica  esistenza  di  questo,  come  d'al- 
tronde è  altresì  chiaramente  provata  la  remotissima  di  tutti  gli 
altri  dialetti  italiani;  ma  non  troviamo  alcun  cenno  il  quale  ci 
attesti,  che  il  piacentino  fosse  nei  secoli  addietro  coltivato  e 
adoperato  dagli  scrittori.  La  più  antica  produzione  che  ci  riuscì 
rinvenire  in  questo  dialetto  rimonta  alla  metà  del  sècolo  XVII, 

(i)  In  prova  di  quanto  abbiamo  di  sopra  asserito,  non  che  In  saggio 
dell'  operetta  succitata ,  crediamo  opportuno  trascrivere  le  seguenti  voci: 


Pioemlino. 

Italiano, 

Piacentino. 

Italiano* 

Asprella 

Rasperella 

Righigna  Tàsen 

Eringe 

Baslonaja 

Pastinaca  domest.* 

Roveja 

Robiglia 

Carugla 

Pastinaca  selvàtica 

Scarzòn 

Cardo  selvàtico 

Confalón 

Rosolaccio  (papa- 

Speronella 

Fior  cappuccio 

vero) 

Séiarella 

Cicoria  dolce 

Erba  dal  coràl 

Alcachiogi 

Taér  d*aqua 

Ninfèa 

Erba  dal  lóp 

Catapuzza  minore 

Tass-barbàss 

Verbasco 

MirasóI 

Girasole 

Tavarnèll 

Pioppo  bianco 

Mlisern 

Cctronella 

Tararne! 

Aristologia 

Mooghèiiia 

Battisuòccra 

TìmoI 

Timo 

IVaslòrz 

ISasturzio 

Vàrnìs  pr  1  scritór 

Gomma  di  gine[ 

Pilàtar 

Piretro 

Vcrzól 

Artemisia 

Ked  usuro 

Hor  cnppuccio 

Zi 

Giglio 

54  8  PARTE  SECONDA. 

e  consiste  in  due  brevi  poesìe  di  Maurizio  Cortimiglia  (1)^  canò- 
nico penitenziere  della  cattedrale  di  Piacenza^  le  quali  si  trovano 
inserite  nella  Grillaja  di  Scipio  Glarcano  (così  chiamàvasi  TA- 
prosio)^  e  che  noi  riporteremo  per  intero  nei  seguenti  Saggi. 
Queste  poesìe^  che  non  sono  del  tutto  prive  di  mèrito^  ci  danno 
a  crédere  che  in  quel  tempo  altri  scrittori  si  valessero  del  patrio 
dialetto  nei  loro  componimenti:  ma  per  mala  sorte  non  se  ne 
serba  traccia^  né  stampata^  né  manoscritta,  sino  al  principio  del 
sècolo  passato,  in  cui  troviamo  alcune  poesìe  manoscritte,  inti- 
tolate la  Patiera,  e  la  Faltora  del  conte  Carlo  Scotti.  Sebbene 
dettali  con  grazia  e  con  molto  sale,  questi  componimenti  non 
videro  mai  la  luce,  perchè  smoderatamente  osceni;  e  per  questo 
appunto  non  possiamo  impartirne  ai  nostri  lettori  che  quel  brano 
del  primo  poemetto,  in  cui  i  riguardi  dovuti  alla  decenza  furono 
bastevolmente  rispettati. 

Dopo  ciò  tutta  la  letteratura  vernàcola  piacentina  trovasi  rac- 
chiusa in  alcuni  Almanacchi  moderni,  tra  i  quali  i  meglio  accolti 
in  patria  sono:  La  Pillifjréiiui  rcdva  d'Isidori  Ficca partùtl 
z Walter  e  stròleyh.  Liiìiari  in  dialot  piasintéij  e  la  Pilligréwa 
jHijaròla  ch'à  sposa  al  vòrj  Spéina-Carpàn,  Libmri  in  dialot 
pfasiiìtvi.  Questi  due  Lunari  vennero  già  in  luce  da  parecchi  anni, 
e  contengono  alcune  poesìe  in  dialetto.,  che  talvolta  non  sono 
affatto  prive  di  sale.  Altre  produzioni  a  stampa  non  pervennero 
a  nostra  cognizione,  sebbene  fiorissero  negli  ùltimi  tempi  in 
Piacenza  due  distinti  poeti,  Gaetano  Ferrini  cioè,  e  Carlo  Bon- 
gilli,  le  cui  produzioni  vernàcole  formano  tuttavia  la  delizia  dei 
loro  concittadini.  Peccalo,  che  gli  scrittori  meglio  atti  ad  illu- 
strare il  patrimonio  nazionale  siensi  abbandonati  sovente  ad  uno 
stile  troppo  libertino  o  a  sàtire  personali,  degradando  così  i 
loro  componimenti  d'altronde  commendèvoli  pel  verso,  e  ren- 
dendone diffìcile  e  pericolosa  la  diffusione!  Anche  delle  poesìe  di 
questi  ùltimi,  sebbene  inèdite,  per  buona  sorte  abbiamo  potuto 

(f)  QneMo  scrittore  fioriva  appunto  itilonio  al  leso;  il  Cresccnzi,  nrlla 
Corona  dell-t  nobiltà  d'Ilalta  ,  pubblicata  iicll'antio  Ifl4?  ,  dichiara  .  rhr 
Maurizio  Corlenilglia  era  5talo  mio  prece! lori*. 


DIALETTI   EMILIANI.  519 

fare  opportuna  scelta ,  per  offerirne  un  Saggio  ai  nostri  let- 
tori (1). 

In  tanta  inòpia  di  materiali,  non  mancarono  frattanto  bene- 
mèriti studiosi  a  Piacenza,  che  s'adoperassero  a  svòlgere  ed  or- 
dinare gli  elementi  del  patrio  dialetto  colla  compilazione  del  ri- 
spettivo Dizionàrio.  A  quest'utile,  comecché  difficile  impresa,  pose 
mano  la  prima  volta  il  Dottor  Carlo  Anguissola,  il  cui  diligente 
lavoro  è  rimasto  inèdito  sino  al  presente.  Quindi  il  canònico 
Francesco  ISìcoUi  fu  il  primo  che  pubblicasse  nel  1832  un  Catà- 
logo di  voci  moderne  piacenlino'iudianej  per  verità  assai  ristretto 
onde  provvedere  ai  bisogni  degli  studiosi.  Più  tardi  comparve  il 
Vocabolàrio  J^iacentino-l laiiauo  di  Lorenzo  Foresti,  il  quale, 
sebbene  alquanto  più  esteso  del  lavoro  dell'abate  Nicolli,  è  tuttavia 
mancante  di  molte  voci,  ed  abbisogna  di  alquante  mende.  Non 
minore  pertanto  si  è  la  nostra  riconoscenza  verso  questi  bene- 
mèriti, che  soli  sostennero  le  lunghe  noje  e  le  penose  fatiche 
indispensàbili  per  lavori  di  sìmil  fatta,  onde  illustrare  la  nativa 
favella. 

Relegati  fra  i  monti  in  breve  territorio,  e  parlati  da  scarsa 
e  pòvera  popolazione,  i  dialetti  borgotarese  e  bobbiese  non  eb- 
bero in  verun  tempo  letteratura  propria,  né  furono,  per  quanto 
ci  consta,  mai  scritti.  Né  ciò  può  recare  alcuna  sorpresa,  tale 
essendo  la  sorte  delle  lingue  parlate  in  pìccole  terre,  e  non  es- 
sendo frequente  l' esempio  del  pastore  poeta,  com'ebbe  il  Borgo- 
tarese in  Nicola  Galli.  Bensì  reca  piuttosto  meraviglia^  come  il 
dialetto  pavese,  parlato  in  una  città  capitale  un  tempo  di  potente 
regno ,  e  che  da  sècoli  è  centro  d' ogni  eulta  disciplina ,  sia  stato 
negletto  sino  agli  ùltimi  tempi.  In  fatti  la  più  antica  produzione 
vernàcola  pavese  che  abbiam  potuto  rinvenire  giunge  appena 
alla  fine  del  sècolo  passalo.,  e  consìste  in  due  brevi  poesìe  inse- 
rite in  una  raccolta  di  componimenti^  per  l'elezione  in  Rettor 

(i)  A  questo  propòsito  non  possiamo  dispensarci  dai  dichiarare  ,  che 
la  màssima  parie  dei  maleriali  relali\i  al  dialcUo  piacenliiio  ci  furono  som- 
ministrali dalla  genliiezza  del  conte  licrnardino  Pallastrclli ,  doUìssinio 
cultore  delle  cose  patrie,  al  quale  attestiamo  pubblicamente  la  nostra  ri- 
coiioscenu. 


520  PARTE  seconda/ 

Magnifico  di  quell'Università  del  celebre  professore  abate  Pietro 
Tamburini.  Né  prima,  né  dopo  queste,  compàr\'ero  altre  produ- 
zioni in  quel  dialetto,  se  si  eccettuino  le  graziose  poesie  dei  due 
poeti  viventi  Giuseppe  Bignami  e  professore  Siro  Caratti,  che 
riscossero  in  patria  ben  molti  meritati  applausi.  Le  produzioni  del 
primo,  distinte  per  originalifA  di  concetto  e  proprietà  di  lingua 
e  di  verso,  tròvansi  racchiuse  in  una  sèrie  d' almanacchi  pubblicati 
successivamente  in  Pavia,  prima  col  tìtolo:  Un  nuo^o  passatempo, 
e  poscia  coir  altro  meglio  adattato:  Saggio  di  poesìe  palesi.  Fra 
queste  sono  specialmente  commendévoli  le  due  versioni  del  La- 
mento di  Cecco  da  FarUmgo^  e  dell' ^^maiite  scartato j  perla 
fedeltà  colla  quale  il  poeta  ticinese  seppe  trasportare  nel  proprio 
dialetto  tutte  le  grazie  degli  originali.  Le  poesie  del  professore 
Caratti  furono  pubblicate  in  qualche  raccolta,  o  separatamente; 
fra  queste  meritano  lodévole  menzione  alcune  Ottave  col  tìtolo: 
/  dii  prim  més  del  Cholera  in  Pavia. 

Non  taceremo  per  ùltimo ,  come,  anche  di  questo  dialetto,  anò- 
nimo autore  tentasse  pòrgere  un  Saggio  di  Vocabolàrio,  pubbli- 
cando un'esigua  lista  di  voci  pavesi  nel  4  829^  collo  specioso 
tìtolo  di  Dizionario  dotnèstico  pavese-ilaliano.  La  tenuità  peraltro 
di  questo  lavoro  é  tale,  da  non  meritare  punto  l'appóstovi  titolo, 
essendo  ristretto  appena  a  poche  centinaja  di  voci,  e  restando 
quindi  presso  che  intatto  il  campo  allo  studioso  che  osasse  pene- 
trarvi ,  onde  far  raccolta  di  materiali  per  la  compilazione  del 
Vocabolàrio  pavese. 

Tale  è  Io  stato  attuale  della  letteratura  dei  dialetti  emiliani: 
se  in  essa  non  sono  copiose  le  grandi  produzioni ,  si  scorge  però 
come  le  più  distinte  e  gli  studj  meglio  diretti  appartengano  al 
sècolo  nostro,  ciò  che  ci  porge  fondata  speranza  di  vederli  quanto 
prima  confortati  da  migliori  successi. 


CAPO  V. 

Saggi  di  letteratura  vernàcola  emiliana. 
Ramo  Bolognese. 

iOOO.  Non  avendo  potuto  rinvenire  alcun  monumento  ante- 
riore a  guest'  època ,  incominciamo  questi  Saggi  col  già  mento- 
vato poemetto  di  Giulio  Cesare  Croci,  fondatore  della  letteratura 
vernàcola  bolognese,  intitolato:  Lamento  dei  f^illanij  ec.  È 
questo  scritto  nella  lingua  rùstica  bolognese,  che  più  si  accosta 
alla  Romagna,  e  poiché  varie  forme  di  quella  diversificano  al- 
quanto dalla  moderna  favella  urbana ,  cosi  vi  abbiamo  apposto 
in  calce  le  corrispondenti  voci  bolognesi,  onde  rènderle  più 
agevolmente  intese,  non  che  onde  possano  i  meno  versati  in 
questi  dialetti  fame  gli  opportuni  confronti. 

Lamenio  de*Fillantj  obbligati  da  un  Bando  a  consegnare  gli 
schioppi  alla  Munizione,  Di  Giulio  Cesare  Croce ,  stampato 
in  Bologna  da  Bartolomeo  Cachi  nel  4620. 

Po  far  la  tuoba,  o  sé  che  queste  bella! 

0  vet  ch'adèss  la  va  da  gubbi  a  ssin: 

T**  par  a  ti  che  la  sia  una  bagatella  ? 
Ch'avènnia  più  a  far  nu  cuntadin, 

Che  r  è  andà  al  band  ,  eh'  a  purtèn  (i)  a  Blògna 

Tàtt  i  séiuòp  da  roda  e  da  aisarìn. 

(i)  Purtamen. 


322  PARTE  SECONDA. 

£s  n'  i  è  ziròtt,  parcb'  a  Tè  cert  ch'ai  bsogna 
Purtàri  tutt  a  la  MuUziòn  (i), 
S^an  vièn  far,  puvrèt  nu,  al  cùl  dia  zgogna, 
A  purtarèiD  mo  io  spalla  ud  pertegòn  ; 
E  quand  a  srèn  a  treb ,  o  in  s' una  fesfa  , 
Al  bsuognarà  ch^à  stemma  in  t'  un  cantòn. 
Al  sangv  de  mi ,  che  V  è  ben  àsna  questa  ! 
E  sat  s^avèln  nu  spis  di  quatfrinèz 
eh'  i  z^  han  propri  cava  el  nus  din  V  la  zesta. 
Ho8Ù  là  pur,  purtèmij  (s)  ora  in  paicz, 
Pareb^  an'  caschèmma  (s)  in  la  cundannasòn  (4) , 
E  ch^  an^  Cemma  sunàr  al  campanèz. 
An^  prèn  donca  più  andar  dop  on  macciòn 
Asptar  e  quest  e  quel  con  V  archibùs , 
E  fari  far  li  prest  al  periindòn. 
An^  pren  mo  più  andar ,  cm^  a  I  èrn  a  us 
De  za,  de  là  per  tutt  sti  nòstcr  cmun , 
Inspaurènd  quest  e  quel  per  tutt  i  bus. 
Cosa  valrà  più  i  nòster  ragazzùn , 
Ch^  iéran  csì  brèv ,  i  n"*  vairan  più  negotta , 
Ch^  r  è  mo  fini  i  piasir  a  un  a  un. 
V  ièra  del  bot  («) ,  quand  nu  andièvn  (e)  in  frotta 
Ch^  a  stimàvan  pò  tant  i  zittadin 
Quant  propri  s*  fa  una  livra  de  recotfa  (7). 
Ch^  adèss  al  tuccarà  a  nù  puvrin 
A  dar  al  din ,  che  con  un  mattarèi 
Iz  faràn  tirar  su  fin  al  pustrin. 
0  pò  far  damn ,  quesr  è  al  gran  burdèl , 
A  èsser  priv  ad^  qui  nùstar  car  usvij 
Ch'  iz  flèvan  (e)  respetfàr  a  quest  e  quel. 
An*  srèvn  anda  descòst  magara  un  mfj  (9) 
Senza  al  nòster  séiupèt  sovra  la  spalla  , 
Ch^  adèss  mo  nu  a  parèn  tant  bia  (io)  cuuij  (11). 
Al  sangv,  ch'an'  dig  gnanc  dMa  nostra  cavalla, 
Ch^  an'  prèn  più  far,  cmod  prima  I  murusòt , 
Me  cumparir  In  qui  lug  dond  es^  balla. 
Ch'ai  se  vedèa  (is)  del  bot  sti  bia  zuvnòt 
Al  fcst  andar  in  ruga  tutt  arma , 
Ch'I  avrìan  (fs)  per  fin  fatt  pora  al  tarraniòt. 

(1)  Munidòn.  (s)  purtèula.  (s)  casràmen.  (4)  cundanna.  (»)  volt,  (e)  aii- 
dèven.  (7)  d'arcotta.  (e)  fàven.  (9)  mèi.  (to)  bì  (if)  cunói.  (12)  Ch'a  s* 
\dèva.  (I3)arpn. 


MAUfTI  BMlLUNt.  533 

t  avèan  sèmper  le  rode  caregà  (i) 

E  al  càn  in  sei  fugòn  per  star  segùr  (s) 

E  in  le  (s)  bisàch  del  bon  ball  aramii; 
E  s' al  s' appresintava  di  rum  òr , 

Avèan  sèmper  la  man  al  scattarèl , 

E  eh'  èl  che  n'  èl,  a  I  flèvn  (4)  andar  al  bur. 
E  con  i  bia  penùn  In  Tal  cappèl, 

E  1  bia  lighèz  con  tutt  le  (tf)  frani  intórn  » 

Az  flèvun  respettàr  a  quest  e  quel. 
Az  cavàvan  acsi  el  busch  d' attórn , 

Ch'  adèss  al  prè  vgnir  un  >  e  dàrzen  una 

Tra  la  tieza  (e)  e  '1  purzil ,  0  dop  al  fórn. 
Uosù  da  po'  eh'  al  voi  csì  la  fortuna  ^ 

Al  bsògna  ubbidir  quai  i  supirlùr , 

Ch*  al  n'  se  po'  al  zeri  pugnar  contra  la  luna. 
E  nu  eh'  sten  in  fai  cà ,  cb'  a  iè  al  mur 

De  terra  tutt  quànt  rott  e  squaderna , 

An'  srén  dal  zeri  a  stari  più  segùr  (7); 
Ben  eh'  al  diga  la  crida  eh'  i  ban  manda , 

eh'  al  se  possa  cunzar  la  serpentina , 

Mo  ch'èl  che  n'èl  la  corda  sia  amurtà. 
Mo  a  so  posta  s' avèn  sta  disciplina. 

Al  r  ha  né  più  né  mane  i  zittadin  (a) , 

Segónd  che  da  per  tutt  al  se  busina. 
Ma  lor  i  van  eh'  i  pàrin  paladin 

A  cavai,  con  la  lanza  e  l'armadura, 

eh'  an'  psén  mo  far  cusì  (9)  nù  cuntadin. 
0  dund'  è  andà  la  nostra  gran  bravura , 

0  dund'  è  anda  al  nóster  valimént  (10) , 

Ch'  a  n'  savèvan  za  cosa  s' fus  paura  (11)? 
A  créz  (12)  eh'  az  dsparerèn  pruoprianamènt  (93) 

A  legni r  arnunziàr  a  la  rasòn , 

E  a  quel  rod  che  nu  a  tnèvn  acsi  lusènt. 
0  tuo  mo  ti  dia  roba  dal  patron , 

Sgrafflgna  mo  per  cumpràr  un  bel  séiuòp  : 

Tuo  mo  una  roda,  eh'  apa  un  bon  arcòn  ! 
Mo  la  z'  aggrièva  (14)  ben  un  poc  de  trop  ; 

Avèir  spes  i  quattrìn ,  e  sgraffagnàr , 

E  pò  purtarij  a  Blogna  de  galòp! 

(0  el  rod  cargà.  (9)  sicùr.  (s)  in  t' el.  (4)  fàven.  (tt)  tolti  ci.  (e)  tiza. 
(7)  sicùr. «(s)  ztadèn.  (0)  acsé.  (flo)  valòur.  (11)  pora.  (is)  cred.  (1.%)  prò- 
priamèint.  (i4)aggriva. 


594  l»ARTI  SNCONDA. 

A  parerèm  mo  pulzùn  despenna , 

Iniènz  (i)  che  srusenia  (orna  più 

A  n'  arèn  vuòja  (t)  piò  d'  una  manii. 
Al  turnara  mo  le  balèster  su , 

E  scminzarén  a  tirar  di  pulzùn, 

A  cmod  za  se  suleva  usar  tra  nu. 
Al  darà  fuora  el  pie  e  anch  i  spuntùn , 

E  spid ,  e  roncb ,  e  targ  e  partesàn , 

E  qui  strumlént  che  più  n'  usavo  ensùn. 
A  eminzarèn  a  I2r  del  bla  panzàn , 

GuD  dir:  sta  in  dria ,  stai  ti ,  at'  darò, 

Es  a  n^  ze  petnarén  mo  più  le  làn. 
Mo  con  un  séluòp  s' te  vgniv  dai  si  al  no , 

Ti  psiv  cazz&r  un  passarin  in  sén , 

E  andar  pò  via  a  fSr  al  fatto  tò. 
0  dsén  un  puctìn  qui  cmod  a  farén 

Se  per  sort  i  bandi  viènen  (s)  a  che  (4), 

Con  che  manièra  (tt)  mai  az*  dfindarén. 
Ugnòn  sin  fuzrà  vi  chi  In  za ,  chi  in  le , 

Parch'  lor  aràn  i  s^iuòp  e  nu  negotta , 

E  se  faran  patrùn  d^  tutt  zio  eh'  I  è. 
Al  bosgnarà  (e)  eh'  az'  tulaman  de  sotta, 

Senza  star  a  zercar  se  V  ha  llnzùa  (7) , 

Se  d' zunta  an'  vlén  purtar  la  testa  rotta. 
E  8' al  ]e  parerà ,  iz'  turAn  i  bua  (s)  , 

El  vach,  i  brich,  el  piégor  (e),  e  i  muntùn, 

Al  zes,  la  fava,  al  furméint  e  1  fasùa  (io). 
0  vet  eh'  an'  putrén  far  mo  più  I  pavùn 

Con  i  bla  séiuòp  d' bel  legn  intarsia , 

E  con  tutti  el  bel  ciav  e  1  bla  curdùn. 
Andarén  mo  pr'  I  cbémp  e  pr'  i  fussé 

A  testa  bassa:  an'  farén  più  i  taschèr 

Cmod  a  sulèvan  far  tra  la  brighe. 
Ch'a  In  sulivin  purtar  sotta  i  tabèr  (11) 

Ad  quj  de  disdòt  unz,  e  di  più  curt, 

E  in  le  bisèch  (ift) ,  e  in  la  chèssa  (iz)  dal  eber  (M). 
0  fortuna  crodél],  a  so  s'  t'  azcùrt 

Adèss  i  dient  (ftt),  a  so  s' te  t'  z'  tua  la  forza 

A  so  s'  te  te  zgavàgn ,  a  so  s^  te  t'  z'  art. 

(1)  iDani.  (i)  vuja.  (s)  vèinen.  (4)  ca.  (tt)  manira.  (e)  bsagnari.  (7)  linzù. 
(a) i bù.  (e) pìgoer.  (lo)ftisù.  (ii)tabfir.  (is)  bisàe.  (I8)casstf.  (i^)  car. 
(i«)  dènt. 


DIALCTTl  EmUAill.  39  K 

Quant  In  sarà  d' nu  ch^  livaràa  la  scoria 

A  i  mattar  con  el  brèiz  e  con  el  spali , 

Es  n'  i  valrà  più  che  niasùn  se  sforza. 
L' è  mo  andà  per  nu  egr  Occh  al  ball , 

Al  busogna  de  quest  avèir  pazienzia, 

eh'  al  n'accàd  qui  a  saverla  a  pia  (i),  e  a  cavai. 
A  scn  mo  nad  qui  sotta  a  sV  infulzienzia  (s) 

Al  n'  uccór  mo  a  dir  qui  barba  a  la  zeja  (s) , 

Che  rè  sta  questa  troppa  alta  sentenzia. 
Al  sangv  dì  luoz!  (4)  che  Tè  una  brutta  veja!  (tf) 

Cosa  vUv  più  eh'  a  famen  mo  què  d' fora  ? 

Az'  andarèin  a  arpónder  In  V  V  arveja , 

Za  eh'  voi  acsi  fortuna  traditora. 

(1)  pi.  (s)  influenza,  (s)  zéa.  (4)  tuz.  (s)  vi.  Si  noti  che  la  parola  véja  è 
romagnola. 

1700.  Il  più  distinto  scrittore  bolognese  di  quest'epoca  si  è, 
come  accennammo^  il  rinomato  Lotto  Lotti,  autore  dì  varii  gra- 
ziosi poemetti.  Noi  quindi  non  potevamo  esitare  nella  scelta  ^  e 
porgiamo  ai  nostri  lettori  il  secondo  Canto  del  celebre  poemetto 
scritto  per  la  liberazione  di  Fienna  dall'assedio  dei  Turchi^ 
come  quello^  che  meglio  svolge  T artificiale  macchinismo  del- 
l'intero poema,  e  dà  bastévole  idea  della  maestrìa  dell' autore. 

ARGUMENT. 

M  Diàul  che  sente  gVartlarìe  ruzlur, 
A  8*  fa  alla  fnestra^  es  9ed  i  Ture  arma; 
Macumèt  al  so  die  lu  fa  damar , 
Per  savèr  cos*  è  mài  sta  nwilà. 
MacumH  in  cunséi  la  vói  cantar, 
Es  va  a  prigul  éTwèr  del  staffila; 
Mo  perchè  in  fin  al  trova  un  invenziòn , 
Aie  fatt  un  regàl  dal  re  Plutòn. 

As  sioteva  prufrir  per  tutl  i  là 

Dal  tambór  di  Todìsch  brod  e  pancòtl , 

Es  i  fleva  al  subiòl  la  maitinà  ; 

Al  granava  al  fumar  tutta  la  nott 

Per  mettr  alFordn  al  sbàtter  di  sulda, 

Ch'  cun^ìst  in  ticr ,  cbersènt ,  ruzl  e  pagnòtt  ; 

As  sinteva  zappar  1  minadùr , 

E  rarchbusiér  cunziiva  gP  armadùr. 


326  PARTE  SECONDA. 

Al  campanàr  suniiva  la  slremìda. 
E  i  buò  tiràvan  fora  Tartlarìe, 
Al  mess  andava  in  volta  con  la  criila 
Ch'  clamava  I  fant  e  la  cavallarìe , 
Es  bsgnava  andar  senza  clamar  afTìda , 
E  pàdr  e  duo  e  Stvanin ,  barba  e  fradìe  ; 
Insomma  V  era  un  strèpit ,  V  era  un  class , 
Gh^  da  un  co  alP  alter  dal  mond  s^  slntè  al  fracàss. 

Glust  cmod  a  s^  seni  d' in  ciel  qui  lò  da  nù, 
Gm^  al  vien  un  qualcb  scruènl,  tirar  al  tron , 
Acsì  sia  vèraia  quand  la  /ù  slntu 
In  t*  al  zéntar  dia  terra  da  Plutòn , 
Al  sii  un  poc  inurchi  qual  beco  cornù , 
PÒ  miss  la  testa  fora  dal  fnestròn , 
E  quand  al  vist  al  pòpol  d*  Macumet , 
Dair  algrezza  ai  scapò  per  dsotta  un  pel. 

Mò  questa  fu  una  sloffa  csì  putént , 
Ch'  la  fi  stuppàr  al  nàs  a  qui  puvrìt 
In  sinlirs  azuntàr  dùia  al  turroént; 
E  a  Belzebù,  ch^  I  aveva  al  nàs  Indril, 
A  si  vultò  Plutòn ,  e  in  r  un  mnmént 
A  i  diss,  eh'  al  prefundàss  In  zò  pr^  al  drit 
A  Clamar  Macumèt,  cb^  in  balatròn 
Dal  filatùi  di  Turch  volta  al  rudòn. 

Appena  al  P  ev'  inlés ,  eh'  al  mostf  urrènd 
S**  lassò  andar  a  co  fitt  In  V  al  prcfònd  ; 
E  s' i  diss:  Macumèt,  lassa  ^1  facènd  , 
Vien  da  Plutòn ,  fa  prest,  tuot  qui  d' infond. 
Al  sii  un  poc  incanta  tra  lù  dscurènd , 
Pinsànd  s^  V  aveva  da  turnàr  al  mond  ; 
E  pò  arnunziò  la  roda  a  un  luterà n , 
E  a  vgnir  sii  Belzebù  I  deva  la  man. 

MÒ  al  pòver  Macumct  a  n'  fieva  pass 
Ch^  an^  maldiss  con  al  scal  anch  i  piruò; 
As  i  attaccava  ai  pie  di  magaràss 
E  di  scrpicnt ,  ch^  a  flevn  dir  taruò  ; 
E  ben  e  spess  al  fèn^  turnàr  a  bass  ; 
Mò  quand  al  DiànI  dis  eh'  a  n*  è  di  suo , 
E  eh'  al  passa  per  cmand  dal  re  Plutòn , 
Ij  fan  larg  perch'  V  è  Torden  dal  patron. 

Quand  voi  al  Diàul ,  Infln  V  arriva  dcò , 
E  prima  d' lassàrs  vedr  al  re  dr  infèrn , 
As*  meli  i  ucciài  e  s' pètna  ben  k  co. 
Al  zicla ,  es  e  in  V  al  fuog,  es  n'  e  d' invèrn , 


DIALETTI  r.MILIAM.  MI 

Per  pora  eh'  V  ha  ch^  a  n'  sie  alla  pena  so 

Azuntà  dal  daffar  in  sempKèrn  ; 

Mò  per  purtarla  vie  con  dsinvoUura, 

Al  s' inzegoa  d'  star  sod  in  positura. 
Plutòn  i  dà  dMuntan  un' ucciadina , 

Pò  i  segna  con  al  sètter  eh'  al  s'accosta; 

L'  avanza  i  pass,  mò  con  la  testa  china 

Es  na  s' attenta  a  Gir  la  fazza  tosta  ; 

In  fln  a  i  va  dininz ,  e  pò  s' inchina , 

Pinsànd  d'  avèm*  aver  una  battosta  ; 

MÒ  quand  al  ved  eh'  Plutòn  vieu  vie  mulsìn , 

Al  fa  la  bocca  d'  ridr,  es  tra  un  risìn. 
Allora  al  Diaul  i  dis  :  A  vrè  savér 

Per  eh'  la  to  setta  è  fuora  In  camp  arma  ; 

r  è  da  far  ben,  di'  su  ;  mò  dim  al  ver, 

S*  ha  d' alluzar  di'  i  anma  purassa? 

L'arspònd  al  die  di  Turch:  Mò  n'èl  al  dver 

Ch'  mi  la  dscorra  cum  Vostra  Maestà 

Cun  rè?  mò  am  par  eh'  al  sippa  nezessari 

Ch'  oda  i  cunsiér  e  I  suo  referendari. 
L' arspònd  Plutòn  :  Adèss  ai  fo  éiamàr. 

E  ménter  eh'  dal  Cunsèi  s' avr'  al  salòn , 

A  far  vgniri  al  spidìss  un  cavallàr  ; 

Quest  vola  per  eia  stra  eh'  a  s' va  al  sfondriòn  , 

Dov  i  tiènin  la  carta  e  al  calaroàr  ; 

Es  i  trova  cb'  i  tiènin  concluslòn  ; 

Al  la  dfend  in  s' la  cattedra  Calvin 

Tutt  arrabià  centra  Lutèr  Martin. 
Mò  r  Deità ,  eh'  assisto'  ai  argumiènt 

E  eh'  decìden  sigònd  la  so  dutrina  , 

Quand  1  sènten  quàl  mess,  eh'  fuora  di  dient 

I  dis,  ch*  i  làssn' andar  da  grand' arvlna, 

E  eh'  i  córn'  al  salòn  di  cunsiamiènt 

D'órden  drillùster  Maiestà  Diaulina, 

Chi  tra  vie  la  cariega  e  chi  al  scranin , 

Chi  dis  quattr'  in  vulgàr,  e  chi  in  latin. 
I  van  a  veder  s' i  alter  s' hin  ardùtt 

In  bravarle  pr  andar  vers  al  Cunsèi, 

E  s'  i  tròven  eh'  hin  giust  insèm  li  tutt 

Ch*  i  slan  asptandl,  es  fan  di  maravèi 

Per  eh'  1  han  péra  eh'  n'  1  sie  quàich  cosa  d'  bruti 

Vdend  alzirìr  con  i  turmiént  a  l' vei  ; 

E  csi  chcrdènd  d' intrar  in  d' imbaràzz , 

Pinsandi  séra  i  van  fina  a  Palàzz. 


598  PARTE  SECONDA. 

AI  bisbl]  t  Tarmòr  èran  sì  grand, 
eh'  era  li  in  t^  al  luzòn  e  per  la  scala  , 
Dov  mett  al  scaicb  con  al  basiòn  da  cmand 
La  zent  in  rega  eh'  a  Plutòn  fa  àia  , 
Ch'  Pera  una  cosa  d"* andar  vie  biailmànd  : 
Mò  s'  ni  i  lio  mo  da  dir  e  quanta  e  qnila 
Era  la  lent  eh'  va  inànz  al  trentapara , 
An'  so  s' arò  la  vena  o  (orbda  o  dira. 

Musa,  n'm'abbandunar,  slam'  a  gallón  , 
E  vola  al  cardinzòn  dai  instrumiént , 
E  dstacca  con  la  cloora  al  callsón  , 
A  quella  fai  la  punta ,  eh'  senta  stiént 
A  psan  sunar  d' accòrd  ;  e  in  conclusión 
Ajùtni'  a  dir  del  pòpol  dai  lamiénl 
La  maniera  e  al  curtèzz  cb^  I'  adrova  quand 
S*  fa  in  Ila  gran  sala  al  rezimént  più  grand. 

I  prim  andar  inanz  èrn'i  trumbitta, 
E  r  tromb  érin  furmi  con  di  znccón , 
eh'  nassn  là  int'  al  zardin  dia  zent  afflitta  ; 
Al  guardi  bln  i  sigànd,  cV  portn*  i  spuntóo  , 
E  spid  e  spad  e  la  lamharda  dritta, 
Per  tgnlr  indrie  la  zent ,  eh'  corr  a  vajón  ; 
Es  han  una  livrè  fatta  In  s' al  tlar 
Urdi  d*  lusèrt,  e  tsà  d'ranuòd  amar. 

A  quisti  al  seguitava  al  bariseli 

Con  I  sbirr,  e  al  canzlièr  eh'  guarda  la  piazza  , 

MÒ  perch'  za  V  hav  dal  pist  da  quest  e  quell 

Al  saluta  la  zent ,  es  a  n'  strapazza  , 

Es  porta  sempr*  in  man  al  so  eapèll  ; 

L' ha  in  t'  1  oò  qiiàl  cassar  eh'  sempr'  arvina  miiàzia  ; 

L'  ha  in  somma  In  ment  la  botta  dal  zucchèt . 

Es  8'  arcorda  al  nigozi  dal  lucchèt. 

La  quarta  ruga  hin  tutt  i  stafflèr 
Con  la  livrè  dia  Cort  d'un  passaman, 
Ch'  è  d' penna  d' anghiròn  e  d' tparavièr  ; 
Al  fond,  è  un  cert  drughèl  d' lana  d'  quàl  fan 
Ch'  sta  alla  porla  d' quel  luòg  con  tre!  vislèr  ; 
Dop'  a  clòr  al  vien  un  eh'  ha  dritt  in  man 
DI'  adanna  Pnplazìn  al  Cunfalòn  , 
Con  Tarma  dplnta,  o  sie  al  furca  d' Plutòn. 

Qui  vien  con  al  cnlèz  tutt  i  dutùr  . 
I  pràtich  con  i  rolédg  e  i  avocàt , 
E  1  nudir  con  i  suo  procuradùr  ; 
I  sustitùt;  rhe  n'in  mo  tant  ingrat. 


DlALCm  BUILIA^I.  510 

Dan  la  min  dritta  ai  ralliiitadùr; 
Dri  a  quj  la  nobiltà  eoo  al  senat 
Vien  con  ponpa ,  e  dop  tor  qaj  ch^  fan  dal  mal , 
Idest ,  al  zniè,  e  la  aeni  dal  crlmlnaL 
Vù  cb'  sinti  qnd  eh'  a  dig ,  s'a  psiasl  vder 
r  abitìn  e  gP  osanz  d' qnil  bel  paiét , 
Cert  dlrissi  ch^  1  fan  al  so  dover , 
B  eh'  i  han  dia  bòrU  d*drì ,  e  eh'  i  fan  di  tpet; 
Là  i  sari  n'  roben ,  es  diseo  sempr  al  ver  ; 
E  a  trovar  a  gr  oaanz  an**  I  è  Franait 
Ch'  I  possa  tor  la  man  ;  né  carasUè 
t  in  r  agr  ùrèe  al  oiang ,  e  al  searp  ai  pie. 
Chi  indòss  porta  una  vesta  d' tela  d'  r&gn  ; 
Chi  è  vstì  con  una  seona  d' un  serpènt; 
Chi  ha  una  scuffia  dia  peli  d' un  barbaiagn  ; 
Chi  d' vipr  ha  la  pirocca ,  e  chi  ha  in  s' al  ment 
Una  barba  eh'  s'  rad  sol  con  piomb  e  stagn  ; 
Chi  porta  r  àbit  dal  più  strett  parènt  ; 
Chi  d^  un'  ors  porta  indòss  la  bratta  peli  ; 
E  chi  s' cniòv  con  dii  ali  d' palpistrell. 
Chi  ha  la  giubba  arcami  d' blas  e  d' searpiùn  ; 
Chi  ha  in  s*  la  testa  per  bretta  un  basalìse , 
E  puoc  I  n'  è  eh'  a  n'  porto  In  s' i  libón 
D'  qui  brutt  usiè  eh'  a  n'  s'  ponn  ciap&r  al  visc  ; 
Dal  rest  i  n'  ùsan  né  calsèit,  ne  schfun , 

E  stan  con  al  dnzàl  acsì  in  s'  1  friso. 

Mò  am  perd  int'  al  i  usanz  «  es  an'  m' areòrd 

O*  andar  innana  con  quj  eh'  a  sèn  d*  aceòrd. 
Qui  dop  al  mèster  d'  Càmar  Rabuìn 

Al  vien  dil  caus  aijùdiz  Radamant, 

E  Macumèt  s' i  è  za  acusta  da  vsin , 

Cb'  al  va  infurmànd  dia  mossa  d'  qui  furiant  ; 

Un  diàul  rumagnòl ,  eh'  tien  al  bertìn 

Dal  patron,  va  cridànd:  7Vaiì  da  cani 

Da  ^jw  pieolt  eh*  l*è  qui  el  no9i  paltò 

Ch*  a»'  iultinè$t  Itili  quent  el  $ò  saio. 
Veramènt  al  cridava  con  rasòn  , 

Ch'  is'  tulissen  dinanz  alla  sfangàia , 

Perch'  al  re  n'  inspurcats  qual  bel  rubòn 

Ch'  fu  cusi  con  dal  sedei  d'una  tròia; 

L'aveva  in  man  al  sètter,  ch^  è  un  bastòn 

Ch'  pareva  ai  mattarèl  da  fir  la  spula  ; 

Mò  per  compir  la  cosa,  l'ha  In  s'Ia  gnucca 

D*  blM  anzi  fati  a  rizz  una  pirncca. 


330  PARTE    SECONDA. 

I  avèvn''za  dà  alla  polvr  ai  archibanc, 
E  la  sedia  d'  Plulòn  miss  a  so  luog, 
Ch'  i  prim  èri)  arriva  a  pussàr  al  flànc , 
E  in  aspttarl  al  pare  d' essr  In  V  al  fuog; 
Tant  i  fieva  dvintàr  la  granda  mane , 
Perch^  r  era  tard ,  es  era  air  ordn  al  cuog  ; 
Mò  oiènter  eh'  is'  lamcntn,  a  s^  od  la  piva 
E  i  curnit ,  eh'  bin  al  segn  eh'  l' è  lù  di'*  arriva. 

Apenna  eh'  V  è  arriva  dia  sala  in  s'  V  uss , 
Is*  lièven  tutt  In  pie  con  un  fracàss , 
Ch'  chi  li  udìss  sulamènt ,  e  lì  n'  i  fuss , 
Al  dire,  eh'  r  è  un*  asnar  con  di  asn  un  squass  ; 
I  chìnin  tuU  la  testa ,  es  viènin  russ. 
Fin  tant  eh'  al  sled  in  s' la  cariega  d*  ass  ; 
E  quand  la  porta  al  purtinar  ha  srà , 
Ch'  i  s'metn  a  seder  sùbit  ai  ha  zgoa. 

E  tutt  s^hin  là  sburga  ch'ai  cmenz  a  dir: 
I  mie  fluò ,  a  i  è  un  gran  strèplt  su  in  s' la  terra , 
Ch'  vuol  cavar  da  qualcun  crid  e  suspìr  ; 
Macumèt  lù  v'  dirà  cos'  è  sta  guerra  ; 
E  sol  per  quest  ai  bó  éiamà  i  cunsijr  , 
E  tutt  vù  àltr  eh'  si  qui ,  dove  s' asserra 
I  secret  e  i  fatt  mie,  eh'  in  decretar 
Sol  al  vóstar  parer  vui  adruvàr. 

E  chi  savrà  truvàr  un  miór  partì 
Cir  sippa  per  appurtar  utl'  al  nost  rcgn , 
Subitamènt  la  pena  i  frò  alziri , 
si  che  al  bisogna  eh'  aguzza  l' inzègn. 
E  quand  sta  filastrocca  Tha  finì, 
As  volta  a  Macumèt  con  fari  segn, 
Ch'  al  cmenza  mò  a  cuntàr  zò  alla  sfila 
Cos'  è  sti  arm  ,  cos'  è  st' vlupp ,  cos'  è  sti  età. 

Macumèt  bassa  i  oò ,  livànds  in  pie , 
E  attórn  attórn  al  fa  la  riverenza; 
PÒ  cmenza  vers  Plutòn  :  Za  eh'  vusgnuriè 
Voi  savèr  quel  eh'  V  ha  vist  in  apparenza , 
Mi  i  dirò  l'esscnziàl ,  perchè  cui  zniè 
In  tutt  i  suo  intirèss  a  n'  fan  d'  mi  senza , 
S'  ben  sta  volta  eh'  in  fora  am  maravèl , 
Perch'  an'  jè  sta  dal  tutt  al  mi  cunsèi. 

Al  srà  un  mes ,  eh'  al  muftì  dalla  mescbitta 
Una  littra  m' spldi  zò  in  balatròn  , 
E  con  premura  granda  al  l' bave  scritta 
Digànd  con  fundamènt  la  nò  rasòn  ; 


DIALETn  EMILIANI.  351 

E  per  n^  la  far  d^  caprili ,  e  fatta  e  ditta , 

Al  zercàva  d' sintlr  la  mie  opinion  : 

Mò  al  tenór  a  dirò  sol  lò  alla  dstesa 

Perchè  da  tult  la  sippa  mij  intesa. 
Donca  al  scrive ,  eh*  i  Turch  vièvan  purtar 

La  guerra  a  Uupòld  impiratòr  , 

E  eh'  1  vièvan  la  pàs  con  lù  guastar  ; 

Ho  per  quànt  pare  a  lù  eh*  i  èrn  in  erròr , 

Per  eh'  i  s*  èrn*  attacca  sema  pinsèr 

In  s' una  bava  d*  ragn  ,  eh' un  gran  dsunòr 

I  pseva  parlurìr  in  fin  dal  latt, 

E  eh*  al  cgnusseva  eh**  1  èrin  da  In  t*  al  matt 
E  eh*  pertiint  1  l' avévn*  Interuga, 

Cmod  è  al  sòltt,  s*  i  arèn  avù  vittoria , 

MÒ  per  eh*  al  vdeva  eh*  1*  iera  mal  pinsa , 

L' arspós  eh*  an*  f  psè  dir  nijol  a  mimorla , 

Fin  eh'  an*  ave  in  insunni  a  mi  parla  ; 

E  eh*  lù  zercàva ,  per  finir  1*  istoria , 

Da  mi  eumpéns,  s'al  s*avè  fora  d*ascóndr, 

0  al  fin  di  fin  cosa  Tavè  d*arspòndr. 
Mi  eh*  a  m'  pars  un  gran  che  a  rompr  una  pas , 

Quand  ai  av  lièt  la  littra  a  m*  incantò , 

Cosa  eh'  a  tutt  fare  affilar  al  nas. 

E  CSI  al  muftì ,  eh*  durmeva  mi ,  vulò 

Con  eia  putenza  eh'  a  n*  è  fatta  a  càs , 

Mò  eh*  fra  I  turmiènt  sa  vusgnorlè  m'  duuò  ; 

E  dop  eh'  ai  aV  uni  *l  fantàsm  a  lett , 

Ai  cminzò  a  dir  quel  eh*  am  sinteva  al  pett. 
Ai  diss  :  Muftì ,  la  pas  è  un  oert  ligam 

Ch*  n*  è  fatt  né  d*  ref ,  né  d*  seda ,  ne  d*  bavella , 

S*  ben  1*  è  fazii  d*  lassars  più  ch*  a  n'  fa  al  stàm 

In  st*  pòpol  ch*  voi  anco  muniar  in  selki  ; 

Però ,  muftì ,  la  pas  ti  sa  s*  al*  am 

Quant  a  fieva  in  guazzèt  la  curadella; 

Arspondl  pur ,  cm'  1  emenzn  andar  de  st'  pass, 

Ch'  i  vgnaràn  ali*  inzò  tutt  in  scunquass. 
Macumct  tutt  calòr,  tutt  in  facenda 

Vleva  dir  alter  eoss ,  mò  Radamànt 

Salta  su  in  mezz  con  una  vos  tremenda , 

Es  dis  :  Vostra  Maestà  supporta  tant  ? 

An*  i  è  za  quj  ch*  ascolta  ch*  a  n*  cumprenda , 

Quànt  Macnmèt  sippa  dvinta  furiant,     • 

An*  voi  eh'  s*  rompa  la  pas,  ne  ch*  s*  catta  brig  ; 

E  pur  senza  la  pas  1*  è  in  ca  dal  nuiig. 


553  PARTE  SECONDA. 

S' i  Ture  in  guerra  a  n'  cuija  su  al  malànn , 
S' in'  viènin  abitar  qui  zò  da  dù  , 
Quesr  è  ceri  eh'  Macumèt  è  al  nòster  dann , 
Per  ch'ai  cunsiò  all'arversa  al  turlurù: 
E  pur  sM  andàsscD  soli  a  Vienna  st'ann , 
I  vgnarèn  pur  qui  a  dir  ;  la  diss  ,  la  fu  ; 
Perchè  là  cV  alter  popi  ha  una  ceri  forza, 
Ch'  anch  del  volt  con  i  sign  nù  alter  sforza. 

A  està  bsogna  duoàri  un  tientamènt 

Ch^  l' impara  d'adruvàrs  per  nòster  cont , 
Perchè  lù  sol  pò  far  con  la  so  zen t 
Guadagnar  di  quatrìn  al  pass  d' Carònt  ; 
Gran  Sgnor ,  pinsai  pur  ben ,  e  tgnìvi  a  ment , 
Per  eh'  r  a  n^  è  cosa  da  mandar  a  mont  ; 
Anz  che  s' adèss  da  vù  n*  fuss  castiga , 
La  passare  in  abùs  in  verifa. 

Macumèt  cmlnzò  arspóndr,  es  dava  bel 
A  tor  la  man  a  eP  alter,  mò  in  scalmana 
Al  salta  sii  Plutòn:  Mò  eos^è  quell? 
Siv  fors  dvinta  duo  scartassìn  da  lana  ? 
Dsmiltì  un  pò  d' litigar  ,  e  a  n'  fa  fiazèll , 
Per  eh'  mi  la  cosa  intènd  cun  l'è  alla  plana; 
E  s' Macumèt  sta  volta  ha  fatt  un  fall , 
L' ara  per  l>enemèrlt  un  cavali. 

Za  hin  fora,  e  per  nò  l'è  squas  sicura  , 
eh*  as'  mandaràn  di  spirt  eh'  sann  al  fatt  so 
A  cazzar  in  scunquàss  l'architettura 
Ch'tra  l'un  e  l'alter  popi  a  s' preparò. 
Macumèt  salta  su  digànd  :  L'  è  dura 
Da  rusgir;  quànt  al  mod,  mi  n'  v'insgnarò. 
Mò  s'a  vii  eh' a  via  diga  emod  s' pò  far, 
La  cosa  dal  cavali  va  lassa  andiir. 

Squizimbraga,  un  duttòr  ch'in  t'un  cantòn 
Stieva  infustì  e  incanta  a  sintìr  al  tutt , 
Al  munto  dritt  in  pie  su  in  s' al  balcòn , 
E  per  mustrìir  eh'  fra  i  altr  al  n'  i  era  mutt , 
Sgnori  (al  dis),  Macumèt  è  un  cert  inzgnòn 
eh'  sa  egnósser  la  panzetta  dal  persùtt; 
Però  s'a  fuss  In  vù  ai  perdunarè, 
E  al  so  pinsièr  vluntiera  a  sintirè. 

Da  gusl  a  Squizimbraga ,  diss  al  re , 
E  sten  a  udir  qualeh'  altra  bstialita  , 
Cun  st'  patt  però,  eh'  s' al  parli  bon  a  n'  è 
S'  tramuda  quel  caviiil  in  bastonii. 


DIALETTI  EMILIANI.  555 

Am  cuntènt,  am  cuntènt,  mò  si  alla  fé; 

Dis  Macumèt;  e  s'  vostra  Uaestà 

Vrà  applicar  a  tutt  quel  ch'a  io  In  la  testa, 

Sicuramènt  per  Uè  s' farà  la  festa. 
Perchè  da  tutt  al  dscors  fu  assà  gradi , 

Ai  fu  dà  facuHà  ch'ai  dsiss  pur  su; 

E  per  sbrigarla  al  cminzò  a  dir  acsi  : 

A  i  è  tra  gi  Impiriàl  un  tal  ch'a  nù 

Porta  assà  devoziòn^  es  è  al  Teklì; 

Ai  n'è  un  alter  eh' è  poc  ch'a  1'  ho  cgnossù, 

eh'  a  m'  porta  grand  affèt ,  es  è  al  Budiàn 

Ch'  per  serviz  quest'  è  al  brazz,  l'àltr'  è  la  man. 
A  cstòr  cazzai  intòrn  un  diàul  pr  on 

Ch'  i  smanezza  cmod  s'  fa  un  Pulicinelia, 

Ch'  a  vdrì  s' as'  impirà  al  mi  sfondriòn  ; 

E  fa  eh'  i  siè  duna  un  pò  d'  gabanella, 

Ch'  a  vdrì  pò  s' T  è  cattiva  la  rasòn  ; 

Fa  in  mod  e  ch'I' un  e  l'àltr  ai  suo  s'arbella, 

Ch'  i  sran  la  vera  causa  eh'  populà 

Srà  qui  l'eterna  stanza  di  danna. 
Con  i  Csliàn  za  an'  iè  dsegn,  perch'  la  so  fed 

1  fa  andar  all' Insù  ;  mò  a  so  sicùr, 

Ch'  i  nostr  in  guerra  n's'  cavaràn  la  sed, 

Es  armagnràn  al  fin  di  Un  al  bur, 

Perch'  an  s' dà  esempi  eh'  sie  tira  alla  red 

CI' alter  pòpol,  cm'  a  Iè  ch'arbàtt  al  mur 

Con  i  calz  air  indriè ,  eh'  !'  è  glust  allora 

Ch*  al  gran  Die  eh'  z'  fa  trmàr  I  aiuta  agnora. 
Al  dis  ben ,  al  dis  ben ,  tutt  a  una  vos 

Crida  al  Cunsèi  ;  e  al  re  sùbit  dà  ordn 

A  Radamànt  ch'ai  vola  là  d'ascòs, 

E  per  métter  dal  camp  tutt  In  disòrdn, 

eh'  al  tuoga  sleg  un  diàul  presintós 

Con  un  cumpagn,  ch'I  vaghn,  e  ch'in  s'al  dscordn, 

eh'  lù  incanta  insomma  gì'  àrm  In  t'  I  cunflìlt, 

E  eh'  i  alter  s' cazn'  In  corp  ai  duo  za  diti. 
E  a  Macumèt  per  prèmi  fu  dona 

Un  furcà  antìg  antìg  eh' fu  za  d'PIutòn. 

Quànd  d'  Prusèrpina  V  iera  innamurà  , 

Per  fàrs  in  scrann  da  sedr  in  balatròn; 

Csi  qui  fumi  al  cunsèi ,  e  zò  alla  dsprà 

Cors  i  diàul  a  so  luòg;  mò  l'upiniòn 

Perche  la  cres  in  mi  d' furnìr  st'  puemma  , 

La  voi  eh'  am'  posa  un  poc  pr  andar  con  flemma. 


534  PARTE    SCCO.NDA. 

4  750.  Fiorivano  sulla  metà  del  passato  sècolo  le  tanto  cele- 
brate sorelle  Maddalena  e  Teresa  Manfredi,  che  precìpuamente 
cooperarono  all'  illustrazione  del  nativo  dialetto.  La  loro  tradu- 
zione del  libro  napoletano  Cuìito  de  li  Cunti  è  meglio  atta  di 
qualunque  altra  produzione  a  somministrare  un'  idea  precisa  della 
natura  della  lingua  bolognese  d'  un  sècolo  fa ,  essendo  scritta  in 
prosa.  Per  mala  sorte  le  Novelle  ivi  racchiuse  sono  alquanto 
insipide^  e  non  hanno  altro  scopo,  dopo  quello  di  ingannare  la 
noja  delle  lunghe  sere  invernali  ;  noi  perciò  ne  abbiamo  scelto 
quella  che  ci  parve  meno  stucchévole ,  come  saggio  di  lingua  ; 
e  poiché  la  pùbblica  opinione  suole  comunemente  attriljuirc  alle 
stesse  Manfredi  la  graziosa  e  rinomata  Canzone  per  ahhrucctare 
la  vecchia  a  nwzza  quaresima,  abbiamo  giudicato  opportuno 
inserirla  in  questo  luogo  come  saggio  della  letteratura  popolare 
di  quel  tempo. 

La  Fola  dia  Fiala. 

Ai  era  una  volta  un  om  eh'  aveva  trci  fioU,  e  lù  aveva  noni  ColaAgiièl; 
i  nom  di  fioii  èrn  quistl:  Rosa,  Carotala  e  Viola.  La  Viola  era  la  più  pznina; 
niò  r  era  osi  slrampalamènt  bella,  ch^  V  zenl  s*  nMnnamoràvn  sol  a  vderla. 
Fra  i  àltr,  eli'  cascàvn  mort  d'  amor  pr  Ij,  ai  era  Zullòn,  eh'  era  al  fio! 
dal  re,  al  (|uàl  era  in  pè  d'ammallìr.  Qucst,  agn  volta  eh'ài  passava  dnànz 
alPuss  d'sti  ragazzi,  al  s' fermava  in  Ila  slrà  a  diri  evcll,  perchè  al  la 
vdeva  ii  in  V  T  àndil  con  gli  àltr  sòu  sorèl  ch'lavuràvo  lì  zo  Teslàd  ;  e 
CSI  donca  agn  volta  al  dseva:  «Bondi,  bondì,  Viola»;  e  Ij  i  arspondeva  : 
(«  Bondi ,  fiol  dal  re  d' sta  zitta  ,  a  in  so  più  d' tj  purassà  *».  A  quegP  altr 
suròll  mò  ai  dspiaseva  ,  es  i  dsèvn:  «  Oh  t' jè  pur  pò  la  gran  zufTona  mal 
crea ,  nù  z'  maravjèn  :  ti  t'  vù  eh'  al  prènzip  s' la  liga  al  nàs  ,  e  eh'  al 
z'  daga  al  malàn  f\  Mò  la  Viola  n'  1  badava ,  es  tirava  innanz  al  fatt  so. 
Cosa  fin  lor  quand  1*  visin  eh'  la  (ava  gP  ureo  iV  mercadiÌDt  ?  gf  andòii 
a  dir  a  so  pàdr:  «  Oh  pa,  T  ha  d'  saver  eh'  la  Viola  è  taut  sfazza  e  rubc- 
sta  ,  eh'  r  arspònd  sèmper  con  un  argùi  al  prènzip ,  em'  ai  dis  evcll ,  eh' 
gnane  s' al  fuss  so  fradèll ,  nù  n*  z'  aspètn  àltr,  s'  n'  eh'  un  dì  i  scappa  la 
pazìnzia,  e  eh*  às  metta  a  tar  di  pladùr,  e  eh'  a  buseàmn'  anca  nù  'oh'  n* 
n'  avèn  colpa  d' ngotta  ».  Su  pàdr,  eh'  era  un  om  d'gran  judizi..  pr  cavarla 
d*in  eà,  al  la  miss  con  una  so  zè,  eh'  ave  noni  Cucca  Panella,  es  i  dìs  .. 
eh'  d'  grazia  la  tulèss  sta  ragazza ,  eh'  la  i  are  lavurà  pr  Ij ,  e  eh'  la  i  fis 
mò  st*  servizi.  Al  prènzip  mò,  eh'  seguitava  a  passar  pr  da  strà  ,  o  eh'  i\> 
vdeva  più  la  Viola  ^  al  fi  di  coss  di'  àttr  niond  ,  e  tànt  andò  dmundànd  :ìì 
vsin ,  e  eercànd  d' Ij ,  eh'  ai  fu  pò  dit  dov  la  stèva ,  e  in  cà  d'  chi   1'  era 


DIALETTI  EMILIANI.  35tt 

capita.  Quànd  al  sav  sta  cosa,  Pandò  a  truvar  sta  veccia,  es  i  diss:  «  Ma- 
donna, za  a  savi  chi  a  soq,  quest  basta  perchè  Intiodàdi  eh'  s' am*  fari 
servizi ,  biada  vù ,  an  v*inaiicara  mal  più  ngotta  "•  La  Cucca  Panella  arspòs: 
M  Mò  pur  ch^  a  sìppa  bona,  ch^  al  cmanda  pur  ".  Al  prènzip  dìss:  «  Mò  mi 
n^  vui  altr  da  vù,  s' n^ch'am  lassàdi  vder  vostra  nezza,  ch'ai  vui  parlarvi. 
M  Mò  mi  (Ij  soggiùns)  pr  servìrl  al  pinsarò  ;  mò  eh'  T intenda  ben^lustrìssm, 
eh'  an'  vui  eh'  la  ragazza  s'accorta  eh'  ai  tign  d'màn  a  lù,  perchè  an  n'ho 
bisògn  eh'  vaga  fora  sta  ciàcciara,  ch'ai  l'ho  lassa  vder,  si  ben  eh' a  so 
eh'  la  n'  voi  àltr  eh'  parlari  :  ch'ai  fazza  donca  est,  eh'  al  vaga  zò  qui  In 
sta  stanziola  eh' guarda  in  t' l'ort,  e  mi  plarò  scusa  con  la  Viola  d'  vier 
cvell ,  eh' sj  li  zò,  es  i  la  mandare.  Quand  al  prènzip  sinti  la  nova, an' fu 
ne  mut  né  sord,  al  s'andò  camminànd  a  star  li  zò.  La  veccia  piò  scusa 
eh'  l' ave  bsogn  dal  pass  pr  msuràr  dia  tela,  es  diss  alla  tosa  :  u  Cara  ti. 
Viola,  (am  servizi  d'andar  zò  a  tor  al  pass,  eh' a  vui  eh'  a  msuràmn  sta 
tela  ».  Sùbit  la  Viola  eòurs  zò  in  tla  stanzia  :  quand  la  fu  li,  l'ha  vist  l'a- 
mìgh  zrisa ,  eh'  i  eminzò  a  far  curtisj  ;  mò  Ij  sguilò  vj  cm'  una  luserta , 
es  t'  al  piantò  li  tutt  arrabi.  Quand  la  veccia  l'ha  vist  tumàrsùcsi  presi 
con  al  pass,  la  s'immazlnò  eh'  al  n'aviss  avù  temp  d' parlari ,  es  turno  a 
dir  :  «Oh  Viulina,  a  vré  eh'  t' turnàss  zò,  e  eh'  t*  m*  portass  quài  gmissèl 
d' rev  griz  eh'  è  in  s'àl  tulir  >).  La  Viola  turno  zò,  la  tois  al  rev,  es  turno 
a  piantar  al  prènzip.  Qui  la  veccia  s'arrabbiava  a  vderla  turnar  su  acsi 
prest,  eh'  la  capeva  eh'  quàl  sgnor  ni  pseva  parlar.  La  turno  a  mandar 
zò  la  Viola  una  bona  volta,  dsendl  :  «  Mò,  flola  mi ,  mi  am'dspiàs  d'man- 
dart  tànt  inànz  e  indrj ,  mò  sti  diàul  d' sti  zesùr  n'  tajin  brisa  ;  mi  vrè 
quelli  eh'  in  zò  sotta  al  sdàz  ;  cara  ti ,  famm  anc  st'  servizi ,  prchè  mi  n' 
poss  (ar  a  mane  n.  La  Viola  andò  zò ,  e  d' beli  nov  al  prènzip  av'  la  terza 
ripulsa.  Quand  la  ragazza  fu  su,  sùbit  la  lajò  con  l' zesùr  un  pzòl  d'urec- 
cia  alla  veccia  digàndi  :  u  Tuli ,  ziina ,  d' vostra  fadiga,  eh'  am'  avj  manda 
tant  volt  zò  da  quàl  sgnor ,  quest'  è  in  scambi  d' sinsalàri ,  perchè  ago 
fadiga  merita  premi  ;  anzi  eh'  V  are  bsogna  eh'  av  aviss  anc  taja  al  nas  ; 
mò  an' senti  rissi  piò  la  gran  puzza  eh' mena  i  vostr  vizi:  oh  questi  hln 
vcen  da  cunsignari  di  zovn  !  mò  sta  mò  a  vder  s' am  la  cui  '».  Es  andò 
a  ca  d'  so  padr,  e  la  veccia  armàs  con  un'  ureceia  smuzgà.  Al  prènzip  era 
arrabbia  com'  un  Ture,  perchè  la  cosa  era  andà  mal.  Quand  la  ragazza  fu 
a  ca,  la  turno  a  lavrar  In  t' la  loza;  e  lù  puntual  turno  a  dar  1'  volt  eoo 
la  sòlita  cantilèna:  «<  Bondi ,  bendi ,  Viola  »*;  e  Ij  con  ci'  altra  :  u  Bendi  y 
fiòl  dal  re  d'  sta  zitta ,  a  in  so  più  d' ti  purassà  ".  L'  sòu  surèll  battèvn 
fug,  chMa  i  pare  tànt  la  gran  mattiria,  es  s'accurdòn  insèm  d' far  in 
mod  eh'  la  s'  I  dsicavàss  d' tra  I  pj.  Sti  donn  avèvn  una  fnestra  eh'  guar- 
dava in  t'  un  ort  d'  1'  om  salvàdg  ;  cessa  finn  lor  ?  L' s' lassòn  cascar  a 
posta  no  maratèl  d'eurdonzin  che  gli  adruvàvn  da  perfilàr  un^ttanlèr 
alla  rg Ina.  Cmod  a  dig ,  st  fagòt  d'  perfil  fu  tratt  zò  a  posta  dia  fnestra, 
la  qual  era  d'una  gran  altezza  pr  arrivar  zò  all'ori.  L'scminzòn  pò  a  far 

2» 


356  PARTE  SECO'^DA. 

Tlsta  d'essr  tutt  dsprà  ,  es  cminzòn  a  dir:  «  Ob  povretU  nù;  mò  cmod 
(arèmia  eh'  az  è  casca  st'  curdòn  ,  es  n'  prén  finir  a  temp  al  pettanlèr  dia 
rgina,  eh'  bsò  eh' la  l'ava  pr  dman  d' sira?  Al  voi  bagaar  eh'  la  Viola , 
eh' è  la  più  alzira  d'  nù,  s' lassa  mandar  zò  con  una  curdslna,  eh'  nù  la 
tgnarèn  soda,  e  IJ  tura  ài  curdòn».  La  Viola,  ch'l'vdeva  esi  aceuri,  s'i 
accumdò  sùbit,  e  lor  i  ligòn  una  corda  a  travèrs,  es  la  mandòn  zò  dia 
fnestra,  e  pò  quand  la  fu  zò,  1  lassòn  la  corda,  e  Ij  armàs  li  senza  psèir 
più  turnàr  a  cà.  In  t'  Tistéss  temp  eh'  la  tosa  armàs  li,  V  om  salvàdg 
vign  fora  dal  purlòn  di'  ort  pr  piar  un  pò  d' frese.  St'  om  ave  pres  dal 
vent  e  dl'ùmid,  es  fi  tànt  al  dsprpustà  fiat,  eh'  an  s'udirà  mai  più  una 
cosa  si  tremenda.  La  Viola  tri  tànt  al  gran  trffllolt,  eh'  la  zigò  dal  spavèot. 
«Oh  pà,  ai  ho  póra  ".  L' om  salvàdg,  eh' slnti  st'  zigh  ,  s' vultò ,  es  vist 
eh'  r  aveva  li  dedrì  una  bella  zuvnetta  ;  al  s'arcurdò  eh'  l' aveva  sintù  dir 
quànd  l'era  piznìn,  ch'ai  è  di  cavalli  In  t'  un  lug ,  eh's'imprègnin  con 
al  vent;  al  li  i  so  cunt,  eh'  s' l'andava  pr  vj  d'  vent,  ai  n'  aveva  iù  lati 
un  allora  aesì  tee ,  eh'  al  dseva  èsser  sia  quell  eh'  aveva  imprgnà  quàl- 
eh'  albr,  e  ch^  d' li  I  dseva  éssr  ussì  sta  bella  tosa.  Pinsànd  eh' sta  cosa 
la  fuss  vera,  al  pres  a  vier  ben,  cmod  s*  la  fuss  sta  so  fiòla;  al  Tabbrazò, 
dsendi  :  «  Oh  flòla  roj,  eh'  t' i  ussi  dal  roj  fià,  chi  arév  mài  critt  ,  eh'  da 
quel  i  aviss  a  nàssr  si  beli  mustazzin  ".  Al  la  dì  pò  in  eunsegna  a  trèi 
fad  eh'  stèvn  in  t'  l' islcssa  cà  ,  con  ordn  d'allivàrla  e  d' fàm  cont.  Inlikit 
mò  al  prènzip,  eh'  a  u'  vdeva  più  la  Viola ,  e  eh'  n'  in  saveva  più  né  in 
rega  né  In  spazi,  Tav  a  murir  d'afiàn;  lù  n'  pseva  più  magnar  un  bcòn; 
al  dvintò  zall  ;  1  o^  s' i  èm'  incava  in  t'ia  testa;  i  làbr  èm  vgnù  biànc  ; 
e  insomma  Pera  un'ancroja.  Qui  al  cmlnzò  a  prumctr  di  manz  a  chi  i 
aviss  savù  insgnàr  dov'  era  la  Viola,  e  tanl  andò  dri  zcrcànd  e  dmandànd 
eh'  in  fin  al  sàv  eh'  r  era  in  cà  dr  om  salvàdg.  Sùbit  eli'  al  sinti  sta  cosa, 
al  le  mandò  a  clamar,  es  i  diss  :  et  Mi  so  eh'  avj  tànt  al  beli  urtstn,  e  mi 
8on  qui  ammala  mort  cmod  a  vdi,  eh'  la  n'  è  cosa  ch^  av  daga  ad  intèn- 
der; ora  mi  vrè  vgnir  a  dseredrm  un  poe  In  st'ort,  e  star  io  cà  vostra 
sol  un  di  e  una  nolt;  mi  am'  basta  ch'am'  dadi  una  stanziola  pr  eia  nott, 
sippla  mò  d'  eh'  fàtU  la  s'  vuja,  e  nò  àltr;  mi  n'en  vui  dar  fastidi.  L'om 
salvàdg  era  imbrujà ,  prchè  al  re  za  era  al  patron  ,^'e  qui  s' al  dseva 
d'  no  a  so  fiòi,  l'ave  |:òra  eh'  n'  i  nassiss  dal  mài  ;  basta,  lù  pres  al  parti 
d'esser  curtès ,  es  i  diss,  eh'  s' an  bastava  una  stanzia,  eh'  al  Tdaré  tulli, 
e  eh*  magàra,  e  tult  sti  cos.  Al  prènzip  al  ringraziò ,  e  el*  istcssa  sire  al  fi 
purtàr  lai  su  linzù  e  i  eussin,es  andò  là  a  durmìr.Cla  stanzia  ch'i  fu  assgnà 
era  mò  just  d' bona  fortuna  a  mar  a  quella  di'  om  salvàdg,  ài  quàl  steva 
a  durmir  con  la  Viola  in  t'un  istèss  lett,  perchè  al  feva.eoot  eh'  la  fus» 
so  fiòla.  Quand  fu  ammurtà  la  lum,  al  prènzip  s' livò  pian  pian ,  es  andò 
li  d' là  dall'  om  salvàdg  ,  perchè  l' era  averi  l'uss,  eh'  V  era  un  cald  ch'se 
sdiopàva  ;  al  prènzip  andò  a  tastùn  dia  banda  dov  [l' aveva  slntù  la  sira 
la  vos  dia  Viola  ,  es  l  di  du  pzigùt ,  mò  dia  àiavctla  ;  Ij  s' dsdò  ,  es  pinsò 


DIALETTI  BAILIANI,  337 

eh'  r  fussn  pulz;  U  scusso  Tom  salv&dg  dsdàodel  pr  dari  sta  nova  e  pr 
diri  :  «Oh  nnoÌD,  nunin,  l' gran  pula ,  an'  I  poss  durar  ».  L'om  aalvadg 
la  fi  andar  In  t' un  altr  leti,  ch^  era  in  eia  mdésma  staniia.  Da  ìì'jbl  un  altr 
poc  al  prènzip  turno,  es  andò  al  lett  dia  Viola  (eh*  T aveva  sintù  eh'  l'era 
andada  pr  Ij  )  es  i  turno  a  dar  di  pzigùt;  e  Ij  turno  a  cridàr  cmod  V  ave 
fait  alla  prima.  L'om  salvàdg  i  fi  barattar  al  tamaràzz,  e  pò  da  li  a  un 
poc  i  Unzù^  e  pò  1'  banchèt,  perchè  al  prènzip  andava  pslgànd  ,  e  lj*zi- 
gànd,  e  Tom  salvàdg  crdeva  ch'i  fussn  I  linzù  o  i  tamaràzz  eh'  fussn 
avlà  in  t'I  puls,  e  est  passò  tutta  eia  not,  ch'i  n'  sronn  mal  un  oò,  Sùbit 
eh'  fu  di,  al  prènzip  s' miss  a  spasszar  pr  l'ori;  la  Viola  anca  IJ  s' era  livà 
a  bunora ,  es  era  li  in  s*  al  purtòn  di'  ort  a  duvanar.  Sùbit  eh'  al  prènzip 
i'  ha  vist,  la  fu  za  la  sòlita  fola  dal  «  fiondi ,  bondì ,  Viola  "  «  e  IJ  diss 
ci*  altra:  «  Bondì ,  fiòl  dal  re  d'  sta  zitta ,  a  in  so  più  d' ti  purassan ,  e 
ai  prènzip  soggiùns:  uOh  ninìn,  ninìn  ,  'I  gran  puls,  an'  i  poss  durar  ». 
U  Viola,  eh'  r  intès  che  gì'  èrn  l'istèss  paròl  eh'  1'  ave  ditt  IJ  la  nott ,  la 
dvintò  rossa  cm'è  l'bras  dia  rabbia,  perchè  al  prènzip  i  l'ave  fatta  star 
e  eh'  I'  ave  fati  lù  da  pulsa  :  la  diss  in  cor  so  :  Liissa  pur  far  a  mi ,  at'  la 
vui  ben  sunar  ve.  L' andò  su  dal  fad  a  cuntari  sta  cosa  ;  l' fad  arspòsn  : 
«  Eh  pian  pur,  s'  lu  v'  n'  ha  fat  una  a  vù,  al  bsò  eh'  al  in  famn  mò  a  lù 
una  più  plenta  :  vù  n'  avi  da  far  altr  eh'  dir  all'  om  salvàdg  ,  eh'  a  vii 
un  par  d'  planèl  tult  pìnn  d' campanin  ;  e  pò  quand  al  i  avj,  savazal'dir, 
e  n'  sta  a  zereàr  àllr ,  ch'at  al  farèn  ben  nun  armàgnc  eurt.  La  Viola  sù- 
bit dmandòsti  pianèl  all'om  salvàdg, e  lù  j'I  pagò. Quand  fu  slraal  prènzip 
turno  a  ca  so:  al  diss  sol  alPom  salvàdg  eh'  s' al  s' cuntintava,  al  srè  vgnù 
di  dop  dsnàr  a  spassziir  pr  al  so  ort.  Quand  l'fad  e  la  Viola  savn  eh'  l'era 
anda  a  ea ,  l' tolsn  su  d' rundella  tutt  quàttr ,  es  andòn  al  paiaz ,  e  pò 
s'arpiatlòn  in  tla  stanza  dov  propri  al  durmeva.  Sùbit  eh'  al  prènzip  fu 
anda  a  lett,  e  eh'  l' av  pres  un  poe  al  sonn,  l' fad  cminzòn  a  sbattr  l'màn 
insèm  e  a  far  di  zigh ,  e  la  Viola  sbatteva  I  pj  scussiind  tutt  qui  campanin, 
ch'ai  prènzip  av  una  pòra  da  Inspirtar ,  es  eminzò  a  zlgar  :  «  Oh  sgnora 
màdr,  eh'  la  m^  ajuta  »;  lor  stavn  esi  qoedl  un  poc,  e  pò  turnavn  a  far 
ristèss  armòr  quand  agn'eosa  era  quiet;  V  finn  esi  dòu  o  trèl  volt,  e  pò 
s^la  finn  a  gamb,  e  nssun  l' vist  pr  amor  dia  virtù  ch'aveva  in  lor  l' fid. 
Al  prènzip  pò  la  mattina  cunlò  eh'  l'aveva  avù  una  gran  póra  ;  ij  finn 
sòbit  far  la  so  urina ,  es  i  dinn  tri  guzzìn  d'  vin.  Quand  al  fu  Uva ,  mò 
bona,  an'stì  gnànc  asptàr  dop  al  dsnar,  eh' l'andò  In  ti' ort  dl'om  salvàdg, 
perchè  lù  u'  pseva  star  lunlàn  dalla  Viola.  Al  l'ha  vist,  e  za  cmod  av 
psj  imazinar,  al  diss  la  fola  eterna  d' nasminstecc  dal  u  fiondi ,  bondì  , 
Viola  a»;  e  IJ  :  a  fiondi ,  fiòl  dal  re  d'  sta  zitta  ,  a  In  so  più  d'ti  purassa*'; 
e  lù:  ttOh  ninìn,  ninin,  l'gran  puls,  an'  i  poss  duriir  »  ;  e  IJ:  «Oh  sgnora 
madr,  sgnora  madr,  eh'  la  m' ajuta».  Quand  al  prènzip  sintì  sta  tanja  , 
al  capi  al  trionfa  es  diss  :  m  Ah  Un'  l'ha  fata  ;  at'  ced  ,  e  cgnoss  eh'  t' in 
sa  più  d'mì ,  e  pr  sta  rasòn  al'  vui  pr  mujér  ».  Al  fi  clamar  Tom  salvàdg 


.1- 


SS8 


PARTB  SECO.^DA. 


es  i  la  dmandò;  là  i  arspós,  eh'  al  Tare  fatt  savèr  a  so  padr,  perchè  just 
eia  mattina  l'ave  savù  d' chi  V  era  fiòla ,  es  s'era  pò  clan  ch'an'era  brlsa 
sta  qoàl  vent  eh'  lù  ave  tràtt,  eh'  Taviss  fatta  nàssr  li  allora;  e  csi  dooca 
al  mandò  a  tor  st'  padr  dia  ragazza  ;  lù  an  n'è  d' cuntir  s'  V  ave  a  car  d' 
ISr  un  parlntà  sì  (att.  Al  prènzip  la  spusò ,  es  finn  la  festa  d' balU  Larga 
la  foja ,  stretta  la  vi  ;  dsi  niò  la  vostra ,  eh'  ai  ho  ditt  la  mj. 


Canzòn  per  brusar  la  freccia  a  mezza  Quarèisma, 


Vuì  dal  cent  quarantadìs, 
Quand  al  Guèrn  di  Bulgnis 
Era  d' varia  sort  ad  zent. 
Anca  al  donn  al  vins  in  ment 
D'  vièlr  cmandàr  e  dar  cunsij  ; 
£1  cmlnzòn  a  mnair  al  bsìj , 
Massm  el  veccl  cattaròusl 
Più'ch'en  fava  II  zòuvn  spòusl. 
Trenta  veccl  s^  ardunòn 
Tutti  Insèm ,  e  s' desti  non 
D^  vlèlr  andar  a  supplicar 
Al  Senàt  per  psèir  cmandàr. 
El  s^  lavòn  prima  ben  ben 
Una  sira  In  mezz  a  Ren  ; 
E  pò  dòp  a  la  mattina 
Se  sguròn  cun  la  sdarlna. 
Chi  aviss  vist  quel  cargadùr 
Brutti  vclazzl ,  brutt  flgùr  ! 
Magri ,  secchi ,  arrabbia , 
eh'  al  puzzava  fin  al  fià; 
Dei  mustàzz  con  la  peli  biossa 
eh'  a  guardarli  favo  Ingossa , 
Cun  di  ucciizz  fudra  d' spaghetti 
Cun  di  nàs  fatt  a  zucchètt; 
£  del  bùssel  long  du  spann 
eh'  el  parèvn  puz  da  scr^nn, 
£  tra  tutt  st|  belli  coss 
Una  part  avèvn  al  goss , 
Cun  la  gozza  attàc  al  nas , 
Gh'  1  cascava  in  bocca  squàs; 
PÒ  gl'avèvan  più  d'mezz  brazz 
D' barba  sotta  quel  buslàzz. 
ynt' la  testa 'I  s'fin  di  rizz, 
Cun  di  nàster,  cun  di  plzz, 
Di  scufflùtt  e  di  alt  zimìr 
pì^eì  parèvcn  Granatir, 


Cun  del  vitt  e  di  galùn 
Spiulà  zò  cmod  srav  tanl  stiun, 
E  chi  aveva  in  st'  gran  sparpàl 
La  manizza,  chi  'I  vlntài. 
Quànd'  Il  fun  acsì  in  figura 
El  J' andòn  a  dirittura 
In  Palàzz  dal  Senatòr, 
E  s' espòusn  el  sòu  prcmùr  ; 
Una  pò  eh'  n'  ave  s'  n'  un  dent 
Cmluzò  a  far  al  cumpllmènt  ; 
Mo  a  n'  av  dett  gnanc  dòu  paròi , 
Ch'  la  sinti  vgnir  su  un  grassòl 
Alla  gaula,  e  s' tìns  spudàr. 
Qui  sgnuràzz  eh'  stavn  ascultar, 
Dlssn:  Andà,  dscavàv  dall' ort. 
Vece!  matti,  razzi  stori; 
E  pò  senza  più  badàri 
T'  mi  vultòn  al  tafanàri  ; 
E  tour  tutu  pin  d'  vergogna 
Andòn  vj  grattànds  la  rogna  ; 
E  grattànds  al  fond  dia  schloa 
eh'  i  brusò  alla  malandrina  ; 
E  ini'  al  vgnir  fora  d' Palàzz 
£1  sparòn  del  parulàzz. 
Mò  quànd  fu  sfugà  la  stretta  , 
£1  zuròn  d'  vièir  far  vendetta. 
Ah ,  cm'el  donn  a  v'  1'  han  zura 
Sta  sicùr  eh'  an'  la  scappa. 
El  s' unin  in  più  d'  dusènt, 
E  s' cujièn  di'  or  e  di'  arzènt 
Pr'  al  valòur  d' oli  o  dis  zchin  » 
Per  cumpràr  tànt  bel  sfurzìn  ; 
E  pò  spèisn  un  ducatòn 
In  tànt  sij  e  tànt  savòn  ; 
Una  pàrt  pr'on  el  n'avìn 
E  slntì  cosa  g)'  In  finn. 


DIALSm   EMILIANI. 


599 


Una  nott  ch^era  un  gran  bar, 
Senza  fòr  gnint  ad  pladùr 
Saltòn  tutti  iora  d*cà, 
E  stiròn  acsì  in  za  in  là 


E  di  zig  e  di  piaii{;vlùn 
Quand  J^  and«ivn  a  lumbullm , 
Massm  i  póvar  brintadùr 
Cun  el  brent  ;  e  i  muradùr 


Sotta  i  Forigli  di  pizz  d^st  sforzili  Cb'  i'  arrlvavan  per  de  drj 


Alt  da  terra  un  l>on  puctìn; 
Vò  gli  trin  degl^  immundizl , 
E  i  fin  sottfi  ^i  sòu  spurchizi. 

Quattr^  0  sj  del  più  sfazza 
In  Palàze  s'ern  arpiata; 
E'  s'  unzin  tutt  al  scalòn 
Con  qual  5e]  e  qual  savòn  ; 
Quand  fu  fall  st*  preparamènt 
As^  sinti  Impruvisamènt 
La  stermlda  ch^  fort  sonava , 
càusa  d^  una  cà  ch^  brusiva. 

Mi  'n  m' arcòrd  adèss  al  lug, 
Mo  ''l  fun  lòur  eh'  avèn  dà  fug. 
Qnind  la  zent  sinti  sunar 
La  scminzò  tutta  a  livar. 
Al  fug  era  d' gran  impègn 
Perchè  ^1  fàbric  èran  d^  lègn  , 
E  al  sunUr  dal  Campanàzz 
FI  dsdàr  tutt  qui  dal  Palazz. 

Saltò  fora  qui  d'  Senàt, 
E  qui  di  alter  magistràl. 
Figurav  s' i  faven  bon 
A  vgnir  zò  per  quài  scalòn! 
Al  Massar  fu  ^1  prim  de  tutt 
Ch^cours  inànz,  mo'ls'truvòbrutt, 
Perch'  al  fi  tutt  in  t' un  tratt 
Al  scalòn  cun  el  ciilàtt. 

Alter  vint  o  trenta,  e  anc  più, 
Al  fin  tutt  a  panza  in  su  ; 
Mò  qui  n'  fu  finì  la  festa , 
eh"  alter  tànt  s^  rumpin  la  testa. 
Quest  n'è  gnint,  Tè  per  la  stra 
Cb"  fu  di  guai ,  ma  purassà , 
Perche  quànd  tutt  arrivavo 
Al  sfurzìn ,  i  sMmbalzàvn. 

Tutt  cascavo  a  perzipizi 
Con  al  oas  in  quel  spurchizi; 
Dzà  e  de  là  dia  zent  a  mass , 
CuD  dr  armòur  e  dal  fracàss , 


Cun  di  pai  e  di  martj. 

Al  fu  zert  un  gran  sgumbiótt 

Quel  eh'  suzzèss  tutta  eia  oott; 

Chi  ave  rott  al  gamb,  chi'l  briizi. 

Chi  la  gnucca ,  chi  'i  mustazz , 

Chi  s' guastò  l' usòl  dal  peti, 

Chi  'I  pretèrit  imperfètt. 
Quj  là  ch^  fuD  più  fortuoft 

Andòn  vi  tutt  immerda; 

Quàs  al  fug  iosùn  andò , 

E  rinzendi  n^s^ammurzò 

Fin  a  tdnt  eh'  cn  fu  brusn 

Tutta  quanta  una  cuotrà; 

E  in  taot  mal  e  taoti  dsgrazzi 

Sguazzò  sòul  quel  brutti  vciazzl. 
Mò  r  algrezza  prest  Ani , 

Perchè  dopo  du  o  tri  di 

A  se  dsquèrs  ch^  el  j' èran  sta 

Elf  aulriz  d'sr  iniquità. 

E  qualcuna  scappò  vi , 

Mo  ai  n^  arstò  cent  trentasi  , 

Ch'  el  fun  tutti  condanna 

Alla  mort  int'  al  Mercà. 
Ai  sj  d'Marz  d'  quàrann  s'è  ditt 

Al  fu  'I  dì  dal  gran  scunfltt; 

E  al  dis  òur,  da  madò  Menga 

8^  prinzipiò  a  sunar  Tarrenga; 

E  qui  '1  Pòpi  in  gran  sgumbìj 

Curri  drj  a  sti  vecci  strij 

Che  per  man  d'  messir  Maurizi 

S'condusèven  al  suplizi. 
Chi  planzeva ,  chi  biastmàva , 

Chi  per  rabbia  se  sgranfgnàva  ; 

Chi  la  scuffla,  chi  i  cavi 

Dalla  testa  s' strazzò  vi. 

MÒ  là  ai  pj  d' la  Muntagnoia 

Con  la  sèiga  e  la  mazzola 

El  fun  tutti  giustizia , 

E  pò  in  ùltum  fun  brusii. 


540 


PARTE  SECONDA. 


Qui  la  storia  n'  è  fini^ 
eh*  In  quài  sit  dov  fu  supplì 
eia  zindrazza  sfundradonna 
Ai  fu  fall  su  una  Culonna, 
Duv'  i'  mìssen  la  memoria 
D^  tutta  la  dulènt  istoria , 
Qual  I  srev  ben  anch  adèss  ; 
Mo  a  8'  artrova  che  in  progress 

Ai  dì  dentr'  una  sajetta 
Ch^  la  purlò  vi  netta  netta. 
Quand  quel  strij  fun  giustizia, 
L'era  in  punt  giust  la  meta 
Dia  Quarèisma^  e  d' qui  n'è  vgnù 
Quàl  custàm  eh'  s' è  sèmper  tgnù 
D' far  del  Vecci  in  yari  lug, 
E  la  sira  d^  dari  fug. 


Questa  è  mò  la  conclusiòn 
D' tutta  quanta  la  Canzòn  ; 
El  mi  vcìnn  dal  temp  d*  adèss 
Tgniv  a  meni  al  gran  suzèss , 
Altrimcnt  a  srj  manda 
A  morir  int'  al  Mercà, 
S'  a  ve  vgniss  mài  al  plnsìr 
D'  vièir  cmandàr,  e  n'  ubbidir. 

E  qui  av'  dmand  a  tutt  perdòn 
S' av'  ho  rott  al  calissòn 
Con  al  fàrv  la  descriziòn 
In  sta  lunga  mia  Canzòn 
D' tutta  quanta  la  funziÒD 
eh'  s'  fa  in  Bulogoa  in  V  uccasiòn 
D'sgiir  la  Veccia,  in  da  stasòn 
CbVmagnaarrèngh)Sardùn,salmòn. 


4800.  La  rìstaurazione  delle  lèttere  bolognesi,  come  appare 
dai  pochi  cenni  che  abbiamo  premesso,  è  precipuamente  dovuta 
ai  chiari  scrittori  canònico  Lionghi  ed  Annibale  Bartoluzzi,  che 
richiamarono  il  gusto  traviato  dei  loro  concittadini  alla  sòlida  e 
buona  letteratura ,  porgendo  loro  miràbili  imitazioni  dei  clàssici 
stranieri.  Il  primo  sostituì  alle  insipide  Fole  della  Ciaclira  dia 
banzola  le  non  mai  bastevolmente  apprezzate  Fà^le  del  La 
FontaùìCj  parafrasate,  anziché  voltate  nella  favella  popolare;  il 
secondo  a  varii  componimenti  satirici  originali  aggiunse  la  ver- 
sione di  alquante  poesie  clàssiche  italiane.  Siamo  quindi  lieti  di 
poter  offerire  come  Saggio  di  quest'epoca  alcune  fàvole  del 
Longhi,  coir  Introduzione  originale  premessa^  dall' autore  all'edi- 
zione delle  medésime;  e  l'ingegnosa  versione  fatta  dal  Barto- 
luzzi  del  célèbre  sonetto  di  Eustachio  Manfredi  sull'Immacolata 
Concezione,  che  incomincia  col  verso: 

Se  la  donna  infedele  che  il  folle  vanto. 


Ihtroduzion  al  FoL 

Jusèf  Mitèl  pitiòur  intalò  in  ràm 
LMstorietta  eh'  adèss  a  sòn  per  dir  ^ 
Per  cavar!  a  mi  cont ,  s' a  poss ,  al  stam. 


DULCITI    F MILIARI.  541 

r 

Un  arzdòur  piutlòst  vè£  avcnd  da  vgnir 

D' lunlàn  fcn  a  Bulogna  pr  al  merca , 

Déss  a  un  fiòl  d'  un  so  fiòl  :  Val'  d' long  a  vstìr , 
Ch'intànt  a  tug  l'asnètt  beli  e  amanvà, 

E  csé  beli  beli  a  m' vag  avviànd  in  su  ; 

Spcc*  la  bèin ,  eh*  a  t' aspètt  alla  vulta. 
Al  ragàz  sveli  rarzùnz,  es  va  cun  lu  ; 

Mo  al  n'  ha  fall  sig  a  pi  dis  o  dòds  pass , 

eh'  al  s' seni  a  dir  dia  zèinl  :  Veè  beo  curnù , 
Che  dscherziòn  da  vlllan  !  Guarda  '1  beli  spass , 

Lassar  andar  a  pi  quel  ragauèl  ! 

S'al  i  andàss  lu  i  è  dùbi  ch'ai  s'infiàiss? 
L'arzdóur  dis  :  A  i  ho  intèis ,  vèln  qué  al  mi  fiòl , 

Salta  su  tè,  mo  guarda  d'andar  pian, 

Tànt  eh'  a  t' possa  Ignir  drì  cmod  al  zil  voi. 
Mo  bona  !  I  n'  éìn  andà  vèinl  pass  luntan , 

Ch'  i  dàn  in  n'  so  quanl'  àller  zudsadùr , 

eh'  a  quel  pòver  ragaz  disn  al  pan  pan  : 
Quel  pòver  veé  a  pi  1'  è  strac  madùr , 

E  te  a  cavai  ?  Bardassa ,  smonta  zo. 

S'  r  è  lu  trop  bon ,  Tè  lì  un  asnazz  d' sicùr. 
Al  nonn  dis  :  Perch'  i  tasn,  a  sallarò 

A  cavai  anca  me  qué  su  in  l'Ia  groppa, 

E  a  vdrèin  s' a  sta  nunira  a  i  quielarò. 
Quand  i  èin  tuli  du  a  cavai ,  la  bistia  loppa  , 

S' incanta  e  n'  va  più  inanz ,  e  lòur  adróvcn 

A  braz  averi,  luti  du  d'accòrd ,  la  stroppa. 
In  st'  alt  eh'  i  péccen ,  bona  noli  !  i  Iróven 

DI' altra  zèinl  eh' s' meli,  puvrèl!  a  strapazzar! 

Per  compassiòn  che  per  da  bestia  i  próven. 
Mo  cun  quàl  cor ,  i  dìsen ,  psiv  mài  dàrl  ? 

Èia  una  vétta  quella ,  eh'  possa  avèir 

Lèina  da  tgnir  du  csllàn  e  da  purlari  ? 
Fèin  acsé ,  dis  al  veó ,  e  slèin  a  vdèir 

Ch'  incònlr'  arèin  ;  lassèinl'  andar  a  dsdoss  ; 

Pruvèin  anc  questa ,  e  vdèin  s' i  pòn  tasèir. 
Mo  niànc  per  quesl  sten  de  n'  svc^dar  al  goss , 

E  a  vdèiri  a  pi  cun  1'  àsa  a  vud:  0  mail, 

S'  pò  veder  d'  piz  ?  Tuli  dsèvn  ai  più  non  poss. 
Al  ragiz  s'  volta  al  nonn ,  es  dis  :  l|o  cali , 

Qué  a  n'  la  psèin  callar  para  ;  s' ^  lulèssen 

A  portar  mo  mi  l' iisD ,  a  n'  sré  mèi  fall  ? 


543  PARTE  SeCOllDA. 


« 


El  (alt  maturi  !  Cossa  vliv'  eh'  i  dsèssen , 

Arspònd  al  veè ,  a  vdèlr  sta  strambarì  ? 

eh'  sa  ,  dls  al  nvóud ,  eh*  a  vdèir  sta  da  i  n'dsmèlten  ? 
A  piz  far  pò  ^  prani  mii  réderz*  dri  ? 

Al  noni)  dalla  dspraziòn  dis:  Su,  va  la; 

E  I  lìgben  r  àsen ,  em'  è  un  agnèi ,  pr  i  pi  ; 
E  pò  rinfilzn  In  t'uu  perdgòn  cmod  va , 

I  I  fan  d' spalletta,  e  al  pòrten  vi  beli  beli, 

Buffànd  pr  al  pèis  e  pr  i  gran  sforz  eh'  al  fa. 
Allòura  9  dsim',  eh'  i  dèn  tutt  su  a  fiazèl 

A  diri  di  mattaz  da  mendleant, 

eh'  i  è  da  slcuramént  volta  al  zervèl. 
Sti  du  dsgrazia  tran  zo  l'asnèt  intant, 

Es  disen  :  Mo  cuspèt ,  l' è  una  gran  eossa 

N'  incuntrar  mai  dappò  eh'  avèin  fat  tant  ? 
In  t'I'uitm  a  la  farò,  es  la  farò  grossa , 

Sparànd  un  mòcchel ,  dis  arrabbé  'I  nonn  ; 

E  tatr,  ràzla  l'asnèt  in  t'una  fossa  ; 
E  tra  l'acqua  e  '1  sassi  eh'  i  t'  m' i  bagnòn , 

Al  pòver  eiuò  ligà  fine  so  vétta , 

Fine  '1  ciàòr ,  e  muò  mu£  i  s' la  sbignòn. 
SI'  istoria ,  cmod  a  dseva ,  me  v'  l' ho  detta 

Per  mi  cont,  siàndem  mess  in  t'un  Impègn 

Da  n'  tgnir  per  grazia  la  calsella  d  rètta. 
Quest'  è  d' tradùr  I  bi  zuglèln  d' Inzègn 

Del  fol  adliti  d' monsù  dia  Fontana , 

Dov  a  capèss  quant  s'Than  d'avèir  a  sdègn. 
Tant  diràn  eh'  dalla  lèingua  ultramontana 

A  1  è  glust  tant  a  dir  alla  bulgnèlsa , 

Quant  i  è  da  una  damcina  a  una  villana. 
Ch'I' è  impussébil  vullàr  la  fras  franzèisa, 

La  so  grazia ,  al  so  frézz ,  al  so  gust  féin 

In  lèingua ,  eh'  sòul  è  dal  puplaz  intèlsa  ; 
eh'  n'  ha  lèz  grammatical ,  né  caiepéin 

Che  v*  deghn  a  scrìver  bèln  a  s'  scrlv  aesé. 

E  i  su  miùr  mèster  n'  èin  s'  n'  i  biricchéin. 
D' mod  tal  eh'  fcin  i  viliàn  inzivilé 

Adèss  s' vergògnen  d' parlar  strett  buignèis , 

A  cost  d'  fars  far  la  baia  tutt  al  de  ; 
Vlend  mettr'  un  bris  d' tuscàn  ,  un  bris  d' franzèls 

In  t' el  paròl  d'un  dscòurs  eh'  s' arvisa  in  punt 

A  un  àbit  d' traccagnèin  mal  in  arnèis. 


MAumn  muAi<ii.  545 

eh*  s' n*  a  fona  d' cuoeaiiar  s' accatta  i  cunt 

A  lèzr  el  cargadùr  scretti  in  st'  linguài , 

E  un  frézz  mòr  quaod  a  n'vaga  ch'ai  para  uot. 
E  per  quest  i  mlùr  liber  da  dar  saz 

Dia  nostra  lèingua  e  fari  un  pò  d' unòur 

V  fan  vgnir  la  sénva  al  nas ,  e  \'  tèlten  d' maz. 
Pr  i  furastir  che  n'san  la  naròlla  e  al  fiòur 

D*  sta  lèingua ,  e  la  sgualmidra  di  su  azzèint , 

I  armagnen  tànt  stocféss  sèinza  savòur. 
E  '1  ztadèin  che  sta  lèingua  ardùsn  al  nièint 

Cun  bastardàrla  tant ,  eh'  a  dM  è  più  nsùn 

Ch'  sava  d' leitra  un  puctèin,  eh'  ni  faga  i  déint, 
AzoDtài  d' groppa  tutt  i  simitòn , 

eh*  farà  tant  Tari  fatta  d' schizilgnùs , 

Sòuvra  i  vera  eh'  n'  i  parràn  uè  bi  ne  hon. 
ehi  truvarà  i  aanètt  péin  d' stoppabùs  ; 

ehi  maldirà  i  terzètt  per  quel  dèin  don  ; 

Chi  i  quadernari ,  eh'  fan  la  nanna  ai  tus  ; 
Chi  n'  prà  suiTrìr  li  uttav  e  ehi  '1  canzòn , 

Quelli  pr  avèir  di  pizz  del  volt  traspòst , 

E  questi  perch'  el  i  èin  da  calissòn  ; 
Chi  vrà  del  spezi  d'  madrigal  piutòat, 

Cmod  fa  dal  trèi  al  dòu  l' uriginal  ; 

Chi  alèss  la  vrév ,  e  chi  la  vrév  arròst  : 
Al  n'  è  mo  '1  càs  mi  d' me ,  iùst  tal  e  quél 

Fu  quel  d' qui  du  eh'  tgnén  ammazzar  l'asnètt 

Per  dscavàrs'^  cmod  s'aol  dir,  tant  servizial? 
Mo  a  n'  vàg  a  torm'  in  corp  un  car  surbètt , 

Mitlènd  in  bocca  a  tànt  eh'  n'  han  altra  mira 

Se  n'  dirm',  a  farla  grassa^  del  ciuccètt? 
Pr  avèir  vlù  perdr  al  tèimp  a  sta  manira , 

Dri  a  del  vsigàt ,  eh'  la  so  più  gran  furtòuna 

Srà  d' èsser  letti  a  dei  banzòl  la  sira , 
Da  di  bambùz  al  serv  eh'  sbàtten  la  lòuna , 

Per  tgnir  star  sèinz  al  mròus  a  asptar  la  sgnòura, 

Féin  de  crudand ,  o  sacussand  la  còuna. 
Sòuvra  al  strùssi  del  tèlmp  a  v'  deg  eh'  1'  è  d' ci'  òura 

eh'  tutt  d' accòrd  em'  darén  da  divertirem' 

Dov  s' zuga ,  0  a  s' fa  l'amour ,  o  dov'  s' murmòur.. 
Sòuvra  air  incónter  eh'  i  fan  grazia  d' direm 

Cb'  ara  sti  fol ,  al  liber  dia  banzola 

M' ingalluzzèss ,  eh'  a  n'  m' n'iva  da  pintirem , 


394  PARTI  SECONDA. 

Perchè  né  In  quel  a  n*  trov  niànc  una  fola 
eh'  à^'a  un  po'  d' sai ,  e  sig  al  lèc  dia  rema , 
E  pur  al  s' léz  quant  s' faxza  i  lìbcr  d' scola. 

E  s' al  léz  anc  di  mòccbel  cb'  fan  la  prèma 
Figura  in  fai  paèls,  sòul  per  quell  vir 
€h'  ha  M  bulgnèis,  eh'  prèssa  d' lòur  merita  sterna. 

Nianc  el  dam  ,  eh'  la  san  longa ,  s' in  fan  schiv, 
Mo  i  l' ban  létt ,  es  al  lèzn  a  tutt  andar , 
Mustrànd  d'avèiri  un  gust  squas  ezzessìv. 

E  in  prova  del  so  incòntr ,  al  dvintò  rar 
In  puc  ann ,  e  què  d' curt  •  n'  s' accattava 
Per  quattrèln,  eh'  l'iia  bsugna  lari'  arstampar. 

La  roba  in  vers  d' Loti  Loti  fon  n'  f ncuntràv;: 
Quand  la  vègn  fora,  e  la  n'pias  al  presèin;, 
Bèinch'  8'  aèppa  pers  la  ciav  d' qui  cb'  lu  ^izgàva  ? 

La  traduziòn  d' Bertóid ,  dsi  unestamèlnt , 
La  n'  8'  léz  ?  EI  dsgràzi  d' Bertuldèin  dia  Zcìna  ? 
L' asnada  d' Bertolùzz  stampa  ultmamèlnt  ? 

Ah  eh'  basta  d'  guardar  d' scrìver  cun  dia  vèìna , 
Al  buignèls  è  un  linguai  eh'  dà  gust  magara , 
Ne  per  carasti  d' tènnen  mai  s' arèina. 

Sti  liber  què  n'v'  in  dan  saz  e  capara, 
E  i  strambùd  féna  d' Giuli  Zèiser  Cròus 
Fatt  pr  i  villàn  da  dir  su  in  t' la  chitara  ? 

Oura  per  cossa  ha  da  rlussir  csè  dsptóus 
Sto  lavorìr  cava  d' in  csè  bon  lug , 
eh'  tutt  m'aven  mo  da  dir  tant  in  t' la  vòus? 

S' in  t' ar  tradùr,  a  pèil  e  sègn  a  n'  tug 
Al  beli  e  al  bon  di'  antòur  da  me  tradùit , 
A  n'  cuirò.  una  falestra  del  so  fug  ? 

S' al  n'  ha  tint ,  eh'  giustamèint  l'è  tgnu  da  tutt 
Pr  al  più  viv  e  '1  più  ioti  eh'  ava  mai  scrett 
In  sf  far  bon  da  cavaren'  tant  costrùtt  ? 

Es  n'  scrèss  sti  fol  pr  el  serv  e  pr  i  tusèt», 
Mo  pr  al  Delfèin  al  tèimp  d' Luig-  ai  grand  , 
Flgurav'  s' al  s'derzvlò  pr  arar  pr  al  drett  f 

Al  srè  bèin  piz  per  quest ,  cstòur  van  arbcand , 
eh'  al  material  è  fiòur ,  pr  avèir  più  dsgust 
A  vdèirl'  andar  d' in  man  in  man  guasiand. 
Ch' rabbia  n'  fa,  vdèir  un  zòuven  d'un  beli  fust 
Gun  un  abit  Indòss  e  d' sgnera  roba , 
HO  di'  pr  al  culòur ,  o  al  tal  si  d' lader  gust  ? 


MAinn   DULIA!!!.  545 

ChkhI  vizeversa  ana  xoviietU  golM 

Par  un  fus,  i*  l'ha  nna  vslèina  e  un  bust  d'boo  taf. 

E  al  scrìver  più  del  vstliri  dòuDa  e  roba. 
Mo  caspita ,  qné  arspònd ,  cossa  ara  mai  ? 

Per  sta  mi  tradaziòn  easeara  al  mond  ? 

S' a  m' imbròc  d*  punt  In  blanc  sii  csé  gran  guai  7 
8' a  salv  Turiginil  in  quant  al  fond, 

Pazèinzia  s'  Ta  a  da  mal  una  qnalc  blèixa , 

Per  quant  a  in  scappa  ,  a  In'  arsirà  ta  un  sfònd. 
E  pò ,  manca  ?l  bulgnèls  fòrsl  vaghena? 

A  n'  vii  cb'  al  possa  diri  un  po'  d' cumpèìns , 

Ch"  a  vièir  o  n'  vièir  bsò  dir ,  eh'  l' ha  dia  vivezza  ? 
Mo  \ù  ,  i  dlràn ,  slv  quel  mustiz  d' bon  sèins 

Capaz  d' far  st  barattèln ,  eh'  a  farei  bèin 

A  n^  i  Tol  méga  un  strappaguii  né  un  mièins  ? 
L' è  vèira  eh'  a  son  tal ,  mo  a  t*  pruvarèln; 

Intani  tuli  st  prém  lìber  pr*  una  prova. 

S'  1*  ara  di'  Incòntr ,  andand  Inanz  a  z*  ydrUn. 
Perchè  me  v'  dng  In  òltem  pò  una  nova , 

Ch'  per  quest  a  i  ho  za  meas  al  cor  in  pia  ; 

E  va  eh'  i  ne  m' mittràn  la  tèingua  In  giova  ! 
Cossa  pò  mài  suzzèdr  ?  Alter  eh'  el  cis 

De  n'  truvàr  un  eh'  niànc  per  ferr  vèS  al  vléss , 

Causa  qui  eh'  faràn  grazia  d'  diri  d*  nàs. 
Pinsaressi  eh'  per  quest  a  m' Intisghéss? 

El  fatt  maturi  !  Me  m' cuntinUré 

Del  spass  chU  1  àv  in  quell  tal  òur ,  eh'  a  v'  déss. 
E  pr  en'  strussiàr  quattrèln ,  a  m' fermare 

Dal  faren  stampar  di  alter ,  e  da  qué  Ininz 

Pr  inféna  d' co  dal  Ubr  al  traduré  , 
Prèma,  perchè  quest  fa  al  mi  càs;  d'avSnz, 

Per  svagarem  quale  volta  In  tant  mi  intrìg  ; 

E  pò,  s' pré  dar  eh' un  de  s' qnietass  tant  zahz. 
Tant  più  eh'  llzènd  stl  fol  a  di  mi  amig , 

Ch'  han  mlòur  nas  eh'  a  n'  ho  me ,  d' aeoòrd  cm'  è  piva , 

Me  n'  crèd  per  cumplimèint ,  s'aitìgi^sn  mlg , 
E  m' fan  euraj^  eh'  a  tira  Inanz ,  eh'  a  scriva  ; 

Ch'  1*  idèa  del  libar ,  s'  l' incuntrass  pulìd , 

L' è  tànt  luntan  eh'  la  s' possa  dir  cattiva , 
Ch'  anzi  bsò  dir,  dappò  eh'  s' llga  i  lass  d' vld, 

El  fol  èln  sèimper  sta  la  miòura  font 

Pr  imbéver  d' massem  bòn  i  zuvnètt  d' nid. 


546  PARTI  SECONDA. 

Per  qiiest  del  fol  d' Esòp  s' n'  è  (alt  tSnt  eont , 
Tradotti  in  tutt  el  lèingu  in  prosa  e  in  ver» 
Dai  niiùr  inzègn ,.cb* s' i  èin  gratta  su  la  Troni. 
E  qué  i  tn'  disen ,  eh'  al  n^  è  brisa  lèimp  pers 
Quel  eh'  a  i  ho  spèls  e  a  spend ,  e  eh'  a  m' aquieta 
Cb^dai  copp  in  su  nM  srà  mal  dà  d'arvèrs. 
Ch^  st  beli  zug  è  la  fòurma  consueta 
Dia  quii  ha  tlu  ser^'irs,  per  iarz*  intènder 
Tant  bèlli  eoss,  al  Sgnòur  e  i  su  Profeta. 

eh'  per  sia  stri  qué  cun  liberti  s' pò  dstènder 
A  cundannir  al  vézi ,  e  arrivar  d' co 
Cun  divertir  plutòst  che  cun  offènder. 

£  pò  che  prest  o  tird  vgnarà  la  so , 
Ch'  tutt  i  llbr  a  drittura  chM  dan  fora 
Accàtten  sèimper  chi  i  voi  ptnar  la  co. 

D' ond  nianc  dai  copp  in  zò  m' ha  da  far  pora 
S' la  rèma  m^  porta  un  tèrmen  eh'  an'  s*  adatta 
D' sigili  al  frézz  di'  autòur ,  es  fa  eh'  al  mora  ; 

Né  s' tra  *l  vari  manìr  di  vers  s' n'  accatta 
Una  eh'  air  i  ùrèe  d^  un  riusséssa  dsptòusa , 
Ha  eh'  a  tant  alter  laga  el  ghetti  e  '1  gratta. 

Cmod  suzzéd  del  piattinz ,  eh'  una  è  schivòusa 
Eispètt  a  vari  luv  d'gust  delicàt, 
Ch'  fa  Icars'  el  dida  a  di  altr  e  s'  I  è  aptitòusa. 

Ch'  al  gust  in  stl  materi  è  cm'  è  al  palai , 
E  vlèir  dar  in  t' et  geni  a  tutt  a  un  mod , 
L*  è  cmod  un  cumprumèss  pr  un  avucài. 

Bsò  asptiars  d' avèir  V  imbèll  in  cambi  d' lod 
Quand  s'mett  In  mostra  cvell  eh' l'è  miòur  rlpiég 
Da  n'  ciappir  fug ,  e  impgnars'  a  rbattr  al  clod. 

Alirimèint  r  è  un  andar  a  cazza  d' beg , 
Ch'  a  finir  bèin  flnèssn  In  tant  mursgùti, 
Dov  tutt  i  lasso  al  péli ,  a  n'  so  s'am'  spiég. 

Fidàndom'  d' sii  mi  amìg  a  i  ho  arsolùt 
D' stampar  st  prém  liber  cun  al  tesi  in  fazza 
Per  cumdita  d' clòur  eh'  m'In'  vran  dar  di  plui  ; 

E  intani  dop  al  macciòn  star  a  vdèir  eh'  razza 
D' notomi  s' ha  da  fari ,  suponènd 
Ch'i  m'déghen  eh' a  m'al  goda  e  eh' a  m'in  spazza. 

Perch'  a  sòn  in  t'  l' urzòl ,  s' mai  a  preiènd 
D' avèir  imbracci  bèin  quel  eh'  dis  al  tesi , 
Ch'  puvrèti  a  m' dag  bèin  di' aria ,  mo  a  n'  m*  n'  intènd. 


DlAUm  IMIUARI.  347 

Tant  è  vèira ,  eh'  a  cred  eh'  si  lloguài  rubèsl 

Sia  capaz  d'  dar  al  fol  ci'  aria  frauzèlsa, 

eh'  al  cunfrònt  mustrarà  mèi  conz  pr  el  f«st. 
PazclDzia ,  a  dég  mo  me ,  s' an^  arò  intèisa 

E  tolta  pr  al  so  vers  la  quciotcssèinza 

DI'  uriginal ,  s' al  va  a  da  mal  la  spèlsa. 
ÀI  lìber  n'  è  tant  gross ,  eh'  per  cunseguèinza 

Faga  fallir  al  stampadòur  s' a  i  resta , 

eh'  n'  ha  stampa  bèin  poc  copi  per  pmdèlnza. 
E  8'  a  m' sèint  dar  del  matt  zo  per  la  testa , 

Pr  cssrem'  mess  in  sta  barca  sèlnza  bscott , 

A  i  lass  cantar ,  e  a  n'  vòug  gnanca  una  pesta  : 
Perchè  r  è  un  cumpllmèlnt  che  di  òmen  dott 

N*  al  sóien  far  sèlnza  dscherziòn  csé  spess , 

Mo  i  cumpatéssen  bèin  un  scarabòtt 
I  èin  sòul  i  mozzurèd  qui  eh'  mandn  al  mess 

A  far  cattura  per  del  età  che  n'  cònten, 

E  i  mettn  i  galantòmn  in  cumpnimèss. 
Oura  cossa  m' importa  s' cstòur  m' affrònten  ? 

Rang'  d' asen  ,  cmod  s' sol  dir ,  n'  arriva  al  lil , 

E  a  vdrèin  pò  el  sòo  cattar  a  cossa  el  mònten. 
eh'  s' el  sran  pr  al  più  vsigàt,  e  al  piasa  al  stil , 

I  vers ,  la  lèlngua ,  el  fol  sòul  ai  ragàz 

E  al  serv ,  cmod  s' déas ,  eh'  n'  i  badn  acsc  in  suttìl. 
Me  m' par  d' èssr  a  cavai ,  es  fag  mustàz 

Pr  andar  Inanz  in  vésta  del  guadàgn 

eh'  I  pòien  far  Uzènd  st  mi  scartafaz. 
eh'  sti  fol  cln  quell  beli  mezz,  eh'  a  n'i  è  '1  cumpàgn 

Pr  insgnàr  a  vivr  al  mond ,  cunfòurm  a  dsén , 

E  a  spulaccar  burland  I  pùver  gnagn. 
A  n'  fu  per  quèst  eh'  tant  òmen  d' garb  spindòu 

Tèlmp  e  sudùr  per  veder  d' inveotaren , 

E  in  tutt  el  lèidgu  el  vecci  tradusén  ? 
Donca  eh'  mal  è  quand  a  n'  s' lavòura  indaren  ? 

E  s' i  scapùzzen  dèintr  In  V  un  qual  dfett  » 

eh'  i  pèinsen  eh'  sèlnza  zunta  a  n'  s' ha  mal  carèn. 
Dscurèinla.  Dsim'  un  poc  eh'  razza  d'  cunzètt 

Fessi  mai  d' qui  dall'  àsen  quand  a  V  dseva 

Oh'  i  Taffugòn  ?  Mo  i  n*  ev'  fénn  propri  dspett? 
Mo  a  n'  i  dsessi  di  matt  ?  Cossa  i  aveva 

Da  far  pò  clòur  cun  tutt  al  so  zudsàri 

Da  ardùrs  a  strasslnar  st  ciué  eh'  i  serveva? 


*.«  Ivan  1^^^      ^  nat^  ««^  ^    ,;,,  V>eU  ^««^  ' 
^^^^  '    .la  tB»****      '  .\  ioo«*  '  *    V.  l«  «**• 


DIAUm  MIUANI.  5^9 

Mònd  malandrpin ,  cmod  il'  dvinta  csé  trést  ? 

T' meli  ai  seti  zil  cl^ur  eh'  fan  la  court  ai  vezi , 

E  qui  eli'  pàrlcn  per  bèin  t' i  mand  pr  el  pest? 
Voltèr,  Russò  ,  eli'  n'  lian  scrétt  che  per  caprezi 

Tant  barunàt ,  s' porto  in  triònf  e  in  gloria , 

E  Minzòn  ,  eh*  i  cunfònd ,  s'  ha  in  quel  servezi. 
Lù  eh'  va  cm'  è  vcint  pr  al  drett ,  e  a  n'  fa  bandòria 

D'  tèrmen  dai  manizzèio  tira  in  t' la  frosa , 

Di  quàl  s' serv  qui  dsgrazia  cun  tanta  bòria  ; 
Tant  eh'  sèinza  laml^icàrs  e  fiir  la  glosa 

Vu  capi  da  re  a  ron,  eh' clou r  han  al  tort 

Vgnènd  Indri  dop  dòu  òur  frese  cm'  è  una  rosa. 
E  al  le  capéss  a  dspett  I  spìrit  fort, 

Che  n'  crèden  s'  n'  in  t' l'andròuna  perch'  la  puzza , 

E  qui  alter  eh'  lu  battezza  per  coli  stort. 
eia  santa  verità  tant  darà,  cruzza 

I  prém ,  cun  tutt  eh'  1  faghen  da  dsinvòlt , 

E  smacca  qui  alter  eh'  fan  el  mòun ,  es  1  uzza. 
E  s' per  cunsèinzia  i  vlèssen  din  quant  volt 

I  han  sbaiaffa  eh'  l' abba  Miniòn  dà  ali*  I  oé , 

Cun  tutt  eh'  al  cor  i  dsess  :  Per  zio ,  al  i  ha  coli , 
A  vrc  eh'  a  v'  maraviàssi  più  d' un  poc  ; 

Mo  per  superbia  o  per  vergogna  i  tasen, 

E  i  s' affùgn  in  i'  la  panza  al  tee  e  toc. 
Mo  eh'  i  s' la  tcgnen  d' bona,  e  eh'  i  s' cumpiasen 

D' Voltcr  mori  due,  e  d' ci'  àltr  in  t'  un  tuguri , 

Suppié  pr  òurden  dia  Cisa  cm'  e  tant  tsen. 
Di'  ni'  in*  guarda  però  d' lari  i'  auguri 

D'  murìr  cm'  è  cstòur  ,  eh'  1  tcinen  per  sani  pader , 

Tant  eh'  s' a  i  dà  còntra  a  i  vdi  dar  in  t'  ei  furi. 
Mo  a  pregarò  |>er  iòur ,  che  s' i  èin  zo  d' squàder 

In  gèner  d*  fèid ,  al  Sgnòur  i  tocca  al  cor , 

Pr  arcgnòsser  Santa  Cisa  par  so  mader. 
E  per  far  ànm  a  st  pass ,  eh'  a  I  figa  tòr 

Escimpi  dall' autòur  d'sU  fol,  eh' s'io  mors 

Cun  al  zilézi ,  e  cun  ai  dir  :  Uè  mor. 

y^l  Lòiw  e  al  Can. 

Un  Lòuv  sòul  oss  e  peli 

(Tant  badava  alla  balla  i  can  le  dri  ) 

Dà  in  t'  un  mastcin  furzùd  quànt  tond  e  beli , 

Ch'ave  smurré  sòuvra  piusir  la  vi. 


i 


3tfO  PARTE  SKCO?IDA. 

Striccàrla  al  mur  cun  (ari  un  burubù, 

St  Lóuv  Tare  fatt  viuntira , 

Ma  bsugniva  attaccàrs  a  tu  per  tu  , 

E  al  Mastèin  ave  zira 

De  n^  s' lassar  murìr  brisa  Tanzl  in  man. 

Cossa  fa  al  Lòuv  ?  L' abòurda  da  curtràn , 

Èintra  sig  in  t' al  dscòurs  mulscin  mulséin , 

Es  fa  I  oh ,  vdèndP  intòn  quànt  è  un  ninnéin. 

Mo  a  u'  starà  se  n^  per  vù ,  bel  al  mi  sgnóur , 

D' n*  èsser ,  qué  arspond  al  Lan ,  al  par  d' me  in  flòur. 

A  dscavàv  d' in  sti  buse ,  ch^  a  fari  bcin. 

Qué  i  par  vùstr  èin  dsditta ,  perchè  uù  i  vdcin. 

Tant  Schiller,  pùver  diàvel. 

In  dura  cundiziòn 

D' murir  d*  fam ,  d' mài  magnar  in  pas  un  bcòn. 

Dir  de  n'  avèir  mài  tàvel 

Da  pscir  galupplnàr  ! 

Bla  la  mori  sèimpr  al  cust  ! 

Tgnim'  dri  eh'  a  stari  mèi  d'  perpùst. 

Al  Lòuv  arspònd  :  Coss'hoia  pò  da  far? 

8quas  nicint ,  I  dis  al  Can  ;  andar  baiànd 

A  qui  eh'  han  di  bastòn , 

E  al  birb  d' in  quànd  in  quànd , 

Po  far  festa  a  qui  d' cà ,  roassm'  ai  patron  ; 

E  intani  ari  d'  salàri 

1  cascàm  del  piatànz  più  féini  e  rari , 

D' pullastrMni  e  d*  pizzòn  el  test  el  I  oss , 

Pr  en'  dir  di  dsnom ,  che  v'  s' fràn  a  più  non  poss. 

Al  Lòuv  s^  figurò  In  testa  una  cuccagna , 

eh'  fé  vgniri  el  luzl  ai  u£  per  tenerezza  ; 

Ma  intani  eh'  al  s' i  accumpagna  , 

Vdèndi  pia  'l  coli,  a  i  déss  più  presi  che  d'  frèzza  : 

Ohi,  coss'è  quel?  —  Meni,  niénl.  —  Ma  cmod  niént  niénl? 

Poe  mal.  —  E  pur  ?  —  Srà  sta 

La  culara  cm'  a  tegn  star  incadnà.  — 

Incadnà?  déss  al  Lòuv,  sgrinzlànd  i  dcint. 

Sicché  donca  a  n'  curri 

Kè  dov ,  né  quand  a  vii  ?  — 

Sèi m per  no ,  cossa  im|)orla  ?  — 

L' importa  tànt  eh'  a  ne  m' faressi  (or 

A  si'  prezi  i  vùster  past,  né  nianc  un  Isor.  — 

Dell  quèst  al  Lòuv  còrr  ano,  ch'ai  diàmpr  al  porta. 


MAum  muANi*  5V1 

jél  Lòuv  e  tAgnèlL 

La  rasòn  del  più  fort  sèimpr  è  la  miòor»  ; 
Siati  8U  prova ,  e  pò  dam^  d' barba  allòara. 
Un  Afoèll  in  t'  un  ré  d^  aqoa  bèlo  pura 
S*  cavava  un  de  la  sèid. 
Un  Lòuv  a  diùn  i  arriva  al  eusl  quèid  quèid , 
eh'  lerciva  m  vlnlora , 
Dalla  sghesM  tira  Insl  le  In  quel  lug. 
E  arrabbé  battènd  fug 

A  i  salta ,  e  a  i  dia  :  Al  ni  toec  d^  Insolèlnt , 
Chi  V  inségna  a  vgnir  qoé 
A  inturbldar  st^ aqua ,  dov  a  I  bèv  tòni  mèi 
SU  to  temerità 
V  la  pagare  sala; 

Al  tur ,  e  a  t^  al  nantègn  sieuramèlnt.  — 
Sgnòur ,  dls  TAgnèU ,  termandi  bèln  la  péssa , 
Vostra  Maesli  d' grada  en'  s*  arrabéssa  ; 
Ch'  U  pèinsa  eh» dov  ti  bèv,  P  è  un  sii  più  In  su 
Una  vintelna  d^  pass  d^  quei  dov  me  lio  bvù; 
Sicché  dònca  a  n^  s'  pò  dar 
Ch'sta  so  aqua  me  i  l'ava  psù  inturt)dar. — 
Té  t'  l' iotòrbd ,  dis  sta  bastliua; 
£  pò  a  so  ch^  an  t'dséss  mal  d^  me ,  dia  mi  rana.  — 
Ho  cmod  al  psévia  tir  s' a  n^  era  nad? 
Arspòus  r  Agnoli  ;  la  mamma  em^  da  la  tétta.  — 
S' t'en'l  sta  té,  fu  to  fradél  del  bretta.— 
8^  a  n^  n^  ho  nlanc  un ,  ch^  a  sòn  mo  me  'I  prém  nad.  — 
Dònca  qualcdùn  di  tu , 

Ch'  mal  v^  asparmla  d*  dir  centra  d^  nò  ch^  mil  du , 
Perch'  1^  tuga  a  strélna  I  can  con  i  pastùr  ; 
Al  m' é  sta  dett  d' sicur. 
Qué  Imo  ch^a  figa  el  mi  vendétt  adéss. 
E  dett  e  fiitt  l' agguinta  es  al  sgavagna  ; 
Po  '1  porta  d' oò  del  bosc  dov  al  s^  al  magna , 
Arsparmiandl  la  spélsa  del  pruséss. 

La  RundanHtìa  e  V  Uslètt. 

Una  tal  Rundanéina  In  t'  I  su  viài 
8'  era  molt  béin  dscusé. 

20 


9f8S  PAIATE  SBCOifDA* 

Chi  ba  vést  purassa  coss,  véin  pò  quel  de. 

Ch'ai  s'el  poi  anuvgnìr,  e  cun  vantàz. 

Li  stiussèva  el  burrasc  più  pznèini  eh'  s' dèssen  , 

E  inani  assa  eh'  el  vgnèssen , 

La  li  fava  capir  ai  marinar. 

Al  suzzéss,  eh'  qoand  la  can'va  s'  sol  sumnar, 

L' ba  vést  un  cuntadèln  , 

Invstìren  di  quadèren  senza  fèin  ; 

E  a  capétol  ciamànd  i  uslètt ,  la  1  déss  ; 

Sta  bùbbla  ne  m'  va  brisa  pr  ai  fasci  ; 

Puvraz ,  me  v'  cumpatéss , 

eh'  a  v'  vèd  propri  in  t'  l' urzòL 

Per  me  m'  sarò  tór  d' sòtta ,  e  a  m' n'  andarò 

In  t'un  quale  lanabùs,  e  a  m' salvare. 

Vdiv'  là  eia  cara  man 

Ch'  air  ària  va  sdundlàiid  ; 

Vgnarà  un  de ,  eh'  n'  è  luntan , 

Ch'  qpel  eh'  la  va  sparguiand 

Srà  r  ùltem  vòster  dzepp.  Oh  quànt'  urdègn 

D*  bgull  e  d'  rèid  nassràn  d' qué  per  ciappàrev  ì 

Quant  lazzètt  pr  attraplarev  ! 

Cun  una  maiiina  d' mèli  àltr'  urdègn 

Càusa  alla  so  stasòn 

Dia  vostra  mort  o  dia  vostra  persòn. 

Ari  una  gabbia ,  o  un  spèid  ! 

E  qué  prèdica  a  cstour  la  Rundanèina  : 

Fa  a  mi  mod ,  àvam'  fèid. 

Sgufflàv'  più  prest  che  d' frezza  sta  smiotèina. 
1  «slitt  I  dan  dei  gnoc , 

Ch'  per  quel  eh'  era  in  t' i  camp ,  quest  i  par  poe. 

Qu&nd  al  can'var  fu  grand  la  I  tòurna  a  dir  : 

Tutt  quei  eh'  è  nad  da  eia  maldètta  smèint 

Fai  In  brisl ,  altrimèint 

Tgniv'  d' fèid ,  eh'  a  v'  andà  tutt  a  far  bendir. 

Corv  dal  mal  nov ,  arbecca  cstòur ,  braghira , 

Anma  mi  ai  bel  mstirèin  eh'  a  z'  attruva , 

Nlanc  un  miàr  d' zèint  è  assa 

Per  pluecàr  st'  avinzòn  per  quant  la  tira. 
Quand  al  can'var  è  all'  ùltcm  blond  cliersù  , 

La  Rundanèina  s' i  aria  a  dir  :  L' è  fatta  ; 

Sta  smèint  del  bretta  è  prést  e  bèin  vgnù  su , 

Ma  8*  piz  che  n'  s' fa  a  una  matta 


MALITTI  EIIILIA?I1.  $55 

Pr  inféin  adèas  a  n*  m'  avi  vlù  badar  ; 

Da  qué  inànz  quàod  a  vdri 

eh'  la  terra  Invsté  ai  vlllan  di  poc  da  far , 

Savà  bèin  eh'  cttòur  faran  guerra  ai  usi. 
Quànt  ràgnol ,  quant  lllèlt  1 

Tutt  trèppel  per  i  aslèlt. 

Almànc  pr  allòura  en'  avulazza  io  là  in  là  « 

Ne  v'  muvi  d' in  l'i  nid  ,  o  aèinza  ciàcer 

Fa  sanmichél  luotan ,  e  fi  ciaod  fa 

£1  Fòlg ,  el  1  Anadr  d' vali ,  et  Gru ,  el  Piiiichar. 

Al  vàster  mal  V  è ,  eh'  vù 

En  n'  si  in  stai  ed  passar,  cmod  a  fèin  nù , 

I  dsert  e  '1  mar ,  e  firvla  d*  co  del  mònd  ; 

E  per  quest  a  n'  avi  che  un  meu  sicùr , 

eh'  è  quel  d' flccarv'  in  food 

Al  schervai  d'  un  quale  mur. 
I  uslètt  stufT  d' sti  cunsèi , 

S'  mèssn'  a  fir  all'  arfusa  del  biabèi , 

Tal  e  quii  fé  i  Trnlan 

Cm'  i  fén  arstàr  Cassàndr  un  bel  babàu; 

E  cmod  I*  andò  per  cstòur, 

Acsc  r  andò  per  lòur. 

Quànt  uslètt  i  éren  ,  tànt  in  fu  attraplà. 
A  sèin  tutt  d' naturai 

De  n'  dar  mèint  s' n'  a  chi  i*  dà  dia  savuni  , 

E  féin  eh'  al  n*  è  suiièss  de  n'  crèdr  al  nàl. 


Sùnònid  8al{>d  dal  Deilii. 

A  n'  s' pò  mài  ludàr  trop  tre!  fatta  d'  aòint  : 
Qui  eh'  stan  dai  cop  in  sii ,  la  Dama  e  ai  He. 
Malerba  el  dséva ,  e  me  son  d' sentimèint , 
Perchè  l' è  bon  alla  fé. 
La  lod  fa  '1  ghetti'  e  cómpra  i  più  dsunià. 
Dal  trèi  al  dòu  i  uccètt  d'  una  bellezza 
L' han  paga  e  strapaga. 
Vdèin  cmod  mo  el  Deità  fan  di'  aievleiza  : 
Simònid  s*  méss  un  de 
A  far  di  vers  in  lod  d' un  Gladiatòur. 
Fine  eh'  l' av ,  al  s' addé 
Ch'  al  soggètt  è  pèio  d' lanz  sèinza  savòui  • 


551  PARTE  SECOIKIMI. 

I  parèint  d' st  GUdiatoor ,  zèint  eh'  n'  è 
Al  pftdr  arrìsg  lUdèin , 
E  lù ,  fora  d' ste  so  far ,  un  turlurù. 
A  vdì  eh'  rana  d' suggètt  e  sec  e  pméin. 
Al  Poeta  d' long  déss  d' st  so  brav  sogètl 
Tutt  quel  eh' mal  al  psé  dir, 
8'  tré  al  parte  d' taeear  sotta ,  per  l'effètt 
D*  psèirs  un  pò  sbiuarir , 
Dsènd  d'  Ci»ter  e  PoUùi ,  i  prém  e  1  niùr 
eh'  Btèssn  alla  lus  del  mònd  I  gladlatùr. 
E  qué  purtò  al  selt  ili  I  su  dui , 
Dsènd  I  lug  dav  s' tè  unòur  sti  da  gemi; 
Al  pangérie  del  d^  Delta  furmò 
Du  teri  inilrca  d' sta  camposialòn , 
E  al  Gladiatòur ,  che  quand  a  1 1' urdinò 
1  pruméss  un  dublòn , 
Garbatamèint ,  avù  eh'  al  r  av  In  min , 
N'  1  de  che  un  terz,  e  I  déss  frugn  fHjgn:  Al  resi, 
Tant  Ci»ter  quant  Pollui ,  du  segn  aelèst , 
A  lir ,  sold  e  denàr  v'  al  pagarin. 
Ho  a  v'  voi  far  trattamèhit  Vgnin  a  dsnar  mlg  ; 
A  starèin  da  sgnuraz , 
I  dsnadùr  sran  adlit  tati  d'In  t'  al  mas, 
Parèint ,  e  i  miùr  mi  amìg. 
Ne  m' sta  a  far  sHnltòn , 
Vgniv'  a  dscrèdr  In  pulir  cun  sti  mattòn. 
Simònid  1  prumètt ,  fors  bèin  per  pora 
D'armettrf  òultr'al  so  avèir 
Anc  del  lod  di  su  vers  quel  po'  d' plasèir. 
Al  vèin ,  s' fa  al  dsnar ,  e  a  s' magna  eh'  nient  s' arsora  ; 
Tutt  1  stan  d'  svaglia ,  quand  un  d' qui  dia  ci 
A  diri  d' dri  dia  scranna  dov  al  sed  : 
I  è  dù  eh'  al  vòlen  veder  dett  e  fall. 
Lù  8'  tol  da  tavla ,  e  qui  ilter  eh'  a  n'  i  importa 
Un  flg  d'iu ,  fan  un  d' nètt  e  I  vudn  1  piatt 
Sti  du  èrn  I  geni  ch'ai  ludo  tant, 
eh'  al  rlngraxlén ,  pò  vlènd  pagirl  i  vers 
Ch'  al  fé  per  lòur ,  P  avisen  ch'in  d' Istint 
Sta  casa  fa  un  scufflòtt  per  tutt  1  vers. 
Alla  fé  eh'  i  accoién  ;  eh'  toppa  un  pilàster , 
Fa  nona ,  e  addio  tasséll, 
Ch'  n*  avènd  più  eh'  al  sustainla ,  zò  a  flazèll 


UAtmi  EVIUAMI.  Sui 

iBqueita  dsnar ,  llasc  e  piatt  cun  i  su  impiàsier  ^ 
E  a  qui  eh'  daven  da  bèvr  a  n'  fa  nièint  d' mane. 
Ho  quèst  eh'  è  qué  n'è  nlanc 
Al  pìi ,  la  età  qué  n'  9*  quieta 
Ptr  cumpìr  la  veodelta  del  Poeta. 
Un  trav  scaveiia  el  gamb  del  Gladiatòur , 
E  dà  cumia  al  dsnadnr  struppia  squls  tutt. 
1  avvis  per  fan'  unòur 
Spargùien  d' long  la  nova  da  per  tutt. 
Oh  eh'  miraquel  !  tntt  aighen  pr  una  bocca  , 
I  vers  d' un  om  dal  Delti  mèrten  bèln 
Sia  paga  dóppia ,  ch'in  st  frangèinl  1  tócca; 
E  al  n'  era  un  om  da  bèln 
GIÙ  eh'  i  pagava  profumatamèlnl 
S'  I  daven  del  savón  alla  so  lèlnt» 
Qué  a  tòum  al  punt ,  es  dég  In  préraa  d' tuli . 
eh'  el  Delta  e  I  par  su  mal  s' lóden  trop , 
E  pò  eh'  el  Mus  spess ,  sèlnia  dar  ali'  i  oé  ^ 
Pón  cavar  dal  oostrutt 

Dal  sóu  fadig  ;  e  in  t'  l' ùltem,  eh'  la  nostr'  art 
Ha  da  tgnir  su  el  sóu  càrt. 
I  Grand  s' rènden  gloriùs 
Cm'  i  fan  la  cort  ai  Mus. 
Za  '1  mont  Uliimp  e  al  mont  Parnàs  indrì 
Baizgaven  da  amigón  e  bon  fradì. 

/  Galavrin  e  eV  i  Àv. 

Dall' ovra  s'cgnóss  l'artésta. 

A  s' truvó  del  brèsc  d'mel  sèioia  patron» 

I  Galavrón  el  pretendén  a  vésta. 

EP  i  Av  1  cuntrestón  sta  pretensión. 

La  coisa  mtènds'  in  Ut , 

S' andò  da  urta  Vrespa  ,  eh'  deiidéss» 

Ma  la  i  grindò  cm'  la  s' méss 

A  studiar  al  mérit  del  quesit. 

S' a  vii  f  i  tstimoni  dsèven 

D' avéir  vést  dri  a  sU  brisc  fir  dal  pladùr 

Di  bstiù  dair  i  ali  bslóng  d' un  Unni  scur , 

Cmod  è  r  i  Av ,  e  per  tal  gran  tèimp  s*cberdéven. 

Mo  eossa  ?  I  Galavrón 

A  sii  indéai  éln  tutt'  un. 


Htt^  PARTE  SBCO^IDA. 

La  Vr^pa  a  si  quia ,  n'  savènd  da  di'  banda  tgnir , 

Tòarna  a  far  del  rizèlrc  pr  avèir  più  lùm. 

La  in  dmanda  n  un  furinigàr;  s*  fa  del  zanzum; 

Mo  1  punì  en'  s' pò  siiarir. 
Mo  d*  grazia ,  cossa  zòva  tutt  quest  qué  , 

Dis  un'  Ava  eh'  ha  giudézi , 

S*  dòp  si  rais  d' Ut  a  scin  al  bel  4)réni  de  , 

E  in  st  mèi n Ir  al  mei  fa  i  fiùr  a  prezipczi. 

D' ògn'  òura  è  tèimp ,  sgnèr  Giùdiz ,  eh'  la  la  sbriga  ; 

Su  ,  eh'  r  ha  oinà  per  la  zèndr  assa  la  vsiga. 

Séinza  lànt  eontradditori, 

E  tànt  ini errc^alori , 

Arzigòg ,  muzzureiarì , 

E  farz'  eorr'r  inànz  e  indri, 

La  metta  al  prov  i  Galavròn  e  nà . 

E  la  vdrà  chi  d^  nù  àltr  è  capàz  d' far 

Un  sug  dòuiz  emod  è  quel ,  e  d*  fabricàr 

Del  brèsc  eun  quel  cumpirt,  eh'  a  n'  s*  pò  far  d'  più. 

L'  arflùd  di  Galavròn  fé  dserùver  trèln  , 

Siànd  eh'  I  n'  èren  da  tànt. 

E  la  Vrespa  lampànt 

De  a  d'cbi  era  quel  mei  pulìd  e  bèin. 
S'ògn  pruzèss  s' fess  acsé,  che  al  zil  al  vléss, 

E  r  US  di  Ture  in  st  gèner  s' abbrazzass  , 

Sòul  al  sèius  cmùu  per  còdiz  vré  cb'servéss, 

E  una  bella  munèida  s'asparmiàss  ; 

Ch'  a  n'  srèn  magna  a  travèrs,  e  pluccà  in  t' i  oss , 

Cun  mnàrz'  pr  al  nas  stand  a  cavai  del  foss. 

In  féin  s' fa  tànt ,  eh'  di*  Ostrica  s' fa  trèi  pàrt  : 

Pr  al  Giùdiz  al  garòi ,  el  scSi  pr  e1  pari. 

Traduzione  del  Sonetlo  : 

Se  la  donna  infedele  che  il  folle  K^nto^  ec. 

di  Annibale  Bartoluzzi. 

S'  eia  donna  sèinza  fèld  eh'  91V  tant  argói 
Da  vlèlr  cùn  Domendi  èsser  del  par , 
E  eh'  puvràzia  ola  mèiU  vols  mursgar , 
Cun  darn'  al  dòuIz  mare  un  poc  d' arso! , 

Avèss  delt  al  bissòn  :  Nq  eh'  a  n'  in'  vói , 
Tèint'  la  to  mèiia ,  e  vat'  a  far  squartar. 
La  mori ,  V  infèren  en'  s' srén  sintù  arcurdar , 
Ne  nlànc  al  pcà  cun  tutt  qui  alter  garbói. 


DIALETTI  rtaiAin.  m 

Ma  s^E\a  pr  aTlr  en'  dava  In  Tal  zedròn , 

Maduiinèina  bendètta ,  al  vOftlr^  unòur 

Srév  armesda  ciin  tali  In  cunfusiòn  ; 
Pura  a  sréssi ,  ma  n'  s^  In^  farév  armòur. 

Fclìz  doDca  da  còulpa:  oh  al  bel  maròn  ! 

S'  al  cbcrsé  a  una  tal  Donna  un  nov  splendòur. 

1840.  Per  saggio  dell* odierna  letteratura  bolognese,  valgano 
le  seguenti  poesìe  inèdite  dei  chiari  scrittori  viventi  Raffaello 
Buriani ,  dottor  Nenzioni ,  dottor  Carlo  Frulli  e  Biagio  Uccelli , 
ai  quali  rinnoviamo  la  nostra  riconoscenza  per  avercele  grazio- 
samente comunicate. 

Seslèin  balzati 

Pr*un  (iMinr  d'una  Sozìetii  d'ìnattj  detta  di  Trèds^  dal  nùfner 
di  cumpuììniìt ,  i  qual  però  han  la  facilita  d^cundnr  ognun 
un  atnhj, 

(Carneval  del  1845.) 

Finalmèint  «te  bèli  de  Tè  pò  arriva 
Cile  tiìlt  in  cumpagni  qué  a  aèin  a  dsnàr, 
E  In  grazia  so  nù  a  vdèin  verifica 
Che  non  sèimpr  a  s'attrova  al  trèds  in  dapar: 
Di  falli,  s'a  lumà  la  cumpagni, 
Trèds  ein  i  soiÌ ,  mo  a  sèln  qué  in  venlsi. 

Pur  sia  giurnata,  eh' è  peri  altr  aHigra. 
A  dirvla  d' bón,  per  me  la  nTè  la  tropp, 
Perchè  st^ann  la  mi  Musa  8' móstra  pigra, 
Ch'la  scòria  n-sóva  a  farla  andar  d'galòpp.... 
Sta  debolézza,  corpo  dèi  demoni  ! 
Srévla  forsi  un  efTètt  dèi  matrimoni?....  (i) 

Mo  davvèira  che  quèst  «ré  un  bèli  effètt 
Per  qui  puvrétt  eh' s' Impiizn^  in  rePmujér! 
Se  più  a  n'  i  serve  né  Uva,  né  a  lètt 
Quel  età  ch's'ciama'èster,  me  a  v' al  dég  •imér, 
A  m^  par'rev,  in  sustania,  un  miòur  aliar 
Al  supplìrs  viv,  o  almànc  al  fars  castrar. 

(()  Al  porla  (ruM  tioo  riftpplt  dUtivla)  fra  alltMir*  tpòu»  ouv. 


558  PARTE  SRCO.^DA. 

Al  (or  mujér  fu  sèimpr  un  afllr  schéé, 
Cmod  dseva  Zizeròn  dscurrènd  di  mrus, 
E  al  scrlv  che  acsé  pian  pian  dvlnlò  un  sternéé 
Un  so  cusèin  dia  ci  di  Stopabùs , 
Al  quii  per  la  mujér,  acsé  bèi  bèi , 
S*  i  aslargò  el  brag ,  e  s*  i  asgrandé  al  cappèll. 

Mo  lasse  in  da  una  banda  el  buscarat , 
E  mittèins  in  t' al  seri  :  In  ste  bèi  de 
D^  cessa  s'  prév  dscòrrer ,  eh'  déss  un  poc  d*  dilèU  ? . . 
Zèlrca  pur  cessa  dir...  Soja  mai  me  ! 
AlParversa  dèi  sòllt  fu  la  festa  : 
Al  matrimoni  m*  ba  lima  la  testa. 

Tuttavi  a  nM  è  rimedi,  un  cvèl  bsò  dir 
Pr'en  far  del  tutt  figura  da  minciòn; 
Dsèin  su  dónca  una  volta  quel  eh'  sa  vgnir  : 
Séppa  quél  eh'  séppa,  e  bona  nott  patron  ! 
E  s'anc  a  fùss  per  far  trésta  figura, 
Em^mittrini  per  quèst  in  sepoltura? 

Damm  te.  Musa  bulgnèlsa,  un  argumèint 
Cb' séppa,  in  sustania,  tal  da  farm  unòur: 
Cbè  al  dscumparìr  tra  i  altr  a  1  ho  in  tla  mèint 
Ch'  V  ava  propri  da  èssr  un  gran  brusòur. 
Su,  su,  svelti,  cufb|...  Ab!  a  l'ho  truva: 
1  vantai  a  dirò  di  Innamura. 

O  iu,  Jpollo,  che  iiedi  in  Elicona 
In  mèn  al  Mus,  dòv  t' fa  d'ogni  èrlM  fass, 
Oggi  propizio  il  faoàr  tuo  mi  dona: 
Va  là,  cinòtt,  e  n'em'Iassar  in  assi 
Coss'éla?  t'n'em'da  mèInt?  ah!  Ten'  vù  vgnir? 
Mo  a  mMn  sfrèlg  di  fatt  tu  :  pust  arrabbir  ! 

Cessa  m*  scappa  mal  détt  !  Oh  puvrèlt  me  ! 
A  n'  eo'  son  areurda  cb*  a  i  è  del  donn  ; 
Ch'  bsò  guardars  dal  biastmir  In  st'cas  eh' è  qué, 
Mo  di  pater  o  di  Kjrrìe-eleisón 
in  lùT  preunxa  il  dir  iolo  è  conceuo , 
Che  tono  il  femnUnil  desolo  icuo, 

A  v'dmand  scusa  umllmèlnt ,  i  mi  dunnèin, 
8e  quél  Aiti  arraidtèr  a  m' è  scappa  : 
La  n'è  la  una  blastèmma,  mo  un  blastmèln 
Che  s' sèint  dai  galantòm  anc  per  la  stri  : 
A  v'prumètt  tuttavi  che  per  l'avgnir 
A  n*  slntrl  più  da  me  hut  arroMr, 


DtALim  EVIUANI.  589 

PuÈt  arraMr,  di  fatti ,  T  è  un  «oguri 
Che  n'  va  détt  per  mattiria  gnanc  a  un  ean  : 
Putt  arrabbir  et  i  éin  parò!  csé  duri 
eh' a  in  slntirò  rìmòrs  insétn  a  dman  : 
E  se  nV  Puil  arrahinr  al  v'  ha  fatt  pora , 
Piai  arrabbir  n"*  em'  scapparà  più  fora. 

Mo  flnèinla  una  volta,  e  fèins  un  poc 
Airargumèint  eh' a  m^son  preféss  dUrattàr, 
Che  più  sdundland  al  srév  un  dar  agli  oé , 
E  al  par'rév  quasi  eh'  a  v'  vlésf  mineiunar  : 
Mo  cossa  vliv?  a  savi  la,  flù  mi , 
eh'  rana  d' sturnèl  è  mai  la  fantasi  ! . . . 

A  propòsit:  sta  sira  al  Gomunal  (t) 
Giùst  una  Fantasi  per  pian  e  fort 
A  seint  eh"  al  sunara  clù  d' GulinèU  : 
Chi  la  prà  sèntr'arà  una  bona  sort! 
Che  vù  altr  a  I  andadi  me  a  m' flgùr  : 
Però  fa  quel  eh'  a  vii:  me  al  vad  sicùr. 

Ai  vad  con  la  mi  santa  eumpagni. 
Che  l'asen  n'andò  mai  sèinia  la  soma, 
E  pò  me  la  mi  cròus  a  la  vùl  drl  ; 
Po  in  cumpagni  òneve  è  la  ^a  di  Bomm^ 
E  pò  a  m'arcòrd,  eh* io  leni  gunVetlaiep 
AUer  alterità  onera  portale. 

E  da  sa  che  al  destòin  insèm  l' ha  une , 
Aviin  d'avèir  divìs  al  béin  e  al  mal , 
E  cmod  em'  dseva  un  prii  anc  l'alter  de 
1  spus  han  in  comùn  sèna  i  stivai , 
E  pò  sa  mi  mujér  V  al  sa  anca  li: 
Mi  è  quél  eh'  è  8Ó,  e  quel  eh'  e  mi  è  mi. 

Sicché  dónca  me  a  v'  déss  eh'  a  m'  son  propósi 
D'  cantar  oss  di  vantis  di.innamura, 
Mo  a  trattir  st'  argumèlnt  più  eh'  a  m' aceòsi , 
A  dirvla  stiètta ,  a  m*  sèint  de  più  imbruja  ; 
Mo  ai  voi  pazéniia,  e,  per  Unir  la  fola , 
Bsgnarà  trattarci ,  eh'  a  v'  n'  ho  da  parola. 

El  paròl  èin  cm'  è  un  scrétt  pr'  un  galantòm , 
0  n'  s' han  da  dar ,  o  s^  el  s' éin  da  mantgnirli , 
Che  lert  al  n'é  trattar  eh'  séppa  da  om 
Pruméttr  el  coss ,  e  con  mal  garb  pò  dsdirli. 
E  ciar  al  le  scrive  mcssér  Oratio  : 
Promiiiio  boni  viri  eil  obligatio, 

(l)  tift  tira  dèi  dsniir  ai  era  no  grao  cnna^  al  teiiirr. 


5(10  PAKTE    SECONDA. 

Dsim  roo  :  cos»a  v^  in  par ,  o  clicrlatùr  : 
A  n'  ev  par  me  eh*  a  sóppa  un  brav  ragàzz? 
Com  a  i  ho  a  mèinadid  tutt  quant  i  autùrl 
Oh  in  st'  gènr  a  n^  eoi^  son  mai  (ruva  in  impàzi  ! 
Bsògna  dónca  conclùdr' ,  in  ft^in  dèi  lom  , 
Che  in  sustanxa  me  a  son  un  gran  bràv  om  ! 

E  quèst  sia  dètt  con  tutta  la  mudestia  , 
Sòul  per  cunvénzer  qui  eh'  crèdn  al  cunlrari  ; 
E  se ,  forsi,  un  qoalcdùn  di*  fgnéss  pr'  una  bestia  , 
eh*  al  8'  persuada  eh*  al  fa  un  grao  divari , 
Perchè  V  è  ciar  e  nètt,  in  féin  di  féin. 
Che  una  bestia  n^  acgnùss  i  autor  laléin.  — 

Sicché  dònca  nò  a  dsèven  eh*  V  arguDièint 
Di  vantàz  d*  chi  s' voi  bèln  Die  a  vui  trattar, 
Perchè  ste  tèma  em*  par  sfcuramèint 
Adatta  per  cantari  in  meiz  a  an  dsnar, 
In  dóv  s*  attrova  più  d*  una  mattana , 
In  t'  un  zircol  d*  amig  a  tir  tulliana. 

Oh  i  amig  pò,  I  amigl...  Mo  Tè  un  gran  gìist 
Passar  insèm  degli  òur  In  cumpagni! 
E  mi  mujér  la  o*  stava  più  in  t' al  bùst 
Pinsànd  che  st'  ann  la  vgneva  ancora  li  ; 
£  me  ai  n*  ave  csé  vùja,  eh'  pr*  al  dilètt 
Al  srà  trèi  nott  al  più  eh*  a  plssò  a  lèlt. 

Mo  quèst  en'  fa  per  me  :  tonièlD  ad  hoc , 
Che  UD  puctinèln  andò  fora  d' caria  ; 
E  a  n*  vrév  pò  mal  eh*  a  m' psessl  crèdr  un  scloe  . 
Ch*  cn  vléss  manlgnirev  la  parola  dà  : 
Musa ,  turnèin  in  fil ,  In  11*  argumèint , 
Per  buscar  uD  evviva  da  sta  zèlnt. 

A  me  un  evviva?  Oh  la  srév  bèlla  d'bón  ! 
Oh  se  eh'  al  srév  mo  propri  mess  a  post  ! 
Ho  che  razza  d*  Idea  da  gran  mioción  ! 
Viva  al  cug,  al  cafftir ,  evviva  1'  osi  : 
E ,  quél  che  de  più  m'  prèm ,  evviva  evviva 
Quant  8'  attróvn  In  sta  bèlla  cumltiva  ! 

E  qué  a  fan  puut:  e  a  vùi  per  zeri  sperar 
Che  del  coss  eh'  t  v*  ho  détt  a  sri  cuntèini , 
E  in  prova  dèi  mi  assùnt,  lùiid  e  dar 
A  v*arii  piirs  tutt  (fuiint  I  argumèint: 
E  s*  mài  a  v*  par  ch*  avèss  flné  trop  prèsi , 
S*  a  turnà  un'  altra  volta,  a  v*  dirò  al  rèsi.       • 

Rappacllo  Buriaxi. 


DI  A  Lem    EHI  LI  AHI. 


5(11 


Caso  successo  in  una  vìsita  del  Cardinale  jircifr,  Opfiizzoni 
a  Castel  S,  Pietro  nel  bolognese.  —  Zéradella  del  doti.  Wenzioni. 


Zérudella  da  per  tolt 
8'  conta  al  càs,  eh*  è  sia  moli  broli. 
Che  reguài  en's^e  udì  dir 
Dop  eh'  csésl  Caslèl  San  Pir  : 
AI  T^iudàr  ,  eh'  e  grass  madùr, 
Ch^  guano  per  terra  an'  va  sicùr , 
Ch'  al  pò  andar  s' tira  dei  vent 
In  ti  rozzi  ogni  mumènt , 
Vois  per  geni  si'  scceabàl 
Anca  lo  so  in  V  un  cavai 
Con  tot  i  alter  dai  caslèl 
Incuntrir  al  Cardinal. 
Tot  i  amìg  avn  un  bel  dir , 
Sgnèr  Kadàr,  mudàin  pinsir; 
Sgnèr  Duttòur,  eh'  al  tuga  I*  àsen  : 
Lù  arspundeva  :  «  eh'  i  mei  basen  ; 
A  capìss,  eh'  ques*a  è  una  trama; 
Stai  pò  ben  lugar  a  daira  ? 
Ai  voi  tot  la  convenienza 
Quand  a  s' traila  d'  so  Eminenza  ». 
Basta,  al  vols  a  tot  i  cosi 
Del  cavai  sintir  el  gost , 
E  tri  0  quàtier  di  su  amìg 
Avén  lóur  tot  quànt  l' intrìg 
D'  mèttrel  so,  d'  guardar!  alscàttel, 
E  ajuslari  el  sòu  zangatlel. 
0  eh'  speltàquel ,  o  eh'  risa 
Veder  si'  cvèll  infagullà  ! 
Un  d mandava  :  Dov*  è  al  nas  ? 
Ci'  alter  dscva  :  An  sa^ì  al  cas ? 
La  partida  c-a  tànt  grauda , 
Ch'  al  8'  r  è  miss  da  ci'  altra  banda; 
Q' a  Iter  dséva  :  Al  va  d' incant, 
Me  an'  ò  mài  rido  acsè  tànt; 
Ha  lo  t'  un  punt  anVved  piò  gnent ... 
S*èl  mò  fatt  dal  mài  ai  dent? 
Hb  :  per  grazia  V  e  casca 
Con  al  cui  su  in  ria  pulvrà; 
Afa  sta  bon  ,  e  vivi  zert , 
Cb*  torna  Roma  a  gamb  avèrt. 


E  difnit  qui  matt  fottò 

Novamènt  i  al  cazzòn  so  ; 

Starai  dur  ?  qui  as'cmenia  a  dir  : 


A  j  è  eh'  tem ,  e  ai  ven  pinsir 

Per  star  quièt,  ed  vlèir  ligàr 

So  in  ria  bistia  al  so  Nudar  : 

Ma  an^s'è  gnanc  sintò  parola, 

eh'  torna  a  cap  la  bella  fola , 

E  al  Nudar,  ch'en'  voi  tànt  guerra, 

Canta  d'  nov  :  Sicui  in  terra. 

Le  mo  li,  che  tot  in  massa 

S'  fceebn  attòrn  a  sta  bardassa , 

Ch'  tira  a  se  tot  al  caslèl  , 

E  piò  an'  s'  pensa  al  Cardinal  : 

Chi  voi  veder,  chi  voi  dir: 

Chi  8'  accosta  sòul  pr'  udir  ; 

Aviv  mal  in  t'  ensòn  sit? 

Siv  fors  dèbi  ?  Aviv  aptit  ? 

E  un  piò  matt ,  e  d'  qui  piò  slramb 

Vois  tastàrl  inscn  tra  V  gamb 

Con  dmandari  :  In  tot  stl  spéli 

Aviv  pers  forsi  al  sigéll? 

Basta  infén  dop  mill  salùt 

r  al  cazzòn  so  In  t'  un  minùt , 

Perchè  a  forza  d'  far  di  sàlt, 

A  s'  Acca  va  anch  bèin  in  alt  : 

Al  fò  li  con  st'  monta  e  dsmonta  ; 

Post,  ch*ai  sòn,  bsò  eh'  av'  la  conta: 

Al  cavai  s'era  allarma: 

L'  era  poc  eh'  l' era  castra. 

Pars  eh'  al  dsiss  li  da  per  lo  : 

Di  quajòn  me  an'  in  voi  piò , 

E  in  t' un  tratt  con  un  scussòtt 

Ficcò  In  terra  al  so  fagòtt; 

Figuriiv  mò  adèss  al  cas , 

E  sia  ben  tot  persuàs  , 

Che  al  Nudar ,  eh'  n'  era  piò  stracc , 

E  ch'en'vleva  piò  tànt  smacc, 

S*  fé  spulvràr ,  e  pian  pianèin 

L' incuntrò  con  i  su  pdèin 


562 

So  Eminenza,  che  infurna 
Del  nagnéféc  Irei  emtìk, 
Diss,  o  Roma ,  acsè  rìdand  : 
Vò  l'avi  fatta  da  grind; 
L*(è  un  esempi ,  eh'  è  sta  tolt 
Da  Gesù ,  ch^  cascò  trèi  volt  ; 
La  voi  èsser  umiltà 


PARTE  SECO.'VDA. 


Per  sustgnir  la  cavalca , 
E  bsò ,  In  c&s  (ph*  s' deva  viaiar , 
Fars  dar  V  asn'  a  tot  andar. 
Perchè  un  om,  eh'  ava  duttrèina 
S' è  da  mettr  In  t' la  bastèlna , 
E  ai  supèrb  lassar  la  sella; 
JTocc  e  dai  la  zérudella. 


Zérudella 


Pr*un  gran  dsnàr  eh* de  in  tal  1884  in  villeggiaiura  al  capldr  dimoia 
in  Bulògna  Marion  Maccàgn  »  dov*  inlervèntm  più  d"  se$$anta  penòmn 
tra  invida,  cherdinzir,  capp-néigher,  apparadwr»  cug,  illwiìinadàt, 
fugkuta,  cannumr  e  iervènt,  ienza  i  bcn-vgnù.  V  ann  prima  a  in  de 
un  mane  ifarzòus. 


eh*  al  s^  vliss  rendr^  acsi  fanòus, 
Dand  un  prans  ch^ensùn  sanai, 
Ensùn  sgnòar  r  ugual  de  mai. 

ZIttam  pur  qui  d^  un  Cavrara  « 
Qui  d**  un  Spada  o  d^  un  Malvèn, 
O  eia  tavla  acsi  strarara 
Ch'  a  Nadal  Bov  s^era  avèn, 
0  d' chi  al  Lin  e  al  so  cut  cald 
Als'  gudè  fin  ch'ai  sti  sald (1). 

Marlàn  sóul  j' ha  tott  supplé 
Cun  el  sfare  e  I  più  rar  boòn , 
Cun  J^  adòb  e  i  lum  eh'  fenn  de , 
Cun  gP  allgrèzz,  cutt  i  cannòn , 
Cun  r  avèir  illumina 
Sai,  zardèin,  cavdagn  e  pri. 

A  propósi!  dal  zardèin , 
Al  n*  av  eor  d'  crearl  a  un  Iratt 
Da  un  curtìi  ?  anzi  al  fo  un  vsèin 
Ch'ai  stè  le  per  dvlnlir  matt, 
Vdend  nad  flur ,  «Ibr%  ananàss 
f    Dov'  jir  r  àltr'  a  J'era  i  sasa.  (s) 


Zérudella  s' Pann  passi 

Una  bella  cumpagni 

Fò  cuntèinta  parassi 

D'  quel  tripudi  e  d' queP  allgri , 

D'quel  bel  dsnar  e  d' da  baldoria 

eh'  ev  contò  jlr  la  mi  storia  : 
Cosa  mal  diruta  incù 

E  d' da  zizla  d'ajersira?  (i) 

né  armàs  propri  cm'  è  un  cucù , 

(An've  cònt  una  chimira) 

Usservànd  eia  profusiòn         (ròn. 

Non  d'quel  dsnar,  ma  d'quel  dsna- 
Tott  qui  udùr,  quel  fum,  cl'allgrèzza. 

Quel  purta,  e  qui  bon  vio. 

Un  Incànt  V  era ,  una  blezza  ! 

Tutt  qui  piatt  eh'  n'  avèn  mal  fin 

Tramudòn  casa  Maocagna 

Tutt' a  un  tratt  in  t'na  cuccagna. 
Ste  Maccàgn  me  za  al  saveva 

Om  d*  gran  moda  e  generòus  ; 

Ho  per  cert  an'  me  cherdeva 

(I)  lo  li  cW  sncteulv  al  prans ,  as'  magniva  j'  anòi  con  i  amìg  ;  tra  qneOi  ai  era  al 
caknlir  di'  tmtbnr ,  ch«  mito  a  memoria  sta  tiridira. 

(a)  Al  aeaatòar  Barliaaa  padiòo  di'  impr^isa  del  £m  ,  eh*  falU  dop  èsser  stii  al  più  ricr 
e  ptttÙoi  d'  Balògoa  ,  dov  a  j  è  arsta  per  pmverbi  :  Al  liu  e  al  cai  cald  al  ■'  1*  ave  s*  ne 
BarbaHB.  La  fameja  del  senatòar  marchèis  Bovi  una  del  più  recebi  d' Bulògna  (  adks  dccadò) 
dava  alla  vìaellia  d*  Nadil  una  gran  aènim  ai  invida  e  mustrava  una  tavla  farn^  magnific*- 
m^ini  d'trskal,  or  e  pnraHMo  dU  CliMna  e  del  Giappòn. 

(3)  Par  f&r  u  tardèin  ft^int  al  ft  dsfar  in  t'  una  stmana  al  eurtil ,  dov'al  sappU  di  fai  ««^ 

d' fiur ,  e  ai  piantò  di  albr'  intir  ,  strapianta  dai  camp  run  el  sòu  vanìis  d*  bùtael  ;  figoiiv  'a^' 

cun  che  spUsa  I    Zk  anc*  adèss  al  sta  d*  c'à  in  t*  un  gran  appartaroèint  éìA  palata  del  duca 
d*  Gallira. 


DIALETTI  ESIILIANI. 


565 


Guà  Mariàn  ch^  la  bocca  ha  In  piga. 
Gua  ch^al  tetta  es  fa  irhìn... 
Scnt,  ch^  dal  gust  al  par  cb^  al  zlga 
Crood  in  màrz  i  nùster  mnin: 
L' ha  rason  s'al  s^god  sV  Incèlns, 
eh' j  dev  dar  chi  e  al  vèlr  propèlns. 

O  scrittùr  di  temp  antig , 
eh' a  cunti  d'  qui  bl  de  grats 
El  tavlà  eh'  dàvn'  ai  amig 
Qui  sbulzòn  d'Lucùll  e  Crass, 
Vgnì  qui  a  veder  se  Mariàn 
L' è  da  mane  ed  qui  Rumàn. 

Che  da  mane?  l'è  tant  da  più 
Ed  qui  vùster  barbasaòr, 
Quint  J' avèven  clòur  più  d' lù 
Zòi ,  intrad ,  arzènt  e  or  : 
llobb  che  gli  ern  a  ca  purta 
Da!  praveod  saccheggia. 

Sia  s'un  om  msurar  a  s*  dev 
Dal  curai  e  non  dal  fust , 
Chi  più  grand  al  mond  mài  srév 
D'  Mariàn  nostr'acsi  d' bon  gust! 
Un  pajèis  dal  da  guemàr, 
E  a  vdrì  quel  eh*  al  sarév  far. 


Quand  d'  l' Egìt  la  gran  rigèina 
Dsfè  in  t' r  asa  eia  tal  perlòuna 
Acsi  rara  e  suprafèina , 
Ch'  la  custàva  una  summòuna , 
Per  mustràr  che  un  pìccol  dsnàr 
Più  d'un  grand  al  poi  custàr; 

Ho  l'an*  fu  propri  una  matta 
Struscia-zchèin  sema  rasòn? 
Quel  eh'  en'  fa  bùjer  la  pgnatta 
L'è  tutt  spéls  da  vèir  zedròn: 
E  per  quest  me  a  son  d'avis 
Ch'jir  Maccàgn  al  1  ha  bèln  spls. 

0  su  dònca  i  mi  cumpàgn 
Fa  un  evviva  e  sbatti  el  man 
A  ste  brav  Mariàn  Maccàgn  ! 
E  eh'  as  sinta  un  mei  luntan 
Al  piadùr  !  Ev  voi  1  sprèn  ? 
Battiv  donca  in  ti ...  zuccóni 

Batti  zo  senta  dscherziòn  : 
Batti  pur  e  fa  dl'armòur: 
Batti  a  cost  d' strupiarv  «1  man  , 
Perch'  al  merita  st'unóur! 
Po  avri  l'uss ,  e  fi  la  scila  , 
Tocch  e  dai  la  Zérudela. 

Del  doti.  Cakl  FaoLL. 


BitràU  d' un  legai  ìT  Bulògna. 

SUNÉTT. 

Kè  alt  ne  bass ,  un  iudri  mal  ligi , 
Con  un  gran  nàs  e  senza  un  pél  adÒM , 
Dinànz  a  i  u£  P  ha  sèmper  doi  vedri , 
Perch'  senza  al  prév  cascar  dèntr'  in  4' un  fo»s. 

In  lez  con  di  quattrìn  fò  laurea 
Per  quèst  In  drltt  zlvil  al  s' trova  asdòss; 
Ma  in  criminal  a  dfendr*  i  cundani 
L' è  svelt ,  acut  e  s' avrà  ben  al  goss. 

L'  ha  squas  trent'  ann  e  in  dmostra  trentasi  ; 
Tint  volt  furìós  e  in  tesU  del  mattiri, 
Mo  sèmpr  un  bòn  amig  in  compagni. 

Al  n*  ha  mujér ,  almànc  mujér  intirì  ; 
Al  bev  puctìn  e  s'  magna  ben  per  tri  ; 
Al  rcst  pò  v'  al  diràn  el  camariri. 


384 


PARTE    5EC03IDA. 


Dialetti  Romagnoli. 


Forlivese. 

1  dialetti  roipagnoli  ^  come  accennammo ,  non  furono  mai 
scritti  nei  tempi  addietro^  se  si  eccettui  qualche  frivolo  compo- 
nimento d'occasione^  che  8compar\'e  col  nome  del  suo  autore. 
Solo  ai  dì  nostri  incominciarono  in  varie  città  di  Romagna  al- 
cuni studiosi  a  sottoporre  alla  difficile  disciplina  del  metro  le 
indòcili  loro  favelle,  e  fra  questi  si  distinsero  il  Forlivese  Giu- 
seppe Acquisti,  il  Profiessore  Domenico  Chinassi  di  Lugo,  eDk>n 
Pietro  Santoni  di  Fusignano.  Un  Saggio  delle  poesie  del  primo 
pubblicate  di  recente  a  Forlì,  ebbe  meritato  plauso  in  patria; 
varii  componimenti  del  Santoni  fiutino  raccolti ,  dopo  la  oaorte 
deir  autore,  e  pubblicati  per  cura  di  Giacinto  Calgarini.  Parec- 
chi si  neir  uno  che  nell'altro  dialetto  sono  tutt'  ora  inèditi,  e  fra 
questi  godiamo  di  produrne  alcuni  per  la  prima  volta  alla  luce, 
gentilmente  comunicatici  dagli  autori  medésimi,  ai  quali  atte- 
stiamo publicamente  la  nostra  riconoscenza. 

fioettìe  inèditi:  di  Giuseppe  .acquisti  Forlivese. 

La  QUAftESMA. 


Chi  èia  mai  da  gran  flgura 
MofTa  e  secca  cm'è  um  parsòtt, 
Oh'  yen  inàs  eh'  la  fa  pavura 
Cun  un  àbit  icsc  brott  ? 

La  vèn  cuèrta  dentr^  un  sac 
Che  pà  e  segn  d'Ia  penitenza, 
Stretta  ai  flàne  com  un  tric-trac , 
Segn  anc  quèst  d'Ia  cuntinenza. 

Cs'èl  cai  test  inzinaridi 
Ch'I  ven^drì,  e  cs'èl  ste  piani 
E  stai  fazz  niurliUeiidi , 
E  sV  silenzi  da  camp-sànl  ? 

Èl  fallì  un  iraperatór , 
th'  rà  in  Tal  man  un  gran  rudlòn 
D'  cari,  eh'  la  pà  loti  un  cursór 
Quand  e  porla  al  zitaziòn  ? 


Oh!  che  dmanda  scujumbràda! 
A  n'  avi  sin  lì  la  lo  va  ? 
La  Quaresma  l'è  lurnàda  ; 
Adìo  Itali ,  e  a  piànz  M  u  n'  zova. 

Ah!  pur  trop,  V  sintrè  e  stramézz 
D^  iqua  poc ,  e  mi  Uatli, 
D^  chi  eh'  a  n'  à  paga  e  pastézz , 
E  eh'  eiapò  la  mala-vi. 

Seni,  che  sona  la  campana. 
Alla  predga ,  sipa  proni  ; 
La  Quaresma  a  e  fén  d' la  stmana 
La  vò  l' fassa  tolt  un  cont. 

E  s'  réss  mai  fai  di  fistón , 
E  di  pràns  Tal  de  in  baracca, 
L'  e  vnù  e  lemp  d'  caga  i  stupen 
Cun  dal  reng  e  d'  la  saracca. 


DIAUrm  EMILIARI. 


565 


VII  intànt  cai  tre  ragozzl 
Cun  cai  man  io  t' i  Cavell, 
eh'  al  8'  lamenta,  e  al  n'à  al  puvrazzi 
Quièt  inlsuna  e  pas  inveli  ? 

A  gli  è  slàdi  onz  mls  asriidi , 
Con  na  pànza  e  cun  un  oiàl  ; 
Fors  a  gli  èva  un  pò  gunfiadi 
L^  ària  stile  de  carnvàl. 

Vit  ila  com  eh'  al  s' è  ardoKI 
Sguègni  sgucgni  com'  un  flg, 
Zaii,  vecci,  bratti  bratti, 
eh'  a  gli  affi  pà  prapi  tra  strlg? 

Guarda  Uà  chi  muscardèn , 
MoiT,  eh'  i  pi  tot  Oman  d'  boss, 
Chi  in  gabana,  e  chi  in  giaclcn, 
Parche  I  n'  à  piò  inlsùn  barnòss  ! 

I  è  chi  tal ,  che  jr  s' la  festa 
A  i  truvò  imbarièg  spuipa , 
E  incù  1  pà  dalla  tim  pesta 
Bdoll  battù  tot  quànt  sfuja. 

Guarda  Uà  che  ragazzèn 
Quànt  pastròé  eh'  l' à  mài  s*  la  fazza, 
Quànt  bulètt,  e  quànt  bultèn, 
Ch'  un'  n'  e  lànt  s' i  àngui  d'Ia  piazza. 

Clì  che  à  freda  in  t'  che  mantèl , 
eh'  la  fa  adèss  la  vargugnosa, 
Ch'  la  s'  magnò  che  zambudèl , 
Senza  fi  lànt  la  ritrosa, 

Sol  d'  Quaresma ,  sta  quajòna 
Tànt  la  vò  fa  cont  de  dsùn , 
E  la  fa  la  biguttòna , 
Dop  d'  ave  ingiutì  chi  pcùn  ! 

L'era  jr,  la  mi  cavala, 
E  mumént  d'  no  vièin  savè , 
£  d'  no  star  asrà  la  stala , 
Quand  che  1  bu  i  e  za  scapè. 

Tap,  tap,  tap!  Ragàzz,  a  I  sòn  ; 
Ecc  i  strid  pr  al  culunctt , 
D'  quj  eh'  a  n'  à  paga  e  budèn , 
E  i  malàn  ,  com'  a  v'  ò  dctt  ! 

Tap,tap,tap;ièaróssd'Minghctli. 
Chi  va  là?  —  Dess  Pulinàr : 
^  se'  nu.  —  Èli  pwrelfi  ? 
•^  No:  V è  e  4(7r^  e  e  cafzutàr. 


—  Jèl  gnii  d*  nóp  T  —  A  ié  aPfiù 
Par  che  cont,  Dess  Uarcadèll: 
Pulinàr^  turno  pti  incù;    - 
Lo  V  è  fura,  e  nte  a  n'  so  quell. 

CI'  àtar  r  era  d ri  a  la  porta 
De  curtil  a  sta  ascultà  : 
—  La$s  ch*  I  vaga;  chi  s*  n'  importa! 
Incù  dì  eh*  a  sa  amala; 

E  se  guest  u  n*  è  abastanza, 
A  fazz  métlar  un  carllòn 
In  «*  /'  òss,  ch*  diga:  La  mi  usanza 
//  è  d*  paga  cun  e  basimi. 

Mo  quajùn!  che  bela  fotta! 
£i  qiiist  1  Oman  eh'  à  bon  seos  ? 
Èia  questa  una  cundotta, 
E  un  cunlègn  pr  andar  inèns? 

Ah  !  ai  mi  zent ,  pinsè  una  volta 
A  che  temp  chi  buttò  vi  ; 
E  fasi  iquà  um  pò  d*  racolta 
Dal  passSdi  vosi  pazzi  ! 

Bade  a  fa  una  l>ona  vita 
S'a  n^  uvli  eh'  suzzeda  mài; 
A  n'  dég  miga  da  eremila. 
Da  san  Flép,  o  aan  PasquàI; 

Ma  una  vita  da  bon  <:séiàn , 
Ch'  la  n'  si  tetta  ala  carlona , 
Cioè  a  dì,  no  tolt  bacàn, 
E  nemànc  tolta  curona. 

Té ,  brott  vciàzz ,  lassa  1'  usura , 
E  no  dà  I  quattro  a  trenlòtt; 
Parelio  nu  a  paghèn  la  vtura 
E  té  t'  ve  a  l' Infèran  d'  trott. 

Té,  Lucrezia,  àp  piò  zarvèl, 
Arves  i  oè  cun  zirt  fancl  ; 
S'  1  è  sparsiùn,  no  crédar  quei; 
SM  è  mugnùn,  no  i  tor  inveì. 

E  té ,  mamma  sfundradona , 
No  (à  cont  d'  guardar  ae  zil , 
Quand  cun  Bis  la  tu  Mlngona 
L' è  In  s'  la  porta  de  cnrtìl. 

Lardarùl,  badò  piò  ae  bon 
Cun  la  blànza,  e  no  v'  scurdè , 
Ch'  avi  un'  ànma,  e  la  n'  è  d'  ptòii  ; 
8'  a  n'  bsè  giòst,  a  n'  u  v'  salve  1 


S68  PARTI  SIOONDA» 


V  alar  4é  loU  salaquiva, 
E  i  quatlrèn  s' bottiìra  a  bgòns, 
E  a  una  Uvra  o  n^  si  guardava 
8^  la  fòss  stada  anca  d^  nov  ònz. 

Ma  d'  Qoaresma ,  i  mi  palrùn , 
Arcurdèv ,  eh'  o  s'  magna  mal  ; 
Tire  fura  i  vir  blaniàn , 
E  arpunì  qui  de  camval. 

Té  9  Marcànt ,  con  cai  Sgnurèni , 
T' è  fatt  sr  an  um  bon  intrèss , 
Cun  cai  stoff  e  cai  lundrèni , 
Quasi  drì  a  d vinta  loU  Strass; 

Ten  al  diur  um  pò  piò  in  là,         E  che  d' terra  V  tumarè  ; 
Che  e  carnvàl  u  s'  r  è  za  accolta  ;      Èpal  sempr  in  V  la  memoria. 


No  temè ,  cbe  taiMii 

Par  tnét  curi  nn'  air»  volta. 

Fneglia  donca;  qua  in  t' la  Cii 
lu  r  la  elsa  tott  insèn  ; 
Iqua  avèn  tott  na  divisa , 
Iqua  u  n'  s"*  cnoss  nò  grand,  nò  ps 

Don ,  don ,  don  fa  la  campana 
Arcurdès  ch'en  da  muri, 
E  e  putrébb' èssar  la  stmana, 
L' ora  questa  d' anda  vi  ! 

Arcòrt,  òm ,  V  sì  terra  d' prò 
L' è  un  vangeli ,  l' è  una  storia  ; 


Fnrbarì  (T  Fra  lacmòu. 

Simirr. 

Fra  lacmòn ,  dett  da  tott  Mi  Furbarì, 
Cbe  un  saveva  una  carta  d' ogni  zug , 
Sarprés  da  un  temporal,  e  curs  d' fati 
Vers  la  Pidquenta ,  par  sarca  um  pò  d' lug. 

Quand-  Dio  vus ,  V  arrivò  vers  V  a v- mari , 
eh*  i  sunava  da  festa ,  e  u  i  era  e  cug  ; 

'  E  dmandànd  de  curat,  cun  allegri 
U  t!*  sugava  la  tondga  a  cant  ae  fug. 

E  cumparé  e  curàt ,  eh'  1*  era  un  umètt 
lese  tra  l' alt  e  e  bass ,  tra  e  mnud  e  e  gross , 
E  'I  pregò  d'um  pò  d' lett  e  d' um  panètt. 

cr  atar  taja  a  \^  antlga ,  e  alquànt  cumòss , 
U  i  déss  :  Sibèn,  vUmUra^  u  jè  du  leti; 
A  durmiri  in  Vtm  d'  qui.,.  Anzi  p'  adofj, 

Siccóm  benéssein  post 
Crédar,  dC  a  sivn  un  fra  d'  molla  dullrena, 
A  p*  adòn  pretna  d*  santa  Cekslena 

E  Purgatori,  e  $ena 
Zòbia  zunéda  a  putì  star  iqué 
Patron  d*  la  cà;  e  in  t' e  temp  che  dseva  icsé  , 

Mariana,  sii  ile  ? 
Anurn,  spéciai,  corr  prèsi  e  ven  iquà, 
Ciamiind  la  su  massera,  e  dsendi  :  Ta 

Zò  in  V  la  cantena  d*  qua. 


MAurm  onuANi.  367 

Da  che  cant  dop  V  si  li»  dov*  é  t  SamvéSj 
OC  s' agràppia  al  zèi,  e  eh'  fa  parla  franzés; 

E  pòrtan^  ài  inlé$?,., 
Pòrlan  so  du  flascàn  cwn  de  panóii, 
CtC  a  9oi,  c/a'  sto  brw  fraién  s*  arstwra  ìoit. 

E  e  padar  lacum ,  foli  ! 
Cb^  oé  che  faseva!  ma  però  In  a'  la  testa 
U  i  avneva  a  piambfi  on^  atra  tlmpesta  ; 

E  aiiV  quajòn  piò  mulesta 
D*  la  prema  um  pèzi ,  parche  u  I  era  da  fa 
Dò  prcdic,  e  che  pòvar  sagurà 

Un  n'  aveva  Impara 
Ater  che  una  in  su  vita ,  d^  Fra  Liberi , 
Ceretta  cun  forza  sovra  ae  Purgatori  ; 

Che  dop  ae  refelorl 
V  andava  a  stugià  vscn  a  um  mzèlt  d' tarblàn , 
In  V  la  su  cella  ;  e  quand  de  man  in  man 

La  ment  1'  andava  pian , 
Svèlt  cun  la  mzetta  a  ravivi  e  zarvèl , 
U  s' in  dbeva  un  blcdr  alt  cm^  um  spanèl; 

E  un  aveva  un  tinèi 
Sott  ae  lett.  Ma  slntì  cm^  u  la  scappò 
%V  fra  bccfatù ,  e  quei  ch^  I^  Imazinò , 

Par  salvas  da  tott  dò. 
In  r  e  sgond  de ,  par  santa  Celestena , 
Ch^  l' era  za  V  ullma  festa ,  in  t'  eia  mattena 

Cl^  anma  tapena 
£  vèn  so  all'  impruvìs ,  e  cmensa  a  dì , 
Cb'  i  è  cir  ha  dett,  eh'  a  déss  jr  un^  eresi; 

E  vus  tu  mar  a  di 
La  su  predga  d'  beli  nov ,  parvìd  che  ognun 
Bsèss  sinlì ,  cb^  u  n"*  aveva  dett  sfundrùn. 

E  lese  cme  tànt  quajùn 
I  arstò  ila  tott  ;  e  lese  sr  baròn  lest  lesi 
Sol  cun  na  predga  lo  e  sarvé  a  dò  fest. 

Zìiàn  a  Fabrizi  asén  a  fàs  e  spòs. 

QUAaTINI. 


ical  torsi  um  prezipfzf? 
'un  lazz,  s"*  te  vu  adrinii? 
i  r  spusa ,  e  mi  Fabrizi , 
inCcndòn  d^  vlet  a  mazza  ! 


Par  si  curt  e  puc  mumènt 
IV  cunlintezza ,  in  t' un  infòran 
T^  vu  buttali  da  imprudènt 
Par  padì  dop  in  etèran? 

37 


568 


PARTI  SKOMDA. 


Ah  !  Fabrizi ,  9'  l*  a  m^  vu  ben , 
Prema  d^  tott  di  um  pò  an^ucciada 
Alla  donna ,  e  ae  tu  destèn  ; 
Dop ,  sM'  a  e  cor,  fa  sta  futtada. 

Ila  in  r  rÉdan  e  prém  òm 
Da  r  Etèrn  e  fo  crea, 
eh*  u  s'  mantènn'  un  galantòm 
Fén  a  tant  che  fo  isulà  ; 

Ma  a  stè  poc  ;  quand  da  la  costa 
U  1  vus  tó  la  su  compagna , 
Addìo  fig  !  cminsè  de  posta 
Da  che  de  tott  la  magagna. 

È  e  cessò  da  che  roumènt 
Ogni  pas ,  ogni  opra  bona , 
E  r  armór  e  e  tradlmènt 
L'eb  prlnsipl  da  una  dona; 

E  mandò  lo  d^  cunseguenza 
Dio  e  dluvi  universale 
Ch^  u  n'  bsé  ave  piò  sufTerenza 
D^  uro  mundàzz  lese  bestiai. 

Ma  csa  fol  ?  in  t^  V  arca  eletta 
U  i  arstò  la  moj  d'  Nuvè , 
Oh'  Tera  santa  la  puvretta. 
Ma  e  su  ben  uà  n'  i  zuvò. 

Parche  dop  e  vens  da  sciatta , 
Che  invéò  d'  tò  esempi  da  Li , 
La  vus  sèmpar  fa  la  matta  , 
Benché  Abram  u  i  gridàss  drì. 

E  di  fatti  e  mi  Sansòn  , 
Cun  tott  quant  la  su  luchella, 
K  plrs  i  oò  cme  un  bel  quajòn , 
Par  dà  nient  a  la  so  iiella. 

Mo  csa  staghi  a  la  Scrittura  V 
A  la  sàlt  y  e  a  vegni  inànz 
A  cai  donn  a  diritura , 
Donn  da  storia  e  da  rumanz. 

Troja  un  de  la  fo  brusada , 
E  la  Grecia  la  s^  armò  , 
Pr  una  donna  eh'  fo  rubàda , 
E  du  regn  1  s'  arvinò. 

Alissàndar  e  puvròtt 
E  mure  |)ar  la  su  amiga , 


Imbariag  in  t^  um  bancbètt 
Dop  a  tanta  su  fadiga. 

E  s^  a  guard  a  cai  Rumani , 
Trovi  un  sol  di  su  marìd 
Ch^  si  cuntènt  d^  cai  tamburlani  7 
Ecc ,  a  n'  sent  incora  i  strid  ! 

Par  Lucrezia  guarda  ila 
Tott  um  pòpul  in  pinsèr  ; 
Guarda  un  regn  che  fncs,  e  e  va 
D^  sotta  e  d^  sovra  un  mond  Inter. 

I  u'  è  quisl ,  e  mi  Fabrizi, 
Tott  esempi  convincènte 
Parche  t'apa  ben  giudizi 
D^  fat  e  spos  in  sti  mumènt  ? 

A  l'idea  sol  d^cssar  pàdar 
In  t'  un  sècul  tant  scurètt 
U  n'  t'  s'  presenta  ai  ÒÒ  un  quàdar 
Da  fat  star  a  cavai  drett? 

Ah  !  Fabrizi ,  me  a  t'  putrì 
Cun  eia  mój  eh'  a  m^  trov  ae  (lane 
Dlt  s^  a  m^  so*  a  si'  ora  pinti , 
E  s'  ò  fatt  tott  e  pel  blanc; 

Ere  tant  e  mi  martòr , 
La  mi  erosa ,  e  la  mi  pena , 
Che  par  no  ave  piò  st'  dulòr , 
A  m'  turi  a  carpa  d'  mattena. 

Or  u  I  vor  un  sutlanèn , 
Dmà  una  scoffla  parigina  ; 
Cr  àt  de  al  sciìrp  fatti  d'  sagrèn , 
E  d'  magna  la  n'  e  mal  pina  ; 

Tant  eh'  a  n'  basta  par  stai  spes 
Tott  che  pò  che  me  a  m'  guadagli  ; 
E  par  quesl  u  m'  tocca  squàs 
Sta  par  lì  d'  no  magna  alzàgn. 

Ah  !  Fabrizi ,  par  pietà  , 
Prema  d'  fa  la  buzarada  , 
Pènsii  sovra ,  e  no  t'  butta 
lese  zo  tott  a  la  dspràda. 

Che  s'  t'  avéss  mài  risuiù 
D'  vie  muri  propi  aroazza , 
Mancr  un  lazz,  e  mi  cucù, 
Senza  t'  vòja  niaridà? 


DULRTl   IMILIAini. 


509 


Franzesca  d'Arimin  a  imitaziòti  d^  Dani. 

0  bon  òm  eli'  a  sì  avoù  fra  sii  broU  mur 
A  udì  i  orai  divìrs ,  i  piani  e  al  strida 
D'  qui  che  sia  condaDa  par  sempr  ae  bur , 

Vó ,  cun  r  ajùt  dia  vostra  brava  guida 
Andànd  inànz ,  a  truvari  chi  tal , 
Che  par  lo  la  rasòn  la  fó  tradida. 

Nuìtr  a  sèn  chi  du  pùvar  murtàl , 
Che  a  Remn  1  fó  amazza  ioti  du  In  t'  na  botta . 
E  Iqvà  a  s^  truvèn  fra  1  pecatùr  carnai  ; 

He  a  so  nàda  a  Ravenna ,  e  da  zuvnotta 
U  m^  ciapò  e  prem  amor  par  st'  bel  ragàzz , 
Che ,  com'  avdì ,  par  lo  a  so'  incora  cotta. 

Amor  r  urdè  la  tela ,  e  e  furmò  e  lazz , 
Amor  pr  al  can  d^  la  gola  e  condusè 
Quest  a  magna  d^  la  torta ,  e  me  de  miàzz. 

Oh  !  e  mi  òm ,  eh'  a  n'  u  v'  cnòss ,  s'  avèsv'  un  de 
Anca  vu  pruvà  e  fug  d'  che  malandrén 
Che  brusa,  e  u  s'  alimenta  da  per  se  ; 

A  cred  benéssum  che  de  nost  destén 
An  sentiri  pietà  ;  e  iqva  loti  du 
Stasim  attènt,  che  me  a  v'  dirò  e  nost  fèn. 

Un  de  a  lizzcma  un  liver  beccurnù. 
Che  dseva  d'  LancUlòtt ,  e  cuie  fó  pres 
Senza  adàssn  in  V  la  tràppula  da  clu  ; 

A  sema  sul ,  quand  a  m'  sintc  a  da  um  bàs , 
eh'  a  tarmò  tolta,  e  fèn  da  che  mumènt 
A  8'  Iruvèssum  loti  du  iqvà  in  si'  beli  paès. 

In  r  cr  al  eh'  la  dseva  lese  ci'  alar  dulènt 
E  pianzcva  ;  e  me  toc  de  cumpassiòn 
A  n'  bsè  riséstr,  e  u  m'  vens  cme  un  svenlmènt, 

E  a  cascò  cme  un  òm  mori  ai  pi  d'  Maròn. 


Fn«iifiiaiie«e. 

Ritràtt  morèl  d*  Don  Pir  Sintòn  distribuì  a  peri  su  amìg. 


I^rcfaè  piò  r  an*  um'  strapczza , 
Agglappè  Ini' un  bel  fagòtt, 
Ligbè  slrett  con  una  rèzza , 
Al  spedésB  un  mi  strambòlt. 


La  vedrà,  chM'è  ins  e  modèll 
D'che  soggètt,  che  un  de  l*ha  fati, 
Ch'  l'ha  josl  tant  sci  e  scrvèll 
Quànt  hai  tàc  del  su  lavati. 


)■ 


.L^t.   M    1^ 


570 


PAHTE  SECONDA. 


Basla  di,  chM'ò  slè  la  Musa 
D'un  Abbet  grand  fura  d'msura. 
Che  ìììV  la  bèrba  uj'ha  una  busa , 
Ve  d'  du  pll .  e  d'clièran  scura. 

L' ha  una  testa  d'  cavillèzz 
Drclt  e  dur  coin'  i  nindèll , 
Con  di  dent  e  di  labbrèzz 
eh'  i  cruv  squès  tot  i  nasèll. 

Per  bsc  fé  però  da  beli , 
Da  graziós  e  da  galànt , 
Us'  fé  fèr  un  de  un  zirèll. 
Che  spindé  chi  sa  mai  quant. 

L' ha  pu  J'  oÒ  eh'  J' è  mezz  lurcbén, 
E  mustàzz  tot  varulè, 
E  cm'  è  tot  i  cuntadcD, 
l/è  ìnt'  al  man  arrampinè. 

L'ha  una  vita  lotta  eguèl, 
Longa,  stila,  e  senza  panza; 
V  ha  al  gamb  grossi  com'  un  pèl^ 
Con  al  polp  all'ultma  usanza. 

L'ha  un  nistiè  ch*i  tocca  i  pi, 
£  un  caplòn  grand  cnt'un  tulìr, 
Anca  a  Io  ui  piès,  s'am^  capì, 
D'  fc  dal  volt  da  cavali r. 

Ala  parlènd  ora  ins  e  bon , 
Un  ha  mal  o  vlrd  o  secc 
Da  comprèsa  un  bogaròn 
D'  cucciariìl  o  d'  flg  in  slecc. 

E  prelènd  anch  d' bsc  compètar 
Con  qualónq  brèv  sonadòr. 


Pur  l'avanza  drì  dafètar 

Ogni  volla  dal  mezz'  or. 
Us'cred  ncnch  d'ess  music  fatt; 

Za  con  gran  fadiga  un  ann 

E  cantè  un  Marjnificài 

Per  la  mùsica  d*  San  Zvann. 
An'  degh  cvel  quand  e  dscord*  cazza, 

Ch'US  ten  brèv  più  d'un  Lagòll  ; 

£  beli  l'è,  che  pu  T  ammazza 

Io  dò  slmàn  un  passaròtt. 
Parla  poi  al  più  che  può 

Homanesco,  e  il  bel  si  è , 

Che  finisce  sempre  in  o 

Quel  che  andar  dovrebbe  in  e. 
E  presóm  anca  d'  frnnzcs  ; 

Mademoiselle  vons  ètcs  na  clomha , 

ILa  piò  beila  de  paés  ; 

Servitór  vòstar  eh'  av'  slemba. 
Lò  vuò  dscòrrar  d' tot  al  cos, 

£  in  tot  fé  da  Intelligént, 

E  vrcbb  fé  da  virtuòs, 

E  mostre  d'ave  talént. 
E  pù  za  in  tot  al  manir 

Lò  US'  fò  sémpar  rìder  drì. 

(Js'  fa  ognora  compatir 

Dalla  testa  Inscna  i  pi. 
Adèss  donca  ognòn  cnussrà 

Du  sta  nòbil  descriziòn 

Chi  per  sorl  s*  l' incontrarà, 

Chi  è  l'autor  del  do  Canzòn. 


In  mort  d' moìisgnór  Cantòn  arzii;éscov  d' Ravenna. 


h\  dov  soja  ?  cosa  è  quest  ? 
Oss  spolpèdi ,  crani  e  test  ! 
Èli  la  nott?  mo  cosa  è  st'  scur? 
Cosa  è  tott  cai  brott  0gùr? 
Vècci  grenzi ,  secchi  e  piedi , 
Gobbi ,  stroppi  e  smagunédi  ! 
Agi'  ha  pu  la  rocca  e  fus  ; 
Al  srà  donn  ;  mo  grand  brott  mus  ! 
J'  è  Sgadùr  ;  j'  ha  e  ferr  da  sghè. 
Cosa  è  quest  !  Soja  in  s'un  prè? 
Dov'  è  Terba ,  dov*  i  lìur , 
Dov'  al  pigur^JL  pa^tùr? 


Iud  po'  d'  veni  an'  sent  tire, 
!Un  uslén  an' sent  cantè; 
JGnanca  e  Sol  dà  piò  e  su  lom, 
L*  ha  allintè  e  su  cors  i  tìom: 
|Mo  dov  soja?  cosa  è  quest? 
Oss  spolpèdi  ;  crani  e  test  ! 
Scappa,  scappa ...  a  so  lighèl 
Véccia  strega ,  iassm  andè. 
Dsi  :  siv  om ,  o  besti ,  o  sèss  ? 
Curri  :  ajùt  !  a  veg  adèss. 
Chéra  Véccia ,  ebb  d'  me  jiietè , 
Chéra  Véccia,  Iassm  *  andè  ^ 


DIALrm  E1IILIA?II. 


571 


laro  con  dia  furena 
nòe  e  una  taccbcna , 
at'  chcva  un  pò  la  fam  , 
ong  t'  am'fila  e  slam, 
strèlg  od  un  uscii  ? 
èia  ?  an*  vcg  piò  cvcl  ! 
Tolti  1  r  lio  scappòda  , 
razi,  Vcccfa  plrda. 
n  iDont  tol  cvert  d'allòr, 
fioc  e  dal  franz  d'  or, 
òn,  del  còpui,  di  ere, 
t  d' mèr ,  de  gran,  di  bcrch, 
I  cà,  dal  ci»,  un  sbdM', 
eros  e  pastofpl. 
loft  sta  novllè? 
•8t  d'  glàzz,  a  so  incaute. 
5rinont?J!ul)rqui^tlar  Donn, 
>*  dà  al  o£;  eh'  agP  epa  sono  ? 
91)  ;  la  Purite , 
peranza  e  Caritè, 
i  e  cb'  cus  dal  bend  d'uvlù, 
I  pianz:  coss'agli  avù? 
»  la  Caritè 
sotr  tot  spinlaccic , 
doss  na  vu  fan  drena  , 
mezz  da  pilligréna , 
zoc  ligbè  ins  e  stane, 
igòtt  ini'  ci'  èlar  fianc , 
,  smorta,  contrafTatta, 
piànzar  la  va  matta, 
r  quella  è  una  meschéna , 
rtmenga ,  e  eh*  va  in  arvéna. 
lèdi  Caritè  ! 
ini  11  fa  pietè. 
quel?  al  pè  scrlttùr  : 
il  acsè  prescur? 
thio  Bavennale, 
immensa  cantale^ 
acere  unicersaìe 
\unse  il  di  fatale. 
è  mori  monsgnór  Cantòn  ; 
è  mort  ebé  sgnor  si  bon  , 
làbll,  amore  voi , 
'bon  cor,  carltatèvol  ! 
or  d'ghèrb,  un  sgnor  valènt, 
I ,  sevi  e  prudènl , 


Pére,  benégn,  pictòs  e  giost , 

Ch^  n'  lia  savù  mai  dèr  un  dsgosl  ; 

Per  la  Diòcis  vigìlànl, 

Pr  e  su  sùddjt  bon  e  amant  ; 

S'  1  falle  va ,  ui  corrlgeva , 

E  pu  ui  deva  quel  eh'  I  vieva  : 

Un  prelct  eh'  s*  è  quès  spiantò 

Pr'  1  puvrèlt,  per  fabricbè. 

Se  campèva  un'etra  stmana, 

Un'J'arsteva  la  gabbana; 

Dile  Requiem,  Miserere , 

Con  /ìosarj  e  altre  preghiere» 

Quel  oh'  ho  vést ,  T  è  un  chès  siffal, 

eh'  an'  m*  V  asptèva  acsè  ad  un  Iralt. 

Anca  me  adèss  a  comprènd 

Perchè  tess  cai  donn  dal  bend, 

E  perchè  la  Caritè 

L'  ha  e  zimir  tot  spintacele  ; 

Pianzì,  prit,  mònach  e  frè; 

Moviv,  sess,  colònn  e  prè; 

Sventure  ,tmeschèn  Bavgnèn , 

Recch  e  pùvar ,  pianzì  tnsèn  , 

Pianzi  tot,  eh'  avi  rasòn , 

Anca  lo  pianz,  Don  Sintòn. 

Quand  e  vdeva  zent  d' Fusgnan 

(Testimoni  n'è  e  Caplan, 

eh'  ui  staseva  Io  e  cavali 

A  magncr  e  bé  al  su  spali  ), 

Tot  cortes  ui  richiedeva  , 

6'  J'  era  in  ton  quel  eh'  i  faseva. 

E  me  a  so,  s'avèss  stugiè, 

Ch'  uro'  avrèbb  sóbit  preroiè , 

E  che  adèss  i  srebb  padrèn 

0  d'  Primèra  o  d' Longaslrèn. 

Quel  eh'  ho  vést  l'è  un  chès  siffatt, 

Cb'  an^  m'  V  asptèva  acsc  ad  un  Irati. 

Pianzi  V  pùvar  Faentéo , 

E  to  Ross,  e  fo  Bunzlón^ 

Pianz  Arzenta  e  Venezian  . 

Anca  te  dai  zo,  Fus|nàn  ; 

Ma  piò  d'tot,  sgnur  Comunesti« 

Almàne  d**  piànzar  fasi  vésta, 

Ch'a  savi  che  Io  v'ha  de 

La  mozzetta  da  porte. 

Pianzén  tot,  ch'avén  rasòn. 

l' ha  supplì  monsgnór  Cantòn. 


375 


PARTI  SirONDA. 


Canzùn  sora  e  Crftiwèl. 


SU  maldètt ,  pu$(a  arribì  ! 

St'dvinlèss  matt,  rstrunchrss  i  pi, 

Garra  rvncssal  e  furbsòn, 

L'anticór  e  bulliròn, 

Arébb  dett  incù  e  Cranvèl 

S' ghc  foss  slè  un  quelch  animèi  ; 

Perchè  appiìnt,  chèusa  lo,  incù 

Un  brolt  chès  um'  è  accadù. 

Mo  perchè  Tè  una  pazzéja 

or  om  per  stèr  in  allegréja, 

Inventèda  anticamént 

Dal  Baccanti  e  di  Bacchènt, 

Pin  d' moscài  e  pin  d' sanzvcs 

Per  triónf  del  lor  imprés , 

Hasòn  vuò  ch^an  possa  dì: 

Sit  maldètt,  pusta  arribi. 

Mezz  a  pè,  mezz  a  cavali, 

Bagnè  tot  Inscna  al  spali, 

Perchè  a  so  caschè  ini'  un  foss 

Con  e  mi  cavai  adòss , 

Per  del  slrèd  d'instè,  dMnvèran 

Pez  ch*n'  è  quelli  eh'  va  airinfèran, 

A  dzdott  or  a  so  arrivè 

A  cà  d' don  MichiI  Baldrè. 

Figurèv  cosa  eh'  \*  ha  dell , 

Quel  eh' r  ha  fall,  quant  us'è  afflétt 

Quand  l'ha  vést  eh'  a  so  acsé  broli, 

E  che  un  pel  an  n^  ho  de  soli  ? 

Un'  saveva  cosa  fé 

Per  bsèm  sóbit  rislorè. 

E  pinsìr  piò  san  e  beli , 

Fra  lèni'  èlar,  V  è  slè  quel 

D' mnèm  a  leti ,  e  d' fèmi  sic 

Fén  eh'  us'suga  la  bughè. 

In  sl^  frallèmp ,  perchè  us'  ravviva 

Un  pò  e  sang,  V  ha  vlù  eh'  a  biva 

D^ov  tot  fresclTi  una  dozzéna, 

Quàltar  d^  oca,  e  resi  d' lacchéna. 

L' è  vnù  dop  con  de  caffè , 

Rosolàzz  e  ralaflè, 

Di  Bscullén ,  del  Pastarèll , 

E  zènl  èlar  bagatèll , 


eh'  a  pareva  a  peri  a  péri 
Una  bella  sposa  d^  peri. 

V  ha  per  ùltum  vliì  cminzc 
Un  Icrzèll  d' vcn  navighè , 
Che  a  guardèi  sol  all'  estèran 
ilo  dell  sóbit:  L'è  Falèran; 
E  an'  r  ho  appena  avù  gusle , 
eh' a  l'ho  dbu  tot  ini'  un  fiè. 
An'  deg  cvell  de  gran  calór , 
Dia  gran  smània ,  de  sudór, 
Di'oppressiòn,  de  gran  conlràsl, 
Ch'  m'  ha  porle  che  vén,  che  past. 
Um'è  vnù  subilaménl 

Tèi  e  lànl  sconvolgiménl, 
Ch'  um'  caschè  zò  a  prezipezi 
Tot  e  mi  pochén  d'  giudezi , 
Sicché  pina  d' confusiòn , 
Arslènd  sola  l'apprensiòn, 
Rappresenla  del  cos  tanti , 
Ma  sconvolti  e  stravaganti , 
Che  la  stessa  fanlaséja 
Gnanca  li  sa  dov  lajséja. 
In  slé  gran  sconvolgimcnl 
Ecc  che  sóbit  us'  risènt 

V  urateri,  e  mediaslén, 
Perichèrdiy  bronc,  duodén; 
Pr'  un  sintìr  affati  ignòl 
Ecc  e  psoas  tot  in  mot; 

E  quànl  piò  cress  e  calór , 

Aumcntènd  tanl  piò  e  vigor, 

Ecc  che  l' uretra  impedéss 

A  polo  scappèr  e  péss  ; 

E  cagr  èlar  bagatèll 

Ch'  ha  l'orégin  de  zervèll, 

Sregolèdi  tanl  ai  zira, 

Ch'  r  è  pu  allora  eh'  us'  delira. 

A  dmènd  donca ,  in  sèmil  chès , 

A  tot  quii  ch'ha  un  lantén  d'nès, 

Ora  a  dmènd  acsè  in  ristrèll: 

Com'  as'  fall  a  parie  reti  ? 

Dov' un  è  la  cognizlòn, 

Vn<  pò  gnanc  dscòrrar  a  lon. 


DIALETTI   IMILIA?!!. 


373 


E  fall  r  è  cir  am'  so  inUurménl , 

E  um'  è  vnù  un  zavariamcnt 

Acsè  grand  ,  che  i  canlarèn  , 

Leu ,  carig  e  scrann  insèn 

J'è  dvintè  tiint  Pulcinella, 

Arlicchcn,  Doltùr,  Brighella; 

Ch'  i  ballèva  in  guisa  strana 

Dal  gajerd  e  la  furlana. 

E  beli  rè,  che  con  un  sèll 

Arlicchén  Tè  andè  tant  èlt, 

Ch'  r  è  arrivè  che  biricchén 

Alla  stanga  di  codghcn  ; 

E  ini'  e  temp  d'  na  contraddanza 

Us'  n'  è  fati  una  gran  panza. 

Da  le  un  poc,  nér  cm^  un  magnan  , 

L^  è  vnù  vsli  da  zarlalan , 

E  %"  mostrèva  a  tot  interna 

Una  màgica  lanterna  ; 

Sopratòlt  uni'  è  piasù 

E  contràst  dia  zvetta  e  ciù. 

Dop  r  ha  mcss  fura  i  bosslòtl , 

L^  ha  fatt  lànt,  che  du  parsoti , 

Dis  salèm  e  un  bel  tacchén 

L'  ha  rubè  con  dls  flòsch  d^  vén  ; 

E  r  ha  post  per  la  vergogna 

Ogni  cosa  Inr  la  zanfrogna. 

Con  poc  citar  V  ha  forme 

Un  iautéssum  ,  nòbìt  dsnè  ; 

L^  ha  cave  un  bel  brovlllòn  , 

Un  mazzòc ,  un  mirottòn 

Da  scazzlè  V  ingórd  aptìl 

De  su  nòbil  bel  convit. 

A  vull  liane  y  e  tolta  inlira 

Um  s^  presenta  una  gran  fira 

Acsé  bella ,  che  in  Romagna 

Mài  s**  è  vést  piò  la  compagna. 

An'dég  cvel  dia  nobiitè. 

Di  Forstìr  eh'  era  arrivè  ; 

Dia  gran  xeni  eh'  s*  era  afTollèda , 

Ch^  UD  si  bséva  de  la  slrèda  ; 

A  dirò ,  che  ins'  un  canlòn 

A  f  ho  vést  un  pezz  d' canzòn, 

Che  sibbèo  an'  la  dslacchè , 

Press  a  poc  la  dis  acsè: 

A  ehi  compra,  a  chi  fa  spene. 

Ecco  qua  /«  Tiroieie  ; 


^  chi  vuole  fazzolctii. 

Calze ,  merli  e  manicheiti , 

Bei  ventagli ,  ingranatine ., 

Marsigliane  e  mussoline; 

A  chi  vuole,  a  chi  comanda 

Calancà ,  tele  d'Olanda  ; 

//  chi  vuole  a  buon  mercato , 

A  chi  vuol  mezzo  donato; 

A  chi  compra ,  a  chi  fa  spese  > 

Ecco  qua  la  TifoUse, 

Figurèv  eh'  concòrs  eh'  1*  aveva  , 

Tot  j' andèva,  e  tot  spindeva  ; 

Anca  me  a  spindè  ini'  un  fioc, 

Anca  me  a  spindè  un  bajòc. 

Fra  una  banda  d'  sooadùr 

L'  e  arrivò  Ira  e  lom  e  scur 

Ini' e  mezz  al  Grazi  e  Amor, 

Ch*  i  formèva  un  doppi  cor  ; 

L' è  arrivè  eia  bella  Dea 

Ch'  ven  ciamèda  Cilerèa. 

An'  descrìv  la  su  bellezza , 

L' avvenenza ,  V  accortezza , 

Agi'  imprés ,  I  grènd  acquést , 

Ch'  l'ha  fall  sovra  a  qui!  e  quest, 

Ch'  un'  ha  i  prò  tanta  gramegna , 

Né  lèni  grèpp  vanta  una  vegna, 

Quènt  è  i  virs  eh'  pò  ognòr  vantò 

La  famosa  su  beltè. 

A  dirò  eh'  l' ha  un  balocclètl 

D' Ragazzòl  si  maladèlt , 

Che  de  e  noti  e  tira  ardi 

A  tot  quii  eh'  ai  dà  ini'  i  pi. 

Figurèv  fra  tanta  zent 

8'  r  ha  avù  gninl  d' diverlimònt. 

L'ha  fall  donc  d'Prussièn,  d'Inglìs, 

D'Ilalièn,  d'Spagnùl,  d'Franzìs, 

E  d'  donn  quanti  agi'  era  lotti 

Marldèdi ,  vedvi  e  polli , 

Totl  insèn  lighè  cm'  i  lodar , 

Mèdar ,  fioli ,  fiùl  e  pèdar; 

L' ha  fall  donca  una  cadena 

Longa  piò,  cb'  n'ò  d'què  a  Zesena, 

E  tot  qucnl  ini'  un  palòzz 

U  j'  ha  assrè  con  e  cadnàia. 

Cosa  j' ep  pu  fall  alò 

An'  a  so,  perchè  an'  j'  andè. 


574 


PAKTB  tBC(K«DA. 


A  SO  sol ,  Che  8trac  fulcan 

D' che  bordèll ,  e  veon  pian  pian 

E  US'  pruvè  d' tèndar  la  ré  ; 

Quànd  e  vésl  eh'  fan' era  asse, 

E  ricórs  sóbit  a  Giòv , 

E  ui  conte  quel  eh' j' era  d"  nov, 

E  pu  ui  déss  eh'  uj*  era  Mèri 

Anca  Io  per  la  su  pèrt. 

A  sinti  sta  novilè 

Giòv  r  arstè  murtlflchè  , 

E  stè  un'  ora  e  piò  pensós 

Senza  lengua  e  senza  vos. 

Finalménl  dall'  èli  su  tron 

Fasènd  zenn  a  e  lamp  e  fon  , 

Mezz  Tedèsch  e  mezz  Spagnòl , 

Ui  déss  sol  stai  do  paròi: 

Man,  frane;  fittdar  per  Dea  Gnidosj 

Taccaj,  flach,  /loch  e  Nidos. 

Ubbidiènt  i  le  atUcchè 

Un  pezz  d' carr  tot  sconquassò  ; 

Int'  l' alt  stess  che  lor  da  fura , 

Eco  che  e  Sol  sóbit  s' oscura. 

Lor  intànt  lest  e  lampènt, 

PreVenù  da  un  òrrid  veni , 

I  dasè  una  scorreréja 

Quint  de  zil  l' è  long  la  véja , 

B  ale  dov  J' udè  e  bordèll 

I  ferme  secc  i  Cavell , 

Siè  appònt  tot  int'  una  volta  , 

E  a  gran  carr  i  dasò  d' volta. 

E  i  scargbé  una  gran  tempesta , 

Che  a  d' chi  puc  la  ropp  la  testa. 

Compilò  tot  e  prozèss, 

Us^  mesa  Giòv  a  tré  di  sèss. 

Quind  e  vést  eh'  in'  s' arrendeva 

E  piò  tant  Is'  la  godeva , 

Us'  calche  int'  la  testa  e  brètt, 

Pu  US'  fé  dò  tot  ai  saèlt 

Che  stampédi  avea  Vulcan 

Jost  allora  col  su  man. 

Post  diopétt  a  una  finestra 

B  tré  un  pezz  colia  balestra; 

A  do  man  dop  e  tirèva  , 

E  Vulcan  ugP  aguzzéva  ; 

E  tré  tant ,  e  tant  e  tré , 

Che  int'  un  sóbit  e  fino 

Giud ,  intnal ,  cavèi ,  martcil , 


Mazza ,  Incòzan  e  scarpéll. 

In  doV  èl  mo  adèss  d'autor 

eh'  pò  descrìver  e  clamor , 

E  frncàss  .  {  óra! ,  1  piènt , 

E  al  biestèm  d' tolta  da  zent  ? 

Aia  e  pianz  e  fiòl  e  pèdar, 

Con  la  fióia  e  strid  la  mèdar; 

Chi  eh'  ha  roti  nès  e  mustàzz , 

E  chi  ha  tronc  gamb ,  man  e  brazz; 

Chi  n'ha  piò  dent  e  mascèil , 

Chi  strascena  drì  al  budèll. 

Ala  dslis  tot  com'  i  sòc 

Romagna I ,  Pandùr .  Cosce , 

I  fa  tant  e  gran  lamént  , 

Tant  sussùr,  tant  diavlamént, 

Che  a  descrìver  me  an'  so  ben 

Una  tanta  confusiòn. 

Quel  eh'  a  dég  l' è  che  st'  gran  mèi 

L'  ha  avù  orégln  de  Cranvèl , 

Antig  pédar  de  bordèll , 

Ch'  porta  in  seguii  e  flagèll , 

E  però  sotta  l'arvéna 

D' chi  martéil  e  d' eia  fuséna 

Bestemmiénd  i  n'  s' sazia  d' dì 

Sit  maldèt  :  pusta  arribì. 

D'Arlicchén  fén  la  mujér. 

Perché  l'era  sté  a  pollar. 

La  m' ha  dett,  eh'  l'è  aia  In  parsòn 

Con  Brighella  e  Pantaiòn  , 

Chi  j' ha  mess  anch  I  Dottar , 

Ballarén  e  Sunadàr , 

Perché  insèn  J' è  sté  a  magnò 

Tot  cai  cos  eh'  V  avea  rubò  ; 

E  la  déss ,  che  tot  st'gran  mèi 

L'  ha  avù  orégln  de  Cranvèl  ; 

E  però  r  an'  s'  sazia  d' di  : 

Bit  maldètt ,  pusta  arribì. 

Che  anca  me  pu  am'séa  bagnò, 

Ch'  ep  dormi ,  ch'epa  sognè, 

E  ch^  ep  vut  dal  fiaschi  a  segn 

Da  fèm  pérdar  tot  l' inzègn , 

Un'  è  vera  :  mo  e  Crinvél 

Ch'  r  ep  per  fén  stampéll  e  sbdèi  ^ 

UI  sa  tott  e  mont  e  pian  , 

Perché  il  tocca  ognòr  con  man. 

E  però  j' ha  rasòn  d' dì  : 

Sit  maldètt ,  pusta  arribì. 


DiAurm  EMiLià^ii.  575 


La  n*  s'  pò  mài  indctné.  Uitha  rema  in  leìujua  d'  Lug. 

Del  prof.  Domenico  Chinassi. 

Se  j'èlar  mi  cumpagn  oh'  ha  rezité 
AI  su  sturielli  rum  eh'  avi  sinti , 
J*  è  sic  in  1'  un  grand'imbròi  pr  e  (emp  pas^é , 
Perchò  in'  saveva  quel  eh' j' avès  du  di . . . . 
Am'inlénd  quel  eh' j' avès  da  rezilA 
In  sr  acadèmia,  pr*  an'uv'  fé  durmì, 
Immaginèv  par  me  cum  eh*  T  andarci 
Che  senza  savè  gnit  a  so  vnu  a  qua. 

Basta  !  a  dirò  ben  ènea  me  queleh  cvel , 
A  vdè  s'a  pos  passe  da  st'  bus  d'  gratusa. 
An'  savi  eh'  u  Jè  e  ehès  d'  pcrdr  e  zarvèl 
Par  chi  eh*  n'  è  avvèz  a  fó  eanté  la  Musa  ? 
Adcs  adès  av'  deg  un  queleh  baecèl , 
E  8'  am'  fez  minciunè  pu  dop  l' am'  brusa! . . . 
0  insomma  dsi  mo  so  (ol  quel  eh'  a  vii  ; 
Intènt  fèm  e  piasé  d'  stèr  a  slnli. 

Un  villanàr  tajè  eun  un  falzòn  , 
Che  sta  Ira  e  Campani!  e  la  Brusé(i)y 
E  clama  una  matténa  e  su  garzòn  , 
E  ui  dis  :  Di  so ,  Tugnét ,  va  a  preparò 
E  mi  sumàr^  Intènt  eh'  am'met  i  sfon , 
eh'  a  voi  andèr  a  Lug  ch'i  fa  e  marche, 
A  vdè  s'  ui  fos  manira  d' fé  un  cunlràt, 
0,  s'un'foss  ètar,  d'sfèmnMn  queleh  baràt. 

In  t' Igni  mod  sta  bestia  sfundradona 
La  n'  ha  piò  voja  d^  fé  e  nostr'  interèss  ; 
E  u  J'  è  mo  Dmeng'Aotoni  eh^  ul  bastona , 
Che  dal  volt  um'  l'ha  mes  quesi  in  s'un  fèss  ! 
Quand  e  (rova  un  po'  d'erba  us' abbandona  » 
E  sM'  è  carg  e  scapozza  in  tot  I  sèss. 
L' ètar  de  sol  pr'  andar  a  pas  de  gat 
Um'  fase  quèsi  quèsi  dvintè  mat. 

Ste  eunladéu  V  ha  un  fiòl  ch'ha  nom  Matti, 
Un  ragaz7èt  d^  seds  èn  int'  1  dissèt , 
Ch'  e'  fèva  vésta  da  n'avé  slnlì 
Quand  che  su  pcdr'  u  s^era  alzé  da  let, 

1)1  luoglii  Boaiioali  io  quekU  olUvr  fono  nel  eoBtido  di  Lago. 


576  PARTI  SECONDA. 

Perchè  ui  piaseva  trop  d' sièr  a  ciurmi  ; 
Ma  e  ved  ui  tlis:  Lìvat,  eh'  Tè  ormài  al  set; 
Ad  PS  adés ,  s^  a  ciàp  in  T  un  bastòn 
Ar  farò  ben  disdè  me  ,  brol  puUròn  ! 

Lìvat ,  fa  presi ,  eh'  a  voi  t' vegna  cun  me , 
Ch'  a  vlèn  andèr  a  Lug  cun  e  sumàr. 
E  Matti  1^  arspundeva  :  a  deg  acsé 
eh'  a  so  afTardè ,  eh'  am'  seni  un  po^  d^  calar  ! 
—  Corpa  d^  una  sajètta  !  sta  mo  a  lé 
A  vdè  s' a  vcgn  con  e  timòn  de  car  !  — 
Matti  che  seni  sta  ehèra  sinfunéja , 
E  sèlla  zo  de  lei ,  e  e  scappa  véja. 

Dop  ch^  r  avél  mess  air  èsan  la  cavezza , 
Da  lé  un  quèrt  d"*  ora  is'  meli  in  viaz  tot  tri  ; 
Monta  in  si'  èsan  e  veÒ  eh'  V  aveva  frezza , 
E  pu  e  prlnzépia  a  pónzr.  Intènt  Matti 
eh*  US'  grattcva  la  testa  dilla  stezza , 
Cun  un  bastòn  In  mèn  ui  vneva  dri. 
Or  dalla  rabbia  e  eanta ,  e  quànd  e  fésÒia 
E  va  piecànd  in  s' e  gruppòn  dia  bésòia. 

I  dveva  èssr  un  mezz  mei  luntàn  da  cà 
Quand  che  sto  is'  iscuntrè  in  t' un  brènc  d'sgadùr , 
eh'  is'  mitté  tot  a  di  :  Ve'  clu  che  là 
A  cavai  d'  che  sumar  cum  che  sta  dur. 
Mo  t' an^  vi  si'  \eé  sunai  cum  eh'  us'  lu  sta  ? 
E  in  sta  manira  i  féva  un  gran  pladùr. 
Va  vcja ,  insinsè  d^  vei ,  vargògnl'  a  lè 
D' lassèr  andè  ste  ragazzòl  a  pè  !  — 

Allora  e  vei  par  cunfintè  sta  zent 
E  pr  an'  sintis  piò  fé  la  baja  dri , 
E  sèlla  zo  dall'  ésn^  In  t'  un  mumént , 
E  e  dis  :  Va  là ,  monta  so  té ,  Matti  ; 
Par  me  s' a  vag  a  pè  a  so  nenc  euntènl , 
E  acsé  tot  ste  burdèl  e  srà  finì  ; 
L' è  ben  e  vera  eh*  um'  fa  mal  un  cai ... . 
Va  a  là ,  Matti ,  da  brèv ,  sèlta  a  cavai. 

In  sta  manira  i  andè  so  un  pez  pr^  on  ; 
Ma  quand  i  fò  arrivò  alla  cà  da  Lug , 
E  cun  l' èsn  i  passava  a  guazz  e  flòn , 
Ui  tocche  nec  truvès  in  t^  un  brol  zug  ; 
eh'  una  massa  d' dunén  e  d' bardassòn 
Is'  mille  a  zighèi  dri  roba  da  fug. 
Us^  a  da  vdè  un  zuvnàz  pr^  andè  so  lo 
I^ssèr  a  pè  ste  \et  eh'  un'  in  pò  piò  ? 


•lAliRTl  KillUANl.  577 

I  liiriccliéN  za  i  printipièva  a  tò 

Di  sèss .  dal  prè ,  di  coi  e  dia  caliéna  ; 

Allora  e  déss  e  vcÒ  :  Férmat'  un  pò 

eh'  a  vegna  nenca  me  so  In  sta  basiéna 

eh'  a  vegga  d*  cuntlnlè  nenca  tot  sto  ; 

Quand  no,  us  arriva  un  sass  dri  da  la  scheoa. 

In  sia  nianira  aqvé  par  fèi  stè  lett 

l' andè  tot  du  a  cavai  de  povr'  asnètt. 
Av'  putì  Immagine ,  clièr  I  mi  sgnur 

Che  povr'  asnèt  s' l'era  amasse  dal  fest  ! 

Figurèv  a  purlè  cai  do  figùr, 

Cun  do,  tre  zesti ,  senza  div'e  rest, 

L' era  impussébil  eh'  e  putés  Ini  e  dur  . 

E  lo  mo  i  pretendeva  d' vie  fé  prest. 

Insomma  s'ia  durava  andè  d'ste  pass, 

L^  era  una  roba  da  zighè  plegàs  ! 
Ha  quànd  ch'I  fo  arrivò  dall' albaràx» 

Is'  incuntré  sì  o  set  eh'  andava  a  cazza , 

Ch'  is'  mitté  a  fèi  la  lusla  in  s*  e  mustàz , 

E  I  dseva  :  E  bsugnaréb  mnèi  In  tla  fazza  ; 

Am'  maravèi  mo  d' té  me ,  besdla  d'  v£iaz  ; 

T'  an' vi  mo  che  povr'èsan  ch'us'amazza? 

Andè  pu  là ,  eh'  avi ,  da  csóian  badzò , 

De  vost  prossm'  una  bella  caritè. 
Aj*  ho  capi ,  eh'  an'  j' ho  gnenc  clàp  sta  volta  t 

E  déss  e  ve£  ,  fasén  pu  un'  ètra  prova  ; 

L' è  mèi  che  tot  du  aqvè  eh'  a  demma  d' volta , 

Lassèn  pu  andè  acsé  vut  st^  flòl  d' una  lova  ; 

Lassai  pu  andò  cun  la  cavezza  dsolla; 

A  voi  roo  nenca  vdè  cosa  ch^J^  a  trova 

Tot  quènt  sii  fccca-nès  ;  sta  mo  da  vdè 

Che  in  sia  manina  in'srà  gnenca  amasè  ! 
E  in  fatti  in'  des  gnènc  fèr  un  quèrt  d' un  mèi , 

Che  tri ,  eh'  uvneva  int^  una  caratella , 

Is*  mèss  sóbit  a  fé  dal  maravèi , 

E  sgargnazzànd  1  dseva  :  Oh  qoest'  è  bella  ! 

Badò  pur  nènca  a  le  s' avli  vdè  d^  mèi  1 

Us'  ha  da  vder  un  èsan  cun  la  sella 

E  du  bagén  a  pè  chM  gh'  va  da  dri , 

Invaz  d^  andè  a  cavai  ;  bslv  arabi  ! 
E  vei  e  prin7.ipiè  a  ciapc  capei , 

E  pn  US'  mittè  a  bruntlè  tot  Istlzi  : 

Saviv  che  quest  l' è  e  mod  d^  ptrdr  e  zarvèl  i 

8'  a  vii  de  ment  a  j' òtr  7  e  4éM  Matti  ; 


578  PARTI    SECOLI  DA. 

S*  a  j'  bo  da  dilla  sócUa ,  uni'  pà  e  piò  bel 

Fé  quel  eh'  as*  par  a  non,  e  lasse  di  ; 

Ch'  in  tigni  mo  ,  quand  che  alla  fi  di  fòt 

A  vie  de  ment  a  j'  ètr'  us'dventa  mat. 
Olì  sta  da  vdè  che  adès  adès  e  hcgna 

Tò  so  r  èsn  e  purlòrP  acsc  in  (al  spai  ! 

Gneca  s' la  foss  una  fassena  d' legna  ! 

Una  zesla  ,  una  sporta  .  un'  oca ,  un  gal  ! 

La  n'  è  una  roba  mo  eli'  fa  vnì  la  legna? 

As'  sèn  pruvc  d'  »tè  a  pè  ,  d' slér  a  cavai , 

On  uv'  dis  :  Smonta  eA  ,  Vètr'  uv'  dis  :  Stai  ; 

E  a  fé  e  mod  d'Jètar  T  an' s' f ndvina  mal* 
E  vó  I  me  sgnnr ,  eh'  a  si  slè  qué  a  slnti 

La  mi  sturiella  dPésn  e  di  vfllèn  , 

A  sri  anca  vó  dPistèss  pinsè  d'  Matti, 

Che  in  quest  eh'  è  aqvó  me  nm'  pà  che  dsés  roolt  ben. 

Pr  esempi  dmèn  TandrA  zerlón  a  di, 

Che  non  stassera  as'sen  purtè  da  chèn; 

E  un  quelch^  èlr^a  dirà ,  eh**  è  armàst  cuntènt  : 

Ande  mo  vó  a  ciapè  in  t' e  gost  d' la  zent  ! 
L' acadcmia  a  zertón  srà  plrsa  seria  ; 

Forsi  un  ètr^  e  dirà  eh^  l' è  stè  trop  boffa  ; 

Un  èir'e  zlga:  Ma  sinti  ch^ miseria; 

Un  ètar  :  Sta  canzòn  propi  la  m' stoffa  ; 

Quest  e  trova  poc  gost  In  t' la  materia; 

Un  ètar  dalla  noja  e  smània  e  sboffa  ; 

Quel  usMn  va  cuntènt,  e  quest  dsgustc: 

In  conclusión  —  La  n'  l' pò  mai  inaline,  — 


■■•deneflie* 

i6B0.  La  Meìiga  o  Zìa  Tadeja  è  uno  scherzo  còmico  in  lin- 
gua rùstica  modenese  fatto  per  senire.  d'intermezzo  all' .7 mni(« 
del  Tasso ,  intorno  alla  metà  dei  sècolo  XVII  ;  essa  è  quindi  la 
più  antica  produzione  che  noi  conosciamo  in  questo  dialetto.  Ivi. 
nel  Pròlogo  ,  Amore  spennacchiato  svolge  tutto  il  meschino  tes- 
suto della  Contadinesca.  Perciò  ci  restringiamo  a  riprodurre  in 
Saggio  la  sola  introduzione  ^  non  meritando  il  dramma  d'  èssere 
riprodotto.  Però  prima  stimiamo  opportuno  avvertire^ che.  a  no- 
stro avviso  ^  la^lingua  in  cui  è  scritto  questo  Pròlogo  non  è  pura 
modenese ,  né  nistica ,  né  urbana ,  sia  che  V  autore  fosse  stra- 


DIALETTI  BMIUARl.  579 

sia  che  la  modificasse  per  adattarla  al  metro  ^  sia  final- 
che  venisse  alterata  in  sèguito  dagli  editori.  Ad  ogni  modo 
ale  e  la  sottoponiamo  al  giudizio  degli  studiosi. 

La  Mengttj  o  Zia  Tadeja, 

Amor  che  fa  il  Pròlogo, 

A  son  Amor ,  a  n*  so  s' a  m' cognossì 
Vu ,  zent ,  che  vi  si  qui  raguoa , 
E  s' son  acsì  senz'  al ,  com'  am'  vedi , 
Porcile  Vèner  mia  mader  m' li  ha  strappa  ; 
E  s'  son  vegnù  a  veder ,  se  vu  voli 
Ch'  a  stia  con  vu  sin  eh*  al  me  slan  torna  , 
Ch'  a  ve  prométto ,  eh'  a  serò  buon  lìòl , 
Es  zugarò  con  tutt  a  capuzzòl. 
La  càusa  che  mia  mader  a'  è  Insilzzida 
L' è  sta,  che  mi  voléa  eh'  la  me  vestìssa; 
E  s*  pianziva ,  e  le  s' è  Incancarida , 
O  perchè  n'  bava  tela ,  o  eh'  la  d'  volissa  ; 
E  ben  ben  m'  ha  cavàda  la  puìda 
Tutta  piena  d' velcn,  com'  una  bissa  ; 
E  dop*  avèrem  sculazza  e  pela  » 
La  m' ha  lassai  per  mort  in  mez  dia  ca. 
Or  mèntcr  eh'  borbotta nd  r  è  andà  al  balcòn , 
Mi  me  son  leva  su  pianìn  planìn , 
E  via  fuzènd ,  al  fin  ad  un  casòn 
Son  capita  dov'  alloza  un  fachìn  , 
Al  qual  ò  racconta  la  mia  rasòn , 
E  lui  m^à  diti;  0  pòur  fantesìn  ! 
Es'  m'à  vesti  •  dà  da  desinar; 
Mo  in  qualche  mod  al  vuò  remeritàr. 
Al  gli'*  è  tra  vu  una  Henga  marì'ola , 
Ch'  a  r  à  du  od  lusènt  com^  una  gatta , 
E  s'  è  tcgnù  per  la  più  bella  fiola 
Che  sia  tra  i  contadìn  dia  vostra  fatta; 
ili  gh^  ordinò  una  bella  zimignola, 
Ch'  la  s' Innamorarà  com'  una  matta 
Deli'òspilc  mio  car,  mister  Zanin^ 
Con  tuli  eh'  al  sia  da  Bèrgam ,  e  facchìn. 
Savid  com'  a  farò?  Farò  eh'  Pirìn , 

F  radei  dia  Alenga ,  eh'  anc  lu  è  un  ragazzètt , 
S' addormenta  in  sia  tieza  un  pochelìn  ; 
E  mi  in  sto  mez  a  piarò  al  so  aspètt , 


580 


PARTE   SB007IDA. 


E  acsi  or  adovrarò  pr  al  mie  Fadiin 

CoD  aguzzàrgb  V  ìnzègn  e  V  intellètt , 

Che  quella  putta ,  e  la  sua  zia  ancora 

Se  contènien  de  lù  tramb'  in  un'  ora. 
Drè  a  questa  Mamolella ,  cm'  a  una  cagna  , 

Córron  tanf  amorós  de  sto  contórn  , 

Che  I^  è  ona  maravia  e  una  cucagna , 

E  lei  ghe  dà  marlèl  la  notr  el  zórn.    . 

Ma  sovr^a  tuli  un  Togno  da  Fazzagna, 

E  un  Piròn  dia  Zanina  én  sempr  intórn 

A  quei  casòn  dov^  alloza  la  Menga , 

E  r  un  air  altr'  un  dì  darà  una  strenga. 
Slari  a  sentir  adonca  ;  al  mie  Fachio  ^ 

Se  ben  l'a  del  giudizio  e  di'  inlellèt , 

Se  seni  ancor  lu  tocco  un  pochettìn  ; 

Ma  el  non  s^  attenta  a  diri  el  poverèt  ; 

No  al  fin  el  farà  mèi  che  i  contadin  ; 

E  8^  r  averà  per  sposa  al  lor  dispèt. 

Avri  le  orèò ,  ch^  a  so  eh"*  a  riderì  ; 

E  intani  che  me  ritir ,  e  vu  tasi. 

i7ttO.  La  seguente  è  la  da  noi  mentovata  Canzòn  in  lengm 
mudiièisa  sovra  la  gran  moda  d'quel  fémenj  die  s'dmdnden 
mezz  patajj  eh'  a  irén  tgntr  al  bazil  a  la  barba  a  tuU*  el  dati». 
Sebbene  non  sia  meno  insìpida  della  precedente^  la  riproducia- 
mo di  buon  ànimo  ^  per  la  fedeltà  e  purezza  del  dialetto. 

Canzòn. 


Quand'  a  sèm  in  l'  1'  uccasiòn 
Ch'  tuli  el  fémen  von  ballar , 
E  giràrscn  pr  al  Lislòn  , 
Con  du  stec  sol  pr  al  granar; 
E  del  volt  an  gh'  n'è  gnanc  d' qui 
Ch'  mgnè  con  M  fià  scaldàrs  i  di. 
Pur  IMnvèren  dà  dia  pena, 
E  am'  par  certo  eh'  al  rincrèss , 
Ch'  a  si  small  sin  in  t^  la  schena , 
E  a  sta  in  V  Taque  cmod  fa  M  pess; 
Po  tra  '1  fred  ,  la  neva  e  'I  giàzz  , 
ìì^  an  frusta  sin  al  paiàzz  ! 
Chi  pò  'I  man  à  pin  d' zladùr  ; 
Chi  *\  busanc  à  in  tM  calcàgu  ; 
Chi  r  iurcè  à  con  'I  ferdùr , 


Senza  pò  V  iàlter  magàgn  ; 

Raumalism'  e  dola  d' costa , 

Ch'  manda  d' là ,  cmè  per  la^  posta. 

E  pur  me  'u  la  so  capir  , 

Vdend  sii  donn  ch'n'àn  gnint  indòss. 

Ch'  al  gran  fred  el  fa  ghermiir , 

Pur  desquèrt  el  i  àn  sii  oss, 

eh'  én  pò  sec  e  acsé  desi  rù ti , 

Più  ch'n'è  un  oss  scarna  d'persòU. 

LI  han  apena  una  zamara  , 

Con  'I  mandgheltl  sin\al  man  ; 

Uà  n'  so  pò  eh'  razza  d' capara 

Abbia  vlù  V  Ebrei  Suliàn  ; 

Li  han  per  dsgrazia  i  maiiuplòn 

Fall  tuli  du  tra  d' pezz  e  pcòn. 


DiALerri  ft«ikiA.>i. 


584 


Pur  lor  s' gòdeii  con  qua!  frese , 
E  pr  al  più  senza  un  quuUrcin , 
Adc  più  rossi  d' un  Tudèsc 
Qaand  1'  è  coli  denlr'  in  V  al  vcin  ; 
Li  han  pò  ceri  manùzz  inglèis, 
Ma  v^  sicùr  cii'  i  èn  gatt  mudnèis. 
Lasli  pur  pò  far  a  lor 
S'per  dsgrazia  el  dan  in  Camìll; 
El  stan  alti  cmè  i  dstindòr , 
Et'  n'  darèn  la  pas  a  un  grill  ; 
Pur  la  panza  d^  quel  sgnurèin 
Fa  cunlràsl  con  i  fil  d'  scbèin. 
Li  han  di  spcetl  e  di  spilòn 
In  r  la  scofia  e  pr  i  cavi; 
Li  ban  un  diàvel  de  zignòn; 
Po  tant  lunghi  eP  iung  di  dì  ; 
Mo  i  mari  V  i  el  guardo^  es'  lascn  ; 
Ma  a  sta  mei  la  sela  a  V  àsen. 
Li  han  quale  poc  pò  d' zamarelta , 
Co!  slrassin  più  long  d'un  braz; 
Po  una  zàcla  maladella 
Li  han  in  ziuia  u  tuli  qui  straz; 
E  acsé  netti  el  van  a  ballar , 
Cmk  un  zacòn  d'  qui  da  pullàr. 
Pur  V  ìnvèren  negh'  dà  impazi , 
€mod'  è  me  eh'  al  m'  pias  osé  tant  ; 
J^ozi  a  digh  :  Giov\  av'  ringrazi , 
Ch*  rè  vgnù'l  temp  eh 'a  stag  d'incànt, 
K  a  detèsi  eia  gran  stagiòn , 
^uaod  a  j'èm  al  Sol  in  Liòn. 
Sfa  n'  guzzà  da  cap  a  pè , 
^k>l  eh'  a  fadi  quàter  pass  : 
Ji  si  iDÒi  dnanz  e  de  drò, 
Cb'  al  sudòr  v'  cola  io  t' i  sass; 
C  a  si  péz  d' qui  eh'  vau  a  naèder , 
Ch'yèn  tutt  rolt  sin  in  fai  seder. 
'Vù  n'  psi  serivr ,  a  n'  psi  studiar , 
eh'  av'  turmenta  d'  più  la  sonn  ; 
Av'  vin  i  o£  em'  è  '1  du  d'  denàr , 
E  del  volt  cm'  è  qui  del  dona  ; 
A  sì  d'zent  e  più  eulór, 
Cmè  '1  taviozzi  di  piltór. 
Me  n*  sarév  cosa  truvàr 
Per  dscavarm'  al  cald  d' adòss , 
Perchè  m' Mot  sin'  a  brusàr 
Quel  che  d'dentr'  a  j' ò  in  IM  oss  ; 


E  al  cervèll  eh'  è  fredd  da  sé , 
M'  par  un  foru'  in  men  ed'  che. 
Tutt  i  est  rem  a  1  cgnòss  pur  trop, 
eh'  un  péz  di'  altr'  i  èn  cattiv  ; 
Ma  r  està  V  è  un  cert  inlòp , 
Per  mèi  dir  un  solutìv  ; 
Po  tra  '1  càld  ,  el  pulgh  e  '1  mosc , 
Chi  ha  i  be'  oé  igh  dvènten  losc. 
Quel  eh'  un  poc  dui  volt  m' arlorna 
V  è  al  spadzar  su  per  la  mura , 
Vdend  qui  mur  csé  bé  d'intorna 
Con  in  zima  una  verdura , 
Cb'  srev  capazza  d' acivar 
Di  bgatèin  a  miar  a  miar. 
Yù  gh'  truvò  là  un  poc  d'  ristar, 
Masm'andàndgh'al  dòp  disnàr, 
La  a  ghe  vdì  di'  argènt  e  di'  or , 
Gh'  del  cariòl  a  s'  prcv  cargàr; 
Del  zamàr  con  '1  consumò , 
Da  pagar  quanl  me  n'  al  so. 
Cert  là  '1  Sol  ne  v'  dà  fastedi , 
Perchè  allora  al  va  a  ponént  ; 
E  s' con  nu  foss'  anc'  Ovedi , 
Vdend  el  mod  di  de  presént, 
Roma  certo  al  s' prev  dscurdàr , 
Che  pur  trop  gh'  fu  un  peon  amar. 
Al  ghe  vdrév ,  masm*  a  la  festa  , 
Maridadi^  vedvi  e  putti 
Con  del  diàvli  d'seofi  in  testa, 
Ma  pò  dnanz  piuladi  e  suiti, 
E  più  smilzi  d' una  ragna  ; 
E  a  diressi  as'  va  in  cucagna. 
eh'  al  cminzàss  in  za  e  in  là 
A  girar  inànz  e  indrè  , 
F  ch'ai  vdiss  chi  vin,  chi  va. 
Chi  sta  a  seder ,  chi  sta  in  pè; 
E  om  e  donn  al  vdèss  a  flotta 
Più  eh'  n'  è  'l  mosc  in  t' la  ricotta. 
Addio  vers  a  vrév  eh'  al  dsess , 
Addio  insin'al  grand'Augùst  ; 
Ma  gh'  vgnarcv  al  guarda  fess , 
E  al  dircv ,  eh'  zamàr,  che  busi  ! 
Ab  piutòst  che  andar  in  Pont , 
Che  a  srev  vgnù  con  '1  man  azónt  ! 
Gran  balvàrd  è  mai  quest  che, 
Al  dirèv  adirilura: 


58« 


PARTE  SECONDA. 


AI  Cimòn  è  quel  eh'  s"*  ved  lè , 
eh'  mnnda  V  aria  netta  e  pura , 
Che  gh'  vin  dam  e  cavniér 
Con  lacchè  ,  pa{^  e  sfafér. 
Al  ghe  vdrév  in  quài  balvàrd 
Tult' el  niod  ch'hall  femn  adòss; 
Ano  più  ranzi  e!  sten  dal  lard, 
0  in  i'  la  gola  al  iàbn'  al  goss  ; 
Lor  in  lesta  gh'von*al  mlon, 
La  regina  e  i  parpaiòn. 
Al  ghe  vdrév  la  bella  moda 
Del  zauiàr  con  al  capùzz  ; 
La  Lucrezia  andàrsen  soda , 
Con  do  brazza  d' inus  agùzz  ; 
Ma  li  uree  tuli  pini  d'  rezz, 
K  pazinzia  si  èn  puslézz. 
Tuli  la  testa  pò  inspuivràda , 
Con  di  udòr  d'  muse  o  d"*  lavanda  ; 
La  caniisa  pò  n*  s*  gh'  abàda 
s'  r  (*  tntl  rotta  da  una  banda  ; 
>on  ostant  i  manizcin 
EI  gir  von  mcter  con  '1  puntèin. 
Lu  ghe  vdr<^v  del  scarp  in  pè 
chi  miniadi  e  chi  d'  bruca  , 
E  ^I  pè  mnar  inànz  e  indrè 
Perche  al  sia  ben  usserva  ; 
Pur  a  gh*srà  1  gran  calzulàr, 
Ch'  al  so  mstér  V  è  quel  d'  biasimar. 
Lu  ghe  vdrév  dia  roba  al  col , 
Ch'  el  sien  peri*  o  pur  galàn , 
eh'  an  n'  ha  tant  al  Re  d' Mogol , 
E  a  dirév  al  <^ran  Sultàn  ; 
Li  han  Devota  e  Pretensiòn , 
Li  han  Slancila  d' Spumiliòn , 
Li  han  del  miara  d'ingranai, 
Tant  al  col  eroe  attorna  a  i  brazz , 
Di  ventai  che  cosln'  un  Sfat , 
Dpint  a  r  oli  e  dplnt  a  guàzz  ; 
E  '1  s*  daii  r  aria  con  al  crac , 
E  in  men  d' che  M  fan  eie  e  ciac. 
Ale  ne  v'  dig  pò  del  curdèll , 
Ch'tutt  sii  fémen  s' fichu  adòss; 
El  s'  lambichen  al  cervèll 
Per  trucir  a  più  non  poss  ; 
Ma  Bucèin  e  la  Verzona 
Dìsen  roba  sfundradona. 


Né  'n  v'  in  degh  dia  Eerlarella , 
Figura v  pò  dia  Pasquèina , 
S'el  gb'àn  da  dia  roba  bella, 
Di  pizz  d' sèida  e  dia  muslMna  ; 
Ma  zugarg  a  prév  un  o£  , 
Cir  1  so  libr'  èn  pln  d'  pastròÒ. 
DI  Firmò,  del  Bòchel  d' brlll 
Li  han  Iiure£  e  tutt  du  i  brazz, 
Ma  '1  sa  Onofri ,  al  sa  Camill  • 
Ch*  fun  tira  fora  dal  mazz, 
Per  pagar  quél  tatr'  a  Eufemia , 
Dal  più  pur  cristàl  d' Boemia , 
Con  rusetti  e  zero  dura  ; 
Al  vdrév  Zvanna  e  la  DIunisa  : 
Mo  *l  mari  pò  in  cà  afTamà  , 
Senza  scarp ,  ne  la  camisa  ; 
Ma  in  t' la  Alura  el  vòn  andar 
Se  'I  cherdcssen  de  séiupar. 
A  gh*  i  ceri  dlvertimènt , 
Ydend  el  donn  acsé  pulidi  ; 
Po  di  colp  av*  zur  eh'  as'  sent 
Da  quel  fémen  cb'én  ardidl; 
E  anc  da  queli  eh'  parn'  un  oca , 
eh'  agb  diressi  ai  pàder  moca. 
Yu  gh^  vdì  far  senza  ribrèzz 
Di  inchin  e  di  basa  man  ; 
E  graziosi  e  con  di  vezz , 
El  v'  salùtn'  anc  da  luntàn  ; 
0  eh'  el  v'  (an  'na  riverenza , 
Anc  eh'  al  n'  àbbien  di'  eccelenza. 
Quesl  i  cgnòssen  i  om  a  usta , 
Cmod  fa  i  can  eh'  én  brav  da  cazzai 
Po  in  allora  el  s*  mettn*  in  susta , 
Cmè  una  ciozza  quand  la  razza  ; 

0  ch^  al  8^  metln^  a  la  parada , 
Cmè  una  loca  eh' sia  imbalzada. 
Tuli  le  'I  s'godn  al  dop  disoàr, 
E  mustrànds  a  quest  e  quei  ; 
Ma  In  ca  sova  an'  s' fa  magnar , 
^è  la  leltra  gh'  è  d*  un  el  ; 

D'  più ,  quel  tesi  e  qui  mustàzz 

1  s' in  dormn'  In  t' al  paiàzz. 
Sé  eh'  allora  va  via  1  blett , 
E  a  svanìss  la  lavandèina  ; 

Ma  s*  prev  fargh'  al  bel  sunctt , 
Se  '1  se  vdèssen  la  matlèina  ; 


DlALeiTI  EllLIANI.  585 


Ha  chi  sa  senza  tgnirgh  drè 
eh*  el  ne  di'*  vegna  un  de  tra  f  pé? 
Ma  me  'n  vói  più  andar  inànz , 
Perchè  a  cgnoss  ch^agh'dag  turmènt. 
Ma  ^1  me  donn  av'zur  eh'  a  pianz , 
E  a  v'  al  dig  d' bon  sentimenti 
Vdcndv'  indòss  galàn  e  crest , 


Senza  aver  camlsa  al  zest. 

Fin  eh"  è  teiAp  fa  mo  giudezi , 

K  impara  a  vòster  spes , 

E  'n  tuli  pr  un  8gheril)ezi 

Quel  eh'  av*  dig  ai  tant  del  mes  : 

Mliv  in  testa  sta  leziòn , 

eh'  me  v^  lass  star  con  la  canzòn. 


1840.  In  Saggio  dell'  odierna  poesìa  modenese  offriamo  i  se- 
guenti sonetti  ^  dei  quali  i  primi  quattro  furono  scritti  da  vivente 
distinto  cultore  delle  patrie  lèttere^  la  cui  modestia  non  ci  per- 
mette di  nominare.  Come  appare  dagli  argomenti^  sono  essi  poesie 
d'occasione^  e  furono  già  publicati;  gli  ùltimi  due  sono  inèditi 
di  anònimo  autore  gibboso  di  cara  memòria. 

Per  Nozze. 

Sgnor  Duttòur ,  i  m' han  ditt  eh'  al  tor  mujera  , 

E  eh'  la  so  sposa  ha  mill  beli  qualità  : 

A  m' in  rallégfaer  seg ,  mo  ben  dawera , 

Che  chi  ha  una  bona  sposa  è  fortuna. 
Al  mond  d' adèss  V  è  guast ,  ma  pur  assà, 

Pr  una  fuga  de  matt  eh'  én  zo  d' carrera  : 

Un  pòver  cap-ed-cà  sèmpr  è  angustia , 

E  pensànd  ai  so  lìò  quasi  al  s^  despera. 
Ma  per  quest'  an^  v^  avi  pò  da  scmlntir , 

Perchè  s' a  si  bon  v6,  s*  l' è  bona  le , 

Sol  di  ragàzz  a  mod  a  n'  ha  da  vgnir. 
Prinzipia  prest  a  dàrgh  educaziòn , 

Dàgh  bon  esempi ,  sappiagh  tgnir  adrè  ; 

Badàm  a  me  ;  a  n'  avrì  consolaziòn. 

Pei"  Nozze, 

Quand  a  sent  ch^  una  zovna  s"  fa  la  sposa , 
E  eh'  r  è  una  zovna  propri  com'  a  va , 
Me  a  g^  ho  un  gust  matt ,  e  a  dig  :  Che  bella  cosa  ! 
Che  spos  felìz  !  che  fortunàda  ca  ! 

Dna  donna  d' giudizi  e  virtuosa 
L' è  la  sort  del  mari  che  gh'  tuccara  : 
E  r  è  cosa  acsé  degna  e  preziosa 
Che  pr  un  premi  ben  grand  al  SgnÒr  la  dà. 

S8 


584  1>ARTB  SBCO.>DA. 

Vo ,  Duttòr ,  a  Tavì  sta  bella  sort  : 

I  piasér  de  ste  mond  iv'  sran  maggior , 

E  in  fi  affàn ,  eli'  a  gh'  n'è  sémpr ,  avri  un  confort. 
La  vostra  gioja  n'  ha  da  flnìr  che  ; 

E  anch  quand  a  srà  appassì  di  ann  al  fior , 

A  diri  l)en  e  spess  :  Bendètt  quei  de  ! 

Per  novello  Pàrroco. 

Coni  •  ^^'  A  n^  ^'c  smintidi ,  don  Zemgnàn. 

L^  è  vera  eh'  èsser  pàroc  l' è  un  impègn 

Da  (ar  termar  i  òmcn  più  sant  e  degn , 

E  eh*  porta  seg  mill  eros  e  miti  affàn. 
Bsogna  tendr  ai  mala  ,  badar  ai  san; 

La  gioventù  bisogna  tgnirla  a  segn , 

E  avrìr  bisogna  ai  ragazzén  1*  inzègn  , 

Dai  Beilarmén  con  la  Dutlrina  in  man. 
A  gh'  voi  scienza,  pazinzia  e  carità, 

A  gh'  voi  zel .  a  gh'  voi  peti ,  a  gh'  voi  vigor. 

Corài  !  che  vo  a  gli  avi  st'  tal  qualitii; 
E  mancar  a  n*  ev'  poi  1*  ajùt  dal  Sgnor , 

S*  a  V*  Ignari  a  meni,  che  Dio  ste  pes  v'  ha  d:i 

Pr  al  ben  degl'  ànem ,  pr  al  so  sant  onór. 

Per  Nozze, 

Me  au'  son  chi ,  o  Spos ,  a  far  di  cumplimènt , 

Es  an'  voi  tirar  fora  Imèn ,  né  Amor: 

Ma  av'  dirò  sol  quei  eh'  a  sent  in  t' al  cor 

Con  quel  paról  che  prima  em'  ven  in  ment. 
A  gh'  e  in  sr  brut  mond  una  briccona  gent, 

Ch'  parla  dai  matrimoni  con  dsunòr  : 

An'  sta  miga  a  badar  a  sti  impustòr  ; 

In  t' al  so  cor  a  gh'  cova  al  tradimènt. 
El  nozz  én  una  cosa  santa  e  bona  : 

Fa  eh'  a  dura  l' amor  eh*  a  v'  sinti  in  sen  ; 

Tgni  ben  luntàn  la  gelosìa  blrboua  , 
E  pò  sta  aliegramènt ,  car  i  me  Spos , 

Che  per  du  cor  che  s' vóien  propria  t>en , 

Al  matrimoni  l'è  tutt  viòl  e  ros  (i). 

(1)  A  'a  jMT  eh*  uà  qailchidtui  diga  :  Per  coua  Tir  un  sun^t  in  modoiiT  L'autor  I'** 
fall  per  tir  unòr  al  so  dialèlT  es  cherdérel  ino  da  taolT  —  A  rìtpoadrà  a  diriUnra:  Sp^ 
iiu  ;  a  )'  atre  lai»a  sta  cur4  a  chi  fóss  »Ui  più  al  du.  —  L*  al  fatt  prr  maUeria  T  —  A  fU** 
furò  KietUmi'nt .  eh*  a  prév  èuer.  Ma  la  bona  ragion  1'  e  slada  ,  eh*  a  j' ho  ^ù  fir  uiiòr 


DIALETn   EII1L1A3II.  385 

Risposta  a  rime  obbligale 
i  Sonetto  ìlei  quale  renne  descritto  il  ritratto  deWJutore, 

A  son  sta  assicura  da  bona  |)art 

eh'  a  m' avi  fat  al  me  ritràt ,  Albert  ; 

Ma  a  m' immàgio  però  eh'  ai  avri  quert 

1  me  difètt ,  e  avri  tgnù  su  el  me  cari  ; 
Che  s' no ,  vo  sì  al  Poeta ,  e  me  srò  al  Sari , 

E  a  j'  ho  del  forbs  che  tàjen  ben  dal  zert  : 

Anzi  per  vostra  règola  a  v'  averi , 

Che  molti  voli,  per  poc  e  gnint  me  a  schert. 
Ma  a  j'ho  una  paura  ch^a  mMnspìrt, 

eh'  al  sunàt  an'  sia  vòster ,  eh'  al  sia  un  furi , 

Perchè  V  è  fall  trop  ben ,  senza  farv  tori  : 
I  m'  n'  han  da  idea ,  e  me  eh'  a  son  un  spiri 

Ch^  a  cgnos  al  pan  dal  steli ,  av"*  dirò  in  curi  : 

S*  an  n*  è  d^  Giuliàn  Cassàn ,  ch^  a  casca  mori  ! 

'  la  Predicazione  quaresimale  del  celebre  Padre  Granelli, 

Curi  luti  quanl ,  per  carili  curi 

A  sentir  al  famòus  Predicatòr 

Granelli ,  eh'  in  euzinzia  l' e  un  terrór , 

Ch'  a  v'  prumòU  eh'  al  cumpàgn  a  n'  l' i  senti. 
Oh  quàl  s'pol  ben  clamar  om  erudi, 

E  a  dir  al  ver ,  al  loda  nòsler  Sgnor  : 

Lu  n'  dls  pass,  eh* al  ne  v'  zèta  le  i  Autor, 

Ch'  al  par  eh'  al  li  abbia  tuli'  a  mena  di. 
A  fu  a  sentir  eia  bocca  d' verità , 

E  M  m' arivò  csé  presi  a  la  limosna , 

Ch'  arstò  in  t' la  bota  bel  e  sternaclà. 

M  «  m\U  mi  maDcra ,  •  »U  clu  tpo».  E  i>er  dir  f ira  ,  a  u'  em  sintiva  brìsa  abbaslanta 
*  rérm  rìder  adrè ,  Gccàod  uo  m^  suotiiu  italiìin  in  t'  una  raccolta  acW  rispeUhbil  come 
.  Ao'  voj  minga  dir ,  iDleodèmei  ben  ,  eh'  ao'  foss  tt'a  bon  d'  rocUr  in»^  i  a  fora4  d* 
i  t  d'  kfurdigarm  i  cavj ,  quallòrdes  ver*  anc  in  lingua  toscana  :  «  quj  qualtùrdei  verf 
m  hn  ptu  inlrar  io  quiilc  altra  raccolta  ,  o  almàoc  almànc  tur  attarrii  al  colòon.  Per- 
I  qnil  eh'  a  vag  vdènd  ,  el  colono  d*  ad^M  rnu'  en  miga  ,  com'  i  dì>rn  eh*  cren  quelli 
Bp  d*  Orali ,  elle  n'  vliveo  nrisa  eh'  a  gii*  fdss  di  poet4  mediòcber,  ma  el  se  san  adattar 
A  corrènt,  e  austìnen  tuli  quel  eh'  a  s'gh'  incolla  adòss  ,  fina  ch'a  n*  al  strappa  via 
bùricdMa  o  quiilc  diletliint.  VI»  mcilèod  ,  com*  a  «Uiva,  un  snnèll  de  sta  posta  in  meu 
pocùi  eh'  én  poeiii  da  bun,  lu*  avrc'v  fat  miociuuar  :  e  mJ  {io  per  far  unòr  ai  Sp»»,  an* 
miga  lam  dsunòr  a  m<^.  E  que»lA  è  la  gran  ragion  ch*  m' ha  Ctlt  lòr  1*  espfldi^Dt  d*  far 
iidMt  al  me  lunctt  ;  i*  la  n'  cv'  più  ,  pasìnaia  t  Dal  rest ,  i  S|nis  gradiràn  al  me  boo 
e  ■*  i  ^D  ciulint  lor ,  cosa  vliv  mo  dir  ? ó ,  i^nor  Crìlic  T 


A 


586  PAHTB  8K0NDA, 

L'  ulluia  part  sfumò  via  com'  una  iosna  : 
Oh  qual  è  ud  sogèt  degù  <1'  èsser  manda 
A  converlir  l'America  e  la  Bosna  ; 

E  s' la  marchesa  Frosna 
M' vless  lassar  eia  so  banca  eh'  è  le  avsén , 
A  gh'vrév  andar,  eh* a  nMn  vré  perdr  un  s'scn. 

In  Saggio  del  dialetto  modenese  attualmente  parlato,  valga  il 
seguente  Diàlogo  A*  un  vivente  cultore  dottissimo  delle  cose  pà- 
trie; ^questa  composizione,  e  per  èssere  scritta  in  prosa,  e  per- 
chè racchiude  parecchi  idiotismi  e  modi  proverbiali ,  ci  sembra 
meglio  d' ogni  altra  adattata  al  nostro  scopo. 

Didlog  fra  la  Bunesma  e  l'Antonia  ^ 
quàla  eh*  i  ciàmen  per  scutmai  la  Pota-da-Modna  (^  ). 

L'era  una  nott  dlMnvòren  passa,  ch^a  tirava  un  zagnùc(8)  chM'è 
impussébel,  e  la  povra  Bunesma  s' desdò  inilrizzida  ,  con  i  grell  in  fi  di 
e  il  busanc  in  V  i  pé. 

«  Ah  sti  Mudncs  dia  sgangla  (s)  (la  dls)  i  n'  s'  arcòrden  più  ,  che  per 
dàrg  da  magnar,  a  j'  ho  spes  tant  bugnin,  eh' a  j' ho  fin  vuda  la  borsa;  I 
m' làssen  che  a  ghermlìr  dal  fred,  eh'  i  n'  sràn  gnanc  da  fant  d'iarem  una 
scoffia ,  0  d' imprestàrem  un  scaldén  ». 

Salla  su  la  Pota-da-Modna ,  eh'  V  è  poc  luntàn  ,  e  che  dal  gran  fred  la 
n'  psiva  durmir  gnanca  le. 

«  Làssem  dir  a  me  (  la  dis  )  eh'  a  son  vslida  da  gran  està  ;  vó  a  gh'avi 
alfiiànc  un  para  d' stanèll ,  e  s'gh'avì  Tumberlén  sovra  al  zucchcl(4); 
ma  me ,  vdiv ,  a  son  che  a  la  sbaraja ,  eh'  a  m'ueva  in  zéma  a  luti*  il  oié 
garabàtel  (s)  :  e  vdiv,  stor  de  sti  magna-cudghén  (6)  i  én  squàs  tutt'  fio  di 
me  quaraniadù  putcn  (7). 

Bunesma,  Per  quài  eh'  V  e ,  scusàm  vdè,  Tugnena,  ma  an'  vrè  pò  gnanc 
eh'  a  j'  avessi  la  superbia  d'  mètlrev  da  1*  impara  con  me ,  perchè  a  vdì 
ben  anca  vó,  che  dispensar  dii  limòsen  aesè  grandi ,  com'a  j'  ho  fati  nic 
r  è  ben  quale  cosa  d'  più  eh'  n'  è  a  far  di  ragàz. 

Pota.  Ma  pian  ,  Bunesma  ;  a  capéss  anca  me  che  a  (ar  aesè  gran  limòsen 

(1)  La  Maluu  dia  BuDesma  è  in  t'  un  ìiogul  dal  Piilax  (.uniural  ,  •*  1^    6gura    di*  Ad1uoì<i 
da  Mtidna  in  t*  al  iiiur  eslèrn  dia  Catledral  ven  la  Piatta. 
{2)  Zhgnùc ,  per  fredd. 

(3)  Dia  Mngla ,  voi  dir  puvrèt. 

(4)  Zuchèi  ,  la  tuta. 

(5)  Il  Ole  garahìitel  ,  voi  dir  la  ine  roba. 

(6;  Magna -cudgb^o  ,  rbè  V  è  dett  per  Mudncs. 

(7)  Quanotadù  putcn  ,  perchè  l'Aotoaia  ««è  ^2  fio. 


i 


DIALCTTI  BMILUIfl.  587 

a  j'  avi  avù  un  gran  cor ,  ma  quale  cosa  d*  grand  a  gh**  P  arò  avù  anca 
me  s' a  jMio  psu  regalar  a  sr  pajés  un  mezz  battagllòn  d''Algcrrn  (i). 
Zertùn  dvèntcn  famòs  per  la  testa ,  vó  pr  al  cor ,  i  cautàut  per  la  gola  , 
i  balarén  pr  i  pé ,  e  mó  per  quelàfer.  Bonapiirt  al  d^lva ,  eh'  la  dona  più 
brava  V  era  quala  eh'  fiiva  più  ragàz  (s)  :  e  s' a  fuss  nàda  più  lard ,  e 
eh'  lu  avèss  viu  far  giustezia  al  mcril,  V  are  busgna  eh'  al  m' avèss  spusa 
me.  Mora  ,  vit  Buncsma ,  per  meritiirm  al  so  cunziil  a  gh'  n'  are  fat  almànc 
un  cenlunàr ,  perchè  cai  pufàn  eh"  è  le  ,  al  gh'  iva  la  manera  d'  manie* 
gniri  lult. 

Buneiwa,  A  ved  anca  me  ,  eh'  I  Mudnés  i  v'  dovrén  considerar  come 
mama ,  ma  ater  tant  i  m' arèn  da  far  anch'  a  mó ,  perchè  s' vó  avi  mcss 
al  mond  i  so  bisnòn ,  me  pò  a  gh'  ho  dà  da  sbàtter  in  caslèll  (s)  quand 
la  gh'  filava  suttila  (4).  Ma  cherdt ,  Tugnena  ,  eh'  Il  cos  al  de  d^  Ìn-có  il 
van  a  la  strapèz.  Difati  vii  vader  la  bela  gralilùdin  e  al  bel  rlspat  de  sta 
Busunàra  per  do  dam  dia  nostra  qualità?  I  s'an  pianta  che  su  a  badar  a 
la  gronda  di  copp ,  in  mezz  ai  palpastrè ,  in  V  un  sit  dov  a  V  està  a  insa- 
biàm  dal  càld  ,  e  a  i'  Invòren  a  iiispirtàm  dal  fràd. 

Pota.  A  pensa rgb  ben ,  savi ...  !  Ve  roba  da  far  drizzar  i  cavi. 

fìunesma.  Com'  a  vii  eh'  i  s' pòssen  tgnir  da  coni  noàler,  s'I  'o  san  gnanc 
chi  a  sàm.  —  Eh  se . . .  il  dòn  d'  una  volta  i  gr  èren  altra  cosa;  e  a  un'  oc* 
corenza  i  gì'  èren  anc  beli  e  boni  de  mnàr  il  man  :  che  st'  il  smurfiosl 
d' adèss  1  n'  én  l)onÌ  àter  che  d' roazzàr  il  pulg.  —  Oh  . . .  sti  sunaj  pò  , 
vdc ,  dai  de  d' in-có ,  in'  san  ménga  gnint  coss'  abbia  fatt  i  so  ve£  ;  e  in 
l'ai  studi  dia  storia  an'sarév  dir  s'i  in  savèssen  più  lor  o  i  eappòn^ per- 
chè ,  vdiv ,  lor  én  sèmpcr  occupa  o  a  far  da  bela  gamba  a  una  quale 
lispètta(s)  a  fumar  un  zìgher,  o  a  ièzer  quale  romànz. 

Pota,  Cara  vó,  dsì  pian  ch'in'  sènten,  perchè  s'i  s'acòrzen  eh' a  dseu- 
ràm  insàm  ,  a  gh'  prò  saltar  ,el  caprczi ,  a  sti  galiòtt ,  quand  i  g'  han 
quale  cosa  eh'  en^  va  pr  al  so  fasòl  (e) ,  d' fàrs  descòrrer  nuàter  do  •  anc 
s' an  n*  àm  voja ,  com'  i  én  sòlit  far  a  Roma  con  ehil  do  figùr  d' Pasquén 
e  d' Martori  (7). 

L*  ombra  dia  Tarquénla  Molza ,  eh*  l' è  dentr'  in  Dom  ,  a  s' gh'  arizò  al 
nàs^  perchè  si' il  petlàgli  desturbàven  la  so  chlèt:  la  saltò  fora  pr'  una 
d'chii  furétti  eh'  én  in  Piazza  de  dré  dal  Dom ,  e  la  dess  : 

i«Dsì  su ,  bragheri  sfundradoni  :  coss'  è  sl'badalùc  (a)?  an  n'  è  mài  ora 


(1)  Algrrra  ,  per  Urichen. 

(2)  Al  le  déu  ■  la  igoora  De  SUiel. 

(3)  Sl»tler  in  raslèl  »  voi  dir  magoar. 

(4)  FiUva  »utlilii ,  quand  i  iteDtiiveii  da  L  Um. 

(5)  LU|)èUa  ,  per  sivètia. 

(6)  Ch*  co*  va  pr  al  so  fasòl  ;  eh'  eo'  va  a  geoi. 

(7)  Il  silir  ch*es*  fjn  a  Roma  pf-r  la  più  i  ^n  Diiilog  tra  Pasqin'n  e  IVfarfori. 
(S)  Badultic,  frar'iiv 


588  PARTI  SECO?fDA. 

eh'  a  tasi  ?  Adsadès  s' a  dag  man  ai  me  iéber ,  eh'  a  J' ho  le  dénter  da  eia 
fnestra(i),  me  v'i  féc  ben  in  fai  nàs  a  tutti  do». 

Al  pars  un  squass  d' aqua  :  st'  il  do  vàci  avèn  sudlziòn  dia  Poetessa 
(  perchè  i  poeta  i  én  zervé  curiós  )  ;  la  Bunesma  's  supuò  in  t' i  di ,  e  'n 
déss^ater;  la  Tugnena  dventò  rossa  com'un  foce,  e  s' mess  una  man 
dnanz  a  la  bocea ...  e  torsùo  meléssem ,  la  me  fola  è  bell'e  fluida. 

C.  B. 

NB,  La  6gar«  dell'ADtonia  interìocatrice  è  ignuda  ,  ed  io  att«ggMineoto  piottofto  scoo- 
ciò ,  motivo  forie  per  cui  fu  collocata   alla  lommitli  dell*  edi6cio. 

Parlano  di  essa  t  Ricobaldo  Ferrarese  nel  suo  SummaHutu  Bmi'emnatis  Eecleii»  ili*  anoo 
1279;  la  Crònaca  del  Domenicano  fra  Francesco  di  Pipino  da  Bologna,  ambe   pubUinte 
dal  Muratori  nella  Raccolta  Rerum  flaticantm,  ec.  al  Tomo  IX;  il  Vedriani  nel  Tomo  II 
della  Storia  di  Mòdtnn,  il  quale  ne  offre  anche  il  ritratto  ;  la  Crònica   ms.    dello   Spjccìni 
esistente  nel  Comunale  Archivio  di  Modena ,  ec.  ec. 

i7ttO.  Come  abbiamo  accennato  a  pag.  506^  i  più  antichi 
monumenti  della  letteratura  vernàcola  reggiana  andarono  col 
tempo  smarriti,  e  solo  ci  rimasero  alcuni  Almanacchi  pur  essi 
di£Flcili  a  rinvenirsi ,  nei  quali  sono  sparsi  alcuni  brani  di  prosa 
o  poesìa  vernàcola.  Fra  questi  ci  fu  procurato  dalla  gentilezza 
del  benemèrito  prof.  Bedogni  il  seguente  diàlogo  in  prosa ,  che 
ci  par^'e  molto  interessante ,  essendovi  alternato  col  rùstico  il 
dialetto  urbano.  Per  non  defraudare  poi  i  nostri  lettori  d'  un 
Saggio  della  poesìa  del  sècolo  scorso,  soggiungiamo  un  grazioso 
Sonetto  per  nozze ,  tratto  pure  da  una  raccolta  di  poesie  di  quel 
tempo. 

Sandròun  da  Riwelfa  strotgh  modèrn  sònra  rami  4767. 
Didlgh  rustgàl  tra  Sandròun  e  la  Sgnòura  Bella  inzivlida, 

Sandròun,  Oh' diavi!  òja  sèimpr  da  star  plica ,  e  n'ciapàr  ma  un  po' 
d'aria?  Pruma  eh'*  vègna  sira  cm' sòun  porla  chi  in  fai  Stradòun  d^  Ru- 
velta  pr  far  una  spadzudclla  e  santèir  quelc  novità,  mochì  an''  s'  ved  gnanc 
un  ean.  Tés  ,  eh'  al  gh'  è  là  una  bella  sgnòura ,  eh'  pianèin  pianèln  va  su 
e  zò  zirànd  da  pr  Ila  :  oh  cmc  ma  possìbl  eh'  s' veda  una  levra  e  eh'  n'  gh' 
sia  a  dria  al  can  eh'  la  burra?  Egh'  m' vói  accostar  pr  vèdr  s*  V  è  fugltivla. 
Fati  ànm,  Sandròun,  e  vaia  a  llverìr:  tas,  ch'ai  m'èd'avisd'cgnòsserla! 

(1)  La  ramosa  poetessa  Molia  è  sepolta  in  Dòm  ,  e  la  lassò  i  st»  liber  a  L  CuiniMitìi 


DIALCm   EMILIA?II.  580 

Alla  fé  r  è  just  lìa  :  T  è  la  plella  dia  Daliòuna  ,  cir  toss  cr  arUanèll  n'  8Ò 
qoant  ann  fa  :  poràr  la  nostra  maridla  !  alla  fé ,  V  ha  tratt  via  la  mezza- 
lana!  zìi  pur  DIO  eh'  gh'  m'*  vói  accostar ,  mostrànd  d' n'  la  cgnòsser.  Eg 
fazz  liverèinza ,  sgnòura  ;  còunsa  fala  da  pr  lia  chi  da  sti  band  ? 

Betta.  Addio ,  galantòm  :  j' asptàva  la  me  serva ,  eh'  é  andada  a  zrcar 
un  po'  d' insalata  ;  stév  fors  da  sti  band? 

Sandròun,  No ,.  sgnòura ,  che  sòun  da  Bubinn. 

Betta.  Povr  veÒ  ;  e  sì  mo  vgnù  chi  a  spass  ,un  poc ,  é  véira  ! 

Sctndròun.  Còunsa  vuelta  fàrg?  al  lincréss  a  star  séimpr  in  t' i  sua  pa- 
viròun. 

Betta.  Anca  mi  e  sòun  vgnuda  pr  quale  giòrn  a  prendr  un  po'*  d'aria, 
e  vdèir  se  poss  parar  via  al  mal  d'testa.  Usév  al  tabàc?  in  vliv  una  préisa? 

Satidròun.  E  la  llngrazi ,  eh'  n'  in  log ,  e  pò  am'  prev  nòser  pr  essr  in 
i'  una  scatta  d' arzeint. 

Betta.  Oh  che  pazzìa  !  E  sì  molt  sèlmpltz  a  credr  una  debolezza  si  fatta. 

Sandròun.  Còst  vin  dalla  me  gnuranza.  Chéra  lia,  eh' la  m'prldònna. 
Al  m'é  d'avìs  d' avèirla  vista  sr  ann  su  pr  la  Fiera  còun  di'  iétr  sgnòuri. 

Betta  Por  essr  ;  la  me  sgnòura  cognata  e  àltr  sgnòuri  mi  amighi ,  còun 
dietr  'I  noslr  servi. 

Sandròun.  D' còst  en  in  so  pattacca. 

Betta,  y  erni  fors  in  t'una  quale  butéiga  da  drap  a  far  spéisa? 

Sandròun.  (  Aria  !  )  E  li  vist  da  star  appozà  lì  fora  •  a  far  di  zirimoni 
còun  di  jetr  eh'  arruvòn. 

Betta.  Bèin  ,  bèin  ,  citr  sgnòuri  dia  camerata. 

Sandròun.  (Post  crpàr!)  Chéra  lìa,  eh'  la  m'  diga  :  sti  sgnòuri  In  zandài 
ànii  sèimpr  tant  da  far? 

Betta.  Com  sriév  a  dir? 

Sandrò^in.  Alla  me  piniòun  em'  pam  tant  zivéttl  eh'  zogàtlen  In  t^  al 
pnlmòan  pr  attraplàr  i  osii. 

Betta.  Cosa  fanti ,  da  far  un  giudizi  d' sta  sort  ? 

Sandròun.  E  vdiva  che  s'  tlravn  al  zandal  fin  dnanz  alla  bocca,  epo 
andàven  a  drìa  pirlandl  pirlandl,  eh'  al  pareva  eh'  féssen  un  rodéll  a  una 
camisa ,  e  quand  e  l' évan  a  còl  sign  che  vlevn ,  o  eh'  el  spinzévin  su  al- 
Pelta,  o  ch'el  slarghàvln  cm'al  vantai;  e  da  li  un  poc  e  guastavin  eia 
pirlèina ,  es  favn  una  piga  larga  larga ,  buttandsla  Indria  dalla  testa,  e  pò 
pr  còunsa  ,  pr  fàrs  vdéir  dou  alelli  in  znma  alla  testa ,  sgnacl  evidént 
eh'  al  gh' svolazza  al  zrvel .  che  pareo  d'  quel  ctali  d'  lata  eh'  téin  dnanz 
alla  lama  dall'oli  vun  eh' studia  a  tavléln,  e  d'  pu  un  stompajuel,  o  una 
zuma  d*  panoecia  d' formantòun  In  zuma  alla  fròunta,  tutti  còuns  da 
far  ridr;  e  cól  ch'é  péz,  far  portar  sti  mod  fina  a  di  ragazzetti  eh' san 
incora  d' odòur  ,  se  s' inlandéin  ?  Cos'  hanni  pajura  'I  màdr  ehe'l  sòu  flueli 
en  ciipn  dia  sborgna  cm'  al  véinen  grandi  ?  Sei  fùssen  pò  almànc  prsòun 
da  sustantar  alla  longa  a  imitar  '1  mod  dia  sgnoria. 

Betta,  Pian  un  poc;  av'  si  mòoit  arscalda:  cosa  iv  da  badiir  vuètr  cun- 
ladf^in  al  mod  di  zittndèini  ? 


•J     Ir 


300  PARTE  SECONDA. 

Sandròun.  Pur  trop  s' gir  bada ,  eh'  adessa  '1  cuntadèini  paren  tanè  ca- 
gnolèini  d' Bologna  còun  i  colarèin  e  sframpilli  al  coU,  quand  una  volta 
r  jera  grassa  ,  eh'  la  colava  ,  avèirg  un  coli  d' corài  ross  e  pò  matt;  in- 
somma, sMàn  da  essr'l  spousi ,  j' en  arnivàdi  a  vièir  un  àbit  d' carila  ,  e 
pò  gbe  pèinsa  i  pòuvr  rzdòur. 

Bella.  CósV  i  én  seccàgien  ,  prchc  i  ho  scimpr  sentì  a  dir ,  eh'  puel  far, 
puel  anca  purtar. 
Sandròun.  Sì;  mo  tàP  un  vuel  portar ,  eh'  n'  puèl  pagar. 
Bella,  Vdiv  mo  s*  V  è  vrgogna  eh'  T cuntadèini  portn'l  mod  di  zittadèinì 
in  campagna? 

Sandròun.  Mi  en'  gh^at  nèig;  mo  l'è  anc  vergogna  a  vdèir  ceri  mojcr 
d^  artsàn  a  vlèir  tùer  su  tutt  M  mod  di  sgnòuri. 

Bella  Avi  ma  fumi  ?  Al  s'  conòss  bèin  eh'  i  avi  poe  inzìgn  ;  ma  se  'n 
fùssen  i  sgnòur  e  àltr  prsòun  che  a  cagiòn  di  mod  dèssen  da  lavurar  e  a 
om  e  a  donn,  i  artsàn  cmùed  farievni  ? 

Sandròun,  Cert  prsòun  pr  andar  in  V  Poibella  farèvn  cmùed  el  fan:  di 
vzili  ch^  n'i  ma  stàd  cmandàdi.  Sgnòura,  la  s'  è  mòult  arscaldàda  :  tur- 
noma  un  poc  in  Pai  nostr  parpòsit  d'  pruma. 

Bella.  Dsì  pur  su ,  eh'  m**  imàgin  che  in  seni  rem  di  più  beli. 
Sandròun.  E  pansàva,  eh'  sii  zovnotti   zindalieri ,   a  star  sèimpr  cm*  i 
brazz  airaria^,  egh'din  dolèir  moltbèin  alla  sira. 

Bella,  Si  el  dovrìvn  bèin  più  dolèir  al  vostr  cuntadèini  a  fiir  runipèla, 
e  a  gramiàr  la  Canva  :  em'  pari  mòult  ardì. 

Sandròun.  (J*  ho  lóc  la  panza  alla  zigàla.  Zilt  pur  mo ,  Sandròun, 
eh'  al  diavi  n'  t'atlèinta.  )  Sgnòura,  chMa  n'vaga  in  colira;  j'ho  vist  pèz, 
flna  d' colli  còun  di  zandà  in  co  tuo  caslròun  e  mài  tapà ,  es  fèvn  anca 
lòur  r  istèss  zoglari. 

Bella.  Lassarli  far  ;  al  gh'  è  sèimpr  la  so  differèinza  da  prsòun  a  prsòun. 
Sandròun.  Csi  crcd,  prchè  e  in  vist  anca  d'eoli  cm'  al  zandàl  inibrazzà 
e  agroppà  d'  dria  dalla  schèina. 

Bella.  A  s'  conòss  bèin  eh'  n'  avev  air  da  far  ,  o  che  n'àvev  d'danar  da 
spendr. 

Sandròun,  La  dis  la  vrifà;  mo  en  fé  pirò  gnac  scrivr  a  ngun.  Eh  la  me 

sgnòura ,  altr  che  al  sambùg  fa  dal  spalpàdr  pr  avèir  dia  frasca  molttièin. 

Bella.  On  s' em  pari  un  villàn  mòult  pungèint.   Pr  n'  avèir  occasiòn  d' 

perdrv'  al  rispèt,  e  vad.  Appunt  e  ved  a  vgnir  là  la  me  serva  eh'  la  m' 

dev  fors  zrcar. 

Sandròun,  L'ara  fors  vist  so  madra  a  parar  a  eà  i  lamponi,  e  s'  m' fa 
credr  eh'  la  sia  la  so  serva  :  cmùed  s' fa  ma  presi  a  imparar  a  far  da 
sgnòura.  Alla  fé  la  cavalla  ha  tmù  al  spròun  :  eh'  la  s'  eontèinla  eh'  i  ho 
fai  finta  d' n'  la  cgnossr  :  eh'  V  impara  a  far  mane  la  pavòuna. 

On  s' tiroma  fora  al  scòurs  dal  Lonari ,  e  demgh'  un  occiadella  pr  vèdr 
s'al  cammina  bèin.  —  Avrà  il  suo  cmancipio  l'anni  17«7  in  sabati  sieondo 
l' usi  di  la  Chiesa  ;  e  quanto  a  quello  dì  noi  altri  strologhi  cmancipiarà  li 


DIALRTTI   F.liaiANI.  594 

it  marzi  a  h.  is  e  un  coperto  per  attruvarsl  in  quel  punti  Mareurio  in 
mezzo  del  Cieli  casa  di  Giovo  ;  questo  sarà  di  sua  natura  bagnlgno  col  dar 
bondanza  di  formeinlo  e  marzàdeghi ,  cun  la  Prumavera  sutta,  ristate 
tullirabile,  TAvituno  daliziosi,  ma  l'Inverni  longhi  e  freddi.  Ghi  arremo 
poi  duoi  dissi  dilla  Luna,  il  prunio  li  4  fibraro  cuniinziando  b.  is  m.  6 
fino  h.  is  m.  so.  L'altri  pur  dilla  Luna  li  is  iujo  ah.  s  m.  tf  formato  a 
h.  4  m.  38  fino  h.  e  m.  io.  —  L'  è  vgnù  sira,  che  vag  a  cà. 


Padre  e  Madre  dello  Spo.w. 

S  U  N  É  T  T. 

Set ,  mujera  ,  eh'  incùa  V  e  appùnt  col  di 

Ch'ai  s'  muda  afTàtt  afTàtt  la  nostra  cà? 

La  nuora  vin  ,  vultèmla  o  d' là  o  d'  za  ; 

An'  s'  è  psù  far  a  mane  d' en'  far  acsi. 
Mi ,  per  lar  bèin  ,  J'  ho  fatt  tutt  col  che  psì  ; 

Tocca  mo  a  vù  a  guardar  eh'  la  n*  gh'  daga  in  là. 

E  perch'  r  an'  fazzu  cmuód  qualcir  una  fa  , 

Tire  brin  la  cavezza  e  tgnìla  li. 
Yu  si  Rzdora  ;  es  farò  mi  col  che  prò. 

La  par  pò  fiuala  bona ,  e  s'  mài  la  n'  fuss , 

Tànt  e  tant  an'  s'  ha  gniànc  da  far  falò. 
E  so  bèin  eh'  agh'srà  d*  zcnt  fluss  e  riflùss  ; 

Ma  per  nù  dù  al  gh'  in  srà  za  fin'  ad  co. 

Fèns'  unòur ,  e  eh'  e  d'  drìa  ,  sera  pò  Tuss. 

1820.  Fra  i  moderni  scrittori  in  dialetto  reggiano  abbiamo 
fatto  onorévole  menzione  del  celebre  conte  Giovanni  Paradisi  ^ 
autore  di  parécchie  composizioni  satìriche  inèdite^  e  dell' instan- 
càbile canònico  prof.  Bedogni  ^  autore  delle  brillanti  poesìe  rac- 
chiose  nel  Lunari  Arsa n  dall'anno  1841  in  poi.  In  Saggio 
quindi  della  moderna  letteratura  porgiamo  un  Sonetto  del  primo^ 
dolenti  di  non  poter  pubblicare  di  più^  a  motivo  delle  personali 
contumèlie  o  dei  concetti  osceni  racchiusi  nelle  d'  altronde  mi- 
ràbili poesie  di  quest'  autore  ;  ed  in  compenso  offriamo  alquanti 
componimenti  del  secondo^  fra  i  quali  una  pregévole  versione 
in  versi  reggiani  della  Sàtira  d'Orazio  sull'Avarizia,  Chiudiamo 
poi  questi  Saggi  con  im  grazioso  Sonetto  inèdito  del  vivente  si- 
gnor Pompeo  Cecclietli  ^  gentilmente  comunicatoci  dall'  autore. 


509  PARTE  SECONDA. 

jàd  un  callko  Poeta, 

S  U  N  É  T  T. 

sta  mattrina  supplènd  (i)  la  zèìna  d' jér 
J' ho  vist  de  d' sovr*  al  còmd  in  d^  un  cassètt 
El  vòsler  rim  squarzàdi  in  fazzulètt , 
E  el  j'  ho  guarda  prima  d'  spazzami  ai  mscr. 

Mo  a  veder  col  bel  slil ,  olii  bé  pensér , 
J' andava  dur ,  e  a  m^  è  salta  M  caghètt. 
E  pò  a  m' è  gnu  tànt  sonn ,  che  senza  al  leti 
J'  ho  durmi  le  In  cP  udòr  qualtr'  or  Inter. 

E  che  da  st'  fatt  j^  ho  mo  truva  la  vèlna 
/V  spiegar  perchè  al  dio  eh'  cmanda  al  canzòn 
L'abbia  anc  glurìsdizìòn  sa  la  medsèina. 

Ere  perchè  1  vers  ch^  fan  tànt  e  tànt , 
La  più  pàrt,  come  i  vostr\  in  vers  cojòn , 
Ch^  pon  servir  invéz  df  opi  e  di  purgànl. 

Serniòn  d' Orazi  Flore  soiinra  VAK>arizia. 

Sior  Josafàt ,  lo  eh'  sa  d' astrologia , 
Am'  diga  per  piasér  cos'  è  st'  mapèll 
eh'  a  fa  tutt  sii  moderni  Geremìa 
Tulèndia  con  la  sort  e  con  el  slrèll  ? 
Ivel  rasòn  al  Figurcn  d'Milàn 
Quand  al  V  mi  fc  tusàr  da  mecontàn  ? 

V  è  che  in  grazia  dal  sècol  a  vapor 
Nissùn  voi  tirar  dritt  pr'  al  veÒ  sintér , 
E  con  poca  fadiga  e  mane  lavór 

Tutt  han  la  smania  de  miuràr  mister  ; 
L' e  r  avarizia  infàm  ,  j' in  i  qualtrén 
eh'  han  suggerì  st'  idèja  al  Flgurén. 

V  ho  senti  un  veteràn ,  con  el  me  urèo , 
Adracà  dal  campàgn  eh'  al  n'  iva  fat  : 
Mala  cosa  ai  puvrét  el  venir  ve&  t 
Sol  sii  can  de  marcànt  y  èn  fortunale 
Fallènd  a  temp,  robànd  du  terz  per  brazz, 
Depènten  stori ,  e  s' mòrn  in  di  palàzz. 

(i)  Seppellendo,  metnfora. 


MAurrn  ehiuani.  505 

Benedètt  et  metter  del  giurabàeei 
(  Rispònd  al  negoziànt  )  mi  m' tocca  andar 
A  tutti  7  fér  eh'  te  fan»  a  baJtIr*  i  tace .... 
Son  ttà  in  t^apór  tre  ooiti  a  vomitar .... 
Finalmént  il  ttioptadi  eota  foni  ì 
Se  mòri  te  mòr;  te  no?  V tèi  capitani. 

Un  legai  inciuldà  in  t' un  rozanèlt 
Dal  sgiaról  dia  mattì'na  a  un'  ora  d' sira 
A  sinlìr  dai  villàn  tutt  il  aajètt , 
E  vendr'  i  so  parer  a  un  tant  per  lira^ 
Eh  benedètt ,  al  dis,  T  aria  d*  campagna , 
Quel  cielo  l  quel  Itel  verde  !  e  ccm*  a  t*  magna  !  ! 

El  cuntadén  eh'  vìn  dénler  dai  lega 
El  vèd  sti  bè  obelisc  e  si'  el  grandèzz , 
Eh,  el  me  tignar,  al  dis ,  che  belila! 
Bendètt  i  tiori  eh*  póten  ttar  a  Rezz  ! 
Intani  noèter  pòver  contadèn 
A  t*  tocca  andar  e  vgnir  in  volanièn .' 

In  somma ,  per  finirla  e  per  scurtarla , 

Ed  cunlént  veraménl  a  n'  gh'  è  nissùn 

Mo  eh'  al  senta  st'  idèja  e  pò  eh'  al  parla  : 
Supponomma  che  luti,  a  un  a  un, 
Mudèssen  sort ,  e  eh'  psisn'  aver  in  fin 
Tuli  mài  el  cosa  che  gh'  gìren  pr  al  buccìn. 

Donc  supponòm  che  Barba  Giove  vrissa 
Scóder  tutt  i  caprizi  a  sti  so  fio , 
El  ciapèss  al  snida  e  pò  '1  ghe  dsissa  : 
ya  a  tpatt ,  meli  tu  buttega  e  fa  col  V  vò  ; 
E  pò  al  mercànt:  E  te,  tior  Salomon, 
Latta  le  *l  banc ,  e  mart ,  ciappa  *l  tuppiim, 

E  vu,  tior  avucàl,  lurnè  a  la  zapa, 
E  tbrujè  la  carega  per  Gervàt , 
E  té,  punghèll,  fa  preti,  mèttet  la  capa, 
Barattèv  i  metter  e  andàvn*  in  pat .... 
Credei  mo  che  sta  gint  la  ghe  stare  7 
Al  sré  pur  malt  s' al  le  cherdiss ,  al  sré. 

Mo  i  pò, ,,  mo  *l  punì  d*unór ...  mo  la  cunzinzia . . . 
Questa  srè  la  risposta  d' sti  pajàzz; 
E  se  Giove  priss  pèrder  la  pazinzia , 
Al  n'egh'diré  suppiànd  con  du  ucciàzz: 
Sangua  d '  la  luna  !  te  iurnè  a  tta  fola  , 
Ev*  cavare  la  tèj  con  la  bratola. 


304  PARTE  SECO?(DA. 

Al  dirà  che  V  n'  in  cos  da  buiTonàr  ; 
L' è  giusta  ;  mo  1'  è  vera  pò  àtertànt 
Ch'  la  verità  s'  poi  dir  anch'  in  scherzar. 
Un  méster  eh'  voi  Insgnàr  a  un  prinzipìànt , 
In  t' al  prìm  mcs  al  le  tós  su  dusmàn , 
E  In  V  al  secónd  al  gh'  mola  i  speramàn. 

J'  ho  prìnzipià  anca  me  con  d'  el  bajèll 
Per  fàrgh'  andar  in  corp  i  me  argumènt  ; 
Donca  e  fag  una  dmanda  a  un  qnàlc  punghèll , 
A  un  ost,  a  un  negoziànl,  a  un  d'  chi  purtènt 
Ch'  in  per  mar  e  per  terra  In  tuli  i  sit  ; 
Per  coita  imbróini ,  e  girni»  e  taccni  liti 

AI  dirà  bràvamént ,  eh*  al  s' affàdioa, 

E  c/V  al  le  strangla  7  cól  per  meltr''  a  pari , 
Svi  gust  ech  fa  in  campagna  la  furmiga , 
/V  /  ann  dia  vcilà,  e  pr  en*  murir  al  tqucrt  ; 
Che  V  appetito  infìn  V  è  un  edifìzi 
Ch'  fa  fruttar  fin  el  testi  eh'  n*  han  giudizi  ; 

E  siccòm  la  furmiga  indus  ter  iota 
La  porta  a  la  so  muccia  quel  ch^  la  poi, 
Pensànd  che  dop  per  la  slagión  piumosa 
La  n'  prà  più  saltar  fora  quand  la  voi, 
E  allora  la  s' in  rotga  alleg roméni 
El  provisiòn  eh*  l*  ha  fall  in  di  furmént .... 

Ah  manaròn  !  L'  esempi  del  furmigh 
Al  gh'  entra  cmè  la  corda  in  t' al  prefazi  ; 
L*  è  un  paragòn  quest  che  eh'  an'  vai  un  flg  , 
Perchè  vuètr'  arpìj  en'  sì  mal  sazi , 
Con  più  en  avi ,  più  In  v rissila  V  Incontrari , 
I^  furmiga  n'  provéd  che  'I  nezessarl. 

Vucter  tuli  istà  e  tutt  Invèren 

En^  pensò  che  a  far  muccia,  manaròn, 
J'  andarissi  pr  un  sold  al  bocc  di'  Infèren , 
In  fond  al  mar  e  contra  i  battagllòn  ; 
Pr  un  sold  . . .  mo  cosa  conta ,  za  sta  gint , 
S' as  tratta  d' sold ,  la  n'  ha  paura  d' gninl. 

Ah  pella  d' avaròn  1  cos'  et  in  meni 
A  tgnir  sepplì  i  scartoè  di  maranghìn , 
Scnipr'  in  mezz  ai  spaghètt  tutt  i  mumènt  ! . . . 
A hn  sé  ?  te  I  meli  a  pàrt  pr  un  bisògn  eh*  e/n , 
E  pò  perchè  tpindènd  tutt  al  maghe tt, 
T*  curriss  in  ritegh  ed  murir  puvrètt  ì 


UIALBITI  ESILIAMI.  595 

Mo  se  in  ste  rìsegb  an*  gh'  è  gnlnt  ed  ver , 
In  V  na  muntagna  d' òr,  d' beli  cosa  gli'  è  ? 
Bàttei  mill  sacc  d' furmènt  ?  Di  per  piasér , 
Al  to  stòmegb  in  linei  più  dal  me  ? 
Abbiet  pur  anc  la  lóva  per  magnar, 
Una  panza  a  la  fln  la  n'  è  un  granar. 

Di  su  f  '\  fumar  eh'  al  porta  in  t' la  bargàgna 
A  quj  eh'  venda'  a  la  mnuda,  i  pan  da  tri , 
La  vódel  prima  se  per  sort  in  magna  ? 
Dono  applichè  V  esempi  e  s'  capi  ri 
Che  a  battr'  un  mièra  d' sacc  ,  a  bàttren  zent , 
Un  om  eh'  è  modera  lu  1*  è  cuntènt. 

E  so  che  rispondràn ,  eh'  V  è  un  bel  sguazzòn  , 
Veder  tant  bé  «cartoó  dentr*  la  t' la  cassa  ; 
Benissem.  Gran  bel  gusti  Ma  se  un  strazzòn 
Con  i  so  quàter  scozz  tant  a  s' la  passa , 
Csa  conta  al  scrign ,  e  i  magazxèn  pin  d' biava  ? 
Per  me  la  fag  V  itièn,  dls  col  eh'  la  fava. 

Se  quand'  un  om  ha  sèj,  Invéz  d' andar 
A  cavar  di'  acqua  in  t' al  so  pozt  eh'  l' ha  vsén , 
A  gh'  gniss  in  ment  d' andarla  mo  a  cavar 
lo  t' la  Mudléna  con  al  caldarén  : 
Siv  aniattì ,  e  dirìssev ,  mo  dsi  su , 
Cherdìv  ed  bèvreo  un  biccér  de  più  ? 

E  pò ...  (  via  za  guardè  se  gh'  ho  rasòn  ) 
A  n'  gh'  è  più  '1  doppi  pena  a  tórla  ià  ? 
Terchè  se  in  t' acchinars  al  dà  un  blisgòn  , 
Al  s' leva  '1  pulgh'  in  t'  l' aqua  comò  va. 
Sunài ,  va  al  pozz  ;  còsta  è  la  via  più  dritta , 
T' la  bevre  ciara ,  e  t'  salvare  la  vitta. 

Mo  za ,  pur  trop ,  adèss  sti  progressista 
Fand  consìster  tutt  l' om  in  t' al  quattrén , 
J'  han  colloca  al  dinèr  In  cap  ed  lista , 
E  chi  n'  ha  d' sold  l' ò  le  eh'  al  fa  '1  ber  tèa. 
A  s' guarda  i  zens  ,  el  cà  ,  i  fond  ,  e  i  slàbil . . . 
Hill  zchin  d' intrada  t .  . .  Che  omo  rispettàbll  ! 

Figurèv  cm'  a  eh'  a  s' infìa  sti  usurari 
Con  da  so  vitta  da  desprà  pltòc  ! 
Lor  en  egh  baden  miga  èsser  sumari , 
Che  r  inzègn  senza  sold  al  cunta  poc . . . 
Pretènder  d' far  vergogna  a  chesta  gint^ 
A  srè  l' istèss  che  perdr'  al  temp  per  goint. 


590  PARTE  SECONDA. 

In  t' al  sècol  passa  e  so  eh'  girava 
Un  ve£  avàr  per  Rezz  sempr  in  zavàtt , 
Spore,  taccunà,  musnént  (al  se  spazzava 
Al  gragn  quand  V  èra  a  (àvla  con  al  galt , 
Per  sparmiàr  ì  tvajó),  ben  donc  sintì 
Cosa  e  dsiva  sto  veò ,  che  capirì. 

Quand  la  znèja  V  slifflava  per  la  strada , 
E  la  gh'  dslva  dia  lesna  e  dal  blrbòn , 
Mulàndeg  (  per  so  us  )  ^na  quale  sassada  , 
Conte ,  conte,  al  ghe  dslva,  /  me  strazzòn. 
Bravi ,  zighè  pur  fort ,  forti ,  pajàzz  ; 
Me  intànt  a  gh*  ho  la  cassa,  e  vu  di  strazz. 

E  m'arcórd  che  studlànd  umanità 
(  La  quài  se  studia  per  dvintir  umàn) 
E  less  d'  un  zert  sior  Tàntel  cundanà 
A  star  in  t'  V  aqua  con  'na  sèj  da  can  ; 

V  aqua  era  ciàra ,  fresca ,  al  la  sintiva 
Contra  i  làber,  mo  bèver?  s'al  ne  psìva. 

E  so  chMn  propria  fole  da  umanista, 
Mo  n'  gh^  è  miga  da  fàregh  tanti  arghìgn. 
Invéz  ed  Tàntel  dsi  un  capitalista 
eh'  staga  sèmper  de  e  nott  d' iniòrn'  al  scrign  , 
Adorànd  i  sacchètt  cmè  un  reliquiari 
Senza  tuccàri  mài  ;  o  agh'  srà  poc  svari. 

E  cos'  in  godei  pò  ?  Quel  eh*  a  god  me 
Quand  e  guàrd  el  pittùr  dal  Procazzén  ; 
Al  ne  gudrè  mo  'I  doppi ,  allorachè 
Al  li  mittiss  a  man  sti  so  quattrén  ? 
Ah!  s' al  savìss  cs'  è  i  sold  al  de  d'ined , 
Crédal  che  un  rìcc  al  stare  viv  d' faso  ? 

Adrè  ai  sold,  prima  d*tutt,  a  gh'  vin  al  pan  , 
Al  vén ,  l' urtaja  e  tutta  la  cuséna , 
E  pò ,  chi  gh'  ha  di  sold  ,  l' ha  tant  in  man 
Da  zugàr  l'univèrs  a  la  ruléna  ; 
Ch'  al  pensa  mo  lù  adèss  csa  poi  mancar 
A  uo  d' sti  bò  d' òr  eh'  al  sappia  ben  pagar. 

Invéz  eh'  al  guarda  al  strassinà  usurari, 
A  star  desdà  la  nott ,  smaniar  al  giòrn, 
Mez  mort  per  la  paura  di  inzendiari , 
A  stumpàr  al  camén ,  murar  al  fòrn , 
E  s' a  stranuda  '1  gatt ,  s' a  casca  un  ciold  , 

V  è  un  lader  eh'  scappa  via  con  I  so  sold  ! 


DIAUBTTI  BMIUAM.  397 

Èl  quesl  al  bel  plosór  cb'  a  i'  dà  I  to  bezzi  ? 
Ab ,  quand  un  om  abbia  da  lar  st'  el  vilt , 
L' abbia  da  trar  insèm  di  sold  a  st'  prezzi , 
L' è  mèi  arstàr  pilòc ,  e  tirar  dritt 
A  la  mei  con  di  strazz ,  che  za  cól  eh'  pias 
Più  d' ètra  cosa  a  st'  mond  l'è  la  so  pas. 

Mo  se  un  avàr  l' avìss  da  tràrs  a  lett, 
Pr  un  calàrr ,  o  pr  un  colp  (  eh'  l' è  più  d*  costùm  ) , 
Chi  gb'  arai  in  d' la  stretta  pr*  i  brudètt , 
Pr  i  fumènt ,  pr  I  cristeri  e  pr  i  perfùm  ? 
Gir  arai  chi  vaga  a  squinternar  el  port , 
Tant  eh'  ariva  un  duttòr  prima  dia  mori  ? 

No ,  che  nsun  al  voi  viv.  E  n*  han  asse. 
£n  vèdden  l'ora  d' mèttr  el  J^  unj  in  zal  : 
Mujèra,  nvou ,  parént,  ^'sén  e  cugna  ; 
Crèppel  ?  aiC  creppa  mai  f  quand  cherparàt  f 
Fin  i  ragàzz  e'I  ragazzetti  d' strada 
El  vólen  mort  per  làrgb  pò  la  vusada. 

L'è  d'glust,  che  un  sellerà  eh' a  n'  abbia  avù 
Mssùn  amor  d'  famija  e  d' amicizia , 
Che  un  om  eh'  ha  duna  l' anma  a  V  òr  battù , 
Sacrificànd  incossa  a  l' avarizia  . . . 
Qual  dà  in  parete,  dis  i  Fiurintén, 
Tal  riceve,  V  è  d'  giust  se  nsun  gh'  voi  Ijén. 

E  vu ,  avàr  moribònd ,  e  capir! 
Che  par  fiires  vrer  ben  ,  an'  basta  miga 
Tgnir  a  cont  i  parènt  in  punta  d' di  ; 
(  Post  eh'  la  natura  e  i  dà  senza  fadlga  ) 
Vrer  che  'v  fàghen  la  cort  senza  Interèss , 
L*  è  pretènder  che  un  trol  vaga  pr  esprèss. 

L' iv  capida ,  i  me  avàr  ?  Donca  fini , 
Fini  eia  smania  pòrcgna  d' amucciar  ; 
Za  con  più  bezzi  ì  fatt ,  con  mane  e  sì 
in  pcricol  d' patir  e  de  stintar. 
iv  fatt  di  sold?  Tuliv  donca  dal  strett, 
E  spindii ,  e  gudii ,  sicv  benedétti 

Se  no  la  v*  pré  tuccar  cmò  al  sior  Ursén 
(  Sinti  sta  tavoletta ,  e  pò  e  tir  dritt  ) 
Al  qual  gh'  aviva  tant  ed  chi  quattrcn  , 
Che  n'  egb  psend  far  la  somma  a  ment ,  né  in  scritt, 
L'andava  al  mu£  ed  la  muneda  fina, 
B  pò  '1  msuràva  i  sold  dentr'  in  d' la  mina. 


398  PAHTB  SKCO^DA. 

Mo  cosa?  Inlint  1'  andava  visti  mal , 
Pèz  che  n'  è  f  servilór ,  e  in  chi  teoip  \h 
I  servitór  j'andavn'a  la  papài , 
Con  e!  reliqui  d'el  livrèi  dia  cà  ; 
El  stinlàva  la  fam  sol  per  paura 
De  n'  andar  per  neclenza  in  sepoltura. 

Lu  n' portava  d'camisa  gnint  afàtt; 
El  so  gran  trattamént  j' cren  luoiiig; 
E  r  aviva  al  costùm  (  vardc  che  matt  !  ) 
Ed  sedr'  in  biànc  per  ne  frustar  el  bràg  ; 
Donca  sinlì  che  sinfonia  gh'  Iucche 
Sintì ,  ste  manaròn,  che  fln  al  fé. 

Al  gh'  aviva  una  donna  al  so  servizi , 
Donna  fedèl  al  sólit  per  tradir, 
La  quàl  'na  bella  nolt  agh'  vens  caprizi 
(  Una  cosa  da  gnint  )  ed  fargh  un  tir  : 
La  tòs  un  manarén,  e  paff,  la  gh'séiapa 
La  testa  in  dou ,  to  su  un  sacchèlt  e  scapa. 

.-/i  ai!  aim^èla ,  am'  pré  dir  un  avir , 
Donca  s' ha  d*  andar  là  con  al  brintòn , 
S"ha  da  ficcàri  in  Seccia  ili  dinar? 
Adàsì  ;  cm'  a  s' capiss  che  t*  è  un  minción  ! 
Una  cosa  T  è  far  economia , 
Un'  ètra  V  èsser  strie  come  un'  arpia. 

Se  (kr  al  manarón  Tè  un  brutt  mestér^ 
Al  n'  è  gnanc  bel  col  d' far  al  consumón  ; 
L' è  al  giusto  mezzo  eh'  s' ha  da  far  valer  ; 
Quest  r  è  al  busillis  per  chi  ha  cogniziòn. 
Troppa  grazia,  diss  coli ,  ech'  toss  in  fall 
La  scòrsia ,  e  pò  '1  saltò  d*  là  dal  cavali. 

Ma  per  turnàr  al  fil  dal  me  argumént; 
L' avàr  al  n'  è  mai  quet ,  V  è  sempr  abghì , 
Con  tutt  quant  i  so  soid ,  mal  l' è  cuntént, 
L' invidia  1  èter  fln  in  d' eli  arlì  ;  . 

8'  un  ha  fatt  dal  furmài  più  che  ne  lù ,  'J.    .  ( 

Al  piànz ,  al  va  in  del  furi ,  an'  magna  più. 

Però  pò ,  in  d^  l' istcss  temp ,  al  guarda  ben 
De  n'  parer  un  puvrètt  in  mezz  al  mond;        iY'ti 
Anzi  al  gh'  ha  adòss  la  spiura  d'  piòó  pulén  ,  ^  '   - 
Per  star  a  gara ,  punt  quattrén  e  food  ; 
El  voi  che  la  gint  diga:  Col  sgnor  là, 
A  par  ben,  tno  Vèun  sgnor,  lu  sé  ch'ai 


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DIALETTI   EMILIAKI.  500 

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lutàQt  r  avàr  al  bisca ,  perchè  an^  gh^  è 
Di  ricc  al  mond ,  eh'  an^  gh'  in  sia  di  più  rioc  ; 
Fatt  pur  inani ,  e  pò  ?  t' fare  come 
Un  enratlér ,  che  tirànd  zo  berlicc , 
Al  frusta ,  al  frusta  per  saltar  dednàni  ; 
Mg  i  rozz  e  van  ed  pass ,  miga  de  slani. 

Ecco  8*  è  véra ,  com'  e  dsiva  prima , 
Che  di  cuntént  a  st'  mond  a  n'egh**  n'è  brisa, 
E  tutt  e  gh'  han  de  dénter  la  so  lima , 
E  s' fèm  com'  el  lumag  in  d' la  burnisa  ; 
E  che  i  sold  e  n'  hln  mlga  un  elemént 
eh'  faga  vìver  la  gìnt  alegramént. 

No ,  n'  gli'  è  nissùn  che  quand  1'  e  a  la  cavdagna , 
Al  possa  dir  d' èsser  sta  ben  al  mond  ; 
Com'  a  r  accàd  a  un  cuntadén  eh'  al  magna , 
E  dop  aver  fatt  panza  e  pulì  '1  tond , 
Al  dis ,  vudànd  l' ùltcm  bicccr  ed  vèn  : 
Di  gh*  ri' annerita  tant ,  che  stag  giust  ben. 

.  Ma  basta.  Andcm  inànz  acsé  a  la  mèi  ; 
Za  inìln  a  se  gh'  sta  poc ,  e  '1  zimiteri 
L' è  là ,  che  a  bocca  avsrta .,,  oèi,  oéij 
Em'  sent  a  dir ,  adè$$  fem  ve  $ul  seri  ? 
No ,  no ,  eh*  al  scusa ,  al  rcst  al  le  sintrà 
A  la  prèdica  in  Dóm ,  s' al  gh'  andarà. 

Costumi  contemporaneij 

studj  intimi  e  ritraiti  del  bel  mondo  (i), 

S*  a  gh'era  dia  barbarla  a  i  temp  di  ved , 
S' a  gh'  era  dia  miseria  e  dP  ignoranza , 
Adèss  a  regna  al  còren  d  . . . .  Tabundanza; 
Adèss  al  mond  a  s'gh'è  scnrta  gli  urèi; 
\  >  Se  s' tlraven  su  el  brag  con  el  zirèll , 
Se  i  pagn  s' eredi  là  ven  con  i  stàbil  ; 
Adèss  modist  e  sart  e  gust  variabll 
E  v'  snudn  ogn'  més  dai  scarp  fin  al  cappèll. 
gh'  avìvn  a  chi  de  di  sold  In  cassa , 
Ldèss  e  s' fan  girar ,  e'  l' e  san  al  mot  ; 
l' a  gh'  era  da  chi  de  mundbén  d^  devòt , 
lèss  a  gh'  n'  è  moltìssem  ...  di  bardassa. 


dal  Lunario  JHegmimiio. 


^00  PARTE  SECO:VDA. 

Se  cbì  \e6  e  scampaven  nuvant'  ann  , 
Ignurànt  fin  dal  nom  d'  apoplesìa , 
Adèss  almànc  e  v'  sònen  V  angonìa 
A  mala  péna  a  s*  riva  ai  linquant'  ann. 

Sicché  dand  un'ucclada  a  1  temp  d' alóra, 
E  dand  un'  atra  ucciàda  a  i  temp  d' adèss , 
An^s'pól  mtga  negar  un  zert  progress, 
Che  vedróm  pò  compì  quand  a  srà  óra. 


La  Cometa  e  l*  Eclisse, 


Iv  mài  vist  in  t' la  testa  d' na  cumetta 
Una  trezza  piò  longa  d^  quella  là? 
L' è  giust  eh*  a  gh'  vója  tant  mill  ann  d' tulctla, 
Prima  eh'  la  s' faga  veder  fora  d' cà. 

Su  per  la  mura  andòm  con  la  lorgnetta  , 
Guardé  s'  V  è  bella,  e  dsim  pò  s' la  v'  piasra  : 
Vdiv ,  anch'  al  zel  al  s' fa  passar  st'  uretta 
Con  al  début  d' un  astr%  o  d' cól  eh'  al  srà. 

Basta  che  n'  fadi  miga  la  materia 
De  squinternar  el  mur  d' sant'Agustcn , 
Com'  a  s' fare  d' un  banc  a  V  òpra  sèria  : 

Ancb  a  V  an  d' là  quand  ha  passa  V  eclìss , 
Stand  su  pr  i  cópp  a  gh'  fu  di  muscardén 
eh'  ruropivn  al  teò  e  che  zigaven  bis  ! 


A  i  temp  indré  s' a  s' era  in  cumpagnìa, 
A  s'stéva  alégber  senza  sudlzión, 
Con  la  banzóla  a  s' tgniva  in  alegrìa 
Per  tutta  sira  una  conversazión; 
Che  battimàn ,  che  rìder ,  che  mapèil 
Ch'  a  s' fava  tanti  vòlt  pr  un  indvinèll  ! 

E  pò  passànd  al  sèri  e  gh'  era  al  vdètt 
Ch'  cuntava  una  storiella  d"  gioventù  ; 
La  Sempronia  cantava  el  canzunètt 
Con  un  gust ,  con  un'  aria ,  che  mai  più; 
A  passava  la  sira  come  al  vcnt, 
E  tuU  s' n'andàvn  a  lett  san  e  cuntènt. 


DIALETTI  BVILIA.'VI.  101 

Adèss  ,  in  grazia  dia  filantropìa , 

Bisogna  0  far  la  mùtria,  o  mannurar, 

E  annujàrs  fazèod  mostra  d^  alegrìa , 

Supplàndes  spèss  al  nas  per  sbadacar  ; 

Perchè  a  dispèt  dal  brio ,  di  lum ,  del  dono , 

A  gh^  è  d' nòv  a  tgnir  dur  contr*  a  la  sono. 
E  i  póver  veò  clie  vaglin  In  V  un  cantòn , 

Con  i  so  bernardón  e  al  leggendàri  ; 
'   Ch^  e  dàghen  post  a  la  murmuraziòn , 

0  a  i  murós  mal  madùr ,  o  al  mat  contràri , 

Ch'  al  prlnzipia  squacciànd  i  figadén , 

E  al  flniss  con  al  roch  e  un  biccér  d' vén. 


Quand  scrivìva  Guldòn ,  l' andava  mài , 
Perchè  al  pòpol  gudiva  e  al  s^  instruiva  ; 
Adèss  che  al  pòpol  V  è  sentimental , 
S' an'  gb'  ha  el  lagrem  a  I  znoé,  an'dis  evviva; 
Tant  e  véra  che  ,  mort  al  sior  Guldòn , 
A  s' è  pers  i  Brighella  e  I  Balanzón. 

S' intènd  pò  a  dir ,  che  a  piìghen  a  un  cantànt 
Pr  un  quàrt  d' óra  d' ragaja  1  mezi  miliòn  ; 
A  vin  la  spiura  d'iniziàrs  al  cant; 
A  vin  la  smània  d'imparar  V  aziòn , 
Perchè  a  8*  ved  a  la  fin ,  eh'  a  se  gh'  fa  beli , 
E  a  vài  più  la  ragaja  dal  zervèll. 

Quindi  n'  dagh  miga  tort  a  chi  peglòit , 
Ch'  fan  dar  di  tremulàzz  in  t' al  prim  sonn , 
Fand  la  prova  per  Rezz  dop  mezza  nott  : 
Lassomma  pur  eh'  a  s' inspaventa  el  donn , 
Che  me  Intant  a  dirò,  vultànd  galòn  : 
Canta  ,  canta ,  ragàzz ,  che  gh'  i  rasòn. 

Sonetto  inèdito  del  signor  Pompeo  Cecchetti  di  Reggio, 

Novella. 

Una  sìra  a  s' trovava  a  Pastaria 
Ot  0  dés  fra  caplàr  e  zavatén  : 
Sti  ragàzz  e  magnàven  tanto  ben , 
Ch'  es'  srén  ditt  dilettànt  ed  puesia. 


'^ 


^02  PARTE  SECO.inA. 

V  era  fard  ,  dio  n*  se  psiva  scapar  via  , 

Perchè  in  dcs  cn'avìven  che  un  lircn; 

E  l'ost  eh'  i  asptàva  zò  soli  al  camcn  ^ 

Al  prinziplava  a  dir  quillch  eresia. 
Per  bona  sort  a  capita  un  vilàn. 

Che  senza  star  a  far  tant  cumplimènt . 

Al  s*  mctl  a  sédr ,  el  dmanda  cosa  fan? 
Al  più  svelt  rispundè  :  Una  ragazziida, 

L' è  una  materia  eh'  la  s' è  vgnuda  in  meni , 

E  a  paga  tutt  chi  indvina  una  sciarada. 

Coitela  ita  iarràdùi 

1/  è  un  indvinèl ,  sinti  :  cos'  è  cól  còss 

Che  n*  g'  ha  ne  pè,  ne  gamb  ,  ne  pel! ,  uè  oss  , 

E  *l  salta  tutt  i  foss  ? 

L'è,  Ve,  Ve,  Ve /ìulazza  d*una  sttnana  ! 

E  Vho  indvinuda  smza  ch'ai  s'adana; 

Tà  de  bió ,  la  fumana  ! 

Bravo  vilàn  !  T'j'è  pròpia  un  om  d' talcnt; 

Paga;  e  l' paghe  ;  mo  l' dsìva  sòl  tra  i  dcnt: 

Haldètt  èssar  sapiènt  ! 

Lètlra  scritta  dal  B A al  sigìior  Nicola  Bàrloli, 

niaèstr  di  Paggi  de  S.  A.  S.  in  Milàn,  e  deputa  dia  Comu- 
nità de  Sòstota  so  patria^  per  la  {itloria  ch^  V  ha  olUjnù  a 
favor  di  Pastàr  e  Possidènt  per  Paffàr  di  Campàz,  che  « 
volkcn  mettr  a  cnltiipaziòn  da  N,  N, 

Amig  carissim, 

A  quei  patràs  ingiùst  e  pin  de  bòria  (4) 

Al  s*c  truvà  chi  gh'  à  mesdà  la  biava 

In  fazza  dal  Paés;  quand  men  s' pensava , 

I  Pastòr  han  avù  la  gran  vittoria; 

E  adèss  i  pòn  condor  alla  pastura 

Tutt  el  so  besti  senza  aver  paura. 
L*c  vera  eh' a  gh'avì  dà  l'assistenza 

E  fatt  sentir  si  t>en  el  so  rasòn; 

Tutta  la  gloria  è  vostra  e  diligenza. 

(1)1  promotori  della  roltìvatiooc  dei  Capipacci  non  raeritàvaDO  di  èsser  coù  chii 
perchè  ciò  cui  (LMnpo  sarclibe  sialo  di  grande  vantaggio  al  Paese. 


DIALEm  EMILIA7II.  ^03 

Tuli  4*n  rontcni .  n  s*  godn  al  beli  e  al  bon. 

Ma  al  fu  fati  re  al  Paslór  eh'  mano  Golìa , 

E  al  premi  d*  vu  eh'  ai  scritt  an'  so  qual  sia. 
Al  srà  r  amor  di  vòster  patriot , 

Che  n'  sran  ingràt  a  cgnòssr  al  benefizi. 

Vu  sertamcnt  an'  v'  si  tratgnù  in  balòt 

A  mettr  in  vista  tutt  i  pregiudizi. 

In'  psivcn  sceglier  deputa  miglior 

Che  gh*  la  cavassa  con  maggior  onór. 
Vu  avi  coi  vostr'amig  sbrujà  l'afTàr, 

E  fatt  costar  quant  sia  d'  comùn  vantàz 

La  praderìa  i  armcnt  a  pascolar, 

Pr  averne  i  fnitt,  e  a  mantenerne  el  raz; 

E  acsc  pensàvn  i  nostr  antig  pastór 

A  far  cuntént  la  turba ,  e  a  farse  sgnor. 
L'  è  andada  mèi  acsc  senza  fracàss  ; 

Dalla  virtù  fu  vinta  la  questlón  ; 

L' abbà  Nicola  ha  moss  si  ben  i  pass , 

E  destés  acsi  ben  1*  informazión , 

Ch*  al  Sovran  ha  cgnossù  la  verità 

De  turnàr  i  Campòz  all'  ùs  de  prà. 
Bella  provincia  degna  d' ogni  ben , 

Madre  degli  art,  e  de  si  be'  talént, 

Che  god  fecónd  in  pas  i  su  terrén , 

E  al  corner  zi  gira  dai  possidént  : 

In  fin  nel  nòster  Stat  V  è  un  pez  da  s'santa 

Con  la  bcnedizión  de  Terra  santa. 
Sèstola  a  intcnd  de  dir  la  fortunada 

D' aver  un  flól  tra  tutt  i  Sestolcn 

De  giudizi  e  d^  sapienza  raflnada , 

Che  s'è  si  fort  impgnà  pr  al  comùn  ben, 

E  s' ha  senza  quattrin  purlà  vittoria 

Degna  da  conservàrs  alla  memoria. 
Vu  si  quel  flòl  eh'  a  pari,  Bàrtoli  car , 

Dia  terra  vostra  onór ,  di  pret  decòr , 

Che  con  sti  straz  de  rim  av'  vuré  ludàr  ; 

Ha  en^  son  capàz  de  tèsserv  un  allòr; 

Intant  av*  àugur  bona  sort  e  pas , 

Av*  salùt ,  av'  abràz ,  e  av*  dagh  un  bas  (i). 

ni»  Lèltem  fa  klamptU  in  Milano  per  Antonio  Agnelli  rfgio  tUmpatore  nel  1776, 

li  noQiignor  Niccola  Berteli  ollennc  da  S.  A.  S.  Fr4nceK0  111  duca  di  Modena 

■BBallati  i  contratti  di  livello  della  prateria  detta  i  Cmmpaccl  e  re«tituili  ad  uso 


^0^ 


PARTE  SECONDA. 


1760.  Le  seguenti  poesìe  furono  dettate  dal  pastore  Nìcc 
Galli.  A  dir  vero  non  vi  abbiamo  riscontrato  né  originalità 
concetti,  né  mèrito  poètico.  Che  anzi  la  maggior  parte  dei  vei 
é  sbagliata  nella  misura.  Siccome  peraltro  ci  sembrarono  tati 
vìa  bastevolmente  interessanti  per  la  purezza  del  dialetto,  a 
le  abbiamo  qui  unite  senza  toccarne  sìllaba,  per  tema  d'alteran 
le  forme. 

Al  signor  Segretario  di  S.  A.  S,  Francesco  III d'Esie(l). 


Reverénd  Segretario , 
La  posa  giò  al  Breviàrio  , 
E  eh'  al  negh^  para  fadiga 
A  lègger  st'  quàlter  rig 

Scritt  da  un  vilàn  (s) 
Che  'n  sa  parlar  toscàn , 
E  poc  alla  destesa  ; 
La  ne  s^  tegna  dono  offesa  : 

Che  al  difèt  di'  increanza 
Nasse  dall'  ignoranza. 
Sia  maledèt  i  me  pcà  ! 
E  son  tant  desgrazià  , 

Che  n'  so  dir  una  parola 
Ki  in  vers  e  ni  a  fola  ; 
E  sta  volta  en*  poss  star 
Che  ho  bsogn  d'  rasonàr 

Con  Lustrissma  Vosgnorìa. 
Quand  s'  fava  la  gran  via  (s) 
Pr  ubidir  a  So  Altezza , 
La  geni  con  allegrezza 

Passava  da  tutt  ci  band 
Es  andàvan  descorrànd  : 
Andèn  alla  via  ducale, 
E  mi  era  caporale , 

Che  cniaudàva  es  lavorava  , 
E  vdeva  es  osservava 
La  gran  puntualità 
De  tutt  quant  el  Comunità 

Dia  provincia  dal  Frignàn  : 
E  tutt  di  man  in  man 


El  contava  es  e  gli  ho  scritt , 
E  per  quest  en  estò  zitt; 
Ch^  al  fo  savér  al  mond 
Dalla  zima  sin  al  fond 
Dia  montagna,  e  d' tutt  al  pia, 
E  fors'  anch  sin  a  Hilàn. 

(*) 


Oimè  cos  dighe  mai  ! 
Che  n'  trovàss  adèss  uo  guài , 
Un  esigilo ,  0  un  castìg 
A  dar  si  gran  intrig 

A  un  personal  par  so; 
E  poss  ben  dir  cibò. 
Quest  voi  èsser  un  brult  falt. 
Sfa  volta  8*  i  m'  dan  dal  matt, 

E  dirò  r  è  sta  me  dann  : 
Può  èsser  che  m' inganna  ; 
Mi  n^  so  dir  altra  rasón  , 
La  s'  man  tegna  san  e  in  too 

In  fai  so  post  d'onór , 
E  preg  al  nòster  Sgnòr 
A  liberar  dal  cos  funeste 
La  nòbil  Casa  d'  Este. 

La  me  scusa  e  la  m'  perdona 
Se  ho  tedia  la  so  persona  : 
E  s*  ben  ch^  al  sìa  lootàn  , 
E  gh'  bas  al  pè  e  la  man. 


(1)  Monsignor  Nicola  Bìrtoli  di  Sèstula  ,    protonotario  apostòlico  e  prt^osto  dell'  '■^" 
chiesa  di  S.  Maria  Pomposa  in  Modena. 

(2)  Nicola  Galli,  che  realmente  era  pastore  ,  e  senta  stadio. 

(3)  La  Via  Giardiai. 

(4)  Mancano  alcune  carte  nel  manoscritto. 


DIALETTI   BMIUAMI.  405 

Una  Donna  eh'  dmanda  da  filar  parlànd  sestolés. 


Donn  ,  mi  e  son  vegnù 

A  star  qui  dman  da  vù 

Che  Dì^  dad  da  filar  , 

Perchè  a  zcrch  d' guadagnar. 
E  vègn  daila  montagna, 

Cmod  e  psì  vcdr  ai  pagn , 

E  al  e^lz  d'  blsèl 

Che  m' van  giò  a  campano!. 
Me  mari  desgrasslà 

L^  è  andà  con  i  soidà 

Qoand  l' ha  senlù  al  tambùr  ; 

L' è  ver  che  n'  me  n'  inciir. 
In  t' ign  mod  s*  o  slava  a  cà 

Al  vleva ,  cmod  es  sa  , 

Che  gh'  féss  le  spese  a  lù  , 

E  satquè  am^  toccava  su. 
Basta  !  al  m' ha  lassa  soletta , 

E  dal  pan  an  n'  ho  una  fella , 

Es  ho  quàter  fansin 

Che  i  starén  sot  a  un  corghìn. 
E  sben  che  son  mi  sola , 

E  fornis  la  famiòla  , 

Es  a  truv  da  mangiar 

Con  la  rocca  e  al  me  niàr. 
Che  fra  tutte  el  filcrc 

E  son  presta  in  V  al  nicstcre  , 

E  la  sira  e  Ul  più  mi , 

Che  n^  fa  un'  altra  in  tut  al  dì. 
Barba  Antonio  me  compàr 

L' ha  un  gal  in  r  al  polàr; 

Quand  e  scnt  eh'  al  salta  su, 

En  cherdì  che  staga  più 
A  dormir,  mo  in  t'un  trat 

Em  lev  su  dit  e  fat , 

Es  cm*  met  In  co  ni  trabsèi , 

Al  grembàl  e  la  slancila; 
C  quand  cm'  son  affiubà  , 

£  carni n  via  per  cà 

Alla  volta  dal  camìn , 

Es  tog  un  zolfanin  ; 
C  pò  tir  8Ù  al  stopìn 

Dia  lama  un  poclin , 


Es  al  bagn  e  pò  l' appìz 
E  pò  f 0  Inànz  i  stii. 

Quand  e  jò  apià  al  fog, 
Em'  met  lì  in  tal  me  log  ; 
Che  sto  sempr  In  t' un  cantòn 
Con  la  me  rocca  a  galòn. 

E  li  prilla ,  storò  e  tira , 
Tutr  al  dì  fin  alla  sira 
Empj  e  vod  ,  e  cav  e  mett , 
Fila  e  inaspa  e  fa  gavètt. 

En'  man|^  mai  un  bcòn, 
Donn  mi,  che  sappia  bon 
Per  la  gola  d' lavorar 
En'  ho  temp  mal  de  mangiar. 

Quand  e  tog  al  fus  in  man , 
Em'  meli  in  gremb  un  pan , 
E  pò  di  quand  in  quand 
E  in  tog  un  bcon,  es  vo  mangiànd. 

E  jò  pò  quest  pr  us , 
Che  n'destàc  mai  al  fus 
S'  al  n'  è  gross  de  piena  man , 
Che  tutt  i  me  vsin  al  san. 

Ev  vo  mo  dir  d'  più 
eh'  al  sr«nn  là  da  nù 
Da  zinquanta  montanàr 
Che  n"  fan  altr  che  filar. 

E  se  vii  che  al  diga  tutt 
Tant  el  veccie  cmè  V  putt , 
E  al  dirò  se  stàd  attènt 
Che  gP  jo  tutt  a  ment. 

(0 


Qucst  tutt  che  v'  ho  conta 
San  tgner  la  roc4!a  attacà; 
Mo  e  in  prò  dir  più  d' cent , 
Ch'  a  filar  gli  en  valènt. 

Mo  a  diri  in  conclusiòn 
Mi  n'  acatt  parangòn; 
Che  gr  ho  tutt  supera 
A  far  seg  al  goccia. 


<l)  Si  MDo  Iralaidali  i  nomi  di  vàrie  filalrki,  riltoèodoli  iaùtili ,  perche  ilramU. 


409 


PARTE  SECONDA. 


E  per  fliàr  ugual  e  tond 

An'  sMn  trov  in  tutt  al  mond; 
0  vii  far  tela  d' fin , 
Tela  doppia ,  o  filadin. 

Es^  per  sort  e  vii  vdèr 
La  mia  ovra ,  l^  è  ai  dver 
Ch'  ev  muslra  s^  la  v'  pias 
Mo  n'  egh  dàd  pò  d' nas.  ' 

Guarda  qui  sV  gumsèl , 
Che  vdri  cmod  i'  è  beli; 
Qucst  è  stoppa,  quest  carzòl  : 
Ch'  in  dslv,  r  mi  fiól  ? 

Ve  par  a  vù  eh'  al  sia  bel? 
Mo  guarda  sr  altr  gumsèl , 
Ch'  e  stoppa  d^  la  più  calliva 
Ch'  un'  altra  mai  n'g'arriva. 

Quand  o  dò  in  V  una  rocca 
D^  carzòl  ben  lavora, 
E  fo  un  fii,  cb'  av^  so  dir  mi , 
Ch'  la  seda  a  n'  è  acusì. 

Ma  s' r  è  pò  cuncà  mai , 
E  n'  al  poss  far  eguài , 
Che  sai  che  qule  strop 
Dan  impaé  un  pò  trop. 


E  jò  ben  pò  la  petnclla , 
Ch^  tutt  al  dì  la  mia  sorella 
La  sta  scmpr  a  pctnàr; 
E  mi  attènd  sempr  a  filar. 

Orsù  donca  n' manca, 
Se  vii  èsser  ben  tratta , 
Dam  un  pò  da  lavorar 
Cb'  em  possa  sostentar. 

Dàm  donca  ,  se  vii, 
Lin ,  stoppa  e  quel  eh'  ai  ; 
Che  per  cont  dal  pagamént 
A  n'srà  da  dir  niént. 

E  torrò  robba  e  quattri  n 
Roniizòl ,  rémola  pan  e  vin  , 
Camisòl ,  calz  e  strazzi 
eh'  i  sran  bon  pr'  i  ragazzi. 

Orsù  e  vuoi  andar  in  su 
Cir  en  poss  star  qui  più. 
Gir  i  ragàz  stan  a  sptàr 
eh'  eg'  porta  da  mangiar. 

Donn  ,  mi  donc  em  arcmànd  , 
Se  vgni  mai  da  quel  band 
Vegnìn  a  star  da  mi , 
Che  stari  la  nott  e  al  di. 


Gruppo   Ferrarese. 


Ferrarese. 


4  7510.  Il  diàlogo  seguente  è  tratto  dalle  poesìe  serie  e  giocose 
di  Girolamo  Baruffaldi ,  e  lo  porgiamo  come  il  Saggio  più  antico 
da  noi  rinvenuto  del  dialetto  ferrarese. 


/  Ciiccur  eh'  aspetta  i  Patròim  dalla  Cmetlia. 


D 


I  A  L  U  G  II. 


Zpon ,  Bernard ,  TniMÓn ,  fìnrttin ,  Guerz, 

Zvan.  A  voi  !  a  voi  !  a  voi  ! 

E  può  i  n'  voi  eh'  i  appa  arguoi 

I  cucciér,  s'  con  tutt'al  so  cridàr,. 

La  zent  n'  i  voi  scullàr. 

A  voi  !  Mo  cessa  è  quella  ?  una  criatura 

Quella  eh'  è  li  pianta  ? 


DIALETTI  ENILIAni.  ^07 

La  nolt  è  tant  scura , 

Ch'  a  n'  r  aveva  arvisà. 

I  r  ha  pur  vlu  piantar  in  so  malora 

Quel  maladèt  fittòn  In  8*  al  sagra 

SU  bndit  Fra , 

Perchè  1'  carròu  an'  gh^  rompa  i  so  sunnin 

Inànz  al  Mattutin , 

E  nù  a  tgncn  star  chi  fuora , 

Acsi  per  bel  dilètt; 

A  bàtter  di  bruccbètt. 
Bem.  Ah ,  ah  ,  ah ,  ah ,  ah ,  ah  ! 
Zvan.  Chi  e  quel  eh'  minclona  là? 
Bem.  Ih,  ih.  Ih,  ih,  Ih,  ih! 
Zvan,  Chi  è  quel  eh'  sgrignizza  lì  ? 

0  Bernard  ,  leti  ti  ? 

Blo  an'  n^  ho  donca  rasón 

S' a  i  ho  squas  spzà  al  timón 

Per  causa  d' quel  (Ittón. 

Mo  ti  è  vgnù  acsi  a  bun^ora  fuora  d'  cà? 

Ch'  ora  è  ? 
Bem,  Qoattr^  or  sunà , 

E  la  Cmedia  n'  e  gnanc  alla  mltà. 
Zvan.  Ch'  dièvul  fai  sta  sira  sti  sdiapin  ? 
Bem.  Opera  nuova  :  I  Quàtter  TrufTaldin. 
Zvan.  La  merita  i  qoattrin. 
Bem.  Scnt  mo  là  s' i  sgrignazza  a  bocca  averta  , 

Ch'a  par  chM  n'^happa  più  vist  terra  dsquerta! 
Zvan.  Lassi  rider ,  eh'  i  paga. 

No  lassa  pur  ch^  la  vaga. 

Sta  volta  I  comediànt  i  gh'  ha  al  so  pan. 
Bem.  A  m^armètt  a  Stadiàn, 

Stadiàn  al  purtinàr. 

Mo  di  volt  r  è  un  gran  spass 

A  sentiri'  a  cridàr 

A  quel  spurtèll  da  bass  : 

Fé  largb  a  st'  cavallér  ;  largo ,  Zelenza  ; 

Quest  è  d' Cori  d' So  Minenza. 

Franco  sto  gentilòm  ;  e  al  va  buttànd 

Di  titol  solennissim  d^  quand  in  quand , 

Ch'  a  in  tocca  a  tutt,  e  nsun  s^  poi  lamentar. 

L' altra  sIra  all'  intràr 

D*  un  peruccón  bellissim , 

Larg ,  al  cridò,  fé  larg  a  %V  illustrìssim  ; 

E  sat,  Zvannòn ,  chi  liera?  Liera  an  cuog 


408  PAllTE  SBCOISUA. 

Vstì  d*  culòr  fuog. 

Ho  n^  n^  hai  dà  di'  cizclenza 

Fina  al  coot  Butta  V  àsn  in  so  presenza  ? 

A  gh'  n'  è  acsì  più  d'  quàltcr  , 

Ch^  vien  a  posta  al  teàter 

Pr  èsser  lustra  alla  porta , 

Con  al  stafflér  eh'  a  gh'  porla 

Al  fanài  e  al  labàr, 

E  i  paga  quel  eh'  a  gh'  par  ; 

Du  Pattacùn ,  la  so  Muraiulctta , 

£  butta  in  la  cassetta. 

Perchè  a  s' diga  eh'  i  paga. 
Zoan.  SV  ann  a  bsó  eh'  la  gh'  daga 

In  sti  burdié ,  perchè  nuàlter  cucciér 

Aicn  d'ogni  mumcnt  in  serpa  al  msicr, 

E  a  sten  sempr  in  andar. 

E  fina  di  a  n'gh'è  Tasi  d'dstaccàr. 

Zira  ehi ,  zira  li. 

Tutta  la  nott  e  al  dì , 

D' za  e  d' là ,  d'  su  e  d' zo  ; 

Da  qla  banda ,  da  st'  eò; 

Dal  Diàvul  e  da  so  fiól , 

Per  fina  eh' a  n'  s^  rumpèn  na  volta  al  coli. 
Bem.  V  è  eh'  a  n'  so  emuod  qi  rozz 

Puossa  tirar  quel  brozz  , 

E  pur  an^  n'è  tàcul; 

J'  è  cavai  eh^  fa  miràeul. 
Zvan.  E  eh'  miràcui ,  f radei  ; 

S' t*  savisset  emuod  gh'  sta  la  peli  ! 

Paja  séettH  d' ogn'  ora  ; 

E  gh'  in  fuss  anc  in  so  tanta  malora  : 

L'è  eh' di  volt  per  biava  e  per  fén  sòclt 

Ha  bsgnà  darg  da  magnar  infina  al  lett. 
Bem,  A  i  ho  prò  senti  a  dir  da  un  mie  amig  , 

eh'  alla  fiera  d' Ruvig 

AI  voi  tuor  di  Platùn. 
Zvan.  Chi  ?  al  mie  patron?  al  tura  1  so  minciùn. 
Berti.  Mo  a  so  pur  mi  ch^  l' è  a  torn 

A  métter  su  na  muda. 
Zvan.  Eh ,  al  mtrà  su  ^1  so  eorn. 

Ho  con  qual  ?  Bsò  eh'  al  suda. 

L'  è  un  ann  eh'  l'induradòr  ha  quel  cuppè 

E  a  n^  8^  accatta  la  vie 

D^  farai  vgnir  a  cà , 


DiALfim  biiilia:^!.  409 

Perchè  al  povr*  om  voi  prima  èsser  paga. 

E  s' nient  nicnt  al  sia 

A  tuòral  in  T  annessa  (mo  an^  par 

Ch^  mai  al  gh' appa  da  andar), 

Sì  ben  eh'  al  n'  ha  speranza , 

L'  andana  vie  V  usanza. 

Ho  seni  par  :  quest  è  nient. 

A  gh^  è  può  i  furnimént 

Mczz  impgnà  dal  slar, 

E  mczz  dair  ultunàr  ; 

E  per  n^  i  vdcr  fumi 

Al  n'  passa  più  per  d^  li. 

Crédei  eh' a  stema  frescb,  al  mie  Bernard; 

Eh  nù  a  sén  nassù  lard 

Per  veder  in  bon  post  i  carruzziér. 

Quest  gnanca  hi  al  n'  è  più  al  bon  mister. 
Bern,  Mo  a  vuoi  eh'  t'  m'  al  digh*  a  mi 

S'aoch  quest' è  un'art  falli. 

S' at  vdiss  sta  livrè ,  a  gh'  n'  è  più  fil. 

A  gh'  è  un  sart  In  curtìl , 

eh'  n'  ha  fatt  ogn'  ann  tunnìna  : 

E  mister  Tirurlna 

Gh'  ha  lavurà  d'  dritt  e  d' arvèrs , 

Mo  adèss  d'tcgnirr  inslèm  a  n'gh'è  più  vers. 
Zvan»  Sent  roo  là  qla  Tampella 

Ch'  vien  vulànd.  Èia  quella 

Dal  cont  Impernigà  ? 
Bcrn.  No ,  l' è  un  mèdeg  eh'  va  a  cà. 
Zpan.  Al  par  ben  lù  :  mo  credm ,  Tè  Tmasòn  ; 

T' n'  ved  qui  lanternòn 

Ch'è  sbus  da  tutr  1  co? 
Bem,  L' è  lù ,  r  è  lù  ,  r  è  lù. 

Ben  Ygnù ,  cumpàr ,  ben  vgnù. 
Tmas,  Sòiàv ,  zuvnotti  ;  gh'  è  posta , 

Gh'  un  tantìn  a  m'  accosta 

Anca  mi  sotta  st'  volt? 
Zvan.  Si  ben:  dà  indric ,  Bernard  ,  eh'  anca  mi  a  gh'  dag. 
Tmas.  Basta ,  basta  ;  eh'  a  gh'  stag. 

È  sunà  'I  quart  ancora  ? 
Sem.  Si  li  è  li  eh'  ci'  fa  1  fus  ; 

A  Sfa  ben  dbott  un'  ora  ; 

E  'I  cinqu  è  In  su  al  bus. 
Tmas,  E  a  n'  è  gnanc  fni  st  burdèll  ? 
Zittii.  Si ,  adèss  i  è  in  t' al  più  beli. 


410  PARTE  SeCOMDA. 

7"ma8.  E  sì  al  patron  m'  ha  diti  eh' a  viena  prest. 

Cosa  voi  mai  dir  qucst , 

M'  al  sat  dir  ti ,  Bernard? 
fìem.  A  srà,  ch'ai  Mazuréng  al  srà  vgnù  fard. 
7"mas,  As  poi  ben  dar.  0  sten  pur  chi  cantànd 

La  falilélla  e  la  pazzie  d' Urlànd , 

Fina  ch^  al  patrunzìn  s^  in  seni  la  vola 

D'andàrsn  al  so  boia. 

Oh  ch^  vita  maladetta  !  s' poi  mo  dar  ? 

sr  viàz  do  volt  ogn'  sira  a  V  ho  da  far. 

Prima  eh*  la  emedia  finissa  al  vien  lù  fuora 

E  s' voi  eh'  al  mena  a  casa  d'  una  sgnora , 

Mnjér  d' un  brentadór ,  in  t' na  cuntrà 

Ch'  an'  gh*  è  alter  che  qla  cà. 

Quella ,  quella .... 
Bem.  Si ,  sì , 

Tmasón ,  a  r  ho  capì  ; 

A  l'ho  vist  anca  mi  quel  cunfalón, 

Quand  'na  volta  a  fu  impresi  dal  to  patron. 
/'mas,  E  può  a  bsò  che  dop  l' quàttar 

A  torna  aneh  al  tcàtar 

A  tuor  su  la  patrona ,  e  al  marchsìn 

S^  in'  va  in  t' i  camarin 

A  zugàr  fina  di, 

0  fina  eh'  1  è  falli. 

E  s'  a  n'  indvin'  al  punt, 

Prest  i  m^  darle  i  mie  cunt , 

E  a  cascariév  al  ziel  dal  grand  armór , 

E  a  mi  tuccaric  a  tuor. 

Cm'  a  son  a  cà ,  e  eh'  a  1*  ho  missa  zò , 

A  bsogna  tornar  d' eò , 

E  dar  volta  in  qla  strada  eh'  a  v'  ho  diti, 

E  star  li  a  vent,  a  fraza  dcrelìtt 

Infina  eh'  la  pittona  ha  euvà  i  vnov  ; 

E  a  sona  li  ott  e  l' nuov 

DI  volt ,  eh'  a  son  anch'  li 

Hort  dal  fred  e  sbasi. 

A  son  mo  a  cà  mi ,  e  sì  a  n**  gh'  e  un'  anma ,  un  can 

eh'  a  m^  daga  una  man  : 

Mi  attaccar,  mi  dstaecàr, 

Mi  avrir ,  mi  assràr , 

Mi  stargair,  mi  lavar, 

Mi  dar  fen ,  mi  spazzar , 

Mi  far  tutt,  car  campar . 


DIALrm   EMILIANI.  411 

E  mai  vien  qla  maidctta  ora  d' magnar: 

E'  sie  vzilia  quant  s' voi,  la  s' gh'  perdona, 

E  al  dzuQ  8'  sgruppona  ; 

E  tant  volt  e  tant , 

Acsì  beli  e  galànt 

Cmuod  a  vlcn  fuora  d' stalla , 

Bsogna  ch^  a  staga  in  sala , 

E  può  eh'  a  vaga  in  tàvula  a  servir  ; 

E  la  sgnora  m' sa  dir  : 

Faiv'  in  là ,  eh'  a  puizai. 

S' a  puzz,  eh'  la  m^  lassa  là  in  fi  mie  cavai. 
Bem.  Mo  a  n^  gh'  è  pia  al  cavalcànt? 
7>nas,  A  gh'è  Tsò  corn:  l'è  andàsuldà  in  Levànt. 
Bem.  Per  forza ,  o  pur  pr  amor  ? 
TVicu.  I  gh'  ha  può  fatt  V  unòr 

D' tuòral  dalla  stalla 

E  convujàral  con  un  rem  in  spalla. 
fìem.  Ah  si ,  eh'  r  iera  un  d^  quj  slè 

Ch'imbiancava  ai  patrùn  Parzenteriè. 
7^ma$.  Si  ben ,  1'  è  andà  in  galera  lù  e  so  pàder 

Per  sulennissim  làder. 
Zvan.  Mo  a  bsò  ben  vivr*  a  qualch^  maniera  a  st'  mond , 

S' a  n'  gh'  e  ne  fin  né  fond 

A  pser  aver  salari  ;  vnot  eh'  a  t^  diga? 

T'  sa  pur  eh'  ogni  fadiga 

Merita  premi  :  a  vói  mo  dir ,  s**  t' m'intcnd, 

Ch'  chi  n'  ha,  n'  in  spend , 

E  chi  n'  in  ha,  s' n'accatta;  e  dov'a  gb'n'  è. 

L'è  lì  eh'  a  sfonda  al  pè  ; 

L' è  li  doV  a  in  va  tolt , 

Né  dir  :  V  è  puoc ,  V  è  molt  : 

Al  tutt  sta  in  savér  far , 

Del  rest.  Tè  un  mstier  da  sgnor  anch'  al  rubar. 

Cosa  ditt  ti  Tmasón  ? 
Tmoi,  A  n'  al  so ,  eh'  a  j' ho  son  ; 

A  vriè  ch*  finiss  'na  volta  sr  carnvàl. 
Bem,  Dai  un  può  a  quel  cavai , 

Ch'  morsga  al  mie. 
TYiuu.  Sta  carogna 

L'è  più  affama  e  rabbiós  ch'n'è'na  sclogna. 

L'ha  tanta  fam ,  fradèl ,  eh'  a  sto  per  créder 

Ch'ai  magnariè  al  cumpàgn,  veder  e  n' veder. 

Una ,  dò ,  tré. 
B«m,  Li  è  il  cinq  ;  n'  V  V  boia  ditt  ? 


412  PARTE  SECONDA. 

Na  folla ,  e  nù  puvrìtt 

A  sten  chi  a  st'  beli  srcn  ,  e  a  st*  aiarina  ; 

Magari  eh'  la  duràss  fina  d'  mattina. 
Tmas.  Tas ,  eh'  a  seni  in  sta  strada 

A  vgnir  di  camarada. 

1  s' è  urta  ,  e  si  i  ha  rott. 

A  caroinàr  e  a  caruzàr  ad'  nott 

Altr'  a  n'  s' poi  guadagnar. 
Zvan.  A  sta  ai  patrùn  a  fari'  accumudàr. 
Bem.  So  dann  ;  l' è  Burtlin, 

eh' sta  con  al  cont  Pnarola;  e  r  altr  e  al  (ìuerz . 

eh'  è  imprèsi  da  un  zittadin  : 

Quel  eh'  ajér  rumpi  al  sten 

Vultànd  in  s' al  cantòn  dal  Sarasin , 

Mo  i  n'sà  mo  i  so  patrùn,  eh*  in  scambi  chTunza 

L'  rod ,  al  piagna  la  sunza. 
Zpan.  0  Guerz ,  hat  rott  ? 
Guerz.  Mi  no. 

Mo  a  ho  fati  veder  a  quel  barba  Niciò  , 

eh'  a  so  più  carruzzàr 

Mi ,  eh'  lù  n'  sappa  stargiàr. 

S'agh'*ho  rott  i  du  speé  dia  pultrunzina, 

eh'  al  m' zita  dmattina. 
Buri.  Mane  arguoi ,  Guen  maldètt , 

S'a  t'accatta  Tstrett, 

T' n'ara  da  far  con  mi;  pricga  al  to  diàvul 

eh'  al  sappa  al  marchés  Pàvul , 

eh'  al  t' farà  ben  lù  metter  zo  qui  grii , 

E  V  n'  vdrà  più  al  fnil. 

Sii  pela  pie  munzù , 

Perche  i  serv'  giust  un  clù , 

eh**  ha  più  superbia  eh'  a  n'  èva  Luzifer  ; 

A  gh'  è  d' avis  d' aver  la  testa  d' fer. 

I  ha  ben  al  nom  d'esser  bon  zittadin, 

Mo  a  sten  tutt'  avsin , 

E  si  a  sen  tutt  da  Frara , 

eh'  a  savèn  quant'  è  i  clumb  dia  so  clumbara. 

1  sta  ott  mìs  dl'ann  a  Franculin 

Senza  spcndr  un  quattrìn  , 

E  i  viv  a  pinz  e  a  zucch , 

E  può  i  vicn  strucch ,  strucch  , 

L' invèm'  alla  zitti 

eh'  i  n'  poi  tirar  al  fià. 

E  al  so  cuceiér,  eh'  in  villa  dseva ,  Iczia, 


.     DIALETn   E3IIUA5II.  415 

In  Frara  al  va  ranand  con  la  cavezsa. 

Mo  flnalinént  al  mie  patron  Tè  un  cont 

Dia  razza  d' Rudamònt , 

E  s' al  sa  eh'  t'  m'  strapàzz , 

Al  i'  farà  spulvràr  quel  gabanàu. 
Gturz.  Al  m*  darà  d' barba  lù  ve:  mo  s' al  n'  dà 

Gnanc  a  quj  eh'  ha  da  aver,  e  eh'  l' ha  silà  : 

E  V  vuò  eh'  al  m' daga  a  mi  ? 

Ti  è  pur  bon  anca  ti  ; 

T' ha  rasòn  ,  Burtlin ,  eh'  mi  a  n'  tem'  affrónt. 
Z9an,  0  vie ,  su ,  fiuó ,  quietév,  e  mtila  a  mont. 
Bem    Tasi ,  eh'  a  par  eh'  la  zent  s' vaga  cunsiànd 

IV  andar  a  eà  :  Tmasón ,  vati'  accustànd. 
Tmat,  A  n'  puoss ,  eh'  a  m' son  impgnà 

Tra  *na  culona  e  un  stel  :  fatt  prima  In  là 

Ti ,  eh'  ti  è  in  larg. 
Bem,  Sì ,  s'  a  n'  fuss 

Anca  mi  attacca  a  st'  uss. 

A  gh'  è  può  un  muò  ad'  fang  e  de  perdìzz , 
Bnrt,  jy  ehi  è  là  qui  du  cavai  ? 

Ch'  8'  m'  arbalt ,  a  n'  m' addrizz. 

È  murié  ? 
Zpofi.  No  ,  1  è  bài. 

Burt,  Senza  cuccicr,  alia  dscarzión  dia  nott? 
Zpan.  I  è  del  marchés  Pancòtt. 

T' n'  aegnòss  quel  svimer  dov'  i  gh'  è  attacca  ? 
Burt.  V  è  vera  ,  a  n'  m' n'  iera  adda. 

L' è  al  svimer  dalla  lit  eh'  si  era  tacca , 

Che  con  tutt  al  vulàr  per  la  Zvecea 

Con  la  contessa  Checca , 

AI  n'  psi  arrivar  a  ora  di'  moss , 

E  sqoas  squas  i  barbar  gh'  salile  addòss  ; 

Mo  Uè  pur  aneh  l' fatt  minciunari 

Sii  svimer  da  sii  di  : 

S' in'  par  propri  eastiè  da  burattin 

Con  dénter  la  Simona  e  Truffaldin.  . 
Z9an,  Spetta  eh'  1'  usanza  fnissa , 

Ch*  i  n'  voi  cavar  dia  flssa  : 

L'in  tal,  l'ore  l'arzént 

N'  valrà  più  gnent , 

E  in  Ghett  in'  l' avrà 

S' in'  gh'  1'  dunarà. 
Buri,  W  chi  e  qui  du  pnllér  là  eh'  ha  la  toss  ? 
Bem,  Ti  è  pur  minción,  t'  nM  aegnòss? 


414  PARTE  SECONDA. 

i 

Jè  dia  bella  Giròlma  dai  gran  squan. 

Jè  du  puliér  buis  man , 

E  Uè  dis  eh'  I  e  arfardà. 

T' n'  acgnòss  qla  birba  dov'  i  gh'  è  attacca  ? 

Ch^  r  è  sta  prima  d' un  fra ,  e  può  d'  un  prici 

Ch'  adèss  è  andà  arzipriét , 

E  può  dal  barisèi ,  e  può  all'  inciiut , 

E  può  dal  marchcs  Guant, 

E  può  di'  ost  dia  Fraschetta , 

E  può  dia  sgnora  Betta , 

E  può  in  Gbett  da  Agnulìn , 

E  può  d' un  gablin , 

E  può  d'  st'  aitar  patron ,  eh'  ha  fatt  un  stoo  , 

E  al  n'  gh'  ha  gnanc  paga  '1  broc. 
Buri,  S' al'  arriva  a  savér  mai  quel  poeta 

Ch'  anc  su  i  svìmer  ha  fat  la  canzunetta , 

L' andarà  a  rotta  d*  col 

In  zima  al  Ventaròl. 
Bern,  Lassa  eh'  al  fazza,  eh'  al  par  ben  eh'  V  abbia 

Allgrezza  in  cuor ,  mo  al  canta  dalla  rabbia. 
Burt,  Chi  è  al  so  cucciér? 
Gtterz.V  è  ql'  Armagnòl  eh'  fava 

Al  vturìn ,  puoca  biava, 

Alias  dett  Tirapatta. 
Zpan.  Ch'  ha  per  mujér  qla  matta  ? 
Guerz,  Al  mari  dia  Ciudina , 

Qla  bella  spuslina  7 
Zcon.  Si ,  eh'  l' é  andà  dentr'  a  emedia  prinzipià , 

Mustrànd  d' andar  inànz  con  un  fanàl 

Fagànd  lum  a  una  sgnora  d' qualità , 

E  r  iera  so  mujér  con  al  zandàl. 
Guerz.  Uhi  !  hat  vist  quel  rodò 

In  spalla  a  qla  sgnurina 

Con  quel  caplin  in  co  ? 
Zvan,  Puttana  !  la  Drundina 

Ch'  la  par  'na  buarina. 

Ella  sola? 
Guerz.  Mo  nò. 

Scnt  r  amìg  eh'  a  se  s^ara  e  gh'  tien  dric, 

L' ha  mustrà  d' andar  vie 

Inànz  eh'  flnissa ,  per  scappar  la  fùria  ; 

Mo  r  è  fuog  d' lussùria 

Quel  eh'  la  porta  vulànd.  Adcss  a  s' va , 

Inànz  d' andar  a  cà , 


OULETTI  EMILIAM.  4itt 

A  Irì  0  quàller  fslìn , 
E  può  al  sòUt  casìn 
A  far  al  resi  dia  iiott. 
E  so  mari ,  merlòU , 
eh*  è  un  om  d' bona  fed  , 
Al  dorm  in  lelt  lù  sol  ^  e  s'  muor  dai  fred. 
Dmattina  può  a  s'  va  a  cà 
Sillacà ,  sillacà , 

E  al  bon  mari  gh'  admanda ,  dov  siv  sia  ? 
E  liè  gh'  arspónd  per  dargh  un  può  d'  cunfòrt  : 
Car  mari ,  a  son  sta  a  far  ia  veggia  a  un  mori. 
Tmai,  V  è  chi  al  patron ,  e  a  bsgnaric  eh'  a  vollàss  ; 
ìlio  a  gh'  è  di'  trav'  e  dll  ass 
Li  sotta  a  quel  vullón 
Dov  sta  quel  murangón , 
Ch'a  n'sò  s'an  riuscirò. 
A  ar vedersi  I  mie  fio. 
Buri.  Bona  nolt.  E  nù  mò 

Quand  andaregna  ? 
7>)iai.  Tas , 

Tas  ,  Buriliii ,  eh'  a  j' ho  squas 
Speranza  eh'  siè  finì. 
Dentro.  Casa  Sbrisa  .... 
Burt.  A  son  ehi. 

Dentro,  Casa  Codga  ,  dov  siv  ? 

8ù  ben  ! 
Zvan.  A  son  ehi  viv. 

Dentro.  Casa  Ruslga ,  su  ben  faiu  ehi  da  nù. 
Gìterz.  A  son  ehi  eh'  a  moni  su. 
Zvan.    Al  barisèi  vien  fuora , 
In  so  tanta  malora. 
Questi  li  è  emedi  etèrn. 
Ece*  V  torz  e  V  lantèrn  ; 
Ece*  al  stafficr  d*  eà  eon  al  fanàl. 
A  son  chi  puntuàl. 
Fio,  bona  nott. 
Atlrù  Va  pur , 

Ch'  a  m' libera  da  si'  mur , 
E  eh'  a  m'  dzapella  fuora  da  st'  suoi. 
Zpon.    A  voi  !  a  voi  !  a  voi  ! 


890.  Il  Coiuponioicnto  che  qui  porgiamo  in  Saggio  dell*  at- 
e  dialetto  ferrarese  è  un  Memoriale  inèdito  scritto  dal  celebre 

30 


416  PARTE  SECONDA. 

Frizzi  Stòrico  ferrarese.  In  esso  Y  autore  ha  cercato  di  méttere 
in  òpera  tutti  i  modi  proverbiali ,  i  traslati  e  le  frasi  popolari 
più  comunemente  usate  nel  suo  paese ,  e  vi  riuscì  con  singoiar 
grazia  e  sorprendente  spontaneità  ;  per  modo,  che  possiamo  ris- 
guardare  questo  breve  scritto  come  una  collezione  di  proverbii 
proprii  del  pòpolo  ferrarese.  Come  tale  la  raccomandiamo  agli 
studiosi,  e  rendiamo  nuove  grazie  al  chiaro  bibliotecario  don 
Giuseppe  Antonelli  per  avercela  gentilmente  comunicata. 

Discorso  fatto  dal  signor  N.  N.  all'  Einineniissimo  N,  A. 

Legato  di  Ferrara. 

Mi  a  8on  sèmpar  chi  a  scar  la  màdar ,  e  a  rompr  I  garitt  a  V.  E.  La  diri 
eh'  a  son  na  piàtula  e  una  greppeUa  ;  ma  cossa  volla  far  ?  Chi  voi ,  vaga , 
e  chi  n'voi,  manda.  La  guerra  è  fatta  pr  al  suldà.  Vostra  Minenza,  com'a 
s^sol  dir,  ha  dia  bontà;  ond  la  s' la  tòga  mo  In  eorp^  parche,  a  dirgla, 
mi  a  son  in  t'il  péttul  fin  ai  oé.  —  A  vien  donca  ,e  s'  a  dig ,  Emineoia, 
che  con  cai  cumissariàt  dia  famiè  dal  sgnor  Tiberi ,  cW  la  m*  ha  puggià, 
la  m'  ha  dà  ^na  bella  gatta  da  patnàr.  Quest'  è  una  barca  sfassada;  -  barca 
fundada  an'gh' voi  scssa,  -  Am^  cardeva  ben  dMruvèr  di  tàcul;  ma  tant 
pò  a  n'  al  cardeva.  V  intrada  V  è  poca ,  e  ,  sibèn  ch^  a  gh'  la  tir  coi  dent, 
nonistànt  la  pezza  n^  stroppa  al  bus ,  e  sunànd  su  rusc  e  bruse,  an^  s^po, 
andar  dcò  dia  cavdagna.  —  Mi  quand  agh^  intalè ,  à  m' fu  prumìss  più 
pan  che  furmài  :  am'  fu  ditt  acsi ,  aczà  e  aclà  ;  ma  pò  a  io  truvà  eh'  V  è 
un  aitar  mnar  d' pasta.  A  io  sié  i>occ ,  eh'  lavora  ogni   dì  ;  il  fabricb  è 
tutt'  in  sbrandèl  ;  la  murala  dal  fnil  gh'  à  un  sbarlèff  tant  fat;  al  cuèrt  a  fa 
d' so  nona.  Hi  dil  volt.  Eminenza  (  e  si  la  sa  ben,  che  chi  n'stroppa  busìo, 
n'  stroppa  busòn  ) ,  andànd  pur  mò  avanti  con  sti  bó  magar ,  a  batt  la 
testa  pr  il  murai,  e  a  faz  di  lunari  tutr  al  di!  Ma  cossa  serv?  I>ov'*an''son, 
a'  n'  m' gh'  trov.  A  mattar  al  rev  con  il  pi^zz,  a  gh'  è  tant  da  vivar  pr'ott 
més,  e  pò  pr  al  rest,  addio  gabàn  ;  fini  questi,  è  fritt  i  luu:  e  allora  coro 
farcmia?  Da  chi  a  un  més ,  chi  s' è  vist  s^è  vist.  I  farà  di  crusùn  a  la  fé! 
Che  quand  an'gh'è  aqua,  al  mulìn  n'  masna,  e  a  s'fa  Lstrunz  magar  , 
Eminenza:  za  a  sfora  a  scn  alla  frutta.  Basta  !  pr  al  vgnir   quaich  sani 
sarà.  Mi  za  quand  an'  putrò  più ,  e  che  avrèn  miss  i  mastiè  in  t'il  mastlin, 
a  buttare  al  mànag  drè  alla  manàra,  e  am'  turò  su  al  treni' uo.  —  E  pur. 
Eminenza ,  agh'  prutèst ,  che  se  al  mal  batiss  chi ,  e  se  tutt  gli  aitar  coss 
andàss  par  la  so  carzà ,  al  sariè  un  pan  unt.  Ma  sala  cossa  V  è  quel  che 
m' fa  vgnir  la  grinta  in  t*i  cavi  ?  L' è  cai  naturai  d'sta  zent.  Cai  sgnor  Ti- 
beri r  è  un ,  eh'  n'  à  vóia  d' zarlàr  ;  al  daric  fond  a  un  mar  ;  an'  gh'  ba- 
starle r  intrada  di  Pèpul.  Al  s'Ia  sgagla  da  cavallér,  e  quand  al  n'à,  al  fa 
(ò  ti,  tò  ti.  L^ò  sèmpar  sbris,  cm'è  don  Quiniìn:  sèmpar  l'è  al  can;  al 


DIALETTI   BMILIA?!!.  417 

n  fa  aliar  clic  dar  dil  stucca  a  qiicst  e  a  quel.  Quand  |M)  al  M*ha,  algh'dà 
al  spólvar.  Quand  as*gh'  in  dà ,  ben  con  ben ,  allora  al  vicn  zò  mulsin^c 
r  è  un  pan  d'  zùccar  ;  ma  quand  al  trova  cir  la  ^pina  n'  butta,  al  dis  eh' 
meda  sì.  Sala,,  che  na  volta  V  andò  al  cantaràn,  cardènd  d' truvàr  al  mort, 
e  parche  al  vist  di'  agli'  ìera  su  San  Pier,  al  dò  in  ti  bac  e  al  prinzipiò  a 
smuclnr  com  fa  'na  bestia.  Mi  mo ,  che  am'  gh'  imbatì ,  an'puti  star,  a  dò 
zo  di  bàzul.  e  a  vgnìssam  al  tamsìn:  o  pullin ,  coni'  dis  minèl ,  are  drilt 
e  fé  bel  sole,  e  an'  grate  al  zìcl  co  gli  ung,  parche  s'a  mtrò  i  can  alPaqua^ 
sì  par  Dina  Nora ,  eh'  av'  zularò  curt ,  e  aV  farò  filar  al  fln  da  un.  Mi  si  a 
son  cai  babi  da  ricòrar  a  So  Slincnza ,  e  vliv  zugàr ,  che  quel  al  v'  farà 
baiar  su  un  quatrìn.  —  Cossa  crédla  mo  eh' fazéss  sta  lavada  d' campanèl? 
Mò  la  fez  ch'ai  mimando  a  far  il  fassìn  mi  e  Vostra  Mincnza;  es'an'dseva: 
a  Aiùtam  ,  gambetta  ,  che  adèss  i  m'il*  pèlta^^  al  m'  dava  11  mie  fadigh  , 
c^  a  la  scapiè  pr  al  bus  dia  eiavadura.  —  Cossa  disia,  Minenza?  S'al  m'Il 
bagnava,  la  n' saric  stada  da  cantar  su  al  calissòn?  Insomma,  bsugnò 
eh'  agh'  mulàss ,  e  T  è  grassa  eh'  la  cola.  Bli  an'  son  bon  d' infilar  cai  spag. 
L*  è  sta  tant'  aqua  eh'  è  andà  zò  par  Po.  Al  di  driè  as'  sén  truvà  al  ticut 
erat ,  e  ogni  di  a  sén  a  sti  cavi  tira.  La  dirà  He:  «An'gh'è  so  muiér  ch'ai 
possa  tgnir  in  stadicra  ?  "  Oh  !  adèss  ;  la  Zuana  gh'  ved,  e  Barnardin  gh'fa 
lum  !  eia  carampana  d' so  muiér  la  n'val  un  baraclum,  L' è  'na  bselda  che 
quand  la  paria  la  fa  vgnir  al  latt  ai  znoé.   La  s' lassa  cascar  i  pago  d'at- 
tòrn,  la  par'na  Rachel.  Pòvar  ragiiz!  Chi  gh' à  mai  miss  eia  vesta?  In 
t'  un  bisògn ,  la  n'  è  bona  d' cavar  un  gril  da  'n  bus.  L' è  'na  gnc  gnè , 
damn'  un  ,  eh'  am'  n'  è  mort  dù.  Sò  mari  in  fa  tunina ,  e  la  s' lassa  schizzar 
il  zìvoi  in  t' i  oè  fin  da  la  serva.  Insomma,  s' a  stass  a  liè,  V  in  farcv  dia 
fissa.  Cslié  eh'  achi  pò  vedla ,  cslié  eh'  achi,  al  V  assicùr  ,  eh'  l' è  'na  bona 
zima  d*  mazurana.  L'  è  sett  cott  e  na  buìda  !  A  cred  pò  eh'  l' abbia  pia  al 
cui ,  Eminenza ,  ch'an'  gh'  in  dig  gnént.  L'  e  dlés  ann  eh'  V  ha  miss  al  cui 
in  sta  cà  ,  e  tra  d'  rif  e  d' raf  V  ha  eumdà  ben  i  ov  in  t' al  zest,  che  agh' 
sò  dir  mi . . .  Liè  P  è  domina  dominanzia:  liè  tira  sempr  aqua  al  sò  mulin: 
za  la  sa ,  che  quand  al  paiàr  brusa ,  tutti  s'  voi  scaldar.  V  ha  una  bàtola, 
una  dardella,  eh'an'finisc  mai.  Lio  l'è  quella  chMicn  al  pùlpit:  s'as'gh' 
dis  tantin,  la  dis  tantòn,  e  a  vlerla  tarsantàr,  l'è  gius!  cm'è  dir  scùsem. 
Tee  né  l'ha  rott  i  sedòzz  con  qualcun.  Sèmpar  la  s'rangogna  eolla  patro- 
na ,  e  dil  volt  s' in  dà  di  strafùt ,  ma  sonòris  !  Insomma ,  a  tgnirla  lunga 
e  curta  ,  Amincnza  ,  cstié ,  s' a  emandàss  mi ,  al  Fest  agh'  vcrzriè  ben  mi 
V alleluia,  e  agh'  dirle  :  «e  Orsù ,  to  su  il  tò  rug ,  e  pò  aida  *>.  —  Sala  chi 
sariev  piutòst  una  fìeia  eh'  avriev  zuff,  zaff  e  zarvèl?  La  Camilina,  la  putta 
d'  casa  ;  ma  cossa  ?  Anca  liè  la  gh'  à  al  dar  e  1'  avir.  L'  ha  darsètt  ann ,  e 
pur  la  sa  moli  ben  d'  barca  mnar  ,  e  la  sa  a  st'  ora  dov  al  Diàvul  tien  la 
cova.  L' e  pina  d' Imbinzión ,  e  in  t' al  dargh'  in  là ,  la  gh'  à  anca  liè  la  so 
euvclla.  S'Ia  la  vdiss  quand  l'è  tirada  su  in  fli ,  e  eh'  l'è  sgurada,  an' 
gh'è  gnane  malàzz.  Agh'  digh  ben  pò ,  eh'  l' al  egnoss  anca  liè,  e  la  licva 
1.1  co\a  in  zirella ,  e  la  <i"  fa  puzxàr  «P  driè  moli  ben.   Poe  fa  l'aveva  un 


418  PARTE  SECONDA. 

tracquaccièl,  e  la  galuppa  gh'  batteva  V  azzaiìn  ,  e  gli'  purzeva  in  crivèl 
moli  ben.  Sala ,  Minenza ,  eh'  un  dì  j'avcva  batù  campustela  Uè ,  al  sraar- 
din  e  la  serva  par  farla  fuora ,  senza  eh'*  al  saviss  i  so  d"*  cà  !  Ma  mi  furb 
a  dscuarzì  la  quaia  a  temp ,  e  arivié  a  ora ,  giust  com'  fa  la  tampesta  al 
zucc ,  e  agh"*  rumpì  i  ov  In  t*al  zest.  Ma  cossa  avévia  da  far  ?•  I^  s' i  era  tae- 
cada  con  un  car  arbaltà  eh'  la  sfangava.  Mi  sì  a  cardeva  d'aver  trova  par 
Ile  na  nidà  d'  passarin ,  e  aveva  pranzipiù  a  tiràrm*  su  i  sfun  ...  ma  cossa 
a  gh'  è  intra  al  sgnor  Tenènt ,  e  a  io  fat  tavela.  Ma  basta ,  an'  m' arstarà 
sèmpar  al  bac  sul  prar  !  Pussibìl  che  al  scìòp  m' fazza  sèmpar  crist?  A  so 
quel  eh' a  dig  quand  a  dig  lorta;  tult  sa  ,  e  ansùn  sa;  ma  questa  è  un'al- 
tra mnestra.  —  Inlànt ,  Eminenza,  cossa  disia  ?  La  sgavelta  è  ingattiada , 
aut  au(;  s*  la  n'  è  Liè  ch'agh'  trova  '1  co ,  s' la  an'  gh'  mett  un  starlùr ,  e 
ch^meta  1  oss  a  so  sìt,  mi  a  butano  al  mànag  driè  alla  manàra,  e  dop 
avérgh'  arnunzià  arm  e  cavai ,  am'  turò  su  al  trent'  un.  Zert  eh'  an'  poss 
far  da  Zani  e  da  Pantalòn.  I  dirà  eh'  meda  sì  ;  ma  iant'  è  :  —  /'  atto  vo- 
lato ?  mangia  di  questo.  —  Mi  a  son  ben  da  ov  e  da  Uitt ,  da  bosc  e  da 
riviera  ;  ma  an*  vói  pò  eh'  a  viena  un  su  e  su,  e  eh'  i  m'  fazza  far  al  latìo 
a  cavai.  Tolè,  Sgnor  Eminentìssim ,  oibò  oibò,  mi  an'  sorb  st'  cucòn.  fi- 
naimént  fava  e  fasvò ,  ognun  fazza  i  fall  so ,  e  bona  noli  Cola  ! 

Serv'  umilìssim  d'  Vostra  Minenza. 

1827.  Le  seguenti  Sestine  furono  iratte  dal  mentovato  Lunario 
Chichett  da  Frara  per  l'anno  1827,  che  si  riproduce  ogni  anno 
con  nuove  poesìe  vernàcole. 

La  Zena  al  svur. 

Un  galanlóm  èva  ciapà  al  costùm 

eh'  al  s' la  znava  ,  la  sira  andànd  a  spass  ; 

E  acsi  col  mot  e  al  risparmiar  la  lum  , 

Al  gh'  truvava  al  so  coat ,  e  al  gneva  grass  ; 

E  speziaifflént  In  t' la  slasòn  d' istà 

A  m'  par  che  al  raètud  an'  sia  mal  pensa. 
Gnend  fora  d'  cà  vers  sira  a  pie,  a  pie , 

Prima  d' luti  al  cumprava  un  par  d'  panètl , 

E  pò  al  spendeva  cinq  bajòc,  o  sié , 

0  d'  salàm  ,  o  d'  parsùtt  li  avsin  al  ghetl  ; 

E  dop  spatzànd  o  pr*  una  o  pr'  altra  strada , 

Al  dava  la  so  bela  sganassada. 
])'  in  tant  pò  intani ,  truvànd  quale  magazìn  , 

Al  bveva  bravamcnt  la  so  fujetla  ; 

E  na  quale  volta  as'  arivava  al  mzin  , 


'    IHALETTI   ENIUA.*^!.  410 

Sgond  che  la  quaiilà  jcra  perfutta; 

O  al  slava  in  drè,  s'  P  jera  roba  mccànica. 

Za  eli'  r  jera  propria  prufessór  d'  Butàiiiea. 
Sicóni  pò  clf  al  butgàr ,  dov  tul  fi  slr 

Al  tuleva  al  salàm  ,  gh'  èva  fat  1'  us  , 

Lù  gh'  preparava  ano  senza  vderP  a  gnir 

Spess  in  t'  na  carta  al  so  salàm  ben  cius  ; 

Quest  passava  ,  pagava  ,  e  andava  dril . 

Tulènd  la  carta,  In  mane  che  mi  an^  v^  V  ho  dil. 
Ma  una  tal  sira  ,  un  garzunzètt  d' butega . 

(Ch'as'  sa  za  eh' j  e  na  massa  d'birichin) 

Al  s'  die  i  bott  con  un  aitar  so  culega , 

Garzòn  d^  n'  aliar  negozi ,  a  quel  avsìn  , 

E  in  vcz  d'  salàm ,  i  gh**  preparò  bel  bel 

^a  carta  d'bris ,  d^arlàj,  d'  pezz,  d' lazza  e  d'  pel. 
Quel  passa ,  lol  la  carta  e  tira  vie , 

Sccónd  eh  V  jera  za  avézz  a  praticar  ; 

E  dop  a  n"  so  quanl  pass ,  al  prinzipii> 

Con  i  dida,  e  coi  denl  a  lavuràr^ 

Bltèndas  in  boca  ,  air  orba  ,  quel  eh'  agh'  vgni , 

eh'  il  fu  bris ,  pr'  al  prim  bcon  ,  e  al  s' li  gudì. 
Ma  quand  pò  dop  agh'  ca<cn  sola  ai  dcnl 

Zeri  grup  ad'  peli  con  la  so  lazza  e  luti , 

E  che  al  durò  a  biassàr  inutilmént 

PIÙ  d'  un  quurl  d'  ora  senza  alcun  custrùlt . 

Al  s'  acurzì  d'  al  zog  eh'  1  gh'  èva  fai, 

Dàndagh  la  zcna  tolta  ai  can  e  ai  gal. 
eia  sira  za  al  dzunò  :  da  cai  butgàr 

Mai  più  al  gh'audò^  ch'ai  s'  P  avi  trop  al  nas; 

E  gli  aliar  sir  pò  quand  al  vieva  znar , 

A  nMoss  più  roba  inscartiizzada ,  a  cas  : 

E  prima  eh'  al  pagàss  quel  eh'  al  tuleva  , 

Al  guardava  .  e  al  pruvava  s'  al  gh'  piaseva 

3.  Mentre  stavamo  pubblieaDdo  la  presente  Opera,  siamo 
^vertìtì^  che  sin  dairanno  1849  venne  in  luce  in  Ferrara 
unario  contenente  buon  ninnerò  di  Diàloghi  in  prosa  ver- 
,  col  titolo:  /  Plofjnlò  d'Fiara,  il  quale  continuò  anche 
noi  successivi.  Onde  pòrgere  ((uindi  allo  studioso  un  Saggio 
deir  odierno  dialetto^  abbiamo  estratto  il  Diiìlogo  segucnlc.' 
lamello  stampah»  per  l'anno  1850. 


4^0  PARTE  SECO.NDA. 

La  Rosa  e  la  Ciara. 

Ciara,  Ecc  la  mie  Rosa:  0 1  a  n'  gh'  è  dubi  cb'  la  maoca:  al  prim  dì  d'ogni 
slasón ,  0  calda  o  fresca  eh'  la  sic,  V è  chi  a  truvàrm  :  o  sì ,  Tè  ben  pò 
vera ,  T  j  e  P  ùnte'  anilga  eh'  a  in^  apa  eh'  s'  arcorda  d^  mi ,  eh'  a  m' sié 
sinzera. 

Roia.  Li  aniighi  Tj  e  pòchi,  fiola:  gcneralmént  li  fa  blln  blin  par  d'a- 
vanti ,  e  pò  par  da  dré ...  Oh  da  dré  il  picia  zó  a  tirundela!  Mi,  grazia 
al  Sgnor,  a^n  ho  srdifèll:  s'a  j  ho  quel  da  dir,  al  dig  in  fazza,  e  s'asa- 
vis  far ,  al  stamparév  aneh.  Bundi,  Ciara.  Gossa  gh'  hai  d' nòv  e  d'  bel  da 
cuntàrm  ? 

Ciara,  Gncnt  d'  nóv  e  gncnt  d**  bel;  tul  coss  veci  e  bruti. 

Rosa,  Pur  trop  li  è  sèmpar  chil  coss ,  e  nu  a  psen  zigàr  a  sangv  e 
gola ,  che  ansùn  s^  da  meni.  V  arcurdèv  r  an  passa  eh*  a  s^  lamantàssan 
tanl  dal  manipoli  dia  nostra  piazza,  dP  Insolenzà  di  urllàn,  dia  spurcarié 
dil  strad ,  d' i  paricul  eh'  s^  a  vdeva  a  lassar  1  vas  d^  llur  fora  dil  fnèsiar 
senza  ripàr,  e  pr'  i  can  a  miara  senza  patron  ch'morsga  quest  e  quel, 
0  eh'  fa  di  aitar  malànn  par  la  strada?  Ebèn!  Kù  avèn  ben  dil  su  Pànim 
nòstar ,  ma  segna  pò  stad  scultadi  ?  Iv  visi  che  il  coss  slé  andàd  mèi  ? 
Gnent  afàtt  Donca  a  j  én  rasòn  a  dir,  che  il  coss  II  e  sèmpar  veci  e  bruti  ! 

Ciara,  Anzi  avi  da  dir  più  bruti  d'  prima,  parche  la  miseria  è  carsesta 
più  che  mai  :  I  budgàr ,  i  arvandrò ,  i  frutaró  s' è  abusa  dil  zircustànz 
•passa  par  vcndar  più  car  la  roba  e  far  i  fat  so.  L' imbròi  dia  carta  è  ca- 
sca tul,  o  squas  lui,  s' il  spai  di  puvrit.  Al  Guèrn  puvrèt  P  ha  fat  quel 
eh'  P  ha  psest,  par  farP  andar  com  s' duveva;  ma  sii  galiòt  di  budgàr  i  n' 
la  VÓI  a  nsun  pai ,  o  vero  sié  i  cress  1  prezzi  alla  roba  eh'  P  è  pò  tul  un 
quàlar;  ma  lor  i  la  compra  e  i  la  spcnd  a  lòr  la  roba  in  gross.  Al  Guèrn 
dis,  che  ansùn   rifiuta  carta,  sinchinò  i  pngarà  'na  multa  e  i  andurà  in 
parsòn.  E  lòr  gh  badi?  meremco!  Al  Guèrn  al  dis,  che  Paz  dal  cambi  dia 
carta  in  quatrìn  sarà  dal  tri;  ma  i  nòstar  cambista?  mcremèol  I  ha  sèm- 
par vlcst  P  ot ,  al  dlés ,  al  dòdas ,  al  dsdot  ;  e  pò  e  pò  acsì  i  ììik  mucià , 
sgond  eh'  a  s'  dis,  e  al  cred,  chi  dics,  chi  dò,  chi  tré  mila  scud.  Tut  sangv 
di  puvrit  eh'  crida  vandetta!! 

lìoia.  Pur  trop  P  è  vera,  e  a  j  avi  da  dir  d'  più  che  fin  eh'  è  dura  eia  boi^ 
dia  Repùblica,  e  siben  che  tut  vdeva  ch'P  j  èra  un  fòg  d'  paja,  e  eh'  a  n' 
saveva  com  fuss  finì  chi  pèzz  d^  carta,  i  andava  vie  con  la  perdila  dal  scV 
dal  nov ,  dal  dòdas  ;  quand  è  turnà  al  Guèrn  legitim ,  eh'  n^  andarà  p*^ 
zò  in  etèro,  eh'  P  ha  fat  bòna  la  carta,  eh' a  n'  gh'j  era  più  pavura  d'd^' 
vcrsan  sarvir  sòl  par  cai  sarvizzi  ;  gnor  si  che  alora  invcz  d' calar ,  i    ^* 
carsèst  la  magnarle. 

d'ara.  Ma!  A  j  ho  sintesi  di,  avucàt  e  di  sgnori  a  dir,  che  anch   ^'' 
aliar  volt  a  gh'  è  sta  la  corta,  eh'  P  j  era  P  Islèss,  e  eh'  a  n'  gh'  è  prop*^ 
rimedi. 


DIALETTI   BMILIAXI.  1^21 

Uosa,  A  n'  gh  e  rimedi  al  so  Diàvul  eh'  ì-  porta  !  Hi,  mi  s'  a  cmandàss  a 
gh'  arèv  ben  la  rizzèta  da  guarir  iV  mal. 

Ciara,  E  cossa  farìssl? 

Uosa,  Un  bel  órdan  in  stampa  granda  eh'  s' alzìs  seni'  aclaj ,  che  ehi 
arflutarà  la  earla  in  t' i  cuniràt  grand  o  pìeul  eh'  i  slé,  1  cambista  ch'tnrÀ 
più  d' lant ,  sarà  sùbit  fusilà  senza  pruzèss ,  e  mantgnir  U  parola  al'  us 
tudèsc,  tant  a  chi  compra  com  a  chi  vend,  si  a  chi  tlen  com'  a  chi  scordga, 
e  parfin  a  chi  fa ,  e  a  n'  fa  la  spie.  Oh  a  v'  dlg  mi  che  la  caria  currév  In 
pressia  ! 

Ciara.  Ande  pur  là ,  Rosa ,  eh'  a  si  'na  brava  medga  par  zert  mal  eh'  a 
s'  vrev  eh'  a  n'  a  gh'  fuss  madsina  :  ma  a  dirò  coro  dseva  n'Abrei:  pii  nò 
comandari  mai, 

Ba$a,  Ben,  a  n'  importa;  quesi'è  al  cimedi  bon,  e  basta  acsì.  Discurèn 
d' quel  aitar.  Cardìv  eh'  tirarà  d' lung  purassà  st'  eald  ? 

d'ara.  A  son  persuasa ,  eh'  s' al  mola ,  a  faga  frese. 

Roia,  Ane  ciù  eh'  va  in  là  m' al  sa  dir  :  mi  mò  a  vien  e  s' a  dig ,  che 
sicóm  arén  d'tant  In  lant  di  squass  d' piòva,  grazia  al  Sgnor  senza  tam- 
pesta,  al  eald  a  n'  s'  farmarà. 

d'ara.  La  n'è  sol  la  tampesta  eh'fazza  al  frese;  ma  al  dipènd  dai  vent 
eh'  dominarà  ,  e  mi  a  n'  a  v'  so  dir ,  s'i  sarà  d'  ehi  eald  o  d' ehi  fred. 

Rosa.  Basta,  al  eald  a  n'  fa  mal  quand  l' è  rot  da  qualch  piova,  e  adòss 
eh'  a  parlén  a  j  avén  un  gran  bel  frumént,  eh'  i  dis  eh'  a  s' in  fazza  vlnt- 
quàtar,  vintzinc  sment. 

darà,  E  al  furraanlòn ,  eh'  a  gh'  e  sic  panòé  par  gamba  !  e  il  vid  eh'  li 
è  carghi  d'  vò  da  sòianear  il  Urèi  1  e  la  canva. ..  In  soma,  se  Dio  al  man- 
tién,  a  gh  è  un  racòlt  sl'ann,  eli' a  n'  gh  è  memoria  d'om;  e  se  i  sgnori 
i  n'  fa  limosna ,  e  i  'n  dà  da  lavuràr  ai  artista  e  ai  uparari  st'  an ,  i  e 
indègn  dia  pruvidcnza.. ..  01,  a  sona  la  campanina  in  Dom:  a  vad  a  tór 
sta  messa,  e  pò  dop  a  turnarò  eh'  a  j  ho  na  cossa  da  dlrv  eh' a  n'  vói 
cir  r  a  m'  resta  in  gola. 

^osa.  Ben  :  mi  adcss  a  vad  a  bcvar  un  cafè  chi  sota  i  camarin  atàc  ala 
scalcia :gnì  là,  oh' a  v'aspèt  là. 


]||lraiid«l«f»e« 


Non  trovandosi  verùn  coiupoiììiiiento  a  stampa  in  dialetto  lui- 
randolese,  siamo  lieti  di  poter  offrire  ai  nostri  lettori  il  seguente 
Capitolo  inèdito ,  nel  quale  si  descrivono  i  pregi  della  città  di 
Mirandola,  comunicatoci  dalla  gentilezza  del  D/  Paolo  Ciardi. 


4)3  PARTR  SECO^ifDA. 

La  Zilla  dia  Miràndula. 

Capìtul 

Parche  mo  sta  zìiik  Ve  picculìiia  , 
Parche  a  gh^è  poca  zent  e  mane  qualtrìn , 
Parche  a  nass  l'erba  fn  strada  Capuzzina(i), 

Aq^  cardi  no  eh'  a  manca  al  pan  e  al  vin , 
E  ch^a  n^  agh*  sia  al  so  drilt  s' a  gh'  è  al  so  arvèrs  , 
E  dal  beli  e  dal  bon  più  d' un  puctìn. 

Chi  la  cgnòss ,  e  la  cgnòss  pr'  al  so  bon  vcrs  » 
Bisogna  eh'  V  in  dascorra  con  rispèlt , 
E  sustgnènd  al  cuntrari  V  è  lemp  pers. 

Am'*  flgùr  pr'  un  mumcnt  eh'  abbiadi  lett 
Al  Muratori ,  al  Tirabòsch,  o  almànc 
Il  Icttri  eh'  ai  so  dì  stampò  Puzzèt  (2). 

0  invéz  ch'abbiadi,  e  qucst  bastàrév  anr, 
Dil  \cà  scritturi  sol  un  qualch'  indizi  ; 
S' intindi  però  al  negar  miss  sul  bianc, 

Allora  a  psi  anca  vu  dàren  giudizi , 
E  buttarla  in  di  dent  a  chi  sraurflós 
Ch*  in  pàrian  mal  par  rabbia  0  par  caprizi. 

Dègh  pur  senza  pietà ,  dògh  in  t*  la  vós , 
Ch'av'  sustgnarò  anca  mi  fln  eh'  avrò  flà  , 
Parche  a  dirla  cum  l' è  n'  ho  pin  al  gòs. 

As'dis ,  e  al  so  par  zcrt ,  che  sta  zitta 
La  8'  trova  fabricada  in  t' al  pantàn  , 
E  eh'  r  aria  V  è  eattiva  purassà. 

Ch*  r  è  trop  avsìn  a  i  vali  e  fora  d'  man  .. 
Ch'la  n'  ha  dil  belli  Cà,  di  bei  palàzz , 
Insomma  eh'  1'  è  un  brutt  sii,  un  sit  da  con. 

Aro'  faz  cas  cum'  as'  possa  aver  mustàzz 
D' cunlàr  ai  nòstar  di  si'  il  fanfalucchi 
Da  vcndar  sol  ai  goni ,  doni  e  ragàzz. 

Quisti  jen  maldicenzi  vceci  cucchi 
D' chi  bei  umor  eh'  agh'  puzza  sotT  al  nas  , 
E  eh' an' dlstìnguan  fors  i  mlon  da  il  zucchi. 

Ma  an's'  arscaldèm  al  sangv  e  stem  in  pas , 
Lassèm  eh*  ognun  l' intenda  cum  al  vói , 
Ch'  an'  gh'  è  un  sug  d' inquictàrsc  par  stì  squas. 

(I)  Ampia  strada  al  levante  della  cillà  poro  frequcntau  dai  pass^gieri. 
(a)  Il  prof.  P.  Pompilio  Ponetti  autore  dellr  Lcllcre  Mirandi-lesi ,  che  pubblio  •»  ■»" 
((iornule  di  Firrnte  intitolato  VApf. 


DIALETTI    EMILIANI.  433 

L'  è  za  dar  cunf  è  ciar  la  liis  dal  sòl , 
Che  la  nostra  zillà'fii  un  di  un  CaMòl , 
Cirin  più  volt  A^  ingrandi,  ma  dop  un  pzól- 

Che  un  zeri  Ugo  Manfredi  ai  prlm  fu  quel 
Ch'ai  duminò  con  gloria  e  con  amor, 
E  al  rés  ben  più  eh"  al  n'  era  e  fori  e  i)cl. 

Che  la  so  Discendenza  avi  l^unór 
D' cmandiir  in  vari  sii  cir  agh'  tnccò  in  sorl . 
In  premi  d^un  gran  mèrli  e  valor. 

E  acsi  in  cai  temp  che  sf  Ugo  era  za  mort 
La  Sgnurìa  dia  Mlràndula  andò  ai  Pie, 
eh'  fissòn  chi  par  di  sccui  la  so  Cort. 

S' cran  om  dia  clavétta  e  s^  eran  rie  ^ 
Sapióni ,  ma  senza  boria  e  curaggiòs , 
S'  cran  Prìnzlp  vgnu  fora  dal  lambìc. 

Cai  Zvan ,  dsì  su  ,  cir  saviva  lantl  còs  (i) . 
E  eh'  fé  sì  gi-an  fracàss  par  tulTal  mond , 
Ai  fu  di  Prinzip  Pie  al  più  famós. 

E  cP aitar,  che  d'  dultrlna  Tera  un  sfond  , 
A  voi  mo  dir  al  pòvar  Zanfranzèsc  (t) , 
L'era  un  Pie  anca  In,  s'a  n' am' cunfònd. 

A  numinari  un  pr'  un  a  starcv  frese, 
E  più  s' a  viiss  cuntàr  luti  quel  eh'  i  han  fall  ; 
Bla  d^  andar  Irop  in  long  an'voi  e  an'  pese. 

Donca  sallèni  al  foss  tutr  in  un  Irati, 
E  lassèm  eh'  ognun  frlza  in  t'  al  so  grass  , 
Cb'  i  savi  an'  van  d'accòrd  mai  con  i  mail. 

E  se  pò  qualch  furbàzz  o  guardabàss , 
Sol  pr'al  gust  d' uièttar  mal^^iiss  dir  ch'adè^s 
li  cós  vceci  e  il  còs  novi  an'  van  d'  u»  pass , 

As'  pré  arspòndar  eh'  il  còs  il  van  l' istèss  , 
E  che  ai  callìv ,  al  bon  ,  al  beli  e  al  bruti 
Com'  a  gh'  era  una  volta  a  gh'  è  a  un  diprèss. 

Al  prim  nòstar  caslcl  fu  za  d istruii  , 
E  i  furtin ,  e  1  bastiòn  ,  e  il  torr ,  e  i  poni  , 
E  di  Pie  al  paiàzz  andò  squas  luti. 

Più  d'  un  marchés  a  manca  e  più  d'  un  coni  ; 
A  gh'  è  men  fra ,  men  prél  e  men  cunvènt , 
Infln  moiròpar  belli  è  andadì  a  moni. 

■  )  Il  cUrbre  Giovaani ,  couotciuto  >otlo  il  nome  di  Fenice  drg/i  Ingegni. 
a)  Gì«o-FranceKo ,   iii]H)tc    di   Giovanni    la  Fenire  ,   valrnlr   kcriltore   liilino   de'  iPinfii 
,  e  chiamato  per  runtrnso  dei  dolli  il  i'llernli<*imo.  Quoto  prinripr  mori  1iurl>arantiMilr 
linaio  dal  DÌpo(«  Galrotiu. 


h^h  PARTE  SECOiìDA. 

Ma  quesr  o  conta  poc ,  o  aif  conia  gnent , 
Parche  tuiril  zitta,  tuir  i  pacs 
Van  suggètt  cJop  un  pczz  a  cambiaméut. 

E  quand  sia  vera  eh'  do  volt  zinq  fan  dcs , 
L' è  vera  eh'  presi  o  tard  una  furtczza 
La  porta  dann ,  pauri ,  fam  e  spcs. 

An'sha  più,  an'al  cuntràsl,  la  cunlintezza 
D'aver  in  sta  zitta  prìnzip  e  Cort^ 
E  dì  sgnor  d' gran  pulenza  e  d' gran  ricchezza. 
Ma  a  s'  ha  invéz  dil  t)on  Cà  pr'  ogni  rappòrt , 
E  qualeh'  testa  eh'  a  n^  è  gnent  mamaluc^a  , 
Ch'  a  laminlàrsen  propria  a  s'  avrìa  tort. 

An'  pòrtan  più  I  duttór  spada  e  plrucca , 
Ma  i  fan  il  so  rizzelti  tant  e  tant , 
0  I  san  a  nicnt  al  Còdiz  e  al  Dc-Lucca. 
A  gh'  è  ehi  fa  di  vcrs  seri  e  galani , 
Chi  scrlv  in  prosa  e  fa  dil  pelizión , 
E  chi  spcrdga  la  terra ,  o  fa  al  inarcànt. 

A  gh'  è  i  so  fra ,  i  so  prcl  in  prupurziòn  ; 
Sori ,  tcàlar ,  scoli  e  la  gabella , 
Un  beirusbdài  e  un  Moni  ch'an'ha  passiòn  (i). 

Bell  cunlradi ,  beli  cesi  e  piazza  bella  , 
Bona  zent ,  e  eh'  a  dirla  an'  è  gnanc  brutta  , 
Màssim  chi  invéz  dil  bràgh  ha  la  slancila. 

Bon  vìvar  par  chi  spend  alla  roinutta , 
eh' a  costa  poc  al  grass,  al  vin  e  al  pan  » 
L' insalata ,  al  furmàj ,  i  òv  e  la  fruita. 

In  somma  a  sa  sta  ben  e  a  sa  sta  san , 
Sibbcn  eh'  an'  gh'  è  gry  zent  e  moli  quattrin , 
E  an'  avòm  gnent  d'invidia  a  chi  è  luntàn , 
Cuntcnl  d'esser  cj^nussù  dai  nòstar  vsln. 


Maiitovaiio. 

A  malgrado  delle  molte  nostre  ricerche  non  ci  riesci  rinvenire 
alcuna  poesìa  in  dialetto  mantovano  publiraia  colle  stampa' 
Per  riempiere  questo  vuoto  e  pòrgere  qualche  idea  di  quest<> 
dialetto^  offriamo  una  canzone  in  dialetto  rùstico  di  Gio.  Marv 
Galeotti^  poeta  della  seconda  metà  dello  scorso  sècolo,  i  co^' 

li)  Uiccu  &(ii1)ilimeuto  ihe  Cu  ]>n>sUn7C  griluilr. 


blALETTl   BNILIAM. 


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liti  del  quale  girano  ancora  manuscriUi  fra  le  mani  de' 
ncittadinì.  Queste  poche  poesie  èrano  dall'autore  destì- 
I  èssere  recitale  nel  carnevale  da  una  miliscliera  da  con- 
dair  autore  nominato  Gaspare  Testarizza^  gastàhidal  Gaz. 


ril  Carncàl  d' caìnjHifjna. 


CkyZO'HtTTX. 


l*è  ben  puvrctl; 
I  magna  clic  polenta; 
a  fnil ,  eli'  a  n*  al  gli'  à  leti , 
Jga ,  al  suda  ,  al  stenla  ; 
d  1*  è  riva  "n  co  d'  V  an , 
Dnt  \a  per  a  per  ; 
bI  tira  pr  al  gabàn , 
l'à  fati  con  i  so  fèr. 
lUà  dov  dir  a  s' poi , 
n'  r  è  òr  tutl  col  eli'  a  lus  ; 
è  tanU  e  tanti  vói 
.  pél  pili  gross  dal  bus. 
ssèl  o  pien  o  vód  , 
"e  allegra  è  la  campagna  ; 
lOn  temp  a  nòstar  mód 
nsùróm  con  tu  cavagna. 
temp,  0  dal  somnàr, 
>dàr ,  0  sia  dal  médar , 
lì  sempr'  a  cantar  ; 
al  crcd  ..  ch'ai  vaga  à  védar. 
Idem ,  rìiUm  da  bon  , 
'  fòm  nò  emod  tal  e  quai 
bocca  in  d' on  cantón  , 
a  gb^  poi  passa  i  corui. 
ài  r  è  dova  pò 
andóm  fora  d' carerà  ; 

In  su  e  chi  va  in  zò, 
bzi  i  par  'na  fera, 
sia  la  verità , 
1  eh'  a  n'  gh*  ò  M  calissón , 
phl  eh'  ò  chi  nota 
rv  sènlar  na  cnnzón. 


Za  eh'  i  à  avòri  di  mail  la  gabbia , 
Chi  pr  amor ,  e  ehi  per  rabbia , 
Tùli  è  fora  a  voltión, 
Fora  a  voltión. 
Fora  al  pàscol  tùiti  a  macca  ; 
Vaga  a  rubi  al  bo  e  la  vacca , 
E  li  pégorl  e  i  moltón , 
E  li  pógori  e  i  moltón. 
Al  gastàld  la  so  brassenla , 
E  'l  faltór  la  lavorcnta 
Mena  in  volta  a  fa  carnvàl , 
A  fa  carnvàl. 
La  gastalda  e  la  fattora 
Li  gh'  tegn  drò  bui-bel  d'agnora  , 
Par  cattar  l'òf  in  s'al  niàl; 
Par  cattar  l'òf  in  s*al  niàl. 
Quand  i  à  visi  pò  ianl  che  gh' basta 
E  in  s'al  dcsc  a  mnar  la  pasta , 
Ingrintàd'  i  torna  a  cà. 
I  torna  a  cà. 
E  i  famci  li  dama ,  e  '1  biólc , 
Ch'  i  are  drilt,  fazze  bel  sole , 
eh*  li  voi  far  patta  e  paga, 
Ch*  li  VÓI  far  patta  e  paga. 
PedarzòI  con  la  Menghetta^ 
eh'  s' èva  miss  la  socca  netta , 
Zó  d'an  pdagn  sblisghè'n  fan  foss 
Sblisghc  'n  fan  foss; 
La  s'  r  à  lulta  impacciurada  , 
E  in  f  on  spin  la  s' è  insprocada  ; 
La  s'  à  fati  on  briilt  sfarlòss  , 
La  s' à  fati  on  bruti  sfarlòss. 


426 


PARTE  SECO.^DA. 


S*  à  fa  sposa  la  Mariota 
Ch'  gh'  à  promiss  so  barba  in  dota 
On  co  d' àbit,  on  per  d'  nianz , 
E  on  per  d^  manz. 
Ma  n'  la  M  cred  la  putta,  e  s'  zura  , 
eh' se  Barnàrd  iia  gli'tòl  la  msùra, 
N'  andarà  M  negozi  ìnànz  . 
N'  andarà  M  negozi  inànz. 
Tant  e  tanl  la  fa  M  so  cónt 
AI  bùsògn  da  tegnr  in  proni , 
E  s'è  fall  on  leti  coni*  s' de, 
On  lett  com\s'd('. 
La  gh'  à  miss  d' penna  al  stramàzz  , 
E  M  fazzòl  soli'  al  piimàzz , 
E  'I  pontni  air  ass  di  pc , 
E'I  pontèl  all' ass  di  pò. 
Par  sta  sposa  ai  zimbol  sòiocca , 
Con  la  zent ,  eh'  a  par  la  fìocca 
A  trolàr  in  l'ai  filòzz, 
In  l'ai  niòzz. 
Sott  ai  fnil ,  o  airaria  squertu, 
S' tira  dentro  a  gamba  averta 
Om  e  donni  a  miié  e  a  rozz, 
Om  e  donni  a  mùò  e  a  rozz. 
Par  stoccada  e  par  cadena 
Gh\ì  la  man  la  Maddalena; 
E  Andriol  a  mnar  di  pè. 
A  mnar  di  pè  : 
Ma  n'gh' n'impatta  nsùn  la  Zuana. 
Quand  la  sbalza  a  far  furlana , 
Tant  par  dnanz,  cni'  a  cui  indrò , 
Tant  pardnanz.cm'acul  indrè. 
Andariol  gh'  à  una  fardura 
Sott  la  fubia  dia  zaulùra, 
Pr  andar  d'  noli  cn'  al  calissòn , 
Cn*  al  calissòn; 
Ma  gh'  n*  è  tanli  che  la  sguazza, 
Gh'  à  brùsà  liilt  la  gavazza  . 
E  intacca  lin  al  zoncón , 
E  fnlaccà  fin  al  zoncón. 
Msir  Zampàolo  dal  Trambàj 
Ball  la  luna  e  magna  V  àj , 
Par  la  Filippa  eh'  a  gh'  fa  'I  miis. 
Ch'a  gh*  fa  'I  mus; 


Parche  al  gh'  fé  la  gamliarola 
In  i'  al  ball  dia  spazzarola . 
Ch'  la  mostre  Con  ,  Ron  e  Bus, 
eh'  la  mostre  Con ,  Ron  e  Bó«. 
A  chi  pias  a  far  i  zog 

Va  in  r  la  stalla  o  press' al  ff>g, 
eh'  s' a  gh'starìd  Infìn  eh'  a  s'mòr, 
Infin  eh'  a  s' mor. 
S'  fa  volar  a  man  calcadi 
Pùgn  ,  pzigón  e  scùlazzadi, 
E  s' a  gh'  dis  :  Tò  sii  *l  niè  cor' 
E  s' a  gh'  dis:  Td  su  *1  niè  cor. 
La  Catrina  e  Toni  Pigor, 
Zugolànd  a  sconda  liffor, 
I  s'  à  scós  In  l'ai  pajér. 
In  Tal  pajér; 
Ma  so  meda  gh'  V  ù  catlada  . 
eh'  l' era  tiitta  sbarùffada  ; 
La  vcns  rossa  cmè  'n  sbrasér . 
La  vcns  rossa  cmè  'n  sbrasér. 
A  n'  sa  fniss  mai  la  ganzega , 
eh'  un  fa  vista  d' caitàr  bega  , 
E  la  lum  l'arbalta  zó, 
L' arbalta  zó. 
K  li  donni  sa  sparnazza  , 
ehi  sa  scónd  in  V  la  navazza . 
ehi  in  r  la  gruppia  ,  e  s'fa  cò-cò. 
ehi  in  i'Ia  grùppia,c  sfa  còro. 
Al  razdór ,  eh'  a  n'  \òl  Impcgn  ^ 
Va  zigànd  :  Li  man  a  sègn, 
Tanl  eh'  a  batta  1'  azzalin  , 
L' azzalin. 
Ma  gif  n'  è  d' eòi  eh'  vegn  alli  brutti. 
E  li  vecci  dis:  Su,  piìtii , 
A  palpòn  zarchè  M  siopin. 
A  palpòn  larchò  '1  stopia 
Al  carnvàl  l'è  na  ciicagna, 
L' e  'I  ver  gòdar  la  campagna . 
eh'  i  patron  a  n' gh' è  pr  I  pf  • 
A  n'gh'è  pr  i  pè. 
Cosi  rè  'I  tempch'qualch  pass  d'l*g«* 
Passa  in  piazza  la  rassegna, 
E  sa  «iguazza  ìntin  ch*  a  gh'n^'- 
Infin  eh' a  gh'n'è. 


DIALETTI   EMILIAMI.  K^7 


onc  lutti  in  allegrìa , 
sul  còl  lassóin  la  brìa , 
l  boti  tcmp  r  è  tutl  par  nii , 
L^R  tiilt  par  nii. 


Zóviii ,  vecci ,  nclli  e  broclglii , 
Cam  e  pèss ,  e  oss  e  codgbi , 
Fóma  tQtt  on  su  par  su , 
Foma  tiitl  on  sii  par  su. 


faggio  del  dialetto  di  città  valgano  le  due  seguenti  sestine 
nosciuto  autore,  le  sole  che  ci  fu  fatto  di  rinvenire. 

Corri  chi ,  corri  chi ,  vèè  e  glovnòtt . 

A  tor  scòla  corri  dal  me  macstar; 

Trovar!  la  panada  e  'I  pan  biscòtt  . 

Ch'  alla  fam  brutta  mettarà  'I  cavrstar , 

E'I  spìril  purgarì,  gh'avrì  la  scola 

Par  lessar  on  bon  fln  sema  la  spola. 
A  dsì  dimàn  ?  Dimàu  sarà  V  istèss , 

Sibbèn  eh'  on  giòran  sol  n'  al  sia  gran  cosa  ; 

Quand  è  rivà'l  dioiàn,  Tlncó  d*adc8s 

1/  è  in  fum  ,  n'  al  torna  pfii ,  né  'I  temp  riposa  ; 

Istèss  r  è  dop  dimàn  ,  e  acsi  |icr  dia 

Press  i  anni  dPozi ,  e  quei  del  ben  va  ^ia  ! 


(iRUPPO    Pariiigiano. 

Parmlf^lano. 

i  pochi  cenni  premessi  a  questi  Saggi  sulla  letteratura  vcr- 

a  parmigiana ,  abbiamo  appuntata  la  mancanza  totale  dì 

onimentì  di  qualche  pregio  e  meritévoli  d'  èssere  inseriti 

nostra  raccolta;  ciò  nulladimeno,  e  per  sopperire  in  parte 

sto  vuoto ,  e  perchè  lo  studioso  abbia  un'  idea  più  chiara 

natura  e  delle  forme  di  questo  dialetto  ^  abbiamo  avvisato 

rgergli  il  brano  d' uno  fra  i  meno  insipidi  Diàloghi  del  lu- 

pel  4850  intitolato:  //  slrelii  visuradi  con  la  rocca  da  la 

iga  da  Paiioccia.  A  questo  poi  abbiamo  aggiunto  una  ver- 

llbera  della  Paràbola  del  Figlio  pròdigo^  in  prosa  parmi- 

,  redatta  sull*  odierno  frasario  vernàcolo. 


hW  PARTE  SE£0?IDA. 


Di 


A  LEO. 


La  Fodrifja  arrka  a  vàj  e  la  rasótina  acsì  da  le. 

Sia  lauda  al  Zcl ,  eh*  a'  son  a  cii ,  e  eh'  a  jarò  fors  fni  d^  andar  in  girón 
pr  stamatléina-  A  propòsiti  eosa  magnaròja  nio  ineò?  Agh^  à  da  ìsser  un 
po'  d' fa  rei  n  a  d*nie!ga,  e  l)Ognarà  far  un  po'  d'poléinta,  zaechè  an'gh'è 
ater.  Al  mal  guai  ìsser  povrèll!  Al  dì  d' ineò  as'  fadiga  dall^  mattéinaalla 
sìra  enic  i  àsen,  e  pò  quand  l' è  óura  d'  disnar,  grassa  eh'  la  cóula  s**  a  gh'è 
un  po'  d'  poléinta  conza  eou  V  àira  dia  fnestra.  Ah!  dov'  è  mài  andà  eo  dì 
che  s'  as'  fava  un  servìzi  a  von,  as'era  sicùr  d' ciapar  o  un  tvajolclt  d'fi- 
rcina,  o  una  bocetta  d' véin,  o  alla  pu  baronna  on  panctt!  Allóura  sì  ctr  Vtn 
un  bel  vìvar,  e  am'  trovava  propria  contéinta  d*  ìsser  vgnuda  In  zìttida; 
mo  adèss  as'  gira  alla  oiidenia  manera  •  e  pr'  al  pu  as^  ciappa  di'  obligi 
pr  adessa ,  wnC  arcordarò  jx)  d' vu^  as*  vedrtnia  pò  ^  e  col  dì  n'  vcn  mài. 
Basta  :  pr  sti  quàtter  dì  d*  invàren  bognara  avéir  pazienza,  e  tirar  Vk,  dm 
s'  agh'  son  sta  prlniavéira^  a  eiap  propria  su  la  niè  roeca,  e  am*  in  Ioni  a 
Fanoeeia...  {picchiano  alt*  uscio).  Chi  è  mo  st'seeca  fastidi  a  sróura? 

^sia.  0  Fodriga  ,  siv  in  ea  ? 

Fodriga,  Agh'  son  mi  ;  chi  e  eh'  m*  zerea? 

Asia.  V  è  l'Asia ,  eh'  v'  ha  da  dir  na  parola. 

Fodr.  (apre)  Ah!  siv  vu,  Asia?  Vgnì  Inànz.  Cosa  gh'ivi  d'bel  da  contàrcm? 

Asia,  Meni  affàt  ;  a  son  gnuda  a  disnàr  vose  mi ,  s'  am  gh^  vrì. 

Fodr.  A  vgnì  propia  a  bouna  man  vu;  guarda,  eh' a  gire  ancora  al  gatt 
in  t' la  zendra  eh'  al  dróma. 

Asia.  Oimà!  donea  la  va  mal  mondbéin 

Fodr,  D'  pcz  la  n'  porre  andar. 

Asia.  Ma  !  l' è  aesi  per  tutt  ;  s' a  savìssev  I  me  guài... 

Fodr.  Oh  !  tasi  pur  .  s'  an'  gh'i  àtcr  da  contàrcm  che  di  goal ,  pirthè  io 
séint  anca  trop  tut  al  di. 

Asia.  Quand  l' è  aesi  tascma  pur.  Oh  siv  mo  eosa  a  son  gnuda  a  far? 

Fodr,  MI  no  eh'  a  n'  al  so ,  s' an'  m^  al  dzì. 

Asia.  A  j' avi  da  savcir,  eh'  a  son  passàda  pr  boury  di  li  aM,e  agk'en 
alla  fnestra  la  siora  America  Bcllaboeea,  e  la  m'hu  clama,  dsèndem  ch'agh' 
faga  al  servizi  d' gnìr  da  vu ,  e  d' dìrcv  eh'  andà  là  subii  da  lè ,  eh'  V  ba 
premura  d'  parlar  vose. 

Fodr.  Oh!  eosta  m^  despiàs,  pirehè  arrìv  giusta  in  cà  adessa,  e  am^  sifSt 
far  un  pò  d'  poléinta,  pirehè  a  n'em  son  ancora  civada. 

Asia.  Eh!  andà  là  dalla  siora  TIséin..  eh' l'è  vscin  a  óora  d^  dÌsoir»e 
rè  probàbil  eh' av' tocca  quél  anc*a  vii. 

Fodr.  Basta  :  andoma  pur  (a'  incamminano).  S'  a  fuss  cmè  na  velia,  Vk 
sicura  eh'  a  disnarò  anca  mi;  ma  téimp  era  e  trimp  è:  chi  sa  s'Ia  gh'n'ba 


OIALErri   EHILIAFII.  42(r 

iianca  pr  le ,  pirchè ,  povrctla ,  al  di  d' inco  la  ir  è  miga  pu  colla  d' na 
volta. 

jisia.  Al  so  anca  mi,  eh'  la  s' gh'è  miidàda;  ma  so  dan:  an'  m' in  sa  brisa 
mal ,  perchè  la  s' è  ardusida  acsi  pr  al  so  poc  giudizi. 

Fodr,  Eh  sicura  eh'  la  s'  è  cava  1  so  caprizl.... 

jésia.  La  s'  i  è  cava,  e  la  sM  a  cava  ancora  a  forza  de  zòg  detesta.  Il  belli* 
cosi  m'  piasrén  anca  a  mi;  mo  a  fag  al  pass  cmed  è  la  gamba ,  v.  a  lass 
andar  adrè  al  modi  chi  n'gh'à  alter  da  pinsàr. 

Fodr.  Eh  purtròp  Ve  vcira  eh'  la  spéinda  tut  in  cargaduri. ... 

j4si(i.  La  gh'à  pò  anca  un  mari,  eh'  V  è  al  re  di  ciolón  ,  che  n'  pensa 
cb'  a  magnar,  e  al  la  lassa  fiir  tut  col  eh'  la  vói. 

fbdr,  A  gh'  avi  rasóun  ;  V  è  propia  un  pappa  e  tas. 

^sia.  Guarda  s' al  poi  èsser  d' pu  bon,  pr'  n'  dir  alter.  Za  av' arcordarì, 
che  st'  isià  la  s'  fi  scurlar  tutti  1  riss,  eh'  la  pareva  na  cràva;  è  vcira? 

Fodr.  Am'  n'  arcòrd  ;  e  am'  figùr  eh'  la  sarà  acsi  anca  adessa ,  pirchè  i 
cavi  q'  fan  miga  acsi  presi  a  gnlr  su  — 

jlsia.  Eppur  Inco  a  la  vedri  con  un  bel  zignón  tacca  su  con  un  pètten 
d^azàl  ch'straziga,  e  tant  trezzi  tut  vojàdi  d'intóurna  alla  testa,  con  na 
panerà  d' riss  pr'  i  dormidóur ,  e  da  lontiin  lu  par  propia  eh'  V  abbia  la 
inascra. ... 

Fodr.  eh'  at'  magna  i  lov  !  Cosi  voi  dir ,  eh'  la  s*  sarà  fatta  far  un  pirruc- 
cbéin  ,  e  chi  sa  cosa  al  gh'  è  mai  costà  ! 

Jsia,  Figuràv  1  L' è  vcira  eh'  la  n'  ara  paga  alter  che  la  fattura ,  perchè 
col  bon  om  d' so  mari  l' ava  erompa  di  cavi  per  fars  na  parucca ,  ma 
per  contlntàrla  al  gh'  i  à  dona  a  le. 

Fodr.  A  so  béin  eh'  am'  burla. 

Jsia.  An'  bùrel  brlsa;  e  s' av'  ho  da  dir  la  vrità,  al  m*  al  conti  lu  l'alter 
di  ;  anzi  am'  fi  maravia  ;  e  lu  m'  di  per  risposta,  eh'  l' ava  fat  pr  contln- 
tirla ,  e  pr  avéir  la  pasa  in  eà. 

Fodr.  Ahi  a  cred  béin  eh'  agh'  in  sia  al  mond  di  mamalùc.  mo  di  com- 
pagn  del  sgnóur  Mogol  an'  s' In  trova  d'  sicùr.... 

Jsia.  Ehi!  vdila  là  alla  fncslra  l' amiga,  eh'  la  v*  aspetta. 

PMr.  A  la  ved  mi.  Post  arrabir!  Mo  cos'  è  eia  cosa  rossa,  ch'l'à  in  co? 

jisia.  S' an'  m' ingànn ,  l' è  un  bochèt  d'  fióur  félnt. 

Fodr,  A  m'  è  d' avis  anca  a  mi  ehi  ja  sicn  fióur  fclnt. 

Atia.  La  s' Jà  miss  in  tànt  eh' a  son  gnuda  da  vu.  Bisogna  dir  eh' l'abbia 
vist  qualedon'  allra  con  al  bochèt  in  co,  e  agh'  in  sarà  gnu  vdja  subii  anca 
a  tè.  Matta  afondradóuna  ! 

Fbdr.  Ah  !  béin  eh'  agh'  avi  rasóun  ! 

j4sia.  Oh  mi  a  vag  zo  d' ehi  da  bóurg  Monlasù,  perchè  a  j' ho  d' andar 
dà  una  ibè  amiga. 

Fùàr.  Audi  pur,  la  me  Asia  ;  sta  béin ,  e  a  liéln  arvèdrcs. 

^M.  Si;  av'gnirò  pò  a  trovar  eh'  am'  eonlari  cmed  la  sarà  andàda  pr'  Al 


h^O  PARTE  SECONDA. 

Fitdr,  Vgiii  pur,  ma  a  j'  ho  pagura  cb'  la  vòja  ìsser  bianca  {da  sé),  km* 
gnirè  bcin  la  lóuna,  s' la  m'  maiidàss  in  giròn  senza  prima  dàrem  qualcosa 
<la  zivàrem.  lUa  mi  a  son  capazza  d'  dirghel,  eh'  a  son  debla  cmè  un  strazi, 
pirchè  al  proverbi  dis ,  eli'  la  rana  è  senza  cova ,  plrchè  la  n'  la  droandì 
{arriva  iotlo  la  finestra).  Bondi  sgnoria,  sgnóura  America. 

america.  Olla  Fodriga.  Gnì  pur  su  eh'  V  e  un  pezz  eh'  av'  aspètt. 

Fodr.  A  ven  sùbit  (entra  in  casa).  A  son  ehi  mi;  cosa  cmandla  dai  M 
me? 

jémer.  Mi  a  j' ho  bisògn  eh'  ani'  fa  un  servizi ,  ma  sùbit. 

Fodr.  eh'  la  diga  pur,  sgnóura. 

yimer.  A  j' avi  da  savéir,  che  la  stmana  passiida  a  compri  st'  sciai  chi, 
mo  mi  al  n'  m'  piàs  pu  ,  e  am*  in  vòj  desfar  ,  perché  l' e  un  colóur  trop 
sfazza ,  e  tutt  m' dìsen  eh'  1*  è  da  persóuna  ordinària  ;  però  vu  am'  avi  da 
far  al  servizi  d'  andàrmel  a  vénder ,  e  pò  porlàrem  chi  sùbit  col  eh'  a 
ciaparì,  eh*  an'  ho  vist  di  bei  in  mosti-a  in  t' la  bassa  di  Magnan ,  ^  a  lag 
coni  d'andàrmen  a  tór  von  tanl  ch'i  gh'én. 

Fodr.  Eh!  mo  as'eiaparà  poc,  vedla,  d'coslch'en  chi,  plrchè  l'  e  béìD 
véira  eh*  l' è  nóv,  mò  za  la  sa, che  quand  la  roba  è  fora  d'bottéiga,  e  ch'a 
s*  zerca  d'  véinderla.... 

^mer.  A  so  cosa  a  vri  dir  ;  mo  mi  au'  ni*  imporla  d'  niént,  e  an'  al  vòj 
pu  brlsa  droviir. 

Fodr.  An'accór  aler,  e  la  sarà  servida.  Ch'  la  diga:  cosa  gh'  costil  quand 
r  al  erompi? 

/Imer,  Al  marcànt  m'  dziss  ch'ai  vreva  na  dobla.... 

Fodr.  Uh  diàvel!  A  m'è  d'avìs  eh'  la  gh' abbia  dà  tropp. 

^mer.  An'  I'  ho  miga  ancora  paga,  perchè  al  fi  notar  alla  partlda  d'  me 
mari... 

Fodr,  Oh  donca  1'  è  sicura  che  al  marcànt  gh'  ha  dà  dèbit  d' na  dobla 
pirchè  al  n'  vrà  miga  scrìver  pr'  ngotta.  La  véira  l' è  d' andar  d'  accordi 
prima  d'  portar  via  la  roba  da  la  i)Ottéiga. 

/imer.  Oh  mi  pò  am' basta  d' avcir  la  roba;  a  tocca  pò  a  me  mariivéir 
giudizi  in  t'  èl  pagar. 

Fodr.  Mo  n'  sàia  eh'  l'è  d'grazia  a  ciapàr  na  colonada  d'sf'fazzolèttchi? 

^mer.  Ebbcin,  pazienza;  mi  za  av'torn  a  dir  ch'an'al  vòj  pu. 

Fodr,  Béin ,  béin ,  sgnóura  ;  mi  a  farò  col  eh'  a  porrò. 

^mer.  E  pò  bisognare  eh'  andàssev  anca  dalla  me  scoffiara,  e  ch'agh' 
dzìssav,  eh'  la  m'  portàss  in  za  von  d'  chi  capléin  alla  mamalucca  d'ultaa 
moda,  e  arcmandàgh  eh'  V  abbia  un  bel  burlòn  eh'  daga  dia  grazia  al  BMh 
stàzz. 

Fodr.  Eia  ancora  la  sòlita  la  so  scoffiara? 

jlmer.  Sicura;  oh!  an'gh'  è  dubi  ch'a  la  lassa, perchè  la  lavòura  d'boa 
gust.  Am'  son  stuffàda  d'  portar  sta  petnadura ,  perchè  bisogna  star  dil 
iòur  alla  toletta  pr  comdàr  i  cavi ,  a  II  trezzi ,  e  dil  volt  am'  scapa  k 
pazienza. 


DlALhiri    LMILIAM.  4l  3  1 

Fodt'.  Eli!  sicura  e  ir  agir  vrù  del  Ininp  luondlMMii . . . 

Amer.  E  pò  u  dirvla,  am'è  d'avìs,  eh' a  i  abbia  da  piaséir  un  pò*  pu 
con  el  caplcin,  perchè  a  ved  dil  brulli  cosazzi ,  che  quand  ì  àn  al  capléin 
in  co,  il  n'  paren  pu  lóur.  E  \u  cosa  dziv,  Fodriga?  Slaròja  pu  béin? 

F\)dr,  Eh,  mi  a  n'eur  n*  inlèiid  miga  d' stil cossi.  L'  è  mèi  eh'  la  s'  metta 
al  caplcin  in  co ,  e  pò  eh'  V  in  zerca  coni  a  cu  zovnòt  eh'  vènin  alla  sira 
in  convcrsazióun . . . 

Aìner.  Mo  v'  para!  Chi  buiTonàz  le  i  sarcn  capàz  d*dìrcm  eh' a  stagbcln, 
e  pò  derdè  al  spalli  rìder  cmè  i  malt. 

Fodr,  Basta;  eh'  la  foga  le. 

jéììier.  Oh  !  Ioli  un  |>o  al  sciai ,  e  andii  bel  e  presi,  e  porlam  di  dinar  su- 
bii, eh'  a  possa  |H)  andiirem  a  crompriir  si'  alter ,  colóur  d' lillà. 

Fodr.  Mo  sgnóura  an'  gnirò  miga  indrè  acsì  subii,  pirchè  V  ha  da  savclr 
eli'  an'  ho  ancora  zivà ,  e  fag  coni  d'  nndiir  prima  a  ea  a  fiirem  un  po' 
d'  polcinta 

j1mcì\  Oh!  si  dabbòn  eh'  a  vuj  aspiar  tant  !  piittòsl  anda  dadlà  da  me 
mari ,  e  dzigh  da  parta  mia.  eh'  ni  v'  diiga  un  toechèl  d' pan  ,  e  un  pò* 
d'brasolla,  e  magna  bel  e  presi  un  bcon,  e  pò  anda  subii,  perchè  mi  agli' 
Ilo  prcssia. 

Fodr.  Oh!  pr  mi  a  son  pu  contéinta  acsi,  la  sgnóura,  e  al  Zel  gh'  Tar- 
mirta.  Adessa  andare  donea  dadla  dal  sgnóur  Mogol  a  fiirem  dar  col  cb*la 
m'ha  dil ,  e  quanl  a  j' abbia  magna  un  bcon..  a  vo  subii. 

Amer,  Anda  pur  ,  e  Hi  prest. 

Fodr.  passa  in  cucina.  Bondì  sgnoria,  sgnóur  Mogol. 

Mogol.  Oh  veh!  la  Fodriga!  Cosa  vói  dir  ch'am'  si  gnuda  a  Iroviir? 

Fodr.  Am'  ha  manda  ehi  la  sgnóura  America,  e  l'ha  dil  ch'ai  m'  diiga 
un  locchòl  d'  pan  ,  e  un  po'  d'  brasiìiia  (\a  fiir  clazióun. 

Trndttzionr  lihvra  deìln  Paràbola  del  figlio  pròdigo. 
Tòcc  dvl  ynnricU  scritl  da  san  Luca. 

m 

Acadi  una  volta  che  nòster  Sgnóur  s*  miss  a  contar  ai  Parise  e  ai  DoU 
lóur  de  eia  legia  d'allóura  al  fntt  eh' av""  vag  a  dir. 

A  véns ,  che  un  om  gh'ava  du  lìó; 

E  al  pu  piceén  ,  eh'  era  al  pu  bardassón ,  ciapì  so  padr  e  al  gh^  andì  a 
la  eurta.  Papà,  a  vói  la  me  parta.  Adessa  pr^illóura  dàm  la  me  roba, 
cif  am"*  porrà  locar.  Cosa  vriv?  Al  piidr  eh'  era  bon  s' agir  è  mill  sia  padr, 
scomparii  la  so  roba  a  scadavón. 

Ma  n' passi  miga  né  niéis  nò  ani.  che  col  birlchiniizz  al  fi  fagóUdUutri 
»ò  dinìir  e  d' tutt'  i  so  fogn,  al  s"  butti  per  viàz,  e  gira  che  le  gira.  Pandi 
in  t'un  pars  lonlan  lontan  a  cii  del  diiivel,  dova  a  forza  d'dàr  aria 
al  moncidi,  de  s^Mggiiir2>la  v  d' di\ertirsla  a  quel  biondo,  e  per  fnirla 

31 


432  PARTE  SECONDA. 

c  per  scurtarlu,  d' fHU*  una  vitu  da  ruAanàzz  e  da  coiisuiuón,  al  dì  food  a 

tuU. 

E  dop  eli'  ai  s' fu  magoà  al  coit  e  'I  crud ,  a  vcns  ia  col  sii  na  gru 
miseria,  cbo  tult  j' ero  parta  mori  e  parta  mala  da  la  fam  ;  e  anca  la  «1 
cmiazì  a  ballr  il  so  bajonetti. 

Al  s"  deslòss  donca  de  dMa ,  e  V  andì  a  fiiir  eh'  al  s' miss  a  patròo  eoi 
von  d' chi  castlàn ,  eh'  al  l' ar  arflli  par  faDièi  in  V  la  so  possióo  con  coli 
eh'  r  andass  adré  ai  gozéin. 

E  al  ne  vdeva  V  óura  e  'I  momclnl  d'  podérs  dcsfamàr  a  so  voJa«  magan 
anca  con  la  gianda  con  il  gussi  e  lutt ,  parli  a  la  magnava  i  gozéin  ;  ma 
an'  gh'  era  vers  ne  manera  ;  al  nMn  podcva  avéir  gnanca  d' cola. 

Donca  al  torni  a  calar  giudizi  pinsiind  ai  so  guai ,  o  cmiiizand  a  dirs 
délntr  d'  1u  :  Quanti  agli'  n'  è  mài  di  sbrodgón  a  ci  d'  me  padr  ben  pagi 
a  ben  vestì,  eh'  i  gh'  àn  del  pan  a  balùc  eh'  i  s' al  lìren  adré,  e  mi  a  son 
chi  slangori  eh'  ani'  seni  a  morir  da  la  fam  ! 

Am'  toro  su  bel  e  prest,  e  a  slongarò  da  me  padr  e  agh'  dirò:  Papa,  a 
gh'  ò  un  gran  pcà  adòss  contra  d' Col  eh'  sta  lassù  ,  e  contra  d' vu. 

Mi  a  soo  indcgn  d' sintìrm  a  mintvar  per  vòstcr  flol.  Fa  coni  eh'  a  sia 
un  vòster  scrvilór,  e  trattàm  partì  a  ja  traila  tutti  in  ca  vostra. 

E  tolcnds  su  bel  e  prest,  al  slonghì  da  so  padr.  Con  tutt  eh'  l'era  loolàn 
eh'  al  s'  podeva  a  pcina  veder,  so  padr  al  la  slunii  in  t'  al  moment.  Agh' 
véns  un  magón  cmè  d'  piànzer,  al  gh'  corri  incontra,  e  sailandegh  con  i 
brazz  ai  col ,  al  la  quntì  d' bas. 

E  al  flòl  sùbit  al  s'  miss  a  dir  :  Papà,  a  gh'  ò  un  gran  i>cà  adòss  contra 
d'Col  eh'  sia  lassù ,  e  contra  d'  vu.  Mi  a  son  indègn  d' sintìrm  a  miolvàr 
per  vòster  fiÒI. 

So  pàdr  allóura  fi  córrer  tutta  la  servilo,  ditt  e  fall,  e  s' miss  a  sbrajàr: 
Tocca  su  a  la  svelta,  portàgh'  i  pagn  da  la  festa,  e  metil  in  gala;  figh  far 
bela  figura  con  un  anòl  de  dianiànt ,  e  catàgh  dil  scarpi  novi  da  mòltcrs 
ai  pé. 

Corri  a  la  siala ,  dà  d'  man  a  col  vitèl  eh'  e  ben  apasta,  mazzàl  e  cusi- 
nàl;  a  vói  eh'  a  maguéma  e  eh'  a  féma  goghetta. 

J>erehc  si' me  ragàzz  ch'era  mori  e  supli,  l'è  viv  e  rlsussità;  l'era 
andà  pers  eh'  an'  s' sàva  pu  dova,  e  a  P  éma  catà,  eh'  an'  para  gnan  vcira. 
E  i  s' missn  a  tavla,  e  i  prinzipìn  a  dàrgh  dcintr,  e  a  star  alégr. 

As'  di  nio  'I  càs,  che  'I  lìdi  pu  grand  tornì  d'in  t'i  camp,  e  in  t'cl 
coslars  damaniman,  al  sintì  l'armóur  dia  géinta  eh' vosava  e  eh' saltava, 
baiava ,  e  scavalznva  per  tutta  la  ca  eh'  agh'  pareva  al  traperi 

Al  clami  donca  von  d'chi  servitòur  eh' cren  per  rivera,  ealghedmandì, 
ros'  era  mo  col  gran  lananàj. 

Al  servitòur  gh'di  per  risposta:  'N  savìv  mo?  Vòster  fradèl  pu  picci^n 
ch'era  andà  pr'al  mond,  i'c  mo  torna  a  cà  lu,  e  vòstcr  padr  eh'  Vk  vìM 
eh' al  sta  ben,  al  gh'à  gust,  e  Tà  fai  mazàr  al  vitèl  apasta  per  far  akfrb. 

Quaud  l'avi  sinlù  acbì ,  1*  andì  in  fumana,  e  al  miss  zò  von  de  chi  mus. 


PIALETTl   EMILIANI.  i|33 

che  a  diri  Tè  niónt,  e  al  ne  vrevn  pu  savéir  d'  mettr  pé  in  cà,  uè  luiga 
nò  brisa.  So  pàdr  donca  al  salti  fora,  al  se  gb^  fi  solla  con  bóuna  mancra 
e  al  cmlnzì  a  dir  :  BIo  la ,  lassa  andar. 

Ma  lu  tutr  ingrugnà  al  dì  per  risposta  a  so  padcr.  Tolì,  j' én  ani  e  ano- 
reo  cb'  a  fag  al  strusslón ,  e  ch^  av'  vcgn'  adrc  a  us  d' un  can  per  servirv, 
e  per  contintàrv  in  tult  e  per  tuli;  e  col  cravèlt  da  godr  con  i  me  cama- 
rada ,  eh'  a  possa  dir  ch^  am'  V  avi  dà  vu  per  regài,  a  Pò  ancora  da  veder. 

E  sior  si ,  che  Inco  ch^  av'  torna  a  cà  a  romper  al  fastidi  sV  àter  balòss 
(Dio  ni'  pcrdóuna  s'  a  pec)  eh'  n'  à  fatt'  d' ogni  erba  e  fass,  e  eh'  V  à  slovà 
a  rotta  d'  col  tutr  al  so  con  dil  porchigni ,  per  lu  mò  a  sfonda  11  lozi ,  e 
per  In  a  fa  mazàr  al  vitèl  pu  grass  d' la  stalla. 

Ma  so  pàdr  al  gh^  rispóus  sùbit:  Scinta,  al  me  ragàzz;  mi  a  Tò  sóimpr 
dnànz  ai  ci;  ti  at'  sia  in  cà  d' tò  pàdr,  e  la  roba  d^  tò  pàdr  Tè  roba  tova; 

Ma  tò  fradòl  V  era  za  mort  e  suplì ,  adcssa  T  è  vlv  e  risuscita  ;  l' era 
undà  pers,  eh'  an'  s' sàva  pu  dova,  e  a  l' ama  catà  cV  an'  para  gnau  véira. 
Donca  r  e  giusta  ,  an*  s'  podcva  a  mane  de  n'  star  alégr  e  de  n'  far  go- 
ghetta  partì  a  j' ama  fati. 

Piacentino. 

1630.  Abbiamo  riportato  nei  precedenti  cenni  istorici  alcuni 
brani  che  adombrano  il  dialetto  piacentino  nei  sècoli  XIII  e  XIV; 
e  vi  abbiamo  ricordato  alcune  poesìe  del  canònico  Maurizio  Cor- 
teniiglia  ^  scritte  nella  prima  metà  del  XVII  sè(*x>lo ,  che  soggiun- 
giamo qui  appiedi.  Sono  esse  inserite  nella  Grillaja  di  Scipio 
Glareano  (rAprosio)^  e  propriamente  nel  Grillo  F'II^  intitolato: 
De*  Plagiarìij  o  sia  degli  usurpatori  dcfjli  altrui  componimenti. 
Ivi  è  detto  ^  che  uno  de'  Plagiarii  fu  certo  Guglielmo  Piati ,  il 
quale  solca  tramutare  il  proprio  nome  coli*  anagramma  in  Gle- 
mogilo  Talpi.  Contro  costui  fu  scritta  la  Talpa  plagiaria  ed  una 
serie  di  componimenti  di  varii  scrittori^  tra  i  quali  appunto  i  due 
seguenti  del  Cortemìglia.  Nel  primo  il  poeta  introduce  il  Talpa 
stesso  che  tenta  escusare  il  proprio  plagio,  ed  al  quale  il  poeta 
risponde  : 

Plati. 

Un  eh'  arcopiàss'  un  quàdr 
D'  Tiziàn,  de  Bonaròtt ,  o  Pardonòn, 
^'siin  poràv  zamài  dì ,  eh'  ar  (i)  flss  un  làdr  ; 
Hi  prchc  a  V  occasiòn 

(l)  Jr  per  rwlìcolo  e  pel  ])roaoroc  prr^oiiiilc  ù  voce  UiUavìa  io  uso  nei  moo  ti  pacco  lini. 


lÌ?ih  PARTE  SECONDA. 

Am'  vals  de  qiiarch  concL'll  ad' seri  schirlòr, 
La  zcnt  f&  tant  ià  iù , 

Digànd ,  eh'  a  meri  la  scova  e  la  barlenDa , 
E  anca  la  forca  •  coni'  sassìn  da  slrà  ! 


Poeta. 

Msé  Talpa  ,  a  v'  inganè  , 
di'  ar  mond  n'  è  osi  catliv  , 
Cuia  fos  n'  av'  pcnsc  ; 
Zpedi  la  somlanza  d'  dcpentór  ; 
L*c  óna  prfurla  eh'  an'  vai  un  ciù  ; 
E  savi  ben ,  eh'  ar  non  è  bon  armedi 
Drova  dll  frasche  pr  acquatar  ar  sedi. 
Pias  eh'  a  V  la  daschicnna? 
I  v'  discn  làdr ,  perchè  a  fò  pr  figura 
Di  originai  eh*  n'  én  vos ,  vossa  fall  tira. 

Sonetto 

Vardc!  pr  avéi  tot  zò  da  iin  libarzòl 

Quàtter  righ ,  tant  mariim ,  e  tant  rò  rò . 

E  andà  in  sa  e  in  là  quaìnd  Zorz  e  Grigòl , 

E  stracca  ar  mond,  ne  mcn  finìla  in  co! 
Fé  cont ,  eh'  i  niè  sermón  slen  tant  briòl 

Da  bìjrattén,  o  pur  tant  góeciarò  ; 

Batzèi  anca  ,  s'  a  vii ,  par  bandirei 

Fatt  tùtt  de  bastaiùr  e  de  pzò  ; 
Sia  ben  ;  ma  sti  lavór ,  s' a  guardò  fiss , 

Pr  r  ordinari  a  i  cn  cusi  esc  ben, 

Ch'  asquàs  nan  la  eùsdùra  n'  a  s' cognìss. 
In  fi  vos,  voè  da  lonz,  voc  da  visén, 

(A  qventa(i)  dilla,  tant  cnnii  mal  miss!) 

A  s'  gh'  ved  e  conta  i  pont  da  zavattén. 

1739.  In  Saggio  del  dialetto  piacentino  del  successivo  secolo 
riportiamo  il  primo  brano  del  mentovato  componimento  inèdito 
del  conte  Carlo  Scotti ,  intitolato  : 


(1)  Sulla  voce  tfWHla  rhi:  Mgaìficii  bisogna  .  fa  d'  w^po,  vi-ggj»i  ciò  fhr  alibìam  ikito  « 
|>ag    5()  alla  vnrr  lìentàr. 


DIALETTI   EM1I.UM. 


43» 


La  Patkra, 


Ca? 


MZOME. 


Boucle ,  Sirie  Iustrj8Siii , 
Car  al  me  sior  patron  ^ 
M'  ralégr'a  vòdl'  in  ton 

Con  bona  scru. 
Za  *\  sa  cif  son  la  patera , 
Cola  eh'  a  gb'  fa  'I  sarvlzi . . . 
Basta ,  scinz'  àtr'  indizi , 

Za  '1  in'  intéindn. 
Csé  vcrs  ora  d'  maréìnda 
A  m' diss  jer  un  amis , 
Ch'l'à  dat  il  so  camìs 

A  la  cijsnera. 
8e  sta  cosa  flss  vera , 
Gh'  ò  giust  una  ragazza, 
Ch'  è  un  tocc  ad'  bon  prò  fuzza. 
Ma  in  s' la  giusta! 
V  è  sana,  e  s'  T  è  robusta , 
L' e  bella  ,  bianca  e  rossa , 
Ch'  la  par  una  zimossa 

Incaniadéina; 
Ma  par  lavra  d' cuséina , 
Ch'  am'  sia  mozza  un'  orìggia , 
S' gh'  è  mài  sta  la  pariggia 
In  casa  sova  ! 
S' al  vo  eh'  a  gh'  diga  in  dova  , 
L' è  slii  sott  fina  adcss 
A  un  pret  eh'  a  sta  là  aprèss 
A  casa  mia , 
Ch'  gh'  à  insgnà  mott  a  la  via 
Ogni  sorta  d'  pitanza , 
Tont  a  la  nossa  usanza , 

Coni'  e  a  la  moda. 
E  pò ,  séinza  eh'  la  loda , 
eh'  al  la  mòtta  a  la  pròva , 
eh'  al  vodrà  ,  eh'  a  n'  a'  in  trova 
Squas  aiisunna. 
Gh'  in  vò  cunlàghcn  vunna, 
Par  fag  vod  ciaraméint , 
Ch'  a  n^  parai  miga  al  vclnl , 

Ma  eh*  la  eogniss. 


Un  de  sta  (lòia  a  m'diss; 
Cara  spòsa  Ti  resa  . 
Za  so,  eh' a  si  cortesa, 

E  eh' a  m'vrì  béin; 
M(*  vré,  eh*  a  domatléin 
Sa  pur  sì  dastrigii , 
A  m'gnìss  a  nodrigà 

Un  pò  d' polaja  ; 
Perchè  bigna  ch*  travaja 
Asse  pò  d'  l' ordinàri , 
Gh'dman  un  tal  Pàdr  Ilari 
E  un  so  f radei 
I  slan  che  a  tra  'n  Castel  ; 
E  forsi ,  s' a  n'  m' ingànn , 
A  gh'  véin  anca  Don  Zvann 

AI  pret  (T  la  Cura. 
Giusi  in  d'  eia  conzontura , 
Za  eh'  era  le  in  s' al  fatt , 
La  ni'  mosse  vari  piati, 

Ch'  la  mlìva  à  ròrdan, 
Ch*  aràvan  tira  a  dsórdan 
(Tant  i  coradàvia  béin) 
Anca  un  Fra  Cipiizéln 

Di  pò  scrùplòs. 
La  nC  di9s  :  Cosi  è  gustòs 
Par  qui  eh*  a  gh'  pias  al  tasi, 
Ch'  i  gh'  n'  àn  da  tòs  un  past 

Féina  eh'  a  gh'  par. 
Col  alar  eh'  gh'  era  a  par 
L*cra  una  pònta  d'pett, 
Ch'  in  cognìss  béin  pò  d'  seti 

Ch'  dìsan  dil  zanz  , 
Ch*  a  n*  s' in  mài  visi  dnanz , 
A  gh'  zijr  ,  gnanea  pr  insògn 
\}\\  boconzéin  csé  gnogn  , 

^è  csé  godibil. 
Ai  terz  r  era  teribii  ; 
La  gh'  ava  un  par  d'  pizzòn 
Coiizà  béin  da  razòn 

Con  poca  spesa, 


•  --. 


I^T^ti  PARTE  SECONDA. 


E  fall  a  la  Franzcsa , 
Sélnza  al  e  scìnza  coss , 
Séinza  testa  g  sélnz'  oss , 

Candid  cm'  è  latt , 


eh'  a  vdiva  le  in  d' al  piati 
Csc  bela  aparigià , 
Gh'  bastava  d'  un'oglà 

Par  mòlt  aplìt. 


1820.  Scendendo  dì  sbalzo  ai  tempi  nostri,  in  Saggio  del  dia- 
letto \ivente  porgiamo  ai  nostri  lettori  alcuni  Sonetti  d' occasione 
inèditi  e  ripieni  di  sali  popolari^  del  sullodato  Gaetano  Ferrini, 
del  quale  la  patria  deplora  la  perdita  sin  dall'  anno  1850.  Ncl- 
r  intitolazione  V  autore  assume  il  nome  di  Toléin  Ciìcalla  ;  si  è 
questo  il  nome  d'  un  personaggio  ^  che  nelle  scene  piacentine 
rappresenta  il  tipo  genuino  dell'  uomo  del  pòpolo,  così  appunto 
come  Meneghino  Peccenna  il  Milanese,  Girolamo  l'Astigiano^  ed 
altre  tali. 

Una  forzinà  ad  Sonott  compost  da  Toléin  Cikalla 
da  ci'  ann  eh'  i  àn  fati  al  famós  dibà  ad  Comini  in  Siladeila, 

I. 

Pr'  al  Tiàlar  ad  Piasòinza, 

Fiasco ,  sì ,  fiasco ,  i  me  c^r  Taliàn  , 
S' a  vrì  imbalsmàv ,  i  pròpia  da  vign  che  , 
Sì ,  propia  che  a  Piasèinza  ,  e  v'  al  dìg  me , 
Che  st'  ann  s' gh'  arféina  V  or  pò  che  a  Milàn. 

Noi  sì  eh'  a  gh'  óm  tri  quàdar  dal  Tiziàn  : 
Bonoldi  e  la  Boncina  a  si  cos  V  è  ; 
E  la  nostra  Tinella  a  gh^  tigna  adrc , 
E  viàtar  sinti  alma  a  baja  di  can. 

Sanquiric  al  Tiàtar,  e  al  nos  Zorzcin 
A  r  ha  pitùrà  il  sccn;  gh'  óm  pò  un  lambdarl 
Csè  strasighèint  eh'  a  s' voda  fcl  I  miìssófn. 

Donca  a  di  fiasco  òi  fors  miga  dil  bcin? 
Gh'  sarà  fors  qualeh  brnghcr  eh'  diga  al  contrari  ? 
AI  n*r  un  spitàcol  eh' a  ga  fuma  i  s^séin? 

II. 

Par  la  Siràda  dal  siór  Claudi  Bonoldi  nòalar  ligttim  Piasintéin. 

Sinti ,  I  me  fio ,  me  a  n'  fag  ad  paragón 
E  lass  a  ognòin  la  so  ahi  Illa; 
Ma  cóst  v'al  dirò  béin,  che  par  eanlà. 
Al  nos  Bonoldi  a  gh'  fuma  I  biistarnón. 


DULETTI   EUIUAMI.  Il  3  7 

1/  è  UH  pczz  eh'  so'  al  monti ,  e  ii'  ho  ^intì  di  l>on  , 

E  (li  cantant  di  car  »'in  pò  trova; 

Ma  tant'  anma  In  c)ul  slómag ,  tanl'  azión  , 

Csr  un  lùU  ass5m ,  gh'ò  il  me  difficolta. 
Liì  al  va  al  cor ,  lu  al  canta  ciàr  e  nfitt  : 

Quand  al  vanozza ,  |)olal  fa  ad'  pò  mèi  ? 

Me  dig  ad  nò  :  n'  as'  dà  d'  pò  maladólt. 
Za  a  tiill  ad'  seintal  s' gli'  e  scada  i  zervci , 

AiP  mod  cir  jersira  gh'éram  tanta  strolt, 

Ch'  son  anda  a  rìsag  d'  fam  sgnlea  1  budèl. 


IH. 


A  la  fazia  dnl  siór  Claudi  Bonoldìj  dia  sióra  Emilia  Uoncina 

e  dia  sióra  Tognótla  Tinella. 

Pianila ,  Roséin  ,  s' an'  V  vo  ciappa  dil  bòli  ; 

Che  a  féin  di  còint  sa  j'ò  impignà  al  parò , 

An' r ò  miga  Impignà  par  zuga  al  Ioti; 

Ké  lira!  so  pr  i  pc ,  ne  tirai  so. 
Mgzz  frane  al  zavalcln  pr^  Il  lo  scarp  róll  : 

Véint  sod  pr*  al  ris  e  pr^  un  quarléin  d' faso. 

Son  sfa  a  liàlar ,  j' ò  bovi  un  mzinòlt , 

E  j^ ò  vanza  dii  sod:  lo  s' a  T Ja  vo. 
Guarda  !  par  sèinl  Bonoldi  e  la  Bonèina , 

Che  vòin  e  V  alar  gh'  àn  'na  vòs  csé  bella . 

^Giò  m'  malidissa)  a  vèind  fèìn  la  marsólna. 
Quand  vigna  la  siràda  dia  Tinella , 

Pulòsl  che  n^  scìnl  eia  cara  passarcina , 

Te  a  r  è  da  boi  ;  ma  impìgn  anca  la  sdclla. 

IV. 

Pr*  ni  siòr  Jàcam  Flippa,  sonadór  da  vio/ctn. 

M'arcòrd  ancora  quand'era  In  sochéin , 
Che  me  nonna ,  bón  ànma ,  la  m^  cùniàva , 
Che  un  zeri  Orfeo  col  so  bel  chìlaréln 
Al  Diavol  r  incanté ,  lant  l)éi  'I  sonsiva. 

S' la  gh'  fìss  adàss ,  me  sì  gh"*  al  dire  béln  , 
Che  le  la  n**  sa  va  gnèinl,  propia  la  n'  sa  va  : 
E  al  de  d**  Inco  gh'  óm  di  lalèint  pò  fcin  ; 
Dirév  al  siór  Orfeo  :  Vair  !  a  lava. 


.s 


1(58  PARTE  sEa)M)A. 

Me  si  Jursira  oh'  j-  ò  siiilì  mi  ragà/z 
D^òinds  ami,  ciral  lira  tanta  b«Wii  TamUI  , 
Ch^  al  n*  in  vorév  di  Orfòi  trélnla  navàzz. 

Se  csó  piccin  l' è  za  esc  maladutl , 

Quand  al  gli' ara  la  barba  in  s'al  moslàzz  « 
Al  bagna  al  nas  a  tiitt .  nw  gli' a  scooidlt. 

V. 

•  ■ 

/Y  itti  Ussér  c/a'  d  vrì  canUi  i»av  forza 
in  dia  Cadoììiia  ad  Cd  Costa. 

Me,  eh'  traga  via  al  nió  lóinip  par  fii  un  sonotl 

Par  cól  bel  l]g  cir  a  j' òm  sinti  a  canlii  ? 

Voriv  eh' a  v'dlga  séclla  la  vrilii? 

Pùtòst  gh'tlr'rc  in  dia  sclièina  un  car  d'sajutl. 
Gir  dirév  :  T' n'  et  miga  arcòrt ,  sit  maladuM , 

Ch'  t' è  roti  al  cui  a  tutta  la  briga  , 

A  rìsag  coi  to  vcrs  d*  fa  gomita  ? 

Canta  dil  zitazión ,  nò  di  duult. 
Me  m' par  eh'  l' ariss  da  jèssat  dsinganii: 

Faiu'  iin  piasèr,  n'a  m'*  rompa  pò  i  cojón; 

Sta  sehizz,  o  càn ,  va  via ,  va  ,  passa  a  vìi. 
1  birichcin  1  én  iitar  che  pò  bon  ! 

A  m' dà  pio  gùst  i  ortlan  eh'  vósan  par  strii  : 

Oh  il  verzj  il  rdv,  i  8Ìlr\  i  fasolóni 

VI. 

Toléin  risponda  a  qaì  eh*  dìsan  eh'  a  V  é  tropp  piazzavo 

in  dil  so  sprissión. 

Son  scapiizzà  jcrsira  in  d' una  paja 
A  bév  un  mczz ,  cm'  a  s' Ta  ,  con  me  fflojcr; 
E  scint  a  di ,  eh'  a  gh'  è  quaredòin  eh*  a  baja , 
Ch'a  fag  di  vèrs  tropp  spòre  e  zò  d'sintór. 

eh'  al  vigna  inànz  sta  càn  da  Dio  eh'  a  baja  ; 
Sto  viso ,  sta  cagtii ,  mestar ,  braghér , 
Spijdóm  in  f<izia ,  e  dsim  oh*  a  son  eanàja . 
S' a  n'  al  fo  anda  pò  Tort  eh'  an'  fa  un  corér. 

3lé  son  nassi  a  Piasóinsa  ,  e  miga  a  Pisa  : 
A  fag  al  zavatéin ,  sango  de  Rio  ! 
E  stag  in  dal  cnntón  la  dia  eamisa. 


DIALETTI   EMII.IAM. 


459 


Me  piir  al  il*  ù  miii  <Iill  iiù  mio  ììv  liu  : 
Purlàiul  in  squjncio^  al  dsiva  alma  quale  hri^a: 
Chi  l'ho  per  i  ciìjòn ,  òpirìdol  mio? 

ìllìino  in  Saggio  della  IcUoralura  elei  cilati  Lunari  pia- 
soggiungianio  un  Discorso  in  versi  tratto  dalla  Pillgréinn 
mojér  dal  zavallvi  Fiera  par  tiìft^  dell'anno  1858,  col 


Una  Gabiiila  d'  mail. 


D 


Ascims. 


lU  nrson  aUii  in  camisa     Che  puro  cóull  cir  ani' confìd . 
'  s'  ga  vdiva  gnau  na  hrisa      Cli*  a  vadrì  eh*  To  osé  par  rid  : 


[ircst  nr  SOM  vislì  so, 
ir  fa  cui  poc  eli*  a  s*  pò , 
sarva  col  canoceial 
era  a  vota  on  limporiil. 
'  guarda  i  planulta 
na  CCS  la  motta  ; 
tant  1*  oscurità, 
'son  missa  a  consullii 
1  eh'  ho  ditl«  ossia  gabiòla. 
fall  cmè  ona  ribiola. 
ni  d' qiiill  stravag.'inz  . 
da  ri<l  e  d'quill  da  piiinz 
l  i  om  in  general . 
'  fluiva  al  timporàl , 
U  CxSÓmò  da  par  mv 
orla  d'  gazuighc  ! 
in  da  critica 
brava  in  socie lii  ; 
ist  in  gabioléina  , 
'I  mail  qualcdoi  gh'incléina:i 
i  s'  r  è  miga  acsé  : 
I  coinl  gh'  son  dèi  anca  mó. 
;t ,  scuse  sa  sballi , 
drè  fa  anca  on  dctaiii  ; 
'  abbic  miga  pr'  a  miil; 
1  pari'  in  general 
t  maltch'han  poc  giudi/i, 
dì  r  mondj  eh'  in  cargh  ad 

vizi. 


Na  V  fé  za  d'  apidicazióii  : 
0  che  trimp  !  i  sintì  V  tron  V 
Zi  rea  cóusl  lassumla  le  : 
Sa  vrì  rid ,  riilìv  con  ine. 

Gh'  è  da  rid  in  zeri  moffléinl 

Vòd  al  mond  péin  d'  malcontcint  : 
Bi'in  eh'as'  dis  che  eh' rida  è  malt, 
Ala  me  d'  rid  me  m^  nin  fo  on  piali: 
Po  v'  la  lass  *a  vìiitr  a  dccìd , 
Sa  fo  mèi  a  pianz  o  a  rid. 

!si  che  r  mond  Te  on  beli  tiàtar: 
Gh'c  i  ealtìv,  gh'è  qui  d'earàlar; 
Gh'  n'èdi  trid,  gh'ii'òcirén  in  (il, 
Ma  dal  p<)  al  mane,  cardii, 
Vòin  dop  l'iilr  in  gabioléina, 
Tiitt  gir  fan  déin  la  so  copléina. 

Za  eh'  a  s' tratta  adcss  da  rid  , 
V  voi  fa  vòd  ,  loccii  co'  I  did, 
Ch'  son  par  div  ad  qui  II  vrita 
Ch'  faràn  rid  la  società  ; 
Spezialméint  pò  zerla  gint, 
Ch*  màngian^  bcvan,  fan  mài  gninl. 

Me  zeri  mail  ja  comiiatiss, 
M' rid,  ina  n'  poss  gnan  las  sa  vriss; 
Vòd  zeri  mail  tiill  in  corrélnla , 
M'  rid,  m' la  god,  e  son  conléinta; 
Quas  dire,  eh'  T  ho  féin  pr'onór, 
\y  css  in  li5ta  assoni  con  lor. 


I. 


kho 


PARTE  SECONDA. 


CbÌì*  è  qui  malt  eh'  dan  dal  balòss 
A  qui  eh*  ban  di  slrazz  ndòss  , 
eh'  fan  V  oziós  ,  eh*  én  inai  visti , 
Dscind,  eh*  I  én  roatt  da  compati  ; 
Ma  anea  lor  s' i  fissati  nud, 
1  mangrcn  polcintd  e  spud. 

Gh*  è  qui  matt  fra  zeri  daspra 
Ch*  én  al  scàndol  dll  zltlii , 
E  n'  par  gninl  a  scintia  lor , 
Po  i  gh*  dan  a  mira,  e  da  zert  or 
S*  fan  mòlt  déin,  eh'  l*c  eul  negozi, 
Ch'fa  eia  gint  eh*  stan  sòìmpr  in  ozi. 

Za  sta  bei  l'è  on  azzidéint: 
Ch*  nassa  pòvar  fa  i  gran  stcint  : 
Fa  r  balòss ,  seguila  fai , 
Stè  sieur  eh*  a  1*  è  nn  gran  mal  : 
Nass  balliti  1*  è  ona  disgrazia  : 
Fa  1*  balòss  véin  róuss  la  fazia. 

Za  vdi  si*  mond  eh*  1*  è  péin  d*  a(Tàn> 
Pcin  d' malizia  e  péin  d' ingànn, 
Domina  dati*  ambizìón; 
Coli  eh'  trionfa  è  eoli  eh*  gh'ha  bon» 
E  aeeordém  s*  gh*  i  sintimcint, 
Che  i  pò  matt  I  én  pò  contéint. 

Gh'  è  qui  matt  eh'  disan  :  magara  ! 
Se  la  roba  la  gniss  eara  : 
Pòvar  noi  cm'  òmia  da  fa  ? 
S' la  va  esé  noi  sum  daspra  ; 
E  rabbiòs  cm'  a  i  én  i  ean , 
S' dan  al  diàvol  tcgn  a  man. 

Cos  n'  in  véin  pò  d*  rìeompéinsa  ? 
Gh*c  tant  gran  eh'l'è  roba  imméinsa. 
Al  long  legnai  in  s*  i  slar 
Par  spattà  eh'  al  vigna  ear , 
Al  marsizza,  e  gnan  i  bo, 
Dagh'  1*  inànz ,  in*  la  vòn  pò. 

Gh*ò  d'  eù  matt ,  slramàtt,  mattòn  , 
Oh'  gh'  a  in  eantéina  dal  véi  bon  ; 
Ma  parehè  i  n*  san  travasai , 
Gh*  è  tant  vot  eh*  al  gh  va  da  mal: 
0  ch*  al  véin  fori  emè  1*  asè , 
0  eh*  al  8*  brùsa  o  eh*  al*  s*  tra  jò. 

Gh*  è  eh*  s*  immagina  d*  sta  mal , 
Pez  che  i  matt  eh*  én  a  l' osptal , 
Ch'vìvan  séimpar  malinconie, 
Delieàt,  pò  i  dvcintan  erònic. 
Parche  i  n'  san  god  1*  allegrìa , 
Matt  mala  d*  malinconìa. 


Gh'è  d*  cu  roatt,  sic  parsQàs, 
Ch*  stan  bèi  e  i  zérean  d*  malàs; 
Ch*  ogni  brisa  d'  pott  caga 
Stan  in  Ictt  par  fàs  cura; 
E  sii  matt  long  tò  madsélna, 
Poe  a  poc  van  in  arvéina. 

Vale  a  dì,  che  *1  Barbalògn, 
Long  pùrgiis  ema  n*  gh*  è  l' bùsògn 
E  fas  mòtt  di  lavali v. 
Li  a  fa  ess  pò  mori  ehe  viv. 
E  sti  matt  prima  eh*  llss  1'  ora. 
N*  ho  vist  tant  anda  in  malorn. 

Gh*è  pò  ehi  alar  malt  dal  pari, 
Ch'  pèinsan  scimpr  e  i  fan  lunari, 
Ch'  battn  i  quart  seeónd  la  loina, 
Ch*  a  s*  laméinlan  dia  forldina 
Ch'  favorìssa  i  pò  brleóo; 
Ma  qui  én  mail,  slramàtt,  maltóo. 

Gh*  è  d'  qui  mali  ch*  rèstan  nojós, 
Di  malt  timid,  vargognòs, 
Gb'è  i  paceión,  gh*è  i  matt  alcird, 
Gh*c  di  malt  zuecón,  tastàrd, 
Gh'è  d*  eù  mail  eh'  han  dia  risia, 
Ch*  tàccan  lid  pr*  antipatìa. 

Gh'  è  d*  eii  malt  eh'  rèstan  fàriòs, 
D*  eù  sofistic  faslidiòs  : 
Gh* e  d*  cu  malt  eh*  a  n*  pon  vi  béio, 
D*  eù  eh*  la  lòsan  ema  la  véla  : 
Mail  eh' a  losan  lùlt  par  bon, 
Ch*  i  s'  fan  da  dal  matt  minciòn. 

Tra  sii  malt  gh*  e  zerta  gint, 
Ch*  van  in  eorla  anea  par  guint. 
Gh*c  d*  eù  matt  ch'rcstan  bisbètic, 
Ch'  i  s*  rabissn,  e  gh'  vò  di  emèlìc: 
Gh*  e  i  flemmàtie  marroottón , 
Ch'i  én  d*  eù  matt  eh'  i  én  pò  birbón. 

Gh*  e  d' qui  matt  eh*  a  n*  san  di  d'no, 
Duz  ad  cor,  eh' fan  god  al  so: 
Fàgh  a  mèint  s*  1*  è  miga  vera  : 
Féin  ch*  i  gh'  n'  han,  tùtt  a  gh*  fan 
Seguitànd  eòllstil  medésim  (zcra. 
Ja  vdi  nùd,  sélnza  on  cintésim. 

Dand  là  *1  so,  il  s*  fan  minciona 
Féina  a  tant  eh'  i  én  dsingaiioà; 
Ch'ai  spèind  trop  l'è  ona  materia 
Ch'a  condanna  alla  miseria. 
Bcin  eh'  al  s*  sa,  ch*  1*  è  roba  antiga; 
Ala  sii  mali  na  gh*  pèinsan  miga. 


DIALETTI   ENILIAM. 


KM 


CU  mail  tribiiladór; 

uardiisn  anca  da  lor, 

ccan  lid  tiitl  i  moinéfnl, 

1  risi  eh'  n'cn  miii  contéiiit, 

inissn  ili  quale  mancra 

larsón  o  là  in  galera. 

natt  eh*  han  dal  balòss  (oss: 

anca  qui  eh*  a  s'  fan  romp  1 

pìigan  pò  a  il  so  spes 

i'  fan  tra  long  e  dastrs , 

dai,  diii,  e  importuna, 

óH  de  eh'  i  s'  fan  mazza. 

'S  eh' a  v'  la  par  longa?(longa: 

il  donn  iratt  d'  la  léingua 

]'  cu  mail  eh'  miarà  ligiija, 

'  vòn  las  gnau  a  bastonaja , 

n  a  dsórdan  i  mari, 

s'T  om  ja  fa  imatli. 

ùl  donn,  eh'  pàran  ginl  soda, 

'iD  mail  pr'  andii  alla  moda, 

Inaiti  il  pòvar  sìtrtór; 

mail  a  sèintia  lor 

sartórch'  fa  il  viisl  mal  fall, 

Dia  rìdas  emc  lant  mail. 

ircmàndn  in  ascondón 

nangàzz,  quill  guarnizión; 
mail  fan  compari 

eh'  lasa  i  so  mari , 

1'  ho  diti,  v'  al  dig  ancora, 

>  sta  eausa  la  sarlora. 

BIcv'  saltit,  eh'  voi  lassa  csq; 
Dirò  d'  pò  ;  ma  lassùm  le  : 
Sta  gabiola ,  la  me  ginl. 
Consultala,  e  n'  pinsè  gnint. 
Dgss  a  vò  eoi  canoceial 
Vòds'flnissa  T  timporal. 


Po  mia  rìdas,  sto  sieiir, 
Con  quill  mail  ch'ón  cargadur, 
Povra  ginl,  d' quill  donn  d'  arila 
Ch'  fan  la  vita  longa  on  mìa , 
Par  vri  fa  la  vita  strotta, 
Strinzi  a  brazz  con  la  fassotta. 

Gh'c  d' quill  mail  d'quill  s|)oreacción, 
M' inlèind  séimpar  zeri  parsón , 
eh'  i  Iran  fora  da  il  flnòatar 
Cóli  eh' j  aràn  da  Ira  in  dal  destar. 
Ch'  van  .a  risag  da  sporca 
La  ginl  eh'  passa  eh'  ón  par  strii. 

A  sili  mail  eh'  n'  han  d'  polizìa 
Uiarii  stag  lontàn  zéinl  mia:  (sciali, 
Gh'  n'  è  d'  quill  eh'  pòrlan  di  bei 
E  ch*  ì  girn  in  s^  al  facsàll 
Con  dil  scuffi  e  di  capléin, 
Ma  da  d' sóli  i  én  spore  cmò  gróin. 

Béin  patnà  ma  i  san  da  spùss: 
Co  il  pocciàcr  in  mira  all'  iiss: 
Gh'c  il  scalili  ch'gh  ha  l' rùd  In  s'j  òè 
Con  la  mota  félna  al  zno£. 
Par  fìis  mòli  a  tùli  i  pali 
Som  in  lista  ai  alar  mail. 

A  v'  n'  in  siv  ancora  adàlt , 
Che  in  gabiola  gh'  e  I  gran  mail , 
Poe  0  lanl  eoi  so  difèlt? 
Rio,  par  me  na  gh'  zonl  on  eli; 
E  s'  ho  diti  na  qualeh  vritii 
Ti*  av'  sic  miga  dasgustii. 


Pavese. 


.  Non  conoscendo  verun  componimento  in  dialetto  pavese 
e  alla  seconda  mela  delio  scorso  secolo,  come  più  antico 
porgiamo  ai  lettori  lo  seguenti  Ottave  di  anònimo  autore, 
nella  mentovata  raccolta  di  Poesìe  per  la  elezione  a 
Mangnlfico  deir  I.  R.  Llniversità  di  Pavia  del  Prof.  Don 
ramburinì. 


4^2  PAHTE  srcoinA. 


Ott 


A  V. 


Mei  son  slurdi ,  mói  senti  a  fa  di  evi  va 
Al  professor  don  Pédnr  Taiiibiiréi  « 
In  tudcsc ,  in  franzés ,  e  in  V  In  corriva 
Lcngua  di  Venczian ,  e  in  vrrs  latéì . 
E  vòdi  ansòi  Pavés  a  tra  la  piva 
Fora  dal  sac ,  a  di  :  son  chi  anca  mèi . 
Son  chi  anca  mei  par  dì  la  me  ras<)n  • 
Par  crèss  la  |(ioja  e  la  consolaziòn. 

PussìbiI  !  e  piir  so ,  cir  anca  i  Pavés 
Studcint  son  cors  in  folla  a  l' eiczión 
Dal  sur  Rctlór  Magniflc ,  e  ò  pr  inlés , 
Che  tutti,  0  quasi  tiltli  In  bona  union 
llan  dèli  Tamburéi  doti  e  cortes. 
PussìbiI  donc ,  che  nanca  una  canzón 
In  nostra  Icingua ,  eh'  fazza  on  pò  d'  rracà<%^ 
As'voda  In  sta  raccolta?  Oh!  resti  d'  sass. 

Se  fuss  ancor  cut  ténip ,  che  quasi  troppa 
Grazia  am'  fava  la  Miisa ,  e  bona  zera  , 
E  la  Di'  mòltiva  ad  cui  cavai  In  croppa 
Ch^  porta  i  cantór  dov  fan  i  Miis  la  fera  . 
Mèi  no  par  zeri  tgnurév  la  bocca  stoppa  ; 
Propi  da  bon  al  dig  ;  propi  da  vera  . 
Anca  mèi  càntarév  o  bèi ,  o  mal , 
Par  ùnìm  a  la  gioja  universal. 

Pura  qualch  coss  voi  di ,  ne  l' abbia  a  miii 
Ansòi ,  voi  dì ,  che  s' iil  nos  Tamburéi 
L'  è  maltraltii  cmè  un  ciin  dai  so  rlviil , 
Aa"  podìvn  I  stùdèint  desmostra  mèi 
L'amor  eh'  a  gh*  pòrtan,  e  rondai  imorliii; 
Sebbci  eh'  al  la  sia  za  piir  i  so  bèi 
Libcr  che  V  à  stampa  ,  che  con  V  alzai 
Al  Rettora  con  plaus'  iiniversal. 

No ,  n'  al  pòss  no  nega  ^  che  si'  clezión 
L"*  abbia  siniì  qualcdòi  con  crepacòr; 
Pura  pòss  di ,  eh'  r  à  avù  V  approvazión 
De  tùli  la  gint  dabbèi ,  e  cir  anca  for 
Di  scoi  s'  avdiva  la  consolaziòn. 
intani  mei  stava  alèfrr  .  e  in  t' iil  me  cor . 
Quand  ho  sinlì  sto  fall  ,  pèin  d' gioja  dsiva  : 
E  viva  M  nos  Rettòr  .  e  viva  .  e  viva  ! 


llllLETri    EMILIANI.  ktS 

4858.  Fra  lu  itinllu  (loesic  del  s^nor  ti.  Bi{jiiami  abbiamo 
scello  per  Saggio  la  versione  del  Lamento  tU  Cecco  da  f^ar- 
lufìffo,  nella  quale  il  piicta  seppe  inlrodurre  con  molto  magistero 
luUc  le  forme  e  le  ^azie  della  propria  favella. 


/  Liwinil  il-  Chrhin  if  i»  fiora  0/w(J). 

(  )  T  T  AV. 

S' iTom  già  d' ttti^  guur  giitir  alla  mila, 
i:  i  campàgn  il'c'rb  u  it'  llor  rran  sluroì; 
fina  i  òrt  0  I  glunti-i  duotr'  in  citlà 
Éran  d'un  bi-II,  che  nu  s'  podiva  di, 
Quand  ài  póvur  Cicchili  d' in  Borg  Olin 
l>àr  lu  so  Linda  coli  p  brasloli, 
Piir  sia  crudcla  eli'  la  gh'  rldlva  ai  spìil 
Al'  sfugava  'I  so  goss  glùst  lai  e  quòl: 

Ma  cum  iKÌdal  mài  sta,  Linda  llriina, 

CIt'  Di'  am'  sjai  tanl  ingriila  i;  lanl  iirvÌTsa? 
Ha  st'  ùja  falt,  o  zeli  ad'  maggioriina , 
Da  Iraltitm  snniù  pei  d'iin'ànina  persa? 
Pii  ipasmiMi  piir  li,  pii  iii  padovana 
T  vòjiat  i  ini:  sosjùr,  e  t'  tu  l' Inversa; 
E  vultra  a  quasi,  par  dàin  la  inna  msùra 
S' al'  vcgni  apprì'ss.  l' la  sghitiiat  adrilliiral 

Ha  scappa  piira,  e  va  piasse  ch'n'è'l  vent, 
Cbc  mei  già'l  vcgnj  adru  anca  a  cii  d'Ciappéi... 
S'issbéi  d'andii  in  l'iil  log,  son  slrà-contènt , 
Basla  piir  eh'  sia  con  li,  car  ciappt>oléi  ; 
S'  iss  anca  da  sollri  mila  tornténl, 
A  liìll  i  slò  par  li,  son  proni  in  lèi... 
Faga  pur  caid  o  Trad,  siai  nati,  slal  di, 
W  n'  in  6  da  giiint,  se  son  apprèsa  a  ti. 

tb'àl  sia  piir  duU  al  tcmp,  0  briisc,  o  invèn. 
No  gì)'  i  prigul  che  un  credo  al'  perda  d'  vista; 
All'ori,  in  cesa,  a  spass,  in  tiilli  I  vera 
Son  li  (tra  cmc  un  stacch  a  tgnill  ad  pista, 
Quand  eh'  a  I'  pikll  no  viid,  pari  voi  pera; 
Mas' agir  rivi  a  lumài,  gioisci  a  vista; 
Agh'  Diullris."  i'  oss  dai  coii,  che  In  liilt  al  mind 
Da  vorrei  lanln  Im'ì  gh'è  no  'i  secónd... 


444  PARTE  SECONDA. 

E  con  tiitl  quasi  V  gh'  è  cor  Tei  da  sbeffàoj . 
Da  guardam  in  barliisc,  fàm  al  grcnlón! 
Oh  pcrdincio!  si'  ói  fati,  da  merìtam 
Tanli  dasgài'b,  sgrognad,  e  mila  arbgnón? 
Dógnat  almànc  pu  srena  da  guardam, 
Da  fam  un  pò  'd  bocchin,  oh  sanguanón! 
Se  d'  no  già  crepp  sicùr  dal  gran  dolor, 
E  ansò!  ta  resterà  con  lànl  amor! 
No  V  gh'  avare  pii  (in  ànma ,  cràdcni  pur , 
eh'  ar  porta  tult  i  fest  ài  mazzo  M  lìiir, 
0  che  sulta  alla  fnestra  quand  V  è  scùr 
Ar  fàga  i  serena  coi  sonadùr  ; 
0  quand  àt^  gh'  et  in  Pori  I  frijt  madùr, 
0  eh*  vcgna  la  fQrgà  di  nos  lavùr , 
Propri  ansòi  n"*  agh^  sarà  eh'  at'  daga  man . 
E  V  toccarà  a  striiziàt  ti  come  un  càn  ! 
Donca  ajutam,  fa  pràst ,  lassam  pù  incèrt , 
Prima  eh'  vaga  dal  tutt  dentr'  in  t' la  busa  ; 
Ma  già  r  e  propi  un  predica  al  desèrt , 
eh'  n'  àt'  vò  senti  preghicr,  rasón ,  ne  scusa; 
Fa  pii  tant  V  ustiinà ,  Linda ,  e  sta  cèrt , 
Che  mèi  t'  mincioni  no,  compàgn  già  eh*  s'  usa  ; 
Dani  doma  un'  oggiadcna  e  pò  s*  at'  por , 
Nega  dal  pwar  Cecch  al  crappacor.  — 
T*  al  giiir ,  che  par  ti  mori ,  e'  s'  fo  bosìa , 
Vorrév  mòvam  mài  pù  da  sto  post  chi  ; 
Vorrév  che  cV  àllr  al  gniss  a  porlam  via  ; 
D' avègh  mai  pii  *1  gran  bei  da  vodal  ti. 
Già  son  giamo  d'  du  indrìll,  propri  (in  ombrìa; 
Guardam,  at'  preghi,  e  pràst,  Tarn  pu  patì... 
Doma  un'  occià  ta  cerchi ,  o  '1  me  Tolètt , 
Pò  tirarò  contcnt ,  s'  at'  vò ,  i  calzètl! 
1  son  quattr'  ann  chi  adàss  a  Santospéi  (i), 
E  gh'  ò  '1 4acciiìn  in  meni  beli  e  stampa , 
Che  dai  tò  bei  fattèzz,  cara  Lindéi, 
Son  resta  come  'n  mèrci  ingarbià  ;  • 
E  m'  s'  è  tanto  Acca  in  t'  ài  cor  quell  spéi, 
Ch'  am'  trovi  anmò  baU'ird ,  oca  incantii  ; 
Da  quèlI  moment  féi  dess ,  o  car  Signùr  ! 
>'  al  s'  è  pasià  un  fargùi  quell  gran  dolùr! 

(1)  S.  Spino  ù  una  reliquM  serliala  in  Pavia,  e  che  per  anlica  pia  credenia  »i  venera  come 
prilli*  ilcUd  Corona  di  spine  ili  G.  C.  Ogni  anno  vi  si  consacra  la  soconifa  Festa  «Iella  Pcn- 
Iccobtr,  nella  quale  viene  portata  in  solenne  processione,  il  poeta  sostituì  o|iportQBwneote  <|ue- 
>l*  èiioca  celebre  presso  il  {lòpolo  pavese  a  quella  dell' Ascensioac   indicata  ndl' ori^iiu^. 


DlàLBITI   BMILIANI.  44 S 

Son  pù  bon  d'  un  masté  nan  long  mezi  dida  ; 

S'  a  comenci  un  lavùr ,  pdss  no  flnil  ; 

S'  ho  da  fa  su  un  toppìn ,  laji  la  vida  ; 

Fo  in  discDibr  e  genàr  i  coss  d'aprii; 

Insuma  '1  me  zarvèl  V  è  senzH  guida , 

E  dia  rasón  gli'  ò  pers  fci  V  ùltim  fil  ; 

An'  fo  che  piang  in  luti  al  santo  di , 

E  d'  noti  compàgn  d'  un  fio  «  am'  njòtt  a  sgari. 
Mèi  che  i  mich  In  t' un  bufT  voltava  vìa , 

An'  pòss  pù  nanca  sentii  a  nomina  ; 

Ora  d'  disnà ,  né  d^  zena  agb'  n^  è  pu  mia  ; 

Ne  'm  sostanti  che  M  piang ,  e  M  sospira. 

E  r  tìnic  me  ristòr  «  la  me  legrìa 

L'è  '1  (ò  facio,  s'el  rivi  a  contempla.... 

Che  altura  am^  n^  in  vò  tùtl  in  geladéna, 

Né  dal  mangia  m'  arcòrd ,  né  dia  canténa  ! 
Ah  !  che  bruti  di  V  e  stai,  gh^  P  ho  ancura  in  meni , 

Quand  V  ho  visi  a  imbosca  L  me  prlm  arbión  ! . . . 

t'n  cald  e  fradd  am^  son  sentù,  un  spavènt, 

Come  s^  am^  fuss  séiatlà  davséi  al  tron  ; 

Un  batticor,  un  ceri  sambojamént 

eh'  m^  ha  fati  anda  la  vista  in  avojón  ; 

nr  è  salta  '1  tram  ,  m'  è  cala  1  forz  al  znòé  ! 

E  ch'ól  clf  n'iva  la  culpa?...  I  tò  bèi  oÒ. 
Senza  podc  mòv  bocca ,  né  tra  fià , 

Son  restii  'd  géss  sul  fatt ,  e  fora  M  mei  ; 

E  in  carna  d'oca  tutt  am'  son  trova, 

Squàs  m^  iss;in  tratt  giù  dr  aqua  in  t'  al  coppéi  ; 

E  quand,  arvgnu ,  'm  son  miss  anmò  a  fissa 

Quàl  car  faccio  d**  amùr ,  quài  lati  e  vói , 

Al'  e  pars  che  tra  i  deliri ,  e  tra  i  magón 

Sia  scrabusàss  al  cor  un  gravalón  1 . . . 
E  un  fori  sconvolgimcnt  m^  e  gnu  in  mancra 

Ch'  am^  cardiva  d' avègh  féna  '1  briit  mal  ; 

Gh'  ò  vist  pii  'd  fatt,  e  a  dilla  a  vèrta 4:iera, 

N'  ho  mài  prova  al  me  mond  tormcnt  ugual  ; 

Ma  son  sentù  un  ceri  tram ,  che  dal  cholera 

Adrittur  V  ho  battzà  pr  M  prim  segnai, 

E  al  er  pur  tropp  un  sàgn  di  pù  calliv , 

eh'  al  so  nan  mei  cm^  al  sia  a  trovàm  viv. 
Basta,  a  la  féi  dia  suma  al  fatto  sta, 

Ch^  al'  m"*  è  sarvi  da  barba  e  da  perùcca  ; 

B  se  '1  gràm  Ccc  i'  incantai  d' ajùtii, 

T  il  vadrèt  liell  e  (iràst  con  rutt  la  zucca  ; 


4*6  PAllTE  SECONDA. 

Se  a  iiic'i  l'  vi)  no  dii  fod ,  va  piira  a  iiispia 

Ai  tò  caiiin radòn  clic  sia  a  San  Luca  ; 

Liir,  che  in  giardéi-,nra  vodan  da  tiitt  ì  ur, 

Ta  diran  s'  To  pù  pian^ ,  o  pii  laviir! 
Da  un  Tacciotón  che  s'era  e  un  luatlùtéi  , 

Adèss  son  gnii  un  arlùc .  iin  gratacii , 

Pussè  stria  dal  biist  fid  Cattrinéi  (l): 

8tì  lavar  sniort,  e  sii  oc  fondii  fondu 

Ta  fan  vòd  ciar  e  nati  iil  me  dasléi , 

S'  at*  gir  a  cor ,  o  balossa,  'd  stii  anmò  sii  ; 

^la  quand  che  t'  am'  vadrè  |)ò  in  V  iil  harlón . 

Ar  dire,  ma  par  gnint,  —  Piva  rasón. 
Uh  !  maladott  !  ma  a  fa  cm'  iil'  fc  la  cagna  , 

^ò,  to  miidra  siciir  V  ha  no  baili  : 

As'  diriss  che  una  luva  da  niontiigna 

0  lina  ligra  ancasì  V  ha  partorì; 

E  in  t'  un  quài  bosc  o  in  mezz  a  na  campiigna 

1  zingur  0  i  slrión  t'  han  istruì: 

E  che  lina  vipra,  o  quaich' iilter  sarpònl 

T'  han  dati  tiitt  1  so  vici  par  me  tormént. 
L' è  già  un  pò  'd  temp  però ,  eh*  am'  son  accori , 

Cir  at'  fa  giò  i  biisch  Lorenz,  e  ch'ai'  gh'  r  e  in  vista, 

Fors  parche  I'  è  pu  siur,  e  M  gh'  à  un  bcIT  òri, 

E  d'  fèsta  '1  gh'  à  'I  cappèl  ala  Cartista  ! 

Ah!  s'iir  gh'  vò  bèi  piir  quiist,  V  fèl  un  gran  lort. 

Che  in  V  i  siorii  V  amùr  no  la  consista  : 

E  un  Ili)  sincór ,  iin  pastissón  son  mvÀ 

Con  beli  «51  cor,  s'  T  è  gràm  al  niarsinéi  ! 
si  eh'  ò  mangiii  la  fòja,  e  fò  '1  minciòn 

Piir  vòd  iin  pò  si'  intrigo  coni  al  \ii  ; 

Trattiint  slo  chi  quaé  quac ,  da  gatt-mainóii  ; 

E  son  iil  seti  da  cupp  piir  fati  giiigii  ; 

>la  se  (juaidòl  vò  piiuu  slu  beli  boccòn, 

Son  quel  muso ,  V  iil  giùr ,  da  fall  cajii  ! 

Che  a  vòdes  la  polpiilta  a  tò  fò  'd  man , 

L' è  roba  'd  dasbaltziiss ,  da  diiss  a  Giiin. 
E  guiirda  al  fatto  tò  ve  a  dim  bòsiird. 

0  eh'  cerchi  di  rampéi  piir  torna  indrè  : 

eh'  r  iiller  giùren  col  sul  insì  gajiird . 

T*  ho  >isl  a  fii  alla  fncstra  iin  va  e  ve. 

Piir  doccia  quiil  zuzù ,  che  comò  'I  lard 

A  gutl  a  gutl  iil  t'deslcnguiiva  adrè; 

E  se  piir  ciis  s'  er  no  con  tò  fradèl, 

T' avrissat  \lst  che  futla  ,  e  che  ^fragcl  ! 

(i)  L(»  <>>li(I(Uro  li. Ili  Morff. 


DIALRTI   EH1UA?II.  147 

Ub  Satauàss  !  s' la  m'  salta ,  già  t'  al  se  !.. . 

Pari  va  iin  basalìsc ,  un  gatt  rabbia  ; 

E  8^  n'  el  gh'  er  lu  a  pregam  féi  par  piasè , 

Gh^  iva  cor  da  mandai  al  mond  da  dia  ; 

Ne  i  ài  ad  qui  dia  15na  eran  asse , 

Né  i  caròzz  a  vapùr  par  fai  scappa  ; 

Che  inorbì  dalla  danna  e  dal  velél 

L' andava  a  pia ,  s' el  fùss  salta  In  t'  al  Tscl. 
0  Linda,  gh'o  pagura,  ma  sr istòria, 

Am'  la  vodi  in  V  un  spè^ ,  la  v5  andii  mal  ; 

Che  se  gnint  gnlnt  al  m'  secca  anmò  la  glòria  , 

0  vói  0  r  alter  va  a  forni  aP  osbdal  ; 

Ch'  s'  alter  n'  am'  resta  par  canta  vittòria , 

K'  agh'  mòltarò  sicùr  pcver  né  sai  ;       / 

Da  ùò  d' onùr  voi  vodla ,  e  va  com'  va , 

Finirò  i  me  tormént  al  cas  daspra. 
Ma  gh'  farò  tanl  la  sguàita  al  barbiséi , 

Ch^  r  ba  propi  'd  forni  lu  sutta  I  me  miin  ; 

Lassa  pur  cb'  el  scapùzza  adré  al  giarde! , 

Cb'  agb'  sarà  li  pargia  'I  jso  beli  bastran  ; 

Starò  tant  col  s2iòp  mont ,  cbe  in  féi  di  féi 

L^  ba  da  boria  in  Val  lau  stu  flòl  d'un  din  : 

Si,  gh'  fnsgnarò,  s^  P  inguanti  adré  al  polé. 

In  dov  sta  *d  cà  Barnard  il  montagne. 
Ma  già  vramént  nan  lu  V  ba  tùtt  i  tort  ; 

E  vddi  bèi  d'  cbe  pàrt  ven  la  mangagna  ; 

Dov  gb^  è  no  d'  ratt,  el  gatt  el  gira  fort; 

E  chi  an*  vò  can  pr'  i  pò ,  liga  la  cagna  ; 

Ma  con  ti  n'  as^  pò  piala  in  dritt ,  né  In  slort , 

Che  coi  gingin  t'  vo  sémpar  fa  cavagna  : 

E  in  quant  a  mei  ma  scaldi  da  mlnciòn , 

Parche  at^  darissat  ciane  a  un  battsjòn  I 
0  Linda ,  lassP  andà ,  sta  al  me  partid  ;  — 

Si ,  fa  a  me  mòd ,  s^  t^  vo  no  pentii  in  féi  ; 

Costù  ^1  V  fa  da  sasci ,  ma  M  fa  par  rid; 

L'  è  tùtt  par  tira  1*  aqua  al  so  malél. 

L'andrà  no  tant,  eh'  at*  farà  mord  il  dld, 

E  in  scambi  'd  ros  t'  gb'  avrét  doma  di  tpéi  ; 

De  sii  gigiar  pur  tropp  1'  é  'I  sòlit  pin  ; 

Ma  da  ti  vorìss  tégntal  da  lonlin. 
Lindena ,  t'  a  scongiuri ,  dàm  ditri  : 

NadàI  el  gniarà  prast,  e  pir  bendi 

Un  beli  scialòn  d^  battila  V  ho  destina. 

Con  tant  id  boni,  e  M  gaggiòn  d'  òr  ansL 


448  ,  PARTE  SECONDA. 

Dispona  dal  fatt  me  a  tò  volontà  , 
eh'  son  pront  a  fati  tiitt  quel  eh'  al'  piàs  a  lì  ; 
Ma  un  patii  sul  t'à  fo:  lassa  queir  alter. 
Dal  rcst  gh'  o  pù  'd  fastidi ,  e  n'  oceór  alter. 

ic»\C  ò  un  stoni  ad  colombéra  'd  trédes  més , 
Leva  propina  boccón ,  e  senza  vizi  ; 
Doma  a  guardàgh  lisògna  resta  sorprés 
Pr'  i  ciacclaràd  eh'  à  fa  ,  pr'  i  so  malizi  : 
Appena  ciàr ,  e  prima  d'  andà  a  vós 
Al  dìs  tre  volt  :  Undèna,  fi  giudizi. 
Gh*  ò  dii  conili  ansi  bianch  come  latt  : 
E  iin  passaréi  eh'  al  glòga  féi  col  gnlt. 

Sti  inezi ,  vultra  al  resi,  doma  par  ti , 

0  cara  la  me  gioja  én  destina  : 

E  insema  '1  cor  vorrév  mandai  ansi , 

Se  ti ,  birba ,  'n  t'  am'  V  issai  già  sgrafgna  : 

So  bei  eh'  al  par  un  cribi  luti  ferì , 

Che  par  giustàl  gh'  a  ansoi  la  facoltà  ; 

Parche  li  su  la  V  gh'  et ,  o  marcandréna  , 

Quèil  tal  ziròlt  d'amùr,  da  tal  madséna. 

Ma  già  capissi ,  V  gh'  è  nane  par  la  mcnt 
Né  mèi ,  ne  i  me  preghiér ,  né  i  me  rcgai , 
E  'i  so,  che  n'àt'  sospirai  che  'I  moment 
Da  vòdam  a  fa  pùlvar  pr'  i  beccai  ; 
Se  quiist  1'  è  tuli  al  mài  eh'  al'  dà  torménl , 
Son  pront  a  sodisfai  l ,  a  tòt  di  guài  ; 
E  insì  l'  gh'  avré  pù  'I  lòj  del  me  plaità , 
E  t'  smorfiaré  con  ci'  àllr  in  libarla. 

Che  se  certi  prolud'  i  fùlan  no , 
A  sberlìm  pràst  sicijr  vegna  'I  me  Ioli. 
Stu  Sàbat  Sani  di  viòl  colùr  ponzò 
Ho  somnà  in  tal  mezzdi  propri  al  prim  boti  ; 
E  gnìvan  sii  liit  dupi  e  com'  i  fò  ; 
Quand  diti  e  fall  son  resta  li  'd  pancòtt , 
Che  lina  lampesla  grossa  pii  che  i  sass 
M' ha  Irati  e  vidi  e  vàs  liìlt  iu  sconquàss. 

Si'  aprii  intani  eh'  andava  inzà  e  ina 
A  pianta  giù  ai  me  post  e  i  erb  e  i  flur , 
Gh'  ò  vùd  anch'  in  l' i  cosi  una  sassa, 
eh'  m'  è  mori  iu  quindas  dì  tiitt  i  migliùr  ; 

1  zeli  già  prés,  o  pass ,  o  marina , 
Fona  i  leàndcr  m'  àn  fulà  anca  lur. 
E  a  me  madra  la  ciózza  col  galàtl , 

Gh'  è  stai  sgrafgna  jarsira  da  un  falchàtt. 


MALETTI  EHlUA^r. 

Dai .  cUppu  ,  curra  ,  allòn  ,  monll  'I  me  siiòpp, 
E  0  IGItl  I  cast  VÓI  pinghj  al  Udronàa... 
Sia  si  doman ,  par  Qeca ,  da  galòpp 
Vài  a  muli  giù  M  Lorcnx  sura  un  morón  ; 
Altura  il»  din  Ira  mèi  —  ah  qaigt  l'i  Iropp; 
E  BÙ  dia  mùrndéla  tnsì  ■  gatiòn... 
Già  s'era  loalma  al  tH,  gin  scavalcava, 
Quiinil  al  balòsB  coi  sgrllT  il  ma  pattniiva. 

Ali  jjionta  òa  ehi  tré  nclt  che  una  livella 
La  veglia  «SI  me  tei  a  Ss»  stnlì  ; 
E  a  mcua  noli  iin  gali  n^r  il  s'  mcllu 
SòiU|iar  piir  contra  all'  usa  a  sgnaùlì. 
I  di'  lian  coppa  '1  cagno  chi  glii  dia  slrcUa  , 
Cb('  sema  'I  niùsaró  r  era  sorti  ; 
Insiuna  a  compi  P  òpra  Ill«r  n'  agb'  vòr 
Che  a  (tàgh  una  crcppada  mèi  da  cori 

!>li  arlii  mt^i  na  gli'  t  avrì«s  nane  par  la  meni  , 
8'  fudlss  in  t'  I  tò  grìixt ,  o  beli  tMÒr  ; 
0  gin  ja  maodarév  Iranquillaménl 
Par  l'amiir  tò,  d'ogni  dlsgiisl  risfir  ; 
Ma  npiwnl  par  quèll  sprcitàm  canliiiuam«nt 
Ani'  par  cito  (ìilt  il  niond  ma  canta  tu  còrt 
O  Cicchin  c$'  a  fel  ehi  ?  ei'  a  vói  ipcr^  T 
Fiimiula  un  pò  na  rolla,  e  taitl'  andò! 

Si  r  i  vura  'd  fornita  sta  galèra  , 
E  lòiD  da  stt  aùppllii ,  e  'd  sin  panón  ; 
<ih'  bo  adòss  tiilt  i  diàvoi  In  manera 
Uie  réna  f  siali  um'  nògan  coinpass(6n  : 
In  l' il  so  1.1ZZ  Amùr ,  pur  [rop  1'  e  vera  I 
T' ài  m'  ha  Ingarbia  polid  come  un  mlndón  ; 
E  par  libràm  ad  tùtt,  e  tatt  contenta, 
ImiMgnnrò  eia  Secca  (i)  che  spaventa  ! 

K  parche  1  so ,  che  a  fùria  '<!  galli  pr'  I  pé 
Tu  son  già  in  qui'll  larviti ,  e  m'  1'  il  glSra , 
E  so  anca  sì  i  mascógn  eh'  el  tempr'  adré 
k  fàm  dappus  i  spai ,  par  &m  danà  ; 
Ma  son  risoli  par  ijuàst  iin  ceri  masté , 
Un  ceri  hoiléi  da  légnam  prepara , 
0  là  'd  FaM)  andà  Insima  dal  baitlón 
E  cacdìiai  giii  in  V  al  Tsèi  a  tomborlón  I 

Pò  dop ,  s'  ani'  suppliriiti ,  voi  no  vcss  miss 
Alta  posslón  tò  'd  porta  BanC  ÌJ»lèM  ; 
Ma  sul  sente  ,  eh'  al'  tcgnat  sèmpar  Bm 
tfuand  Gir  àC  ve  al  lo  giardél  tira  o  iHtléii&; 


r^ 


mìo  PARTB  tlCONDA. 

E  par  (a  che  tùtt  sàppian  i  me  sfriss , 

Voi  che  in  pavés  ala  scrlU  e  la  pietra  (eoa  « 

A  esempi  de  chi  resta  e  a  me  confòrt. 

La  storia  dia  me  vita  e  dia  me  mort. 
Ve  doDca ,  0  Cattrinél  dal  ferr  da  pra , 

E  concédam  l' ooùr  dal  fùneral , 

8^  aV  trovat  al  me  cor  anmò  inflamma , 

Ta  preghi  col  tò  giazi  da  rifrescal  ; 

In  titul  féi  ta  preghi  M  carità , 

Sto  brutto  fog  salvàdag  da  smorzai  ; 

Ve  donca  a  consolam ,  fum  pu  paròll , 

Refilam  un  beli  culp  tra  crappa  e  coli. 
Addio,  giardéi,  addio,  plant,  erb  e  flur, 

Ch'  si  stàt  '1  me  sostègn,  la  me  passión  I 

Se  féna  '1  Ciel  r  è  surd  al  me  dolùr , 

E  '1  vo  eh'  fornissa  i  dì  in  costamaziòn , 

Par  sti  quattr*  oss  v'  a  cerch  V  ultim  favùr  , 

De  lassai  riposa  chi  in  t'  un  cantón. 

Già  a  spron  battu  mèi  curri  al  mond  dadlà  ; 

E  par  sèmpar  v'  a  torni  a  saludà  !  !  ! 
In  stu  mod  al  strilliiva  '1  nos  Cecchin  ; 

E  fiiribónd  V  andava  par  cupàss  ; 

Ma  vist  eh'  l' era  tropp  ciàr ,  prima  un  sogni  n 

V  ha  vorsù  (a ,  cardènd  da  ristorass  ; 

Dasdà  eh'  V  è  stat ,  pensànd'  gh  un  farguin , 

L' ha  riflettù ,  ch*  al  fava  un  gran  bruti  pass  ; 

E  in  féi  di  cunt  V  ha  dit:  Oh  gandianèn, 

lìiangia,  e  beva,  o  Cicchin,  e  mai  patsiàn! 

1833.  Per  ùltimo,  onde  pòrgere  al  lettore  anche  un  Saggio 
delle  poesie  del  miglior  poeta  onde  si  gloria  la  musa  ticinese,  e 
dal  quale  deplora  la  pèrdita  recente,  soggiungiamo  un  Sonetto 
che  il  professore  Siro  Carati  dettava  neir  occasione  in  cui,  dopo 
lunga  vacanza  della  cattedra  episcopale  di  Pavia,  vi  fu  innalzalo 
Monsignor  Tosi. 

^  Monsmr  Tus  F'iixc  iid  Pmìa. 

•  • 

SoNATT. 

Quasi  tùtt  in  seonquiss  in  mez  a  Dséi  » 
Senza  né  ram,  né  corda,  né  timón. 
Già  r  andava  a  fass  futt  in  t' on  bórón 
Al  pòvar  barcé  vè|  iid  san  Sirci. 


MALirri  EMILIANI.  PAUTE  8BC0NDA.  451 

Vu^  Monsiùr,  con  coraj^  agh'  Mite  dréi, 

E  in  quàtar  colp.  Ufi  al  tire  sul  bon  ; 

Vù  drizxè  i  gamb  ai  can ,  ma  guardèv  bèi  1 

A  gb'  è  di  barcaro  s2iòp  e  volpón, 
eh'  i  pela  Foca,  e  la  fa  no  crida; 

eh'  i  gh'à  la  scróva  al  lag,  ch'I  gh^  l'ha  In  fi  tann, 

Cb^  i  è  priór  framassón,  bosàrd  e  fra. 
Ad'  pie  parer  da  tutt  8ti  poligann, 

eh"*  av'  basaràn  par  darv^  ona  sgagna  ; 

S*  ad  nò,  la  barca  l'andari  a  pMann. 


CAPO  VI. 

Bibliografìa  dei  dialetti  emiliani. 

Bolognese. 

cr  Intricati.  Favola  pastorale  di  Alvise  Pasqualigo.  —  Venezia,  per  Fran- 
cesco Ziletti,  itttti ,  in-s.*^  In  questo  componimento  poètico  V  c^tore  intro- 
dusse un  Graziaìio  die  parla  il  dialetto  bolognese^  ed  un  Calabaza  ck 
parla  lo  spagnuolo. 

Opera  nuova,  nella  quale  si  contiene  il  Maridazzo  della  bella  Brunettina, 
sorella  di  Zan  Tabarin  ec.  ec.  QucsV  òpera,  come  accennammo  nella  bibliO" 
grafia  bergamasca,  compreìide  fra  gli  altri  linguaggi  ancìie  il  (folognese^ 
Fìt  stampata  in  Venezia,  per  Bastiano  e  Giovanni  dalle  Donne ,  senza  data, 
e  ristampata  in  Brescia,  nel  i iS82. 

Graziano.  Favola  boschereccia  in  versi  sciolti.  Padova,  per  Giovanni  Can- 
toni, i»88,  in-8."  —  Venezia,  per  Gio.  Alberti,  i«99,  in-8.**  —  Ivi,  per 
Giorgio  nizzardo ,  icoo  ,  in-12.^  —  Ivi ,  per  Lucio  Spincda ,  1 621 ,  in-i2.* 

Banchetto  di  Malcibati.  Comcdia  in  terza  rima  deirAcadcmico  Frusto 
(Giulio  Cesare  Croci),  recitata  dagli  AfTamati  nella  città  Calamitosa,  alll  U 
del  mese  dell'estrema  Miseria,  Tanno  delP aspra  e  Insop|)ortabilc  (ìeces- 
sltà.  —  Bologna,  per  Fausto  Bonardi ,  i soi .  —  La  stessa,  In  Ferrara,  per 
Vittorio  Baldini,  itfoi  e  looo,  in-8.°  —  Venezia,  per  Sebastiano  Combi, 
1608,  ln-8.® 

Il  terzo  libro  delle  Canzonette  a  tre  voci  di  Adriano  Banchieri  Bolofnesc, 
intitolato  :  Studio  dilettevole  nuovamente  con  vaghi  argomenti  e  spasse- 
voli Intermedi  fiorito  dalPAmllparnato.  Comedia  rusticale  deireccellentissimo 
Horatio  Vecchi.  —  Milano,  per  P crede  di  Simon  Tini,  e  Glo.  Francesco 
Besozzi ,  1600.  Ivi  gli  attori  parlano  e  cantano  in  varie  lingw  e  diaMU, 
Pale  a  dire,  in  italiano,  spagnuolo,  bolognese,  veneziano,  bergamasco,  al 
in  un  gergo  bizzarro  itulo^braico. 

Fileno  disperato.  Dramma  di  Guidiccionc  Lucchcsinl  di  Lucca  ,  recitato 
l'anno  i600  in  casa  Bentivoglio  di  Bologna. 

La  Primavera  in  contesa  coIPAutunno.  Dramma  di  Melchiorre  Zoppio 
Bolognese,  recitato  nella  villa  di  Budrio  Panno  I6O8. 

II  Capriccio.  Favola  boschereccia  di  Giacomo  Guidozzo  <la  Castel  Franco, 
nuovamente  data  in  luce  da  Lodovico  Riccato  da  Castel  Franco.  —  Venezia. 


mALBTTI   BMILIAM,  453 

per  Giacomo  Viiiccnli,  loiu,  jn-s.**  Fu  ritfampa/apurtf  in  Venezia  da  Ales- 
sandro Vincenti ,  nel  lesi.  Fra  gli  interloeulori  di  qyeilo  conqHmimento 
poètico  trovasi  un  Graziemo  che  jmrla  bologneic. 

Il  furto  amoroso.  Coniodia  in  prosa  cogli  Intermezzi^  di  Camillo  Scali- 
geri dalla  Frutta.  —  Venezia,  per  Giacomo  Vincenti,  lOis,  in-is.® —  Bre- 
scia, pel  Fontana,  1022,  in-i2.° 

Comedia  recitata  nelle  nozze  di  Messcr  Trivello  Fornanti  e  Uadonna  Le- 
sina. —  Ferrara,  per  il  Baldini ,  ittitt  ,  in-8.® 

Il  Politico  svergognato.  Dramma  di  Melchiorre  Zoppio  detto  il  Caliginoso, 
recitato  nella  villa  di  Budrio,  Panno  iui7. 

Questione  di  vari  linguaggi,  di  Giulio  Cosare  Croci.  —  Bologna^  I6I8. 
QttetV  opìticvio  è  in  vcrsi^  quoti  in  forma  di  diàlogo,  ove  un  ^olognae  re- 
cita alcune  tiro  fé  nel  proprio  dialeUo. 

I  Falsi  Dei.  Favola  pastorale  piacevolissima  di  Ercole  Cimiiolti  Estuan- 
te.—  Pavia ,  per  Giambatista  Rossi,  1010.  in-12.''  —  La  stessa,  Venezia, 
per  Alessandro  De  Vecchi,  toso.  Fra  gli  interlocutori  Graziano  parta  il 
diaUtto  tiologmte.  • 

La  CiUèina  da  Budri.  Comedia  in  prosa  di  Adriano  Banchieri.  —  Bolo- 
gna ,  per  Bartolomeo  Cocchi.,  lom  ,  in-R.^  La  stossa  fu  ristampata  per  gli 
eredi  del  Cocchi,  nel  iosa. 

L^  Urslèina  da  Crevulcor  ,  ovvero  TAmor  costante.  Comedia  in  prosa  di 
Adriano  Banchieri.  — Bologna,  |)er  il  Cocchi,  I620,  in-8.® 

Lamento  de'  Villani  fatto  da  loro  Tanno  che  andò  il  bando  che  si  por- 
tassero tutti  gli  schioppi  alla  muniziono  (di  G,  C.  Croci).  —  Bologna,  per 
Bartolomeo  Cocchi,  1020. 

La  Minghèina  da  Burbian.  Comedia  in  prosji  dì  Adriano  Banchieri.  — 
Bologna,  per  il  Cocchi ,  iu2i  ,  in-a." 

La  Tcbia  d' Barba  Poi  da  la  Livradga  fatta  dal  Cjivall ,  di  Giulio  Cesare 
Croci.  —  Bologna ,  1 02 1 . 

El  Mozz  dia  Miclina  dèi  Verga  con  Saudrell  da  3Iontbudell ,  di  Giulio 
Cesare  Croci.  —  Bologna,  per  Bartolomeo  Cocchi,  losi. 

Lassato y  ovvero  Donativo  che  fa  maestro  Martino  a  Catarinòn,  di  G.  Ce- 
sare Croci.  —  Bologna,  pel  Cocchi,  lusi. 

La  gran  Vittoria  di  Pedrolino  contro  il  dottor  Graziano  Scattolone ,  per 
aiBor  della  bella  Franceschina,  di  Giulio  Cesare  Croci. —  Bologna,  pel  Coc- 
chi, 1621.  Mia  fine  della  Barzelletta  sopra  la  morte  di  Giacomo  dal  Gallo 
trÒKfasi  un  Diàlogo  in  lingua  riutica  topra  la  morte  dello  itetto. 

II  Scacciasonno,  Testate  alT  ombra,  e  T  inverno  presso  il  foco.  Opera 
onesta,  morale,  civile  e  diiette\ole  di  Camillo  Scaligeri  dalla  Fratta.  Cu- 
riosità copiosa  di  novelle,  rime,  motti,  provcrbj,  sentenze,  proposte  e 
risposte,  con  vari  liagionainenti  comici.  —  Bologna,  per  Antonio  Maria 
Magnani,  1025,  in-8.^'  —  Venezia,  per  Angiolo  Salvadore,  I6»7,  In-it.** 
Questo  lilnro  contiene  una  Comedia,  nella  quale  ti  parlano  varii  ditUetH,  e 
fra  questi  il  (foloffnrtr. 


kìik  PARTE  SECONDA. 

I  Ptsxi  amanti.  Comedla  pastorale  di  Lodovico  Riccalo  da  Castel  Fran- 
co. — -  Trevigi,  per  Angelo  RighetUni,  iq2».  Fra  i  quindici  intertoeutori 
di  queita  Comedia  un  Magnifico  parla  il  dialello  veneziano,  un  Giw&md 
Tibwrzio  il  napoliUmo,  e  Graziano  il  bolognese. 

II  Villano  arricchito  insopportabile.  Dramma  di  Diofebo  Agresti  Boto» 
gnese,  recitato  nella  villa  Marchetti,  r  anno  162«. 

Discorso  sulla  precedenza  ed  eccedenza  della  lingua  bolognese  alla  to- 
scana nella  prosa  e  nel  verso ,  di  Adriano  Banchieri  sopranominato  Camillo 
Scaligeri  dalla  Fratta.  —  Bologna,  per  Girolamo  Mascheroni,  lese,  in-s.* 
Queilo  discorso  alquanto  ampliato  venne  ristampato  nel  leso  da  Clemente 
Ferroni. 

La  Rossa  dal  Verga,  quale  va  cercando  pati-one,  di  G.  Cesare  Croci.  — 
Bologna,  pel  Cocchi ,  I626. 

La  Scavzzari  dia  Can'va  d' Barba  Plin  da  Luvolè ,  di  G.  Cesare  Croci.  — 
Bologna,  lese. 

I  Trastulli  della  villa  distinti  in  sette  giornate,  di  Camillo  Scaligeri  dalli 
Fratta.  —  Bologna,  per  Girolamo  Mascheroni,  1627,  in-8.^  Lo  stesso,  il 
Venezia,  pel  Giuliani,  lo  stesso  anno.  Racchiude  alcune  Novelle  in  varii  dia- 
letti, tra  i  quali  etnerge  il  bolognese. 

Invidia ,  Fasto  ed  Ignoranza  cagion  d'  ogni  male.  Dramma  di  Diofebo 
Agresti  Bolognese,  recitalo  nella  villa  di  Budrio,  Tanno  isst. 

La  Fleppa  combattù ,  di  G.  Cesare  Croci.  —  Bologna,  pel  Pisarrl,  lest.  — 

Ivi,  1807. 

Lamento  di  Barba  Poi,  per  aver  perso  la  Tognina  sua  massaray  di  Giu- 
lio Cesare  Croci.  —  Bologna,  iosa. 

La  Genisalemlne  liberata  del  Tasso  tradotta  in  lingua  bolognese  da 
Gio.  Francesco  Negri  pittore.  —  Bologna,  iosa.  Questa  vergione  /katan- 
pala  iol/o  fin  alla  stanza  S4  del  Canto  XIII,  mentre  gli  altri  Cernii  si  oon- 
sèrvcMO  ancora  matioscritti.  s4lla  fine  del  volume  si  legge  questa  nota  siram: 
Fu  vietato  all'autore  da'  principali  signori  di  Bologna  il  fluire  qnesr  open, 
tanto  per  Podio  che  la  città  portava  al  cardinale  Spada,  al  quale  è  dedi- 
cata, quanto  per  non  palesare  il  troppo  ridicoloso  effetto  della  loro  ulia 
favella. 

La  Fida  fanciulla.  Comedia  esemplare  di  Camillo  Scaligeri  dalla  Fratta , 
con  musicali  Intermezzi  apparenti  e  inapparenti.  —  Bologna ,  per  Kleolè 
Tebaldo,  lese,  in-is.® 

Frottola  di  Zanin  da  Bologna.  Senza  indicazione  alcuna. 

Lettera  neir  idioma  natio  di  Bologna  scritta  al  signor  Giambatista  Viola 
a  Roma ,  sopra  il  ratto  di  Elena  del  pittore  Guido  Reni  ;  di  Adriano  Btn-* 
chieri.  —  Bologna,  per  Clemente  Ferroni,  less,  Ìn-4.® 

Graziano  Volubile.  Comedia  di  Alodnarim  Fabrizio (Fa£rrirtoilf /mnciole).— 
Bologna,  per  Clemente  Ferroni,  ies4,  in-is.^  //  solo  Graziano  vi  porla  il 
dialetto  bolognese. 

Tre  indici  di  tutte  le  opere  di  Giulio  Cesare  Croci.  —  Bologna ,  leio, 
per  gli  Eredi  del  Cocchi. 


DULCITI   CVIUASI.  4SU 

Panii-  il*gli  iniumorali.  Drummu  rit-Hulol'Hriiiu  luns  iidla  villa  <li  Prr- 
•iccllo;  e  l'aono  is4e  ni-lb  vflln  Hulvunìa  di  Fnnuno. 

Il  BulllbercD  (lelli!  luvanilurr,  di  G.  Cesare  Crori.  —  B«lo|tOH,  le.is.  In- 
vntlncia  con  tin  Sonetto  in  lingua  ilaliana,  del  quale  la  coda  è  in  dialcttn 


La  Niclosa  da  Hnirbi .  di  Fulvio  Chcrardi,  iletto  Aequa  lepida.  —  Bnln- 
tna,  per  il  Peri,  ia4u. 

Amoroiia  Costanza.  Trugirnmeitia  boscherecci <i  del  conte  Andrea  Bar- 
>azia.  —  Bologna  ,  per  (iiacoiiio  Monli ,  I  ««0 ,  in-4.° 

Lo  scudo  dì  Hinaldo,  ovvero  lo  Specchio  dui  diiiinganno.  —  Venezia  . 
048,  In-is." 

La  Bernarda.  Comedi:)  rustiralc  <li  C.  Ce^rc  Croci.  —  Botog[ia,  pel  Ker- 
«nl,  1S4T.  —  I>'i,  lont.  B  qutifa  una  vtnione  itall'orìgiuale  ilaliana  del 
onte  Ridolfo  Campeggi. 

Amuili  schiavi.  Comcdiu  ridicola,  o  piuttosto  capriccioso  ghirilUziO  <li 
'ruicesco  Hicdelcliliii  Academico  Ritiralo.  —  Orvieto,  per  Rinaldo  Rutl , 
flsi,ln-is.' 

Dialogogia,  ovvero  delle  cagioni  e  della  naiuraloiu  dui  parlare,  e  spe- 
Jalmenle  del  più  aniicn,  del  più  vero  di  Bologna;  di  Ovidio Uontalbanl. — 
Mogna,  per  il  Zenuro.  isrfi. 

CroDoprostasi  Felsinea,  ovvero,  le  saturnali  vindlcie  del  parlar  bolo- 
[iMseQe  lonibardo;  ili  Ovidio  Hontalbanl.  —  Rologna,  per  ilZeiiaro,  leas. 

I  Disperati  conienti.  Comnlia  piacevole  di  Orazio  Vecchi.  —  Bologna , 
«r  Carl'Antonio  Perl,  ieil4,  iii-il.* 

La  Tancia  di  Hieliel angelo  Buonarroti  voltata  in  dialetto  bolognese  dui 
Inldo  AcudemlcD  DubioM  (.4.  Banchirrf),  die  la  intitolò  la  Togna.  — 
«fogna,  per  Glacooio  Monti ,  teii4,  In-e." 

II  Vocabolista  Bolognese,  nel  quale  si  dimostra  11  parlare  più  antico  di 
«logna  lodcv olissimo;  di  Antonio  Bumaldl  (Ovidio  Monlalùani).  —  Bolo- 
na,  per  Giacomo  Monti,  louu,  jn-it."  Queilo  libro  comprende  le  dve  òpere 
imforale,  cioì  la  Dblogugìa  «  la  Cronoprostasi  dello  lituo  aulare. 

Il  VHIaw)  ladro  fortnnalo.  Comedla  in  versi ,  in  lingua  rusticale,  di  GIUD- 
ali»ta  Qncnoli.  —  Bologna,  |>cr  CarrAntonlo  Peri,  lUi.  FUrittampata 
si  ZueeoU  e  dagli  eredi  del  PitarrL 

La  PluoDia  da  Ca.<tiun  di  Peppl.  Comedla  rusticale  di  Fulvio  Gberardl , 
etto  l'AquatepidH.  ~  Boiiigna,  lous,  ln-ii.° 

Fola  da  velra  e  sudèu  burlèvol.  Dscurs  murai,  tant  curlusquantcMitii* 
lar,  eh'  tratien  del  vivr  al  mònd,  perchè  an'  g'  vaga  al  profònd;  di  Ao- 
oido  Maria  Arcarsi.  —  Bologna  ,  I0U4. 

La  Plrlonea.  Comcdia  scritta  ne'  diaiiilll  botogneM ,  berganw 
rUno  e  veneziano  da  Lazzaro  Agostino  Colla.  —  Milano,  laoo.  —  M,  110B. 

La  Regina  SlatJsU  {EliiobcUa)  d'Inghilterra.  ComedU  1d  proaa  di  Al- 
>I<y  Blaocolettl.  —  Bologna,  per  Giovanni  Recaldlni,  IBOB,  In-ia.* 

Il  Villano  nobile.  Comedla  rustica -civile  di  Geure  VeoUmonte.  —  Boi 


mO  PARTE  SECONDA. 

gua,  per  Giuseppe  Longlii ,  ioo9  ,  in- 12.*^  Cinque  interlocutori  vi  pàrlaM 
il  dialetto  bolognese. 

La  Bella  Brutta.  Comcdia  di  Orsola  Biancolclli,  tradotta  dallo  sp^gnudc— 
Bologna,  per  Giovanni  Rccaldini  (f009),  senz^anno,  in-is.^ 
La  Grillaja^curiosità  erudite  di  Scipione  Glareano. — Bologna,  i67Syiii-it.' 
Vero  Amore  non  vuol  politica.  Favola  tragicomica  dell'  abate  Michele 
Brugnères.  —  Roma ,  per  Francesco  Tizzoni,  1676.  —  Ristampata  in  Bo- 
logna, pel  Longhi,  nel  f70i,  in-12.'* 

II  Graziano  infuriato ,  ovvero,  il  Fuggi  V  ozio,  di  Giuseppe  Maria  Cesari 
da  Budrio.  —  Bologna ,  1 679.  In  questa  composizione  boschereccia^  divisa 
in  tre  atti,  tutti  i  personaggi  parlano  la  lingua  italiana,  e  il  solo  dottor 
Graziano  fa  uso  del  bolognese  dialetto. 

Trespolo  tutore.  Dramma  burlesco  di  Giambatista  Ricciardi.  —  Bologna, 
per  il  Longhi,  senza  Panno  (  1 680).  —  Ivi,  per  Giuseppe  Loogh i,  1  «ss,  In-i t.* 
Trespolo  podestà  di  Greve.  Comedia  in  prosa.  —  Bologna,  per  Giuseppe 
Longhi)  senza  Tanno  (1680),  in- 12.^ 

Il  Ricino  e  Messer  Graziano.  Comedia  in  prosa  di  Andrea  Volpioo.  Senz§ 
veruna  indicazione ,  ln-8.® 

La  schernita  Cortigiana.  Comedia  di  Gio.  Maria  Alessandrini.  —  Bologna, 
per  il  Longhi,  16O0  in-is.® 

Amore  e  Sdegno  del  dottor  Graziano.  Comedia  in  prosa  di  Giuseppe  Ma- 
ria Cesari  da  Budrio.  —  Bologna,  per  Giuseppe  Longhi,  s.  a.  (i68i),iii-it.* 
Quinta  scienza  astrulogica  naturalissima  cava  con  art  squisitissima  in 
paies  vers  la  bunissima  ce.  —  In  Bulogna,  I68I.  Ivi  contèngoHMi  lunghe 
ed  insipide  cantafere  ad  ogni  fase  lunarcj  precedute  da  lunghissimo  diàiogo. 
Diporti  d^Amore  in  villa.  Scherzo  drammatico  ruslicalc ,  rappresentalo 
nel  teatro  publico  di  Bologna  V  anno  f  081.  Poesìa  di  Antonio  Maria  Monti 
Bolognese;  musica  di  Gio.  Antonio  Sibelli.  —  Bologna,  per  gli  Eredi  dei 
Plsarri,  1 681 ,  in- 12.** 
Tutore  Balordo.  Dramma  recitato  nel  teatro  publico  di  Bologna, Tanno  1  tal- 
chi n"*  ha  cervèll  hapa  gamb ,  0  sia  la  Liberaziòn  d'  Vienna  ;  poemeUo 
di  Lotto  Lotti.  —  Parma,  per  gli  eredi  del  Vigna,  I68tt.  Questo  poemetto 
fu  ristampato  più  volte  in  Bologna. 

Amour  tòurna  in  s'al  so,  0  vèir  sì,  El  nozz  dia  Checca  e  d'Bdètl 
Scherzo  drammatico  rusticale  di  Antonio  Maria  Monti.  —  Bologna,  ttts, 
in -12.^  Questo  dramma  fu  messo  in  mùsica  dal  celebre  Bolognese  Giusepfe 
Aldrovandini,  e  ristampato  più  volte  in  Bologna  y  iC97  e  17S9. 

Dal  tradimento  le  nozze.  Opera  scènica  dclT  abate  Michele  Brugnères 
Romano.  —  Bologna,  stamperia  Longhi,  senz'anno  (1087),  in-is.° 

Invidia  in  corte ,  ovvero  le  i)azzìe  del  Dottor.  Comedia  in  prosa.  —  Ve- 
nezia, per  Giacomo  Dedini ,  1688.  —  Ivi ,  per  Domenico  Lovisa,  senz*ti^' 
nos  in- 12." 

Bulogna  jubilant.  Pucma  strampnlà  fatt  pr  ci  i  ^llrgròzz  dia  iibenuiòn 
d^  Vienna,  prèisa  d'  Buda  (>  altor  Tiazz  in  t'  l'Ungari,.  Morea  e  Dalmaiia 


IHALETTI   EMIUA>il.  4B7 

Ja  Zniv.  Burliiitòn  [Gnniniano  Mi'(fnani)  |>ocla  ikm*  ueoòrt.  —  Ferrara, 
per  il  Poraatclli,  iosa,  in-s/'  liistampato  in  Vologìui  nel  1G90. 

L' arvèina  d'  Troja,  ovèir  al  brusampiiit  d'  Burtiòin  Manzavàcc  lìlatuiir, 
dòv  in  ottava  rema  al  cónta  la  so  dsgrazla  e  '1  miseri  di  Trojan.  Cun  la 
pròisa  d'  Buda,  e  altre  coss  del  guerr  tra  i  Cristian  e  i  Ture  (di  Gemi- 
niano  Megnani).  —  Ferrara,  per  il  Pomatelli ,  I680,  in-8.°  Ristampalo 
in  Bologna,  nel  iu9o. 

Intermezzi  fra  Lindurèin  0  Sandròina.  —  Bologna ,  \Htr  il  Pisarri,  senza 
l'anno  (igoo). 

^Anticamera  di  Don  Pasquale.  Comedia  del  dottor  Ranieri  Cenci.  —  Bo- 
ogna,  per  Gioscffo  Longlii,  IGOO,  in-12.'' 

Lo  Sdegno  superato  da  Amore.  Opera  del  dottor  Ranieri  Cenci.  —  Bo- 
logna, per  GioselTo  Longhi,  iGOi,  ln-12." 

La  lèlsna  novamèint  aguzza  dalla  so  nobilessima  eumpagni,  e  za  fundà 
in  Bulògna ,  purtà  in  ottava  róma  da  Gcminiano  Megnani.  —  Bologna,  per 
la  stamiierìa  camerale  •  IG92. 

La  Bernarda.  Dramma  di  Tommaso  Stanzani.  —  Bologna,  I604. 

Gli  inganni  amorosi  scoperti  In  villa,  o  sia  la  Zancina.  Scherzo  giocoso 
Ji  Lelio  Maria  Landi ,  in  versi  bolognesi,  rappresentato  Tanno  iGOe  nel 
teatro  Formagliari  di  Bologna. 

Povertà  sollevata,  ovvero  l'Invidia  abbattuta.  Opera  in  prosa  del  Do- 
rigista.  —  Bologna,  per  gli  eredi  del  Santi,  igog,  in-12.** 

La  Zelida.  Dramma  di  Tommaso  Stanzani.  —  Bologna,  igog. 

Il  principe  più  reale ,  che  amante.  Opera  in  prosa  del  Dorigista.  —  Bo- 
logna, per  gli  eredi  del  Santi,  igog,  in-12."  —  Ivi,  per  il  Pisarri,  1726. 

La  finta  verità  nel  medico  per  amore.  Comedia  di  Fabrizio  Nani.  —  Bo- 
logna ,  1 703.  f^i  sono  parlati  i  (lialclli  bolognese  e  ììcrgamasco. 

Rimedi  pr  la  sonn  da  lèzr  alla  banzola.  Dialoghi  sei  di  Lotto  Lotti.  — 
Milano,  1705.  —  Ristampato  in  Modena  nel  I704,in-4.^e  nel  17 12,  in- 12.", 
per  Bartolomeo  Soliani. 

I  Litiganti.  Opera  satiricomica  di  Girolamo  (ìigli.  —  Un  pazzo  guarisce 
r altro.  Comedia  dello  stosso  autore.  Ambcdite  furono  stampale  in  Venezia, 
nel  1704.  Fi  sono  parlati  vari  dialetti,  fra  i  quali  il  bolognese. 

La  Bernarda.  Comedia  rusticale  di  Giulio  Accursi.  —  Bologna,  f  70tf. 

Chi  finge  amore  non  può  durare,  ossia  Tabarino  affaccendato  e  deluso 
in  amore.  —  Bologna  ,  |)cr  il  Longhi,  f  70».  Ivi  il  dottor  Malinordine  e 
Tabarino  parlano  bolognese, 

Arminio.  Poemetto  drammatico  di  Pier-Antonio  Bernardoni  Bolognese. — 
Bologna,  per  il  Pisarri  ,  170G,  in-8.® 

La  sala  degli  incanti.  OpcradiManastaSoltoginio(7umaÀ-o«SWi^((70s//>i<). — 
Cremona ,  stamperìa  Ferrari,  I7ug,  in-12." 

II  geloso  di  se  medesimo.  Dramma  pastorale  per  musica  di  Pier-Antonio 
Bernardoni  Bolognese.  —  Bologna,  per  Costantino  Pisarri,  17U7,  in-o.**, 

Il  marito  confuso.  Dramma  recitato  in  Bologna  in  casa  Calderini  dagli 
Academici  Costanti.  Tanno  i7o». 


1^88  PARTE  SECO.XDA. 

Orìgine  delle  porte,  strade,  borghi,  contrade,  vie,  viazzolì ,  piazioie, 
salicate,  piazze  e  trebbi  delP illustrissima  città  di  Bologna;  di  Giovanni 
ZanU.  —  Bologna,  per  Costantino  Pisarri ,  I7i8.  Que$V òpera  è  un  ittn/t' 
ratio  ristampato  per  cura  di  Camillo  Scaligeri  dalla  Fratta  (Adriam 
Banchieri)^  nel  quale  i  discorsi  del  Mercurio  sono  in  lingua  italiana,  e  k 
descrizioni  delle  strade,  borghi j  ec.  sono  in  dialetto  bolognese. 

Il  padre  accorto  della  figlia  prudente.  Comedia  del  Dorigista.  -^  Bolo- 
gna, 1715,  in-i8.®  Due  interlocutori  vi  parlano  i  dialetti  boiognae  e  ber- 
gamasco. 

Adria.  Dramma  marittimo  di  Pier-Jacopo  Martello  Bolognese ,  nel  <|uale 
si  loda  la  città  di  Venezia.  — Roma ,  per  Francesco  Gonzaga ,  itk,  In-i.* 

Tre  amanti  scherniti.  Comedia  in  prosa  (  d*  autore  anònimo  ).  —  Bolo- 
gna ,  per  Costantino  Pisarri ,  f  7itt. 

Il  Paggio  fortunato.  Comedia  di  Domenico  Laffi.  —  Bologna ,  per  il  Pi- 
sarri, 1716,  In- 19.® 

La  libertà  nociva.  Opera  scenica.  —  Bologna ,  per  il  Longhl ,  tenu 
Vanno  (i7i8).  Otto  sono  gli  attori  in  questo  dramma,  tra  i  qìuli  Af.  Boa 
parla  un  cattivo  gergo  italO'francese,  7*accolino  il  dialetto  bergamasco ,  ei 
un  dottor  Bolognese  il  proprio.  Questo  componimento  anònimo  è  ignoto  atta 
Drammaturgia. 

Dozza  rimpidocchiata  col  Molino  Gazzino  della  Volatizza  del  Stoechi ,  e 
la  Pulla  dei  Barocchi.  Dramma  di  Ermocrate  Fabrizi,  recitato  l'annoi  Tot, 
in  una  villa  del  Bolognese.  —  Bologna,  I7i8.  —  Ivi,  i7se. 

La  Lisaura  pellegrina.  Comedia  di  Reginaldo  Sgambati.  —  Bologna,  senta 
data,  in- 12.^ 

Che  bei  pazzi  !  Comedia  in  versi  di  Pier-Jacopo  Martello.  —  Bologna,  per 
Lelio  della  Volpe,  17S5,  in-8.° 

Arianna  Ditirambica.  Comedia  di  Pier-Jacopo  Martello  bolognese.  —  Bo- 
logna, per  Lelio  della  Volpe,  17SS,  in-8.® 

Semplicità  non  è  per  le  corti.  Nelle  ridicolose  facezie  di  Bertoldino, di 
A.  C.  Z.  P.  A.  —  Bologna,  per  il  Pisarri,  17S3 ,  in-is.® 

Anche  il  villano  ascende  per  Impegno  e  denaro  al  consolato.  Intemeiii 
recitati  nel  dramma  intitolato:  Più  pretesti  ha  r  avarizia,  che  arliaon 
raggira  la  malizia;  rappresentatosi  Tanno  17S7,  in  una  villa  del  Bolognese. 

Cuntrast  d^  un  òm  e  d^  una  donna  sovra  V  estad  e  V  inverna.  —  Bolo- 
gna, 1787,  in-4.® 

Lo  starnuto  d' Ercole.  Dramma  di  Pier-Jacopo  Martello  bolognese.  ^  Bo- 
logna, per  Lelio  della  Volpe,  1728,  in-i2.® 

Fior  d'Agatone.  Comedia  di  Pier-Jacopo  Martello.  —  Bologna,  per  U^ 
della  Volpe,  1789,  in-8.° 

Madama  Ciana.  Opera  scenica.  —  Bologna,  per  Lelio  della  Volpe,  itm. 
QuesV  òpera  è  inserita  nel  Voi.  VI  delle  Opere  varie  d' incerto  autore. 

A  re  malvagio  consiglier  peggiore.  Farsa  di  Pier^acopo  Martello.  —  Bo- 
logna, per  Lello  della  Volpe,  175.%.  in-8." 


DIALETTI   ENIUAtìI.  469 

Teatro  di  Pier-Jacopo  Martello  bolognese.  —  Bologna,  per  Lelio  della 
^olpe,  175»,  in-8.° 

El'  dsgrazi  d'  Bcrtuldèin  dalla  Zèna ,  miss  in  rima  da  G.  M.  B.  (Giuseppe 
Ilaria  Bovina)  Acadèmic  dal  Tridèll  d'  Bulogna.  —  Bologna,  per  Costan- 
tino Pisarri,  I7S6. 

Al  mèdie  fazii,  o  sia  un  rimedi  squasi  a  tuU  i  mai  truvà  dal  Crevalcorèis 
ter  divertimèint  dia  banzola.  —  Bologna,  17S8,  in-is." 

Smergolamento,  o  sia  Piantuori  eh'  fa  la  zia  Tadia  del  barba  Salvester 
la  Tgnan,  quand  Sandrin  so  floi  andò  alla  guerra  T  alter  de.  —  Bologna, 
ìeì  Pisarri,  1738.  Questo  componimento  è  di  Giulio  Cesare  Croci, 

n  festino  dei  barba  Bigo  dalla  Valle  (di  G.  C.  Croci).  —  Bologna ,  per 

I  Pisarri,  1738. 

La  Simona  dalla  Sambuca ,  la  quale  va  cercando  da  filare  in  Bologna , 

II  G.  C.  Croci.  —  Bologna ,  pel  Pisarri. 

Vanto  di  due  villani,  cioè  Sandròn  e  Burtlèin  (di  G.  C.  Croci),  —  Bo- 
ogna ,  pel  Pisarri. 

Claccaramenti,  viluppi,  intrighi,  travagi  e  cridalesimi ,  che  si  fanno  in 
lologna  al  tempo  delle  vendemmie,  di  G.  C.  Croci.  —  Bologna,  per  11  Pi- 
»aiTl. 

Romori,  intrighi,  claccaramenti  che  si  fanno  nella  contrada  del  borgo 
I.  Pietro  e  del  Pradelio.  —  Bologna ,  per  il  Pisarri. 

La  gran  grida  fatta  da  Vergòn  dalla  Sambuga,  per  aver  perso  rasino 
del  suo  patrone.  —  Bologna,  per  il  Pisarri.  Questo  lèpido  componimento, 
iti  pari  che  i  precedenti,  è  di  Giulio  Cesare  Croci,  e  tutti  sono  scritti  in 
IHìQua  rùstica  bolognese, 

I  dsgrazi  d'Bertòid,  d'Bertuldèin  e  d'  Cacasènn.  —  Bologna,  17S8, 
iii-4.*'  Questi  tre  poemetti  furono  tradotti  dall'originale  italiano,  comune- 
mente attribuito  a  Pompeo  Vizzani,  in  ottava  rima  bolognese,  per  cura 
ielle  due  sorelle  Teresa  ed  Jngiola  Zanotti,  delle  sorelle  Maddalena  e  Te- 
'esa  Manfredi,  e  di  G.  Gaetano  Bolletti,  Furono  ristampati  per  Lelio  della 
IToIpe,  a  Bologna,  nel  1740,  in  tre  voL  in-8.® 

La  Fleppa  lavandara.  Cumedia  nuvessima  in  lèingua  bulgnèisa.  —  Bu- 
logna, In  V  la  stampar!  del  Lung,  i74i ,  in-is.® 

La  Ciaqlira  dia  banzola,  o  per  dir  mèi:  Fol  divèrs  tradotti  dal  parlar 
napolitan  in  lèingua  bulgnèisa ,  per  rimedi  innuzèint  dia  sonn  e  dia  ma- 
Incunì.  —  Bologna,  174S.  Questa  versione  dall'originale  napolitano  Cunto 
la  11  Cunti  è  òpera  delle  sorelle  Manfredi,  e  fu  ristampata  in  Bologna,  per 
Gaspare  de**  Franceschi,  nel  i8is. 

Véta  dia  Zé  Sambuga  nata  in  t' al  cnuin  de  Diol ,  cun  la  nassita,  véta , 
luzzèss  e  dsgrazi  d' Zé  Budella  so  fiola.  Bologna,  1 743 ,  in-8.®  Sono  sei  Canti 
n  ottava  rima  d'anònimo  autore, 

V  ignorante  presuntuoso.  Comedia  in  versi  di  Pietro  Zanotti  Cavazzoni 
lolognese.  —  Bologna,  per  Lelio  della  Volpe,  1743,  in-8.® 

La  prudenza  nelle  donne.  Comedia  del  Dorigista.  —  Bologna,  1748.  yi 
OHO  partati  i  dialetti  bolognese  e  bergamasco. 


^60  PARTE  SECONDA. 

Invìd  d*un  diittòur  bulgncis  al  barciiròl  venczian  eh'  prumess  d' far  una 
ranzòn  pr  ci  felizessem  nozz  dèi  sgncr  còiit  Jachem  Marùll  cun  la  sgnèra 
cuntòssn  Camelia  Boccadferr.  —  Bologna,  per  il  Pisarri,  I7«2. 

Gli  sposi  traveslili.  Coniedia  di  Jacopo  Angelo  NellL  —  Slena ,  per  11 
Rossi,  17»K,  in- 18.^ 

Matilde,  ovvero,  li  tre  fratelli  rivali  negli  amori  delP incognita  sorella. 
Opera  in  prosa.  —  Bologna,  per  gli  eredi  del  Pisarrl,  senza  l'anno,  In-ii.* 

Poesie  italiane  del  dottor  Giuseppe  Pozzi.  — Bologna,  176I.  M  tròoomi 
tre  canzoni  in  dialetto  bolognese^  dw  delle  quali  di  D,  Giulio  Monile  ed 
una  del  Pozzi. 

Al  triónf  di  Mudnìs  pr  una  seccia  tolta  ai  Bulgnis.  Poema  ridécol  tns- 
porta  in  lèlngua  bulgnèisa  da  un  Academic  dèi  Tridèll.  —  In  Modna,  fl7«7, 
in-4.®  Qttesto  poemetto  è  la  versione  della  Secchia  rapita  del  Tononi. 

Bacco  in  Toscana,  di  F.  Redi,  con  l'aggiunta  dì  CL  brìndisi,  ec.  In  ot- 
tava rima  di  Tirsi  Albeno.  —  Venezia,  1779.  M  Iròponsi  qtMitro  brindisi 
in  dialetto  bolognese. 

L^Asnada.  Puemètt  del  sgnòr  Clemèint  Bondi  tradott  d' In  Tuscàn  lo 
9ulgnèis.  —  Bulogna,  S.  Tmas  d'Aquèin,  177».  Tre  canti  in  ottapa  rima 
di  Annibale  barloluzzi. 

Rem  d' Zambatcsta  Gnudi  da  Bulògna,  dedica  ai  dileltani  d' lèingua 
bulgnèisa.  —  Bulogna  in  t' la  stamptirì  d^s.  Tmas  d'Aquèin,  1770. 

Poesìe  di  Giuseppe  d'Ippolito  Pozzi.  —  Venezia,  1776,  in-s.**  Nel  terzo 
volume  di  questa  Raccolta  tròvansi  tre  Canzonette  in  dialetto  bologneu.     • 

Cun  più  rè  rotta,  la  s'  cunza  mèi.  Intermezz.  —  Bologna,  1778,  Id-8.* 

Pr  la  mort  del  sgner  duttor  Francesch  Zanott  e  dia  duttoressa  Lauri 
Bassi.  Poesi  de  Francesch  Longhi  e  d'Anibal  Bartoluzz.  —  Bulogna,  1781, 
in-8." 

Poesie  d'Annibale  Bartoluzzi.  —  Bologna,  per  Lelio  della  Volpe,  I78i. 

Li  Cittadini  Bolognesi  all'invitto  generale  Bonapartc.  Sonetto.  —  Bolo- 
gna, pel  Sassi,  1798. 

Sunet  con  la  co ,  rezità  dal  ztaden  Rampon  al  zirquel  cuslitozluiial  d* 
Bulogna ,  in  arsposta  dal  Sunet  d'  Cesarot,  compost  da  vent  ztaden  dia 
Sciga  in  t*  al  magazzen,  Tultma  sìra  d'  carneval.  —  Bulogna,  pr  elstamp 
dal  Geni  democratic,  1798. 

Su  net  t  al  merli  di  gentilessm  spus  nuv ,  la  ztadina  Teresa  dal  Re  e  al 
ztaden  Juseff  Cursen.  Sonetto  segnato  G.  M.  C. 

In  lod  dr  apparat  fatt  da  Santèin  Burzi  lardaròl  dai  Casal,  al  giovedì 
sant  dèi  1  bo7.  —  Bologna ,  per  Maselt. 

Lunari  bulgncis  dal  gran  duttòr  Balanzòn  Lumbarda  pr  Tann  1807. 

Bulogna,  pr  al  stamp  dal  Sass. 

Lunari  bulgnèis  dal  gran  duttòr  Balanzòn  Lumbarda,  pr  Tann  bisest^tf 
1 808.  —  Bologna ,  per  il  Sassi. 

Al  sgner  Zvann  Avon  eh'  s' aggroppa  in  matrimoni  con  la  sgnera  Mar^^ 
Guglieri  al  meis  d'  Lui  dell'  ann  I800.  Sonet  con  la  co.  —  Bulogna ,  pr  c^^ 
stamp  dal  Sass. 


DIALETTI   ENILIAMI.  ^61 

Pr  ci  inalrjnioiii  del  sgnour  Marcantoni  Malvasj  cun  la    sgnoura  Alarj 
Sera.  Suncl  de  Don  Juscff  Zampir.  —  Bulogna,  isoo. 

Pr  ei  nozz  del  sgnour  Jiisfln  (^uidalott  e  dia  sgnoura  Rachiina  Malvasj. 
tklio  stesso  autore. 

Dods  Sunett  fall  pr  la  mori  de  Sabast  Taner ,  de  Don  JuselT  Zampir.  — 
Bulogna,  1811. 

Tslament  d'Zanin  Brandoli  dctt  Zanin  dagr Istori.  —  Bologna,  in  t^  la 
•Umperì  dia  Cloiuba. 

Sunett  per  la  Solenn  proccssion  general  del  ss.  Sacramcnt  per  la  parroc- 
rhia  d'  san  Gregori,  ec.  de  Caniill  Maccagnan.  —  Bologna,  ibis  ,  stamp. 
Ila  Clomba. 

Vocabolario  Bolognese-Italiano  di  Claudio  Ermanno  Ferrari.  —  Bologna, 
isti,  in-8.^ 

Sonetti  vari  di  D.  Ginsepi>c  Zampicri   —  Bologna,  issi. 

Air  egregio  preclarissimo  giovine  signor  Pietro  Bigalti,  cui  viene  confe- 
'Ita  la  laurea  dottorale  in  chirurgia  nella  pontificia  università  di  Bologna 
i  luglio  1821.  Sonetto  in  lingua  italiana  e  in  dialetto  bolognese  di  Luigi 
lontalti. 

Zerudèll  sciòlti  in  Icngiia  bulgncisa  da  divertirs  in  t*  i  dsnar  e  in  T  e 
ienn  al  Garenval,  dedica  ai  dilettant  Zerudlèsta  da  Bonifaii  Cadoai.  — 
lotogna,  I8SI ,  in  la  stamp.  dia  Clomba. 

Raccolta  di  componimenti  in  dialetto  bolognese.  —  Bologna,  per  Rie* 
lardo  Masi,  I8t7.  Questa  raccolta,  che  (Uy^eva  èssere  ripartita  in  dódici 
niumij  In  incominciata  sotto  la  direzione  del  Ferrari  autore  del  Vocabo- 
ario  bolognese ,  sin  dal  1 827 ,  in  cui  venne  in  luce  il  I  volume j  contenente 
lulogna  travata  dal  guerr  zivil  di  Lambertazz  e  di  Geremì.  Pocmètt  scher- 
èvol  in  uttava  rèma,  e  in  7  Cani,  di  G.  C.  C.  (Gregorio  Conte  CasoU), 
felP  anno  successivo  i  ss 8  fu  publicato  il  li  volwne,  che  racchiude  EgrOper 
r  Loft  Lott,  purgale  dalle  tnende  ortogràficìte  delle  anteriori  edizioni  di 
^rma^Mòdcna,  ec.  Quindi  l'edizione  fu  sospesa,  e  solo  nel  isso  venne 
ontinuaia  sino  al  voi,  VII  inclusivo.  Il  Ili  racchiude  Egr  Oper  d' Fran- 
èsch  Mari  Longhi;  t7  ir,  Varii  puesì  d' divcrs,  e  zioè  d'Gnudi,  di  du 
^ngbl,  d'Annebcl  Bartulozz,  d'Benfna',  d'Tartaja  e  d' Ferrari;  il  V^  Al 
'entameròn  d'  Zuan  Aléssi  Basile,  o  sia  cinquanta  fól  detti  dadll  donn  in 
enqu  giurnàt.  Traduzion  dal  napuletan  in  Icngua  bulgncisa.  Seguita  a 
uU  al  VI  ed  aneli  al  VII  volùm ,  dov  s*  attrova  aucb  El  dsgrazi  d' Berlul- 
ièin  dalla  Zèina  d'  Zòiser  Cròus.  —  Bologna,  tipografia  di  s.  Tommaso 
l'Aquino. 

Progetto  d'ortografia  bolognese,  d'un  Accademico  del  Tritello  (Il  prof. 
X  Gio.  Bait.  Fabbri).  —  Bologna,  1828,  per  le  stampe  del  Nobili. 

Vocabolario  Bologiicse-l tediano,  colle  voci  francesi  corrispondenti,  com* 
«lato  da  Claudio  Ermanno  Ferrari.  —  Seconda  edizione  ln-4.®  Bologna , 
ipografia  della  Volpe,  lass. 

Iteen'aiiòn  zeicst  fatti  dal  Duttòur  Truvièin  souvra  l'ann  1856.  —  Bu* 


462  PARTE  SECONDA. 

• 

logna,  dalla  slainpari  dal  Sass.  Già  da  <Ucuni  iécoU  ti  pùbUeano  Almamoc' 
chi  con  varie  poesie  e  prose  in  dialetto  bolognese,  sicché  sarebbe  to^erchit 
ed  inùtile  impresa  il  citarli  ad  uno  ad  uno.  Quelli  del  Dottor  Balanzòn  Lom- 
barda e  del  Dottor  Truvlèin  sono  tra  i  più  antichi  e  più  accrediiaii.  Nei' 
Vanno  184S  fu  instituita  in  Bologna  una  società  di  giovani  studiosi  pel 
tnigliorametito  de'  patrii  almanacchi ,  e  negli  anni  successivi  gareggiarono 
tra  loro  le  due  Società  del  Vecchio  e  del  Nuovo  Truvlèin,  inserendo^  ogni 
anno  scritti  di  pùblica  utilità  su  vari  argomenti  econòmici^  igiènici,  te. 
Bastino  questi  cenni  per  ciò  che  spetta  agli  Almanacchi, 

Canzon  per  brusar  la  vecchia  a  mezza  quaresima.  —  Bologna ,  IM7, 
tipografia  della  Colomba.  Foglio  volante.  Questa  Canzone  ha  malia  eeUbriti 
in  Bologna,  ove  parecchie  persone  la  recitano  a  memoria.  La  pàbiiea  cpi" 
nione  l'attribuisce  alle  sorelle  Manfredi;  tutti  gli  anni  se  ne  fanno  nmm 
edizioni. 

Quanto  alle  poesìe  volanti  e  d*  occasione,  sono  pure  in  nùmero  cofuiife- 
revole,  specialmente  quelle  degli  ùltimi  anni,  sicché  troppo  ùmgo  iarebbs 
V  enumerarle  partitamente. 

Romag:«olo. 

Francesco  Piero  da  Faenza.  Comedia  nuova  stampata  in  Fiorenza  ad 
istanza  di  Baldassar  Faentino  sul  principio  del  secolo  XV ,  in-8.*  M  toi 
contadino  parla  il  dialetto  romagnolo,  e  propriamente  il  FaeniimL 

Vocabolario  Romagnolo-Italiano  di  Antonio  Morri.  —  Faenza,  per  Plelio 
Conti ,  1840 ,  in-4.®  È  questo  il  primo  libro  pubUcato  intomo  ai  dialetti 
romagnoli,  troppo  negletti  e  sprezzati  da  quelli  stessi  cìu  li  parlano.  U 
Morri,  nella  Prefazione  al  suo  f^ocabolario,  dichiara  di  non  conóscere  ve- 
runa  produzione  èdita  in  questi  dialetti;  nello  stesso  anno  peraltro  oènnerù 
in  luce  alcune  poesie  in  dialetto  Fusignanese,  nell* òpera  seguente: 

Scelta  di  poesie  italiane  e  romagnole  di  Don  Pietro  Santoni  Fusignanese^ 
raccolte  da  Giacinto  Calgarini.  ^  Lugo,  pel  Melandri,  1840,  in-8.*^  Ddk 
100  pàgine  di  questo  libro  40  racchiùdono  poesie  vernàcole. 

Poesìe  Forlivesi  di  A.  G.  {Acquisti  Giuseppe),  ~  Forlì,  dalla  UpograHi 
Casali,  1844,  in-s.** 

Modenese. 

Contadinesca  in  lingua  rustica,  detta  la  Menga  o  Zia  Tadeia,  fatta  per 
intermedio  deirAminta  del  Tasso.  Ridicola  assai  e  morale  insieme,  —  MO' 
dena,  per  Bartolomeo  Soliani,  less,  in-ie.** 

Canzòn  in  lingua  mudnèisa  sovra  la  gran  moda  d*  quel  femen  che  s^  dmam^ 
den  mezz-pataj ,  ch^  vren  tgnir  al  bazil  alla  barba  a  tutt^  el  dam.  — 
Modna,  1778.  Con  licenza  di  soperior. 

Canzone  per  la  ricuperata  salute  di  monsignor  Fogliani  vescovo  di 
dena.  —  Modena  (  isoo  incirca.  fYi  scritta  da  un  certo  dottor  Fnrmri). 

Mille  voci  modenesi  colle  loro  corrispondenze  toscane.  Senan  indlcailoD^ 


DULETTI  EMILIAMI.  ^05 

veruna.  Questo  Saggio  di  Vocabolario  Modenese  fu  inserito  in  un  /ilma- 
nacco  net  i  oso  incirca,  publicato  per  gli  eredi  Soliani,  ed  è  òpera  det  vi- 
vente dottor  Ercole  liegginnini. 

Keg<ìia!«o. 

Sancì run  da  Huvalta  strolegh  modem,  spernostic  per  Tan  17S0,  e  suc- 
cessivi. —  Reggio,  pel  Davolio.  Qìiesto  pronostico  è  stampato  in  foglio;  dal 
principio  detto  scorso  sècolo  continuò  sin  verso  il  1 700,  e  contiene  varie  poe- 
sie satiriche  in  lingua  rùstica  reggiana j  e  propriamente  det  villaggio  di 
RivattUi  celebre  j)et  palazzo  che  vi  esisteva  degli  antichi  Estensi, 

Le  nozze  di  contado.  Mascherata  fatta  in  Reggio  nel  carnevale  delP  an- 
no 1752.  —  Reggio,  pei  Vedrottl,  in-*.**  di  pag.  eo.  Jn  questa  raccolta  di 
poesie  trovasi  il  Sonetto  d' autore  anònimo  in  dialetto  reggiano  urbano  in- 
serito nei  precedenti  Saggi. 

Al  Contaden  astròlcgh.  —  Reggio ,  pel  Davolio.  Questo  Diario  fu  pubti' 
cato"^  netta  seconda  metà  del  sècolo  passato»  e  continuò  parecchi  anni.  Con» 
tiene  alcuni  discorsi  in  dialetto  riutico  reggiano. 

Scartafaz  d'Ambrosoun  Sgarbazia  incoun  il  lunazioun,  fesl  mobl  e 
stabi,  ec. —  Reggio,  pel  Davolio,  i76«-t770,  in-8.°  Questo  almanacco, 
publicato  pure  nella  seconda  metà  del  sècolo  passato,  contiene  vari  discorsi 
in  dialetto  rùstico.  Nel  1771  cangiò  formato ,  e  fu  publicato  in-folio. 

Lunari  Arsan  per  Tann  i82«-20.  —  A  Rezz,  da  Tursan  e  Comp.,  in-8." 
Oltre  alta  prefazione  in  versi  rimati,  questo  Lunario  contiene  varie  poesie 
pure  in  dialetto  reggiano.  L'anònimo  autore  fu  il  conte  sac.  Prevosto  /tocca 
di  ìteggio,  morto  ne/  1  osi. 

Dizionario  Reggiano-Italiano.  —  Reggio ,  tipografia  Torrcggiani  e  Comp. 
i8S«,  8  voi.  in-8.^  L'anònimo  autore  è  il  vivente  dottor  Gio.  Batista  Ferrari. 

Lunari  Arsan  per  Tann  I84i-4tt.  —  Reggio,  tipografìa  Torrcggiani  e  C, 
in-8.*  Questo  lunario^  che  ha  per  molto:  E  sferzo  il  vizio,  e  chi  sen  duol 
s* accusa  ,  contiene  una  prefazione  in  versi  rimati,  e  varie  poesie  in  vario 
metro,  t^vna  e  te  altre  in  dialetto  reggiano.  V  anòìiimo  autore  è  il  vivente 
canònico  Ferrante  Bedogni. 

yarie  poesie  d' occasirtne  furono  ancora  publicate  in  questo  dialetto,  0  in 
foglietti  volanti,  o  inserite  in  alcune  raccolte. 

Lunario  Reggiano  1846.  —  Reggio,  presso  (*.  Davolio  e  figlio.  Questo 
votumetto  racchiwte  molte  brillanti  poesie  vernàcole,  fra  le  quali  emerge  la 
versione  di  buona  parte  deWJrtc  Poetica  d'Orazio.  L'autore  è  parimenti  il 
prof.  Bedogni. 

Ferrarese. 

Traducion  del  caos  in  otava  rima  del  plus  iiuani  i)erfelto  dottor  Gratiano 

Forbosoni  nella  sua  lingua. —  In  Venelia,  per  Fioravantc  Prati,  f  tt90,  in-4.'' 

Le  renio  e  quindici  conclusioni  in  ottava  rima  del  plus  quam  perfetto 


404  PARTE  SRC0.1DA. 

dottor  Gratiano  Forbesoni  da  Francolino,  ed  altre  nanlfatture  e  composi- 
tioni  nella  sua  bnona  lingua.  —  In  VcncUa,pcr  Floravante  Pratl^^fl  »eo,Tin-4.* 

La  Pazzia.  Comedia  di  Pietro  Bagliani,  comico  Unito,  detto  II  dottor 
Graziano  Forbesoni  da  Francolino.  —  Bologna,  per  Teodoro  e  Clemente 
Ferroni,  1624,  in-4.^ 

I  Prugnostich  per  V  ann  i  tss  ,  cumpuncst  da  Barba  Maurell  Stuppion 
{Ambrogio  Baruffàldi),  Arzdor  d' la  villa  d'  Cona.  —  Frara,  pr  al  Fllon, 
17B8,  in-i6.® 

Piccaja  Zemgnan  Stelazocc  d' rArcivcscovà.  Sunett  air  Eminenilsslffl  e 
Reverendissim  Prenzip  Lisandar  Mattel  di  Duca  d' Giov  Arclvescuv  d'Fn- 
ra.  —  In  Frara,  par  i  Ercd  d'  Giasef  Rinald.  Senza  dato,  in  foglio  PolmUe, 

Al  Eminentissim  sgnor  Cardinal  Zanmariè  Riminald  PatrizI^Frares,  Su- 
nett. —  El  Marangon  d'  Cà  Riminalda.  —  In  Frara.  178S,  pri  Ered  d'  Glutei 
Rinald.  Fbglio  volante. 

Arnesi  Baluosa  Marangon  d*  Cà  Riminalda  in  znoch  ai  pie  d'  r  Eminen- 
tissim sgnor  Cardinal  Zanmariè  Riminald  eh'  sta  par  turnar  a  Roma.  —  Id 
Frara,  par  i  Ered  d'  Giusef  Rinald,  1786.  Foglio  volante. 

La  lum  dal  manegh.  —  Dialoghi  famigliari  in  lingua  ferrarese  compoiti 
da  Ubaldo  Magri  Farolfi,  e  dedicati  air  onesta  e  gentile  vllleggiatara  di 
Quartesana.  I7i9.  Sono  contenuti  nel  Ili  voL  delle  Opere  postume  di  Gi' 
rolamo  Baruffaldi,  —  Ferrara,  1787,  in-8.® 

Vocabolario  portatile  Ferrarese-Italiano  delPabate  Francesco  Kaimini.  — 
Ferrara,  per  gli  eredi  di  Giuseppe  Rinaldi,  isott. 

Al  sgnor  Giusef  Bonlei,  cir  sposa  la  sgnora  Lucrezia  Zacco  ,^un  so  co- 
sin.  —  Frara,  da  Checch  Pumatel,  i8is.  Due  sonetti,  in-8.^ 

Chichett  da  Frara  {conte  Francesco  jéventi).  Lunari  nov  con  sturielii  e 
mattieri  per  Pann  1896.  —  In  Frara,  stampa  da  Francese  PumateU,  in-8.* 
Questo  lunario  continuò  ogni  anno  dal  isto  sino  al  presente,  e  racchiude 
molti  graziosi  componimenti  vernàcoli. 

Per  la  sulennissima  illuminazion  fatta  in  tutta  la  città  d'  Frara ,  espt 
zialment  alla  fazzada  gottica  dal  Dom',  con  Tappendiz  d'una  machina  d' 
fogh  artiflzial  in  unor,  gloria,  congratulazion  dal  nov  Eminentissim  agnor 
Cardinal  Gabriel  d' la  Genga  Marches  Serniattei  Arclvescuv  amatissIiD  d' la 
Diocesi  Fraresa.  Sunett  Vemacul  {di  Giacomo  Maria  Bottoni). —  Frara,  da 
Bresciani.  Foglio  volante. 

I  Plagulò  d' Frara.  Diàlugh  in  Frares  pr  al  Lunari  dal  1849.  Frara,  par 
Dmenagh  Tadel.  —  Questo  lunario,  nel  quale  trovami  raechiuH  oUwù 
diàloghi  e  barzellette  in  dialetto,  cominciò  nell'anno  f  849^  e  amtitmò  U- 
nora  nei  successivi. 

Maiitoyano. 

Vocabolario  Mantovano-Italiano  di  Francesco  Cherubini.  —  Milano,  p^c 
Gio.  Batista  Bianchi  e  C,  1897 ,  in-8." 


nUl.LTTl    EVILIAM.  Hf^ìi 


Pahmiuumi. 


Il  Possidente  in  villa.  Lunario  dilettevole  ed  istruttivo  per  Pannoiso». — 
'arma,  per  Giuseppe  Paganino,  in-Sl.^  Hawi  un  diàiogo^  nel  quale  alcuni 
HterloaUori  parlano  il  dialello  riulico  parmigiano. 

Strolgament  dil  Strcl,  pr  Fann  isitt,  msurad  a  braz  con  el  forca  da 
lu  branz,  dal  Qiporal  Quattordcs  Cazzabal  dia  Villa  d'Figazzel.^  Penna, 
n-i6.^  Questo  Almanacco  generalniaiie  conosciuto  col  solo  nome  di  Cazza- 
lal ,  fu  incominciato  circa  alla  metà  dello  scorso  sècolo,  dal  parmigitmo 
9.  Innocenzo  Sacchi,  e  fu  poi  continualo  con  poche  interruzioni  sino  a  noi. 
Valwlta  ne  vennero  in  luce  nello  stesso  anno  due  o  tre,  collo  stesso  titolo, 
eòtene  diversi.  Gli  stampatori  che  successipometite  lo  publicàrono  tono  : 
àchem  Blanchon,  Ross  Ubèld,  FIupp  Cannignàn  e  Jàchem  Ferrari.  Eui 
contengono  alteniumcntc  poesie  in  dialetto  urbano  e  rùstico, 

lì  StrcU  compassud  con  la  rocca  dalla  Fodriga  da  Panoccia.  —  Penna, 
n-ie.**  Questo  Almanacco  è  conosciuto  col  solo  nome  di  Fodriga,  ed  ebbe 
ìrineipio  incirca  al  tempo  del  Cazzabal ,  col  quale  rivaleggiò.  Ebbe  pure 
forie  interruzioni  e  vari  stampatori. 

Glornal  pr  Tan  bisestil  isio  compost  da  Luigion  dal  Belli  Braghi.  — 
'arma,  per  Flip  Carmignan,  In-S4.® 

L^Occfalon  Parmsan,  Lunari  ncuv  pr  Fan  bisestil  iste,  compila  da  Boi- 
lifazl  Occialon  Barbcr  d*  Parma.  —  Parma,  pr  Flip  Carmignan,  in-S4.** 

Oltre  ai  citati  Almanacchi,  furono  publicati  ogni  anno  Lunari  in  foglio 
"dante,  con  poesie  vernàcole,  dei  quali  basterà  rammentare  i  seguenti: 

El  matrimoni  dia  siora  Majen  sartorcina  con  Fifola  el  calzolar.  —  Par- 
sa,  pel  Paganino,  f  aio. 

Descours  d'Catan.  —  Parma,  iB2o. 

La  Festa  in  cantclna.  —  Parma,  |K'1  Carmignani,  lasi. 

Il  Servi  eh''  meuien  el  nas  al  so  patron.  —  Parma,  |)el  Paganino,  losu. 

L^Avvocat  Tridura  eh'  tcus  la  difeisa  dil  servi.  —  Parma,  pel  Donati,  183 o. 

Avis  a  chi  s' veul  maridar.  —  Parma,  pel  Donati,  issi. 

La  pressia  dil  fieuli  per  tour  mari.  —  Parma,  |X!l  Donati,  issa. 

El  Mond  rè  na  comedia.  —  Parma,  pel  Donati,  isas. 

I  Fanatich  pr  el  Lott.  —  Parma,  pel  Donati,  isas. 

El  Mond  neuv.  —  Parma,  pel  Donati.  1854. 

Manera  nocuva  d' far  la  barba.  —  Parma,  pel  l^aganiao.  ifts^s. 

Hìmedj  pr  la  gelosìa.  —  Parma,  pel  Donati,  I85«s. 

Contrasi  tra  la  nona  e  la  ncnra.  —  Borgo  s.  Donino.  |>cl  Vecchi,  iss». 

Contrast  dia  siora  Malcontenta  mojora  del  sior  Imbrojalmond ,  con  la  cn- 
siuera  la  Potaccionna.  —  Parma,  pel  Paganino,  iosa. 

La  Famìa  d' Fifola  al  calzolar.  —  Borgo  s.  Donino,  pel  Vecchi.  IRSO. 

El  Mond  alFarvors.  —  Parma,  pel  Paganino..  1837. 

El  Mond  dia  Lònna.  —  Borgo  s.  Donino,  pel  Vecchi,  io»?. 


406  PAETC  SECONDA. 

La  Cuseina  Ka|M>litaua.  —  Parma,  pel  Lucchini,  18S7. 

Il  festi  d'  Nadal.  —  Parma,  1838. 

Lunari  Parmsan  del  1838,  Per  chi  veul  buttar  via  i  strazz,E  faralmc- 
ster  d^  Bllchlazz. 

El  Matrimoni  dificoltòus.  —  Parma,  pel  Ferrari,  isso. 

La  Montagna  dei  Giudizi.  —  Parma,  1840. 

San  Crespen  eh'  fa  Pissaloli  zavaten ,  mari  dia  Trecla  con  Fracass  mei- 
8ter  d^ musica  arrabida.  —  Parma,  pel  Ferrari,  184S. 

I  Zercadòur  da  dzor  (di  tesoriy  —  Parma,  pei  Ferrari,  184S. 

Gran  Academia  vocala  e  istrumentala.  —  Parma,  pel  Ferrari,  1843. 

I  vilan  a  la  moda.  —  Parma,  pel  Paganino,  1844. 

I  Vestiari  a  ia  A/a^  sicché.  —  Parma,  per  Rossi-Ubaldi,  I84tt. 
Dizionario  Parmigiano-Italiano  di  Ilario  Peschiera  —  Parma ,  stamperìa 

Blanchon,  issa,  3  voi.  ìn-s.^ 

Piacentino. 

La  Pilligraeiiia  vedva  d^  Isidori  Ficcapartutt  zavattaei  e  strolegli.  Lu- 
nari In  dialceutt  Piasintaci  par  Fann  issa.  —  Piaseinsa,  dai  stampadour 
Tedeschi,  in-i8.® 

La  Pilligraelna  pajaroìula,  ch^  ha  sposa  al  cceug  Speina-Carpan.  Lunari 
in  dialceutt  Piasintaci  par  Tann  1840.  —  Piasensa,  dal  stampadour  Tede- 
schi, in- 18.® 

Catalogo  di  voci  moderne  piacentino-italiane,  del  canonico  Francese» 
Nicoli!.  —  Piacenza,  pel  Tedeschi,  isss. 

Vocabolario  Piacentino-Italiano  di  Lorenzo  Foresti.  —  Piacenza,  pei  Fra- 
telli del  Majno,  isse. 

Pavese. 

Poesie  per  relezione  in  Kettor  magnilico  deiri.  li.  università  di  Pavia 
del  proL  D.  Pietro  Tamburini.  —  Pavia ,  1700 ,  per  Giuseppe  Bolzani.  ^' 
trwansi  due  componimenti  in  dialetto  pavese. 

Dizionario  Domestico  Pavese-Italiano.  —  Pavia ,  dalla  tipografia  Bixzo- 
ni,  1820.  Questo  piccolo  Saggio  di  Vocabolario  è  diviso  in  due  parli,  deU<: 
quali  la  seconda  contiene  il  Dizionario  Italiano-Pavese.  Un  voi.  in-s.**  di  n^ 
pàgine. 

Un  Nuovo  Passatempo  per  Tanno  iSss.  Almanacco.  —  Pavia,  per  Bit' 
zoili;  1832.  Questo  almasiacco  fu  publicato per  tre  anni  consecutivi,  e  con- 
tiene  varie  poesie  di  qualche  pregio,  che  sono  di  Giuseppe  BignaìnL 

II  vecchio  Cioralctt  del  1 783.  Nuovo  almanacco    per  V  anno  bises^^^*^ 
1836.  —  Pavia;  per  L.  Landonl. 

I  du  prim  mes  del  Cholcra  in  Pavia ,  Ottav  o^d  Sirei  Cara  (  Siro  Ca  ^^' 
li).  —  Pavia,  Fusi  e  C.  1036. 
Saggio  di  poesie  pavesi,  almanacco  per  ranno  bisestile  1856  di  O 


DULETTl   EHIUANI.  467 

(  Giuieppe  Bignami  ).  —  Pavia ,  libreria  della  Minerva  di  Luigi  Landooi. 
Que$V  almanacco  forma  la  continuazione  del  Nuovo  Patioiempo^  del  mede- 
simo autore,  e  fu  publicato  per  quattro  anni  eomecutivi.  Ivi  trovami  varie 
poesie  originali ,  ed  alcune  versioni  di  mèrito  in  dialetto  pavese ,  ira  le 
quali  quelle  del  Lamento  di  Cecco  da  Varlungo  e  dclPAmante  scartalo  del 
Baldovino 

Vocabolario  Pavese-Italiano  ed  Italiano-Pavese  di  Carlo  Cambini,  dottore 
In  ambe  le  leggi.  Pavia,  Tipografìa  Fusi  e  Comp.  istto.  Un  volume  in^A  di 
S46  pagine»  delle  qìtali  888  racchiùdono  tutto  il  Vocabolario  PavesC'Ita- 
iiano.  Se  quindi  alla  tenuità  del  volume  si  aggiunga,  che  Vaulore  v*  inseri 
buon  nùmero  di  voci  che  sono  prette  italiane,  come  aqua,  aquila  e  simili^ 
névi  hanno  significazione  diversa;  che  talvolta  le  voci  italiane  opposte 
alle  corrispondenti  vernàcole,  o  non  esistono,  o  non  furono  mai  usate  ;  o 
meglio  ancora,  che  in  lutto  questo  lavoro  non  si  scorge  un  piano  diretto 
da  sano  criterio  ad  un  fine  determinalo^  sarà  manifesto,  che  questo  Vaca* 
bolario  non  è  gran  fatto  migliore  del  sumtnentovato  dell'anno  1889.  —  In 
tanta  povertà  di  mezzi,  siamo  lieti  di  poter  annunziare  ai  nostri  lettori, 
che  altro  lavoro  di  simil  gènere  condotto  con  maggior  diligenza  e  dottrina 
a  buon  fine  esiste  manuscritto  in  I^via,  lasciato  morendo  dal  benemèrito 
pavese  Robolini  ad  un  profcsiore  emèrito  di  quelV  Università,  onde  fosse 
amplialo  e  publicato.  Nutriamo  quindi  fiducia,  e  facciamo  cakU  voti^  onde 
il  dotto  legatario,  intèrprete  dei  desiderii  del  defunto  e  dei  viventi^  voglia 
riempire  con  sollccHùdine  quctta  deplorala  lacuna. 


Errato  C«rrlfe 

Pfig.  Zi9,  riga  2 4'%}i    Borgotarese  Frignanese 

»9     zìi,    *9     z  Ramo  BoLOGNui  Gruppo  Bolocnisi. 

'»     sei .    *f    I  Si  sopprimano  le  parole  Dulitti  Romacmoli. 


PARTE  TERZA. 


DIALETTI  PEDEMONTANI 


59 


I 


CAPO  I. 

§.  1 .  Dmsione  e  posizione  dei  dialetti  pedenumfani. 

I  (linletli  pedemontani  sono  oltremodo  importonU,  collegàn- 
dosi  strettamente  nelle  estreme  loro  modificazioni  oeeidentali 
cogli  oocitÀnici,  mentre  a  mezzogiorno  si  fóndono  nei  liguri,  ad 
oriente  coi  lombardi  e  cogir' emiliani. 

Questo  ragguardévole  i*amo  della  famiglia  gatto-ilàlica  è  con- 
terminato, a  settentrione,  dalle  Alpi  graje  e  dai  monti  che  divi- 
dono i  tronchi  superiori  della  Val  Sesia  e  della  Valle  d'Aosta 
dalle  sottoposte  valli  del  Cervo,  dell'Orco  e  della  Stura;  ad 
oriente,  dal  corso  del  Sesia,  che  sino  alla  sua  foce  nel  Po  lo 
di\ide  dai  dialetti  lombardi,  e  qnindi  da  una  linea  trasversale 
che  da  Valenza  sul  Po  raggiunge,  serpeggiando,  l'Apennino  presso 
Bobbio,  per  la  quale  è  separato  dalia  regione  dei  dialetti  emi- 
liani; a  mezzogiorno,  dalle  Alpi  marittime  e  dall'Apennino  ÌU 
gure;  ad  occidente,  dalle  stesse  Alpi  marittime  e  dalle  graje, 
lungo  le  quali  va  fondendosi  nei  dialetti  occitànici. 

In  tanta  estensione  di  territorio,  avuto  riguardo  alle  più  sa- 
lienti e  caratteristiche  dissonante  nella  pronunzia ,  nella  forma 
e  nelle  radici ,'  esso  divldesi  in  tre  gruppi  distinti ,  che  dalla 
regione  rispettivamente  occupata  possiamo  designare  coi  nomi  di 
piemontesCj  canatìese  e  monferrino.  Ciascuno  poi  consta  di  un 
maggiore  o  minor  nùmero  di  svariate  favelle. 

P^slslone.  Il  gruppo  Piemontese  è  il  più  diffuso;  esso  oc- 
cupa tutta  la  regione  occidentale  conterminata,  a  settentrione, 
dalle  Alpi  graje  e  dal  corso  del  fiume  Orco;  ad  oriente,  dal  corso 
dello  stesso  fiume  sino  alla  sua  foce  nel  Po,  indi  da  una  linea 
serpeggiante  attraverso  i  colli  del  Monferrato,  h  quale  congiunge 


472  PARTE  TERZA 

la  foce  dell'Orco  con  Asti;  e  per  ùltimo  dal  tronco  superiore 
del  fiume  Tànaro  che  dalla  sorgente  suH'Apennlno  ligure  discende 
sino  ad  Asti;  avvertendo,  che  il  corso  dell'Orco  separa  il  gruppo 
piemontese  dal  cana^exe^  e  la  successiva  linea  serpeggiante  col 
tronco  superiore  del  Tànaro  lo  dividono  dal  monferrinoj  a  mei- 
zogiomo,  è  conterminalo  dalla  catena  delle  Alpi  marittime  che 
separano  la  Provenza  dal  Piemonte,  intersecala  fra  le  due  sor- 
genti del  Tànaro  e  della  Stura  meridionale;  ad  occidente,  dalle 
Alpi  marittime  e  graje  che  dividono  il  Piemonte  dalla  Francia 
e  dalla  Savoja. 

Il  gruppo  Canaipese^  che,  come  abbiamo  avvertito,  ad  occi- 
dente confina  col  ptemontese  lungo  il  corso  dell'Orco,  si  estende 
a  settentrione  sino  ai  monti  che  dividono  il  Pjémonte  dal  du- 
cato d'Aosta;  ad  oriente  raggiunge  la  destra  sponda  del  Sesia 
sino  alla  sua  foce  nel  Po,  lungo  la  quale  si  fonde  nei  dialetti  lom- 
bardi; e  a  mezzogiorno  è  conterminato  dal  tronco  del  fiume  Po 
racchiuso  tra  le  due  foci  del  Sesia  e  dell'  Orco. 

Questo  medésimo  tronco  segna  appunto  il  confine  scttentrio* 
naie  della  regione  occupata  dal  gruppo  nwn ferrino^  il  quale, 
seguendo  le  linee  da  noi  superiormente  tracciate,  ad  oriente  é 
cx)nterminato  dai  dialetti  emiliani^  a  mezzogiorno  dai  /ìgtirì,  e 
ad  occidente  dai  piemontesi, 

E  quivi  pure  gioverà  ripètere  la  generale  osservazione  da  noi 
premessa  nelle  due  P^irti  precedenti,  tornare  cioè  affatto  impos- 
sibile il  designare  con  precisione  il  luogo  ove  un  dialetto  finisce 
e  l'allro  incomincia,  ciò  che  avviene  per  leggeri  e  quasi  im- 
percettìbili gradazioni;  e  doversi  quindi  risguardare  le  linee  su- 
periormente designate  come  diametri  di  altretante  zone  più  o 
meno  larghe,  lungo  le  quali  i  dialetti  di  due  gruppi,  o  di  due 
famiglie  distinte,  vanno  assimilandosi  e  fondendosi  insieme.  Di 
qui  appunto  deriva  l'indeterminato  nùmero  di  varietà  nei  dia- 
letti d'un  medésimo  gruppo,  del  quale  gli  estremi  di  due  op- 
posti confini  differiscono  tra  di  loro  assai  più ,  che  non  ciascuno 
d'essi  coU'cstrcmo  della  famiglia  o  del  gnippo  limìtrofo.  ' 

Incominciando  ora  dal  gruppo  Piemontese^  esso  è  rappresen- 
talo dal  dialetto  Torinese  ohe  ne  è  principal  tipo,  e  che  in  ogni 
direzione  si  distende  lungo  la  circostante  pianura,  lungo  i  colli 


DIALETTI   PCDBM01TA3II.  475 

e  le  moltéplici  valli  che  dalla  cerchia  delle  Alpi,  quasi  raggi  con- 
cèntrici, convèrgono  verso  In  capitale;  so  non  clie^  di  mano  in 
mano  che  c'inoltriamo  su  per  l'erto  dei  monti,  il  dialetto  pie- 
montese, trasformandosi,  assume  alquante  forme  dei  dialetti  oc- 
citiinici,  ciò  che  porge  nuovo  interesse  al  linguista  che  nell'in- 
corrotta favella  dell'alpigiano  scopre  ancor  vive  le  vestigia  della 
lingua  dei  Trovatori.  E  perciò  in  questo  gruppo  è  d'uopo  sce- 
verare i  dialetti  del  piano  e  della  parte  inferiore  dei  monti  da 
quelli  delie  più  alte  pendici.  Tra  i  primi,  i  principali  sono:  il 
Torinese^  Vj4slifjmno^  il  Fossavese^  il  f^aldesc  ed  il  Lanzese. 

Il  Torinese  è  parlato  con  leggere  varianti,  oltre  alla  capita- 
le, in  tulli  i  circoslanti  paesi,  inoltrandosi  a  mezzogiorno,  su 
per  le  valli  sino  a  Chcrasco,  Savigliano,  Saluzzo  e  Pìnerolo;  e 
ad  occidente  sino  a  Susa. 

L\<fstigiano  è  proprio  della  città  d'Asti  é  del  rispettivo  terri- 
torio, nel  quale  a  poche  miglia  di  distanza  verso  occidente  si 
va  assimilando  al  Torinese^  e  verso  oriente  si  fonde  nel  gruppo 
Moììferrino, 

Il  Fosmnese  ò  parlato  nella  parte  superiore  della  valle  della 
Stura  racchiusa  fra  Savigliano  e  Dalmazzo  al  disopra  di  Cuneo. 

Il  f^aide^e  è  proprio  di  tutta  la  valle  di  Luserna  presso  al 
versante  settentrionale  del  monte  Viso. 

Il  Lanzese  è  parlato  nella  valle  della  Stura  settenlrionale, 
all'imo  della  quale  va  assimilandosi  al  Torinese, 

Tra  i  secondi,  che  distingueremo  col  nome  di  alpigiani^  o 
meglio  coir  aggiunto  di  occitànici^  sono  da  notarsi  i  dialetti  se- 
guenti: quel  di  Linioìie^  parlato  alle  falde  del  colle  di  Tenda; 
di  Faldieri^  parlato  nella  valle  di  Gesso;  di  Fiiuidìo^  proprio 
degli  abitanti  del  più  sublime  tronco  della  valle  Stura  meridio- 
nale; di  CasteliiMgno^  presso  alle  sorgenti  del  Grana;  di  Elva  e 
AìAccegiio^  presso  alle  sorgenti  del  Macra;  di  San  Peiir^  parlato 
nel  tronco  superiore  di  valle  Varàita;  di  Oncino^  posto  presso 
alle  sorgenti  del  Po;  di  Finestrelle^  parlato  in  tutto  il  tronco 
superiore  di  vai  Clusonc;  di  Giaglione  e  d'Ow/x,  verso  le  sor- 
gènti della  Dora  Riparia;  di  F'iù  e  di  Usseglio^  presso  quelle 
della  Stura  settentrionale. 

Il  gruppo  CanaQese^  che  abbiam  veduto  racchiuso  fra  l'Orco, 


474  PARTE  TERZA 

il  Sesia,  TAIpi  ed  il  Po,  consta  pure  d'un  nùmero  raf^uardèvole 
dì  svariate  favelle.  Esso  è  rappresentalo  dal  dialetto  di  /creo, 
ehe  con  leggere  modificazioni  è  parlato  io  tutta  la  regione  rac- 
chiusa tra  la  Dora  Bàltea  ed  il  corso  dell' Orco^  Ivi  è  solo  distinto 
per  proprietà  speciali  il  dialetto  della  Fai  Soanay  parlato  nei 
villaggi  d'Ingria,  Ronco,  Valprato  e  Campiglia.  Nella  regione 
poi  racchiusa  fra  la  Dora  ed  il  Sesia  prevale  il  dialetto  di  Biel- 
la^ che  si  distende  con  poche  varianti  in  tutta  la  sottoposta  pia- 
nura; e  verso  i  monti  sono  da  sceverarsi  il  dialetto  di  AndomOs 
che  quasi  anello  congiunge  il  gruppo  canavene  col  lombardo- 
verbanese^  e  quello  di  SèUimo  Fi  Itone  posto  presso  al  confine 
del  ducato  d'Aosta. 

Il  gruppo  Monferrmo^  posto  fra  il  Tànaro  e  l'Apennino  ligure, 
è  rappresentato  dal  dialetto  Alessandrino^  parlato  non  solo  io 
tutta  la  pianura  d'Alessandria  e  tra  ì  vicini  colli ,  ma  altresì  lungo 
tutta  la  valle  della  Bòrmida  sino  a  Bistagno  al  di  sopra  d'Acqui 
Più  oltre  prevale  il  dialetto  d'Alba^  che  si  parla  con  lievi  luo 
dificazioni  nella  regione  superiore  fra  il  Tànaro  e  la  Bòrmida 
e  per  ùltimo,  il  dialetto  di  Mpndoù^  che  per  gli  elementi  ete 
rogènei  onde  consta,  congiunge  il  gruppo  Piemontese  al  Man 
ferrino^  ed  entrambi  alla  famiglia  dei  Liguri.  Meglio  poi  d'ogni 
altro  segnano  il  passaggio  dal  Monfcrrino  alla  famiglia  Ligure 
distinti  dialetti  del  Cairo^  sulla  vetta  deirApennino  presso  Je  sor 
genti  della  Bòrmida,  di  Garcssio  e  di  Onnea^  presso  quella  del 
Tànaro,  ove  la  Liguria  &  divisa  dal  Piemonte. 

§.  3.  Proprietà  distintile  dei  tre  gruppi  Piemontese  ^ 

Canas?ese  e  Monferrino. 

La  prima  e  la  più  ovvia  osservazione  sommaria  generale  pec 
la  quale  i  tre  gruppi  piemontese^  canaK>ese  e  monferrino  appàjon 
distinti  fra  loro,  si  è  la  complessiva  forma  di  ciascuno,  che  ri  -" 
vela  nel  primo  le  impronte  caratteristiche  dei  dialetti  della  Frai»^ 
eia  meridionale,  nel  secondo  quelle  dei  dialetti  lombardi,  n^=^ 
terzo  quelle  dei  liguri,  per  modo  che  l'aspetto  loro  si  assi 
mila  rispettivamente  a  ciascuna  di  quelle  disparate  faiuiglie. 

Questa  generale  distinzione  per  altro  non  è  se  non  il  risaltai-  ' 


niALnm  pedbmoxtaxi.  kJìi 

inenfo  di  molle  pecaliarì  differenae  che  riehièggono  ORdiligenle 
e  circo$tanuato confrontò,  e  delle  qiuili  apptmterMDo  le  procipiie 
e  le  più  caratteristiche. 

Primieramente,  il  Canacese  distlngueai  dagli  altri  due  grappi 
per  la  terminazione  in  àr  di  tutti  gli  infiniti  dei  verbi  di  prima 
Gonjagazione,  che  il  Piemontese  od  il  Mtm ferrino  volgono  in  è  : 

Italiano  andare  parlare  fnre  9iarc 

Canavese  andar  portar  far  star 

Piemontese 

m|    -     .       S      «wdè  porte  »  fé  stè 


\      andè  porte  '  fc 


Il  Mofìferrino  alla  sua  volta  «i  distingue  dal  Piemontese  e  dal 
Canavese,  permutando  d'ordinario  in  o^,  iè  le  finali  dei  parti- 
cipi, che  gli  altri  due  volgono  in  àit^  d,  è/,  tV,  o  altrimenti: 

Italiano  dato  fatto  andato  detto 

Monferrino  daè  fai  andai  dU 

Piemontese  dàit  fàit  andaìt  dit 

Canavese  dèt  fèt  andèt  dit 

Questa  distinzione  deriva  dalla  proprietà  dei  Monfrtrino  di 
scambiare  sovente  in  i  le  tt  delle  sillabe  finali  delle  parole, 
direndo  tant  per  tanti^  tii  per  tntli,  e  slmili.  Per  una  tal  pro'^ 
prìetà,  mentre  questo  gruppo  distìnguesi  dagli  altri  due,  va  as- 
similandosi ai  lombardi  d'oltre  Po  ;  che  anzi  dobbiamo  avverti- 
re, come  la  stessa  penetrasse  ancora  in  alcuni  dialetti  del  gruppo 
Canavese,  posti  lungo  il  Sesia  ad  immediato  contatto  coi  dialetti 
verimnesi,  ai  quali  pure  è  comune. 

Da  uno  degli  escmpj  succitati  appare  altresì,  come  il  ilfoa- 
ferrìno  scambi  talvolta  la  u  in  t  pura,  ciò  che  parimenti  Io 
distingue  dagli  altrj  gru(>pi. 

Italiano  tino  tutti  fosse  gettare 

Monferrino       in  tii  '  fissQ  bilie 

Piemontese  )  „  ..  ^..  i  butte 

Canavese  '  '  ebUltir 

Il  Piemontese  poi  va  chiaramente  sceverato  dagli  allM  due 
gruppi  per  la  proprietà  quasi  eseluftiva  di  ripètere  ì  pronomi  % 
non  solo  quando  esprìmono  il  soggetto,  ma  eziandio  ipiandorap- 


Ì76  PARTB  TERZA 

presentano  raltribalò  d'una  proposizione.  A  meglio  chiarire  una 
tal  proprietà  valgano  alcuni  esempj  :  noi  abbiamo  visto  nei  dia- 
letti lombardi  ed  emiliani  ripètersi  costantemente  nelle  seconde 
e  tene  persone  dei  verbi  il  pleonasmo  dei  pronomi:  lì  le  dhet, 
lu  el  dii^  oppure  le  la  dt<,  per  (ti  dici,  egti^  o  ella  dice ^  ove  ti 
te^  lù  el^  lo  la  sono  ripetizioni  dello  stesso  pronome,  sebbene 
sotto  forma  diversa.  Lo  stesso  avviene  nei  dialetti  pedemontani 
di  ciascun  gruppo,  ove  per  lo  più  lo  stesso  pleonasmo  ba  luogo 
eziandio  nelle  prime  persone  singolari  e  plurali:  miio^.li  toSj 
chièl  a  fà^  noi  i  òma^  ec.  per  io  ho^  tu  hai^  egli  ha^  noi  ab- 
biamo^ ec,  ove  mi  t\  equivalgono  ad  io  io;  ti  t\  tu  tu  tu^  e 
cosi  di  sèguito;  ma  in  questi  esempj,  che  dimostrano  la  proprietà 
stessa  comune  a  tutta  la  famiglia  gallo-itàlica,  i  pronomi  sono 
sempre  rappresentanti  il  soggetto  del  verbo;  laddove  nel  gruppo 
piemontese  lo  stesso  pleonasmo  ha  luogo  eziandio  quando  i  pro- 
nomi rappresentano  l'attributo: 

Italiano  egli  mi  ha  detto  io  l'ho  creduto  tu  /'  hai  perduto 

Piemontese  chièl  m'à  dime  mi  ito  vdùlo  ti  t  tas  perdùh 

Canavese  chièl  m'd  dit  mi  i  l\ù  mt  ti  t'  Té  pers 

tionferrino  culaia  m^à  dio  me  a  Vò  vht  ti  f  fas  per». 

Di  qui  si  vede  come  il  Piemontese  ripeta  il  pronome  iitt  e  lo^  che 
fa  le  veci  dell'attHbuto,  sofBggèndolo  ai  participi ,  ciò  che  non 
ha  luogo  in  verun  caso  nei  dialetti  degli  altri  due  grappi. 

Lo  stesso  avviene  colle  particelle  pronominali ,  ossia  coi  pro- 
nomi reciproci,  ove  il  pleonasmo  è  di  règola: 

Italiano         egli  ne  ha  (atto  ne  è  stato  si  è  perduto 

Piemontese  chièl  n'à  faine  n*è  stane  s'è  perduse 

Canavese      chièl  n^dfèf  n'è  stèt  .  s'èpers 

Monferrino    cul-là  n'd  fai  n'è  stai  s'è  pers. 

Sebbene  esclusiva  del  gruppo  piemontese ,  questa  proprietà 
rinviensi  ancora  nel  dialetto  di  Mondovì ,  il  quale  porge  il  »n^ 
gelare  fenòmeno  di  riunire  i  caràtteri  più  salienti  dei  due  gruppi 
piemAntese  e  monferrino,   mentre  più  d'ogni  altro  si  assimilai 
alla  fahiglia' ligure.  Ed  è  appunto  per  questo  che,  mentre  pò— ^ 
Irebbe  a  buon  dritto  associarsi  al  primo  gruppo,  abbiamo  prefe — 
rito  rannodarlo  al  secondo  come  più  omogèneo  nella  comples- 
siva sua  forma. 


DIALETTI  PEDSHONTANI.  -il77 

Italiano     r  ha  nsto      r  Im  baciato     s'è  alzato      gli  ha  detto, 
Mondovl    r'd  vistro     r'à  bwtàro       s'è  aiissàse    u  fd  dije. 

In  questi  esempj ,  se  il  pleonasmo  è  caratteristico  del  piemou- 
tese^  ì  pronomi  rOjU  per  loj  egli,  sono  alla  lor  volta  caratte- 
ristici del  gruppo  motiferrinoj  e  lo  distinguono  dagli  altri  due. 
Che  ami  le  medésime  voci  ti,  ut,  er,  rOj  ra  valgono  talvolta  a 
rappresentare,  oltre  ai  pronomi  personali,  anche  gli  articoli  il, 
lo,  la,  come  presso  i  dialetti  liguri. 

Italiano         il  padre        il  cielo         del  pane       la  parte 
Monferrino    er  pari         u  sé  der  pan        ra  part. 

Altro  caràttere  distintivo  dei  tre  gruppi  abbiamo  nell'uscita 
dei  futuri  dei  verbi,  che  è  sempre  in  o  oppure  ai  nel  primo 
gruppo,  ù  nel  secondo,  ed  ò  nel  terxo. 


Italiano 

IO  dirò 

io  farò 

io  porterò 

io  andrò 

Piemontese 

.  .  t  •  •• 
mt  1  atro 

t  faro 

1  portro 

i  andrò 

Canavese 

mi  i  dirti 

ì  farti 

i  portrù 

i  andrà 

Monferrino 

me  a  dirò 

a  farò 

a  portrò 

a  andrò. 

Molte  sono  le  varianti  caratteristiche  di  simil  fatta  alte  a  sce- 
verare i  tre  gruppi,  l'esposizione  delle  quali  comporrebbe  un 
trattato  grammaticale,  anziché  un  ràpido  Saggio  quale  ci  siamo 
proposti  di  tracciare.  Numerose  varianti  sono  da  notarsi  altresì 
nella  pronunzia,  la  quale  è  più  stretta  nel  piemontese,  e  resa 
aspra  dal  frequente  accozzamento  di  molte  consonanti  per  la 
soppressione  delle  vocali  radicali;  più  aperta,  più  vocalizzata  e 
sonora  nel  monferrino,  che  segna  il  passaggio  alle  vocali  aperte 
dell'emiliano;  più  piana  e  più  schiacciata  nel  canavese,  che 
sente  dell'influenza  lombarda. 

Inoltre  è  caratteristico  nel  Pieìnontese  un  suono  nasale  affatto 
distinto  dal  nasale  lombardo  e  francese,  il  quale  è  assai  tempe- 
rato nel  Monferrino,  e  si  dilegua  presso  che  interamente  nel 
Canadese. 

Cosi  il  suono  delia  6  tanto  frequente  nel  Piemontese^  va  sce- 
mando nel  Canavese,  e  si  dirada  oltremodo  nel  Monferrino. 

Altra  serie  non  meno  ragguardévole  di  radicali  dissonanze 
fra  i  tre  gruppi  ci  pòrgono  i  lèssici  rispettivi ,  in  ciascuno  dei 


%78  PARTE  TERZA 

qnali  si  trova  un  nùmero  stragrande  di  radici  strane  e  primitive 
ignote  agli  altri  due.  Ed  è  invero  a  lamentarsi,  come  in  tanta 
dovizia  di  materiali  e  in  tanto  commercio  dì  studj ,  non  si  sia 
pensato  sinora  a  raccògliere  le  voci  proprie  di  tante  separate 
provinole,  che  avrebbero  arricchito  la  scienza  etnogràfica  di 
importanti  rivelazioni;  dappoiché,  per  quanto  ci  consta,  di  tutta 
la  vasta  regione  pedemontana  furono  compilati  sinora  più  o  meno 
copiosi  Vocabolarj  solo  della  parte  piemontese  propriamente 
detta,  restando  negletta  la  canavese  e  la  monferrina  non  meno 
di  quella  importanti.  Che  anzi  della  stessa  piemontese  le  ricer- 
che vennero  ristrette  ai  dialetti  del  piano  e  delle  città  precipue, 
trascurando  i^  prezioso  patrimonio  dei  monti;  ond'è  che  non 
troviamo  nei  vocabolarj  piemontesi  le  voci  icerre^  bar  bar j  baiché, 
usate  ad  Acceglio  ed  a  Valdieri  per  scégliere^  dimpare^  perdèè; 
né  le  congiunzioni  abUj  6m,  bo,  avó^  &nbOj  usate  sulle  alpi  ma- 
rittime e  graje  per  esprimere  con,  le  quali  ricordandoci  Yab 
delle  lingue  romanze,  ci  pòrgono  Tetimologia  dell' apec  dei  Fran- 
cesi, dcirr7;)po  e  dell'ambo  degli  Italiani. 

Per  la  stessa  ragione  non  vi  si  rinvengono  le  voci  (jori,  dUrbi. 
colle  quali  alcuni  dialetti  canavesi  esprimono  padre,  né  bot,  cet, 
miilj  pojiij  toisónj  colle  quali  altri  esprimono  fujlxo,  né  cento  e 
cento  altre  strane  radici,  che  pur  meritano  la  seria  attenzione 
del  linguista. 

Se  non  che  tutte  queste  voci  strane  appartengono  solo  ad 
uno  0  a  più  dialetti ,  non  mai  a  tutti  i  componenti  Tuno  o  Tal* 
tro  gruppo,  e  perciò  ci  riserviamo  a  pòrgerne  un  Saggio  nel 
seguente  Vocabolario,  come  pure  preferiamo  appuntare  nel  se- 
guente  paràgrafo  le  proprietà  più  salienti,  che,  sebbene  comoni 
ad  alcuni  dialetti  d'un  medésimo  gruppo,  non  lo  sono  di  tatti. 

§.  5.  Proprietà  disiinim  dei  sìngoli  ditUettì* 

Nel  gruppo  Piemontese  abbiamo  superiormente  distinto  i  dia- 
letti del  piano  e  della  .parte  inferiore  dei  monti  dagli  alpigiani^ 
come  quelli  che  pì>ù  si  accostano  alle  forme  occitàniche;  a  rànder 
ragione  ed  a  chiarire  nel  tempo  stesso  questa  prima  divisione 
sommaria,  valgano  alcune  osservazioni. 


IHALETTi   PEimiOIITA?!!.  i|79 

Priiìiicraincntc^  d'ordinario  gli  alpigiani  risòlvono  in  dittonghi 
alcuno  vocali  radicali  italiane,  che  il  piemontese  conserva: 

Italiano         padre  fratello  muqjo     tocca 

Piemontese   pare       padre     fratèl  mori      toca 

Alpigiano      pàire      pdiri      fràire     fràiri     muèro    tuòccia. 

Più  sovente  ancora  raddolciscono  il  suono  duro  della  e,  scam- 
biandolo nella  ci  italiana,  in  quelle  voci  che  i  Francesi  raddol- 
ciscono pure,  permutandolo  nella  sibilante  eh. 

Italiano         peccato  capretto  cantare  calzare 

Piemontese  pecà  cavrèt  cantè  cauBsè 

Alpigiano      pecià  ciabrì  ciantàr  ciamsàr 

Francese       péché  chei?reau  chanter  chamser, 

Pònnutano  ancora  nello  stesso  suono  et  italiano  là  t  nelle  sil- 
labe fmali  la,  tCj  ti,  te,  tu,  ciò  che  abbiamo  notato  come  ca- 
ratteristico del  grup[)0  monfcrrino  a  distinguerlo  dal  piemontese. 

Italiano         detto         fatto         quanti      ptmta       giunto 
Piemontese   dit  fàit  quanti      ponta        riva 

Alpigiano      die  fai  quanè       puncia^     gitine. 

A  simiglianza  dei  dialetti  occitànici,  alcuni  alpigiani  fatino 
plurali  i  loro  nomi  e  gli  aggettivi  aggiungendovi  un' 5,  che  pro- 
nunciano: 

Italiano       i  porci  i  miei  amici    le  femmine     allegri. 

Alpigiano     lus  cuscutns    7nuns  nmis     leu  femmes     allégres. 

Nella  costruzione  di  alcune  frasi  gli  alpigiani,  seguendo  la 
forma  occitànica,  preméttono  al  verbo  il  pronome  recìproco, 
che  i  Piemontesi  pospongono,  come  gli  Italiani. 

Italiano  per  levarsi  di  ritornarmene  per  godermi 

Piemontese  pr  le\?cse  d'artornèmne  pr  yòdcmla 

Alpigiano  per  se  levar  de  Wi'cii  tornar  per  me  regiui 

Francese  pour  se  Icver  de  m^en  retourner  pour  me  rejomr. 

Per  ùltimo  il  vocabolario  dei  dialetti  alpigiani  è  molto  più 
afline  a  quello  degli  occitànici ,  che  non  il  piemontese.  Basta 
notare  le  voci  maisàn,  valés,  repàt^  cuàiin^  répondii^  rienj 
baiché^  e  tante  altre  voci  quasi  prette  occitàniche,  delle  quali 
inseriremo  le  più  comuni  nel  seguente  Saggio  di  Vocabolario. 


4(80  PARTB  TERZA 

Ciò  premesso,  fra  le  proprietà  più  caratteristiche  del  dialetto 
Torinese  ^  e  quindi  ancora  della  maggior  parte  del  groppo  dal 
medésimo  rappresentato,  sono  da  notarsi: 

La  frequente  elisione  delle  vocali  nel  mezzo  delle  parole, 
che  ne  rende  aspra,  la  pronunzia  coli' accozzamento  dì  molte 
consonanti  di  sèguito. 

Italiano     ancora     per     menare   minuto   wto   tottométterlo 
Torinese   dcò  pr      mnè        mnu       vóti     solnwtlo. 

La  mancanza  del  suono  z  duro  italiano  caratteristico  dei  dia- 
letti lombardi  occidentali  e  dei  francesi,  coi  quali  confina,  al 
cui  posto  sostituisce  il  suono  della  s  dura. 

Italiano    prefazione    colazione    grazia    avanzare     sosianza 
Torinese  prefassion     colassión    grassia   oQamè        iosiansa. 

La  soppressione  della  sillaba  finale  re  nei  verbi  terminanti  in 
italiano  in  ere  breve.  ' 

Italiano        scrìipere        rompere        ridere        riconóscere 
Torinese      «cwc  rompe  rie  arconosse. 

La  permutazione  in  è  grave  o  aperto  dell'uscita  in  are  del 
verbi  di  prima  conjugaziòne. 

Italiano    andare        amare    ,     fare        addocchiare       lodare 
Torinese  andè  urne  fé  docè  lode. 

La  mancanza  del  suono  italiano  sCj  al  quale  sostituisce  la  x 
dura. 

Italiano      conoscere      scimìa     suscitare      scégliere     scena 
Torinese    conosse         stima     stissilè         seme  ^       setia. 

La  permutazione  delle  sillabe  iniziali  ra^  ri  in  ar. 

Italiano    raccomandare      ribàttere      rimproverare      ricetta 
TorìiQiese  arcomandè  arbatte        arprocè  arsela. 

La  permutazione  dell'  al  nel  dittongo  àu  quando  si  trovano 
unite  in  fine  di  sillaba. 

Italiano        alto        alzare        calzare        scaldare,  vca/ce 
Torinese      àut        aussè         .c<jiussè  scaudé       caussina. 

Talvòlta  ancora  evita  l'accozzamento  delie  due  consonanti  cr^ 
scambiandole  in  cher. 


UALBTn  KOnCONTANI.  481 

)     crédere     créscere      lièvito       crepare      credenza 
se  cherde       cherse        chersènt    cherpè       cherdema. 

stigiano  è  oltrcmodo  affine  al  Torinese  partecipando  gc- 
rate  di  tutte  le  sue  proprietà  caratteristiche^  con  leggere 
»ni.  Se  non  chc^  essendo  posto  a  confatto  col  gruppo  man- 
ì^  ne  sentì  l'influenza  cosi  nella  pronunzia,  che  nel  pe- 
è  più  sonora,  come  nelle  voci,  alcune  delle  quali  sono 
Eristiche  del  Monferrino  ^  come  p.  e.  cost-^ui^  che  il  pie- 
le  esprime  con  cost-sì^  o  chial-sij  f  et  per  a^te  e  ta- 
ire. 

sta  influenza  per  altro  del  Monferrino  è  molto  più  mani- 
eli' o^dgiaiio  rùstico j  ove  appàjono  gli  articoli  «r^  ra^  ro 
{O  dei  piemontesi  'Ij  laj  dove  la  ùj  come  nell' Alessandri- 
cangia  talvolta  in  i,  dicendosi  titt  per  tuttij  ^nì  per  ve- 
bitte  per  btittèj  ossia  méttere^  gettare.  Per  questo  appunto 
IO  detto,  èssere  Y astigiano  l'anello  che  congiunge  il  gruppo 
itese  al  monferrino^  sebbene  quello  che  si  parla  nella 
'Asti  sia  quasi  idèntico  al  torinese, 
tesso  dobbiam  dire  del  Fossanese,  il  quale  si  distingue  a 
iena  dal  Torinese  per  una  pronunzia  più  stretta  che  solo 
ì  orecchio  può  sceverare,  e  per  qualche  modificazione 
SI  di  voci,  come  frèl  per  f ratei j  9ilèt  per  vitèl^  e  slmili. 
3rò  si  vada  scostandosi  dalla  città  per  entro  i  monti,  la 
favella  vi  assume  alcuni  caràtteri  dei  dialetti  alpigiani 
ali  confina. 

I,  p.  e.,  a  Cuneo  i  participj  dei  verbi  che  nel  torinese 
»  in  àitj  si  volgono  in  cit. 


e    aìidato 

fatto 

dato 

mandato 

stato 

se  andàit 

fàit 

dàit 

mandàit 

stàit 

andeit 

fèit 

dcit 

mandeit 

stèit. 

più  distinto  dal  Torinese  si  è  il  dialetto  Faldese  parlato 
ila  valle  di  Lnserna,  il  quale  sebbene  partecipi  dei  prin- 
caràtteri  di  quello,  pure  segna  chiaramente  il  passaggio 
smontese  all'occitànico.  La  sua  pronunzia  è  alquanto  pia- 
m  sopprimendo  le  vocali  intermedie,  e  talvolta  ancora 
Jo  le  finali.  Scambia  d  ordinario  la  vocale  o  in  u,  ciò  che 
Dgue  dagli  altri  dialetti  piemonlesi. 


Piemontese  5 


tornerò 

berrò 

tumarèi 

beìtrH 

tornarò 

■ 

beK>ro 

iornarài 

bevrài. 

482  PARTB  TEhZA 

llaliano  lo  appressare  servitore  órdine  padrone  con 
Valdese  In  apprucià  servitù  urdine  jmtrirn  run 
Piemontese  7     ansine  srvilór       órdin      padrón      con. 

A  differenza  dei  Piemontesi^  termina  tutti  i  verbi  della  prima 
conjugazione  in  d. 

italiano       dimandare  baciare  toccare  omtMizzare  tornare  entrare 
Valdese      demanda    basa     tocca    massa         tumà    intra 
Piemontese  dniandè      base     tovhè    masse         artortìè  intri. 

s. 

.  Dlstìnguesi  pure  dagli  altri  piemontesi  colla  terminaiione  fi 
nella  prima  persona  del  futuro,  in  luogo  di  ó\  ai. 

Italiano  dirò  farò        le^rò 

Valdese  rfiréi  farei  ^  Icptrèi 

diro  faro         levro 

dirai  farai        /eprdt 

Del  resto  così  la  costrazione,  come  il  vocabolàrio  sono  allatto 
slmili  al  piemontese. 

Varcando.il  Po,  troviamo  nell'opposta  valle  di  Lanzo  il  dia- 
letto Piemontese  affatto  sliiiile  a  quello  della  capitale.  La  sola 
differenza  di  qualche  importanza  consiste  in  alcune  voci  meno 
usitate  nel  piano,  come  veilàt^  frcl^  per  vitello^  fratello^  enel- 
Tudcita  in  d  degli  infiniti  dei  verbi  di  prima  conjugazione,  come 
abbiamo  avvertito  nel  Valdese. 

Italiano     menare     mangiare      fare      chiamare      tìrowre 
Lahzese    mnà  mingià         fa         ciamà  traoà. 

Alcune  varianti  di  maggior  conto  riscòntransi  nel  superiore 
dialetto  di  Curio ^  la  cui  forma  sebbene. affatto  piemontese,  pare 
se  ne  discosta  per  alcune  dissonanze.  Ivi  appare  in  molte  voci 
il  suono  a  dei  dialetti  emiliani,  come:  /a/,  anddt^  stàt^  e  in  tutte 
le  seconde  persone  plurali  del  presente  dei  verbi:  andà^  fiiitd^ 
pur  tu  ^  e  così  di  sèguito. 

Come  il  Valdese,  scambia  quasi -sempre  la  o  in  ti,  dicendo: 
sgnur^  cnmpassiiin^  fiùr^  truvàr^  merita^  moru^  per  signore^ 
compassione^  fiore ^  trovare^  mèrito^  muojo. 

Come  i  dialetti  del  gruppo  canavcsc ,  col  quale  confina ,  ter- 
mina gli  infiniti  dei  verbi  di  prima  conjugazione  in  ar^  ciò  che 
segna  a|>punto  il  passaggio  dall'uno  all'altro  gruppo;  come: 


DIALSm  PEDBMONTANI.  485 

r,  sunàr^  seraìr^  star.  Questo  passaggio  viene  segnato 
i  dair  intrusione  di  alcune  voci  che  non  sono  prette  pìe- 
isi,  o  meno  usitate. 

ro  caràttere  che  distingue  il  dialetto  di  Cono  da  quelli 
rimo  gruppo  si  scorge  nelle  uscite  delle  prime  e  terze 
le  plurali  dei  presente  indicativo.  Le  prime  sono  sempre 
mentre  il  piemontese  termina  in  ernia. 

10        mangiamo  andiamo  facciamo  stiamo  chiamiamo 

mingién      andén       fasén        stasén    ciamén 
mtese  matigióina  aììddma   fótna        stóma    ciamóma. 

tene  in  «n  muto,  laddove  il  piemontese  termina  in  o. 
IO       fmwqiano    andà^a%vo    facevano    abbiano  opépano 

màngien      andà{>en      fasieìi        àbien       avien 
mlese  mangio        andaf^o       fasto         dbio         opto. 

r  tal  modo  è  abbastanza  dimostrato,  come  si  progredisca 
iradi  dall'uno  all'altro  gruppo,  e  come  quindi  tomi  gene- 
fite  impossìbile  il  determinarne  con  precisione  i  rispettivi 
li.  Il  passaggio  ràpido  e  compiuto  dall'una  all'altra  favella 
ne  solo  allora^  quando  si  trovano  a  contatto  due  lingue 
>l9  affatto  diversa,  come  l'italiana  e  la  tedesca  nel  Tiralo 
Friuli,  0  due  dialetti  il  cui  sistema  fònico  è  essenzialmente 
io,  come  il  milanese  ed  il  bergamasco  confinanti  snll'Adda. 
che  una  tale  repentina  separazione  abbia  luogo,  oltre  al- 
inseca  dissonanza  delle  favelle,  richièdesi  ancora,  o  una 
ile  Imrriera,  o  una  divisione  politica,  il  cui  concorso  ne 
malagevole  e  quindi  meno  frequente  il  commercio  reciproco. 
>cedendo  a  favellare  dei  dialetti  alpigicmi^  abbiamo  testé 
Itali  alcuni  caràtteri  pei  quali  distlnguonsi  dagli  altri  pie- 
«j,  e  vanno  assimilandosi  agli  occitànici.  Per  non  cader 
i  in  soverchie  ripetizioni,  accenneremo  ancora  ad  alcune 
ielà,  per  le  quali  ciascuno  va  distinto  dagli  altri, 
lialotto  di  Limone  possiede  i  due  suoni  distinti  del  z  ita- 
r  il  duro  cioè  in  alcune  voci,  come  mozzar^  azzàl^  ed  in 
in  luogo  della  /,  dicendo:  c//c,  faz^  tiiz^  per  detto ^  fatto ^ 
-ed  il  suono  dolce  che  sostituisce  in  luogo  della  gi  italiana. 

r  ■ 

IO         ièiangiarv        giudicare        giusto        giurare 
le         mauzàr  ziidicàr  ziisto  zUrdr. 


kSh^  PARTE  TERZà 

Pennuta  sovente  nelle  voci  la  e  in  a,  ciò  cbe  ne  rende  la 
pronuniia  molto  aperta. 

Italiano    ancora      bene     degno     entrare     sempre     preso 
Limone    ancara     ban      dagn       antràr      sampri     pras. 

Termina  in  dn  accentato  le  prime  persone  plurali  dei  presenti 
dei  verbi,  che  i  dialetti  di  Valdiéri,  Vinadio,  Acceglio,  Castel- 
magno  e  talun  altro  volgono  in  én.      ' 

Italiano      mangiamo      cominciamo      andiamo      stiamo 
Limone       manzàn  comansàn         anàn  stàn 

Vàldieri      mengén  coniensén  anén  sten. 

Il  dialetto  di  Faldieri  alla  sua  volta  disànguesi  dai  circo- 
stanti per  la  forma  che  suol  dare  ai  futuri^  che  è  pure  ocdti- 
nica,  o  meglio  francese. 

Italiano        dirò  farò         porterò         custodirò 

Vàldieri       vai  dir  mi  far     vai  portar     vai  gardàr 

Francese     je  vais  dire      faire        porter  garder 

Il  dialetto  di  Finadio^  oltre  alla  forma  complessiva  delle  vod 
e  delle  frasi,  che  ancor  più  degli  altri  si  accosta  alle  occitàniclie, 
ne  va  principalmente  distinto  per  una  pronunzia  nasale  assai 
stretta,  e  per  una  forte  appoggiatura  solle  vocali  finaS,  che 
produce  un  canto  distinto. 

La  terminazione  in  o  dei  nomi  femminili  è  un  caràttere  strano 
che  distingue  i  dialetti  di  JccegliOj  S.  Peyre^  Ondno  e  Gis- 
glione  dagli  altri  alpigiani;  valgano  d'esempio:  la  daresiiOj  ina 
vesto j  la  primo  vestimento  ^  campagnOj  mùsico  ^  chestó  allegrioj 
ì  quali  nomi,  come  si  scorge  dagli  articoli,  conservano  il  gènere 
femminile. 

Il  dialetto  di.  Finestrelle  è  talmente  composto  di  voci  e  frasi 
francesi  raccozzate  insieme  con  sintassi  francese,  ma  forzate  alla 
forma  e  desinenza  piemontese,  che  anziché  un  dialetto  italiano^ 
sembra  un  dialetto  francese  travestito  all'italiana.  All' udirlo 
parlare,  si  direbbe  là  favella  d'un  Francese,  che  si  sforza  itafia- 
nizzarla  per  farsi  intèndere.  Così  p.  e.  Fotre  fràire  è  vengH,  e 
volre  papà  à  tiià  Un  vel  gra^  perché  ch'a  l*à  trubi  an  éwK 
sandà.  Una  semplice  occhiata  alla  versione  della  Paràbola,  che 
soggiungiamo  qui  appresso,  varrà  meglio  d'ogni  altra  spiep- 

zione  a  pòrgerne  il  preciso  concetto. 


DIALETTI   PBDBMOTrANI.  I|SB 

Non  lasceremo  per  altro  di  notare^  come  esclusiva  e  peculfore 
di  questo  dialetto^  V  uscita  in  èie  della  prima  persona  singolare 
nel  futuro^  come  nei  seguenti  esempj: 
Italiano         dirò        trwerò        andrò    •    leverò        narò 
Finestrelle    dirèic      Irubarèic     nuarèfc,      ievarèic     serèic. 

Del  pari  che  quest'ultimo  i  dialetti  di  Giaglione  e  if  (htlx 
potrebbero  per  le  loro  proprietà  caratteristiche  dirsi  piuttosto 
francesi  che  piemontesi^  non  serbando  di  questi  se  non  diboli 
traccie.  In  essi  infatti  compàjono  i  stioni  i  e  ij  non  che  le  II 
molli,  ignoti  ai  picmohtesi  propriamente  detti,  e  sì  famigliari  e 
frequenti  nei  francesi,  dai  quali  ancora  attìnsero  e  Tocabolarlo 
e  forme  gramniaticSìli.  Non  mancano  per  altro  di  elementi  basti- 
voli  -per  èssere  collegati  agli  alpigiani  itòlici,  quali  sono  il 
pronome  eufònico  itj  come:  n  l'è  tnrnàj  u  réte  perdu,  e  simili: 
la  forma  sintètica  di  alcune  frasi,  e  alquante  radici  loro  pecu- 
liari. Noteremo  ancora  come  caràttere  proprio  di  Oulx  il  suono 
Ih  che  in  alcune  voci  sta  invece  della  Sj  e  nel  dialetto  di  Gia- 
glione la  voce  ot  per  haj  che  non  trova  riscontrò  veruno  negli 
altri  dialetti  ^pedemontani  o  francesi. 

Per  ùltimo,  nel  tronco  superiore  della  valle  di  Lanzo,  segna- 
tamente a  f^iù  e  ad  Usséglìoj  i  dialetti  partecipano  egualmente 
dei  piemontesi  e  dei  francesi.  Rozzi  ed  informi,  non  pòrgono  una 
fisonomìa  loro  propria,  ne  un  caràttere  determinato,  tranne 
quello  d'un' assoluta  irregolarità  nelle  forme,  d'nna  pronùnzia 
initerta  e  d'una  mistura  di  voci,  che  accennano  ad  un  accoz- 
zamento dei  varii  dialetti  circostanti,  riunendo  più  o  meno  le 
peculiarità  da  noi  accennate  degli  altri  dialetti  alpigiani. 

Nel  tracciare  le  proprietà  distintive  dei  tre  gruppi,  abbiamo 
notato  alcuni  caràtteri  più  salienti  che  più  generalmente  rin- 
vèngonsi  nei  dialetti  del  Canadese  j  fra  i  quali  abbiamo  annove- 
rato come  varietà  distinte  dal  rappresentante  comune  d'Ivrea, 
ì  dialetti  dr  Val  Soana,  di  Biella,  di  Andorno  e  di  Sèttimo  Vittone. 

Sebbene  le  poche  dissonanze  ivi  appuntate,  màssime  nelle 
flessioni  dei  verbi  e  dei  loro  participi,  valgano  a  sceverare  II 
gruppo  canadese  dal  piemontese  ^  ciò  nulladimeno  non  sono  ba- 
^tèvpU  ad  imprimervi  un  aspetto  distinto;  che.  anzi  d(d)biamo 
avvertire,  come  il  Canavesa  si  assimili  nel  resto  al  primo  gruppo 

5* 


il  8  6  PAITB  TEBZA 

avendo  coiuuoe  collo  stesso  e  la  pronunsia,  e  la  sìotassi,  e  poco 
discordando  nel  lèssico.  Ciò  vale  per  i  dialetti  racchiusi  fra 
l'Orco  e  la  Dora  Bàltea,  rappresentati  da  quello  d'Ivrea,  e 
appena,  distinti  fra  loro  per  leggere  e  non  curàbili  difiiereiize; 
ma  non  già  per  le  varietà  summentovate,  le  quali  diffèrlsoono 
considerevolmente,  non  solo  dai  Piemonlest^  ma  altresì  dai  vi- 
Cini  Canave^i. 

Tra  queste  emerge  anzi  tutto  il  dialetto  delia  frolle  Soana^ 
parlato  nei  villaggi  d'ingria,  Ronco,  Valprato  é  Campiglia,  che 
presenta  lo  strano  fenòmeno  di  pronunzia,  forme  e  radici  ignote 
a  lutti  i  circostanti,  e  che  può  quindi  considerarsi  come  un  dia- 
letto separato  e  distinto  da  tutti  i  tre  gruppi.  Noi  lo  abbiamo 
posto  nel  Canavesej  non  già  perchè  vi  abbia  maggior  rapporto 
di  affinità,  ma  solo  per  ragione  geogràfica,  trovandosi  nel  mezzo 
di  questo. 

Tra  le  molte  speciali  proprietà  che  lo  distinguono,  noteremo 
nella  pronunzia  up  suono  aspirato  ben  distinto  in  alcune  voci, 
ed  appena  sensibile  in  molte  altre;  la  permutazione  del  suono 
ca  in  cfGj  dicendo  ciaussàrj  cia$*eslìaj  cevrèij  ciargiàtj  per  cal- 
zare j  carestia,  capretto j  caricare  e  slmili;  manca  del  suono  o, 
comune  a  tutti  i  pedemontani  e  lombardi;  ed  in  generale  è  scor- 
révole, dolce  e  sonoro,  evitando  l'accozzamento  di  più  conso- 
nanti, e  facendo  uso  frequente  dei  dittonghi  e  dei  suoni  jf«éji 
che  sostituisce  sovente  al  duro  ed  aspro  delle  medésime  lèttere. 

Quanto  alfe  forme  delle  voci,  sono  per  lo  più  affini  alle  fran- 
cesi, mentre  quelle  deUe  frasi  e  della  sintassi  sono  prette  ita- 
liane. Sono  da  appuntarsi  le  flessioni  dei  verbi  nelle  terze  per- 
sone, che  serbano  la  caratteristica  latina  t  nel  singolare,  nt  nel 
plurale,  avvertendo  che  vi  è  pronunziata,  e  non  già  solo  scritta 
per  ragione  etimològica,  come  nel  francese. 

* 

Italiano     ha    avesse    viene    era    apeiMi    voto»    entraste 
V.  Soana  hat  ii$$et     vint      éret   aoéil      voléii     intràssei. 

Cosi  pure  nelle  terze  persone  plurali; 
Italiano     fossero    moripoiio    mangiano    damano       ai:òitBofio 
V«  Soana  (O^seni    cre9àfw^i    ciictmt        donàwsht    w?ànmnL 

Più  di  tutto  per  altro  questo  dialetto  disthiguesi  da  tutti  gli 
altri 'per  «na  serie  di  radici  affatto  strane  ed  evinsi vamenla  sue 


DIALETTI   PKOIIIO?ITANI.  487 

proprie^  come  gorì  e  dùrbi  per  padre j  cospa  per  cotay  poglìn 
per  figlio;  mnrcàr  per  fnafigiare,e  molte  altre  delle  qiialì  por- 
geremo un  Saggio  nel  seguente  vocabolario. 

il  dialetto  di  Biella  j  e  con  esso  un  buon  nùmero  dei  circo- 
stanti, distìnguesi  dai  dialetti  posti  sulla  riva  destra  della  Dora, 
per  la  flessione  dei  participj ,  cbe  finiscono  in  aij  Uj  come  dadj 
dièj  anziché  in  ètj  per  la  terminazione  in  é  negli  infiniti  dei 
verbi  di  prima  conjugazione,  che  gli  altri  canavesi  volgono  in 
ar;  nel  che  si  collega  ai  Piemontesi /  come  pure,  a  simigKanfli 
di  questi,  fa  uso  costante  del  pleonasmo  nei  pronomi  reciproci 
e  personali,  dicendo:  s^è  aussàse,  s*n*è  andàsne^  al  Td  vdùlOj 
evitato  sempre  dai  Canavesi, 

Distìnguesi  pure  dagli  uni  e  dagli  altri  pel  frequente  uso  del 
suono  se  italiano,  che  sostituisce  alla  ci^  dicendo:  fiorscét,  «cto^ 
pansciaj  per  porci  j  ciòj  pancia.  Nel  resto  partecipa  più  o  meno 
dei  caràtteri,  così  del  piemontese,  come  del  canavese  e  del 
monferrino. 

I  dialetti  di  Àndomo  e  di  Sèttimo  Fittone,  posti  al  setCén- 
trione  di  Biella  sui  monti,  e  che  possono  risguardarsi  come  va- 
rietà di  quello  che  parlasi  in  Biella  stessa,  ne  dilTerlscono  solo 
per  una  pronunzia  più  rozza,  e  per  alquante  radici,  che  pale- 
sano origine  latina,  come:  andà  an  obia,  per  andare  incóntro ^ 
obviam  ire;  recollcèj  dal  latino  recollectum  j  per  raccolto j  t?e- 
slimenta  per  vesti j  ed  altre.  Sono  pure  da  notarsi  radici  strane 
co^  nell'uno  come  nell'altro  dialetto;  per  le  quali  vanno  dagli 
altri  distinti,  come:  matj  malètj  toisón,  mùl,  miilètj  iper  figlioj 
tòij  mglittj  pricà^  squajàj  per  majale,  famej  dircj  anwiaszare. 

L'AlessandrinOj  e  con  esso  i  dialetti  parlati  nella  campagna 
cìreostante  e  lungo  la  valle  della  Bórmida  sino  al  di  sopra  di 
Acqui,  sono  precipuamente  caratterizzati  dalle  proprietà  già  men- 
tovate, quali  sono:  la  permutazione  della  u  in  ij  come  tiij  per 
tutlij  l'artìcolo  er,  pel  maschile,  e  ra  pel  femminile,  che  fanno 
der^  arj  dar,  dra,  ara,  darà,  nei  casi  obliqui;  la  sostituzione 
della  i  alla  t  nelle  sillabe  finali  di  molte  voci,  come  quanòs 
ièèj  étàòj  andaòj  per  quanti,  tetto,  statOj  andatoj  e  la  costante 
presenza  dell'eufònica  u,  che  talvolta  fa  le  veci  del  pronome 
egli^  e  più  spesso  lien  luogo  deir  eufònica  a  degli  altri  dialetti 
piemontesi  e  lombardi. 


488  PARTE  TERZA 

Ciò  non  pertanto  a  questi  caràtteri  dobbiamo  aggiùngere  l'uso 
di  vòlgere  le  o  in  n  nel  maggior  nùmero  delle  voci,  màssime 
in  fine  di  sUlaba  : 

Italiano  pì'esto  giòvnm  órdine  trovare  tornato  aiìcora  lontano 
Ales»."    presta  giuQu     iirdìn    truvè     turtid     ancvra  lantdH. 

Come  pure  nelle  flessioni  dei  verbi  che  i  Piemontesi  tèrmi- 
nano  in'o: 

italiano  anda\^anio    mangiano    suonàimno     credevano 

Alessandrino  anda^^u        mangiu        snnavu         cherdìu 
Piemontese    andato        mangio        sunaro  cherdio. 

L'uso  di  permutare  le  terminazioni  iuo^  iiia^  in  én^  étina  na- 
69^,  dicendo:  sUadén,  sitadénnos  stivalénj  eassénna^  per  citki^ 
dmOj  cittadina,  stii^alinoj  cascina^  e  slmili. 

E  per  ùltimo  l'uso  di  alcune  voci  peculiari ,  come  ist  per 
questo,  che  ricorda  Viste  dei  Latini,  acstj  ocst-cAt ^  per  cosi,  o 
qui,  che  accennano,  del  pari  che  la  pronunzia,  all' influenza 
del  gruppo  emiliano  col  quale  confina  a  mezzogiorno. 

Risalendo  il  corso  della  Bòrmida  e  del  Tànaro  il  dialetto  moit* 
ferrino  si  accosta  al  piemontese^  così  nelle  forme  come  nelle 
voci,  per  modo  che,  dopo  avere  già  assunto  in  Bistagno  la  ó 
piemontese,  che  T Alessandrino  appena  fa  sentire  in  poche  voctì, 
depone  in  Alba  alcune  proprietà  distintive,  e  ne  riceve  altre 
dai  Piemontesi  medésimi. 

Ivi  infatti  cessa  la  permutazione  delle  u  in  t  e  delle  I  in  è; 
ed  incomincia  il  pleonasmo  dei  pronomi  reciproci,  affatto  carat- 
teristico e  distintivo  del  Piemontese  j  cosi  pure  a  molte  voci 
proprie  del  monferrino  succèdono  voci  e  frasi  piemontesi. 
•  Ciò  non  pertanto,  insieme  alle  altre  proprietà  monfeirine, 
vi  perdurano  e  la  u  eufònica,  e  gli  articoli  ed  i  pronomi  er, 
ra;  roj  che  stringono  in  un  solo  fascio  questo  gruppo,  assimi- 
landolo alla  famiglia  ligure;  e  questi  articoli  e  tutte'  le  altre 
proprietà  distintive  accompagnano  i  dialetti  della  parte  superiore 
delle  due  valli  del  Tànaro  e  della  Bòrmida  sino  alla  vetta  del- 
l'Apennino,  ove  gradatamente  si  fóndono  nei  liguri  limitrofi. 

Il  dialetto  di  Mondooi,  che,  come  abbiamo  altrove  avvertito, 
riunisce  i  principali  caràtteri  del  monferrino  e  del  piemontese, 
si  distingue  da  entrambi  per  una  pronunzia  più  aperta  e  più 


DIALETTI   PF.DFVO^TAM.  489 

vocalizzata,  facondo  uso  ili  molti  dittonghi  in  luogo  delle  «em- 
piici vocali,  come  lìiàitit,  per  mento,  fluitivi,  dàwa,  ftcnMÌù'ffj 
aùraj  per  vonkn,  lUnm^  fonioK'a,  ora,  e  slmili.  Distìngiiesì  an- 
cora pel  suono  duro  della  z  ignoto  agli  altri  gruppi,  dicendo:  si 
per  qui;  auzè,  tnazzès  preziiis,  per  alzare^  ammazzai^ j  prezioso. 

Raggiungendo  la  vetta  dcirApennioo,  troviamo  a  Millèsimo, 
ar  Càiro  e  a  Montenotte  il  dialetto  monferrino  con  tutte  le  sue 
proprietà,  e  con  una  tinta  dei  liguri,  resa  manifesta  dalla  mo- 
dificassione  di  alcune  desinenze,  dall* elisione  della  r  in  alcune 
voci,  come:  senitùi,  per  senitori ,  e  dall'introduzione  di  qual- 
che parola  e  frase  genovese. 

Questa  tinta  ligure  è  assai  più  forte  e  prevalente  nei  dialetti 
di  Gatessio  e  dì  Ormea,  che  per  gli  elementi  oqdc  constano 
p<'>ssono  del  pari  èssere  classificali  nella  ligure  famiglia,  assimi- 
landosi alle  favelle  vernàcole  della  riviera  di  ponente.  I  caràt- 
teri quindi  che  li  distinguono  dai  rimanenti  del  gruppo  monfer- 
rino, si  desùmono  egualmente  dalla  pronunzia,  che  dalle  formd 
e  dal  lèssico.  La  prima  è  dolce  e  scorrévole,  per  l'affluenza  delle 
vocali  e  dei  dittonghi,  per  la  frequenza  dei  suoni  t^  i ,  t  o  §, 
e  per  l'uso  di  evitare  le  voci  tronche,  terminandole  per  lo  più 
in  vocale. 

Le  forme  sono  afl'atto  liguri  nei  participj ,  che  iinlscono  iA 
aciOj  iciOj  oppure  àOj  tiOj  io: 

Italiano        ilolo     detto    aìidnto     vtaiulato     %*eimto    sentito 
Garessio      dado  dìcio    andào      mandào     tynSo    sentìo. 

Sono  liguri  nella  permutazione  della  p  in  c^  dicendo  via, 
inchsi',  per  più,  vinpìrsi^  e  simili;  e  lo  sono  del  pari  nella  sin- 
tassi, che  non  è  punto  diversa  dalla  genovese. 

Nel  dialetto  poi  di  Ormca  le  forme  liguri  prevalgono  talmente 
sopra  ogni  altra,  da  non  poterlo  collegare  in  verun  modo  al 
ramo  pedemontano;  noi  Io  abbiamo  qui  inserito,  perchè  tro- 
vandosi sul  versante  settentrionale  dell'  Apennino,  e  formando 
parte  della  valle  del  Tànaro,  è  ancóra  politicamente  racchiuso 
nella  Provincia  di  Mondovl  ;  perchè  avvenendo  la  successiva 
trasformazione  dei  dialetti  monfcrrini  e  piemontesi  in  liguri 
per  gradi,  se  ne  trovasse  in  questo  il  compimento,  e  valesse 
quindi  di  opportuno  riscontro  agli  studiosi,  e  d'introduzione  alla 


400  PARTE  TERZA 

famiglia  figuro,  ohe,  a  Dio  piacendo^  ci  proponiamo  di  svòlgere 
in  una  futura  publicazionc. 

Tali  sono  le  più  ovvie  e  più  caratteristiclie  proprietà  atte  a 
sceverare  sommariamente  fra  loro  i  singoli  dialetti  di  questo 
rimo  importante,  per  quanto  è  possibile  determinarle  nella  con- 
fusa congèrie  di  tante  favelle  più  o  meno  fra  loro  diverse.  Ciò 
non  pertanto,  a  provare  la  maggiore  o  minore  esattezza  delle 
esposte  osservazioni,  e  meglio  ancora  a  pòrgere  un'idea  più 
generale  e  adequata  dell'  Indole  di  tutti  questi  dialetti  e  dei  loro 
scambiévoli  rapporti^  varrà  un  attento  esame  delle  seguenti 
versioni  della  Paràbola  dvl  Fiijlio  Prodigo j  non  che  dei  Saggi 
di  Letteratura  vernàcola  che  soggiungeremo  più  oltre. 

§.  k.  Ossen^zioni  grammaticali  in  generale. 

Il  principio  ordinatore  che  generalmente  collega  in  una  sola 
famiglia  tutti  i  dialetti  gallo-itàlici  non  viene  punto  meno  nei  jm» 
defnontani,  sebbene  in  apparenza  dissonanti  dagli  altri.  Diciano, 
in  apparenza,  avuto  riguardo  ai  sistema  concettuale,  ossia  a 
tutto  ciò  che  costituisce  la  forma  grammaticale  dei  medésimi, 
mentre  le  dissonanze  nella  pronunzia,  ed  in  conseguenza  nella 
forma  più  b  meno  alterata  delle  singole  voci,  non  che  appa- 
renti, sono  assolutamente  reali. 

Tutti  i  dialetti  pedemontani  mancano  d' una  vera  declinazione 
dei  nomi,  valendosi  degli  artìcoli  e  delle  preposizioni  italiane 
dij  aj  dttj  in^  coUj  per^  e  simili,  onde  precisare  nel  discorso  le 
varie  relazioni  dei  nomi  stessi  colle  altre  parti.  Gli  articoli  sono 
sempre  gli  stessi  italiani  ilj  lo ,  uno^  pel  maschile  ;  laj  tma,  pel 
femminile;  e  sono  espressi  in  varia  forma,  giusta  le  varie  pro- 
nunzie. Il  maschile  determinato  vi  è  rappresentato  colle  voci  el^ 
7j  Tj  lOj  lHj  erj  *rj  ro,  Uj  til,  che  nel  plurale  fanno  i^  lij  gij  il 
femminile  dalle  voci  luj  ra,  che  nel  plurale  fanno  Icj  rej  e  si  gli 
uni  che  gli  altri  si  contraggono  nelle  preposizioni,  come  in  ita- 
liano, per  dinotare  i  varii  casi,  facendo:  del,  d*l,  der_,  dn,  dal, 
dcla,  dia,  dra,  oppure  al,  alu,  ar,  ala,  ara,  e  cosi  nei  rispettivi 
plurali.  L'articolo  indeterminato  è  in,  un,  ^n,  inna,  unoj  'mi. 

I  gèneri  che  per  lo  più  vi  sono  distinti,  sono  i  soli  due  oa- 


DiALrrn  peokmoxta^ii.  40 i 

turali,  maschile  e  femminile;  e  qnesta  distinzione  yi  è  determi- 
nala in  vario  modo;  priroieramenle  col  mezzq  dell' articolo,  ohe 
è  abbastanza  diverso  nel  nùmero  singolare,  ma  non  sempre  nel 
plorale,  màssime  in  alcuni  dialetti;  in  secondo  luogo,  eoa  voci 
diverse,  il  che  avviene  solo  per  distinguere  il.  maschio  dalla 
fémmina  in  alcune  specie  d'animali  indigeni,  come  *l  bò,  e  la 
vacca^  proprietà  comune  a  tutte  le  altre  lingue;  in  terzo  luogo, 
col  mezzo  della  terminazione,  che  spesso  è  in  «^  oppure  in  o 
pel  maschile,  in  a  pel  femminile,  e  terminano  Hspettivamente 
in  I  ed  in  #  nel  plurale.  Questa  règola  per  altro  in  tante  svarhite 
favelle,  delle  quali  il  «trattore  più  costante  si  è  una  continoa 
irregolarità,  va  soggetta  ad  un  nùmero  indefinito  di  eccezioni, 
non  solo  da  dialetto  a  dialetto,  ma  eziandio  in  ogni  singola  fa- 
vella; di  modo  che  sì  richiederebbe  un  lungo  trattato  ad  esporre 
compiutamente  solo  le  principali  nozioni  sulla  distinzione  dei 
gèneri.  Bensì  appunteremo  come  un  fatto  di  somma  importanza 
la  differenza  di  gènere  applicato  ad  un  medésimo  nome  dai  varj 
dialetti,  differenza  assai  più  ripetuta,  ove  si  raffrontino  i  dialetti 
pedemontani  alla  lingua  comune  d' Italia,  nella  quale  sono  maschili 
parecchi  nomi,,  che  in  varj  dialetti  son  di  gènere  femminile,  ed 
inversamente  ;  come  l' aratro j  il  pipistrello j  che  dlcònsi  in  piemon- 
tese la  slòira,  la  rata-volòira.  Non  v'ha  alcun  dubbio,  che  rac- 
cogliendo i  copiosi  materiali  di  tal  fatta  sparsi  nei  moltéplici  dia- 
letti delle  valli  del  Tànaro,  del  Po,  delle  due  Dorè  e  del  Sesia, 
raffrontandoli  fra  loro  e  colle  altre  famiglie  vernàcole,  e  risa- 
lendo alle  origini,  si  otterrebbero  rivelazioni  di  somma  impor- 
tanza per  r etnografia  e  per  la  storia;  giacchè^ non  a  caso  i7  sofe 
che  è  di  gènere  maschile  nelle  hngue  latine,  è  femminile  nelle 
germàniche,  e  inversamente  la  luna. 

Anche  1  nùmeri  dei  nomi,  come  in  italiano,  vi  sono  distinti 
e  per  mezzo  degli  artìcoli,  e  colle  desinenze.  Gli  artìcoli  non 
sempre,  e  non  in  tutti  i  dialetti,  sono  snfficienti,  valendo  talvolta 
lo  stesso  artìcolo  per  ambo  i  nùmeri;  né  sempre  bastano  le 
desinenze,  che  variano  indefinitamente,  e  pòrgono  sempre  nuove 
accezioni.  Ciò  nullameno,  tenendo  conto  dell'uso  più  ripetuto 
in  maggior  nùmero  di  favelle  vernàcole,  la  desinenza  t  distin- 
gue il  plurale  maschile,  la  e  il  femminile,  e  nel  maggior  nù- 


492  PARTS  TERZA 

mera  dei  dìaleili  al|;)igiartì  ancora  la  j?^  come  in  fufli  i  dialetti 
francési'.  L'uso  prevaiente  per  altro  di  troncare  le  voci,  elidendo 
It  ùitime  vocali,  rèndono  jnìpo$sil)ile,  per  lo  più,  lo  sceverare 
il  singolare  dal  plorale  senza  il  soccorso  degK  articoli. 

Gli  aggettivi,  per  lo  più,  sono  corrnzioni  delle  voci  Italiane, 
•ec4:ettuate  le  radici  indigene  e  forse  primitive  pecnliari  di  da- 
acjiQo.  Nessuna  legge  per  altro  ne  règofa  la  formayjone,  tranne 
per  avventura  quelle  che  derivano  dall'Italiano,  come  a  cagion 
d'esempip  TafOssionc  delle  patiticene  itij  dis  al  positivo  per 
rènderlo  negativo,  nelle  voci  nti/^  inulti^  giinlón,  iUsgìl^tóSj  ed 
altretali.  Per  la  distinzione  dei  gèneri  e  dei  nùmeri,  seguono  le 
poche  varianti  clie  abbiamo  accennato  nei  nomi;  e  divengono 
diminutivi,  aumentativi,  peggiorativi,  comparativi  o  superlativi 
COA  leggere  flessioni,  che  derivano  chiaramente  dalle  corrispon- 
denti italiane,  sebbene  più  o  meno  alterate  e  mutilate,  a  norma 
delle  varie  pronunzie. 

.Anche  i  pronomi  derivano  dalle  radici  comuni  a  tutte  le  lin- 
-goe  indo-europee,,  e  nella  strana  forma  che  li  modifica  si  acco- 
stano assai  più  alle  lingue  della  Francia,  che  non  all'italiana, 
i' personali  sono:  t.,  mi,  tnej  li,  U,  tu;  k^  él,  lu;  cliièl,  chiàl; 
li.,  chila,  che  restano  indeclinàbili  nel  singolare,  e  nel  plurale 
volgono  in  noìy  i,  nodo,  voi,  i.,  voiìé,  (or,  Inr,  ciMà,  e  vària- 
mente^ancora.  Nei  casi  obliqui  sono  preceduti  dalle  preposizioni^ 
tranne  il  dativo  che  per  la  prima  persona  è  me,  o  m\  per  la 
seconda,  (e^  o  t\  e  per  la  terza  si  maschile,  che  femminile,  è 
i»  j^j  ti*  gij  che  corrispóndono  alle  voci  italiane  giij  le. 

l  pronomi  possessivi,  sebbene  derivati  del  pari  dalie  radia 
latine,  vi  subiscono  molte  e  strane  variazioni;  per  addurne  al- 
cuni eseiupj,  mio  vi  è  rappresentato  colle  voci:  me,  minH,-mio, 
ifittij  moiij  munj  il  piionome  tuo  colle  voci  :  Ho,  liau,  (ovt;  lo, 
éiuj  cosi  stio  con:  sa,  san,  sto,  sim;  e  lo  stesso  dicasi  dei  pro- 
nomi nostìv»  vostro,  loro.  Di  qui  si  vede,  come  la  forma  allon- 
tanandosi dall'italiana,  si  accosti  air  occitànica,  ed  in  qualche 
dialetto  sia  pura  francese. 

Ancor  più  variano,  assumendo  forme  francesi,,  i  pronomi  di- 
mostrativi questo  e  qatllo,  che  in  un  medésimo  dialetto  sono 
espressi  in  moltéplici  guise.  Per  citare  le  più  comuni ,  valgano  i 


!■• 


DIALETTI   PROeiHONTAM.  4^93 

seguenti  esempj.  Questo  vi  è  alteriiaiiiente  rappresentalo  da 
achèstj  achést'ìssi^  se-ai ,  só-slj  cost^  cast ,  rM.?M/_,  sto^  sto-sìj 
chést:,  sitOj scl'issì ;  e  qiifìllOj  colle  voci:  chél^  lòj  achèi j  se-làj 
attj,  cui,  cul'lùj,  ed  altre  varie,  che  si  possono  scòrgere  nei  Saggi 
che  soggiungeremo  in  sèguito. 

Nella  conjugazione  dei  verbi  prevalgono  ora  le  forme  e  le 
inflessioni  dei  verbi  italiani,  ora  quelle  dei  francesi,  si  le  une 
che  le  altre  modificate  a  norma  delle  varie  pronunzie.  Se  si 
volesse  tener  conto  delle  continue  varianti  che  s'incontrano, 
non  solo  nei  molti  verbi  da  dialetto  a  dialetto,  ma  in  un  solo 
dialetto  medésimo,  si  richiederebbe  un  volume  per  le  conjuga- 
zioni  e  due  per  le  varianti.  €iò  nulladimeno  in  tanta  congèrie 
di  forme  diverse,  trapela  pur  sempre  in  ciascun  gruppo  un 
oerto  tipo  generale  di  conjugazione,  intorno  al  quale  più  o  meno 
da  presso  si  aggirano  le  varianti  stesse  dei  molli  suddialetti; 
e  questo  tipo  comune  rinviensi  appunto  in  due  conjugazioni 
principali  dei  dialetti  che  rappresentano  ciascun  gruppo,  di 
Torino  cioè,  di  Ivrea,  e  di  Alessandria.  A  questi  tre  tipi,  dei 
quali  porgiamo  le  conjugazioni,  abbiamo  avvisato  indispensàbile 
apporre  a  riscontro  la  conjugazione  degli  stessi  verbi  nel  dia- 
letto di  Mondovi,  come  quello  che  congiungcndo  insieme  i  gruppi 
piemontese  e  iium ferrino  alla  famiglia  dei  Liguri,  forma  quasi 
un  quarto  tipo  distinto. 

Anche  qui,  come  si  scorgerà  dì  leggeri,  manca  del  tutto  la 
voce  passiva,  alla  quale  venne  surrogata  la  composizione  del 
verbo  ausiliare  vs^erv  col  participio  di  ciascun  verbo,  che  varia 
pili  o  meno  in  ogni  dialetto.  Così  pure  nella  voce  attiva  man- 
cano quasi  tutti  i  tempi  passati,  che  appunto,  come  in  tutte  le 
lingue  neo-latine,  vi  sono  composti  dell' ausiliare  mere  e  del 
participio.  ISeir  impossibilità  di  appuntare  in  un  sémplice  Saggio 
le  innumerevoli  forme  ed  anomalie  che  si  riscontrano  in  tanti 
svariati  dialetti  e  suddialetti ,  facciamo  voti  percliè,  riconosciuta 
l'importanza  d'un  lavoro  compiuto,  gli  eruditi  d'ogni  sìngolo 
paese,  i  quali  soli  possono  copdurlo  a  buon  fine,  provvedano 
finalmente  a  questa  deploràbile  lacuna,  illustrando  la  favella 
dei  loro  avi.,  nella  quale  e  colla  (piale  apprèsero  a  pensare. 


40« 


PARTE  TERZA 


TORINESE 


DMVREA  DI  ALESSANDRIA     DI  liONDOVI 

Modo  Indefinito. 


Tempo  prei,  iporlè 
»  passato  lavéi  porta 
»  futuro  Vetsepr  porle 
Gerundio     IporUnd 
Participio     /porti 


mi  1  porto 
li  V  porto 
chièl  a  porta 
noi  i  portóma 
voi  I  porte 
lor  a  porto 


mi  i  portava 
ti  t'  porla  ve 
chièl  portava 
noi  i  portavo 
voi  i  porta  ve 
lor  a  portavo 

mi  i5 
ti  l'as 
chièl  ara 
noi  i  urna 
voi  i  ève 
lor  a  ràn 


portar 
avéi  porta 
èsser  (a)  pr  portar 
portànd 
porta 

Modo  Indicativo. 

Tempo  pretcate. 


porte 
aVéi  porti 
essi  par  porte 
portanda 
porti 


mi  i  porlo 
ti  V  porte 
chièl  a  porta 
nui  i  porloma 
vui  porte 
lur  a  porto 


me  a  pori 
té  t'  porte 
cul-Ià  'I  porta 
noi  a  portuma 
voi  I  porle 
cu  I-li  i  porlo 


Taaipo  Passato  Pròssimo 


mi  i  portava 
li  t'  porta  ve 
chièl  a  portava 
nui  i  portavu 
vui  portavo 
lur  a  portavu 


me  a  portava 
le  l'  portavo 
cul-Ià  'I  portava 
noi  a  portavo 
voi  i  portavo 
cul-Ià  i  portavo 


Tempo  Passato  Perfi^lto  (d). 


mi  i  un 
ti  l'è 

chièl  a  ri 
nui  i  urna 
vui  i  èi 
tur  a  l'in 


? 

n 
»• 


me  a  i  ò 
té  V  as 

cul-li  ri 
noi  a  i  urna 
voi  I  èi 
cui-Ii  i  in 


|)ortè 
avil  porti 
esse  pr  porle 
porliod 
poHà  (6) 


mi  pori 
li  r  porti 
chél  u  porla 
no࣠ (e)  porlmi 
voié  porte 
'  chél  porla 

mi  |M>rtilva 

ti  t'  porti! vi 

chél  porliiva 

noi£  portilvno 

voi£  porlàlvi 

chéi  porliivo 


ni  i  5 
Il  t*a 
cliél  u  r'i 
noki  ama 
voió  èi 
chéi  in 


0 


DIALRTTI   PEDEVOMTAM. 


hW 


Ttrmpo  PaMalo  liimoto. 


via 

tìe 

B  Tavìa 

avìu 


ivie 


iviu 


poriro  (e) 

lortràs 

a  -fiortrà 

portruma 

perire 

portràn 


ivro 
vràs 

a  l'avrà 
avrama 
avré 
l'avran 


1 


1 

ar- 


mi i  a  vìa 
li  t'avìe 
chièi  a  l'avìa 


\ 


DUi  i 


vul 


^aviu 
(avìen 

Savie 
avie 


sr- 


'"'  •'  1  !!v!!!„ 

(  avien 


me  a  i"  éivn 
le  V  éfve 
cul-là  réfva 

noi  a  i  éivo 
voi  a  i  cive 
cuMà  i  éivo 


Tempo  Futuro. 


mi  i  portrù 
ti  t'  porlrè 
chièl  a  portrà 
nui  i  porlràn 
vui  porlri 
iur  a  porlràn 


me  a  porlrò 
le  t'  portrài 
cul-là  'I  portrà 
noi  a  portròma 
voi  i  porlrèi 
cui-là  i  portràn 


Tempo  Futuro  Passalo. 


mi  i  avrù 


ti  i'  \  »"^ 

(  avn 


vras 
rè 


cliièl  a  l'avrà 
nui  i  avruroa 
vui  avri 
Iur  a  l'avràn 


me  i  avrò 


té  t'  avrai 


cul-là  l'avrà    \'S 


noi  avròma 
voi  i  avrei 
cui-là  i  avràn 


■1 


Mollo  Imperativo. 


mi  ai  va 
Il  r  alvi 
cliól  aiva 

• 

noàè  almo 
voà^  a  ivi 
cbéi  alvo 


\ 


mi  porlro 
li  I'  portrà 
chél  portrà 
noàò  porlrmà 
voàé  porlrè 
chéi  portràn 


mi  avrò 

li  t'avrà 

chél  u  r'avrà 
noài  avrmà 
voàò  avrei 
chèi  r'  avràn 


ti 

porta  li 

porta  té 

porta  li 

sorta 

eh 'a  porta 

ch'ai  porla 

ch'u  porta 

toa  noi 

porluma  nui 

porlóma  noi 

porlmà  nòe 

voi 

porle  vui 

porle  voi 

porte  vóc 

porlu 

eh' a  purtu 

1  ch'i  porto 

1  ch'i  porlu 

? 


t96 


PARTE  TERZA 


Modo  Congiuntiio. 

Tempo  Presente. 


che  mi  i  porla 
che  ti  t'  porte 
che  chièi  a  porla 
che  noi  i  porto 
che  voi  i  porle 
che  lor  a  porlo 


ch'i  porta 
eh'  li  r  porte 
'ch'  chièI  a  porla 
eh'  nui  i  porto 
eh'  vui  porle 
eh'  lur  a  porto 


ebe  me  a  porta 
che  té  t'  porte 
che  cul-li  'I  porta 
che  noi  a  porlo 
che  voi  i  porle 
che  cui-là  i  porlo 


eh'  mi  porta 
eh'  ti  r  porli 
eh'  chél  porta 
eh'  noà6  portino 
eh'  voàÒ  porti 
eh'  cbèi  porlu 


Tempo  PaiMto  Pròsaimo. 


che  mi  1  portéissa 
che  ti  I'  portéisse 
che  chiél  a  portéissa 
che  noi  i  porléisso 
che  voi  i  portéisse 
che  lòr  a  porléisso 


eh'  mi  i  portéis 
eh'  ti  t'  portéisse 
ch'chièi  a  portéis 
eh'  nui  i  portéissu 
eh'  vui  portéissi 
eh'  lur  a  portéissu 


che  me  a  portéissa 
che  té  t' portéisse 

ehecul-IÀ'Iportéissa 
che  noi  a  porléisso 
che  voi  i  portéisse 

^'hecui-là  I  porléisso 


eh'  mi  portàissa 
eh'  ti  t'  portàissi 
eh'  chél  poiiàis» 
ch'Boàipoiiàisiia 
eh'  vo࣠ partàisri 
eh'  cbéi  porta lioa 


Tempo  Passato  Perfetto. 


che  mi  I  abbia 
che  II  l*àbbie 
che  fhièi  a  rabbia 
che  aoi  i  àbbiu 
che  voi  i  àbbie 
che  lor  a  I*  àbbiu 


eh*  mi  I  abbia 
tb*  ti  1*  àbbie 
ch*chièl  a  ràbbia  I  « 
eh'  nui  i  àbbiu     i  » 
eh*  Tui  i  àbbic 
eh*  lur  a  ràbbia 


che  me  a  1  aba 
che  té  l*abe 
che  col  là  l*aba 
chf  noi  a  i  abo 
che  voi  i  abe 
che  cui-là  i  abo 


eh*  mi 
eh*  ti  t*abM 
eh*  chél  abba 
eh*  noàè  abbio 
eh*  roàé  abbi 
eh*  chél  abbo 


•9 

9 


Tempo  Passato  l\imoto. 


che  mi  ì  avéiisa 

Lch'  mi  i  avéis 

che  me  a  i  éis$a 

X 

che  li  l'avéisse 

eh*  li  r avéisse 

che  té  l'éisse 

1 

chechlèlaravéissa 
che  noi  i  avcissu    | 

^3 

ch'chièi  a  l'avéit 
eh*  nui  i  avéissu 

1 

ti- 

che  cui  là  Péissa 
che  noi  a  i  cisto 

1  JT- 

che  voi  i  avéisse 

eh*  vui  avèissi 

che  voi  i  éisse 

\ 

che  lor  a  ravciuu 

eh'  lur  a  l'avèissu 

che  cui  là  i  d»so 

eh*  mi  «vàissa 

eh*  ti  t*avàiui 
eh*  chél  avàiftsa   \v 
eh*  noàè  avàitmol  *' 
rh*  vflàè  avàissi 
eh'  chci  avàisio 


DIALETTI   PEDE1I0NTA5II. 


497 


ì  porli  ìa 
'  pori  rie 
h\  a  porlrìa 
i  porlriùma 

.    K  portrìe 
(  portricsse 

a  porlriu 


i  avrìa 

'  a%TÌe 
»|  a  t'avrìa 
i  avriu 

i  avrìe 

i  avriu 


o 


uiì  i  porlrìa 
li  V  pori  risse 
chièl  a  portria 
nui  i  porlriu 


Modo  Condizionale. 

Tempo  Presenle. 

me  a  pori  rèi  va 
le  r  porlréive 
cuMà'l  pò  ri  rèi  va 
noi  a  poriréivo 


vui  porlrissi 
lur  a  porlriu 


mi  pori  rea 
li  t'  portréi 
chél  pò  ri  rèa 
noàé  porlrélmo 


voi  i  porlréive      1  voàÒ  por! rei 
cni-ià  i  poriréivo  '  ctiéi  porlréo 


Tempo  Passato. 


ria 

rìs 


mi  i  j»'" 
(  avn 

ti  t'  J«'^!« 

i  a  v  risse 

chièl  a  ravrìal  ^ 

\  e 

^.  . .  (avriu    /  2. 
nui  ì  <  I  »' 

i  avrissu 


avrii 
rissi 


Ìavrii 
avri! 

Ì  avriu 
avris! 


turai 


rissu 


me  a  i  avréig 


le  r  avréisse 
cul-là  Tavréissa 


noi  i  avréisso  /  ?. 


voi  i  avrcissc 


cui-lài  avréisso 


mi  avréa 


ti  r  avrei 
chél  avréa 


1 

noàò  avréimo  /  »• 


voàé  avrei 


cbéi  avréo 


Modo  Jiidefinilo. 


tpo  preti,  -.Ini 

Ignir 

lene 

Ini 

'  pa$satoj^\e\  Inii 

avéi  Ignij 

avéi  Ini 

avai  tnù 

futuro  >  esse  pr  Ini 

esser  pr  Ignir 

essi  par  tene 

esse  pr  Ini 

vtndio     \  tnènd 

Ignònd 

Ininda 

Ignànd 

'ìcipio      tnìi 

Ignii 

Ini 

tnìi 

198 


PARTE  TEBZA 


mi  i  lèno 
ti  t*  lène 
cbièi  a  lèn 
noi  i  tnuma 
voi  i  tene 
lor  a  tènu 


mr  i  tnia 
ti  V  tnie 
eblèi  a  Inia 
noi  i  tniu 
voi  I  tnie 
lor  a  tnìu 


mi  i  0 
ti  V  as 
cbièI  a  l'à 
noi  f  urna 
voi  i  ève 
lor  a  ràn 


mi  I  avia 
ti  t'avìe 
chièl  a  Pavia 

noi  i  avìu 
voi  i  a  vìe 
lor  a  Tavìu 


Modo  Indicatho. 

Tempo  Presente. 


Ci 


CI 


mi  i  tegno 

^ 

me  a  tèn 

mi  tèa 

li  t'  tegne 

lé't'  tene 

ti  V  tenf 

cliièl  a  tegn 

cul-là  a  tèn 

chél  u  tèn 

nui  i  tgnuma 

noi  a  tnuma 

noàé  teomà 

vul  tegne 

voi  i  tene 

voàÒ  i  teoi 

lur  a  legno 

cui-là  i  teno 

cbéi  1  teno 

Tempo 

Passato  Pròssimo, 

mi  i  tgnìa 

me  a  tniva 

mi  tnàiva 

li  t*  tgnìe 

té  V  tnive 

ti  t'  Inaivi 

cbièi  a  tgnia 

cui- là  a  tniva 

cbél  u  tnàiva 

noi  i  tgoìu 

noi  a  tnlvo 

noàé  i  tnàivo 

vai  tgnìe 

voi  i  tnive   . 

voàé  i  tnàlvi 

lur  a  tgniu 

cui-là  i  Inivo 

chél  i  tnàivo 

Tempo 

Passato  Perfetto. 

mi  i  un 

1 

me  a  i  ò 

mio 

ti  rè 

té  t' ài             i 

ti  t'à 

chièl  a  rà 

(5 

cul-là  r  à         f  _ 

chél  u  r*  à 

nui  i  uma 

B'- 

noi  a  i  uma     /  "' 

noàé  anà 

vul  i  èi 

voi  i  èl 

voàé  èl 

lur  a  ràn 

m 

cui-là  i  àn 

cbéi  r'àn 

9 
cu 


Tempo  Passato  Rimoto. 


mi  i  avia 

me  a  i  civa 

li  Tavie 

le  l*  éive 

chièl  a  Pavia 

' 

cul-là  réiva 

nuilj^^l" 
/  avien 

t 

noi  a  i  éivo 

vui    l»^!f 
^avie 

voi  a  i  éive 

l«r  l'Ili" 

1 

cui-là  i  civo 

1 


mi  ai%*a  \ 

li  raivi 
chél  ai  va 

noàé  aìmo 
voàé  aìvi 
cbéi  aìvo 


9 


DIALETTI  PEDEIIO?(TAM. 


490 


Tempo  Fotwro. 

iiirò 

mi  i  tgnirù 

me  a  lenrò 

mi  tniro 

nràs 

ti  r  Ignirè 

té  r  tenrài 

ti  V  tnirà 

t  tenrà 

chièi  a  Ignirà 

cul-là  u  lenrà 

cliél  tnirà 

enroma 

nui  i  Ignìràn 

noi  a  tenroma 

noàé  Inirmà 

enré 

vui  Igni  ri 

voi  a  tenrèi 

vo࣠ tnirài 

cDiin 

iur  a  Igniràn 

cui-là  i  tenràn 

chéi  iDlràn 

Tempo  Futuro  Pastaio. 


vr5 

\ 

mi  i  avrù 

me  i  avrò         \ 

mi  avrò 

rrks 

,,  ,,  ^avràs 

té  r  avrai 

ti  l'avrà 

1  l'avrà 

s 

cilici  a  l'avrà 

if 

eul-Ià  l'avrà    \  ^ 

1  2« 

chél  u  riavrà 

ivruma 

e* 

nui  i  a V ruma 

SI 

noi  avróma      1 

noàò  avrmà 

ivré 

\ 

vui  avrì 

voi  i  avrei        l 

voàè  avrei 

:*avràn 

Iur  a  l'avràn 

cui-là  i  avràn  / 

chéi  r"*  avràn 

SI 


Nodo  Imperativo. 


lègn  ti 

Icn  té 

lènti 

Mia 

eh 'a  tcgna 

eh' a  Ièna 

eh' a  Ièna 

m  noi 

Ignuma  nui 

Inuma  noi 

In  ima  noàò 

i 

tgnì  vui 

tene  voi 

mi  voàé 

«no 

eira  lègnu 

ch'i  tèiio 

eh' i  téno 

Modo  Congiuntilo* 

Tempo  Presente* 

i  i  Ièna 

eh'  mi  i  tègna 

che  me  a  Ièna 

eh'  mi  tèna 

r  tene 

eh'  ti  V  tcgne 

che  té  V  lène 

eh'  li  r  lèni 

lièi  a  Ièna 

di'  chièI  a  tègna 

che  cu  Ma  a  tèna 

cb'  chéi  tèna  ' 

9f  i  tènu 

eh*  nui  i  tògnu 

che  noi  a  tèno 

eh'  noàò  tcnmo 

>l  i  tene 

eh*  vili  tègni 

che  voi  i  lène 

eh'  voàò  leni 

r  a  tènu 

eh'  Iur  a  tcgnu 

che  cui-là  1  tèno 

eh'  chéi  leno 

KOO 


PARTE  TERCA 


Tempo  PaMftto  Prossimo. 


che  mi  j  Inéissa 
che  li  e  tnéi6S« 
che  cliièl  a  Inéi9sa 
die  noi  I  Inéisso 
che  voi  i  Inéisse 
che  lor  a  tnéisso 


eh'  mi  i  Ignéiss 
eh*  ti  l'  Igncisso 
ch^  chiél  a  tgnéis 
eh'  nui  i  Ignóissu 
ch^  vui  i  I  gnèiss i 
eh'  lur  a  (gnéissu 


che  me  a  tni5sa 
che  le  t' laisse 
die  cul-là  a  inissa 
che  noi  a  Inisso 
che  voi  i  inlfse 
che  eui-là  1  tniaso 


Tempo  Passato  Perfetto. 


eh'  mi  laàiMa 
eh'  ti  t'  loàhsi 
eh*  chél  0  tnàissi 
eh'  tuùtà  InàluM 
eh'  \'okà  laàisBi 
eh'  ehéi  i  loàiiso 


che  ni  i  ubbia       ^ 

eh'  mi  i  abbia 

che  mi  a  i  aba      i 

eh*  ni  abbia 

che  ti  ràbbie         j 

oh'  li  l'àbbic 

che  le  l*  abe         j 

eh'  ti  V  abbi 

cbexkièi  a  ràbbia  [^ 

eh' chili  a  l*àbbia     - 

che  cui  là  l*aba     1  ^ 
1  a 

eh*  chef  abba 

9 

che  ooi  i  abbia 

eh'  nui  i  àbbiu    l  ^ 

che  ooi  a  i  abo 

che  màè  àbbio 

e: 

che  vui  i  àbbte 

eh'  vui  i  àbble 

che  voi  1  abe 

che  voèè  atibi 

che  lor  a  l'abbi u 

eh*  lur  a  l' àbbiu 

dia  cui-là  i  abo    ' 

eh'  chéi  abbo       i 

Tempo  Passato  llimoto. 


voi  i  *  *®"^*? 
I  lenricssc 

|or  a  tenrìu 


che  ni  i  avéissa      . 

eh'  mi  i  avcis        | 

che  né  a  i  éissa 

eh*  mi  avàissi 

che  ti  l'avéisse       i 

eh'  li  l'avéisse      j 

che  le  t'éissc 

ch>  Il  t*avàissi      ] 

chechièlal'avéissa  ( 
che  noi  i  avéissu       ^' 

eh'  chi^  al'avéisl  ^ 
eh'  nui  i  avéissu      e: 

che  cul-ià  l'éissa 
che  noi  a  t  éisso 

5- 

eh'  chél  avàiiBa       . 

a 

eh'  noà^  avàisno 

che  foi  i  avéisse 

eh*  vui  avcissi 

che  voi  i  éisse 

eh'  voài  avàissi 

che  lor  a  l'avéissu 

eh*  lur  a  l'avéissu 

che  cui-là  i  éisso 

eh' cbd  avàisso    ) 

Modo  Coììdizioìxale. 

Tempo  Prette u te. 

mi  1  tenria 

mi  ì  Ignerìa 

me  a  lenrciva 

mi  In  àrea 

Il  V  tenri^ 

ti  V  Ignerisse 

le  l*  tenréive 

ti  t'  Iniréi 

chièl  a  lenrìa 

chièl  a  Ignerìa 

cul-là  a  tenréiva 

chél  loirèa 

noi  1  tenriùma 

nui  i  tgncrìu 

noi  u  lenréivo 

noàò  tairclmo 

vui  i  tgncrissi 
lur  a  Igneriu 


voi  i  Icnrcivé 


■vo࣠ InIréie 


cui-là  i  leiiròivo   1  chéi  tniréo 


niALErri  pedemoiiita?!! 


504 


Tempo  Patralo. 


mi  i  a\rìu 


li  V  uvrìc 
cilici  ajavria 
noi  i  avriu 


VOI  I  iivrie 


lor  ì  avriu 


I 


n.ii  1»^'!"     \ 
ì  avriss     1 

ì  a\Ti«sc 
clìttM  a  Tavria 


OQ 


nui  \  ]       .       /  c< 
i  avrissn 


avrìi 
rissi 


Jav 

lural'»»"!" 
/  avris! 


avrissu 


ine  a  i  avréis 

le  l'  avréisse 

cui- là  Tav  ré  issai 
noi  I  avrcisso 


voi  i  avréisse 


cui-làiavréis8o 


lui  avrèa 

li  t'avrei 

chéLavréa 

nòàò  avréimof  ^' 

voà6  avrei 

chéi  i  avréo 


Osseripazioni.  (a)  In  Ivrea  ^  come  in  generale  in  tutte  le 
c*ittà  e  luoghi  abitali  da  classi  distinte,  varia  il  dialetto  ttr- 
òaii/o  proprio  delle  classi  civili  dal  rìistico  proprio  della  cam- 
pagna\  e  quindi  ancora  della  classe  operaja  alimentata  sempre 
dalla  campagna.  Siccome  nelle  Provincie  la  classe  civile  tenta 
nella  domèstica  conversazione  accostarsi  alle  forme  della  ca- 
pitale, cosi  abbiamo  preferito  anche  nei  verbi  attenerci  aite 
forme  usate  dal  pòpolo,  come  le  sole  proprie  del  luogo,  censi* 
dorando  le  altre  come  imitazioni  forzate  e  fittizie,  che  sovente 
hanno  l'aspetto  di  caricatura.  Avvertiamo  perciò  che  la  voee 
èsnfr  è  la  sola  del  dialetto  rùstico ,  mentre  l'urbano  direbbe  em 
od  ensej  similmente  nel  presente  di  avere  in  luogo  di  t  uHj  l'ur- 
bano direbbe^  ad  imitazione  della  capitale,  i  òj  per  io  ho;  nella 
prima  e  terza  persona  singolare  dell' imperfetto  dei  congiuntivo, 
direbbe  porléhm^  tnéisna^  in  luogo  del  rùstico  porliìs^  tgnéisj 
ed  in  tutto  quest'ultimo  verbo  sopprimerebbe  la  (/,  preferendo 
la  forma  torinese  tnìr  alla  rùstica  ignirj  da  noi  preferita.  €iò 
valga  ancora  a.  rèndere  ragione  della  preferenza  da  noi  data  ad 
alcune  forme  nei  verbi  degli  altri  dialetti,  come  più  general- 
mente usate  dalle  masse;  cosi  p.  e.  nel  futuro  sémplice  del  to- 
rinese abbiamo  preferito  t  portrò  alla  forma  t  portrai  che  vi- è 
pure  usitata. 

(b)  Dai  varj  esempj  altrove  citati  fu  manifesto  quanto  varie 
forme  assumessero  i  participi  nei  moltéplici  suddialetti  d'ogni 

3» 


503  PARTS  TERZA 

gruppo,  màssime  negli  alpigiani,  ove  abbiamo  notalo  le  termi- 
nazioni ày  (it\  dit^  ài^  él,  èit  nei  participi  della  sola  |ìwma  con- 
jugazione,  come:  fd^  fài^  fdit^  fdl^  fetj  fèit;  quindi  le  termi- 
nazioni tj  t(^,  lì,  Un  tz,  ed  altre  molte,  oltre  alle  continue  ano- 
malie, nei  participi  degli  altri  verbi.  Valga  quindi. questa  breve 
osservazione  a  supplire  alla  mancanza  di  appòsiti  modelli,  in 
luogo  dei  quali  rimandiamo  lo  studioso  ai  Saggi  da  noi  proposti 
(e)  La  forma  strana  dei  pronomi  noi  e  voi  nel  dialetto  di  Sion- 
dovi  deriva  dalla  composizione  dei  medésimi  delle  due  voci  no^ 
o  vo  corrispondenti  a  not,  poi,  cfd  dt^  che.  significa  altri ^  ossia 
noi-altri^  voi-altrij  come  si  usa  da  alcuni  Italiani,  dai  Francesi 
{nous'autres^  vous-autres)^  e  come  lo  abbiamo  già  visto  osalo 
dai  Bergamaschi  fra  i  Lombardi,  che  dicono,  mter  e  vóier. 

(d)  I  dialetti  dei  quali  porgiamo  qui  due  tipi  di  eonjogaxione 
mancano  affatto  della  forma  sémplice  del  passato  perfetto,  come 
ìb  generale  tutti  i  pedemontani.  In  alcuni,  per ^altro  serbasi  tot- 
tavia  qualche  reliquia,  per  lo  più  nella  terza  persona  singolare, 
la  quQle  varrebbe  a  provare,  che  anche  la  forma  sémplice  un 
tempo  esisteva,  e  a  poco  a  poco  venne  dileguando.  Cosi  tro- 
viamo nel  dialetto  di  Possano,  sogittins,  per  soggiunse j  a  Vina- 
dlo,  Clamò,  dimandò  j  ad  Oulx,  porti,  pen,  dt,  per  pariti  couie, 
disse j  ad  loglio,  sajiij  pregdj  per  esdj  pregò j  in  Alba,  onde, 
per  andòj  nella  campagna  alessandrina,  arspùs^  dis^  ed  altretali. 
Generalmente  però  anche  questi  dialetti  fanno  uso  della  forma 
composta. 

(e)  Abbiamo  avvertito,  come  il  Torinese,  oltre  alla  caraneri- 
stica o,  faccia  uso  altresì  di  di  a  formare  la  prima  peraoaa 
singolare  del  futuro;  ambedue  queste  forme,  o  piuttosto  queste 
voci,  sono  pure  usate  dal  Torinese  col  pronome  personale  t, 
per  esprimere  io  Ao,  dicendo  egualmente  t  o,  oppure  t  ài.  Que- 
sta osservazione  sarebbe  sufficiente  ^  a  convalidare  la  scoperta 
per  la  pnwa  ^rolta  avvertita  dal  Raynouard,  che  cioè  i  futuri 
sémplici  ìm  tutte  le  lingue  neo-latine  sono  composti  dell'  inde- 
finito presente  del  verbo,  al  quale  é  suffisso  l'indicativo  pre- 
sente  dell'ausiliare  aperey  di  modo  che  leggerò^  leggerai y  leg» 
geràj  ec,  consterebbero  di  lègger^ho^  lègger-hai^  legger-ha^  e 
cosi  di  ségwto.  La  scoperta  del  Raynouard,  sebbene  constatala 


DIALCTTI  PIDBHOIITANI.  505 

da  una  serie  di  fatti,  ciò  nuUameno  per  alcune  anomalie  in 
pocbe  voci  del  futuro  di  alcune  lingue^  fu  posta  tn  dubbio  da 
qualche  erudito  forse  troppo  scrupoloso.  Ove  per  altro,  prima  di 
risòlvere  la  questione,  si  fossero  consultate  ancora  le  tante  fa- 
miglie di  dialetti,  ogni  dubbio  sarèbbesi  dileguato.  In  essi  il  fatto 
si  manifesta  in  tutta  la  sua  chiarezza  per  modo,  che,  separando 
in  tutti  i  futuri  d'ogni  dialetto  italiano  la  parte  che  rappresenta 
r  indefinito  dalla  caratteristica,  quest'ultima  ci  porge  per  intero 
il  presente  indicativo  del  verbo  avere  nel  dialetto  rispettivo. 
V&lgano  di  prova  i  futuri  da  noi  già  proposti  di  tutti  i  dialetti 
lombardi^  emiliani  e  pedemontani. 

Milanese  Berg.""  Boi.'  Reg.''  Parm.""  Tor.«  Iv.'  Ales.^"  liood. 
porUir-ò      ò  ò       ò  ò  6  ù     ò  ò 

a       a  a  as         e      as         a 


portor-j*^ 


portar-d      à  uà  da  dà  d 

.     ,      \èm       ,.     \èmm     ,  . 

portar-em  <    ,,      ^^^    {«      .     c^fn       urna     dn   oìna      ma 
■^  Ima  lomni 

portar-t       t  t        t  i  e  i      et  e 

portar-da    d         dn     dn       dn        dn        dn    dn        dn. 

A  questi  si  possono  aggiùngere  i  futuri  più  svariati  dei  sud- 
dialetti  di  ciascun  gruppo,  nei  quali  pure  la  caratteristica  è  for- 
mata dal  rispettivo  ausiliare.  Così,  per  esempio,  negli  alpigiani 
piemontesi  s'incontrano  le  forme  portordt,  portardicj  portarèi, 
porkarèic^  ove  l'ausiliare  Ao  è  appunto  espresso  con  dt,  dtc,  ety 
èie.  Se  risaliamo  alle  forme  più  antiquate  di  nostra  lingua  quando 
solèasi  dire  (in  luogo  di  faròy  dirò)  foraggio^  diraggio ^  vi  tro- 
viamo pure  aggio  per  ho;  di  modo  che  dopo  tante  prore  cosi 
manifeste,  pare  non  potersi  più  dubitare  della  verità  deir os- 
servazione di  Raynouard. 

Ed  ecco  in  qual  modo  lo  studio  circostanziato  dei  dialetti  può 
tornare  vantaggioso  alla  soluzione  di  molti  problemi  cori  lingui- 
stici, come  stòrici  ed  etnogràfici. 


504  PARTH  TER/.V 

CAPO  II. 

f^ersione  della  Paràbola  del  Figlimi  pròdigo,  tratta  da  S.  La- 
cfl,  cap.  XV ^  nei  principali  dialejtti  pedeniontani. 

Serbando  sempre  l' órdine  da  noi  adottato  nelle  due  prime 
Parti,  soggiungiamo  la  versione  della  Paràbola  in  tutti  quei  dia- 
letti e  suddialetti  che  pòrgono  maggiori  variazioni  nella  pro- 
nunzia,  nella  forma  o  nelle  radici.  A  rappresentare  i  suoni  di- 
versi ci  siamo  valsi  del  sistema  ortogràfico  da  noi  esposto  nel- 
riotroduzione  a  pag.  xxix  e  seguenti.  Le  versioni  poi  ci  furono 
graziosamente  apprestate  dagli  studiosi  più  distinti  d'ogni  sin- 
golo paese,  che  furono  da  noi  invitati  a  rèndere  il  testo  tanto 
letteralmente  quanto  Io  permettevano  i  mezzi  e  l'Indole  del 
rispettivo  dialetto.  Se  taluno,  cosi  nelle  due  prime  Parti ,  come 
in  questa,  ha  talvolta  deviato,  il  maggior  nùmero  per  altro  si  è 
serbato  fedele,  e  ne  rendiamo  pùblicbe  grazie  di  nuovo  sì  agli 
uni  cbe  agli  altri.  Alcune  discrepanze  nella  forma ,  lungi  dal- 
l'essere imputate  ad  infedeltà  del  traduttore,  dèvonsì  attribuire 
sólo  ali -indole  del  dialetto,  od  alle  consuetudini  dei  luoghi.  Il 
servo  )  p.  e*  )  parla  col  padrone ,  ora  in  seconda  persona  singo- 
bre,  ora  plurale,  ed  ora  in  terza  persona,  giusta  l'uso  del  pae- 
se, al  quale  non  può  il  traduttore  derogare.  Lo  stesso  dicasi 
dei  rapporti  tra  padre  e  figlio.  Avvertiremo  ancora,  che  la  mo- 
dèstia di  parecchi  traduttori  non  ci  permise  di  publicame  il 
nome  a  piedi  della  versione  rispettiva,  come  avremmo  desiderato 
poter  fare  per  guarentigia  comune, 

P^  iilUmo  abbiamo  coordinato  tutte  le  versioni  sulla  norma 
dell'esposta  classificazione,  facendo  precèdere  le  pii'iuontesi  alle 
wnavesij  e  queste  alle  tnonferrùie.  Così  pure  le  urbane  precè- 
donp  le  alpigiane  in  ciascun  gruppo. 


liULLTTI    l'F.nKU<>\T.\M. 


SO» 


DU LETTO  TORINr.«F. 


II.  Un  òm  a  l'avia  doi  fioi; 

te.  Cui  pi  giovo  rà  dit  a  so  padre: 
dòme  la  pari  di  Im;iiì  cb'a  in'  luca:  e 
rliièl  d'  cui  beni  Tà  faine  doe  puri. 

1 3.  E  da  lì  a  pochi  dì  M  fiòl  pi  gió* 
vo,  bùia  ansèm  lui  cui  cli^a  Pavia 
lira  di  so  beni,  s'è  andàsne  ani'  un 
pai»  lonlàn.  e  là  ninànd  una  vila  os- 
siosaeliisuriosa.  a  rà  dilapida'!  falsò .^ 

14.  E  dop  d'avéi  consuma  lui  lo 
eira  Pavia,  venia  ch'ani  cui  paìs  aj 
nassa  una  faiuina  die  pi  fiere,  e  che 
c'hièi  couicusa  a  uianclrù  del  neces- 
sari: 

|S.  E  s*ò  dassc  urdrìss,  e  s'è  agili- 
slnsso  al  servissi  d'un  siladìn  d'  cui 
pais,  eh' a  Pà  mandalo  a  na  soa  cas- 
cina con  Piuipiég  de  rane  i  pors  an 
iiaslùra. 

fM.  E  a  desiderava  d'empisse  la 
pansa  d*  cui  agiànl  islèfts  ch'i  pors 
a  mangiavo;  e  j'era  gniìn  ch'a  i  por- 
Icissa. 

t7.  Ma  anfin  anlrà  'ni  se  sless  Pà 
dil:  Quanta  geni  salaria  a  cà  d'  niè 
padre  Pù  d'  |Kin  an  al)ondansa,  e  mi 
son  si  ch'i  nióiro  d*  fami 

ts.  L'è  Icmp  cii'i  m*  leva  da  si,  v 
ch'i  vada  da  me  padre,  e  clr  ij  dia: 
Padre,  mi  i"  ò  \n*vl\  centra  '1  siél  v 
an  voslra  presciisa  : 

it».  I  son  pi  nén  dégn  d'esse  cianui 
voHt  lidi:  acelème  com'ùn  di  vostri 
srrvilùr. 

80.  E  al\andse  su,  Pè  vnii  da  nò 
padre.  Ha  già  sP  povr  tiòK  Irovandse 
giùoiai  vsin  a  la  cà  d'  so  padre,  chial-si 
l'ha  vdijlo,  e  |)ià  da  la  compassión 
j'  è  corùje  anconlrd..  P  à  ambrassàio 
e  basalo. 

•21.  E'I  (io!  j*à  diji;:  Padre,  mi  t'  ò 
pecà  conlru  'I  sicl.  e  an  vosira  pre- 
.sensa:  son  pi  non  dégn  dVssc  ciamà 
vosi  n«)l. 


28.  Mn  so  padre  Pà  dit  ai  so  ser- 
vilór:  Tire  subii  fora  la  vesla  pi  pres- 
siosa  e  bulèiia;  bùlèje  so  ancl  anl'el 
di,  caussèje  i  slivalél: 

85.  E  moème  sì  un  vilèl  bin  grasi^ 
uiassèio,  e  fé  ch^  la  cùsina  a  branda, 
cIPa]  sia  un  disnèe  un  Iralaménl  da 
nosse  : 

84.  Perchè  slo  me  Qol  l'era  morii 
e  Pè  Ionia  a  vive;  s'era  perd6sfe,  e 
Pò  tornalo  a  Iro^è:  e  s'soti  bQUsse  a 
làuta. 

80.  Ma  'I  fidi  pi  vèj  Pera  an  cam- 
pagna; e  vncnd  vers  cà,  quand  a  n^ 
stane  vsin,  Pà  senlù  ch'a  •'  sonava , 
e  ch'a  s'  baiava. 

86.  L'à  clama  un  di  scrvilór,  e  a 
P  à  inlerogàlo  del  perchè  d^cta  novità? 

87.  E  chial-si  j*à  dije:  Vosi  fralèl 
Pè  vnù,  e  vosi  padre  Pa  fàil  masse 
un  vilèl  bin  angrassà,  perchè  l'à  ri- 
cuperalo san  e  salv. 

8U.  A  sic  parole-si  Pè  andàil  an 
còlerà,  volili  pi  nén  inlrè  'nt'  cà.  Per 
lo,  so  |)adre  surtlènd  chlèl  Istàss  a 
s'è  fasso  a  preghèlo  d'  vorèi  intrè. 

89.Ma'l  liòl  ris|M)ndèndjea  j'à  dìje: 
Son  tanti  uni  eh'  i  v'  servo,  e  P5  mal 
tra<gredi  un  di  vostri  órdin;  e  voi 
m'avi  mai  dame  ìin  cravól  da  fé  un 
ragosio  con  i  niè  amis. 

30.  Ma  apena  vnu  sto  vosi  floi ,  ch'a 
Pà  divora  'I  fai  so  con  d'  fóninie  d' 
mala  vila,  i  fé  masse  pr  chièl  un 
vilèl  bin  augrussà. 

SI.  Ma  M  padre  a  j'à  dije:  Me  car 
llòl,  li  V  sus  sempre  con  mi,  e -1111 
lo  ch'a  Pè  me,  Pè  lo. 

38.  Ma  bsognava  de  fin  gran  |».istf 
e  fé  n'argiuisansa,  pcrclié  lo  fradòl  lo 
cherdia  mori,  e  Pò  tornalo  a  \cde 
viv;  Pavia  perdiilo.  v  Pò  Inriiàlo  a 
tro\é. 


806 


PARTB  TimZA 


Dialetto  Astigiano  {Piemontese). 


ll.Ùiiòni  Pavia  dòi  fidi; 

11.  E  'I  pQ. giovo  a  l'à  dita  so  .pa- 
ri: Pari,  dème  on  p6  la  mia  pari;  e 
'I  pari  a  l*à  divi»  le  aoslanse  fra  lor. 

is.  Da  lì  a  pochi  di,  essènà  tulli 
raduna,  M  pù  giovo  a  l'è  partì  per 
un  paia  lontàn^  e  là  a  l'a  dissipa  la 
sua  part,  vivènd  lusuriosaniént. 

14.  Dopehe  ràvia  poi  consuoià  tùtt, 
ani  cui  paia  a  J'è  vnije  ha  gran  fam, 
e  chièi  rà  coniensà  avèj  d'  bsògn; 

f  g.  Ere  andai  a  stè  per  aervilór 
a  eà  d'un  d'  cui  pais,  dal  qual  l'è 
•tal  laandà  aìi  campagna  an  pastura 
ai  crln. 

16.  ChièI  al  sercara  d'empisse  la 
pausa  di  giandr^  cb'a  mangiavo  lor; 
ma  gnnn  a  J  na  dasia. 

f  v.  Anlora  tome  ani  se  stess  a  i'à 
ditt  Quanta  geni  d'  servissi  an  ca  d' 
me  pari  abondo  d'  pan ,  e  mi  qui  a 
nord' la  fami..  . 

18.  Andro  dunque  da  me  pari,  e 
a  J  dird:  Pari,  mi  già  i'  ò  fat  mal 
avinti  al  siél  e  avanti  a  voi; 

|g.  Già  mi  son  pu  nén  dégo  clic  a 
m'  clami  vosi  fidi:  fèmi  com'  un  di 
TOBI  servitòr. 

tO.  E  ausàndsi  a  l'è  andai  da  so 
pari.  A  l'era  ancora  lonlàn,  quand 
•ò  pari  i'à  visi,  e  pia  da  la  compas- 
slÓD  a  J'è  corruje  'ncontra,  I'à  am- 
brassàio  antóm  al  col ,  e  I'à  basalo. 

tfl.  E  'I  fiol  a  I'à  dìje:  0  pari,  mi 
V  0  pecca  conlra  'I  slél ,  e  voi  ;  già 
iOD  pù  nén  dégn  ch'a  in'  clami  vosi  fidi. 


SS.  E  'I  pari  dissi  servitòr:  Prèsi, 
porle  la  veslimenla  pu  bela,  e  vestile 
subii:  butèjl'anèlant'l  di,  e  le  scarpe 
ani  i  pè; 

SS.  Mnè  prèsi  un  videi  grass,  e 
masséto:  mangióma,  e  dòma  on  pasl; 

S4.  Perchè  eusl  me  fiol  a  l'era  mori, 
e  l'è  risuscita;  l'era'  perì,  e  rè  stai 
trova;  e  a  s'  son  bùiàse  a  nuuigiè. 

t».  Et  fiol  pu  vèj  a  l'era  an  cam- 
pagna; lornànd,  e  Irovàndsl  vtin  a 
cà ,  a  rà  senti  la  miisica  ; 

se.  E  a  I'à  clama  'I  perchè  a  'n 
ser%'ilór? 

S7.Co8lqoi  j'  à  dìJeiTò  fradèia  l'è 
torna,  e  tò  pari  rà  fai  masse  iin  vi- 
dei ,  perchè  a  l'è  toma  a  ce  san  emlv. 

S8.  CusI  fidi  l'è  andai  an  còira,  e 
'I  voria  nén  entrè.  8ò  pari  anlora  J'è 
vnv^e 'ncontra ,  e  lo  pregava  ch'i 
l'enirèissa. 

so.  E  chièi  a  J  à  respondìije:  8oa 
tanti  ani  che  mi  a  v'  serv,  e  J  ò  inai 
disubbidivi;,  e  voi  a  m'èi  mai  dami 
n*agnèi  da  mangiè  con  i  me  amis; 

so.  E  dop  che  eusl  vosi  lidi  che  a 
rà  divora  la  soa  part  con  le  done  d' 
mónd,  a  l'è  torna,  a  J'èl  massa  ita 
grass  videi. 

SI.  Anlora 'i  pari  a  J'à  dije:  Seni» 
me  fidi ,  ti  a  l' sès  sempre  con  mi ,  e 
tuli  cos  a  mi  posséd  a  l'è  tò; 

ss.  A  bsognava  però  de  ìin  pul, 
e  stè  allégher,  perchè  tò  fradèi  a  l'era 
mort,  e  a  Tè  risuscita;  l'era  perdnssl, 
e  Tavóma  trovalo. 

N.  N. 


DIALETTI  PRDE«A^TA>il. 


»07 


DlALITTO  01  FOSSARO. 


II.  Un  òm  a  Tavìa  dui  fidi; 

19.  E  'I  pi  giovo  a  J'à  dìle:  Pare, 
dèoie  la  mia  part  eli' a  m'  ven;  e  M 
pare  a  l'à  fàit  le  pari. 

18.  Quaiefa'  di  dòp ,  a  s'è  andàsne 
'nt'  ÙB  pais  ben  lontàn ,  e  a  J*è  pa 
'ndi^  vàire,  eh' a  l'à  fàit  sauté  lui, 
alMindenindse  a  ogni  sor!  d'  piasi. 

14.  Ma  qoand*a  Vk  aviì  fàit  prà 
nold'quant'  a  Tavia,  a  j'è  vnuje  iina 
fan  ani'  cui  pais,  cb'  fasìa  orùr,  e 
cbipl  balìa  la  grangia; 

itt.  E  9*è  agiiislasse  eoli  un  proprie- 
tari d'  cui  pais,  ch*a  Vk  mandalo  a  la 
soa  casslna  a  guarnè  i  erin. 

16.  E  a  l'avrìa  vulsùsse  empi  la 
pansa  d'  cule  giandr  ch'a  mangiavo 
i  animai;  ma  j'era  'nsun  ch'a  j  na 
déissa. 

IT.  Ritorna  'nt  sé  stess  a  Vk  dil: 
Quanti  srvitór  eh'  'ni'  cà  d'  me  pare 
a  mangio  tant  ch'a  s'  tu  turco,  e  mi 
i  mor  d'  fam  ! 

18.  Su  dùnque,  i  'ndarò  da  ine  pa- 
re, e  J  diro:  Pareli' ò  pcà  conlra  M 
slél  e  contra  d'  vu; 

IO.  I  lon  pi  nén  degn,  eh'  a  m'  dìo 
vost  fidi;  bulème  'n  V  *l  numer  di 
vostri  servi  (ór. 

90.  Dit,  fait.  E  a  l'era  ancor  bin 
lonlàn,  quand  sd  pare  al  rà  vi^t,  e 
pia  da  la  cooipassión  j'è  curs  incon- 
tra, e  a  finìa  pi  nén  d'  basèlo. 

SI.  E  n  lidi  a  j  à  dìje:  Pare,  I'  ò 
peà  contra  'I  siél  e  contra  d'  vu;  i 
son  pi  nén  degn  ch'a  m' dio  vost  flòl. 

22.  'NIoraM  pare  a  rà  clama  i  srvi- 
lór,  e  a  j'à  comandàjc  d' porte  subii 


l'àbit  ch'a  Pavia  prima,  d'  vstilo  , 
d'  butèje  Panel  'ni'  i  dì ,  e  le  scarpe 
'nPipe; 

2S.  'Ndè  'nP  la  sUla,  sofiùos  'I  pa- 
re, pie  ÙB  di  pi  bei  viièt,  massèlo, 
e  ch'i  stago  alégher: 

24.  Prchè  me  fluì  l'era  mori,  e  Pé 
risùsità;  a  Pera  pers,  e  i  Po  trovalo: 
e  a  Pan  bùia  i  pè  sotia  làuta. 

25.  'Nt  cui  mentre  'I  fidi  pi  vèl 
cir  l'era  'n  campagna,  •'  na  turna  a 
cà,  e  sènt  ch'a  s'  sona,  e  sèni  ch'a 
s'  baia. 

26.  Inlèroga  un  di  srvitór,  cosa 
voi  di  lu-li? 

27.  'L  srvifóraj  rspònd:  Vosi  (rèi 
l'è  turnà  a  cà,  e  vosi  pare  voi  slè 
alégher,  prchè  ch'a  luma  a  essi  fi. 

28.  Sentù  lo  eh'  Pera,  a  J  è  vnujc 
'I  fut,  e  a  vulia  pi  nén  entrè  'ni  cà. 
Dunque  'I  pare  Pà  dovù  sùrti  cbltl» 
e  preglièlo  ch'a  iniréissa. 

20.  Ma  'I  fio  pi  vèl  a  disia:  0  pare, 
a  fion  tanti  ani  eh'  i  V  servo  ,  e  i'5 
mai  dsùbidive  'nt  niente  :  e  voi 
m' ève  mal  dàuie  un  bere ,  pr  slè  'n 
pòc  allégr  con  1  me  ami»; 

30.  'Nlànt  prchè  eh'  s'  lurd ,  eh  a 
Pà  mangiasse  tùt  a  mal  mòd,  a  s'è 
turnàsne  a  cà,  voi  i  fé  masse  *l  pi 
bel  vilét. 

31.  Ma,  'I  me  fio,  ]  à  'rspést  *l  pare^ 
ti  élù  nén  sèmpre  con  mi ,  e  lo  et' 
Pèmè,èlonén  tutto? 

S2.  Cust-si  poi  a  Pera  mori,  e  a  l'è 
risùsità;  a  l'era  pers,  e  i  Po  trovalo; 
vustù  nén  ch'i  fassa  un  po'  d' festa T 

Teòlogo  (ilo.  Bosio. 


808 


PARTE   TERZA 


l)iAi.vTTn  IH  Cuxro. 


fi.  jjn  òm  a  Vh  rvu  doi  lloi; 

ft.  EM  pi  giuvo  d*  rtiMi  a  Vh  dit 
al  pare:  Pare,  dèmc  la  mia  part^  e 
chtèl  yk  dàje  lo  ch'a  j  locava. 

18.  Passa  quale  dì,  radunasse  liil. 
*l  flòl  pi  giuvo  s'è'  parlisne  da  vk  pr 
d*  pais  lonlan,  e  a  rà  mangia  'I  fèti 
90  anr  le  ribote. 

14.  Quahd  Ta  avù  consuma  lui. 
J*è  VDUJe  'nP  cui  pais  na  careslia, 
e  chièl  rà  coroensà  pati  la  fam; 

fS.  E  rè  andèsnc,  e  s'è  ^u^lnsse 
con  'n  siladin,  ch'a  rà  mandalo  a 
sòa  campagna  a  goernè  f  pors. 

16.  E  Tavrìa  vurstisse  pare  la  fam 
con  d^agfàn  ch'i  crin  mangiavo,  e 
pQdia  gnanc*  avèlne. 

17.  Toma  'nt  sé  sless,  a  Vk  dil: 
Quante  prsone  d'  servissi  anr  la  cà 
d'  me  pare  l'èn  d*  pan  fin  ch'a  volo, 
mentre  eh*  mi  si  i  moro  d'  fam  ! 

18.  Ah!  i  parllro,  j'andro  da  me 
pare,  e  i  diro:  Pare,  mi  V  ò  manca 
conlra  'I  cel,  e  conlra  d'  voi. 

19.  I  son  pi  n^n  dcgn  d'essi  clama 
vostfldi;  plème,  cuni  navoslHprsona 
d'  servissi. 

90.  E  aussàndse,  s'è  andàsnc  da 
tò  pare;  e  mentre  ch'a  l'era  'ncù 
lonfàn,  so  pare  Vk  cunosùio^  e  j'à 
fàje  compassión,  e  coréndje  'ncontra 
l'i  ambrassèlo  e  basalo. 

tfl.  E'I  floi  J'à  dìje:  Pare\  mi  i'ò 
manca  contra  **!  cel,  e  contra  d'  %'o{: 
mèrito  pi  nén  d'essi  clama  vosi  .flòl. 

SS.  E  'I  pare  Vk  flit  al  domèMic: 


Prrst  tfrè  fora  '!  vésti  pi  bel,  e  bù- 
lèilo:  dòje  Panel  ant  'I  di^  e  canssèlo 
dcò  bin. 

S5.  Pòi  pie  'n  vitèl  bin  gra»  e  mav 
sèlo;  voi  ch'i  siàgo  alègher: 

S4.  Prchè  sto  adi  l'era  mori,  e  rè 
arsùssilè;  j'cra  pi  nén,  e  l'è  Ionia:  f 
a  s'è  fasse  un  t)On  pasl/e  s'è  raai- 
giàsse. 

Stt.  *L  fidi  pi  vèi  l'era  'n  campi- 
gna;  tornènd  a  cà,  quand  rè  slàje 
vsin,  a  rà  senti  'I  lapage; 

so.  E  Vk  clama  a  *n  serritùr  co*» 
ch'a  Pera  lo? 

87.  E  chièl  J*à  dìje:  Vost  frèi  Pè 
torna,  e  vosi  pare  Vk  fèit  masse  'a 
bel  vile!  grass,  prcliè  eh'  Pè  tornì 
san  e  ardi. 

58.  Alora  slo-si  Pè'ndèit  an  cole- 
ra, e  vulia  pi  nén  'nirè.  Ma  'I  pare 
Pè  àurli,  e  Pà  coniensà  a  pregfièlo. 

59.  E  Paul  Pà  dit  a  so  pare:  Mi  Pè 
lauti  agn  ch'i  v'  servo  sensa  mai  avéi 
manca  n'  et.  e  J'cve  mal  dame  'n 
cravót  da  niangcmio  con  I  me  amis: 

50.  Mentre  ch'a  pena  vnii  sto  vo<i 
fiòl  ch'a  Pà  mangia  tùt  M  fèti  so  con 
d'  bagasse,  j'  óve  subii  fèit  masse 'n 
vitèl  grass. 

51.  E  'I  pare  j'à  dìje:  O  oié  dòi, 
ti  P  ses  sempre  con  mi,  e  lo  ch'i'ó 
mi,  Pè  lo; 

ss.  Ma  bsognava  bin  tralè  e  fé  f ^ 
sta  «  prchè  sto  tò  frèI  l'era  mori,  f 
Pè  arsfissità:  sVra  prdusse.  e  a  rè 
torna. 


Teòlogo  Gallo  Canònico. 


IH\M?TTI    PFDEMONTAM. 


500 


Dialetti)  di  C\Rvr.Lio  (Valh?  della  SUira.  prov.  di  Cuneo). 


II.  Un  òm  Pavia  do!  fìoi: 

tS.  'li  pi  cióvo  di  doi  ,J'à  dil  al 
pare:  Pare,  dème  lo  eh' a  m' vèn 
d'  mia  pari:  e  'I  pare  rà  divis  e  j  à 
clàje  lo  cli*a  j  toccava. 

15.  E  da  lì  a  quale  di,  buia  'nscm 
tùli  'I  fàit  so,  'I  fiòl  pi  glAvo  s'  n'  par- 
tìsne  pr  un  pai^  loiilàn,  dav  l!à  fàit 
prà  net  d' lùU  con  vive  da  spensierà. 

14.  E  dop  d'avci  fogolià  luti,  a  j*è 
vnùje  na  gran  carestìa  'n  l'  col  pais, 
e  cilici  rà  comensù  a  pati  d'  fain. 

Ii(.  E  a  s'è  andasse  afitè  da  'n 
sgnór  d'  cól  paìs,  e  cost-si  l'à  man- 
dalo a  soa  campagna  'n  pastura  ai 
crin. 

fC^Eravia  vòja  d"mpissc  la  pansa 
d'agiàad  eh' a  mangiavo  i  porc:  e 
gnùn  a  j  u'  da8Ìa. 

17.  Ma  torna  'n  t'  chìèl,  a  Pà  dil: 
Quanti  salaria  a  cà  d'  me  pare  a  l'àn 
d'  pan  'n  fin  ch'a  vólo,  e  mi  i  son  sì 
ch'i  mdiro  d'  fam! 

18.  I  m'  ausrò  e  i  andrò  da  me 
parere  i  diro:  Pare,  i  ò  fàit  mal  cen- 
tra 'I  cél  e  centra  vue; 

19.  Son  pi  ncn  dégn  d'essi  riama 
vostr'  fidi:  tnìme  pr  un  di  vostri 
servitór. 

20.  E aussàndse  l'c  andàit  da  so 
pare,  e  mentre  l'era  ancor  lontàn, 
so  pare  l'à  visi .  e  j'  à  fàje  compas- 
Sion,  e  corrèudje  'u  centra  s'è  cam- 
pàssje  al  col  e  rà  basalo. 

Si.EMfiòl  j'à  dìjc:  Pareli  àim.tncà 
contr'  '1  cel  e  centra  vue;  son  pi  nén 
dógn  d'essi  ciamà  vostr'  fiòl. 

28.  Ma  '1  pare  Tà  dil  ai  so  servi- 


lór:  Porle  Allo  '1  pi  bel  vesti,  e  bu- 
lèjlo  adòs,  e  bulèji  l'alièl  'n  t'  M  de 
e  le  scarpe  'n  l'i  pè. 

ss.  E  mene  T  viièt  gras  e  massMo: 
e  mangeróma  e«laróma  alégher: 

24.  Perché  cosi  me  fioI  l'era  mori 
e  a  ré  risiissili;  l'era  pers,  e  s'è 
truvasse:  e  l'àn  comensà  a  fé  al- 
legrìa. 

2ìS.  Ma  i  fiòl  pi  vèj  era  'n  campa- 
gna; e  tornàndne,  e  avsinàndse  a  cà 
rà  sentì  la  mùsica  e  'I  bai. 

26.  E  l'à  clama  a  iin  di  scrvMór, 
e  l'a  interogàlo  cosa  fussa  lo? 

27.  E  '1  servilór  j'à  rispòsi:  Vostr* 
frèl  rè  lomà,  e  vostr'  pare  l'à  massa 
ijn  vilèl  gras,  perche  ch'a  l'à  tomàio 
riavèi  san  e  salv. 

28.  E  chièi  ré  andàit  'n  còllera  e 
volìa  nin  antré.  Ma  'I  pare  sorliènd 
d'  foro  s'è  butnsse  a  prcghèlo. 

29.  Ha  chlèl  'n  risposta  ràdila  so 
pare:  béiché  'n  poc;  a  Té  lant'  un 
pes  ch'i  \'  servo,  e  P  ài  mai  manca 
ai  vostr  comànd:  e  m'avé  mai  dame 
iin  cravòt,  perch'  nP  lo  godéisa  con  I 
me  amìs. 

Tio.  Ma  da  pòi  Ch'  Pè  vnfi  sto  vostr 
fiòl  ch'à  s*è  mangiasse  'I  fàit' so  cmi 
le  fomne  d'  moud.  Pavé  massa  pr 
chièI  un  vilct  gras. 

Si.  Ma  'I  pare  j'à  dije:  Fiòl ,  ti  sòs 
sempre  con  mi,  e  lo  ch'a  l'è  me, 
Pè  lo. 

S2.  Ma  pòi  b^ognava  ben  siè  alé- 
gher  e  mangiè  ben,  perché  cost  lo 
frèl  l'era  mori,  e  a  P  è  rlsùssilà; 
Pera  perdu,  e  s*  è  tornasse  truvé. 

Prof.  I).  CtKTÙ  e  I>.  IsoARii». 


»I0 


PARTE  TERZA 


Dialetto  di  T^hibb  (Valdese). 


II.  Un  òm  avia  dui  Al; 

li.  E  lu  pi  gfuvu  dì  a  so  pare: 
Pare,  dùoe-me  la  part  de  ben  che  me 
vén;  e  a  11  è  parlagiii  adi  ben. 

13.  E  un  poc  apro,  quant  lu  fli  pi 
giuvtt  à  agii  lui  rabastà^a  ae^'èanà 
fora  ent*  Gn  paia  logn  ;  t  lai  a  !*&  de»- 
sipà  aòbén  en  vivinleniMa  deabiucia. 

14.  E  apro  eh'  a  l'à  agii  lui  despea- 
diì,  una  gran  fuoiina  è  vengua  enle 
quel  paia  lai;  e  a  Tè  areslà  cun  rèn 
dar  lui. 

flg.  Alura  a  se  n*è  anà,  e  a  s'è 
bulla  k  patrùn  cun  iin  di  abitànt 
d'aquél  pais,  che  Vk  manda  ent  sòl 
pussèsi  per  gardà  li  porc. 

16.  E  a  desirava  de  rassasàsse  de 
le  fave  che  II  porc  maglia ven;  ma 
gniin  gliene  donava  pa. 

17.  Manamàn  com'a  rè  arvegnii 
a  se  isleas,  a  Vk  dit:  Che  de  manuài 
a  J  è  a  la  cà  de  me  pare,  cb'àn  de 
pan  fin  ch'I  vùlen,  e  mi  moru  de 
fami 

18.  Me  leverei,  e  me  ne  vau  pòi 
da  me  pare,  e  li  dlu  poi:  Pare,  ài 
pecà  cunlra  lo  siél  e  cuntra  tu; 

IO.  E  Siu  pa  mai  dégn  d'esse  de- 
manda lo  111;  Iralle-me  com'iin  de 
Idi  manuài. 

80.  A  8'  ò  duncra  leva,  e  a  i'  é  vengù 
da  aò  pare;  e  mentre  eh' a  l'èra  anca 
logn,  so  |>are  l'à  visi,  e  a  l'è  isià 
luca  de  cumpas»iùn,  e  curànd  a  él, 
a  s'è  tapà  a  so  còl  e  Tà  basa. 

SI.  Ma  lu  flI  li  à  dit:  Pare,  ài  pecà 
cuntra  lu  siél  e  devenl  Iti;  e  siu  pa 
dégn  che  tii  me  die  lo  fii. 

SS.  E  lu  pare  dì  à  soi  servitù: 
Purtn  la  pi  bella  vlslìmenta,  e  bii- 


làglie-la;  bùltà-lì  un  anèi  ar  de,  e 
de  scarpe  ai  pé; 

55.  E  menà-me  sì  hi  vèi  grass,  e 
massà-lu,  e  Isléma  allégre  «n  min* 
giànl-lu; 

sa.  Perchè  roè  fi!  eh'u  vlé-sl,  era 
moi-ti  ma  a  ré  arsuscità;  a  l'èra 
perdi! ,  ma  a  l'è  artrovà.  E  I  se  san 
bulla  allégramént  a  mlnglà  e  béure. 

S».  Manamàn  in  fil  pi  vegi  era  ai 
ciàmp;  e  com'ase  n'en  lumava  e  eh'a 
l'appniciava  de  la  cà,  a  l'à  odìì  la 
musica  e  lu  bai. 

56.  Ea  l'à  dem;indà  un  di  servila, 
e  J  à  spia  so  che  l'era? 

57.  E  que'  servitù  gli  di:  Tò  frilre 
è  vengu,  e  lo  pare  à  masaà  lu  vèt 
grass,  perchè  eh' a  l'à  lurnà  Iravà 
san  e  sarv. 

58.  Ma  a  s'è  bulla  cn  còlerà,  e  a 
rà  pa  vurgu  In  Irà;  e  so  parf  cb'é 
poi  surlì  lu  priava  d'intrà. 

50.  Ma  a  l'à  respondiì,  e  dft  a  tò 
pare:  Buca,  la] è  tanti  ànn  che  le 
servu ,  e  giamàl  ài  desubei  a  Ifti  òr^ 
dine,  e  piira  tii  m*às  giamàl  dona  ìia 
ciabri  per  islà  allégre  ensèm  a  mèi 
amis: 

80.  Ha  quant  quest-sì,  lo  fil,  cb'à 
mingià  tò  ben  cun  de  done  de  cat- 
tiva vita,  è  vengu,  tii  II  às  nassa 
lu  vèl  grass. 

51.  E  lu  pare  gli  di:  MècarfiI,  tu 
sie  sampre  ensèm  ami,  e  lui  nel 
ben  sun  Idi. 

SS.  Vantava  ben  Islà  allégre  e  ar- 
legràsse,  perché  che  quvst-si,  to  frài- 
re,  èra  mori,  e  a  Té  arsQscilà;  a 
l'era  perdu,  e  a  s'c  arlruvà. 


Pietro  Bkrt,  ministro  valdese. 


DI\LETTI   PFDEHO^TANI. 


51t 


Dialetto  di  Lanm. 


II.  An  s«rrom  a  Tava  doi  fi; 

19.  E  M  pi  giùvij  d' chili  a  j'à  dil 
al  pare:  Pare,  dème  la  porslón  d'  la 
roba  eh' a  RI  ^  vln;  e  cbiàl  a  j  à  sparite 
la  roba. 

18.  E  da  lì  a  càie  di,  '1  fi  pi  glù- 
vu^  barena  lui,  girànd,  a  Tè  andai! 
ani  un  pai»  logn  logn,  e  là  a  Tà 
sghcirà  lui  M  fall  so,  mnànd  na  Tifa 
da  desbàaé. 

14.  E  dop  che  chiài  a  Pà  minglà 
tut,  ani  cai  paìs-là  a  j  è  vnùje  'na  gran 
car'slia,  e  chiàl  a  l'à  comensà  avéi 
bsògn  d'  lui. 

f  tt.B  a  l'è  andàit,  e  a  s'è  arcomandà 
a  'n  s'gDÓr  d'  cai  pais-là.  Cai  8*gnór 
a  rà  mandalo  a'na  sua  grangia  a 
larghe  I  pors. 

16.  E  a  j  locava  niingià  Tagiàn  ch'a 
mingiavo  li  slessi  pors,  perchè  là 
gnun  a  j  na  dava. 

17.  Arlornànd  pòi  an  se,  a  s'è  dil 
Irà  chiàl:  Quanti  srvilór  a  cà  d'  me 
pare  a  l'àn  da  mingià  fin  ch'a  vdlan. 
e  mi  pòi  si  i  mòiro  d'  fami 

18. 1  saulro  su,  andrò  da  me  pare, 
e  ]  dirò:  Pare,  i'ài  pcà  conlra  'I  siél 
e  an  faccia  a  voi; 

19.  Già  i  son  pi  nin  degn  d^  cla- 
marne voti  fi;  fé  con  mi,  com  farisce 
COR  un  di  vosi  srvilór. 

ao.  E  ausàndse,  a  vìn  da  so  pare; 
e  com  chiàl  pòi  a  r  era  ancàu  asse 
logn,sò  p^re  a  rà  visi;  la  compassión 
ara  pialo,  e  corrèndje  anconlra  a 
j  à  sautàje  al  col,  e  a  l'à  basalo. 

SI.  B'I  fiòl  a  j  à  dil:  Pare,  i  ai  pcà 
conlra  ^1  siél  e  au  faccia  a  voi  ;  già 
I  son  pi  nin  dégn  d'ciamàme  vosi  fi. 


82.  'L  pare  a  j'à  pòi  dil  a  i  so  sr- 
vilór: Porle  presi  '1  pi  bel  viali,  bu- 
lèilo:  bùlèje  n'anél  anl'i  di,  e  d^ 
scarpe  al  pè. 

88.  Ande  a  pie  M  vellàl  pi  bel; 
massèlo,  I  m^Dglrùma,  starùma  alé- 
gher; 

94.  Perché  cosi  me  fi  a  l'era  mori, 
e  a  rè  arsuscilà;  Pavia  perdu,  i  Pài 
Irovà.  E  a  s'  sun  bulàsse  a  fé  ribòia. 

88.  So  fi  pi  vài  a  l'era  pòi  ani  'I 
camp,  ecum'a  Pè  vnù,  eas^éauvsf* 
nàsce  a  Cà,  a  Pà  senti  a  canta  e  a 
sona. 

86.  E  a  l'à  clama  a  un  di  so  srvi- 
lór, e  a  Pà  auterogà  cos  fuss  lui  so-si? 

87.  Cost-si  a  j  dis  :  TÒ  fréi  a  P  é  vnu, 
e  tò  pare  a  Pà  massa  '1  pi  bel  %'ellàt, 
prchè  a  Pé  torna  a  cà  san. 

88.  A  j'é  sautàj  'I  fui,  volé  pi  nin 
anlrà  an  cà;  a  J  è  surtie  dune  '1  pa- 
re, e  a  l'à  ciamà. 

80.  Ma  chiàl  r'spondèndje  a  j'à  dil 
al  pare:  Eco,  da  lanli  agn  mi  I  v* 
servu,  I  è  mal  nin  dsubidi  a  *n  vosi 
comànd,  i  m'èi  mai  dai l  un  cravót 
p'r  ch'i  féissa  na  riboia  con  1  me  amis. 

80.  Ma  dop  che  cosi  vosi  fi,  ch'a 
P  à  sgheirà  tut  'I  fall  so  con  d' le  stras- 
sone,  a  Pé  vnu,  j'cve  massàje  ^1  veilàt 
pi  bel. 

Si.  E  chiàl  a  J'à  dije:  Fi,  li  I  V 
sès  sempre  con  mi,  e  lui  a  Pé  tò. 

88.  Acuvnèl  dune  sta  alégher,  fa 
d'argiuvissanse.  prché  cosi  tò  frèi  a 
Pera  mori,  a  Pé  arsuscilà;  a  Pera 
spèra,  a  s'è  Irovà. 

N.  N. 


K12 


PARTE  TKRZA 


Di  A  IETTO  ni  Cor  IO. 


if.  Unòm  a  l'uvìa  cUil  fi; 

12.  'L  pi  cit  a  ì'à  dit  a  so  pare' 
Pare,  dame  la  pari  d'i  beni  eh' a  m' 
vèn.  fi  chiòl  a  Pa  fai  le  due  part. 

1S.  D'  li  a  qiiarch'  dì^,  M'fì  pi  cit 
dop  avèi  'mbarunà  ^1  fai  so  a  Té  'ndat 
'n  t'  un  paìs  da  lons  da  lons,  e  a  Tà 
sghara  tùi  'n  V  le  desbàucie. 

i  1^.  E  dop  ch'a  Pà  avù  l&t  consuma 
a  j'  é  stài  ^nt  rul*pais  na  gran  care- 
stia, e  rhièi  l'à  comonsà  a  mancar 
^d  so  bsògn. 

i».  E  a  ré  ^ndiit,  e  a  s*é  fica  a  cà 
d  ^n  sgn'ùr  d'  cui  paìs,  cir  al  Tà 
manda  a  na  sua  grangia  a  guernàr  i 
pors. 

fC.  E  a  vuia  'mpìsse  la  pausa  d^ 
l'aglànt  eira  mingiàven  i  pors;  e  a  i 
era  gnun  eh' a  i  n'en  dcìssa. 

17.  Ma  arvgnu  ''nt  chiòl,  a  j'u  dil: 
Quenli  lavurànl  a  cà  d"*  me  |Mire  rira 
l'àn  di  pan  fln  cb'a  vùlen,  e  mi  sì 
rooru  d'  fa  ni  ! 

18.  E  'ni  levro,  e  andrò  da  me  pare 
e J  diro:  Pare,  i'opcàcontra  Kosguùr 
e  conlra  d'^ui; 

f9.  I  nP  mèriiu  gnanc  pij  (rèssi r 
dama  vo^t  fi:  tralèiiK?  cuiii'ùn  d'i 
vosi  $er\ilùr. 

80.  A  s-^è  aussà,  ti  a  Ve  'ndàl  da  so 
pare.  E  •nlraniénlcr  eh* a  1  era  'ncùr 
da  luns,  so  pare  al  Tà  \isl.  a  j'à  avii 
cunip:issiùn,  a  j' è  'udàl  'neuntra,  e 
al  rà  *mbrassà  e  basa. 

91.  E  '1  fi  a  J*à  dil:  Pare,  mi  i' ò 
pcà  conlra  Kosguùr  e  coiitra  (Pui;  i 
nr  mèrilii  pi  nin  ch'i  tu*  cianii  vosi  fi. 

22.  E  M  pare  a  j' à  dil  ai  sue  ser- 


vifùr:  Dàje  villi  'I  vsti  pi  bel,  bulij« 
Panel  al  di,  e  caussiije  le  scarpe. 

85.  Mnè  '1  vèt  '1  pi  grasa;  massaio, 
e  ch'i  mingièn,  e  eh'1  stasèn  alégher; 

84.  Prché  cu«t  niè  fi  a  Pera  mori, 
e  a  P«  arsùscilà;  a  Pera  prdu,  e  a 
s'  è  truvà.  E  a  Pan  comensà  a  star 
alégher. 

85.  'L  fi  pi  vèi  a  Pera  'ii  campa- 
gna; e  'n  turnànd,  '*nlrainénter  eh' a 
s'avsinava  a  cà,  a  Pà  senti  sunàr  e 
baiar. 

86.  E  a  Pà  manda  un  df  senitàr, 
e  a  yhr  ciamà  che  ch'a  Pera  su  li? 

87.*  ^L  servi lùr  a  J'à  respondu:  A 
j'c  turnà  vgnì  vosi  f radei;  e  rosi 
pare  a  Pà  massa  'n  vèl  grass,  prché 
ch'a  Pè  vgnu  san. 

88.  E  a  chièl  a  j'é  vgnu  "1  fui,  e 
a  viiìa  nin  'ntràr.  Adùnc  M  pare  a 
Pé  sorli  fur,  e  a  Pà  cumensà  piàlu 
a  le  bonne. 

29.  Ma  chici  a  j  à  respondu,  e  dil 
a  so  pare:  A  Pé  già  lenii  agn,  che 
mi  i  v'  servu:  I  ò  seinpr  ^t  su  ch'i 
m'ài  cuniundà,  e  ui  m'ai  uiai  dfit  'n 
cra\ót  eh'  i  nP  'I  fiiss  niiiigià  cuin  i 
ma  cumpàj^n. 

^0.  Ma  il  péinu  vgnù  cust  vosi  0, 
ch*a  Pà  miugià  *l  fai  so  cun  d' le 
larlijse,j'ài  massa prchièl'l  vèlgras*. 

31.  Ma  'I  pare  a  j'à  dit:  Me  car 
fi,  li  Pè  sempr  cun  mi,  e  lui  son  ch'i  ò 
mi,  a  Pff  dcó  lo. 

52.  Mu  a  Pera  giùsl   d'  slàr  alf- 
jilier,  e  d'  far  fesla,  prclié  cust  lo  fra- 
dèi  a  Pera  mori,  e  a  Pè  arMÌscilà;  a 
sVra  prilli,  e  a  s*é  giaiuèi  lru\à. 
Avv.  i^LAinio  Chiesa. 


1)1  A  LETTI  PEDEM01<IT\M. 


K15 


DiALLTTO  DI  Limone. 


11.  iiii  oiiinii  ra>ìa  dui  fìò; 

12.  Lii  pi  7.UVÌ  (l.'i  eh  osti  gi  n  diz  al 
|)àiri:  Pàiri,  donnina  la  pari  di'  la 
ni'  van:  e  Io  pàiri  gì  à  donò  la  5ua 
iiiit». 

lo.  Ila  si  n  podi!  zinn  lo  flc  s'è 
fax  Io  f^ìu  fagòt,  s'  n'ò  partì  dalla  casa 
d'  son  pniri,  e  s'  n'è  anà  ant  un  paìs 
ban  da  loin.  e  asì  l'à  faz  anàr  tùz  gì 
sav  innànd  (ina  ^ila  dazzàn. 

14.  E  dop  d'aver  consuma  lui  lo 
eh*  Tavia,  ecco  eh*  la  g'c  arriibà  una 
gran  xarestia,  e  Tà  comansà  a  patir 
la  faiD. 

15.  K  sei  s*  n'è  anà,  e  ar  s'è  ar- 
roniandà  a  un  ^gninri  da  cai  paìs, 
ch'ar  lu  pranghessa  al  sin  servissi: 
e  elìcsi  issi  rà  manda  ani  la  sua  ca- 
scina a  gardàr  d'  purchl. 

f  f>.  K  sto  nò  Pavia  tanta  fam,  ch'ar 
volta  anipìrsa  la  trippa  <'on  gi  ag- 
glant  eh'  manzavn  gi  pure,  i>  ni<;elun 
d'na  dnnava. 

17.  Altura  rè  rientra  nn  se  stèss, 
e  rà  diz:  Canti  servilùranl'  la  casa 
d^on  pàiri  I  gi  nn  da  m .in zar  fin  al 
col,  e  mi  issi  gargin  la  luna,  t*  munì 
d-»  fam  ! 

18.  Ah!  voi  luvarmn  d'issi,  e  anàr 
a  la  casa  d'on  pàiri»  e  a  gi  dirai: 
Pàiri ^  mi  ài  pecca  contra  hi  sei  e 
dnans  ai  vostri  òò; 

t9.SÌi sai  pu  nin  dagn  d'essri  clama 
lu  vos  né;  ma  accellàma  ancàra  come 
un  di  vostri  servi lùr. 

SO.  Sicché  ar  s'è  aussà,  e  ar  s'è 
incammina  a  la  casa  d'  son  pàiri:  e 
mentre  eh' l'era  anràr  da  iòin.  In  siu 
pàiri  rà  visi,  la  compassión  l'à  pras. 
arg'ècurs  all' incontri  ì,  ars'è  campa 
al  col,  e  ar  l'à  baiià. 

21.  EloliC  ar  gi  à  diz:  Pàiri,  mi  ài 
|H*ccà  contra  In  sol  (Mliiansai  \òstri 
oc:  mi  sai  pii  nin  da^^n  d'essri  cìainà 
lu  vos  Ilo. 

SS.  Lo  pàiri  jlinra  l'à  diz  a  gi  sui 


servilùr:  Piesl.  hiittà  fora  la  \csla 
pi  bela,  l.'i  pi  bndiiila  eh' la  gi  à  an 
l'  la  gardaroba,  e  voslMu  si  ban  da 
festa:  biìtlàgi  d'  chiò  l'anèl  an  l'ai  dà^ 
e  gi  zùsscr  nav  anl'l  pè. 

83.  E  mnà  issi  In  vàil  pi  gmss,  e 
ammassàlu,  e  manzàn,  e  stan  allegri; 

84.  Perchè  chesl  miu  l\à  l'era  mori, 
e  l'è  riseiììscilà;  l'era  perdii,  ears'è 
trubà:  e  i  gi  àn  comansà  a  far  festa 
e  a  star  allegri. 

8».  Jura  lo  né  pi  vèé  s'  trubava 
a  la  campagna:  e  mentre  ch'ar  vnia 
dal  zabòl,e  ch'ar  s'avsinava  alla  ca- 
sa, ar  sant  ch'asi  dins  la  s' sonava 
e  la  s'  ballava. 

86.  Ar  clama  un  di  servilùr,  e  ar 
gi  di:  Cosa  gi  àia  d'  nav? 

87.  K  achcst'  issi  gi  rispónd:  Devi 
sabér,  eh'  In  t4n  fràiri  Tè  vangu,  e 
tnn  pàiri  l'à  ammassa  lu  vàil  pi  bel 
eh'  l'avìa,  perchè  l'à  agù  la  fortuna 
d'  vàiri  ancàr  lu  siu  Ile  san  e  salv. 

28.  E  selissì  l' è  monta  sia  iniila 
malia,  e  volia  pù  anlràr  an  casa,  e 
ar  fasìa  In  suda:  lu  pàiri  altura  l'è 
nisei  d'  fora,  l'à  comansà  a  parlu 
alti  bonal  e  a  far  nin  paràé. 

80.  Ma  chesl'  issi  gì  rispónd  a  son 
pàiri:  Eh!  mi  la  gi  à  za  tanti  an  ch'a 
vu  sarvu,  e  ài  mai  trasgredì  iin  bot 
lo  eh'  m'avé  comanda,  e  vu  m'avé 
mai  dona  un  tzabrin  da  manza r  an- 
scmo  a  gi  mai  amiS; 

SO.  Ma  appana  eh'  la  ghè  vangiì 
chesl  vostri  flé,  eh'  rà  pia  lu  faz  siu 
con  li  bruttai  versai  d'  fràmmài,  dar 
moinàni  ave  faz  scanàr  lu  vàil  pi  bon 
eh'  la  gi  avìa  ani'  la  stata. 

.^fl.  Lu  pàiri  allura  gi  à  diz:  Fié., 
tii  ses  sampri  con  mi:  e  d'io  eh'  mi 
ài.  >os  (Kidrón  tii  t'i<^tèss  come  mi  : 

^2.  Ura  Tcra  pi  ehc  zii^t  d'manzàr 
e  d*  star  allegri,  perchè  chnsl  fràiri 
liu  l'era  mnrt,  e  l'è  risciuseità:  l'era 
pcrdu,  f  ar  s'è  trubà.        N.  N. 


»1^ 


PARTE  TERZA 


Dialetto  di  Valoibri  (VuIIc  di  Gesso,  prov.  dì  Cuneo). 


11.  N'  òme  a  Tavia  dui  fi; 

12.  Lo  pii  giòve  a  dil  a  son  pere: 
Pà,  donème  la  mia  pari  d'ardila,  eh' 
a  m'  vèn:  son  pére  j'à  dona  lo  eli'  i 
parlocciava. 

15.  Donlrai  giorn^  apprèss,  rabajà 
lui  asciò  eh' a  l'àvìa,  a  s'  n'è  partì, 
e  al  s'  n'è  anà  'ni  pais  da  lògn,  e  a- 
chi  a  rà  flimbà  lo  fèlsè  con  d' femnes 
d'  mond. 

14.  Dop  d'aver  barba  lui,  j'è  vengù 
'n  t'  achei  paés  na  gran  ciarestìa,  e 
chièU'à  cmensa  avàire  d'fam  di  diào. 

ftt.  A  Ta  sercà  s'  càich  parliculàr 
volìa  pèrlo  da  fami;  al  n'à  iruvà  iin 
eh*  l'à  manda  al  làil  a  gardàr  i  puerc. 

16.  E  chièl  orria  vorgu  empirse  la 
Iripa  di  ghiànd  ch'i  puerc  mengià- 
von,  e  d'gùn  i  n'én  donava  vi  la. 

17.  A  rà  passa  'n  pau  d' temp  'n 
la  eia  miseria;  maramàn  'n  giorn  ai 
s'è  biillà  a  pensar  'nlra  d*  chièl,  e  a 
rà  dil:  cauli  scrvilùr  'ni  la  casa  d' 
me  pére  màngion  a  séianca  Iripa,  e 
mi  isi  sai  coslrèt  a  crepar  d'  fam  ! 

18.  Vai  Mvarme  d' isi ,  e  tornar  da 
me  pére,  e  vai  diijc  :  Pà  chie,  è  manca 
conlra  '1  siél,  e  conlra  d'  vos; 

19.  No  sai  pila  dégn  d'esser  sona 
voslre  fi:  conlenlèo  d'inirme  pr'  un 
di  vostre  servitùr. 

ao.  Dil  isò ,  al  s'è  fèl  cor,  e  al  s' 
o'è  parli,  e  a  l'è  vengù  da  son  pére. 
A  l'ere  'ncàr  da  lògn  eh'  son  pére  l'à 
visi:  'n  tal  vàirlo  la  cumpassión  l'à 
pres,  j'è  corrbgu  'nconlra  J  s'è  campa 
al  col,  rà  'mbrassà,  e  ar  rà  baisà. 

81.  Lo  A  j'à  dil:  Pà  chie,  è  manca 
conlra  '1  siél,  e  conlra  d'  vos;  a  mes 
mèrito  pila  d'esser  lengù  pr  voslre  fi. 

22.  Lo  pére  è  vira  ai  servitùr:  trote 
gari  a  pèrje  na  bela  veslimenla,  vi- 
stelo; butéje  l'anél  'nt'idc,cciossélo. 


SS.  An^  'ni'  le  slabi ,  soeroè  lo  vàii 
pù  grass,  massàio ,  eh'  vai  eli'  istén 
alégre,  e  eh'  fadén  'n  bon  past; 

24.  Baichè  isi  sto  me  fi  era  mòart, 
e  a  rè  arsùscilà;  l'avio  prdù,  t  l'è 
lurnà  trova.  Dil  fèt,  I  s'  son  bàita  a 
far  arbòire. 

2i(.  Lo  fi  pu  véj  alora  era  *o  eaa- 
pagna.  Accoslàndse  a  casa,  a  l'à  leoli 
a  cianlàr  e  musichiàr. 

26.  A  l'à  sona  'n  servilór,  e  a  gt'à 
spia,  eh'  volla  dir  sto  tapage? 

27.  L'aulre  J  à  reapondu:  Lo  vostre 
frère  è  arribà;  lo  vostre  pére  tanta 
glùe-ch'a  rà  agù  d'  vàirlo  ch'ali' 
n'era  torna,  k  fèt  mau&r  lo  pu  bel 
vièl. 

28.  Àn  l'el  sentir  na  cosa  partii 
la  rabia  l'à  prés,  e  al  volìa  pila  'o- 
tràr  in  casa  a  manìa  ra  d'gùoa.  La 
pére  sapu  isò,  è  na  isi  d' fora,  l'à 
pres  al  bones. 

29.  Ma  Io  fi  j'à  respondu:  Vi  da 
tanti  ann  eh' a  vu  servo ,  e  vb  sai 
sempre  sta  a  coment  'q  tut,  m'avéo 
che  dit  na  vira,  te  ve,  prentefn  eia- 
bri,  ve'  'n  pò  far  na  ribòta  eoo  i  lai 
compagnón? 

so.  E  ura  pena  arribà  sto  caròfa 
d'  me  frère,  ch^  à  soffii^  tot  lo  lei  so 
con  'I  bagandres,avé  fèlsiibiljmiBàr 
lo  pù  bel  manzòl. 

SI.  Lo  pére  j'à  reUpondu:  Ahi  né 
car  fi,  paziete,  nosaulrì  sén  acapn 
sta  insèm,  tra  nosàutri  dui  J'è  aiai 
sia  nént  d'  parli. 

32.  Ma  l'era  ben  di  giùsi  d' far 
n'argioissansa  a  te  frère  cfa's'  pensà- 
jen  ch'ai  fòssmùart,ea  l'è.'ncàr  vìo; 
eh' l'avicn  prdù ,  e  eh' ura  i'avèa 
truvà. 

D.  Gio.  PiEiRo  BoiELLi  Parroco' 


DIALBTn  PBOIIIOflT.Lll. 


51» 


Dialetto  in  Yiradio. 


ime  avìa  dui  cnfàn; 
I  pu  giove  d'acbili  à  di£  a 
:  Pàire,  donarne  la  pari  de 
le  tuòccio,  e  Io  pài  re  lor 

pau  de  temp  après»  cant 
ì  li  venia,  lo  pù  giove  enfàn 
•  cs  anà  via  lùagn ,  e  a 
ìt  Io  che  avìa  enseoio  laa 

l  agii  lùt  mangia,  es  vengu 
elarestia  an  achèi  paÌ9,  e 
Ipià  e  sospirar, 
ès  8'es  affitta  embo  un  d'a- 
,  e  acbést  lo  k  manda  a  su 
lardar  li  puerc. 
sr  se  levar  U  fam  mangiava 
»,  perchè  degù»  il  donava 
ingiàr. 

»  d'  achesla  miseria  s'ès 
:  Canliservilórà  mon  pàlre 
,  che  niàngian  lan  de  pan, 
crepo  de  fam  1 
«osA  de  m'en  tornar  embo 
!,  e  li  direi:  Pàire,  mi  ài 
»Dtro  lo  siél  e  cuontro  vos; 
i*en  mèrito  pù»,  che  vos  m' 
pàlre;  ma  tut'ùn  mi  siau 
SD,  fasèrae,  corno  mi  fosso 
lervitór. 

encamina  vers  la  maison 
Ire:  era  encora  de  lùagn 
,  son  pàire  l'à  visi  vcnìr^ 
ipassión  de  son  enfàn,  IMs 
tra,  rà  embrassà  e  l'à  bcisà. 
ra  Tenfàn  à  di£  al  pàire: 
ài  peccià  cuontro  lo  siél  e 
a;  mi  n'siau  pus  degnd'ès- 
vostre  enfàn;  ma  prenóme 
!  scrvìlur. 
ra  lo  pàire  à  dio  ai  i»iu  sor- 


vilór:  Anàgherì  al  ciambru  prendre 
lo  pù  bel  vesH,  e  vestilo;  bùtàli  un 
anél  al  de,  e  ciaussàlo; 

28.  E  anà  prèner  lo  pu  bel  vèal 
ch'es  al  tee ,  lùàlo,  che  lo  mangén  e 
slém  allégres; 

84.  Perchè  mon  enfàn  pensavo  che 
foghés  mòar  t,  es  vengù  ;  Pa  viam  perdù 
e  l'avèn  trobà.  E  àn  prinsipià  a  star 
allégres  con  mangiar  e  béure. 

Stt.  L'enfàn  pù  vièi  che  era  en  cam- 
pagna, es  vengù  a  maison;  e  cani  es 
agù  procce,  à  auvi  de  sona  de  mùsico 
e  de  danso. 

S6.  Clamò  donco  un  de  sus  servi- 
(órs,  eli  demandò, eh' ero  lod'aechi? 

87.  E  achili  gli  à  di£:  Es  vengù  vo- 
slre  fràire,  e  vostre  pàire  fa  tùàr  lo 
pù  bel  vèal,  perché  lo  à  trobà  san. 

38.  Allora  lo  fot  rà  prés,  e  n'en 
velia  ren  entrar  a  ma4sóo.  Son  pàire 
donco  es  sorli ,  e  lo  à  prés  a  los  buònoa 
perché  entrèss. 

89.  Uà  Jcl  à  respondù  a  son  pàire: 
Como,  mi  j'à  tanti  ann  che  vos  sièr- 
vo,  e  i  ài  sempre  fa  lo  che  m'avé 
comanda,  e  m'avé  mal  dona  en  eiabri 
che  mangiesso,  e  stesso  allégre  embo 
li  miàu  amie. 

80.  E  Irò  eh'  es  toma  vostre  enfàn, 
eh'  à  mangia  tot  son  ben  embo  las 
ciórnias,  li  ave  tua  lo  pù  bel  vèal 
che  avià. 

SI.  Allora  lo  pàire  II  à  die:  Mon 
enfàn,  tùslas  sempre  embo  mi,  etùl 
lo  che  mi  ài  es  tiàu. 

88.  Ma  cialio  mangiar,  béureestar 
allégre, perché  ton  fràire,  achèi  ch'ero 
mùart,  es  torna  vìàure;  ero  perdù,  e 
s'cs  torna  trobàr. 

N.  fi. 


hiCt 


PARTE  TERZA 


DuLETTo  DI  Castelnagno  (Valle  di  r.rana.  prov.  di  Cuneo). 


if.  Un  òme  avia  dui  figi: 

19.  F.  In  pù  giAve  da  chisli  à  dio 
a  sun  pàire:  Pàire,  dùn(*me  la  pari 
dia  ruba  eh'  m«  loca.  E  el  à  faè  tra 
tur  Ic«  part  dies  soslanscs. 

IS.  E  pas!(à  cnrche  giiirn,  bulla  lui 
coséni,  lu  figi  pii  pi£òt  se  n'ò  anà  en 
le  d'  puÌR  lògn.  e  isi  a  Pà  consuma 
lui  lu  faé  slo  cn  d*  porcherìe?». 

H.  E  cani  a  l'à  gii  lini  lules  \c% 
coses,  gli  cs  sagli  na  gran  caresiio 
ea  r  achól  paìs,  e  él  à  cu  mensa  a 
luilìr  tu  f:»in. 

f  K.  En  t'achcst  mentre  gli  es  vengii 
en  l'  la  lesta  d'anàr  Irubàr  un  sila- 
dìn  d'  achèi  pais,  ch'a  Tà  manda  a 
gardàr  1  puerc. 

IG.  E  a  l'nvia  \dglia  d'cmpfrse  la 
Iripa  dIes  giandes  che  mingiàven  i 
puerc,  e  degun  gnen  donala. 

17.  Ma  'nlrànd  cn  rèi  sless  a  Va 
die:  Canti  servili!  cn  l'  In  casa  de 
mio  pàire  san  ncn  eh'  far  d'I  pan,  e 
mi  muèro  d' fam  isi  ! 

18.  Vi  ausàrroe,  e  anàr  da  mio 
pàire,  e  dirgli:  Pàire.  mi  ài  offendu 
Iddio  e  vu; 

19.  Sio  nén  dcgn  d'esse  clama  vo- 
stre figI:  Iratcme  maccum'ùn  di  vo- 
stre servitùr. 

20.  E  ausàndse  a  l'es  anà  de  sun 
pàire.  Essènd  encara  da  lùcgn^  sun 
pàire  rà  visi,  e  piglia  da  In  cum- 
passión  e  gli  es  anà  'ncontra^  e  en- 
br^issàndlu  al  col,  l'à  bisà. 

21.  E  lu  flgl  gli  à  die:  Pàire,  mi  ài 
manca  conlra  Nosgnùr,  e  vu:  mi  me- 
ri lo  pus  d'esse  clama  vostre  tigl. 

22.  Lu  pàire,  dsmentiànd  lui.  dis  ai 
servitùr:  Porle  siìbit  isi  in  pù  bela 


vesta,  e  vestièlo;  bùtirgli  l'ane I  al  de, 
e  ciossèlu'; 

23.  Pò  menème  up  ve!  ben  gras, 
e  amassèlu:  vi  eh*  lu  mangon,  e  eh' 
sten  alégrc: 

24.  Prchc  achésl  mio  flgl  era  nor 
te,  e  a  l'es  risuscita;  al  s'era  prdà, 
e  al  s'es  turnà  Irubàr.  E  a  l'àn  ca- 
mensà  mingiàr  e  bèure. 

2is.  S'è  dà  lu  cas,  eh'  lu  prim  figl 
era  anà  véire  la  campagna;  en  Tèi 
rilùrn  avslnàndse  a  casa,  a  rà  sentì 
sunàr  e  baiar. 

26.  Clama  iin  di  servitùr,  a  la  io- 
lèroga  eh'  voi  dir  asò? 

27.  Lu  servilùr  a  j  rspónd  :  Es  torna 
lio  Tràire,  e  tun  pàire  à  fa£  amassàr 
un  vèt  gras,  prchc  a  l'à  lumà  averlo 
san  e  satvu. 

28.'Sonlènd  iso,  pién  il' rabbie 
vuiìa  pii4  enlràr  ent  casa.  La  pàiro 
sai  de  fora,  e  lu  prega  a  néndanarglie 
achei  dgust; 

29.  Ma  ci  a  I  rspAnd.  e  I  dis:  San 
già  tanti  agn  eh"*  mi  vu  servo,  di'vi 
faud  d'  pianta  a  cuoiànd,  e  va  ile 
mal  sta  bon  a  donarme  an  ciabrìi 
prtànt  eh'  sless"*  alógre  con  I  me  aù 

so.  Ma  dop  ch*es  vengù  adicrtfl 
vostre  flgl.  ch'à  divora  tal  lu  sio  ben 
cun  de  frenics  por^hes,  ave  amassi 
pr  él  ijn  vèl  gras. 

31.  Ma  sun  pàire  gli  piglia  la  pa- 
rola, ej  di«:  Figi,  tu  ses  sempre  ea- 
sèm  a  me,  e  lut  asò  ch'ai ,  es  tic. 

32.  Era  duncre  giù<t  d'  far  ijn  grai 
disnàr,  e  d*  star  nlégro,  prrhc  aebéfl 
lio  fràire  a  l'ora  mori,  e  a  resrisó- 
sriln;  a  l'era  prdu,  e  a  l'es  lriib>- 


D.  LtiftK.ito  Tallo,  Parroco. 


ni \ LETTI   PEDEMO.NTAMI. 


ni7 


DiALKTTo  DI  Klva  (Valle  di  .Maera). 


11.  Un  òinc  avìa  dui  fj: 

12.  Lo  menùr  di  dui  à  diÒ  a  sou 
pàire:  Pàin*,  donnine  la  partd'ijiéni 
ch^  apparirà  a  mi.  E  lo  pàire  j*à  parti. 

f  3.  E  gàire  aprps  Io  fi  pu  giófc, 
dop  d'aver  cuj  lut-arc  soa  ròba,  »e 
n'ès  n*  anà  ani'  un  paisbcn  da  lùegn. 
Ed  arùbà  citai ,  na  des  bnucia  après  a 
ii'àula,  a  ràmingià  tan  ch*aln*à  agii. 

14.  E  cnnsiìliifi  eh' a  l'à  agù  lui,  e 
cb'  als'PS  irubà  mane  pus  abu  ia  pun- 
da  de  n'agùja,  ès  vcngùa  na  gnui 
clareslìa  an  aqucl  paìs^e  al  s'ès  (ruba 
cugì  d'anàr  cròni. 

Itt.  E  al  ès  anà  sercasse  en  pairón, 
e  s'ès  affila  abu  en  silladìn  d'aquél. 
pai^.  E  lo  patron  Va  manda  à  la  soa 
campagna  a  gardàr  i  puerc  e  menàje 
en  pastura. 

16.  E  a  réra  giunò  a  na  mira  de 
nntséria^ch'a  r^iviavuèja  d'empisse  de 
J*istèssagiànlcbc  mingiàvon  i  puerc, 
ma  Pavia  dcgun  ch'j  n'en  doncss. 

17.  Turnànt  alora  en  si  stóss  a  Tà 
die:  Quanti  servitùra  lu  casa  de  mon 
pàire  àn  de  pan  mai  eh'  i  vólon,  e 
mi  eissi  niuèro  de  fam  ! 

18.  Es  tut  dio,  ciàl  ch'a  me  gare 
d' eissi,  e  cb'*  ane  a  casa  de  mon  pài- 
re,  e  vili  dìjc:  Pàire,  mi  ài  fa£  mal 
centra  lo  sèi  e  con  tra  vus: 

19.  Siopa  pijs  degn  d' èsse  nomina 
vosic  fi,  trattarne  pura  mac  cmà  un 
di  vesti  servitù r. 

SO.  Eausàndse  dal  culpi'ès  turnà 
al  sto  pàire;  e  ant'  ci  mentre  eh'  a 
l'era  eiicàra  da  lùegn,  son  pàire  l'à 
visi,  e  s'ès  sentii  pia  da  fa  compas- 
siòn.  e  s'ès  biìltà  à  corre  pr'  anàje 
encontra,  e  r'à  ambrassà  strénó  al 
eòi,  e  rà  bcisà. 

91.  E  lo  fi  j'  a  dio:  Pupa,  mi  ài  faò 
mal  contra  Io  sòl  e  centra  vu  :  mo 
vco  da  mi ,  eh' a  mèrito  pa  piis d'esse 
arconcissu  pr  vost  fi. 

88.  Ha  lo  pàire  à  die  à  si  servìtùr  : 


Cava  fil  dal  cofTe  la  vesta  pii  bella, 
e  avviassàlo:  e  bùtlàje  Panel  al  de, 
e  ciaussàleo  ben. 

25.  E  pé  anà  piar  lo  vèl  pii  grass 
e  amassàlo:  e  fasscn  lùcci  festa,  min- 
gèn  e  sten  allégre  ; 

24.  Perchè  acbéil  mon  fi  V  era 
mort  e  a  t'ès  arsùssilà;  al  6''era  per- 
da, e  al  8*ès  lumàio  véire;  e  i  se 
son  bulla  a  slar  allegre. 

25.  E  ani'  aquela  lo  fi  pii  vièj  èra  en 
campagna,  e  ani*  rarliràsse  quanPa 
Tes  sta  dapé  casa,  a  l'à  sentii  sopir 
e  ballar; 

26.  E  al  à  sona  un  di  servilùr  pr 
enformàsse  de  lo  che  Pavia  de  nòu , 
e  che  vulion  dir  luntes  aerenàdes? 

27.  E  Io  servilùr  j'  à  rispòsi:  Tic 
fràire  ès  vengù,  elon  pàire  à  amassa 
un  vèl  grass  pr  la  conten lessa  eh'  al 
à  prtivà  anl'el  >éirIo  san  e  salv. 

28.  Senlènl  lo  motiv  de  la  festa  a 
Pès  saulà  en  còllera,  e  vulia  rén  en- 
trar. Lo  pàire  dóncre  cs  sai  de  fora, 
e  s'ès  biìltà  a  pialo  à  les  bones  e 
pregàio. 

29.  Ma  elle  à  rispósi  e  die  a  sio 
pàire:  Beicà  en  pau,  Pà  giò  Unti  àn 
ette  mi  vu  sièrvu,  e  ài  mai  leissà  de 
farla  pu  peciòla  còsa  che  vus  àje 
piasii  de  comandàme,  e  Vu  sié  mai 
sta  aquèl  de  regalarne  en  bót  en  eia- 
bri  dà  pulér  far  na  merènda  d'alle- 
grìa abu  i  amis. 

30.  Mu  aura  dop  ch'ès  vengù  achèsl 
vost  0,  ch'à  sgheirà  lui  en  compagnia 
de  frèmes  de  cattiva  vila,  vus  ave  fil 
amassà  pr  elle  en  vèl  grass. 

81.  Ma  lo  pàire  j' à  die:  Mon  car 
fi,  lù  sies  sempre  abu  mi,  e  lui  asò 
ch'ès  mio  es  Ilo. 

52.  Ma  l'èra  glùsl  de  Star  allégre 
e  far  fesla  a  la  vcnùa  de  lon  fràire, 
perchè  elle  èra  mori,  e  al  ès  arsùs- 
silà;  al  s'èra  perdo,  e  al  s'ès  lumàio 
vèire.  Canònico  Garneri. 


9  A 


5i8 


PARTE  TERZA 


Dialetto  di  Acceglio  (Valle  di  Macra). 


II.  N'ornine  nvìa  dui  efTànt; 

18.  E  lo  \m  giove  à  die  al  pàire: 
Ptìire,  donarne  ma  pari  d'eredità,  e 
elio  yk  dona  son  toc. 

1$.  E  carche  gióm  apprcss  reffànt 
giòve,  faè  ^u  bagòt,  es  partì  de  80n 
paìs,  se  n'ès  aiià  en  rùn  paìs  da 
làfgn  ^  e  achì  Tà  fa£  anàr  tot  cant 
ch'a  Tavìa  fnsènd  la  librogna. 

14.  Dop  cb'a  l'à  agù  sgheirà  tot , 
ès  veugii  cn  l*actiél  paìs  na  grossa 
ciareslia^e  elle  patìa  h)  fame. 

1K.  E  elle  es  anà,  e  s'è  affitta  bo'n 
signor  de  cbél  paìs,  che  l'à  manda 
gardàr  i  pucrc  a  sa  rassinn. 

16.  E  l'avìagiàj  d'empisse  la  pansa 
alméno  d'agghiànt,  che  mingiàvon  i 
crin;'nia  degan  j  ne  donava.   *" 

17.  Ala  enirà  enl'elle  stess  disia: 
Ah!  canti  servitór  alla  mcisónde  mon 
pàire  màngion  a  catre  ganàxos,  e  jò 
Issi  muèro  de  fame! 

18.  JÒ  me  levare!  d'issi,  e  tornànd 
a  uion  pàire  j  dirci:  Pàire.  jò  ai  ofTés 
iKts  ségnór,  jò  ài  ofTés  vos  ! 

19.  Jò  Sion  pu  rcn  degn  del  nome 
d'etrànt  ;  ma  fase  alméno  bo  jò,  coma 
bo  i  servitór. 

80.  E  8'  ès  aus(ià,  e  s'ès  encaminà 
vers  son  pàire;  era  'oca  da  lùegn,  e 
son  pàire  l'à  visi,  e  pia  da  eompas- 
8lòn  ,  j  ès  cors  encontra,  ]  ès  sautà 
al  còl,  l'à  beisà. 

81.  £  l'ffTàot  j  à  die:  Pàite,  jò  ài 
manca  coolra  del  sèi,  e  contra  vos; 
jò  Sion  pQ  ren  degn  d'esse  cianià 
vostr*  effànt. 

88.  Ma  el  pàire  à  di£  ai  ser\itór: 
Fit,  fll,  porlà-je  la  vesto  pù  bella, 
e  biiltàje  la  virro  al  de,  donàje  de 
ciàussos^  e  de  clàussiers. 


23.  E  anà  scpitc  cn  \v\^  che  sia 
ben  gras,  massàio  perchè  lo  niìngén, 
e  sten  allégre. 

84.  Perchè  achésl  effànt  ero  mori 
e  auro  ed  ressùscilà;  ero  perdii,  e 
aìiro  s'ès  trobà;  e  se  son  butta  min- 
giàr  e  béorre. 

8tt.  Ma  Teffànt  pù  vièj  ero  anà  eo 
campagno,  e  tornànd,  coso  ès  sta  da 
vesìn  d'  ineisòn,  à  senlù  cbesto  mti- 
sico,  chesto  al  legno. 

se.A^onà  ^nservilór, e jàdmandà 
che  l'alia? 

87.  El  servitór  jà  die:  Voslrfràire 
s'ès  crlirà,  e  vostr  pàire  à  fa^amas* 
sàr  un  bel  vM  gras,  per  aver  toroa 
vist  son  etrànt  san  e  lesi. 

8».  E  elle  ès  saulà  'd  bestia,  e  a 
degiin  conte  volia  entrar;  donerà  ès 
sai  son  pàire  a  pregallo  che  vea- 
ghèss. 

.  80.  Ma  elle  en  resposta  à  die  al 
pàire:  Beiccà  canti  ann  che  jò  vos 
fau  lo  servitór,  jò  sempre  voa  ài  iih- 
bidi,  e  vos  m'avé  gnanca  dona  en 
ciabrì  per  star  allegre  e  far  na  ribolla 
bo  i  mi  amis. 

30.  Ma  aura  che  ès  vengù  acbést 
vostr  effànt,  chea  sghélrà  lo  cb'a 
l'avia  bo  suos  ciorgnassos,  pr'elle 
ave  fit  amassà  en  bel  vèl. 

51.  Ma  el  pàire  j  à  M:  Tu  siès 
sempre  sta  bo  jò;  asò  ch'ero  mio, 
era  tio. 

38.  Ma  auro  ciarìa  ben  che  fasés- 
son  en  pasl,  e  se  rallegrcsson,  per- 
ché lon  fràire  ero  mori,  e  aàro  ès 
ressùscità;  ero  peni ù,  e  aùros*c« 
trobà. 


Dau  Pietro,  Prevosto. 


DIALETTI    PEDEMONTANI. 


5li> 


Dialetto  hi  Sam  Pbyrl  (Valle  di  Varàila). 


11.  Un  pàiru  u\iu  dui  fì; 

12.  Lo  pili  glo>e  de  costi  h  dio  ni 
pài  re:  Pàire,  donarne  la  part  dei  ben 
che  me  vien:  e  il  pàire  à  M  a  lor 
la  di%'isi()n  dei  ben. 

IS.  Da  chi  a  do  'n  (rès  giorn  lo  piii 
giovo  à  Tadorna  tul ,  es  anà  far  viage 
da  lùein  pais ,  ove  à  dissipa  le  sics 
ben,  menànd  iinn  maria  \Ua. 

14.  Qiiand  à  agii  consiimà  tut,  es 
vengii  en  r  achèi  pais  una  forla  ca- 
reslìa,  e  s'es  comensà  a  (robàr  en 
le  la  povertà; 

15.  Es  anà  donque  affìtiarse  bo  iin 
dei  silladin  de  chél  paì<i,  el  qual  rà 
manda  en  le  sua  villa  en  pastura  ai 
piicrc. 

16.  F  lai  ri  avria  volgii  empisse  la 
pansa  dei  aghiànd  ch'i  puerc  men- 
giàvon;  ma  degun  i  n'cn  donava, 

i7.  Torna  (ìnaluiént  en  t'el  à  dio: 
Canti  servilòr  en  casa  de  mio  pàire 
màngiou  ben,  e  mi  sì  muèro  de  fame! 

18.  »Ie  leverei,  e  anarèi  da  mio 
pàire,  e  j  direi:  Pàire,  ó  pecca  con- 
tra  lo  sci  e  conlra  vo; 

19.  Sio  pa  pus  dcgn  d'esse  de- 
manda vostre  li:  fasséme  qual  ch'ùn 
dei  servitur  al  vostre  servisi. 

20.  S'ès  leva  donque,  ès  vcngiì  a 
»io  pàire;  cesscndencà  da  lùein,  sio 
pàire  i'à  vist,  e  l'agù  compassión, 
ès  corrù  a  rargiàrselo  se  le  spalo,  e 
rà  bcisà. 

21  r  Pàire,  j  à  die  lo  (1,  ài  pecca 
coiitra  lo  sòl,  e  conlra  vo:  mi  sio  pa 
pus  degli  d'esse  demanda  voslre  lì. 

22.  Ma  lo  pàire  à   die  ai  sies  ser- 1 


vilór:  Portai  isi  111  (ina  vieslio  la 
plus  pressioso,e  veslclo:  Buttai  al  de 
Tanèl,  e  de  causse'ài  t>è; 

23.  E  mena  fora  lo  vèl  higrassà,  e 
ammassalo:  inangióma  e  stóma  al- 
legre ; 

21.  Perche  coste  mio  fl  era  mort^  ès 
torna  en  vi  la  ;  era  perdiì  e  s*  ès  trobà  : 
àn  encomensà  donque  a  stè  allégre. 

2«s.  Enlànt  lo  fi  più  grand,  che  l'era 
en  campagna,  ès  retorna,  e  mentre 
Tera  vesin  alla  casa,  à  sentì  a  sonar. 

26.  Demanda  un  del  servilòr,  e  j'à 
demanda  chi  l*era? 

27.  V.  j'à  dio  lo  servftór:  Es  vèngu 
voslre  fràire,  e  vostre  pàire  à  fa£ am- 
massar^ Io  vèl  engrassà,  perchè  Vk 
rr  e  il  perà  san  e  salv. 

28.  Cost-si  allora  pien  de  rabbia 
volìa  pa  entrar:  e  sio  pàire  ès  sorti, 
e  s'ès  bulla  a  pregarlo. 

29.  Ma  él  en  resposta  h  dio  al  pài- 
re:  Bcicà  canti  an  che  son  che  vos 
Servio,  e  sempre  vus  ài  faÒ  comànd, 
e  vus  mai  m*  ave  dona  n lanca  un 
cravót,  perchè  stéissa  allegre  ensèm 
ai  mie  amis; 

30.  Ma  vengù  coste  vostre  fl,  che 
à  mangia  le  suos  soslansos  enseme  a 
chelos  che  menàvon  cattiva  vita,  vus 
ave  faÒ  ammassar  per  elle  Io  vèl  en- 
grassà. 

31.  Fi,  j'à  respòst  lo  pàire,  vus 
sic  sempre  ensemo  a  mi,  e  tut  lo 
ch'es  mio,  es  voslre. 

32.  xMa  fasìo  besògn  stc  allégre, 
perchè  cosi  vostre  fràire  era  mori,  ès 
torna  en  vita;  era  perdu,  e  s*ès  trobà. 

N.  N. 


»20 


PARTE  TEIIZA 


Dialetti)  iro>ciMi  (Valle  tli'l  Po). 


11.  Un  òm  a  rà  agii  dui  flgi; 
18.  Lu  pù  giovb  a  l'à  di£  a  son  pa- 
re: Pare,  donarne  ma  part,  lo  cbe 
ni'  pò  veni;  e  a  ]  k  faigi  lei  pari. 

15.  E  da  sì  a  dui  o  Ires  glòrn  lucci 
ansemo,  lu  flgl  pù  giove  a  rè  parli 
per  pai  luegn,  e  acà  a  l'à  majà  son 
palrimoni,  vivènd  pfilanamént. 

ILE  cant  a  Pà  agQ  minglà  lai, 
gli  è  vengu  ijna  gran  ciarestio  anl'c 
cbél  pai,  ch'a  Tè  areslà  paure; 

I».  E  rè  anà,  e  a  s'è  afflila  bu  un 
parliculàr d'achèi  pai,  e  lu  mandavo 
ani'e  sie  beni  pasturo  al  crln. 

f6.  E  a  l'avia  vlèglio  d'  mingià 
()'  agiàni,  eh'  gli  crin  niinglàven;  e 
degùn  gn  donavo  pa  nèn. 

17.  VengO  Ira  el  slèss,  a  l'à  die: 
Tfinti  servitór  ani'  la  meìsón  d'  mon 
pare,  eh'  Pan  tanlu  pan,  e  mi  issi 
aio  coslréé  a  muri  d'fam! 

18.  M'  levo  d'issi,  e  vàu  da  mon 
pare,  e  gli  dio:  Pare,  ài  manca  con- 
tro Iddio  e  contro  d'  vu; 

19.  Già  sio  pa  pu  dcgn  d'esse  de- 
manda vostre  figi:  ma  lenéme  giusl 
cpma  un  d'  vostri  servitór. 

20.  E  leva,  a  se  n'è  anà  a  son  pa- 
re: a  Pera  anca  ben  làegn,  son  pare 
l'i  visi,  e  la  compassión  Pà  pré,  e 
corru  a  gli  è  clol  se  son  col,  e  a  l'à 
beila. 

Sf.E  a  Pi  die  lu  flgl  al  pare: 
Pare,  ài  manca  qootro  nos  Signor  e 
contro  d'  vu  ;  già  sio  pa  pu  dcgn 
d'esse  demanda  vostre  figl. 

%%,  A  Pà  dij  lu  p^re  a  sie  servi- 
tór: Gari,gari,  porlàme  la  primo  vesli- 


mcnto,  e  veslièlo;  e  biil tàgli  un  anèl 
anPsoa  man,  e  son  clàusKie  ant*i  pè; 

SS.  E  mena  Qn  vèl  lu  pu  gras,  e 
massàio,  e  lu  majén,  e  sten  allégre. 

21.  Perché  chest  mio  flgl  a  Pera 
moft,  e  a  l'è  risusità;  a  Pera  perdu, 
e  a  Pè  sta  trubà.  E  a  Pan  comensà 
a  sta  allégre. 

2».  E  lu  sio  flgl  pu  vlèj^l  a  Pero 
an  campagne,  e  venènd,e  avesinà  a 
meisòn,  a  Pà  sentii  a  sona  e  elanlà. 

26.  E  a  Pà  demanda  a  un  dei  sol 
servitór,  e  a  Pà  Interrogalo  so  eh' 
Pera  ? 

27.  E  ci  gli  à  dio:  Vosh-«  fràlre  a 
Pè  vengii,  evostrepareaPàanaMà 
lu  pii  bel  vèl  gras,  perché  a  Pè 
vengu  salv. 

28.  A  Pè  monta  en  ragnlno,  e  volio 
pa  pii  intra:  donche  sorti  son  pare, 
a  Pà  comensà  a  pregàlu. 

29.  Ma  él  rlspon'dènd  a  l'à  dK  a 
son  pare:  Ecco  tanti  an,  cbe  mi  v^ 
slervo,  e  v'èi  mai  manca  al  vostre 
comànd ,  e  mal  vu  m'avé  dona  ììo 
ciabri  a  majà  bu  i  mei  amis; 

so.  Ma  da  poi  eh'  chesi  vostre  flgl 
ch'a  Pà  majà  lu  fa6  sio  con  le  pOtane, 
a  Pè  vengii,  e  vu  gli  ave  amassà  lo 
pii  gras  vèl. 

SI.  Ma  igl  gli  à  dio:  Figi,  la  sies 
sempre  sia  bu  mi;  e  liiccl  I  mie  beo! 
son  Ile. 

32.  Rallegràse  poi,  e  sta  allégre 
convenio,  perché  chesi  tio  fràlre  a 
l'era  mori,  e  a  Pè  ritorna  a  vive; a 
Pera  perdù,  e  a  Pè  sta  torna  trubà. 

I).  ToMMàso  Rossi,  Parroco. 


ni  \  IR  TTl   PRPEVaiT  A  %  I . 


531 


Dialetto  di  Fe.\estrrli.e  (Valle  ili  Pr.'igelas). 


ti.  Un  ònie  nvio  dii  garsùn*;: 
18.  E  le  più  giuve  à  (lil:  Papà, 
«lùne-ine  la  piirsiiin  da  ben  che  me 
revèln;  elepàire  tur  àdh'isàsunben. 
fS.  Pane  de  giur»  apre  qiiant  le 
piti  gin  VA  garsùn  n  agu  rebalà  Iute 
5a  pursiùn,  a  se  n'òs  anà  viaggia  dins 
un  pai  ben  logn,  doni  a  Tà  dissipa 
lui  sun  ben,  vtvònt  dinslusexcèsel 
la  débàucia. 

14.  E  apre  ch'a  Fa  agii  niingià  Ini, 
èn  aribà  fine  grande  famlne  din  qnè 
pai,  e  a  cumensave  a  esse  din  la  mi- 
sère. 

15.  Alure  a  Tès  anà  se  biilà  en  ser- 
vlse  abu  un  abitànt  da  paj  che  Tà 
manda  a  sa  mesùn  de  campagne  per 
gardà  su  curìns. 

16.  A  desirave  de  rempli  sun  ven- 
tre das  aglàns  che  lu  curìns  mingià- 
van,  et  nun  n'j  en  donave. 

17.  Ala  essènt  finirà  dins  el  me- 
me,  a  Vk  dit:  Càirede  valéschc  din 
la  mesùn  de  niun  pàire  àn  de  pan 
lanl  ch'i  vòlan,  e  mi  mòni  isidcfam! 

fS.Meleverèiceanarèic  Irubàmun 
pàire,  gli  di rèìc:  Papà,  àipccincuntre 
le  siél  e  cu n tre  vu  ; 

it.  Sin  pa  mai  dignc  d'esse  voire 
garsàn;  Iralòiiie  cumc  iin  do  volru 
valM. 

20  Alure  a  rè  parti ,  e  vcngù  truhà 
sun  pàire;  a  l'ere  encare  ben  lògn . 
quant  sun  pàir«>  Vh  vii;  se-si  purlà 
de  cunip.'i<siùn  grès  anà  a  dranl,  s'è 
tapà  a  sun  còl  e  Va  baisà. 

SI.  Le  garsùn  gli  à  dit:  Papà,  èie 
pecià  cunlrc  le  siél  e  cuntre  vu; 
sin  pa  mai  dignc  d'esse  votre  garsùn. 

22.  Alure  le  pàire  à  dit  a  su  vaics; 


Purtème  vile  la  plii  bèlo  robe,  abi- 
gliè-lu:  biitè-gll  une  vice  a  de,  e  de 
clùsles  a  pès: 

25.  Mene  Gn  vèl  grà,  tùé-lu,  min- 
gién-la,  et  regiuissèn-nu; 

24.  Perchè  che  roun  garsùn  che 
véìsi,  ère  mori,  a  l*è  resùscilà;  a 
rére  perdù,  a  s'è  rei  ruba.  Alure  i 
ràn  comensà  a  fa  bun  re|>àt. 

2».  Ma  le  garsùn  le  più  vèigl  ère 
en  campagne;  cume  as'en  revenio,  e 
rh'a  s'appniciave  de  la  mesùn,  a  l^i 
enlendù  le  sun  das  instrùmens ,  e  le 
tapage  da  bai. 

26.  A  rà  demanda  un  da  valéa, 
l'à-inlerogiàsù  se  ch'ere  tut  quen? 

27.  Le  valél  gli  à  rèpondu:  Votre 
fràire  è  vengù;  e  votre  papà  à  lùà 
un  vèl  gra,  perchè  ch'a  l'à  Irubà  en 
bunc  sandà. 

28.  Susi  l'aiènt  Indigna,  a  vulio 
pas  intra  din  la  mesùn:  ma  le  pàire 
essènt  surli,  a  s'è  bùia  a  le  pria 
d  intra. 

29.  Le  garsùn  gli  à  répondù:  Pa- 
pà, vèichi  plùsiors  ans  che  vu  s^r- 
vu;  vus  èie  giamal  désuticì  en  rien, 
e  pure  u  m'avé  giamal  duna  un  eia- 
brin  per  me  regiuì  abu  mònsamis: 

7io.  E  ore  che  volr'àuire  garsùn 
à  niingià  sun  ben  abu  la  catìns,  è 
revengù,  us  ave  tua  un  vèl  già  fier  el. 

51.  Ma  le  pàire  gli  à  dit:  Mun  gar- 
sùn, u  sé  tiigiùr  abu  mi,  e  liis  mon 
bens  sun  per  vu  : 

32.  La  venlave  ben  fa  un  bun  re- 
pài,  e  nu  regiui,  perchè  che  voi  re 
fràire  ch'on  viè-isi  ere  mori,  a  l'è 
resuscita;  a  l'ère  perdù^  a  s'è  re- 
trubà. 

CiH;*FPrE  Kiii-iòi.. 


B22 


PARTE  TERZA 


DiALEiTO  Dì  OiACLioNE  (confinfì  (lì  Novalesu). 


11.  Un  ónien  ave  Oiie  boi; 

12.  E  lo  pi  gióven  à  dot  n  son 
pare:Mon  pare,  donàmme  moti  dret; 
e  lo  paro  u  Tot  partagiàlloft  5Kin  béin. 

15.  Gio'n  Irai  giort  apre  che  lo  pi 
gióven  u  Poi  ajò  lutla  sa  porslón, 
ti  rè  allàssencn  loin  loln ,  e  dedin 
de  pai  étranigó;  e  izièuTot  arglirira 
tut  so  ch'u  Tavéit,  da  dclbucia. 

14.  Apre  tl'avéf  (utdcipcndu.  iino 
gran  famino  è  venùo  din  sa  pai  là; 
e  u  commansave  èitre  a  la  misiVe. 

IK.  Allora  ti  l'è  artirasse,  e  \i  l'è 
alla  a  mettresen  d'un  particuliéd'u 
pai,  ch'u  Tot  mandano  a  sa  cassfna 
pr  mnc  ein  ciàn  li  carrin. 

16.  E  u  Tavèil  voglia  de  levèsse 
la  fam  avo  gli  aghnn  ohe  li  puerc  ma- 
ciaTont.  me  j'avéìt  pà  nnn  che  glie 
nen  donisse. 

19.  D'izlé  u  rè  turnà  en  sé-méi- 
mo,  u  Tot  dot;  che  de  vallot  de<lin 
la  niesón  de  roon  i)<irc  mingion  tanl 
che  vùlon,  e  me  creppo  de  fam  i*isé! 
18.  Me  leverei  dMssé  e  lurncrèi 
trave  mori  pare,  e  glie  direi:  Mon 
pare,  P  al  manca  centra  Io  Sic  e 
devànt  vos; 

tO.  E  sei  pa-pi  digno  d'éitre  de- 
manda vòtron  (Igl;  trattarne  Som'  un 
de  vutrl  laVurie. 

80.  U  rè  donca  levasse,  e  u  Tè 
enciamlnasse  vers  son  pare;  e  son 
pare  ajànlo  fran  de  loin  vi  veni,  la 
compassiòn  Tot  pròllo,  u  l'è'cur- 
rugliea  rècontrc,  u  l'èsaulà  cnbras- 
sello,  e  u  Tot  4)eisàlIo. 

21 .  Me  Io  bot  u  gli  òt  dol  :  Mon  pa- 
re, i'  ài  pccià  contra  nòtron  Sìgnù  e 
devanl  vos;  e  mèrito  pa-pi  d'èitrc 
demanda  pr  vùtron  ligi. 


22.  E  lo  pure  dot  a  sì  vallot:  Porla 
len  Io  pi  bel  giuslacór,  e  abigliàllo; 
billàglie  una  vira  au  del ,  e  ciussàllo. 

2.^.  E  menarne  Issé  lo  vèl  pi  gras 
e  tuàllo,  e  éilén  allclgher; 

21.  Aperché  lo  mon  bot,  ch'u 
vjijés  issé,  u  rére  mori,  auro  u  Tè 
fiirrià  arsussitè;  l'aìu  perdullo.  Tèi 
tiirnà  truvèllo,  e  d'iziè  i  cn  com- 
mensa Tallegrìa  e  n  fare  lo  past 

2ìS.  Lo  pi  viègi  di  bot  u  Vére  en 
campagna  ;  e  venàn  a  mèsón  e  a  me- 
siira  ch'u  s'approciave.  uTotsentù 
suné  e  cianté  e  balle. 

26.  E  u  Vv  adressàse  a  un  di  vallòt 
pr  savài  cbech'ér&tut  sa  tramanét? 

27.  E  sa  vallot  u  gli  ol  dot:  YùtroB 
fra  re  è  turnà,  e  vùtron  pare  u  l'ol 
éitrenglà  lo  vèl  gras,  pr  mu  che  u 
l'òt  turnà  tru vello  en  bon  élat. 

2U.  Me  u  rè  cnf urlasse,  e  u  Tot 
pa  vulliì  in  tré:  e  son  parcejàn  sur- 
lu,  lì  lo  pi'òuéit  a  le  bonncs  pr  fare 
introno. 

29.  Me  u  r  ot  rripondu,  e  dot  a 
son  pare:  Avveità-issé,  i'ol  tanti  an 
che  vo  servo»  e  i'èi  iamai  éisùbbé 
vulriórzcn,  e  pùrro  vos  ai  iamai  do- 
nàme  solamcnt  iin  cioràl  pr  déiver- 
lime  avo  mi  amis. 

no.  Mècanteche  rautro-izié,vùtroo 
bot,  ch'u  l'ol  fricudà  vùtron  bèioatò 
de  garàudes,  u  l'è  venù,  vos  ai 
tùàglie  lo  vèl  gras. 

31.  E  lo  pareu  gli  ot  dot:  Bot, te 
te  sùcs  tcgiórt  cita  avo  oió,  e  lo  raein 
ere  toi. 

32.  Fu  lave  donca  fare  lo  past  e 
eitc  ailéighcr  pr  mu  che  lui  issé, 
lon  frare,  u  l'ere  mori,  e  u  l'è  re- 
sùssilà;  u  rrrppcrdu,c  u  rè  Iruvàssc. 


DIALETTI    PFnF.HONTAM. 


»d3 


DurF.TTo  n'Onx  (Vali*»  di  Dora  Riparia )(*). 


f  I.  i)n  òiiime  avìc  dus  éìfnns: 
f2.  Le  più  i\\\c  dMéilus  di  a  sun 
pàire:  Pàire,  dùname  la  purziiìn  de 
ben  rhe  me  revèn;  e  iè  lus  à  parlaià 
le  ben. 

15.  Còchcs  2urs  apre,  aìèn  tiil  re- 
b:ità,  le  più  2uve  frarsàn  parli  par 
réiirangi,  par  un  pai  cilunià^  e  libi 
u  rà  dissipa  sun  ben  en  vivèn  lùxii- 
riusmcn. 

14.  Me  apre  cb^uTà  agù  lui  cun- 
sumà,  Pes  sùrvegiì  uno  grande  fa- 
mine  dins  qué  pai,  e  jc  mélme  u  Vh 
cumen^à  a  esse  u  besiin. 

flS.  Alure  u  se  n'cl  anà,  e  u  s"*  èl 
aliala  a  un  dus  abilàn  de  qnc  pai^ 
V.  »et-issì  rà  manda  a  sa  mèisùn  de 
l'ampagne,  par  fn  puisse  lus  cusciùns. 

16.  Kbì  u  déisiravc  rcmpli  snn  ven- 
tre de  las  cròfas  che  niijàven  lus  cu- 
scitins,  e  nengu  n'i  en  dunave. 

17.  Rinlrèn  alure  en  si  mòime,  u 
dì:  Che  de  mersenère  din  la  mèisùn 
de  mun  pàire  àn  de  pan  abundamén, 
e  mi  issi  a  crèpu  de  fami! 

18.  Ab!  me  levarci,  anaréi  trnvn 
mun  pàire,  e  a  li  direi:  Pàire,  ài 
pescfà  coutre  le  Sé  e  contre  vu  ; 

19.  Nau,  a  biu  pa  mai  digne  d'esse 
appelà  volre  garsùn;  trallàuie  cumà 
un  de  voirus  nior^cnère. 

20.  E  se  levà'i,  u  ven  ver  sun  pài- 
re;  me  cumà  ul  ère  cncore  lon,  sun 
pàire  J'à'  vi,  e  la  cuaipassiiin  fa  préi, 
V  currcn  a  ir,  u  s*èl  lapà  a  sun  col, 
e  u  l*à  embra-isà. 

SI.  E  le  garsùn  gli  à  di:  Pàire,  ài 
pe<«cià  con  Ire  le  Sé  e  con  Ire  vu;  a 
siu  pa  mai  digne  d'esse  appelà  volre 
éifàn. 


22.  Me  le  pàire  dì  a  sun  domcslic: 
Apurtà  vile  sa  première  robe,  cbilà- 
la-li,  e  duniàli  de  une  vire  parta 
man,  e  sebatlas  par  sun  pes; 

25.  Pòi  adiifc  le  ve  gras,  tùà-la, 
par  che  nu  roijén,  e  che  nu  nu  re- 
gallén; 

24.  Parse  che  mun  éifàn  che  véilhì 
ère  mori,  e  ul  èi  resiiscilà;  ul  ere 
perdù,  e  ul  èl  truvà.È  1  se  suo  bilàs 
a  fa  bune  scère. 

2«.  Sepandànl  sun  garsùn  le  plii 
vegi  ère  u  sciàm;  e  cumà  u  venie,  e 
ch'u  s^approscìave  de  U  mèisùn^'  al 
à  antandij  une  sinfonie  e  un  cbor. 

2G.  Ul  apèlle  un  domcstìc,  e  u  li 
demànd  se  che  Tére? 

27.  E  ic  li  dì:  Votrc  fràire  èi  veii- 
gù ,  e  volre  pàire  à  tijà  le  ve  gra», 
parse  che  u  l'à  resebù  an  bune  sandé. 

28.  L'àulre  alure  s*èi  indigna,  e  u 
vurìe  pa  intra.  Sun  pàire  étan  surlì, 
s'èi  bilà  a  le  pria. 

29.  Me  ié  an  reipunse  u  T  à  di  a  sun 
pàire:  Véilhì  che  depo  lan  d'ans  a  vu 
Rervu,  e  cheiamài  ài  manca  a  vòlrua 
òrdres:  e  iamài  u  m.'avc  duna  un 
sciabròi  par  me  regala abu  munsamis; 

so.  Me  depQ  che  votre  garsùn  ch'èl 
ilhi,  ch'à  déivurà  sun  ben  abu  de 
gariillas,  èl  vengu,  u  Pavé  tua  le  ve 
gras  par  iè. 

51.  Me  le  pàire  gli  à  dì  :  Mun  éifàn, 
lù  sias  tuiù  abu  mi,  e  lui  se  cb'èi 
méu,  èi  leu; 

52.  Me  la  venlavc  fa  b*ine  scère, 
e  se  réiui,  parseché  lun  Iràire  ch'èi 
ilhì  ère  mori,  eul  èi  resùscilà;  ul  ere 
perdij,  e  ul  èi  Iruvà. 

Prof.  Anto.nio  Allois. 


(•)  Sicromc  qurslo  dialello  ancora  più  che  i  prccrdenli  è  affine  ai  Frann-si  coi  quali 
nmfina.  c<»>ì  dobbi.iiiinavvertirc,  che  tulle  le  e  poste  in  fino  di  parola  o  di  sìllabu  sono  mule, 
rhe  la  i  corrisponde  al  suono  j  d*>' Francesi ,  e  le  ffi  al  Ihela  dei  (in-rl,  o>sia  alPidèo- 
liro  suono  rapprcscnlalo  puro  con  tli  dagli  Inglesi. 


»9ft 


PARTR    TERZA 


Dialetto  di  Viù  (VìiIIi*  di  Lanzo). 


II.  Un  òm  u  ravét  dui  fci; 

19.  Lo  più  giovo  d'  9li  diii,  Il  l'à 
dit  a  son  para:  Para,  dóiiama  la  mia 
pari  d'sau  ch'il  m'vin,  e  cliii-si  u 
Vk  sparli  l'ardila  Ira  lo  dui. 

15.  E  di  che  a  carchi  giuórn,  lo  fci 
pia  giovo  u  rà  bùia  loia  sua  pari 
ansèmblo,  e  u  Tust  ala  lugn  ani  fin 
pais,  e  u  rà  d'sgairià  tot  lu  fall  nu, 
vfvànd  da  d*sgairén. 

14.  E  cjrnt  ch'u  Vk  avii  d'sgairià 
tot  sau  ch'u  Tavél,  e  fa  vinu  5una 
gran  clarastì  ani  sau  pajs  ichu  e  chiàu 
e  yk  comen^cià  a  vinili  la  miseria. 

III.  U  rOst  aia,  e  u  s^irengià  iìn 
un  Bgnór  de  s^  pajs,  e  ichì  sllo-icsi 
D  rà  manda  a  sua  campagni  a  largià 
Il  erln. 

16.  Sito  u  l'avét  gièi  d'Impìssa  la 
pansci  d'agiànt  ch'u  mingiàvon  li 
criO)  e  l'era  niun  che  ]  n'an  donassa. 

17  Ma  cani  u  rà  poi  cogneSù  ch'u 
l'tvét  fòit  mal,  o  rà  dit:  Canti  sar- 
vllùr  anr  la  cà  d^  min  para  u  l'àn 
tré  d^  pan,  e  mei  issi  i  muèro  d' 
Cam! 

18.  I  m^  auarài,  e  I  glalrài  da  min 
para,  e  I  li  dirai:  Para,  i  gi  ài  manca 
eontra  d'  Nosgnùr  e  contra  d'  vó; 

19. 1  sé  pa  piii  degn  d'èistre  clama 
▼ostre  féi,  e  trallàma  Pistès  com'ùn 
Tostro  sarvilùr. 

ao.  E  u  8'àuscia  drcl,  e'u  l'ustalà 
da  son  para,  e  u  Pera  ancora  lugn, 
8on  para  u  rà  viù  e  j  à  fàit  compas- 
sióne e  u  s'à  bùia  alali  ancontra  e 
u  s'à  lapà  a  u  còl  a  bastàio. 

ai.  E  lu  féj  u  rà  dil:  Para,  i  gi  ài 
manca  contra  Noi^gnùr,  e  contra  d' 
vó;  e  i  sé  pi  gnanca  dcgii  d'èistre 
clama  par  vostro  fél. 

22.  Lu  para  u  I*  a  dit  a  li  sue  sar- 
vilùr:   Lesti,   ^a\à   fi'i  r  viasla  più 


l>ella,  e  visliscèio;  e  bùlàli  ao  dai 
ranci ,  e  li  ciàuscia  alti  pia. 

25.  E  ala  prendra  lu  vàii  più  graii 
clic  j'è  ant  u  tèt,  masciàllo,  e  che  s' 
mìiigct,  e  eh'  isién  lui  li  all<^g:ir  an- 
scmbio: 

24.  Parchal  sito  min  fél  u  l'era 
mort,  e  ora  u  rùst  arsùscità;  Pera 
pardù.  e  {  rén  trova;  e  u  Vku  co- 
menscià  a  isla  allegar. 

2».  Lu  fci  più  vièj  u  l'era  ala  par- 
chi pur  li  prà,  e  tnrànd  a  cà  u  l'à 
sinlù  a  sona  e  che  s'  ballava. 

26.  U  i'à  riama  un  U'  li  sue  sar- 
vilùr, e  u  jh  dil:  Ch'sloi  sito  fracàs? 

27.  E  silo  u  j'à  dil:  B  j'à  torna  lon 
frara,  e  lon  para  u  l'à  fnit  massià  la 
vàiI  più  bel  ch'i  gi  avìu  aiit'u  lèt. 
parchal  ton  frara  u  l'ùst  torna  arili. 

28.  E  chiàu  u  r  à  avù  lan  lo  (ut, 
e  u  volct  pi  gnanca  intra  ant  cà;  Ib 
para  alura  u  l'ùst  saiù  fu,  e  u  l'àco- 
mciiscid  prend'rlo  ;<r  bona. 

29.  Ma  chiàu  u  J'à  dit  a  son  para: 
E  j  à  già  tanii  ann'  eh'  i  v'  fàu  lu 
sarvilùr,  e  i  v'ài  sempa  ubbidì  ani 
tot,  e  vò  u  nr  è  mai  dona  un  elevrii 
eh'  i  in*  io  godisso  ansèmbioalll  mie* 
aiuis; 

SO.  Parchal  chejà  vinùslo  vostro 
féi,  min  frara,  ch'u  Tà  sgalrià  tot 
sau  ch'u  Pavét  ansèmblo  ar  gaffi, 
u  l'è  fàit  roascià  par  chiàu  lo  vàiI 
più  bel  eh'  i  gi  aviu  ant'u  tèt. 

31.  Ma  lu  para  u  J'à  dit:  Min  Céi, 
lai  t'èi  sempa  iste  min,  e  lui  sàu  che 
j  ùst  d"*  mài,  è  lut  ton; 

32.  E  i  era  bìh  giùsld'  istà  allegar, 
e  d'  farà  d'  fcisla,  parchài  sito  Ioa 
frara  u  Pera  mori,  e  ora  u  l' ùst  ar- 
sùscità; u  Pera  |mrdù,  e  ora  i  Pén 
trova. 

Avv.  BiA>ciiETTi,  Giudice. 


DULETTI   PEDRMO^TAM 


B25 


Dialetto  d*  Usseglio  (Valle  di  Lanzo). 


11.  Un  ccrlòni  a  Tn  avìiì  diii  fi; 

12.  Lo  più  gió%-an  d'  sii  fl  a  Vh  dit 
Il  u  pare:  Pare^  donarne  ma  porsión 
V  roba  che  m'  vin  ;  e  o  ('à  partìe  la 
rotia. 

13.  Chèi  gior  apre,  abbaronà  eh' a 
*k  aTu  tiìt,  balandronànd,  o  Test 
ili  lugn  tugn.  E  lai  o  l'à  sgheirà  la 
loa  roba,  e  l'à  fall  tanti  san-balaràn 
i  pascampa. 

14.  Apre  eh' a  Vh  avu  mingià  tùl, 
I  j'è  vgnu  ^na  gran  carslia  an  sau 
>aÌA-Iài,  e  chiài  beicavi  la  miiragli. 

Itt.  Au  l'est  ala,  au  Test  stacà  bra- 
lia  a  'n  signor  d'  sau  paìs-lài;  sau 
\ìgnòr  lai,  au  Vh  manda  cura  li 
!rin. 

16.  A  i  tucciava  mingià  chiàl  avo! 
i  pors  gli  agiàn  ,  e  niùn  n'i  do- 
lave  Din. 

17.  Aulornànd  pò  an  chiàl  au  Vh 
III:  Yàiru  sr>itù  a  cà  d'  mon  pare 
ibòndan  d'  pan,  e  i  pascisso  d'  fam 
ivdi  li  crini 

18.  I  sautrri  sii,  j'ajrèl  da  mon  pa- 
t,  eje  direi:  Pare,  i'èi  p'cà  contro 
I  siél  e  in  faccia  a  vu; 

19. 1  sei  pi  gnin  dégn  d' essi  d'mandà 
troslre  OgI.  Feisème  con  faria  a  un 
r  vosi!  servitù. 

su.  Aussantàndse  sii,  au  Test  ala 
la  8on  pare.  Peste  ancor  an  pò  lung, 
on  pare  au  Vh  vòst:  la  conipassión 
I  rà  préi,  au  Test  ala  anconla,  au  l'à 
;iapà  pr  'I  còl,  au  l'à  basalo. 

Si.  Lo  flgi  au  j'à  dita  o  pare:  Mon 
tare  ,  i  èi  p'cà  contro  uu  sici  e  'n 
iccla  a  VII.  I  sci  pi  gnin  drgn  d'cssi 
Imandà  vostre  figl. 


22.  Lo  pare  au  Tà  dìl  a  sii  servilù: 
Portèa  dona  la  pi  beli  vesti,  ciòssèlii 
e  causàlu; 

SS.  E  m'nà  Io  vèl  più  gras  ch'avéi, 
mas<iàlo ,  pò  lo  mingién  ,  e  slasén 
Mlégre; 

24.  Perché  cost  mon  figl  au  l'ere 
mort,  au  Test  arsùscilà;  l^ere  perdù. 
i  rèi  trova;  e  au  son  bùia  a  isià 
alégre. 

2$.  Son  figl  più  vèi  au  l'era  poan 
campagna.  Com''au  l'è  vnù,  au  sta 
da  pè  a  la  cà,  a  l'à  sanlù  cinta  e 
sona. 

26.  Au  l'à  d'mandà  ùìi  di  su  servi- 
lù. e  u  l'à  mandai  ch'i  slàis  faod  Issi? 

27.  Lo  servitù  au  l'à  dit:  Ton  (rare 
au  rè  vnù;  ton  pare  au  Va  fàit  massa 
lo  più  bel  vèl  ch'au  l'éisce,  prchè 
eh' a  rè  vnù  a  cà  san. 

28.  E  j'è  saulè  1'  fui,  au  vulè  pi 
gnin  ala  acà.  Son  pare  dune  au  sajù, 
e  au  hi  prega  ch^  a  l' intresse. 

29.  Ma  chiàl  respondén,  au  gli  à  dit 
au  pare:  Da  tanti  agn  ch^  mi  l' ser- 
vìsu,  i  Vh  mai  d'sùbidi,  e  t' m*  è 
mai  dona  un  ceiròt  ch'i  fessu  'na  ri- 
bota avòi  min  amis; 

50.  Ma  dopu  se  figl  isi*ì  ch^a  l'à 
mingià  tùl  so  fèit  so  avoi  V  pùtane, 
au  Test  v'iiù,  i  l'  à  massa  lo  vèl  pi 
gras. 

51.  Ma  lo  pare  a  l'à  dit  a  lo  figl: 
Ti  t'  scs  sempì  sta  isci  avòi  mi,  e 
tùt  est  lo; 

52.  I  convnìl  donc  mingià  e  béins 
V  sia  alégi'c,  prché  cost  ton  (rari  au 
Tere  mort,  aura  est  arsuscità;  au 
Pere  prdii.  au  s'e<5t  Irovà. 


Martino  Castralf. 


»26 


PARTE  TRRZA 


Dialetto  d'Ivrea  (Canavese). 


11.  Un'òm  a  l'avìa  dui  (idi; 

it.  'L  pi  gióvén  a  j'à  dit  a  so  pa- 
re: Pare,  i  voi  ch'im*  dàje  lo  cb'a 
m'  vèn;  e  '1  pare  a  j'à  dèi  sóa  part. 

f8.  Da  li  'n  pochi  d'  di  a  s'è  fèt 
so  fagòt,  e  a  l'è  andèl  'ni  Qo  pais 
lonlàn,  e  a  l'à  sguliardà  tùl. 

14.  Dop  d'avéi  sgberà  lùt,  a  j'è 
vna  na  gran  carestia  'n  cui  pais;  e 
chièi  a  rà  comensà  pruvàr  d'  Tarn. 

IH.  Ballènd  pr  li  la  sgdsia,  a  s'è 
sercà  'n  padrùn  pr  là,  cb'a  l'à  manda 
a  na  sóa  caMsina  a  largar  i  porchèt. 

16.  ChièI  l'avrìa  vorsu  'mpisse  la 
pansa  d' l'agiàn  cb'a  mangiavo  i  por- 
chèt; ina  gniin  a  ]  na  dava. 

17.  Anllora  a  l'è  turnà  'n  chièI,  e 
a  l'à  dil  ds  par  chièl:  Quanti  servi- 
tur  a  cà  d^  me  pare  a  màngen  a  crpa 
pansa,  e  mi  i  stun  si  a  murìr  d' fam! 

fS.I  m'daru  ardris^  e  i  andrù  a 
cà  d'  me  pare,  e  idirù:  Pare,  i'  ù  fèt 
mal  conlra  Nosgnùr  e  conlra  d'  vui. 

19.  I  duvrissi  pi  nin  ciamàme  vos 
flol;  ma  trulème  m*"  i  fuss  'n  servlliir. 

20.  E  a  s' è  uussà  .  e  a  P  è  audèl  do 
so  pare;  a  l'era  'ncura  lonlàn,  eh' so 
pare  a  l'à  visi;  e  pia  da  la  compas- 
sión  a  j'è  curù  'iiconlra,a  l'à  pia  'ni 
na  brassà  e  a  l'à  basa. 

21.  E  chièl  a  j  dì:  Pare,  i  ù  manca 
conlra  d'  Nosgnùr  e  contra  d'  vui; 
e  ì  son  pi  nin  dégn  d'  esse  clama 
vos  flol. 

22.  'L  pare  a  Pà  dit  ai  scrvitùr; 


Tirèje  fora  presi  'I  vestì  pi  bel,  eh' a 
s'  lo  bùia  adòs;  biitèjc  l'anèl  al  dì, 
e  i  stivalÌD  ai  pè. 

23.  Ande  piar  'I  bucìn  pi  gras,  sa- 
gnèlo,  mangiómio,  e  stórna  ulégher; 

24.  Purché  cu«t  me  tìol  a  l'era  mori, 
e  a  l'è  arsùscilà;  a  l'era  perdute  a 
s' è  truvà;  e  a  l'àn  coBien^à  la  ribolla. 

2tt.  X  flol  pi  vèj  a  l'era  'n  campa- 
gna, e  turnànd  a  cà,  a  P  à  senti  so- 
nar e  baiar. 

96.  Clama  a  'n  servitùr  Io  eh' a 
l' era  si'  rabèl  ? 

27.  B  ràul  a  j'à  ri^ondù  :  A  j'è 
(urna  tò  (rèi-,  e  tè  pare  l'à  matià  di 
vèl  gras,  purché  cb'a  rè.vnù  tao. 

28.  Chièl  a  Pè  sautà  *n  bestia, 
e  a  vria  pi  nin  entrar.  &la  'I  pare  a 
Pè  sorli  for  a  pregàio. 

29.  Ma  chièl  ara  rlspondu  a  m 
pare:  A  son  Unti  agn  ch^  i  r  senro, 
e  i  l' ù  mai  dsùbidi ,  e  li  l'  m'è  nai 
dèi  'n  cravòl  eh'  i  'ndèissa  a  nan- 
giàlo  'nsèm  al  me  amis. 

SO.  Ma  adès  di' a  j''è  vnii  cosi  lo 
fiòl,  eh' a  l'à  mangia  *I  fai  so  con  le 
porche,  l'è  massa  'I  vèl  graspr  chièl. 

31.  Ma  'I  pare  a  j'à  dil:  Fiòl,  U 
Pè  sèmper  me,  e  lo  eh' a  l'è  me, i 
Pè  lo; 

r>2.  Ma  a  ventava  far  na  rìlioU>,c 
slar  ulcghcr  ,  purché  tò  frèi  a  l'era 
mori,  e  a  Pò  arsu«sllà;  a  l'era  pers 
e  a  s*è  truvà. 

Doli.  GàTTA. 


IH  \  I.KITI    PF.DFMONT  A  %  I . 


»*i7 


Dialetto  di  Vercelii  (Caiia\oseV 


11.  iln  òm  a  r  ava  tlói  lini; 

12.  E  'I  pu  giovo  d' lór  Vk  dft  al 
pari:  0  pari,  dàini  al  fnt  me.  ch'a 
m^  poi  lochèmi;  e  'I  pari  l^à  fat  la 
división. 

i5.  E  pochi  dì  dop  '1  fìòl  piì  pìcio 
rà  rabajà  su  tiiU,  e  s'  n'è  nndànne 
lonlàn,  e  ^n  poc  temp  s'è  biitasi  'n 
malora  per  fé  d'  riboli. 

14.  E  dop  consuma  liit  j^è  vniijé 
ént  col  pais  ^na  gran  faminna ,  e  lù 
r  a  comensà  trovòsi  én  b<4Ògn. 

15.  E  rè  andà  con  un  d'  eòi  puisàn 
eira  *l  rà  mandalo  anl'i  so  camp  a 
larghe  i  porc. 

16.  E  lu'i  desiderava  d'enipisi  con 
le  scòr«e  che  mangiavo  i  crini  ma  a 
j''óni  ncn  ijn  ch^aj  na  déissa. 

17.  Ma  pensa nd  ai  fnt  so  a  l'à  dil: 
Quanta  geni  paga  d.i  me  pari  i  àn  dal 
pan  a  rolta  d'  còl,  e  mi  bel  e  chi  i 
crepo  d*  fani! 

18.  I  m'au<irò,  e  i  andarò  da  me 
pari,  e  i  j  dirò:  O  pari ,  mi  i  ò  fai  mai 
avanti  a  Dio.  e  d/iàn^  a  \oi; 

19.  E  i  mèrit  pTi  ncn  d'esci  cianià 
\os  fiGI;  ii'Uìì  \os  ^'-rvilór. 

20.  I>onc  al  fio!  s'è  aiMsàse.  e  Tè 
vnfi  da  f^o  pari:  e  'ntanl  ch';i  fera 
ancor  lontàn.  «ò  p;iri  ni  là  v  dillo. 
e  j'à  fàje  penna:  a  l'è  cor'»,  a  s'è 
campàsc  al  còl  e  l'à  batàlo, 

21.  E  '1  lìòl  j' a  fitje:  0  pa|ià,  mi 
i  ò  f<if  mal  e  c«/hiru  rios  Signor.»: 
'n  f.icri.i  d'  %oì:  e  i  ri:<^ril  pìj  nf'ii 
f|»(.«*i  riama  vo*  fiòl. 


22.  Ma  'i  pari  Vi\  dilt  ai  so  servi- 
lór:  Porle  Aubii  al  veslì  pu  bel»  e 
bijlclu  an  ndfdac;ip  a  |»è,  con  Tiinèl, 
con  d*"  scarpe  nòvi  : 

23.  Anlànd  masso  'I  pii  bel  vilèl, 
eh'  a  iMÌsso  oiangèlo.  e  stèssni  «Iwgar; 

24.  Parche  sto  flòl  a  Pera  mori,  e 
adèss  rè  vivo;  a  l'era  pcrdu,  o  «s'è 
trovasse;  e  i  s'  son  bulàsse  liilli  a  fé 
gran  festa. 

25.  Anlànd  al  priin  mai  a  l'era  an 
camp.'igna,  e  vnènd  a  cà,  esM*nd  già 
vsìn,  ai  sèni  la  mùsica  a  'I  bai; 

2G.  E  ancanià  al  clama  a  un  do- 
niè«lic  lo  rh'a  j  era  d'  nof? 

27.  E  Ili  a  j  à  dije:  Al  so  fratrl  a 
rèvìiijacn,  e  so  pariai'à  falt  maiaè 
'I  pù  bid  vitèl,  parche  ch'a  Te  rhà  a 
rà  ardì. 

21).  Sia  COSI  rà  fàje  vnì  'I  fui.  e 
Tera  lì  par  andènni;  ma  so  parivend 
ad'  fora  al  Pà  pregàio  d' avni  dreni. 

29.  Ma  liii  rà  dilt  al  pari:  Mi  rome 
mi,  dop  tanti  ani  rh'i  t'  ubidivo,  I  o 
mai  avfi  un  cravòll  p.ir  stèmne  al^- 
gar  con  i  amìit; 

oO,  Ma  adès  che  is  mat,  eh' a  Vk 
sv^rà  liitt  al  f^ti  so  ron  tV  le  porche, 
rè  vuu  ,  \m  fèi  massi? al  pu  tiri  vilèl. 

.'!  E  lui  rà  dilt:  f.ar  al  me  mal, 
li  l*è  sèmpar  con  mi,  e  lùU  lo  rh^a 
rè  me,  a  l'è  tii; 

52.  Adès  poi  a  s*  do^i'i  fé  festa,  e 
•tè  alè^'ar,  pitrchè  sto  lo  fr»tè|  a  l>r» 
mort,  #•  a'Iè^  l'è  vi\:  a  1'  era  perdù 
e  '►"è  trov a "Sc. 

U.  CtSLO  y Altari. K^h  Riblfoferario. 


528 


PARTE  TER7.4 


Dialetto  ni  S.  BER?«Afino  pkrsso  Ivrr.%  (Canavesc). 


ifl.Wòm  a  rà  biu  dui  (iòi; 

12.  E  'I  pi  gióven  a  l'à  dil  al  so 
pareì  Pare,dèime  la  porsión,  ch'a  in' 
vèin.  E  a  j'à  d€t  la  sua  pari. 

1S-.  E  da  lì  a  pòec  dì,  u  s'è  fèt  '1 
8Ò  fagòl,  e  a  Tè  andà  ant  un  pais 
lontàn,  e  là  a  l'à  mangia  tut  'I  fat  so, 
fasènd  '1  balórd. 

14.  E  dop  ch'a  l'à  mangia  lui,  a 
J'è  gnu  'n  cui  paìs  na  grossa  cara- 
stìa,  e  cbièl  a  l'à  cmensà  patir  fani. 
'IH.  E  a  rè  andà  a  giùslàse  da  ser- 
vllòr  con  un  padrón  d'  col  paìs.  E  a 
l'à  manda  a  largar  I  porebèt  a  na 
sua  casinna. 

16.  E  a  desiderava  d'ampise  la 
pansa  dia  gian^,  ch'a  mingiàven  gì' 
anima] ;  e  nlùn  a  j  na  dasé. 

17.  Antlora  a  l'è  turnà  'n  chièi,  e 
rà  dit:  Quènl  servltùr  'n  la  cà  d'I 
me  pare  a  mèngien  pan  sin  ch'a  vò- 
len,  e  mi  si  i  moèro  d^  fami 

18.  A  l'è  mei  eh'  m'ausa,  e  ch'i 
vàja  a  trovàro,  e  ch*j  dia:  Pare,  i'  ò 
fèt  mal;  j'  ò  offendu  'I  Signor,  e  vui; 

19.  1  son  propc  pi  nén  dégn  d'sir 
ciamà  yos  fio!;  Inime  me  pi  mi  fiiss 
'n  vos  servilór. 

30.  E  ausàusc  a  s'è  'ncaminà  vers 
cà;  a  l'era  'ncura  lonlàn,  'I  so  pare 
a  l'à  vist,  e  a  l'à  abiii  coinpassión; 
e  'udàndj  all'ancontra,  a  s'è  campa 
al  col  d'I  fidi,  e  a  rà  basa. 

2i.  E  'I  flólajàdil:  Pare,  i  ò  fèt 
'n  gros  paca  al  Signor,  e  a  vui  ;  i  son 
pi  ncn  dégn  d'  sir  ciamà  vos  lidi. 

82.  X  pare  a  l'à  dit  ai  so  servi- 


lór: Siibit,  portème  si  la  sua  vesta, 
e  biìtctla  adòs,  e  dèje  l'anèl  a  la  siia 
man,  e  bùtèje  ja  scarpe  an  t'I  pè. 

25.  E  andè  a  piar  an  vèl  gras,  e 
masséto,  e  mangiumlo  e  stuoM  alle' 
gher; 

24.  Perché  cost  me  fiol  a  Tcra  DorU 
e  a  rè  arsQscilà;  i  l'ave  pera,  e  i  Vò 
trova;  e  a  l'àn  prlnsipià  a  starai- 
légher. 

25.  E  'I  so  aòl  pi  vèj  a  l'era  ao 
campagna  :  e  gnènd  a  cà,qiiand  eW* 
l'era  da  vsin,  a  l'à  sentì  na  sinfoab; 

26.  E  a  l'à  ciamà  tìn  di  servilór, 
e  a  J'à  ciamà  che  ch'a  J'era? 

27.  E  chièI  a  j'à  dil:  A  j'è  gaii  'I 
(ò  frèl,  e  'I  lo  pare  a  l'à  massa  'n 
VÓI  gras,  perché  ch'a  Tà  toma  avéir 
san  e  salv. 

28.  A  j' è  sautà  '1  fui  e  a  vulè gnaoca 
'ntrar  'n  cà;  'I  so  pare  a  l'esorti,  e 
a  l'à  prigà  eh'  antrélss. 

29.  l^Ia  chièI  a  j' à  risponda  al  so 
pare:  Oh  !  a  son  tent'  agn  ch'i  v'  ht- 
visso,  e  v'ù  mai  dsijbdì ,  e  i  ni'èi  mai 
dct  'n  cravól,  eh'  i  féiss  n'  allegria 
con  i  me  anìis; 

50.  Ma  péinu  riva  còsi  vm  fiol,  ch'a 
rà  mangia  'I  fat  so  con  le  puttane, 
i  j'èi  massa  'n  vèl  gras  per  cbièl. 

Si.  E'I  pare  a  j'à  dit:  Mecarfiòl, 
ti  t'è  sèmper  con  mi,  e  lo  cb'a  l'è 
me,  a  rè  tò. 

52.  Adès  a  portava  far  'n  iMnchèt, 
e  star  allégher,  penale  cosi  tò  frèl 
a  Pera  mort,  e  a  l'è  arsuscità;  a  l'era 
pers,  e  a  s'è  Iruvà. 

C^MPJ^RO  Giovanni  PaEVu^m. 


DIALETTI   PEDESIOMTA?(l. 


»29 


DiALfcTTo  DI  Pavone  (Canavese). 


11.  Un  ÒHI  a  l'uvee  dui  fi; 

12.  'L  pi  gióvcQ  a  Vh  flit  al  so 
pare:  Pare,  dòimc  la  pari  cli'a  m' 
vegli;  e  'I  pare  a  j'à  sparli  luit  dui. 

is.  Qualch'  temp  aprcs  'I  pi  giò* 
ven  a  s'è  'nsacà  i  so  dner,  e  a  Tè 
'iidà  da  lóns,  e  a  Tà  consuma  tùt  'n 
desbàucle. 

14.  Dop  cb'  a  rà  liquida  tiil  f 
fai  so,  a  J'  è  vgnu  na  gran  faminna 
'o  qui  paìs,  e  chèi  a  s'è  trova  'nt* 
la  miseria. 

IK.  A  l'è  'n(là  giùstàsse  da  ser- 
vilòr  con  'n  particolàr  d'  col  pais 
eira  lo  mandava  largar  ì  porchil. 

16.  A  trovava  sauri  la  giani  ch'a 
iiiingiàven  i  animai  ;  ma  gnun  a  j  na 
dasèe. 

17.  'MIoro  a  Vk  duèrl  I  òj^  e  a 
l'à  dil:  'Nt  la  cà  del  me  pare  leni 
servitór  a  mèngcn  a  qua!  ganasse,  e 
mi  sì  i  muèro  d'  fami 

i8.  1  voj  'ndàr  trovar  'I  me  pare, 
e  j  dirù:  Ah!  car  pare,  i  j'ò  manca 
centra  '1  elei,  e  contra  voi; 

19. 1  son  pi gnin  dógn  eh'  i  m*  ciame 
vos  fi;  Igniroe  come  un  di  vos  scr- 
vllór. 

SO.  A  rè  parli,  e  a  l'è  'ndà  trovar 
'I  so  pare;  'I  pare  ch'a  Ta  visi  vgnir 
da  lonlàn,  a  n'à  ablù  compassiòn,  a 
j'è  curu  'ncontra  a  s'j  è  campa  sòl 
còl,  e  al  rà  basa. 

ti.  E  'I  fl  a  rà  dil:  Ah!  car  pare, 
i  j'ò  manca  conlra  'I  ciél  e  conlra 
voi;  i  son  pi  gnin  dcgn  ch'ini' ciamc 
vos  flòl. 

22.  'Ntlora  M  paro  a  Tà  dil  ai  so 
servitór:  Siibit  porlòme  la  pi  bella 


vesta,  e  vestimlo;  biitcje  iin  anèi  al 
dì,  butpje  le  scarpe  al  pc; 

25.  'Kdè  piar  'I  vèl  gras  ch*a  J>è 
'ni  la  stalla;  ttcanèlo,  mangióma, 
tralómse. 

24.  'L  me  car  fi  a  l'era  mori,  e  a 
l'è  arsuscilà;  a  l'era  pers,  e  a  l'èstèl 
trova;  e  a  s'è  fòt  un  gran  banchèt. 

25.  'N  cost  mentre  'I  fi  pi  ve]  ch'a 
l'era  'n  campagna,  a  l'è  riva  a  cà,  e 
quand  a  l'c  stèl  avsìn,  a  l'à  senti  'I 
sòn  dje  stromént  e  'I  bai. 

26.  A  rà  clama  un  di  servllòr,  e 
a  j'à  dit:  che  ch'a  l'è  luì  s'-fracàs? 

27.  'L  servllòr  a  j'à  dil  :  A  ]'è  vgnù 
a  cà  '1  vos  frcl;  'I  pare  a  l'à  fòt  mas- 
sàr  'I  vèl  gras  d'  goj  d'avello  visi 
ancora  san  e  vif. 

28.  'L  frèl  senti  ste  parole  a  l'è 
'ndà  'n  còlerà,  e  a  l'à  gnanca^viu 
ninlràr  'n  cà;  't  pare  a.  l'è  sorti  chièi 
islès  a  pregàio  ch'a  nintrélss. 

29.  Bla  'I  fidi  a  j'à  dit:  A  l'è  tent' 
agn  eh'  i  v'  servlsso,  e  i  pulì  gnin  dir 
ch'I  v'abbia  mai  manca  d'obldiensa; 
ma  a  mi  1  m'él  mai  dèi  'n  cravói  per 
far  na  marenda  con  i  me  camarada. 

so.  Ma  'I  frèl  cost  fati ,  ch*a  l'à  con- 
suma tùt  'I  fèt  so  con  d'  fomne  d' 
mala  vita,  subii  ch'a  Tè  riva  a  cà, 
voi  j'èi  fèt  niassàr  '1  vèl  gras. 

51 .  0  me  car  fi,  a  j*  à  dit  'I  pare  ; 
ti  t'c  sèmper  con  mi,  tut  lo  ch'a  l'è 
roè  a  l'è  tò. 

52.  Ma  vulu  gnin  ch'I  sce  alcgher 
e  ch'i  fce  festa,  se  'I  lo  frèl,  ch'a 
l'era  mori,  a  l'è  arsuscilà;  il  ignee 
per  pers,  e  i  l'ò  trova? 

P.*  DuiLico  Fhascesco. 


K30 


PAHTE  TBKXA 


Dialetto  di  Vistrobio  (Caiiavesc). 


11.  'N  òm  a  l'à  avù  duj  fiòi  ; 

.  12.  E  i  pi  zóv(!n  di  sii  dùj  a  Tà 
dil  al  pare:  Pare ,  dòme  sì  la  pari 
eh'  a  m' tocca  a  mi.  E  chièi  a  j' à  di- 
vis  '1  patrimoni. 

12.  E  a  rè  niii  andà  long  lemp, 
che  sto  flol  pi  zóveii  a  s'  n'è  parli 
per  pais  loiilàn  lontàn;  e  li  a  Tà  dèi 
camin ,  e  macìa  tut  el  fall  sò^,  mnànd 
na  vita  disonesla. 

f  4.  E  dop  avcir  consuma  tiit  lo  ch'a 
Tavia,  a  j*è  'nc:ipitù  nu  fam  da  can 
pr  cui  pais,  e  chièl-si  a  Tà  'n  pò 
prinsipià  a  trovasse  ani  la  necessità. 

lìS.  E  a  s*  n'è  'u  pò  parlisne,  e  a 
s'è  arrambà  a 'n  parlicolàr  de  cui 
pais;  e  si*  si  a  l'à  manda  'ni  na  soa 
(era  a  largar  i  porchètl. 

16.  Slòje  com'a  Tcra  a  dsiderava 
d^  'mpisse  la  pausa  di  agiànÒ  eh*  a 
rusiàven  i  porche it  ;  e  utón  a  j  na 
daséja. 

17.  Anlrà  pòi  nn  sé  a  Tà  dil: 
Quenl  serviiùr  au  cà  d'  me  pare  a 
l'àn  d*  pan  an  abondansa,  e  mi  i 
crpo  si  d'  fam  ! 

la.  I  m'  darù  ardriss,  i  andrò  dal 
me  pare,  e  j  dirò:  Pare ,  i  ù  manca 
'ncontra  Nosgnór,  e  'ncontra  vui. 

fO.  I  SOR  guano  pi  dègù  d'esser 
ciamà  vos  fiol  ;  pièmc  com'  un  di  vosi 
servitòr. 

SO.  E  scndse  aussà  a  l'è  torna  dal 
8Ò  pare.  Antermcnt  ch'a  l'era  ancor 
lontàn,  '1  so  pare  al  l'à  visi,  e  a  Tè 
slèl  pia  da  la  compassión,  e  corèiìdjc 
anconlra  a  s'j  è  larga  al  còl,  e  al  l'à 
basalo. 

21.  E  '1  lì  a  j' à  dije:  Pare,  i  ù 
manca  'nconira  '1  cól  e  'ncontra  vui  ; 
ì  sou  pi  guiu  dégn  d' èsser  ciamà 
vosi  Uòl. 


22.  'L  pare  pòi  a  l'à  dil  ai  so  ser- 
vitòr: Vito;  porte  ansa  la  prima  ve- 
slimcnla,  vuslilo,  e  rangièto,  e  dèje 
Panel  an  man,  e  caussèlo  com'a  s' 
(lev  ani'  i  pè; 

23.  E  pie  'n  vèl  grass ,  e  sagnèlo , 
ch'il  meugén,  e  ch'i  sten  allcgher; 

24.  Perchè  che  si'  me  fi  a  l'era 
mori,  e  a  l'è  torna  arviver;  a  l'era 
spers,  e  a  s'è  truvà.  E  a  l'àn  cmensà 
ii,  laffiàr  an  règola. 

2o.  A  l'era  pòi  l'àut  so  fidi  pi  vèj 
'n  campagna,  e  afgnènd,  e  aavsinànse 
a  la  cà,  a  l'à  senti  assonar  e  cantar. 

26.  E  a  l'à  ciamà  iin  di  serviiùr, 
e  al  l' a  'nieruà  che  ch'a  fero  sle  cose? 

27.  E  chièlsiaj'àdil:  'L  vostfra- 
dèi  a  rè  vgnù,  e  '1  vosi  pare  a  l'à 
massa  'u  vèl  gras,  al  perchè  ch'a  l' à 
arvii  san  e  salf. 

20.  E  a.  j'èsaulà  la  bili,  a  vorè 
pi  nìn  'nlrar;  e  '1  so  pare  sorti,  a 
^'è  bu lasse  a  pregalo. 

29.  E  chièl  respondènd  al  séparé^ 
a  j'à  dil:  Eiché  li!  mi  da  tant  lemp 
ch'i  v'  servisso,  e  v'ò  mai  dsùbidi 
na  mésa,  e  i  m'èi  mai  dèi  slamént 
'n  cravòt,  chi  m'  féiss  na  ribolla  con 
i  me  amis; 

so.  .Ma  dop  eh'  sr  flol-si  ch'i  Tà 
sgherà  lui  '1  fai  so  con  le  piìllaiie, 
a  s'  n'è  lornà,  vui  j*èi  9ubit  missà 
'n  vèl  gras. 

51.  E  chièl  a  j'à  dit:  Ucicà  fi,  li 
l'è  sèmpre  con  mi,  e  lui  lo  ch'a  l'è 
me,  a  l'è  lo. 

52.  A  l'era  pòi  necessari  de  far  'n 
con  vìi,  e  n' allegrìa,  perché  che  sló 
frudèl-si  a  l'era  mori,  e  a  l'è  nrvivu: 
a  l'era  perdu.  e  a  Tè  slèt  truvà. 


ItlALbTTl   lEDENOt^TANI. 


»3i 


Dialetto  di  Caluso  (Canavcse). 


II.  Un  omo  a  Pavia  dui  niatèl; 

flS.EI  pi  giovo  a  yh  dit  a  so  pa: 
Pa,  dème  la  lùia  pari  eli' a  m' Locca; 
e  il  pa  a  j*à  dèi  a  tùit  dui  '1  fai  so. 

13.  Da  lì  an  por^  slrcnsu  *ì  fai  so, 
'1  matctt  pi  giovo  a  Tè  andèl  ant  un 
pais  lontàn,  a  Tà  mangia  tiìll  que' 
che  so  pare  a  j*à  del  fasènlel  pulanc. 

14.  E  aprcs  avéi  mangia  lut,  ani 
col  paisà  j^è  niù  na  carestìa;  e  chipl 
l'à  comensà  a  slanlà. 

i\i.  A  s'  n'è. andèl  via,  e  a  l'è  an- 
dèl a  sta  servilór  a  cà  d'un  parli- 
colàr  de  col  paì^  ch'a  Tà  bùia  a  na 
soa  cassioa  a  larga  i  porchit. 

16.  Pergavèsse  la  fam,  a  Tcra  ob- 
bliga a  mangia  (a  giand,  eh' a  man- 
giavo ì  porchit,  porche  niùn  ai  da- 
sìa  nicntus. 

17.  Avèud  pensa  al  fàit  so:  Quanti 
«ervitór  a  màngiu  a  cà  de  niè  pa  '1 
pan  a  uffa  ,  e  mi  i  son  coslnU  a  mori 
ci*  fam! 

18. 1  voi  pi  non  sfa  si,  i  voi  andà 
da  me  pa,  e  j'  dirù:  Pa,  i  Vb  pecca 
centra  Ifosgnór,  e  contra  vui; 

if.  I  son  pi  nèn  degn  d'esse  ciamà 
vos  051,  pième  mi  ch'i  fùss  un  vos 
servilór. 

SO.  An  ben  pensànt  a  l'è  andèl  da 
so  pa;  a  l'era  ancù  lonlàn  eh'  so  pa 
al  rà  visi,  e  pia  da  la  compassìón, 
a  8*è  bùtà  core  latin,  j'c  sautà  al 
còl,  e  rà  t>asà. 

ti.  Alloracl  liolajàdil:  Pa,  i  l'ò 
pecca  conira  ^o-^gnór,  e  conira  vui; 
i  900  pi  ncn  degn  d'esse  ciamà  vos 
lidi. 

22.  El  bon  vcj  a  j'à  dit  a  iin  di  so 


servilór:  Presi,  porle  la  vesta  pi  bella 
ch'I'abbio,  bulèla  adòss;  dàje  l'anni 
ch*a  s' lo  biìto  ani  i  di,  e  de  scarpe 
pr  eh' a  s'  càussa. 

25.  Presi .  pie  un  vèl  grass,  mas* 
sèlo.  mungìómio  e  stóma  allégher. 

24.  Porche  el  me  maièi  a  l'era 
mori,  e  a  l'c  risuscita;  i  l'avia  pera, 
e  adòss  i  l'ò  trova:  e  l'àn  comensà 
a  stè  allégher. 

26.  El  fio!  pi  vèj  eh' a  Pera  andèt 
an  campagna ,  vnènt,  e  vsinàndse  • 
cà,  a  rà  sentì  canlà  e  sona. 

26.  A  j'à  ciamà  a  un  di  scrvKór 
che  eh* a  l'era  ch'a  fasìo? 

87.  El  servilór  a  j'à  dil:  A  J'è  niù 
(ò  fradèl,  e  tò  pa  a  l'à  sùbùl  massa 
un  vèl  gras,  porche  ch'a  l'è  niù  a  c& 
san  e  salv. 

28.  St-si  a  l'è  sautà  an  còlra,  a  vrìa 
nén  andà  a  cà;  ci  pare  a  l'è  sorlì 
fora,  e  al  rà  ciamà. 

29.  Ma  chièl  a  j'à  rispósi,  e  dil  a 
so  pa:  A  rè  da  la  ni  lèmp  ch'i  tra- 
vàjo  per  vui,  eh'  i  jò  sempre  fèt  qué 
ch'i  vrìje,e  puri  m'èi  mai  dèi  nianca 
n'agnèl,  ch'I  mangiéissa  con  i  me 
amis; 

30.  Uà  sùbùl  ch'a  j  è  niù  cóit  Tosi 
fidi, ch'a Pà  mangia  tùia  tròje,aj'èl 
su  bùi  per  chièl  massa  un  vèl  gras, 

SI.  £]  pare  allora  a  J'à  dil:  Sèit, 
li  l'è  sempre  stèt  con  mi,  e  tùtqué 
ch'i  Pò  a  Pè  lo. 

32.  Antava  ben  mangia  e  sia  al- 
légher, porche  tò  fradèj  a  Pera  mort, 
e  a  Pè  risùscilà;  i  Pavia  pera,  e  f 
l'ò  trova. 


H32 


PARTE  TERZ\ 


Dialetto  di  Strambino  (Canavesi*). 


11.  Un  òmen  a  l'avià  dui  cè(; 

12.  'L  pi  gfóven  d*  sii  matìt  a  l'à 
dit  al  pare:  Pare,  dòme  la  pari  del 
palrirooiie  eli* a  n*  vegn;  e  *ì  pare  a 
j'à  sparti  'I  patriroone. 

15.  Pòec  dì  après,  inlènd  lut  sui- 
sèii),  'I  cèt  pi  gióven  a  l'è  andà  ant 
un  pais  lonlàn,  e  a  rà  consuma  la 
MNi  pari,  vivènd  da  plandrón. 

14.  Quand'  a  l'à  abiu  consuoià  lui, 
a  J  è  arlvà  ant  cui  pais  na  gran  ca- 
ristia  ;  e  'I  cèl  a  Tà  comensà  a  sentir 
'I  bsògn. 

I 

Itt.  E  a  rè  andà  a  giustasse  al  ser- 
visse d'  'n  sgnur  de  cui  paìs,  eh' a 
l'à  manda  a  na  soa  cà  d'  campagna 
per'ch'a  larghèissa  i  porcini. 

16.  E  là  dsidcravn  d'  amplssc  la 
pausa  d'  la  giand  ,  che  i  porchìt  a 
manglàven;  e  gnun  a  j  dasìà  gnente. 

17.  Ila  ^1  cèt  tornànd  nn  se  stcss  a 
rà  dit:  Oh!  quenl  servilùr  ani  la 
cà  d'  me  pare  a  Pan  d'  pan  d'avàns 
e  mi  si  i  moro  d'  fami 

18.  1  me  levrù  da  si,  e  i  andru 
dal  me  pare,  e  J  diru:  Pare,  mi  i  ù 
paca  devènt  del  Ciél,  edevèntda  vui: 

IO.  I  son  pi  nin  degn  d'esser  eia  ma 
▼OS cài:  fème  cum'un  di  vos  servitùr. 

50.  Disènd  parer,  a  s'è  Iva,  e  a  Tè 
andà  da  8Ò  pare;  trovàndse  pò  sel-sì 
ancor  lontàn,  'i  pare  a  l'à  visi,  e  pia 
da  la  coropasslón  a  l'è  córu,  a  j'è 
cheit  sul  cól,  e  a  rà  basa. 

51.  Si  'I  cèt  a  rà  dll:'Pare.  mi 
i  ù  paca  devènt  del  Ciri,  e  devènl 
da  vul;  mi  son  pi  nin  degn  d'esser 
clama  vos  cèl. 

22.  'L  pare  anllura  a  l'à  dit  ai  so 


servilùr:  porle  subii  la  soa  pi  bfla 
vesta,  vestilo,  e  bulèje  l'ancl  ant  el 
di  e  le  sciirpe  ant  i  pè. 

SS.  Ciapè  UD'  vèl  gras,  e  masséto,  e 
gnel  i  mangeriima^e  istarón  alégher  ; 

24.  Perché  si'  me  cèt  a  l'era  mori, 
e  a  rè  ^rsussità;  a  l*era  perdu,  e  adé« 
a  s'è  trova;  e  a  l'àn  comlnsà  a  ban- 
chelàr. 

,  2».  Ma  \  cèl  pi  véj  eh' a  l'era  a  la 
campagna,  tornànd,  e  vsìnàodse  a 
la  cà,  a  rà  senti  a  sunàr  e  a  cantar. 

se.  E  a  rà  clama  un  di  servitòr, 
e  a  j'à  clama  lo  ch'a  Pera? 

27.  E  'I  servitòr  a  j'à  dit:  A  J'è 
vgnù  '1  tò  £rèl,  e  'I  pare  a  l'à  massa 
un  vèl  gras  per  avéjer  'rquislà  'I  tè 
frèl. 

28.  Senlènd  l'afàr,  a  J'é  vgnG  M 
fut ,  e  a  vojà  pi  nin  an|ràr  an  cà.  Ma 
'1  pare  send  sorli  a  l'à  comlnti  a 
pregàio. 

29.  'L  còl  pò  rispondènd  a  l'à  dit 
al  pare:  A  son  leni  agn  che  mi  i  v' 
servo,  e  i  ù  mai  dispressà  'I  vos  co- 
mànd;  e  Vul  mai,  e  pò  mai  I'  m'avi 
dèi  un  cravòt  da  mangialo  con  i  me 
amis. 

so.  Ma  après  che  si'  vos  cèt,  cb'a 
rà  consuma  '1  fai  sé  con  le  pùtane,  a 
rè  torna,  vul  j'a\i  massa  'n  vélfns. 

81.  Ma  'I  pare  a  j'à  risposi:  0  né 
car  cèt,  Il  l'è  sèmper  con  mi,  e  lui 
'I  me  il  rè  lo. 

52.  A  convcguà  ben  banchetàr,  e 
far  festa  ,  perchè  si'  tò  frèl  a  l'era 
mori,  e  a  rè  'rsùssilà;  a  l'era  per- 
da, e  a  s'è  trova. 

D.  Matteo  Bom?io. 


DIALETTI  PEDBMOIITA?!!. 


»55 


Dialetto  di  S.  Giorgio  (Canavese). 


li.  Un  òin  a  l'aviè  dui  cèt; 

12.  E  'I  scond  a  Tà  dit  a  so  pari: 
Pà,  dòme  M  fai  noè.  E  M  pari  a  J'à 
fél  la  part  d'  so  ch'a  j  toeava  a  ^iei. 

13.  E  da  lì  an  poc  les-li  a  Tà  ra- 
baslà  Hìl  so  ch'a  j'à  dèi ,  e  a  s'  n'  è 
'ndcl  lontàn  lonlàn ,  e  a  Tà  sgbèrà 
(ut  i  fai  8Ò,  vivènd  da  slriplà. 

ft4.  E  aprcs  ch*a  l'à  fèl  arlàn  de 
tut  so  eh* a  l'aviè,  'ni  el  pais  ch'a 
l'era  a  j*è  'ngnu  na  grossa  careftlìa, 
e  cel  a  rà  comensà  a  pallr  la  fam. 

-ts,  E  a  rè  ''ndèl  a  piatasi  a  na 
persona  d'  col  pais.  E  cel-là  al  l' à 
manda  a  soa  cassinna  a  largar  I  por- 
chèil. 

16.  E  a  l'aviè  vòja  d' Impissi  la 
pansa  con  i  giandùs  ch'a  manglavea 
i  porchèit,  e  gnón  a  j  na  dasiè. 

17.  Tornànd  pò  an  cel,  a  l'à  dil: 
Quanti  servitór  a  cà  d'  me  pari  a  l'àn 
del  pan  fin  ch'a  vólen,  e  mi  si  i  mòro 
d'  fam  I 

.  18.  ▲  r  è  mèi  eh'  i  m'àussa,  e  eh'  i 
ve  da  me  pari,  e  ch'i  j  disa:  Pa,  i 
rò  fèt  frane  mal  ;  i  l' ò  offéis  fiosgnór 
e  vul; 

19.  Par  aur  i  mèrito  pi  nin  d'esser 
ciamà  vos  fidi;  tralèmi  mac  com'un 
di  vos  servitór. 

20.  E  aussàndsi  a  s'è  iocaminà 
vers  la  cà  d*  so  pari.  E  'ntramént 
eh'  a  r  era  'ncór  lonlàn,  so  pari  al  l'à 
visi,  la  compassión  al  l'à  pia,  e  cor- 
rènd  a  j' è  sautà  al  còl  ^  e  al  l'à  basa. 

21. 'L  fidi  a  j'à  dil:  Pà,  i  l'ò  fèl 
frane  mal;  ì  l'ò  offéis  Nosguòr  e  vui; 
aùr  I  m' mèrito  pi  che  vui  im*  clami 
vos  fiol. 

22.  Ma  so  pari  a  l'à  dil  ai  servitór: 


Presi,  dèi  for  'I  vesti  ch'a  l'aviè  pri- 
ma, e  bulèiio  adòs;  butèje  Panel  'ni 
él  dì,  e  li  scarpi  'ni  i  pè. 

23.  Tire  for  'I  vèl  pi  gras  ch'a 
J'é,  e  massàio;  ch'il  nangién,  e  eh' 
istén  alégher. 

24.  Porche  cosi  ne  còl  a  l'era  oMiri; 
e  a  l'è  arsuseilà;  i  l'avlèo  perit  e 
i  l'àn  trova.  E  u  s'  san  hètU  a  ri- 
bolàr. 

2».  'N  cost  mentr  '1  floi  pi  vài  eh'a 
l'era  'n  campagna ,  tornànd  a  eà  a 
l'à  sentì  ch'a  sonàven  e  eh't  cair- 
tàven. 

26.  E  a  l'à  ciamà  un  di  servitór, 
e  a  J'à  dit:  Che  ch'a  voi  dir  to^? 

27.  E  cort-si  n  J'à  dit:  Voo  frsM 
a  rè  'ngniì,  e  vos  pari  a  11  fai  béì* 
sàr  '1  pi  bèi  vèl,  porche  ch'a  l'è  toma 
san  e  salv. 

28.  Senti  sii  novi,  a  l'i  sautà  n 
fot^  e  a  vojè  pi  oito  intr&r.  'L  pari 
'ndrònc  a  rè  sorti»  e  a  l'à  eomonsà 
a  pregàio. 

29.  Ma  cel  a  l'à  rispósi  a  so  pi- 
ri  :  Vardè,  a  l' è  Unti  an  eh'  i  v'  lorvo 
a  ponlìn,  «  1  l'ò  fèt  aeaipr  so  thfi 
m'ci  dit;  e  vui  i  m'èi  mai  dèlfBUie 
un  cravót  da  ttamni  alégher  OM  1 
me  amis; 

so.  Ma  après  ch'a  J'è  riva  eost  tò 
flòl,ch'arà  sgbèrà  tùlcon  li  sipndri* 
j'  èi  fèl  massàr  'I  vèl  pi  gras. 

81.  Uà  'I  pari  a  j'à  rispósi:  Floi, 
ti  i  l'è  sèmper  con  mi,  e  lui  so  ch'a 
rè  me,  a  l'è  tò; 

82.  Ma  a  ventava  ben  star  alégher 
e  spassaste,  porche  coat  tó  f radól  a 
l'era  mori,  e  a  l'è  tomà-arvivof;.  a 
l'era  pèrs,  e  a  s'è  trova. 

N.  N. 

37 


S5ft 


PARTE  TEHZA 


DiALtTTO  DI  Castella MOKTE  (Canavese). 


11.  'N  òn  rava  4ui  Adi; 

11.  El  pi  gi6ah  di  dCii  l'à  dil  al 
pare  :  Pare»  d^ml  niè  toc;  e  cbèl  Vk 
lei  U  pari  a  iCiU  dal. 

il.  Da  li  an  poc  M  floi  pi  gióan 
ralMssà  tali  el  fèt  sov  t'  n^è  tira  via 
iMilàn  lenliB,  e  là  a  l'à  sghèrà  tutt 
da  ffigliàrd  con  le  fanne. 

14.  E  aghèrà  eh' a  l'à  avu  tutt,  a 
cui  pai»  {'è  riva  adòss  'na  gran  fatai, 
«  ebil  a  ràeomnentà  a  patir. 

Itt^Ei  s'è  dètardrin  e  a  s'è  glii- 
atà  cen  'n  bon  d' cui  paia,  eh' a  rà 
4iiandà  a  la  cassina  a  largar  i  por- 
(bIimL 

i^  EabramaTad'ampIsae  la  pausa 
caa  Pagiànd  ch'a  mangia van  i  por- 
eliéily  e  gnuo  cà'a  na  dèissa. 

17.  Gnitt  toma  en  cbèl  a  dislava: 
Quanti  servitòr  a  cà  d'  me  pare  ch'a 
l'&a  d'  paa  da  mangiar  pi  cb'a  na 
HUUy  e  mi  ti-chi  cbàjo  d'  fami 

18.  Bèin  cb'l  m'  farà  curagi,  I  an- 
drà dal  me'  pare,  e  J  dirà:  Pare,  i  u 
Iftl  mal  anvèn  del  Cél,  e  anvèrs  d' vui  ; 

it.  80B  pi  Alo  dégn  d'èaeer  clama 
He  idly  tgniml  ma  fiit  un  d'  ves 
iwvlt&r. 

10.  E  tu,  a  dèje  anvàrssò  pare;  e 
a  Tera  ancor  loplàn ,  che  '1  so  pare 
l'à  già  visi  gnir,  e  pia  da  la  com- 
passlòn ,  véslo,  marciai  'ncontra  (In- 
cb'a  l'è  cbeii  adÒM,  e  l'à  .basaste. 

li.  El  idi  J'à  dit:  Pare,  i  ti  fèt  mal 
anvèin  del  Cél,  e  anvèrs  d'  vui;  son 
pi  nin  dégn  ch'i  m'  ciame  voe  flòl. 

11.  E  'I  pare  l'à  dita!  sòservitùr: 
^VHo^  U  tesUméinta  la  pi  bèta,  e  bùt- 
.tèllo;vlto  Tanèl  aidi^e  le  scarpealpè. 


25.  E  fór  'I  vèl  'I  pi  grass,  e  sa- 
gnèlo:  i  man^ràma,  e  i  daràma  'I 
past; 

M.  Purché  che  cusl  me  Eoi  a  l'eRi 
mori,  e  aùr  a  l'è  arsuseilà;  a  l'era 
sperdii,  e  a  s'è  trova;  e  a  l'àn  con* 
mensa  'I  past. 

Itt.  Ha  1  fldi  pi  vèl,  cb'a  Tera  1 
campagna,  gnènt  a  cà,  e  già  vaio,  ecco 
ch'a  sent  sonar  e  baiar. 

to.  Vito  a  clama  'n  aervitàff,  e  a 
j  dis:  Che  ch'a  voi  dir  s*  tepagf? 

17.  E  M  aervilàr  J'à  dit:  A  fé  gnu 
'1  vos  fradèl.o'lvosparel'àfèrmaa- 
sàr  'I  vèl  pi  grass,  purché  cb'a  l'i 
arbinà  san  e  salf. 

98.  E  per  so-li  l'è  andèt  ma  boUa, 
e  a  vojava  nin  pr  nin  latrar;  l'à 
dovu  '1  pare  cbèl  sortir  fèr,  e  a  a'è 
batta  a  pregàio. 

19.  Ma  'I  851  i'à  rlspòal,  e  t'à  dit 
al  paree  Vardè,  Tè  tant  tèlmpch'i 
V'  fon  'I  servitur,  i  u  sèmper  Ut  tit 
sé  cb'l  m'èl  comanda,  e  I  m^  mai 
dèt  un  mottòn  ch'I  m'el  maigiéina 
con  I  me  amia. 

so.  Ha  aura  ch'a  l' è  gai  M  voi 
fidi  ch'a  rà  mangia  tùt  '1  i6  eoa  le 
puttane,  i  masse  per  ebèl  1  vèl  pi 
grass. 

81.  Ma  'l  pare  a  j'à  dit:  nSI,da- 
gagna  nin;  ti  t'è  stèt  sèmper  oso  mi, 
«  tutt  so  eh'  rè  me,  l'è  t^ 

88.  Vantava  bèin  far  legna,  parche 
cust  tò  f radei  a  l'e^a  mort,e  bèkio 
arsùscità  ;  a  l'era  sperda,  e  aùr  a  s'è 
truvà.^ 

Mèdico  Tommaso  Puuiaa 


DIALETTI  PBDUOXTANI. 


959 


Dialetto  DI  Valperga  (Canavosc). 


II.  un  òm  a  j'a  «vii  dui  fètit; 

11.  'L  pi  gióven  d*  lor  a  J'à  dlt  al 
pare  :  Pare^  dème  la  pari  ch'a  m'  T6n  : 
e  chJèl  a  j  rà  dèta. 

15.  Da  li  'o  pò,  '1  fi  pi  glòven  ar- 
grià  tàt,  a  rè  andèt  ani'  un  pais 
da  Iona,  e  là  a  Vk  dsfpà  'I  fet  aò  a 
far  'I  desbàud. 

14.  Quand  cb'a  l'à  avù  consuma 
lùt,  a  j'è  gnu  na  gran  carestia  'nt 
col  paia,  e«lilèl  a  rà  cmensà  patir. 

IH.  A  ré  partì,  e  a  8'  é  arambà  a 
'n  sgnur  d'  pr  là,  ch'a  rà  manda  a 
la  sua  castina  a  largar  i  pors. 

16.  E  l'avia  vdja  d^empisse  la  pausa 
die  giand  ch'i  animai  a  mtngiàven; 
e  a  J' era  gnòn  ch'a  ]  na  déiss. 

17.  àrvgnn  pò  ent  chièi,  a  rà  dit: 
Tenl  servitór  en  cà  d'  me  pare  a  l'àn 
d^  pan  sin  ch'a  vólen,  e  mi  si  1  mòiro 
4»  fam  I 

l8. 1  wi*  desvirù ,  e  andrà  da  me 
pare,  e  J  dirà:  Pare,  i  mMa  son  pia 
con-  llosgnàr  e  con  vul; 

fi.  I  m*  mèrito  pi  nln  d'esser  clama 
vott  fi!  plème  pr  un  di  vost  servitùr. 

10.  A  t^è  aussà  su,  e  a  s'è  'ncam- 
minà  pr  andar  da  so  pare.  A  l'era 
pò  aneèr  da  lóns,  che  M  pare  a  l'à 
già  Tisi,  e  pia  da  compasslón  a  J'è 
mafcià  'n  centra,  a  J'è  cheit  s'el  còli, 
e  al  l'à  basa. 

11.  E  '1  fi  a  i'à  dit:  Pare,  i  m'  la 
so»  pia  eon  Ifosgnùr  e  con  vul;!  m' 
mèrito  pi  nin  d'esser  clama  vost  fi. 

ti.  E  'I  pare  a  j'à  dit  al  so  servi- 
tur:  Presi,  lire  for  la  pi  bela  vesta, 


e  vestilo;  e  butèje  Panel  ani  M  di,  e 
bùtèje  le  scai'pe  ant'l  pè.  , 

SS.  E  nioè  'n  sa  'n  vèl  grasi,  e  naa- 
sèlo,  e  mingiòma,  e  slùma  allégher; 

14.  Prché  cusl  me  fi:  a  l'eramorl, 
e  a  rè  arsussltà  ;  a  l'era  pera,  e  a  Ve 
stèt  truvà;  e  a  s'  son  baie  i  star  al* 
légher. 

25.  A  j'era  pò  'I  so  fi  pi  t^  'n  euB- 
pagna,  e  mentre  che  chièl-ii  a  gniif 
e  ch'a  l'era  già  apprò  a  cà,  a  J'à 
senti  a  sonar  e  cantar. 

26.  B  a  j'à  clama  un  di  servltàr^ 
e  a  fa  dlt:  Che  ch'a  l'è  ao-ei? 

87:  E  chièl  a  J'à  risponda:  A'fè 
gnìi  vost  fradèl,  6  vost  pare  a  f  à- 
massa  'n  vèl  grass ,  prché  al  l'à  éP- 
tirà  salf. 

18.  Antlora  a  J' è  vgnu  1  fui,  rmia 
nin  andar  déin:  sicché  dune  a  Té 
sorti  so  pare,  e  a  t'é  bAttà  pregato. 

19.  Ma  chièl  a  J'à  rlspondfi,  é  fa 
dlt:  Beiché  'n  pò,  tenie  agn  ch'i  v^ 
servo,  I  v'òn  mal  dsubdi  gnane  tur 
voU,  e  vul  I  m' èl  mal  dèi  'ti  ertLtòi 
pr  ch'i  stéiss  allégher  'nsém  al  me 
amb. 

80.  Ma  siìbli  che  cosi  vosi  fi,  ch*« 
j'à  dsipà  '1  fèr  aò  cnn  le  plandrè, 
a  rè  gnu,  a  j'èl  onssà  'n  vèl  graaa. 

81.  E  '1  parca  j'à  diial  fn.TI  li*é 
sempr  cun  mi  ;  so  ch'a  l'è  me,  a  l'è  io. 

81.  A  ventava  ben  trattar  e  far  fe> 
sta,  prché  cust  tò  fradèl  a  l'era  mori, 
e  a  rè  arsussltà;  a  s'era  perdu,  e  a 
l'è  stèt  truvà. 

Dottor  Btuoao. 


é 


556 


rAATB  niUA 


Dialetto  di  Poht,  Alpitti  i  Frassimtto. 


II.  f^'òm.»  rayia  dui  floi; 

it.  E'I  pi  gióvao  a  l'à  ditalpare: 
Pafe^dèpie  la  nia  pari  ch'a  m' tocca: 
el'pantaj  Padella. 

iS.  E:da  li  an  pochi  di  a  s'è  an- 
taacà  Ifit 'I  floI  pi  giovati,  s'n'c 
andàjQDlaB  an  jl'un  pais  frostcr,  e 
le  a  l'i  grupionà  lui  lo  ch'a  l'avia» 
diadM  al  bel  lèlmp: 
.44||.  E  4opo  avàlr  miìnglà  fui,  a  J  è 
vgoiì.ùi^a  gran  carestia  an  cui  pais, 
e  ciilàl  a  rà  comepsà  a  trovàse  ant 
le  ff  i#0rie. 

1».  E:a  s'n'è  parli,  e  a  Tè  andà 
a  seryir  'n  «gnór  4'  cui  pais.  E  al  l'à 
nviàd^  a  la  soa  cascina  a  largar  i 

P0«i.  .  . 

16.  E  a  Tavria  mangia  volonlér  d' 

Gti)jB.|(laB)de  ch'a  mangiàvan  i  pors; 
e  lijuo  a  J  na  dasia. 

17.  Qa  U  tqroà  an  chiàl,  a  l'i  dii: 
Qqania  feol  'n  cà  d'  mi  pare  a  màn- 
glan  d'pan  sin  ch'a  vòlon,  e  mi  i 
son  ti  ch'i  m^ro  d' fam  ! 

fls.  A  viinta  ch'i  m' disvia,  e  eh'  i 
vija  da  me  pare,  e  cb'J  dlsa:  Pare, 
i  5  ril  mal  centra  Kosgnór,  e  contra 
d'  ¥ui; 

if .  I  sop  pi  nin  dégn  d'esser  ciamà 
vost  051;  trattème  m'ùn  vosi  servitór. 

io.  Edandse  ardrìs  a  rè  torna  da 
aò  pare;  e  essènd  ancora  lontan  da 
cà,  'I  so  pare  a  ri  vist,  e  a  Tè  slèt 
pyi  dia  compassión ,  e  andàndjc  In- 
contra a  rà  abbrassà  pel  còl  e  a  l'a 
basa. 

SI.  E  'i  fidi  a  j'i  dit:  Pare,  i  o  manca 
con  Ira  flosgnór  e  contra  d'  vui;  già  i 
son  pi  nin  dégn  d'esser  ciamà  vosi  fidi. 


89.  'L  pare  poi  a  l'i  dll  ai  so  ser- 
vilòr:  Prest ,  porlèje  'I  prln  vesli  e 
vestilo;  e  buttèje  an  man  l'anèl.  e 
le  scarpe  ai  pè. 

88.  E  andè  piar  iìn  vèl  grasa^  anai- 
zè|o,  e  mangióma  e  stòma  allèfir: 

84.  Perché  cost  me  1151  a  l'era  aoH, 
e  a  rè  arsuscità;  a  l'era  par  perdae, 
e  a  s'è  trova;  e  a  l'in  comeimi  a 
star  allegar. 

9».  'L  aò  floI  pi  vèj  eh*!  l'era  an 
campagna,,  vgnènd  e  avaldindae  a 
ia  ci,  a  ri  sJhti  sonar  e  caalir. 

86.  E  a  ri  clami  un  del  lervllòr, 
e  a  ri  interrogi  dIsèiDdJe,  ch*a  l'era 
un  pare  tripudio? 

87.  E 'I  servitór  a  ri  dll:  Afe  vaà 

vosi  f radei,  e  'I  vost  pare  a  l'i  let 
maziir  un  bel  vèl  grass,  parche  ch'a 
rè  torni  a  ci  san  e  salT. 

88.  A  J  è  vgnù  la  rabbia,  e  a  volìa 
nin  intrir.  Ma  sorli  '1  so  pare,a  ri 
coinansi  a  clamir. 

so.  Ila  chiàl  par  risposta  a  fi  dit 
a  so  pare:  Hi  eh*  par  tenll  ago  1  Vò 
servi ,  e  i  V  5  mal  dsubldi  ,.•  I  ■'avi 
mal  dèt  un  cravòt,  ch*i  Banffliiisa 
con  1  me  amis; 

so.  Ma  aura  ch'a  l'è  arrM  east 
vost  flòl  ch'a  rà  mangia  M  (al so  a 
puttane,  aj'èi  diaxxà  par  cbiil  ia  bel 
vèl  grass. 

Sl.Ma'l  pare  a  J'i  dit:  FloI,  ti 
t'asti  sempre  con  mi,  e  lutai  ch'i 
i'o  mi,  a  Ve  lo. 

SS.  A  vantava  pòi  che  i  félsaan  fe- 
sta, e  che  istéidsen  allegar, perché  sto 
tò  f radei  a  l'era  mort,  e  a  Tè  tomi 
arsiiscilàr;  a  l'era  pers,  ea  s'è  trova. 

A.  Caviclione. 


DULim  PF.DC«OKTANI. 


»57 


Dialetto  di  Locana  (Canavese). 


11.  'N  ÒDI  a  l'avéa  dui  flgi; 

11.  El  pi  gìóven  de  chlgli  dui  a  Va 
d II  a  so  pare:  Pare,  dème  la  pari 
d'*  ardi  là  eira  nV  tocca;  e  ciol  a  gl'à 
sparli  l'ardila. 

flS.  E  dopo  pòchi  dì ,  cosi  flgI  pi 
glòven,  piglia  lui  son  ch'a  gl'avgnéa, 
a  l'è  parli  da  so  paìs,  e  a  Tè  andà 
ìttga  logn;  e  là,  vivènl  alegraménl, 
a  rà  dsipa  le  soe  soslanse. 

14.  E,  dopo  aver  consuma  lui,  ani 
col  pais  a  gP  è  vgnù  na  gran  care- 
stìa, e  cidi  a  i'à  coinnsà  avél  bsògni 

iK.Ea  rè  scapa  via  da  là,  ^  a  8*è 
aramlNi  a  'p  sgnór  de  cole  pari,  ch'ai 
r  à  manda  a  na  soa  cassinna  a  largar 
i  porchel. 

le.  E  là ,  pr  la  lanta  ftim  ch'a 
patisiièa,  a  s'  saréa  coniente  d'  min- 
giàrd'agiànt,com''a  mingiàven  i  por- 
cbèl;  ma  gniin  a  j  na  daséa. 

1 7.  Arvgnu  ani  ciol  a  l'à  di!  :  Quanti 
servilór  a  j  son  ani  la  cà  de  me  pa- 
re, a  ràn  lùUi  aliondansa  d'  pan,  e 
ni  i  moéro  sì  de  fam  1 

15.  IvegI  Ivàme  da  ti,  e  i  vegl' 
andar  da  me  pare,  e  diglie:  Pare,  i 
gì*  òn  maqcà  'nconlra  Pioslosgnór,  e 
'nooalra  vi; 

10.1  son  pi  gnin  dogn  d'esser  clama 
voslo  ligi:  rème  un  d'i  vosli  srvilór. 

10.  E,  ausàndse,  a  l'è  vgnù  a  cà  de 
so  pare:  so  pare  al  l'à  visi  da  logne; 
pia  da  la  rompassión,  a  l'è  marcia  a 
'inbrassàlo,  e  al  l'à  basa. 

11.  Ànllora  el  ligi  a  gì'  à  dil:  Pu- 
re,! gì'  òn  manca  'nconlra  Noslosgnòr 
e  'oconlra  vi;  i  son  pi  gnin  dogo 
d'esser  clama  voslo  ligi. 

22.  El  pare  a  l'à  dil  ai  sue  servi- 


lór: Porle  si  prosi  la  priqpa  vaUneola, 
e  vslìlo;  e  dòglie  Panel  'ni  le  soe  aian, 
è  le  scarpe  'ni  i  soe  pei.  « 

98.  E  meinè  un  veli  graet  e  ma* 
sèlo,  e  mangióma  alégranvéiil; 

24.  Prchè  cusl  ole  figl'a  Pera  mòri, 
e  ara  a  l'è  arsusità;  a  Tera  pentii, 
e  ara  a  s'è  trova;  e  a  Pln  comessà 
a  mangiar  alegraménl.   > 

25.  El  9Ò  figi  pi  vegl  a  Pera  'nt  el 
camp,  e  canle  ch'a  Pè  vgnù,  e  eh'a 
s'è  aprocià  alla  eà,  a  Par  siali  'i  son 
e  'I  cani  de  U  mibica. 

20.  A  Pà  clama  un  d' i  servitér  e 
ai  P  à  'nlrogà  pr  savérsdn  cb'a  gl^era 
dcnof? 

27.  E  cui  servilór  a  gP  ■  dlt:  A 
l'è  vgnu  vostof radei,  e  voslo  pare 
a  Pà  massa  un  vèil  grass  prarglol»- 
sansa,  ch'a  Pera  lomà  a  cà  san. 

28.  Cusl  flgl  p{  vògi  desdgnò  de 
sonsi  a  voléa  pi  gnin  'ntrar  'n  ce:  el 
pare  a  Pè  sorli,  ea  Pà  eomeiisà  cla- 
malo. 

29.  iMa  ciol  a  Pà  repondd»  e  aPà 
dil  a  so  pare:  Ecco,  mi  a  Pò  già  lèinli 
•ago  ch'i  V' servo  e  1  v'ò^  iÒMpar 
ubidì,  e  vi  i  m'èì  mai  dot  fio  eraVò 
pr  ch'i  slélss  alégr  onai  aihit; 

ko.  Ma  dopo  ch'a  Pò' vgnu  coal 
voslo  flgl,  ch'a  Pà  dsipò  'I  so  patri' 
moni  oialaménl,  vi  J  èi  mauà  fin  vèti 
grass. 

81.  Ha  'I  pare  a  gP  à  respondfi: 
Me  flgl,  ti  il'  è  sèmpei'  con  mi,  e 
tulle  le  mie  soslanse  a  son  lóe. 

83.  A  manla\a  ben  far  d'anvil  e 
ategrìa,  prchè  cosi  lo  (radei  a  Pera 
mòri,  e  ara  a  l'è  arsiìsilà;  a  Pera 
perdù,  e  ara  a  s'è  trova. 

Doltor  Taro  Carl'  Avedco 


4158 


PAKTe  imth 


Dialetto  di  Sparome  (Canaveae). 


•  II.  Un  acori  òm  a  Pavia  dól  ttéi; 
«t.  E  'I  pi  |ÌÒ¥0  d'  cósii  a  l'i  dit 
al  so  pare:  Par^,  dème  la  poralón 
«b't  m' tocca ;dla  sostanse;  e  a  Tà 
subit  dlytdu  tvk  costi  le  soslanse. 

•  18.  E  da  li  a  pochi  dì,  rIUrànt  tult 
^  praisa  die  flóeaoaUnse,  còsi  flòl  pi 
fióvo  a  8'  n'è  andiiBne  via  'n  paìs 
lODlàn,  e  là  a  Tà  dissipa  iQtle  sòe 
aoétaose  vivènt  lussfirfosamént. 

14.  E  dop  d'avéi  consflinà  tali,  a 
fh  iAccediìJe  una  gran  fam  ani  cól 
pais;  e  chièl  a  «omensava  già  a  esse 
iMMgnAs; 

•'  là.  E  da  li  a  s'è  allontanàse;  dop 
so-si  a  s'è  coiivnuse  con  uo  sitadin 
4' «41  pait,  'Iqaal  a  l'è  mandi  a 
*pnacolè  I  pori. 

|g.  E  cbièi  a  desiderava  d'mplsse 
sóa  paoaa  d' còlle  glande  ch*a  man- 
'flava  I  pors,  e  'nsin  a  J  na  desia. 

4f^  Rifleltènl  poi  in  sé  stess  a  l'& 
-4it^'  O  quanti  servitòr  a  sòn  'nt  la 
cà  d'  me  pare,  ch'a  ràn  d'  pan  Un 
•cb'a  na  vólo,  .e  mi  si  i  ra5iro  d' faro  ! 

li.  1  m'iasró,  e  I  andrò  dal  me 
-pnn,  o  i  diròt  O  me  ear  pare,  mi  i 
'te  pei  'Dcontra  *ì  Siél  e  dnans  d!  vói; 

fo.Isón  pi  nén  dègn  d'esser  clama 
pr  vosi  flól;  considerème  pr  l'avpi 
^con'im  di  vosi  servitòr. 

•  10.  b  snbil  a  s^è  aussàse,.  e  à.s*  è 
porla  'n  vers  *l  pare;  e  essèni  'ncora 
'n  pò  lootin,  'I  so  pare  al  l' à  vdulo» 
e  pia  da  compassiòn,  corrènrn  pressa 
a  s'J  è  casce  s  'I  so  coL  e  al  rà  ba- 
silo. 

Ifl.  EM  llòl  a  J'à  dye:  0  pare,  mi 
i'on  pcà  ancontra  'I  Siél  e  dnans  d' 
vói;  1  son  pa  pi  dégn  d'esser  clamò 
vosi  (lòl. 


82.  Allora  'I  pare  a  i'ò  dil  al  so 
servilór:  Porte  subii  si  la  vesta  pi 
bella ,  e  vstilo;  e  butèjo  l'anèl  'n  so 
man,  e  i  scarpe  ai  so  pé; 

25.  E  porle  si  un  vailèl  gras,  e 
roassélp,  e  manglòma,  e  buvòma; 

14.  Prché  còsi  me  flòl  a  l'era  mOrt, 
e  a  rè  lornà  A  vive;;  a  l'era  pidi  e 
a  s'è  Irovàse;  e  a  soa  bfillàie  a 
mangè. 

25.  E  'i  BÒI  pi  vèi  a  l'era  'n  cam- 
pagna, e  vnènl  e  avsinndse  a  Cà,  a 
rà  santi  d' sinfonie  e  d'  cani. 

26.  E  a  l'à  clama  un  di  aervilòr, 
e  al  l'à  interrogalo,  cosa  chVa  rem 
lui  sò-si? 

27.  E  chièl  a  Jà  d^je:  'L  lo  ffadèl 
a  l'è  vnii,  e  'I  tò  pare  a  l'i  maaià 
un  vailèl  gras»  prchè  ch'ai  l'à  tro- 
valo. 

n.  'Nrabblà  costai  a  volia  pi  aén 
'ntrè  'n  cà;  soriani  '1  so  pare,  a  s*  è 
bu  tasse  a  preghèlo. 

te.  Ha  chièl  rispondènlje  a  J'à  dil 
a  so  pare:  Guardò  'n  pò;  mi»  a  soa 
già  da  tanti aga  ch'i  v'  aenro,  e  I  v' 
soa  sempr  olèl  ubidiènl,  e  pira  i 
m'èl  mal  dame  fin  eravòl,  eh*  i  lo 
mangélsa  con  1  me  amia; 

SO.  Essèni  pòi  vnfi  vosi  flòl,  ch'a 
l'à  consumò  Ifille  le  sootanse'COtt  1 
puttane»  J  avi  massàje  un  «allei gras. 

ni.  E  chièl  a  J'à  d^e:  Me  flòl,  U  i 
l'è  sempr  stèl  con  mi;  e  lai  Pan 
ch'a  rè  me,  a  l'è  lo. 

82.  *S  còsta  occasiÓD'  a  Insognava 
mangè  e  siè  allògr,  prché  còsi  lo 
f radei  a  l'era  mori,  e  a  l'è  toma  a 
vive;  a  l'era  prdu,  e  a  s'è  Irevàse. 

Sacerdote  Yerluca  Giacomo. 


DIALEin  PCimMOlVTANI. 


H» 


DUI.F.TTO  DELLA  Vallf.  01  So4!«4  (iRgrlii,  RoHCO,  Valprtlo  6  Camplglia). 


il.  un  gori  ho  al  avo  dui  Ogl; 

18.  E  lo  pi  giòvno  ho  at  dit  a  son 
pà:  Papà,  doiiammc  la  mia  part,  chi 
me  vini  de  (ol  le  fàile  nostro;  e^lo 
iKin  durbì  glie  l'à  donai,  e  dividila. 

15.  D'apre  a  pochi  ger  avèni  ra- 
slréii  totla  sua  larga,  se  flgi  pi  giòvno  • 
sci  ho  se  n*est  ala  lognòn  ante  de 
paia  forestér;  e  lai  con  sia  compagni 
ho  at  murcà  tolta  la  targa  di  son  pà 
an  fin  poc  de  tèn.  menànt  Qna  vita 
da  niaunètt  vigna rdér. 

14.  Apre  d'avéir  cficà  tot,  Jesi 
venua  en  sii  eontor  una  gran  ciare- 
sti,  ch'i  crevàvont  medi  de  basorda; 
e  nostro  poglin  ho  al  comensià  estre 
elargii  d'ogni  miserj. 

lg.  De  maneri  che  ho  l^est  sia  co- 
si réfol  a  castéirse  un  baudròic  de  sii 
contór,  e  se  baudróic-^i  ho  lo  al 
manda  a  goeniàar  le  cruina  an  una 
shi  cassina. 

16.  Ed  avritl  murcà  de  scènt,  chi 
càcunl  li  cheisft,  se  ho  n'usset  porsu 
avéir;  ma  gnùn  gné  ne  donàvant 

17.  Bo  al  poi  bin  pensa  da  se  me- 
dém  aili  fàite  siéi,  e  determina,  di- 
sèni:  Quanti  famàut  a  cospa  de  mon 
diirbi  favànsunt  de  gerp,  e  ghigió 
gè  crevo  sci  de  ghèisi  ! 

f  S.  Ho  s'èst  resoli  de  tornar  a  son 
pà^e  geli  dlrrè:  G'èi  fàit  tulli  li  mal, 
o  non  papà,  vera  lo  bon  Pierlo,  e 
vó,  mon  bon  durbi; 

if .  Gè  mèrito  pi  d'estre  dimanda 
vostro  poglin ,  ma  tenìmme  mas  che 
com^fin  d'i  vostri  famàut. 

10.  Ho  s^  est  bfilà  in  carcherl ,  ed 
ho  l'est  venu  a  son  pà;  essènt  ancor 
Ioni,  lo  son  bon  dfirbl  lo  at  viù,  ed 
ho  a'est  rendi!  compassiòn,  l'est  fuièil 
nn  conlre,  sautà  al  còui,  ed  ho  l'ai 

baslà. 

ti.  E  son  figl  ho  al  dit  a  son  pà: 
Papà^g'èi  fàit  lùiti  li  mal  vers  Io  boii 
Pierlo  ed  a  v^io,  mon  papa:  g»  mè- 
rito pi  d'èstre  demanda  vo<<tro  ligi. 

2S.  Son  pà  ho  at  comanda  poi,  e 


dit  a  sìèi  famàut:  Presi ,  vistilo  de 
gl'arbigluire  da  broci  come  dovint, 
e  bntàli  l'anèl  alli  dèi  de  sia  «■■, 
e  ciausèlì  sie  pia  con  di  bli  savàt. 

ss.  Alade  sobit  a  prendere  lo  pi 
bel  vèl,  mascièlo,  preparade  io  boa 
dìnàr,  che  ne  sten  allegro; 

24.  Perché  sce  min  poglÌo«<ci  lo 
àvoi  perdu,  e  crei!  mori,  ed  ora  go 
Vel  trova  vi,  e  rlavd  a  me;  corneo- 
sén  dunere  a  star  allegro,  mlofèn  e 
bevén  per  consolasióo. 

t».  L'antro  flgl  pi  vligl  ho  Téret 
fer  per  la  campagnl:  e  acànl  che  bo 
fall  per  venir,  e  avlslnàste  a  masòn, 
ho  at  senti  li  son  de  la  banda. 

26.  Bo  at  demanda  a  un  de  H  li* 
màut  scen  ch'o  réni,,  od  J  ffissoni 
scele  allegrie  e  festìn? 

27.  Sce  famàut-si  ho  gl'at  reapon* 
du:  Ilo  Test  verni  vostro  frare,  o  vo- 
stro durbi  perchè  ho  at  trova  aon'po- 
glìn,  vostro  frare,  ho  at  fall  amoM* 
scièr  lo  vèl  pi  gras,  cbe  bo  avélt,  por 
donar  un  past  d'allegri  e  consolasiés. 

28.  See  ngt*9cl  primiér  ho  s'est  on- 
rabià  conira  son  pà,  e  ho  voléit  nient 
entrar  o  masòn;  son  dfirbl  danc,  bO 
Pesi  sorti  fera  do  cospa,  o  bo  That 
prega  «  che  ho  Intràtset. 

20.  See  poglin  pi  viègt  ho  at  reapon* 
dfi  a  son  dfirbl:  Da  tenU  anschofooi 
servéiso^  e  v'èi  mai  disubbidì,  m'eddo 
mai  dona  un  cevréi,  che  gè  nureaa- 
so ,  e  slasso  allegro  co'nfel  .cerna  ; 

80.  Ma  poi  a  sce  flgl -sei  pi  giivao» 
che  ho  al  consfimài  snatnlbio  allo 
porcazxe  lotta  aia  targa,  ora  che  b«i 
I'e»l  venfi,  gì*  edde  ammascià  lo  vèl 
pi  8«5. 

81 .  Lo  bon  durbi  bo  gì'  at  respooda 
eiil  est  a  maneri:  Mon  coro  flgl,  *te 
scu»pi>i  sta  ei  me,  e  sen  che  fan  t't^al 
min,  ho  l'est  lon. 

32.  Ho  Test  poi  ciotta  bona ,  e  bin 
fuili  lo  rallegrasse,  e  far  fesU,  per> 
che  lon  frccio,  «he  gè  lo  creoi  uiort ,  e 
perda,  ho  l'est  revivu,e  gè  Tèi  Irovà. 


Il  RettofR  flella  Parrocciiia  di  Camplgltu. 


i 


tM 


PARTE  TBKU 


Dialetto  di  Biella  (Canavese). 


11.  (jn  òm  a  l'éja  dui  051; 

\%.  E  rmiim  di  dui  a  yk  di^jc  a 
80  pere t  Pére,  dème  la  mia  pari  d' 
sciò  eh 'a  m'  vèn:  e  cél  a  J'à  daéje  a 
tue  dui  aòa  part. 

18.  Da  li  a  uèro  di,  stu  fio  pu  iu- 
▼u,  a  ràbula  tùtt 'nsèmma ,  e  a 
Vk  M  s6  fagòt,  e  a  s'  n'è  andàsne 
'or  un  paia  da  funi ,  e  ià  en  ribolle 
d'tiiò  1  culùr  a  l'à  agarà  lùtt  'I  faò  so. 

14.  Qnanl  ch'a  l'à  Jo  mangia  luti, 
a  j'è  vgnfije  ^nt  cui  pais-tà  na  gran 
caréslii^,  e  cel  a  l'à  cmansà  slanfè 
dia  fam. 

ili.  E  a  a',  n'è  'ndàsne,  e  a  s'è 
ijuatàsse  con  n'asgnùr  d'  cui  pais, 
ch'ai  l'à  mandalo  'nt  na  sua  cas- 
alHM  a  guarnè  I  porscèi. 

f  e.  E  al  l'éJa  cél  la  vdja  d'mpinìsse 
là  panacia  di  agiànd  eh' a  mangiavo 
I  porcfailfl;  ma  gnun  a  J  na  déja. 

17.  Quant  pò  di' a  l'à  dvèrt  i  od, 
a  l'à  dìo:  Quanò  servitùr  'nt  la  cà 
d'  me  pére  a  l'àn  dM  pan  a  sfùg,  e 
mi  qui  I  m'  moro  d'  nella  1 

18. 1  ve  auasémt,  e  i  ve  andèmne 
da  me  pére^  e  f  ve  dije:  Pére,  mi  i  ù 
pcà 'neon  tra  MSguùr  e  'ncontrad'vui; 

19.  Hi  i  aon  p'  gnin  dégn  d'esse 
dama  Toa  fio;  Iraltème  com  l'ùllim 
di  voa  servitùr. 

SO.  E  a  s*è  propi  aussàse,  e  a  i'  è 
'ndàsne  da  so  pére;  e  'ntànt  ch'a  l'era 
'neù  lontàn,  aò  pére  al  l'à  vgfilo»  e 
a  n'à  ajuoe  eompassión,  e  a  j'è  cur^e 
'neontra,  a  j*à  bùlàje  I  brass  al  còl , 
e  al  rà  basalo. 

ftl.B'lfiola]'àdi£Je:  Mècar  pére, 
mi  I  ù  pcà  contr'  'I  Sgnùr,  e  contra 
d'  vul;  mi  i  m*  mèrit  p'  gnin  d'esse 
clama  '1  vos  mài. 

Sft.  E  'I  pére  a  J'à  diéje  al  so  ser- 


vilùr:  Su,  su,  viél,  tire  fora  la  vesl 
la  pu  bela,  e  bulèjl'  adòss;  butéje  dcò 
l'anèl  'nt'  'I  dì,  e  y  ascherpe  'nt  i  pè. 

t5.  Une  dcò  qui  'I  bucin  pù  graaa, 
e  masséto:  ch'i  vo  ch'I  mangia  e  ch'i 
slago  alégher; 

21.  Parche  s'  me  mal  a  l'era  mori, 
e  a  l'è  turnà  arsusslté;  a  s'era  prdus- 
se,  e  a  s'è  lurnàsse  truvé.  E'ntrtànl 
a  l'àn  cmansà  sté  alégher. 

ss.  'L  fidi  prim  pò  a  l'era,  'n  cam- 
pagna ;  e  'nt  'I  rilùrn  avsinàndse  a  cà, 
a  l'à  senlu  I  sun  e  i  bài  ch'a  a'feju. 

86.  E  a  rà  fai  avni  un  di  aervitùr, 
e  a  J'à  ciamàje  sciò  ch'a  l'era  acin-lì? 

87.  E  céMà  a  J'à  rsponduje:  A  fé 
turnàje  vos  frél,  e  vos  pére  a  l'à 
massa  'n  bel  vèl  gi^ass,  parche  ch'a 
lurna  avèllo  a  cà.    • 

88.  E  cél  alora  a  l'è  aaulà  'n  he* 
stia,  e  al  a  vria  p'  gnì  'ntrè  'nt  cà. 
'L  pare  donca  a  l'è  surtì  da  d'  fora, 
e  a  s'è  butàsse  a  plèlo  a  1'  bonne. 

89.  Ma  cél-là  a  J'à  rsposlje/eaj'à 
dìòjc  a  so  pére:  A  son  Jà  tanè  aga 
eh*  mi  i  V'  servisa ,  e  I  à  sempr  faè 
tult  sciò  eh'  vul  I  m'éi  cmandàme; 
e  vul  l'm'èi  mal  da(&me  ^n  eravót, 
ch'i  m*  lu  gudéiss  ctin  i  amia. 

80.  Ma  dop  ch'a  J'è  vgni^e  at'  vtf 
inàt,  ch'a  l'à  sgarà  lult  'I  faé  so  ean 
d'Jé  strùsasce,  i  èi  massa  pr  cél  Pbo- 
cìn  pu  grass  ch'j'  éissCp 

SI.  Bla  'i  pére  a  J'à  diéjei  Me  car 
fio,  ti  a  l'è  sempr cun  mi;  e  tattsdò 
eh'  i  ù  mi,  a  Tè  anca  tò. 

32.  Ma  a  l'era  pu  eh'  glust  d' le 
na  ribota,  e  d'  fé  festa ,  parche  slu 
tò  frèl  a  r  era  mort ,  e  dèa  Té  risùt- 
sità;  a  s'era  prdiìsse,  e  i  l'urna  tur- 
nàto  truvé. 

N.  N. 


DIALETTI  PF.ncìio?rrA?ii. 


tf*l 


DiALrrm  di  C bravino  (Canavestr). 


f  f.  Un  òm  a  réja  tlùj  fi: 
18.  'Lpiu  gióvoa  j*àdi£a  so  pari: 
Dèmi,  pari,  so  eh*  am'  toea  d'  mia 
pari;  e  *1  paria  J*à  di  vis,  e  aj'à  àhé 
sóa  pari. 

13.  Da  li  an  poic  di  apro  'I  fi  pi 
giovo  a  s'à  *ncani{nàssi,  e  a  s'  n*à 
'ndàsni  lonlàn,e  a  Ta  mahgìassà  iQtt 
M  faé  9Ò,  mnàntùna  vita  a  mal  mòd. 

14.  Consuma  ch'a  l'à  blu  fui,  a  J'è 
gniya  una  gran  carestia  ani  cu!  paìs, 
e  a  l'à  cipensà  trovasi  bsognós. 

15.  E  ''ntant  avènt  gnin  da  man- 
giar, a  rè  'ndà  da  n'òm  d'  cui  paìs 
prtànt  cli'i  déissa  d'  travàj  pr  podèi 
gavàsi  la  fam;  e  si'  òm  a  Tà  mandalo 
a  na  aòà  cascinna  a  largar  i  porchìl. 

16.  An  tra  mentre  a  desiderava 
Anna  d'  mangiar  la  giani  ch'i  déjo 
ai  porcbit;  ma  J' era  gnun  eh'  a  j  na 
déiss. 

17.  A  l'à  bu(à  testa  a  parli,  e  a 
rè  di£  da  prciài:  Vuèiri  servilùr  ch*a 
l'à  me  pari ,  ch*a  l'àn  d' pan  fin  ch'a 
volo,  e  mi  qui  i  morto  d'  fami 

18.  Ahi  a  i'èmèi  ch'i  m^àussa  su, 
ch'i  vàjo.da  me  pari,  e  ch^j  dijo:  Pa- 
ri,  i  ù  manca  conlra  Dio  e  contra  vui  ; 

19.  I  mèrito  p'  gnin  d'essi  ciamà 
vost  fi;  pièin'almén  pr  vosi  servilùr. 

80.  K  a  s'à  ausassi  sii,  e  a  s'  n'à  'n- 
dàsne  da  so  pari.  BIcntre  ch'a  l'era 
'ncór  lontàn,  ^1  so  pari  '1  l'à  vgùlo, 
e  pia  da  la  compassión  a  j'è  coriìje 
'nconlr,  a  J'à  saulài  al  còl,  e  'I  Pà 
basalo. 

81.  'L  n  pò  a  j*à  die:  Pari,  i  ù  of- 
féis  Dio'  e  vui;  i  mèrito  p'  gnin  d'essi 
Ignù  pr  vosi  fi. 

22.  Ma  *1  puri  ciaiiia  i  so  S(*rvilór, 


e  j  di:  Presto,  qui  fora  la  pi  bela  ve- 
stimcnla,  vestimlo;  bulèj  l'anèl  ani 
'I  dì,  e  causèmlo. 

25.  Pie  ^n  vèl  grass,  massèio,  ch'( 
mangióma,  e  eh'  i  stóma  alégher; 

84.  Prché  cusl  me  fi  a  l'era  mort, 
e  a  rè  risuscita;  a  s'era  perdusi  e  » 
s'à  trova;  e  'nlratànta  s'  son  bufassi' 
a  mangiar  e  star  alégher. 

8tt.  'L  fi  pi  vèé  pò  u  s'  trovava  'n 
campagna;  vnènt  done,  e  vsfnànUf 
a  cà,a  l'àsentù  eh' a  assonavo  e  eh'» 
s'  baiavo. 

86. Clamava  'n so  servilùr:  Che  chHi 
VÓI  dir  sta  novità? 

87.  E  cial  a  J'à  risposi:  A  J'è  gnu 
vost  fradèi,  e  vost  pari,  tatit  coalènt 
ch'a  s'  i'es  vg^slo  a  cà  'rdi,  l'à  fa£ 
massa  r  'I  vèl  pi  grass. 

88.  Senti  stl  cosi  a  j'è  gnfij  la  ca- 
gnlnna,  e  vuia  gnla  entra  'n  cà;  i'è 
sortì  donc  so  pari ,  e  '1  l'à  prega  eh^a 
'ntréissa. 

89.  Ma  ciàt  j'à  rispósi:  Mi  ch'a  l'è 
tènd  ago  eh'  t  v'  servo,  e  eh'  i  v'  ò 
sempi  obdi  'n  tut,  e  pr  tilt,  i  si  mal 
stai  cui  d*  dami  solamént  iin  cravót 
pr  far  n'alegria  coi  me  amia. 

so.  Bla  dop  eh'  j'è  gniij  si  vost  fi 
chi,  ch'à  l'à  mangiasse  liii  'I  fàé  tò 
'ndasànt  pr  travèrs ,  j' èi  subii  fa£ 
massàr  'n  vèl  grass. 

51.  Me car  fi,  a  j'à  rispósi  '1  pari, 
ti  l'è  sempl  con  mi,  e  lui  so  ch'ia 
l'è  me,  rè  tó. 

58.  L' era  pò  tijt  giCisl  eh'  atéisso 
alégher  e  ch'i  féisso  festa  adèss,  eh'' 
j'è  gnijj  'I  tò  f radei,  prché  l'era  mori, 
<!  'dess  rè  risuscita;   l'era  pers,  e 
'dess  s'à  truvà. 


N.  IH. 


H49 


PARfS  TBII2A 


DuLCTTo  ni  AinsLiA  (Ctffii>vese). 


11.  Un  ÒHI  a  l'èja  dui  (loj; 

12.  E  M  sicónd  a  rà  die  a  AÒ  pari: 
Pari,  flemmi  la  mia  pari  dei  beni 
chM  m^  lasAriAsf.  E  col  pari  a  Vk  Tèi 
le  pari  dei  beni  eh' a  Péja. 

15.  E  da  li  a  polc  dì^  el  afcònd  fi, 
a  l'à  bulla  tut'ansèm^e  s'  n*andà  'n 
tonlàn  pah,  e  a  Vk  mangia  lui  in 
bagordar!. 

14.  Qnand  eh' a  Vk  mangia  lui,  a 
)'era  na  grossa  earUlia  *nl  col  paia, 
le  eoi  fi  «.rà  prinsipià  slanlàr  de  lui. 

IB.  Qttel  fi  a  rèandà  da  un  ricd' 
etl)  pais,  't(|[ual  a  Vk  niandà  ani  una 
soa  campagna  a  largar  i  porchil. 

16.  E  là,  Unii  volli  a  M  dsiderava 
d'trovàr  dràglànd  pr  inpìssl  la  pan- 
M,  èh'a  mangiavo  i  porchil;  e  gnùn  a 
J  na  déja. 

17.  Ma  cosi  fi  a  rà  pensa  Irà  ciài 
€  dal,  e  a  Vk  dl£:  Quené  servilór  a 
J  toni  nln  in  eàd'  mi  pad ,  ch'a  j'àn 
del  pan  fin  ch'a  vólo,  e  mi  i  m'  na 
mori  d'faml 

18. 1  sdslrò,  e  I  andrò  da  mi  pari, 
j  dirò  a  dal:  Pari,  i  J' ò  pcà  conlra 
'I  Ciél  e  eoBtra  vul; 

19. 1  800  pu  nin  dégn  d'  clamami 
vos  fi;  Irallèmi  solamént  come  un 
del  vds  servilór. 

10.  E  li  a  s'è  aussà,  e  a  rè  andà 
da  so  pari  ;  e  'nlraménl  ch'a  l'era  an- 
cora lontàn,  so  pari  a  l'à  vgu,  e  subii 
a  rà  avQ  gran  compassión,  e  a  j'à 
corru  'nconlra ,  e  a  j'à  bulla  i  bras 
al  còl,  e  a  rà  basa. 

ti.  E  '1  fi  a  j'à  dl£:  Pari,  I  ò  pcà 
conlra  'I  Ciél  e  conlra  vui;  1  son  pu 
nén  dégn  d'essi  clama  vos  fi. 


22.  E  'I  pari  a  l' à  fli£  ai  so  seni, 
lór:  Presi,  presi,  gavé  Cor  la  vesla  pà 
bella  ch'a  J  sia.  e  bullé^tla  adòis; 
buttèj  l'anèl  al  di,  e  I  acarpi  ai  p^. 

25.  Eronè  un  vcl  gras,  mauèlo,ch'a 
s*  mangia,  e  ch'I  fajo  bancàt. 

24.  Perché  cosi  me  fi  a  l'era  mori, 
e  adés  a  l'è  rissussità;  a  l'era  perda 
e  n  s'è  Irovà.  E  cosi  I  àn  caenaà  i 
far  bancàl. 

2».  'Ntlora  l' prim  fi  a  l'era  'n  cam- 
pagna: ent'l  lomàr  avalnÒMlsI  a  aaa 
cà,  a  ràsanli  sonarle  ch'a s' ballava. 

26.  E  a  rà  clama  a  un  servilór,  e 
a  j'à  domanda  che  ch'n  l'era  cella 
fesU? 

27.  E  col  a  j'à  die:  A  J'è  Ionia  H  là 
fradèi,  e  lo  pari  a.l'à  jnanà  im  vài 
gras,  prché  ch'a  Vk  riavfi  sa». 

28.  E  'I  prIm  fradèl  a  l'è  udi  la 
colera,  e  ai  vorrìa  nln  fntràrtn  co. 
E  '1  pari  'nllora  a  l'è  torli  lér,  e  a 
l'à  eminsà  a  pregàio. 

20.  Ma  'I  prim  fi  o  J'à  rispèal,e 
a  j'à  die  a  so  parir  A  I  son  à  lènfi  agi 
ch'I  v'  servis,  e  ò  nai  daobdi  'Ivei 
comànd,  e  pura  I  m'èl  mai  dèéia 
moUohàl  eh'  i  féls  fina  mareada  eoa 
i  me  compàgn. 

50.  Ma  porche  ch'a  J'è  vgni  Pàal 
fi  ch'a  l'à  mangia  Ini  con  d*  fbmùì 
d' calllva  vita,  J'èi  niaità  ■■  vèl  gras. 

51.  Ma  so  pari  a  J'à  diC.:  Fi.  U  l'è 
sempi  me  fi;  elulcolch'ifòofètà. 

52.  Na  a  l'era  glust  d' far  bnncàt  e 
d'  far  festa ,  porche  cosi  lo  fradèl  a 
l'era  mori,  e  adèa  a  rè  rlsoisilà;  a 
rèra  perdu,  e  a  s'è  Irovà. 


DIALFTTI  PEDCÌI0XTA5ÌI. 


tt«S 


DuLETTo  DI  BonnoMAMRo  (Conavc^c). 


fi.  Un  ÒRI  a  Tavia  tliii  (Idi; 

tS.  *L  pi  cil  a  j' a  dl£  a  9Ò  pare: 
Pare»  dème  la  mia  pari  ch*a  m' tocca 
di  beni.  È  ce!  a  J'à  subii  dividuje 
dasèntje  lon  eh' a  j  toccava. 

f  S.  Dop  pòi  an  pociie  giornà  sto  fio! 
'I  pi  giovo  avènd  ramassà  lui  lon 
cb'a  rà  pudù,  a  s^  n'è  parti  pr  un 
pais  lontàn,  dunl  ch'a  Tà  dsipà  tùt 
cut  c!i*a  l*avia  con  d'  meretrìs. 

14.  E  dop  poi  d'ave  consuma,  e  dai 
fln  al  lut,  ant  cu!  pais  a  J'è  vniije  na 
gran  carestia,  e  a  j'è  cressu  la  fam, 
nancioUe  ogni  sorl  d'  cose.. 

l'g.  A  l'è  andàje  apro  a  un  d'  cu! 
pais,  e  CQSt-qui  al  l'à  manda  a  na 
eova  catlona  a  largar  i  purchìt. 

16.  E  licei  a  a'  figurava  d'ampisse 
la  pansa  con  cole  giani,  cb^a  man- 
giavo iporchit;  ma  gnun  a  J  na  dasia. 

i7.  Finalmént  pò  a  s'è  buia  pensè 
ira  rei  e cel; ohi  leni servitór ch'ara 
■lépara  ch'a  l'an  del  pan  d'avàos,e 
mi  I  m' trovo  qui  ch'i  moro  dia  fam  ! 

i8.  Studiant  ben  a  l'è  dii:  I  m' 
•usrù  da  qui,  e  I  andrù  da  me  pare 
é  J  diri:  Pare,  mi  i  ù  pcà  conira  ^1 
Ciél ,  e  coBira  d' ti  ; 

15.  Mi  1  son  pi  nén  dégn  d*  esse 
clama  'Ito  fidi;  tràtme  com'un  di  to 
tenritór. 

IO.  AaiÌDUe  s'  n'è  parli:  auvsi- 
nèolM  a  la  cà  d  'I  pare,  'I  pare  rè 
vduda  Io0tan,al  l'à  cooossii;  piada 
la  compassión  a  s'è  bùlàsse  eurean- 
dasènlje  alFincóntr,  piàotlo  pi  còl 
e  basaallo. 

91.  Aol  cu!  moment  1  liol  a  j'a 
die:  Pare,  mi  i  ù  pcà  contra  1  Ciél, 
e  conira  d'  li:  mi  i  son  pi  nrri  dégn 
d'è<se  eia  ma  lo  fiòl. 

SS.  E  'I  pare  a  j'à  dije  subii  ai  m; 


scrvitór:  Andò  piar  la  pi  bela  vesla 
ch'I  trove,  e  vestilo  subii;  e  bulèjr 
anche  i'anèi  ant  al  di,  e  le  srar|ie 
ant  i  pè. 

SS.  E  andèj  a  piar  *1  vltèl  al  pi  gras 
ch^a  J  sijo ,  e  masséto ,  e  eh'  I  fuma 
iin  bon  banchèt,e  ch'i  tluma  Idi  ale* 
gher  ; 

54.  Parche  mi  cusl  floll  lu  credija 
mort,  e  a  rè  rJssuscllà;  1  lu  credija 
perdu  e  l'ù  rlrovà;  e.l  àn  eomensà 
slè  alcgher. 

55.  'L  fidi  maggior  Tera'n  campa- 
gna, e  vnènd,  e  vslnànlse  a  lacà, 
sent  d' concert  d'  son  e  d'  bai. 

56.  A  clama  un  di  sd  servilór,  e 
a  j'à  claroàje:  coss'èlo  cust  rumor? 

57.  'L  servi tór  a  j'à  rispondfije: 
A  i*è  tò  frcl  ch'a  i'è  torna  a  cà,  e  lo 
pare  a  Pà  fai  nasse  'I  vltèl  pi  grai, 
parche  al  Pà  vdu  saa  e  salv. 

sa.  Senténd  cusle  ndve,  cosUqoi  a 
l'è  sautà  an  còlra,  e  a  l'à  nén  via 
inlrè  ant  cà;  M  pare  aort  fora ,  e  al 
rà  pregàio  d'antrè. 

S9.  Ma  cei  a  J'à  riapundiije:  Hi  a 
l'è  tene  ago  eh'  I  V  servo  e  1  J'd  mal 
fai  gnente  contra  '1  tò  voléi;  e  a  ni 
r  m'è  mal  dame  gnanca  fio  cravòl 
ch'i  m'  lo  godéissa  con  i  me  anis. 

sd.  Ma  cust  lo  fidi  eira  rà  maogla 
Iute  r  su«e  sostante  con  d'  mar»» 
tris,  e  cfa'a  l'è  torna  a  cà,  li  l'àt  faé 
masse  'I  pi  bèi  vitèl  gras, 

SI.  'L  pare  a  J  rispènd:  Ti  Té  scoi* 
pre  con  mi;  i  né  avéJ  a  son  tfié  lo. 

ss.  Ma  adéi  a  l'è  beo  giiìsl  cbM 
fa^Hio  fetta,  e  ch'i  stuoia  alégber  lue 
auMma,  parrhé  lo  fréf  l'era  mori,  f 
a  ré  ritsiÌH'Miti  l'rra  prrdù,  cai  »^*» 
rlro«à 

.11.  fi 


H4* 


PARTE  TERZA 


DfAt.nTO  01  DnirsAcro  (Canave^e). 


11.  Un  orna  Pavia  dól  flòi; 

12.  'Lpi  <lovo  a  ]  (lis  al  pare:  Pa- 
re, itemela  mia  pari;  e  M  pare  allora 
a  Vsk  spartì  a  tut  dól  il  patfimoni. 

13.  Da  li  quale  di,  *t  fi  pi  dovo, 
ramassà  e  pia  con  clièl  tùt  'I  fai  so, 
a  8'  n'è  parti,  e  a  l'è  andàlt  ant  un 
pais  lonlàn;  dove  a  l'à  manda  al  bro 
Ir  sua  roba ,  con  ba  tossa  de. 

14.  Dòp  d^avél  dissipa  tiit  quant, 
aggiìintàndse  an  cut  pais  una  gran 
carestia,  a  Tà  comensà  senti  cli'a  J 
mancava  '1  necessari. 

itt.  Allora  a  Tè  andàlt  pr  fa,  tost 
aggiiistèse  un  padrón,  dal  qual  a  l'è 
•lÀit  manda  a  na  cascina  a  larghe  i 
pors. 

16.  E  là  al  desMrava  d*amplsse  la 
pania  d'  cui  aglànd  ch'a  mangiavo  i 
pors;  ma  a  n'a  podia  nént  avél,  per- 
ché niun  a  J  ne  dava. 

1 7.  Allora '1  porfidi  a  Vh  en  Irà  ant 
ehéi,  e  a  rà  comensà  dir:  Quanti 
servitùr  r  I  sòn  r  cà  d^  me  pRre , 
eh' a  mangio  pan  a  crepapanza,  e  mi 
al  log  I  mdro  d' fam! 

18.  AhtimMevrobendasi,  e  I  an- 
drd  dal  pare,  e  J  diro  ben:  Pare,  i  6 
mancàadispètdel  Ciél  e  a  dlspètvost; 

15.  i  son  pa  pi  dégn  d'esser  eia  ma 
vost  fi;  pième  però  ancora  come  vosi 
servi  lo  r. 

SO.  Con  cust  proponi  mèi  nt  a  rè 
andèit  dal  pare;  e  '1  pare  avendlo 
visi  da  lónj^,  pia  da  compassión  a  j 
cur  anconlra ,  a  J  bulla  i  brass  sul 
còl,  e  al  basa. 

RI.  'L  fidi  a  J  dls:  Pare,  1  o  offéis 
'1  Ciél  e  voi;  I  son  pa  pi  dégn  d'es- 
ser clama  vost  fi. 

22.  E  *l  pare,  vollàndsc  ai  servi- 
tur,  a  j  dis:  Ande  pie  e  porle  prc^il  M 


vslì  pi  bel,  e  biillcjlo  adòss;  hot- 
lèje  l'anèì  af  di.  e  le  scarpe  al  pè. 

25.  E  andè  pie  ùo  bel  vèl  gra», 
masséto  presi,  perch'  I  Casso  uo  arsl- 
gnón  ; 

24.  Perché  cust  me  fi  a  l'era  HMrl, 
aura  a  Tè  arsuseìtà;  a  Vent  pen,e 
R  J'è-artrovà;  e  d»  li  a  »*è  comcRià 
far  festa. 

2».  'L  lidi  pi  vèi  a  l'era  io  eost 
frdtèimp  ant  campagna;  tomànd  a 
cà,  -mentre  a  l'era  vna  ▼Isìn,  a  sèiRl 
d'  rumùr  e  d'  daHiie. 

26.  A  ciama  a  un  aervllàrclle  che 
]  era  d'  nòf ,  e  perchè  a  s' fasìa  colla 
festa? 

27.  SI'  servitùr  a  J  dis:  A  l'è  loraà 
tò  fralèl,  e  M  parv  a  l' à  fall  ciRCchè 
un  bel  vèl  grass,  e  Tà  vojii  far  tata, 
perché  che  l' è  toma  san. 

28.  'L  m  pi  vèi  allora  a  Tè  an- 
dàlt ant  rabbia,  e  a  volta  pa  pi  aént 
RRtrè  an  cà;  e  'I  paro  a  l'esorti 
fuor  R  pregàio. 

29.  Bte  '1  fidi  R  J  à  rispósi  pirèi: 
A  i  son  tèlni  agn  eh'  I  v'  fervo,  I  v*8 
mal  disobldi,  e  pfir  i  ò  vai  ava  di 
voi  un  cravèl,  peretiM  potfélsaa  fé 
arsignòn  coi  me  amis. 

50.  Adèss,  perché  eh'a  toraa  a  cà 
ràut  vost  fidi,  dop  d'avéi  oia^già  lai 
M  fa(  so,  e  meinà  la  graHM  vita,  i 
masse  per  chèi  'l.vèl  pi  grass. 

81.  Allora  'I  pare  a  }'à  rlapòil:  ar 
fi,  ti  V  è  sempre  con  mi,  e  lo  clM  i  5, 
a  l'è  tùt  tò. 

82.  Ma  a  l'era  pr  àut  flostch'i 
féisso  un  arsignòn  adèss  e  on'argloìs- 
sansa,  perchè  ch*el  tò  fralèl  a  l'era 
mori,  e  aùr*  a  rè  arsuscilà;  a  t'era 
pers,  e  s'è  trovasse. 

D.  t;iui.iA<io  Sammii. 


I)U LETTI  PBDtMOMTAKI. 


»45 


Dialetto  di  Rueglio  (Caiiavesc). 


11.  N'òm  ara  avù  dii  fi; 

18.  E  '1  pi  giovali  ara  di£  al  pu- 
re: Pare,  dème  la  porsión  eh' a  m' 
vèa:  e  M  pare  a  j'à  dèe  a  IQÒ  e  dd 
la  sóa  pari. 

18.  Da  li  an  pòlo  dì  M  0  pi  giòvan 
a  l'è  parti,  dop  a  vài  stroppa  (fit  so 
cb'a  Vk  possu  arabasàr,  ani  un  pais 
Unto  da  lóns,  e  bel  e  là  a  Tà  macia 
lui  9Ò  cb'a  Pava  con  na  parlia  d' 
sbianche. 

14.  E  dop  avàf  macia  tut,  a  j'è 
gnu  na  gran  fam  an  qui  pais,  e  a  rà 
oomaiiaà  vesne  dia  bela. 

fg.  E  a  s'è  tujàil,  e  a  Tè  andà  a 
sarvit6r  con  un  d'  qual  paìs,  '1  qual 
a!  l'è  manda  a  largar  i  porchit. 

16.  E  a  l'ava  vója  d'ampìse  la  pausa 
di  aglàn  cb'a  macia  va  n  i  porchit;  e 
a  l'ava  gnòn  cb'a  gna  dàss. 

17.  Dop  avài  armanacà  an  pocdas 
par  cbèl,  a  l'à  dio:  lène  sarvllùr  a 
ci  dal  me  piire  a  l'àn  d'  pan  d'a- 
vàDS,e  mi  si  a  carpar  d"*  faoi! 

18. 1  Ivrù  ^ù,  e  i  ni'  n'andrù  dal 
me  pare,  e  j  dirù:  Pare,  I  Pò  fé  bela 
grossa  a  Nosgnór,  e  a  vui  tùKa; 

It.  I-m'  mèrito  pi  nin  eh'  vu  i  m' 
ciami  par  vos  fi:  baicbème  mac  pi 
com'uo  di  vos  sarvilùr. 

SO.  E  ausànsc  su  a  s*è  'ncamminà 
vers  al  so  pare:  e  mentr'  a  l'era  an- 
cor da  lónn,  a  l'è  sic  vlst  dal  so  pa- 
re,  'I  qual  ciapà  dala  compassión  a 
j'è  eorrii  sùbit  an  contrade  a  s'jè  lacà 
al  col,  e  a  rà  basa. 

21.  È'I  fi  a  j'à  dio:  Pare,  i  l'ò  fé 
bela  grossa  a  Nosgnór,  e  a  vui  lùtla: 
f  m'  mèrito  pi  nin  dr  vu  i  m'  ciami 
par  vos  fi. 


22.  E  'I  pare  a  l'à  die  ai  so  sarvi- 
lùr: Vulto,  porte  si  la  pi  bella  va- 
stimanla,  e  vastilo  da  driè,  dasije 
n'auèl  an  man,  e  causèlo  com'a  s'  déf. 

ss.  E  andè  avàl  un  vèl  gras,  eam- 
massèlo,  e  maciùma  e  banetùma  ; 

24.  Porche  quast  me  por  fi  il  ere- 
sava  mori,  e  a  l'è  -torna  arvivar;  a 
l'era  pardu,  e  a  s'è  torna  trovar;  e 
li  a  ràn  prinslpià  a  banctàr,  e  star 
alégar. 

2».  E  'I  so  fi  pi  vèj  a  Tera  par  cam- 
pagna, e  mentr'  a  gnava,  e  a  s'avsi- 
ni^va  a  cà,  a  l'à  santi  d'  chèn6  e 
d'  sun. 

26.  E  a  l'à  clama  un  di  so  sarvl- 
lùr, e  a  j'à  dia,  eh' a  j  conlàissa  an 
pòc  ch'a  l'era  tiil  qual  romór? 

87.  E  qual  a  j'à  die:  A  J'è  gnu  'I 
lo  fradèi,  e  'I  lo  pare  a  Tà  ammassa 
un  vèl  gras,  porche  ch'a  s'  l'è  vlst 
a  unài  bel  san. 

88.  A  j'è  gnii  'I  fot,  e  a  ulava  nianca 
'ntràr;  ma  'I  so  pare  sortiànye  an« 
contra  da  d' fora, a  s'è  buia  a  pregàio. 

29.  Ma  chél  rispondànije  al  pare 
a  j'à  dìo:  Hi  a  j'è  lend  ago  ch'I  V 
servissQ,  e  i  u  sàmpar  fé  lutsò  ch'i 
ni' ai  comanda;  ma  vu  i  m'ai  mai  de 
un  cravòl  da  far  palla  col  me  auiis. 

80.  Ma  appàina  gnu  quast* àul  vos 
fi  ch'a  l'à  macia  luti  '1  fa£  so  con 
ja  sèianche,  j'ai  ammassa  un  vèl  gras. 

51.  Ma  chél  a  J'à  die:  Fi,  ti  l'è 
sàmpar  con  mi,  e  lui  so  cb'è  me  a 
l'è  lo. 

52.  Aura  aniava  banclàr,e  arlgràse, 
porche  quasi'  lo  fradèl  a  Tera  mori, 
e  a  l'è  torna  arvivar;  a  Pera  pardù, 
e  a  s'è  torna  trovar. 


P.  BuKCMvm  Babtolommeo,  Maestro  di  scuola. 


d 


»*6 


PARTE  TERZA 


Dialetto  dklia  Vallb  d'Audorìho  (Canavese). 


11.  Un  òm  a  Téja  dui  inalètt; 

11.  'L  pu  giovo  a  l*à  di£Je  a  9Ò  pa- 
re: Pare,  dèmme  la  mia  pari  eh' a 
m*  tocca;  e  'I  pare  l'a  dacceila  a  lue 
e  dui. 

f  S.  E  da  li  a  quaic  di  sV  groé, 
rcollèé  luU  sciò  cli'a  Péja,  s*  n'è 
'ndàstfiB  'nt  un  pais  da  IudI,  e  là  a 
Vk  martgià  luU  *l  fa£  so,  fagliènd 
l'asgaròn. 

14.  Apre  eh' a  l'à  jù  mangia  tùli, 
a  J'è  vgoc^e  'na  gran  carlstìa  'nt  cui 
paia;  e  cél  a  l'a  cmensà  pati  fam. 

Itt.  E  rè  anda  butèse  a  servi  a  cà 
d'un  sgnór  d^  cui  pais;  e  si'  qui  l'à 
mandalo  an  campagna  a  va rdè  i  por- 
cbitt 

16.  E  a  réja  tanta  fam,  cli'a  J  ti- 
rava flnnaja  gola  d'ampisse  là  ven- 
tre dia  giani  eh'  a  mangiavo  i  por- 
cbitl;  e  a  i  d^o  gnanca  cólla-là. 

17.  Andócca  a  rà  divàri  t  égge, 
e  l'à  die  das  par  cél  :  Quen£  servilòr 
a  cà  d'  me  pare  a  j'àn  d'  'I  pan  d' a- 
vàns,  e  mi  qui  f  mor  d'  fami 

18.  Lai  I  ve  bugème  da  qui,  tornè 
a  cà  d'  me  pare,  e  dìje:  0  pare ,  I  ò 
faène  Gna  trop^rossa  alSignór  e  a  vui; 

19. 1  mèrit  pu  gnàin  d'  ciamème 
vos  floi;  pièmme  nume  par  vos  sar- 
vttór. 

so.  E  i'h  aussàse,  e  l'è  andà  a  cà; 
e  l'era  'ncórà  da  luiiS  eh'  so  pare  l'à 
vgulo;  la  com'passlón  l'à  pialo,  j'è 
andàje  presi  en  obia,  s'ò  taccàse  al 
còl  e  a  l'à  basalo. 


ai.  Andócca 'I  Odi  j'à  di^e:  Pire, 
i  ò  offenduvc  vul  e  'I  Signor;  son  pii 
gnan  dégn  d'esse  clama  voa  fiol. 

2S.  'L  pare  a  l'à  dio  ai  so  aerrllór: 
Porle  presi  die  veslimente,  vestlllo; 
bùlèje  l'anèl  ani  el  di,  e  caitaèllo. 

25.  Ande,  masaè  'n  vèi  ben  gn»; 
anche  trallómma  e  fòmoila  briiidè; 

84.  Par  sciò  ch'I  me  fomU  V'en 
mori,  e  a  l'è  rsuscllà;  Tera  pardSit 
e  a  l'è  trova. 

ttt.  'L  prim  frèl  l'era  'n  cuipagiu; 
lomànd  a  cà,  el  seni  cai  faptge; 

86.  E  al  clama  da  'n  senril&r  che 
eh' a  l'era? 

87.  SI'  qui  a  J  dis:  J'è  vnSje  le 
frèl,  e  lo  pare  ^1  traila  ptr  ado-li. 

88.  L'auto  fé  vniye  'I  fai,  e  1  tlia 
gnin  andè.d'.inle;  '1  paro  rè  irgài 
fora,  e  s'è  bùtase  a  plèlo  al  bèanei 

89.  Ma  ràul  l'à  diéja:  A  l'è  fmà 
agn  ch'i  t'  serviss;  aon  senpé  atee 
ùbidiènl,  e  a  rè  mal  daéma  '■  cra- 
véi  par  fé  'na  gfulissania  am  I  aè 
amis. 

80.  E  adèss,  cb'a  J'è  voqja  •l'àat 
lo  fidi  cb'a  l'à  mangia  'llaé  tè  eaa 
le  cmare,  par  cél  t' è  faé  niani  1 
m^  vèl  ch'i  abbfo. 

81.  E  ràul  a  J  rispdnd:  O  aècir 
toisón,  ti  l'è  sempe  eoo  ni;  e  I8U 
sciò  ch'a  l'è  me,  l'è  lo. 

38.'Anlava  bé  fé  'n  po' d' fola a»- 
ché  par  tò  frèl,  ch'a  l'era  mori,  e  a 
rè  rsuiscilà;  ch'i  cherào  frane pB^ 
dù,  e  l'ómma  (orna  Irovèlo. 

N.  N. 


DIAI.CTTI   PEOBMOMTANI. 


U7 


Dialetto  di  Settimo  Vittune  (Canavese). 


il.  N'òm  a  Pavia  dui  niùi; 

11.  li  millèt  a  rà  dlt  a  so  pare  : 
Pare,  dème  M  me  Ice  d' pais  eh' a  m' 
vèn;  e  a  j'i  parile. 

15.  B  dop  na  chela,  a  Tà  ansacà 
col  qoatsòUch'a  l'à  tira,  e  a  s'  n'à 
andàsne  da  lons;  e  là  fasènd  viole, 
e  dcsbàuele  ansèm  a  d'  iuffie  a  l' à 
lèi  mrìkn  a  tut. 

i4.  Trovinse  con  pi  niente ,  es- 
aèoQe  aa  gran  famìna  ant  cui  pan, 
•  l'«m  eoatrèt  a  far  M  ridàn. 

f  ».  E  pai  a  re  andèt  a  far  '1  ser- 
▼llòraBsèm  un  d'cul  pais  ch*a  M 
mandava  a  larghe  I  lòj. 

16.  Tanl  a  l'era  la  sgurma  cb'a 
ravìa ,  eh'  dsiderava  d'  fé  na  pél  d' 
cute  gìans  eh' a  mangio  I  tòj;  ma 
nloD  gna  dava. 

IT.  A  rà  pensa  na  chela,  e  pu  a 
prleava  da  apar  elèi!  0  quentie  ser- 
vltér  eh'a  san  a  cà  d'  me  pare  eh' a 
Ilo  d'  pan  fin  ch'a  vólen»  e  mi  come 
'n  rIdàn  I  moro  d'  niglia! 

18.  A  rà  pensa  ben  I  su  vers  e  a 
l'à  dit:  I  vni  andà  a  trova  me  pare, 
e  vnl  djje:  Fare ,  i  ò  fel  nèc  '1  bon 
Glui  a  vul; 

la.  Mèrito  pà  pi  d'esse  vos  miil  ; 
arcojme  almén  per  vos  servitór. 

SO.  ▲  s'è  ausasse,  è  a  Tè  macia 
vers  la  cà  d'  80  pare;  a  Tera  ancor 
da  Iona  eh'  al  so  pare  a  '1  rà  parSù , 
pia  dia  compassiòn  a  rà  corù  vers 
M  mal,  al  l'à  embrassà  e  a  J'à  fàje  ci. 

81.  'L  muleta  j*à  pricàjeal  pare: 
Pare,  i  ò  offcis  'I  bon  Gliis  e  vui;  i 
fon  pà  pi  dégn  d'esser  vos  miil. 

SS.  t  pare  allora  a  l'à  dit  ai  sar- 


vilór:  Porlème  la  soa  pi  bella  vesti- 
menta  e  qualèlo;  e  bulèje  'I  fricio 
ant'al  di,  e  le  càusse  pontie. 

25.  Ande  a  piè'l  vèl  pi  gras;  squa- 
jèlo  e  fòma  na  ribotta; 

84.  Porche  'I  me  mulèt  ch'a  l'era 
mort,  a  i'è  arvivii;  l'avia  perdu,  a 
rò  trova;  e  a  ì'àn  comenaa  a  far 
viola,  e  a  star  alégher. 

85.  Ant  cui  moment  a  J'ò  riva  a 
cà  'I  mul  pi  vèj,  ch'a  l'era  ent  I  poa- 
sès;  avsinànse  a  cà,  a  l'à  senti  ch'a 
sonavo  e  ch'a  ballavo. 

86.  A  l'à  ciamà  an  servitór,  e  a 
J*à  dije:  Ch'èlo  a'  Upage? 

87.  E'I  servitór:  A  j'è  torna  vòa 
frèi,  e  vos  pare  a  l'à  fètaquaja  'i  «èl 
pi  gras,  lant  conlènt  par  avéi  anco 
vist  'I  so  mulèt  plot. 

88.  A  J*è  saulà  '1  fiìmèl,  a  vorìa 
pi  andà  a  cà;  'I  so  pare  a  Tè  sorti 
fuor  à  pricàje  e  a  bllnàlo. 

89.  Ma  a  rà  raspohdiìje,  eaj'à  dll 
a  so  pare:  A  l'è  giàtènt  ago  chesoD 
con  vui,  e  che  v'ò  aempe  auluve  be- 
ne, e  m^  avi  mai  dèt  un  cravéf  par 
mangia  con  i  me  amìs. 

80.  Ma  subii  che  l'àut  vos  mQièt  à 
rè  riva,  e  ch^a  l'à  mangia  tut  cui  eb' 
j'avi  dàje,  ansèm  d^  lufflasse,  J'avi 
massa  M  vèl  pi  gras. 

31.  Antlora  'I  pare  a  J'à  dije:  Me 
car  mul,  ti  l'è  sempe  slèt  con  mi, 
e  tùli  i  me  possès  a  son  par  ti. 

88.  Ventava  ben  fé  na  ribotta ,  e 
viole  ampoc,  porche  tò  frèi  a  t'era 
mori,  e  a  rè  arsosilà;  l'ave  perdii,e 
rò  turnà  a  trova. 

N.  N. 


»4R 


PARTI  TERZA 


Dialetto  Alessandrino  (Non ferrino). 


II.  In  òm  réiva  dói  fiòi; 

15.  Er  pu  giuvu  d'  sti  fiói  i'à  die 
a  so  pari:  Papà,  dam  ra  paridi  beni 
ch'u  m' Iucca;  e  lù  u.  j'à  spartì,  e  u 
J*à  d:iò  ra  so  pari. 

18.  E  da  lèi  a  pochi  dì,  er  flò  pù 
giuvu  i'à  fa£  su  lùt,  e  Tè  andai  ant 
in  paÌB  luntàn,  e  là  i'à  sgarra  lui  cr 
M  so  a  fé  der  sbàuci. 

14.  E  quand  ch'u  n'èiva  pù  nént 
affai,  j^è  slai  na  gran  carestìa  ani 
cui  paìs^  e  lu  i'à  prinsipia.a  alante 
par  vivi. 

ftt.  E  rè  andai,  e  u  s'è  intrudùl 
an  cà  d'jon  di  sìtladin  d'  cui  pais, 
ch'u  Ta  manda  a  ra  so  cassénna  a  fé 
ra  vuardia  ai  ghén. 

16.  E  branca  va  d'auipis  ra  panza 
der  giànduri  cli'l  mangiavu  1  glién, 
e  anson  a  J  na  dava. 

17.  Ma  quand  eh'  I'à  ytsl  usòdis- 
ingàn,  rà  dli:  0  quanta  geni  d' ser- 
vissi an  cà  d^  roé  pari ,  eh'  i  àn  der 
pan  a  uffa ,  e  mèi  acsi-chi  a  m'  na 
nór  dra  fam  1 

,  18.  L^  è  ibèl  eh' a  m'àussa,  e  ch'a 
vaga  da  roé  pari,  e  a  j  dirò:  Papà, 
mèi  a  I  ò  manca  con  tra  u  Sé  e  cen- 
tra tèi  ; 

19.  A  n'  niérit  gnìanca  pù  d'essi 
clama  lo  fio;  Iral-mì  cmé  ch^a  fissa 
Jon  dù  lo  servissi. 

20.  E  su  eh'  ré  slui,  ré  andai 
da  so  pari;  en  Iraltànl  eh'  l'era  an- 
cura  luntàn,  so  papà  u  I'à  visi,  e 
pia  darà  compassión,  u  j^é  curs  an- 
centra,  e  u  j'à  brassà  er  còl,  e  u  rà 
bazà. 

SI  .E  istnó  u  j'àdli:  Papà,  io  manca 
couira  u  Sce  centra  d' lèi:  an'wdrit 
gnìanca  pù  d'essi  ciauià  tò  fio. 


22.  Er  pari  i'à  dii  ai  aò  servitàr: 
Preslu,  tire  fora  ravsli  pù  prcsià«, 
e  bùttélgli  andòs,  e  mitlij  ranéaa 
l'u  dì,  e  i  slivalén  ai'pè. 

15.  E  amné  chi  er  videi  graa,  e 
masséli,  e  ch'u  s^mangna,  edi'os'a 
slaga  alegramènt 

24.  Perché  Ist  me  fio  l'era  aert, 
e  l'è  risùscìlà;  u  s^ert  pén  e  «  s'è 
Iruvà  ;  e  lei  I  àn  prlnsiplà  «  fé  io  graa 
past,  e  sléssni  alégher. 

2tt.  Aniura  erfló  prim  msaBoiB- 
pagna,  e  quand  ch'u  ioraivÉ ,  avzi- 
nàndsl  a  ra  cà,  I'à  santi  chM  Muvn, 
e  eh'  i  ballavu. 

26.  E  I'à  clama  jon  di  aervitàr,  e 
u  rà  anterragà  se  cb^  Pera  la-ehi? 

27.  E  l'àter  I'à  rUpòst:  L'è  lenì 
a  cà  lo  fradél,  e  iò  pari  I'à  natia  la 
videi  gras,.  perché  ù  Vk  rìeópefàsaa 
e  salv. 

tfs.  E  lù  ré  andàè  en  còln,  e  o' 
vurrìva  pù  antré  dreni;  dpacR  Tè 
sur  lì  for^  ^r  pari,  e  I^r  prìntlpiàa 
preghéli. 

29.  Ma  lù  rà  rispósi,  r  I'à  die  asi 
pari:  L' é  tètani  ani  che  mila  l'serr, 
e  a  n'ò  mai  trasgredì  J5e  di  là  i^ 
din,  e  n'  l'  m'ài  mai  daè  In  cnvél 
par  eh*  a  in'  la  gudissa  eon  I  méaaib. 

so.  Ma  da  dop  ch'u  J'é  avoi  chi  bt 
tò  fio,  eh'  rà  divora  tal  er  fai  sé 
con  der  doni  cmé  ai  icja,  t'ài  massa 
par  lù  er  videi  gras. 

SI.  Ma  er  pari  u  fa  die:  Fio ,  tèi 
l'  éi  sémper  con  mèi,  e  lui  col  ch'a 
j'ò  mèi ,  ré  Iò. 

82.  Na  l'era  ben  giiisl  da  fé  in  graa 
pasl,  e  da  fé  fesla,  perché  ist  tè  fra- 
dél Tera  mori,  e  l'è  risuscita;  u  s'era 
pers  e  u  s'è  Iruvà. 

Tbioa. 


DIALETTI  PEDBNOirrANI. 


VI9 


Dialetto  di  Castbllazzo  Gamondio  (Monferrino). 


II.  In  òin  ràva  diii  fanciòU; 

18.  E  ir  pi  pcitl  d'ìò  ch'a  coi  Va 
die  a  su  pari:  Bapà,  demi  ra  pari  d' 
tilt  cui  ch'a  m'  iucca.  E  chili  u  J'à 
tao  àntar  lur  ir  pari  dir  fa^  so. 

15.  E  da  lèi  a  pòiedéi,  cassa  tcoss 
anscmmo,  ir  fi  pcitl  u  s'  n'è  and࣠
an  di  pais  luniàn ,  e  là  an  sbàuci  l'à 
sgairà  llUcul  eh'  réiva. 

14.  E  ardiè  air  sbris ,  ani  cui  pais 
u  J'è  staé  gran  carestia ,  e  chili  la 
caaBM  •  fé  di'  aptil. 

-tu.  £  l'è  andàé,  e  u  s'è  arranibà 
ds  jéi  d'  cui  bon  staghènt  d' cui  pais, 
cb*u  rà  manda  a  ra  su  cassélna  a 
vuardè  i  ghéi. 

16.  E  l'au réiva  ampìsl  ra  pansa  dir 
giandri/ebM  mangiava  i  ghcl,  e  u 
ni  era  nei  eh' a  j  na  dava. 

I7.lb  faé  testa,  Tà  dìo:  Quan6ser- 
vilùr  an  cà  d'  me  pari  i  àn  dir  pan 
a  uffa ,  e  mèi  coi  a  m'  na  mor  dra 
fami 

la.  A  m'  livrò  sèi,  e  andrò  da  me 
pari,  e  a  J  dirò  a  chili.  Pari,  a  i  ù 
falla  centra  du  Sé,  e  conlra  d'  vùi  ; 

It.  A  n'  son  pi  dégn  d'essi  clama 
vostr  fi:  tratèmi  cmèjéi  di  voéfami. 

SO.  E  al  va  sèi,  Ve  andà6  da  lu 
pari.  E  asmènt,  che  chili  l'era  ancùr 
luntàn,  su  papà  u  l'à  vlsl«  e  u  s'è 
iDUvi  a  eompussièr,  e  u  j'è  curs  an- 
cònter,  e  o  J'à  cassa  ir  brassi  ar  còl, 
e  u  l'à  bazà. 

at.  E  ir  fi  u  j'à  dio:  Pari,  a  i  ù 
falla  conlra  du  Sé,  e  contra  d'  vui: 
a  n'  son  pi  dégn  d'essi  ciamà  voslr  fi. 

22.  So  bapà  rà  dio  ai  sol  servitùr: 
Asgagià,  lire  fora  ra  gippa  ra  pi  bel- 


la, e  bittèira;  cassèj  Tanè  ani  u  di, 
e  Ir  scarpi  ani  1  pè. 

25.  E  amnè  eoi  ir  boeéi  grass,  e 
masséti;  oh'  Tè  temp  d' mangè  e  d' fé 
banchèl; 

24.  Perchè  isl  me  fi  l'era  mort  e 
l'è  arstìsilà;  u  s'era  pers,  e  u  s'è 
Iruvà;  e  i  àn  cmensà  a  banehetè. 

25.  Aura  ir  faneiòtt  pi  grand  l'era 
a  par  lèi  :  e  ani  u  turnè,  ausInàAdsl 
a  cà  rà  senti  ra  mislea,  e  ir  currenU. 

26.  E  l'à  ciamà  Jél  di  aervHùr,  6 
u  j  à  sircà  csé  l'era  su-coi? 

27.  E  chili  u  j'arspùs:  L'è  taroi 
vòstr  f rèi ,  e  vòit'r  pari  l'à  masaà  ir 
bucéi  grass ,  perchè  Tè  tumà  a  cà 
ardi. 

28.  E  chili  rè  andàé  an  còIra,  e 
u  n'  vurèiva  mane  antrè.  Ani  enlla 
su  bapà  l'è  surli  dall'Isa,  e  a  l'i 
cmensà  a  baburèll. 

29.  Ma  chili  l'arspùf ,  e  Pà  di£  a 
su  pari:  L'èia  tanè  agn  che  mèi  a  v' 
serv,  e  a  n'  ò  mai  irasgredi  Jél  di  vùé 
cmànd  ,^  e  1  n'  m'ai  mal  daé  In  bèg 
da  godmi  an  cni  mèi  amia. 

so.  Ma  dapòi  eh'  l'è  avni  a  eà  Ist 
voslr  faneiòtt ,  eh'  l'à  svurpà  titt  o 
so  an  cun  cui  donni,  f  èl  massa  per 
chili  ir  buceéi  grass. 

31.  Ma  ir  pari  u  j  à  dio:  Ve  fi,  té! 
l' èi  d' iung  cum  mèi,  e  tilt  eul  ch'a 
j'ò  l'è  tilt  tò. 

52.  Ma  l'era  gist  d'  siè  alègher,  e 
d'  fé  festa,  perchè  ist  tu  frèll  l'era 
mori,  e  l'è  arsùsilà;  u  s'era  pèrs, 
e  u  s'è  Iruvà. 

K.  N. 


58 


nw 


PARTE  TERZA 


Dialetto  di  Castelnuovo  Bórmida  (Monferrino). 


1 1 .  iin  ÒB  a  réiva  doi  flói  ; 

12.  Et  pi  giovo  a  rà  dit  a  so  pari: 
Papa,  dèm'  un  poc  culla  pari  che  un 
pò  locebèmi^  ed  il  pari  a  j'à  dal. la 
8Ò  porsión  à  tuUl  doi. 

iS.  Da  li  a  pòic  di,  uiess'  ansèm 
tùli  le  so  cose,  il  fio  pi  giovo  a  Tè 
andà  ani  un  pais  ben  lontàn,  e  là 
rà  fai  andè  il  fai  so  ani  vizi  e  ba- 
gordane. 

14.  E  dop  che  rà  consuma  ogni 
cosa,  a  1*6  arriva  fina  gran  fam  ani 
ciil  pais,  e  obli  Vk  comansa  ave  un 
griabsògn. 

|g.  E  cbii  OS'  li' è  andà ,  e  o  s*é 
apofià  ad  un  «gnór  d'  cui  pais;  e 
o  rà  manda  alla  so  ca^sina  a  guarda 
i  pors. 

l€.  E  cbiI  u  desiderava  d'ampi  la 
panaa  d'  cui  glande,  chM  mangiavo 
i  pors,  e  nessun  o  j  na  dava. 

IT.  Ma  anlrà  poi  in  se  sléss  ,  cosi 
o  8^  niess  a  di:  Ohi  quand  servilór 
ani  la  cà  d' né  pari  i  àn  del  pan  in 
abboiidaii9(a ,  e  me  a  in'  na  mor  d' 
(am! 

18.  Ab  I  a  m'alirò,  e  andrò  da  mi 
pari,  e  aj  dirò:  Pari,  a  j'ò  pecca  e 
con  Ira  u  Sé  e  conlra  voi. 

IO.  Già  M  n'son  nénl  dégn  d*essi 
islamà  vostr  fló;  femmi  come  jin  dei 
voè  servilór. 

20.  E  alzàndsi  a  l'è  andai  da  so 
pari.^  Ed  essinda  ancóra  ben  loniàn , 
so  pari  0  l'à  visi,  e  a  rè  sia  pia  darà 
misericordia,  o  Tè  andà  aiiconlra  o 
Ì*à  cas»à  ir  brassi  anzima  al  còl,  e 
o  j'à  basa. 

21.  E  col  lió  o  j'à  dili:  0  pari,  a 
}*ò  pecca  e  conlra  u  Sé  e  conlra  voi; 
e  me  a  n'  son  pi  dógn  d'essi  ciamà 
voslr  lió. 


22.  Ma  il  pari  l'à  dil  ai  sol  servi: 
Portemi  prèsi  la  prima  vesta,  e  mei- 
lijia  addòs;  cassèj  l'anèl  ani  la  so 
man,  e  i  calza  meni  ani  i  pei. 

2.%.  E  andè  a  pie  fin  vi  lei  grus,  e 
maaicli ,  e  a  mangi  roma  e  slarona 
alégher;   > 

24.  Perché  isl  me  fio  a  l'era  mori, 
e  a  l'è  arsuscilà,  u  s'era  pera  e  a 
s'è  trova;  e  I  àn  cominaà  a  slè  alé- 
gher. 

26,  V  àter  fio  pi  maggior  a  •*»'•» 
in  campagna,  e  avninda  da  fi  easH 
pagna  avzinàndsi  a  la  cà,  l'à  tenli 
del  cani  e  dei  son. 

26.  E  Pà  ciamà  Jln  del  servilór,  e 
0  l'à  anlerogà  cosa  l'era  eoi  fracaBS? 

27.  Il  servilór  o  j'à  rispòst:  ▲  l'i 
lornà  a  cà  vòsler  fradòl ,  #  vàilcr 
papà  a  l'à  maizà  un  vitèì  gras,  per- 
ché ch'o  rà  riavi  san  e  salv. 

28.  Il  fio  prim  a  ré  andà  an  eóira, 
e  u  n'aurcivai  nénl  antrè  ani  cà;  al* 
lora  il  pari  a  l' è  sorli  fora,  e  l'à 
comansà  a  preghèlL- 

2g.  Ma  il  -aò  cosi  l'à  rlspàst,  e  l'à 
dil  a  so  pari  :  Vuardè,  1  sob  lane  aa 
che  me  a  v'  sérv,  e  a  n*ò  aal  Irasgredì 
tin  vòsler  eomànd,  e  i  n'  m'èl  mai 
dà  un  agnè  da  godi! mi  coi  mèi  am. 

50.  Ma  dop  che  a  l'ò  veni  W  vò- 
sler fló,  eh'  l'à  fa  andè  il  lai  so  con 
(lersonni  d'  mala  vita,  per  chii  j*èi 
mazza  un  vi  lèi  grass. 

81.  Ma  ir  pari  ò  j'à  dil:  0  fio,  U 
rèi  sèmper  con  me,  «  luti  ir  mi  cesi 
r  son  lui. 

S2.  Bsognava  poi  de  un  pasl,  t 
ralegrcsi ,  perché  isl  lo  fradèl  a  l'cn 
mori,  e  a  l'è  arsuscilà;  a  l'era  pèrs, 
e  u  s'è  Irovà. 

N.  ^. 


DIALETTI  PBDBMOMTANI. 


5»! 


Dialetto  di  Bistagno  (Monferrino). 


11.  In  òm  a  Téìva  dui  fanciòt; 

12.  Erpu  pcìl  di  dui  l'à  di£  a  so 
fuiri:  Pari,  dèni  ra  me  part  che  m' 
luca;  e  chii  u  j'à  dvìs. 

flS.  E  da  li  a  càie  dì  bùtà  tutt'an- 
9èm,  er  pu  zuvu  u  s'  n'è  andà  ant  in 
pais  lontàn,  e  li  l'à  discipà  tiìtt  er 
f࣠ so  a  mangè  e  beivi  e  fé  anpò  d' 
tuU. 

14.  E  dop  d*avci  sgairà  tuli  quant, 
u  j*è  .sta  na  gran  caristia  ant  qual 
pais ,  e  ebii  a  s*  è  truvà  senza  mangè. 

tS.  E  rè  andà  da  un  d'  qual  pais 
e  u  s'è  giusta  da  servitù. Ist  chequi 
u  l'à  manda  a  na  so  cascinna  a  scoi 
al  ghin. 

16.  E  u  s'sarèiva  ampi  auranlé  ra 
panza  dra  giandr  eh'  I  mangiavo  i 
porz^ma  u  n'j  era  nun  che  j  na  déiss. 

17. Ma  arcnusckidsi  radiò:  Quanò 
fami  an  cà  d'  me  pari  eh'  i  àn  bon- 
danza  d'  pan ,  e  mi  qui  a  moir  d' 
ra  fami 

18.  A  sautrò  su,  e  andrò  da  me 
pari  e  a  J  diro:  0  pari,  a  i  o  fa  pcà 
contra  u  Signùr,  e  centra  d*  vui; 

19.  Mi  a  n'  mèrit  pu  d'essi  ciamà 
vost  fi;  trattèm  cm'jnn  di  vo£  ser- 
vltùr. 

20.  E  ausàndsi  i*c  andà  da  so  pa- 
ri. Apenna  che  so  pari  u  l'à  vist  da 
lontàn,  uj'è  vnù  conipassión,  rè 
curi  pr  andè  an  contra,  u  l'à  brazà  e 
u  l'à  baia. 

21.  Er  fi  rà  die  ar  pari:  0  pari, 
a  f  o  f à  pcà  cbntra  u  Signùr  e  con- 
tra vui;  a  n'  mèrit  pù  d'essi  ciamà 
vost  fi. 

22.  E  V  pari  l*à  dio  ai  soi  servi- 
tur:  Porte  subii  er  robich  '1  riva  an 


pruma  e  vestii ,  e  butèj  l'anè  ani  u 
de,  e  'r  scarpl  ant  i  pè. 

28.  E  ninè  qui  in  videi  grass,  e 
mazèil,  e  mangi  ù mie  e  slum'  alógr; 

24.  Perchè  Ist  me  fanciòt  Pera  mori, 
e  rè  arsiuscità;  l'era  pers,  e  u  s'è 
truvà  :  e  i  an  emenzà  a  mangiè. 

2tt.  Er  pù  grand  d'Id  dui  fanciòt 
l'era  an  campagna,  e  avninda  e  ysi- 
nàndsi  a  oà  l'à  senti  a.sunè,  e  ch'i 
balàvu. 

26.  E  rà  clama  jun  di  servllól  e  u 
l'à  Interogà  cossa  eh'  l'era  tult  qual 
fracàss? 

27.  E  chiI  u  j'à  arspòs;  Vosi  frèi 
rè  vnu  a  cà,  e  vost  pari  l'à  fa  mazè 
in  videi  grass  perché  l'è  vnu  a  cà 
ardi. 

28.  E  chiI  u  s'è  anrabià  e  U  n^ 
vréiva  pu  andè  a  cà;  dunca  'r  pari 
l'è  Sorli  era  cmanzipià  a  preghèl. 

29.  Ma  er  fi  arspondèndij  u  J'à  die: 
Vardè,  i  son  za  tan^  agn  eh' a  v'  fai 
u  servitù,  e  quandi  chi  m'èl  ciqan- 
dà,  a  v'o  sempr  obdi,  e  I  n'  m'èi 
mal  dà  in  cravètt  da  godmi  con  I 
amii. 

80.  Ma  penna  eh'  l'è  riva  Ist  vostr 
fanciòt  qui,  eh'  l'à  mangia  er  faÒ  so 
con  der  doni,  tal  e  qual  1  j'èl  fa  mazè 
in. videi  grass. 

SI.  Ma  er  pari  u  j*à  di£:  0  fanciòt. 
Ti  l'èi  sempr  sta  con  mi,  e  qual  ch'a 
j'o  mi,  l'è  tò. 

32.  Ma  l'era  trop  d'ii  giiist  d* man- 
gè,  d'  béive  e  d'  fé  festa,  perche  Ist 
lo  frcl  l'era  mort,  e  l'è  arsiijscilà; 
u  s*era  ìkts,  e  u  s'è  truvà. 


»52 


PARTE  TERZA 


Dialetto  d'Alba  (Monferriiio). 


11.  Un  òm  u  r'  a  vìa  dói  fiòi; 

12.  'L  pi  pcil  un  di  u  r*à  dit  a  so 
pare:  Pare,  dèinc  ra  pari  ch*a  m' vèn. 
li  pare  sentènd  fto-si^  ìt  r'à  fai  re 
pari,  e  n  r*à  dàje  lo  ch'j  tucava. 

18.  Da  li  a  pochi  di,  si' Odi  u  r'àbutà 
tot  er  fai  so  ansèm,  e  u  s' n'  è  andàsne 
ani  fin  pab  lonlàn  mutubèn,  e  ansi  là 
u  r'à  sfhéirà  tut  ani  fé  'I  bagordùn. 

14.  Penna  cb'u  r'à  Ani  d'  fé  andé 
tilt,  J'é  vnuje  na  gran  carstia  ani 
cui  |lais,  e  chièl  u  r'é  sia  riduft  a 
mane  pi  avèl  u  necessari  pr  vive. 

Itt,  E  l'andà  pr  srvllù  ant  cà  d'un 
d'  cól'pais;  e  chiél-si  u  r'à  mandàru 
a  na  sua  vita  a  guarné  I  crin. 

16.  Ansi-là  u  r'avia  mane  jA*  ra 
glàndr,  eh' a  daaiu  al  crln,  baslànl 
da  gavésse  ra  fam. 

17.  Aniura  pensànd  ben  ben  al  so 
cas,  u  r'à  dil  anlrà. chièl:  Ma!  tanti 
srvitùr  eh' a  J'é  ant  cà  d'  niè  pare  i 
Fràntati  der  pan  fin  ch'i  voru,  e 
mi  stag  si  a  murimne  d'  fam! 

18.  fJ  r*è  mèi  che  m'àussa  su,  e 
che  m'  na  vaga  da  me  pare,  e  che 
i  diga  adritura  parél:  Pare,  mi  cu* 
nàss  d' avèl  manca  cbnlra  NostSgnùr 
e  con  tra  d'  voi: 

19.  MI  soìi  pi  nén  dcgn  che  vul  i 
m'  Clami  pr  voslr  051;  trateme  d' 
mac  com'iin  vostr  srvitù. 

SO.  U  s*é  subii  ^ussàse,  e  u  r'é 
subii  partìsne  pr'  andè  truvè  so  pare. 
Mentre  ch*u  r'éra  ancora  discòsi  da 
sua  cà,  so  pare  u  r'à  'niervist,  e  pia  da 
ra  cumpassión  u  r*écuruje  ancontra, 
u  r'à  ambrassàru,  e  u  r'à  basàru. 

21.  Alura  si'  fidi  u  r'à  subii  d^e: 
pjire,  mi  r'o  manca  conlra  NostSgnùr 
e  contra  d*  voi;  mi  son  pi  nén  dégn 
ch^i  m*  clami  pr  voslr  fidi. 

22.  Ma  'r  pare  u  r'à  subii  dàt  ór- 
din  a  ra  srvilii,  ch'u  porléisso  presi 
li  ra  pi  bela  vstimenta  ch*a  j  fiissa  an 


rà,  e  eh'  ru  vstt'iss  siibil  da  cap  n 
pé,  echa  j  butéissu  r*anèl  ani  i  di. 

28.  Andé,  u  r'à  dcò  dit,  tire  fora 
d*ant  ra  siala  er  pi  grass  vellèl  ch'j 
sia,  masséru  subì!,  che  vòj  cbefassu 
n'arsinùn,  e  che  stagu  alégr; 

24.  Prché  roè  ddl  a  T'era  neri,  e 
u  r'è  rissussità;  r'avia  prdura,  e 
r'o  turnaru  truvè;  e  pò  tuli  soo  bu- 
tàse  a  tàula. 

28.  Ani  cusl  mentre  'r  fio!  pi  nj, 
u  T'era  an  campagna,  e  lamànd  a 
cà,  quand  u  r'è  sta  li  da  vsùi  Va 
senti  eh' a  s*  sunava  e  eh' a  s' baiava. 

26.  U  r'à  clama  un  di  arf Itnr  pr 
savél  cosa  r'éra  st'  alegiia? 

27.  Chiél  u  J'à  rsfpundaie:  J*è 
lurnàje  so  fratèl,  e  so  pare  a  r'à  hi 
masse  un  gross  vellèt,  e  u  fa  fetta, 
prché  n  r'è  torna  a  cà  saa  edlqiMt 

28.  Sentènd  so'si  sto  -fio!  pi  Wj,  « 
r'è  saulà  'n  còlerà,  e  u  vuria  pi  Beo 
anlré  'nt  cà;  aò  pare  ch'u  r'isavini, 
u  r'è  surli  fora,  e  con  d'  belepa* 
rolc  u  r'à  srcà  d'chieténi, 

29.  Chiél  però  n  r''à  dil  a  aò  pa- 
re: Com'  vàia?  Mi  fi  r'è  da  Unti  ago 
che  sòn  con  voi,  e  che  t'  aer?  fede^ 
mént,  e  v'ò  sempre  fai  lui  lo  ch'i 
ni'éi  dime,  e  voi  r'è!  mai  dàmeso- 
ramént  iin  cravót  da  àndè  a  ale  uà 
poc  alégr  con  i  me  amb. 

50.  Ma  penna  ch'u  r'è  lami  cosi 
voslr  fidi,  ch'u  r'à  sgbeirà  Int'rfit 
so  con  d'  fumre  d'  cutiva  vita,  r'è! 
subii  fai  masse  pr  chièl  iìn  gras  vetlèl. 

51.  Me  flòl,  u  r'à  risposi  'r  pare: 
Ti  l'  sèi  sèmpre  con  mi,  e  tot  lo  che 
r'o  mi,  u  r'é  tò. 

32.  Ma  u  r'é  d*  co  giiistche  sièiso 
un  poc  alégr  e  che  féissn  un  pè  d* 
fesla  pr  lo  frél,  ch'u  r'era  mori,  e 
ch'il  r'é  rissii^^ilà;  r*aviu  prdóni, 
e  r'óma  lurnàru  a  truvè. 

N.  N. 


DIALETTI  PEDIMO^ITAKI. 


»»5 


DULBTTO  DI  MOIfDOVÌ. 


•  ■ 

f  f.  Un  òm  u  r'  aìva  do  fìi; 

12.  'R  pi  zuvo  di  doe  u  r'à  die  a 
so  pare:  Papà,,  dcme  'r  me  toc  d'r 
faè  niè:  e  cliél  ii  r'à  «partì  tra  d' 
cliéi  ra  roba  ciri  vnàiva. 

■ 

iS.  l>a  li  a  poci  dì,  rabarà  tGt« 
'r  fi  pi  zuvo  u  s'  n'è  andò  'nr  un 
paìs  da  Inns,  e  là  u  r'à  faé  baie  'r 
fai  so,  vivènd  a  buca  eh'  vdlu. 

14.  E  daè  arlàn  a  tul,  Nit  cui  pais 
j  è  vnùje  na  gran  faminna,  e  chél  u 
r'é  tnivàse  a  rabèl. 

I».  E  u  r*  é  'ndà,  e  u  s'è  giùMàse 
con  un  sgnur  d'  cui  pais,  ch'u  r^  à 
mandàro  a  na  sóa  cas^inna  a  sco  ai 
grin; 

16.  E  u  r*  aiva  vdja  d'empisse  d^  ra 
giandrch'i  mangiàivo  igrin,  egnun 
i  nu  dàiva. 

f  7.  Turnà  altura  'ni  se  sléss,  u  r'  a 
die:  Quan£  servitù  a  cà  d*  me  pare 
a  manglu  dV  pan  a  crpa  pausa!  e 
mi  li  1  indir  d'  fami 

18.  1  voi  auzèinee  'nde  da  me  pa- 
re, e  i  dirò:  Papà,  i  ófaòpcà  contra 
M  Sèi  e  cpntra  d'  vóe; 

19.1  sngn  pi  nèn  dégn  d'esse  ciamà 
voAtr  fi;  trattème  ar  inod  d'iiu  di 
voslr  servitù* 

SO.  E  0  s'è  aus^àse,  e  u  r'é  'ndà 
a  cà  d'  8Ò  pare.  E  'ni  'r  mentre  ch'u 
r'era  'ocù  da  luns ,  so  pare  u  r'à 
vistru,  e  ciapà  da  ra  compassión, 
u  jècurs  'ncuntra,  u  s'j  è  campàsje 
coi  brass  ar  col  e  u  r'à  basàro. 

21.  E  'r  n  u  j'à  dije:  Papà,  io  faé 
ma  contra  Dio  e  contra  d^  vóe;  i  ni* 
inàirjt  pi  ncn  d'esse  clama  vostr  fi. 

22.  E  u  so  pare  u  r*  n  die  ai  so  ser- 


vitù: Dsgagève  a  tre  fora  ra  vesta  ra 
pi  preziosa  :  bulè]e  r'anèi  'ni  u  di, 
e  I  stive  'nt  i  pè; 

25.  E  mnè  'n  viièl  grass,  maiièrOp 
mangema  e  fama  gaud inette; 

24.  Prchè  st^  me  fl  u  r'era  mort, 
e  aura  u  r'è  rsusclla;  u  s'era  pers, 
e  r'  ama  truvàro;  e  1  se  son  stàssa 
ate^rament  a  tavu. 

2tt.  Yen  eh'  Vfl  pi  vèl  u  r'era  pr 
li  'n  campagna,  e  Ira  mentre  ch''u 
lurnàlva  e  u  s'aystnàiva  a  cà,  u  r'à 
senti  re  ol>ade  e  i  bai. 

26.  E  u  r'à  faé  vni  'n  servitù, 
e  u  j'à  ciamà  cos  fùss  lo? 

27.  E  cbèl  u  j'à  rspoodCye:  Vosir 
frèl  u  r'è  turnà  vni,  e  vostr  pare  a 
r'  à  mazza  un  vi  tèi  grass,  prchè  u 
r'  è  turnà  'n  benna  sanità. 

28.  E  chél  o  r'  è  'ndà  'n  furia  ^  • 
u  vai  va  nén  'ntrè.  Pr  lo,  so  pare  u 
r'è  'usci  fora,  e  o  s'è  bùtàsse  a  pre- 
gherò. 

29.  Ma  chél  0  r'  à  rspòsi  e  did  a 
so  pare:  1  son  tanè  agn  eh'  mi.i  v' 
scrv ,  e  i  son  sta  tavota  comànd,  e  f 
n'  m'èi  dame  'n  era  vói,  ch'i  paitsa 
godmro  con  i  me  amis. 

sa  Aura  prchè  uj' è  vniìje  si' vostr 
fl  eh'  u  r'  à  iNirbà  'r  faé  so  con  re 
plandrc,  i  r' ai  mazza  pr  chèi  cui 
vilèl  grass. 

SI.  Ma  'r  pare  o  J'à  die:  Me  fl  ,  Il 
l'  stè  tavota  con  mi ,  e  'r  fad  roè  u 
r'è-tò. 

32.  .Ma  u  r'era  giùst  d'  stèsse  a 
lavo,  e  d'  fé  riguzìlio,  prchè  stu  lo 
frèl  u  r'era  mort,  e  aura  u  r'è  rsfi- 
scltà:  u  r'era  prdù  e  u  s'è  truvàse. 


Gio.  Edoardo  Ferbua. 


554 


PARTI  TIRZA 


Dialetto  dsl  Caiko  (Monferrino). 


li.  ÌJn  òn  l'ava  dui  fidi; 

iS.  U  ciù  giuvu  l*à  di£  a  so  pare: 
Pupa,  dème  ra  pari  di  l>eni  che  m' 
tocca.  E  cbièl  l'à  fa  Ira  lor  er  pari 
dii  so  palrìmoni. 

il.  Da  lì  a  pochi  di  b&tà  lui  In- 
sta *èi  flo  ciù  pcil  u  s' n'  è  andà  ini 
io  paia  hintàn,  e  qui  Vk  sgbeirà  lui 
*r  fai  so  in  slravlii. 

14.  Dà  eh'  Vk  avu  fin  a  tilt,  l'è 
vnu  'na  grao  caristia  io  cui  pais ,  e 
«  J'è  prislpiì^e  a  mancjiè  u  neces- 
sari pr  vivi. 

II.  L'è  andà  e  u  s'è  In  Ir  od  ut  press 
a  'n  particolàr  d'  cui  pais,  eh'  'u  rà 
manda  ini  'na  so  cascinna  pr  andè  a 
acoi  ai  ghia. 

flO.  E  u  s'  sarélssa  inci  vurunlcr 
ra  pausa  dr  glandr  eh'  mangiava  I 
ghin;  na  u  n'J  era  nun  ch'j  n'un 
déissa. 

IT.  Ma  torna  In  si  rà  dìo:  Quanti 
servllùi  in  cà  d^  me  pare  i  àn  d'r 
pan  fin  ch'i  voni,  e  mi  qui  a  nidir 
d'  lami 

18.  A  m' levro  sii,  e  andrò  da  me 
pise^^ajdiròs  Pupa,  a  j'o  pcàcon- 
tra  u  Sgnù,  e  conlra  d'  voi; 
'IO.  A  n' mèrli  dà  d'essi  clama 
voilr  fio;  tralème  cum'  un  di  vostri 
servitù!. 

20.  Dìo  e  fa;  l'è  sta  su^  d'è  andà 
da  so  pare.  E  mentr*  Tera  ancora 
lonlàn,  so  pare«u  rà  visi  a  vni,  ra 
compasslón  a  l'à  pia  ,  e  u  j'c  andà 
incontra,  u  Pà  braià  ar  còl,  e  u  rà 
baia. 

Si.  E  V  nò  u  j'à  did>  0  Pupa,  a 
)'ò  pcà  conlra  u  Sgnù  e  conlra  d' voi; 
a  n'son  ciù  dégn d'essi  ciamà  voslr  fìo. 


22.  E  'r  pare  u  s'è  vutàse  ai  ser- 
vllùi: Prèsi,  u  j'à  dio,  lire  fora  ra 
vestlmenta  ciù  bela  e  bulèjra  indòs: 
e  butèje  Tanè  ini  u  di,  e  un  parad' 
scarpe  ini  i  pè. 

25.  E  pie  un  vile  gras,  maiièie,  e 
eh'  u  s*  mangia  e  sluma  alégr  ; 

24.  Perchó-'sl  me  fio  l'era  morte 
rè  r*sOscilà;  u  s'era  pera,  e  o  s'è 
Irovà.  E  l' àn  comensà  a  mangè. 

21.  Ini  si'  fratèmp  'r  fio  ciù  grand 
l'era  in  campagna,  e  ini  a  r'Iomè, 
avsinàndse  a  cà  l' à  senti  a  tooè  e 
a  baie. 

26.  L'à  ciamà  un  di  servitùi  e  o 
rà  inlerogà  cos'a  l'era  sta  cosa? 

27.  Echjèl  u  J'à  rispòsi:  L'è  tona 
vostr  frèl,  e  voslr  pare  !*à  fa  mane 
un  vile  gras,  perché  u  l'à  riavnsao 
e  fui  ardi. 

28.  E  chièl  l' è  andò  in  coirà,  e  n' 
voréiva  mane  Inlrè  in  cà.  Daaca  'r 
pare  l'è  sortì  fora,  e  u  l'à  ooasnsà 
a  preghè.  « 

29.  Ma  chièl  u  j'à  rispòsi:  8òn  là 
lanci  ani  eh 'a  v'  serv  e  a  J'o  sempr 
fa  lo  ch'i  m'èl  di£,  e  i  m'  n'èi  mai 
dà  un  cravèt  da  mangè  eoa  i  mèi 
amisi. 

so.  Ma  dop  eh  'si  vostr  Ao  eh'  fi 
mangia  tùl  'r  fai  so  cop  d'r  pilsae, 
rè  vnù  a  cà ,  J'èi  mauà  p'r  cfcièi  iio 
vile  gras. 

51.  Ma  'r  pare  u  J'à  risposi:  Osé 
flò^  il  rèi  sempr  con  ini  »  e  tut  lo  ch'a 
ròVè  lo. 

52.  Ma  rera  giiisl  d' siè  alégr  e 
fé  festa,  perché  'st  lo  frèi  Tara  mari, 
e  l'è  resuscita;  u  s'era  pers,  e  u  s*è 
Irovàsc. 


mALETTI   PEDkVOI^TAfri. 


55» 


Dialetto  di  Garessio  (Provincia  di  Mondovi). 


11.  Un  omo  Tavc  dui  fìoi: 
19.  E  u  ciu  iono  d' sf  ì  dui  Vh  dìcio 
a  90  pare:  Pare,  dame  a  parte  di  beni 
rh'a  m'  (oca.  E  lé  l'à  facio  tra  d'  lor 
re  parte  di  beni. 

18.  E  dMi  a  pochi  dì  biitào  tùlt 
fnseme  slò  flò  ciu  Sono  s*  n*c  andào 
int  in  paise  lonlàn ,  e  là  Vh  sglieirào. 
tulio  u  facio  sì)  Int  i  bagordi. 

14.  E  dopo  eh'  l'à  avuo  consùmào 
lutto,  Int  col  paì<^c  u  j  è  vgnuo  'n 
^ran  carstìa,  e  lé  l'à  comensào  a  avéi 
iHogno. 

15.  B  rè  andiio,  e  u  s'èacordàoda 
un  sgnór  d*  cól  paìse  ch'u  l'à  man- 
dào  a  'na  6Ó  campagna  a  vardàr  i 
porcbi. 

16.  E  l'ave  vòja  d'Incirse  a  pansa 
drc  giandre  chM  manglav'*  1  porchi, 
e  n^Gn  u  In  dava. 

17.  Ma  'rvgnijo  int  le  l'à  dicio: 
Quanci  servitór  in  cà  d**  me  pare  àn 
(lu  pan  in  abnndanza,  e  mi  lì  u  moiro 
d'  fame! 

18.  E  m'asrò  e  andrò  da  me  pa- 
re, e  J  diro;  Pare,  o  pcào  centra  u 
Sèi  e  conira  d'  ti; 

19.  E  li^  ro'  mèrito  ciu  d'esser  cia- 
mào  lo  fló;  tràlmc  com'ììn  di  toi 
servitór. 

SO.  E  essònd^e  aussào  l'èandàoda 
so  pare.  E  mentre  lé  l'era  ancor  lon-* 
fan,  so  pare  u  l'à  visto,  e  u  n*à  avflo 
compassión,  e  u  j' è  corso  a  V  Incon- 
tro, e  u  l'à  abrassào,  e  u  Tà  basào. 

21.  E  u  nói  u  j'<à  dicio:  l>arc,  ò 
\ìcììO  conira  u  Sci  e  contro  d' li;  e  n' 
ni'  mèrito  ciu  d'esser  ciaraào  tò  fló. 

22.  E  u  pare  Tà  dicio  al  soi  ser- 


vitór: Posto,  gavèi  fora  a  vesta  ciu 
preiiosa,  e  bùtèjla  a  rollO)  e  l*anèl 
int  1   di ,  e  P  scape  ai  pè. 

2S.  E  serchci  a  .vitello  grasso,  e 
nmassòilo;  e  vojo  che  man^moeehe 
féma  pasto. 

21.  Perché  slò  me  flò  l'era  morto, 
V  rè  rsclùscitào;  u  s'era  perso,  e  Vò 
lornào  a  trovar.  E  i  àn  comensào  a 
far  pasto. 

2».  U  fló  intanto  clQ  vèjo  l'era  in 
campagna,  eternando  e  avslnàndse 
a  cà,  Vk  senlio  1  concerti  e  i  soni. 

2(;.  E  rà  aplào  un  di'  servitór,  e 
u  j'à  ciamào  cos'u  fosse  rto  tapage? 

27.  E  lé  u  j'à  rsposto!  L'è  tornào 
(ò  fràier,  e  tò  pare  Pà  ama.^ào  fin 
vitello  grasso,  perctié  u  l'à  tomào  a 
acquistar  san. 

28.  E  io  l'candiio  In  còllera,  e  u 
n*  vorrc  entrar.  Pr  Io-li  a  pare  l'è 
sortìo,  e  rà  comensào  a  pregarlo. 

29.  Mfa  lé  l'à  rsposto  e  dlclo  a  so 
pare:  VardèI  un  poco,  i  son  là  tancl 
agni  eh'  mi  1  V  servo,  e  4*5  sempr 
f.'ìclo  cos  ti  m'  comandavi;  ti  n'  m'ài 
mni  dào  un  cravotto  pr  manglalmlo 
coi  me  amisi. 

So.  Ma  aura  eh'  V  è  vgnfio  sto  tò 
nò  eh'  u  s' è  mangiào  u  facio  so  con 
le  plandre,  li  ài  amassào  fin  yllelio 
grosso. 

:ti.  .Ma  lé  u  j'à  dicio:  Me  caro  fló, 
ti  t'c  semper  con  mi,  e  tutto  u  facio 
me  rè  tò. 

32.  Ma  l'era  giusto  far  pasto  e  star 
allegri  3  prché  sto  tò  fràier  l'era  morto, < 
e  rè  rsciiiscitào;  u  s'era  perso ,  e  n 
s'è  lornào  a  trovar. 

Prof.  D.  DoMBNico  BoM*. 


M6 


PARTE    TBMA   DIALETTI   PEDEMONTANI. 


Dialetto  d'O&hba  (Provincia  di  Mondovì). 


f  I.  ifn  omo  Tavea  doi  fiót; 

12.  0  ciù  iuvo  rà  dicio  al  poà: 
Poà,  dàime  lo  ch'a  m*  pò  toccoà  die 
mie  soslanse.  E  1  poà  o  j'à  dacie  la 
80  parte. 

ts.  Da  lì  a  pochi  di  sto  fióa  V  à 
raduna  'nseme  tùlio  'I  so ,  poi  s' 
n'  è  partì ,  e  a^  n'  è  andà  'ot  un 
paise  lunzl;  e  lì  l'à  dlssioà  tulle  le 
so  soslanse,  dasèndse  al  bon  tempo. 

14.  E  dopo  d'a verse  consuma  tutto, 
rèvgnu  una  gran  carestia  'nt  qual 
paise  'n  manera  che  comenzava  a 
mancoà  d' luto. 

I».  L'à  pia  ^1  partì  d'  bulla rse  al 
servizi  d^un  omo  d'  qual  paise,  ch^  o 
rà  manda  a  scòa  I  porchl. 

I^..L^vreva  desidera  d^encisse  la 
panza  d^  la  gianda  eh' a  mangiavo  i 
porchl;  ma  o  n'  poéva  manca  avéa 
a  so  piasia. 

17.  L'è  'ntrà  finalmente  'n  sé  stes- 
so, e  o  diseva:  Quancl  servilòa  eh'  ^n 
cà  d'  me  poà  Tàn  del  pan  d'avanzo, 
e  mi  ro'en  moro  d'  fame! 

18.  Me  farò  coraglo,  e  andrò  da 
me  poà,  e  j  dirò:  Poà,  ò  manca  'n 
faccia  a  nostro  Si  gnòa  e  'n  faccia  a  voi. 

IH.  Mi  n^  son  ciù  degno  d'esse  cla- 
ma vostro  fióa;  tignime  com'i  tigni- 
ràissi  un  di  vostri  servi tóa. 

20.  E  fralanlo  s'è  'ncaminà  da  so 
poà.  Ma  quando  eh'  l'era  ancóa  da 
lungi,  so  poà  0  l'à  visto,  e  o  s'è 
mosso  a  compassión  ,  e  andàndje  a 
rincontro,  s' j'è  campa  a!  eòa,  e  o 
rà  basa. 

"^1.  Allóa  l'à  diccio  'I  fióa:  Poà, 
mi  ò  pcà  'n  faccia  a  nostro  Signóa  e 
'n  faccia  a  voi  :  mi  n'  son  ciù  degno 
d'esse  clama  vostr  fióa. 

22.  E  'I  poà  rà  sùbito  comanda  ai 


servilóu  eh*  andàisso  a  pia  una  vesta 
e  ch'i  lo  vesllsso  ,  e  ch'i  bùlàl«so 
l'anéa  'n(  o  di,  e  ch^i  lo  cauzàisso. 
23.  E  poi  rà,  comanda  ch'I  piàisso 
0  ciù  bel  viléa,  e  ch'I  lo  amazzèisso, 
disendo:  Vójo  eh'  i  stagmo  allegri, 
eh'  1  man^mo,  e  eh'  i  béivmo  ; 
.  24.  Prchè  sto  me  fióa  eh'  IVra  morto 
l'è  risuscita;  eh'  s'era  perso  '1  s'è 
trova.  E  quindi  l'àn  comeasà  a  stoà 
allegri. 

25.  E  'I  fióa  ciù  vèjo  ch'o  vgniva 
d'  'n  campagna,  avsinàndse  a  cà,  l'à 
scali  a  sonoà  e  a  canloà. 

26.  L' à  clama  un  servIlóa  cosa  fosse 
sta  festa? 

27.  E  '1  servilòa  j'  à  diccio:  L'è 
vgnù  vostro  frèa,  e  vostro 'poà  fa 
faccio  amazzoà'  p  ciù  Jbel  vlléa  eh* 
l'avàisse,  prché  so  fióa  o  s'  n'  è  toma 
san  e  salvo. 

28.  Sto  flòa  ciù  vèjo  o  s'è  sdcgaà, 
e  0  n'c  ciù  vojù  'ntrà  'nt  cà.  B '1 
poà  OS'  n'è  acorto,  l'è  sortì  d'  'al 
cà,  e  0  rà  prega  ch'o  'ntràisae. 

29.  Ma  '1  fióa  rà  risposto  a  so  poà: 
L'è  lanci  agni  ch'i  v' servono  n^v'è 
mai  manca  d'ùbidienui,e  i  n'  m'avàl 
mai  dacc  io  solamente  un  era  voto  ch'il 
puìssc  stapmne  allegro  con  i  me  aaù. 

so.  Ma  dopo  eh'  sto  vostro  fléa  eh' 
l'à  scialaquà  tutte  le  sue  soslaoiecon 
d' le  plandrc  o  Tè  vgnù,  j'a^ii  hcdo 
atunzzoà  o  ciù  bel  vitéa  eh'  favàissi 
per  lui! 

81.  Ma  'I  poà  0  j'à  diccio:  One 
fióa,  ti  t'  sei  sempre  sta  con  mi,^  e 
luto  loch'j'ò  mi  l'è  tò. 

52.  Stórna  dunque  allegri  e  mao- 
già  imo,  prchè  lo  frèa  eh*  Pera  morto, 
rè  risuscita;  tò  frèa  eh'  l'era  perso, 
0  s'è  trova. 


CAPO  HI. 


SACfìlO  DI  VOCABOLARIO  PEDEMONTANO 


Se  si  considera  l'estensione  occupala  dai  dialeUi  podcinonta- 
ni^  il  nùmero  e  l'importanza  delle  citiù  nelle  quali  sono  parlati^, 
e  la  moltéplice  varietà  dei  medésimi^  reca  singolare  meraviglia, 
come  venissero  trascurati  sinora  dagli  studiosi.  I  dialetti  lom- 
bardi ,  come  abbiamo  veduto,  anche  meno  estesi  e  meno  distinti, 
posseggono  omai  quasi  tutti  uno  o  più  Vocabolarj ,  quali  sono  : 
il  Milanese,  il  Comasco,  il  Cremonese,  il  Cremasco  ed  il  Brescia* 
no;  un  Vocabolario  più  o  meno  esteso  hanno  quasi  tutti  i  dia- 
letti emiliani,  tra  i  quali:  il  Bolognese,  il  Romagnolo  rappre- 
sentato dal  Faentino,  il  Modenese,  il  Reggiano,  il  Ferrarese,  il 
Mantovano,  il  Parmigiano,  il  Piacentino  ed  il  Pavese;  e  fra 
tutti  i  dialetti  pedemontani,  il  solo  piemontese  propriamente 
detto,  ha  alcuni  Vocabolari!,  che  in  vario  tompo  parecchi  dotti 
vtenero  compilando  ed  ampliando;  mentre  tutti  i  dialetti  cana- 
vesi,  tutti  i  monferrìni,  e  gli  stessi  piemontesi  della  regione  più 
elevata,  rimasero  slnora  privi  del  rispettivo  loro  lèssico.  Questo 
difetto  rese  a  noi  malagevole,  e  pressoché  im^iossìbile^  l'appre- 
stare un  bastévole  Saggio  comparatico  delle  loro  più  dislioto 
radici;  e  fummo  quindi  costretti  ad  accontentarci  dei  pochi  ma- 
teriali che  Siam  venuti  qua  e  là  spigolando ,  e  che  ^  sebbene 
scarsi,  saranno  per  avventura  sufficienti  a  provare  la  somma 
importanza  d  una  compiuta  raccolta  dei  roedèsin». 

Abbiamo  denominato  Phmrml^fi  le  voci  che  apparféngiifio  al 
maggior  nùmero,  o  a  quasi  tutti  i  dialetti  tU-A  r^nut  p«#l^m##n' 
tane,  apponen'lo  aik  mm-à  proprie  di  uno  o  di  porhi  AlnUMi^  il 
nome  del  luo^'i  »l  quaU;  fr^rUm^Sfmt'.ntH  o  f/re^poam#ffite  np* 
l>arléngono. 


ttttS  PARTE  TERZA 

Siccome  poi  un  nùmero  stragrande  di  voci  piemontesi  lianno 
il  loro  corrispondente  omòfono  nella  lingua,  o  nei  dialelli  della 
Francia,  così  dobbiamo  avvertire,  che  fra  queste  voci  abbiamo 
appuntato  solo  alcune  che  non  hanno  comune  radice  in  italiano 
o  in  latino,  come:  acaòlèy  cacètj  per  opprime  re  ^  sigillo  e  simili, 
ommeltendo  le  molte ,  che  sebbene  di  forma  affatto  simile  alla 
francese,  rivelano  radice  latina  od  italiana,  come:  adusai ^  an* 
brassèj  per  addoldrcj  abbracciare^  ec. 

Spiegaziome 
Delle  (Ufbre\>iaturc  impiegale  nel  segucnlc  Vocabolario. 


Acc.  —  Acceglio. 

I,.  —  latino. 

Sp.  —  Spagnuolo. 

Ales.  —  A  lessarle!  ri  no. 

Lomb.  —  Lombardo. 

Usà.  —  Usseglio. 

Alp.  —  Alpigiano. 

Mant.  —  Mantovano. 

V.  —  Vedi. 

And.  —  Andorno. 

Alil.  —  Milanese. 

V.  S.  —  Val  Soana. 

Gan.  T-  Canavese. 

Mond.  —  Mondovì. 

Vald.  — Valdleri. 

Eni.  —  Emiliano. 

Monf.  —  Monferrlno. 

Ver.  —  Ven)nese. 

Fin.  —  Finestrelle. 

Piem.  —  Piemonlese. 

Vin.  —  Vlnadio. 

Fr.  —  Francese. 

Plem.  rus.— Piemontese 

Voe.Lom.  — Vocabolario 

enei.  —  Gaèlico. 

rùstico. 

Lombardo. 

Già.  ^  Giaglione. 

Prov, -—  Provenzale. 

Voc.  Ein.^  Voeibolarie 

Cr.  —  Greco. 

Set.  V.  —  SètUmo  Vit- 

Emiliano. 

It.  —  Italiano. 

tone 

Ababièse.  Piem.  Accosciarsi.  Da 
Babi,  che  significa  rospo,  onde 
corrisponderebbe  a  ranniccbiarsl. 

Abbaronà.  Uss.  Raccògliere»  mét- 
tere insieme.  -  ^.  Barone. 

Abi me.  Piem,  Inabissare,  sprofonda- 
re. -  Fr.  Abimer. 

A  boti.  Piem.  Riuscire. -Fr.Aboul  ir. 

Ab  u.  Jlp.  Con,  appo,  appresso.  -  Già. 
Avo.  -  Uss.  A  voi.  -  Oncino.  Bii. 
-  y^cc.' Bo.  -  fin.  Embo.  -  Prov. 
Ab.  -  Fr.  Avec.  Da  tulle  queste 
svariate  modificaziqni  della  radice 
primitiva  latina  Ab,  die  serbò  Itm- 
gnmmte  la  significazione  di  con  . 


emerge  manifesta  Parigine  delle 
voci  diverte  in  apparenn,  appo, 
appresso ,  amÌK> ,  come  pure  delta 
francese  avec.  f^.  E  in  b  o. 

A  cab  le.  Piem.  Aggravare,  opprìmr 
re.  Fr.  A  e  e  a  b  I  e  r. 

A  e  r  0  p  ì.  Piem.  Aggrovigliato,  aggnp- 
pato.  -  F^\  Croupi. 

Ad  uss.  Piem.  Scaturigine,  sorgente. 
-  Pfòtisi  la  pròssima  consonanza 
della  voce  lombarda  à  v  es,  cAe  pure 
significa  scaturìgine,  sorgente;  ^ 
della  voce  'Ades,  o  'Adese,  eheé 
il  vero  nome  del  fiume  'Adige. 

Afaitc.  Piem.  Conciare.  -  Afaitór 
Conciatore.  -  f".  Falle. 

Air.  Piem.  Brivido.,  spavento.  -  Fr. 
A  (Tre. 


Ui  A  LETTI   PEDEMONTANI  I. 


»»9 


A  gassi*.  Pieni. Kccìlan»,:u7.xarp,  a  de- 
scare.  -  f^.  A  n  a  n  il  i  è. 

Agili.  Piem,  Cliiro,  scojàtlolo. 

Ajassa.  Ptem.  Pica,  gazza. 

Ajol.  Picm»  Ramarro.  -  y.  Lajòl. 

Airór.  Piem.  Trebbiatore. - /)a  Aira, 
o  Era,  aja. 

A  la  rmè.  Piem.  Inlimorire.  -  Fr.  Al- 
la r  in  e  r. 

Al  icòrn.  Piem.  Cervo  volante. 

A  I  p.  Piem.  Dìcesi  propriamente  un 
allo  pàscolo  con  fabbricato,  ove  I 
pastori  conducono  le  mandre  du- 
rante la  state.-/^  A  i  p  nelVocLomb. 

A  ni  US  è.  Piem.  Divertire,  sollazzare. 

-  Fr.  Amuser. 

A  n  an  d  i  è.  Piem.  F.ccitare,  stimolare. 

-  y.  A  gas  se. 

Anàst,  nasi.  Piem.  Odorato,  fiuto. 

Anbajè.  Piem.  Socchiùdere.  -  An- 
bajà.  Socchiuso;  e  per  Iraslato: 
stùpido,  estàtico.  -  K.  neiyoc.Lom. 
Bada. 

Anbardè.  Piem.  Incauiminare,  al- 
lestire. 

Anberbojè.  Piem.  Imbrogliare,con- 
fóndcre. 

Anbcrborè.  Picìn.  Dicesi  per  tuf- 
fare nelPaqua  unvato  di  legno  onde 
assodarne  le  commessure. 

Anbeirgiairc.  Piem.  Fugare, darla 
caccia. 

Anberlif  è.  Piem.  Imbrattare, spor- 
care. 

Anbessi.  Piem.  Intirizzito,  tòrpido. 

ADbionè.  Piem.  Acconciare  i  pan- 
nilini  nel  Uno  per  bucalo. 

Anbòss.  Piem.  Boccone;  Popposlo 
di  supino.  -  Anbossè.  Capovòl- 
gere. 

Anbosta.  Piem.  Alanata,  giumella. 

Anbrigncsc.  Piem.  !Non  curarsi, 
non  dare  ascolto. 

A  n buri.  Piem.  Bellico,  umbilico. 

An  busso  nò.  Piem.  Sliparc,  assie- 
pare. -  Dal  Fr.  Buisson. 


A  n ca  1  è.  Piem.  Osare, aver  ardimen- 
to. -  A  n  e  a  1  ii  r  a.  Coraggio,  ardire . 

-  /'.  nel  rnr.  Lom.  Scala  ss. 
Anche,  i^nd. -Ancoi.  Piem.  Oggi.  - 

/'.  nel  yoc.  Em.  In  co. 

Anciarmè.  7^em.  Ammaliare ,  in- 
cantare. -  Fr.  Charmer. 

Anciorgnì.  Piem.  Assordare. 

Ancona.  Piem.  Tàvola  o  tela  dipin- 
ta. -  y.  yoc.  Lomb.  ed  Em, 

Ancùtì.  Piem.  Aggroppalo,  aggro- 
vigliato. 

Andì.  Piem.  Uossa,  slancio. 

Andór.  Piem.  'Andito,  corridoio. 

A n  d  r ug i  a.  Piem.  Letame,  concime. 

-  Andrugc.  Concimare. 
Anficèse.  Piem.  Non  curarsi,  non 

far  conto. 

Anflé.  Piem.  Bruttare,  sporcare. 

A  n  gag  è.  Piem.  Impegnare.  -  Fr. 
Engager. 

A  n  ga  r  g  h  i.  Piem.  Impigrire. 

An  gassa.  Piem.  Cappio.  -  Angas* 
sin.  Cappiettòu  -  ^.  Laogassa. 

Angherna.  Piem.  Pìccola  incisione, 
tacca. 

Anghernì.  Piem,  Cacbèlico. 

Anghicio  (Fé).  Piem,  Inuszolire, 
destar  desiderio  di  qualche  cosa. 

A  n  g  i  a  v  1  è.  Piem.  Accovonare.  -  Fr, 
Enjaveler. 

Angringèse.  Piem. Introdursi,  eac- 
ciarsi  dentro. 

AngriJmlise.  Pier?i.  Aggrovigliarsi. 
y.  Acropì  ed  Anciitì. 

A  n  g  r  ii  s  s.  Piem.  Doloroso,  spiacevole. 

Angùsè.  Piem.  Ingannare,  imbro- 
gliare. 

A n  marie.  Piem.  Ammatassare. 

Anmaschè.  Piem.  Ammaliare,  in- 
cantare. 

Anorfantì.  Piem,  Allònito,  stupe- 

fallo. 
An  pa  la gn è.  y^em.  Fasciare. 

A  n  s  a  r ì  s  e.  Piem,  Arrecare ,  div<Miir 

ràuco. 


»60 

Àn sorgile.  Pieni:  Ricorcare. 

Anta.  Piem,  Imposi».  -  F.  VocLom, 
Ania. 

Anlamnè.  Piem»  Manomèltorc,  in- 
laccarc.  Fr.  Eniamer. 

Antàr.>#nd.Van  là  roventar.  Piem. 
Bisognare,  convenire.  Questo  è  un 
verbo  impersonale,  usato  solo  in 
terza  persona^  come  :  venta  e  b'  a 
j  dia,  Ta  il'uopo  ch'io  le  dica ,  op- 
purCj  ventava  chM  andciss, 
era  d'uopo  ch*io  andassi;  edèfje- 
nerale  cosi  in  Piemonte  j^  come  in 
alcune  Provincie  lombarde  ed  emi' 
liane.  A  Piacenza  in  luogo  di  ven- 
ta,  dicesi  q  v  e  n  t  a  ;  in  Fai  Ferza^ 
fca^benta.  jétlri  dialetti  fanno 
uso  di  altre  voci  loro  proprie j  per 
le  quali  F.  nel  Foc,  Lom.  B  e  n  t  à  r. 

Ante,  ente.  Piem.  Innestare.  -  Fr. 
Enter. 

Anterdoà.  Piem.  Indeciso,  irreso- 
luto, fbrse  dal  l,  Inter  duas? 

Ante  pi.  ,Piem,  Coprir  di  zolle.  Da 
tepa,  musco.  F.  Tepa. 

A n  te r  p ì.  Piem,  Pigro,  neghittoso. 

Antesna.  Piem,  Pìccola  incisione, 
tacca. f^.oncAtf  Gran,  Angherna. 

Antrapèse.  Pi^.  Inciampare,  in- 
toppare. 

Antravè.  Piem.  Impedire.  Fr.  En- 
traver. 

Anvia.  Piem,  Desiderio,  brama.  • 
A  n  v  i  è.  Desiderare.  -  Fr.  E  n  v  i  e, 
e  n  v  i  e  r. 

Anviròu.  Piem,  Circa.  -  Anviro- 
nè.  Ciroondare.  •  Fr.  Environ, 
environner. 

Anvuì.  Brozzo.  Udire. 


PARTE  TERZA 

Arangp.  P«>m.  Ordinare,  acconcia' 
re.  -  Fr,  Arra n gè r. 

A  r  b  \,Piem.  Truogolo.- A  r  b  i  à.  Quanta 
contiene  un  truogolo. £.  Al  ve us? 

Arbión.  Piem.  e  Lomb,  Piselli.  -  F. 
Foc,  Lom. 

Arbogè.  Piem.  Riinuò^'cre.  -  Fr. 
Bouger. 

A  r  bòi  re  (Far).  Faid,  Far  festa. 

Arbotu.  Piem.  Cipiglialo,  brusco. 

Arbroncè.  Piem.  B inciampare.  E 
per  traslato:  Replicare. 

Arbus(A  V),  Piem.  A  capriccio. 

Arcate.  Piem.  Ricomperare.  -  Fr. 
Racheter. 

Archinchè.  Piem.  Ad dobbare ,  or- 
nare. 

A r  e i  a  m pè.  Piem,  Accumulare,  adu- 
nare. 

Arcin.  A'rm.  Biirbalelta,  propfcgine. 
-  f^.  oncAe  Cogióira.  •  Recin. 
Fer.  significa  Baccnio. 

Aréis.  Piem.  Interamente,  aBatlo. 

Aresca.  Piem,  Spina.  -  MiL  e  Fer, 
Rese  a. 

Ariana.  Piem,  e  Parm,  Cloaca,  ccsss. 

A  r  i  0  n  d  ì  n.  Piem.  Tritello,  cruschel- 
lo.>^.  Arprùm. 

Arlàn.  Piem,  Sciupo.  -  Fc  arlàn. 
Dissipare,  sciupare. 

Arti  a.  Piem.  Ubìa,  idea  superstizio- 
sa. -  F.  Foc,  Lom,  ed  Em, 

A  r  man  gè.  Piem.  Rimbrottare,  rim- 
provera rr. 

Armis.  Piem.  Lógoro,  frusto. 

Armisterl.  P»>nr.8lrèplto, fracasso. 

Armnure.  Piem.  CapecclHe.  -  V. 
Barbèl,  Biùc,  Cucia. 

Armtìséc.  Piem.  Rovistare. 
Apairè.  Piem.  Aver  tempo,  agio,  1  Arn.PiVm. Aratro. •f'.oitcAtf SI ò ira. 


comodila. 

A  pi  a.  Piem.  Scure,  accclta. 

Aranbèse.  Piem.  Accostarsi,  avvi- 
cinarsi.-A  ra uba.  A  lato,  vicino. 
-  F.  Foc.  Lomb.  Areni. 

Arandòn.  Piem.  Sgarbo,  disprexzo. 


Arneschè.  Piem.  Rinvigorirsi,  raf- 
forzarsi. 

Arnós.  Piem.  Accigliato,  melanco- 
nico. 

A r pale.  Piem.  Ristorare,  guarire. 

A  rpriim.  Piem.  Tritello.  -  F.  Brcn. 


DI  ^LCTTI 

Arpussè.  Picm.  Respìngere.  •  AV. 
Repousser. 

Arsài.  Pian.  Anelilo,  aniliascia. 

Arsansè,  arsente.  /V^m.  -  Re- 
senlà.  MiL  -  Resenlàr.  I>r.  • 
Risciaquarc,  rilavare.  -  Fr,  Ri- 
genter. 

Arsela,  arsìs.  Pimi.  Stantìo,  jlg* 
giunto  di  pane  9ecMo, 

A  rsià.  Brozzo.  As<tiugare. 

Arslgnón,  a rsin ù n.  Oan.  Gozzo- 
viglia. 

Arsivole.  Piem.  Cianci» frùscole  , 
Trivolezze. 

Arsòrt.  Piern,  Molla. -/'V.Resso ri. 

Arlajór.  Piem.  Pizzicàgnolo. 

A r tombe.  Piem.  Ricadere.  -  Fr, 
Relomber. 

A  r  Ir  anse.  Piem.  Risecare.  -  Fr. 
Rctranchcr. 

A  si.  Piem,  Arnese. 

A  s  i  n  è  I.  Piem.  'Acino,  fiòcine. 

A t rapè.  Piem.  Sorprèndere.  -  Fr. 
Attraper. 

A  a  r  a  n  t  é.  Monf.  Volentieri. 

Aulin.  Piem.  Vigna,  vigneto. 

Ava  ite.  Pian.  Agguatare,  slare  in 
agguato.  -  F.  Vaile. 

A  va  si  ór.  iHem.  Pévera.  È  da  no- 
iarsi  che  in  alcuni  dialelli  vèneti 
dicesi  lo  ra ,  ed  in  alcuni  emiliani , 
lòra  e  iòdra.  -  r.  nel  Foc.  Lom, 
Lura,  enelVEm.  Lodra. 

Aviscbè.  Piem.  Accèndere.  Dtceti 
anche  Vi  se  he. 


Babi.  Pietn.  Ro*(io. 

Babigliàrd.  !'itm.  Ciarlone.  •  fV. 

Babillard. 
Ba  bòa.  Pieuì.  \  erni»*,  bruco.  -  ÀwJne 

Sanguisuga. 
Babocia.    PittH.  :»iiro.    •    Ir.    Ba- 

beurre. 
Babòja.  /icm.  *fpautMx'4iio:  <iiikA( 

ra  potino. 


PCOKHO^TAM  H6I 

Ba  b  u  r  è.  Mes.  Riami  ire,  act'arvuarv. 

Racajò.  IHrm.  Parlare  a  »pro|»À<«llo« 
balbutire.  -  fV.  Roga  ver 

Bacàn.  IStiu.  Villano^  contadino. 

Baciàs.  Piem.  Slagno,  guaicalojo.  • 
Baciasse.  Bagnare,  spriiiaam  con 
aqua. 

Bade,  badòla.  Piem.  Scimunilo, 
baggèo. 

Badine.  Piem.  Scherza n>.  -  Fr,  Ba* 
d  i  n  e  r. 

B  u  f  oj  è.  /'l'eiii.Chiaccheruro,  clculuro. 

Bafra.  Piem.  Nutrimento,  panagglo, 
alimento.  •  Ha  f  rè.  Sbasorilaru, di- 
vorare. 

Baga  ra.  Piem.  Confusione,  tumulto. 

Ba  gò  I.  Acc.  Fagollo. 

Bai  che.  Ta/d.  Perchè. 

Bàj.  Piem.  Sbadiglio.  -  Bajè.  Bba- 
digllarc. 

Ba  1  a  f  r è.  Piem.  BasofOare ,  mangiare 
avidamente.  -  Baia frón.  Ghiot- 
tone. 

Baia  ri  don,  Piem.  Baldoria,  tripu- 
dio,  baccano. 

Bai 0  8.  Piem.  Guercio,  balutinte. 

Baiò  ss.  yone  generate.  Bricconi!, 
birbante. 

B  a  n  a  s  t  r e.  Piem.  Natserlxle  di  poco 
0  nlun  valore. 

Bau  fé.  I*iem.  Respirare ,  ansare. 

Barane.  Piem.  Zoppo,  zoppicante. 
/Hceii  di  icrannti,  là^lo  u  iimiti, 
y.  ancfte  Barò*. 

Barala,  Picm.lJtnd»,  luogo  stèrile. 
•  Pieni  utéc/te  Baraja. 

Bara%àJ.  Pian.  Pànico,  stoi^fU. 

Baravanlàn.  I*éem.  t»lra vagante, 
ridicolo. 

hurb»r.  yald.  e  Mifnd,  4>ou»uittare, 
dibHpai'c. 

Bat  b«'.  Pian.  Adungtiiarif,  Involale. 

Ba I  b«  1   PitM.  i^t^rrUiif.  'F.  hrm^ 

b^rrltM  pian  ■  Baiea  tAèrnh-t 
Piw..  «^ìm^i*-,  DAeawaf*'' 


à 


tt02  PARTE 

Bard<>t./Va?i.Mulcllo.-/'V.Bafdol. 

Bario.  Pietn.  Losco ,  guercio. 

Bari  co  le.  Piem.  Rullo  della  noce. 

Da  ri  V  ci.  Piem.  Frùgolo,  sbarbatello. 

Barone,  baronà.  Piem.  Raccòglie- 
re, mettere  insieme. 

Baròs.  Piem.  Sciancato,  zoppo,  stòr- 
pio. 

Barùf.  Piem.  Mesto,  melanconico. 

Basi  colè.  Piem.  Gironzolare. 

Basorda.  f^.  ^.  Fame.  -  T.  Sgosa, 
Sgùrma. 

Baudéta.  h'em.  Suono  a  Testa.  -Fc 
baudéta.  Suonare  a  festa,  scam- 
panare. 

Baudoria.  Piem,  Goziovlglla.  •  F. 
Riguzìglio. 

Baudròic.  f\  S.  Padrone. 

Bandrón.  P/em.  Quella  spranga  che 
serve  d'appoggio  lungo  le  scale. 

Bauli.  A>m. Altalena. -Bau tic.  Don- 
dolare. 

Bautta.  Piem.  Loggia,  ballatojo.  - 
yer.  Bai  ad  òr. 

Bavo./'f'eii}.  Bìlico.Spranga  di  legno 
alle  cui  estremità  si  appèndono  sec- 
chie, canestri  od  altro,  e  si  mette 
in  Ispana.  •  Mil.  e  Mani.  Bàsol. 
£.  Bajulum? 

Bècia.  Piem.  Pècora.  -  K  Fèa. 

Bedàine.  Piem.  Scalpello  da  fale- 
gname. -  Fr.  Bec-d'àne. 

Bed  ra.  Ftem.Vcntraccia, grossa  pan- 
cia. -  Pine.  Bodriga.  Ventre. 

Bòg.  jlles.  Capretto. 

Bcghéna.  Piem.  PcUégofa,  scimu- 
nita. 

Begiòja.  Piem.  Effigie,  imàgine  di- 
pinta 0  improntata. 

Uefcà,  bei  che.  IHrm.aCau.  Guar- 
dare, osservare,  y. anche  Buche. 

Bena.  Piem.  Casipola,  capanna.  - 
r.  Caborna,  Ciabò.l. 

Benne.  Piem.  Prima  aratura. 
Bergé.  Pian.  Pecorajo  .'mandriano. 
-  Fr.  Bergcr.  -  Aire  non  potersi 


TERZA 

dubitare  dell*  origine  germànica  a 
questa  x^ocej  <la  Berg,  che  sigm- 
fica  monte.  Dalla  s lessa  derivò  la 
voce  Bcrgamina  ^  che  nei  dialelli  del' 
Volta  Italia  significa  an'  Interi 
mandra ,  che  fu  da  lahmo  derivala 
da  Bergamo ,  Jtenza  apparenza  al- 
cuna di  verisimiglianza, 

B  e  r  g  h  i  g  n  è.  Piem.  Raggirare,  slnu- 
lare,  ingannare. 

B  ergi  olà.  Piem.  Screziato,  avari 
colori. 

Bergna.  Piem.  Vestilo  rozzo  conta- 
dinesco. -  Dicesi  ancora  Bergna 
cosi  la  pianta  del  prugno,  come  il 
fruito. 

Berg  nache.  Piem.  Schiacchire,  cal- 
pestare. 

Berla.  Piem.  Cacherello  di  pècore, 
lepri,  topi  e  simili. 

Be  r  1  à  i  t  a.  Scotta,  siero  deposto  dalla 
ricotta. 

Berna.  Piem. e  Mil.  Cmscata,  nono. 

Bernage,  bernagi,  bernàs.neii. 
e  Lomb.  Palella ,  pala  da  fuoco. 

Bersò.  Piem.  Pèrgola,  pergolato  di 
fióri,  0  viti.  -  fV.  Bereean 

Berta.  Piem.  e  ÌA>mb.  Gazza. 

Berlavèl.  Piem.  e  Lomb.  Degpna. 
Specie  di  rete  da  pesca. 

Berlèl.  Piem.  Tramoggia. 

Bescàns,  bescànl.  iVem.  Obliqua- 
mente, a  sghembo. 

Bcscarè.  Piem.  Sberciare,  fall  ire  ii 

segno. 

B  e  sèi  a.  Piem.  Ciocca,  ciuffo. 

Ressi  è.  Piem.  Batbellare  ,  scilin- 
guare. 

Bessón.  Pian.  Gemello,  li  indio. 

Beslantè.   Piem.   Indugiare,  dìfc- 

ri  re. 

Bialcra.  Piem.  Corrente,  gora,  ri- 
gàgnolo. -  K.  anche  Dò  ira. 

Bianchisiisa.  Piem.  Lavandaia.  • 
Fr,  Blanchisseuse. 

Bibin.  Piem.  Tachino, pollo  d'India. 


Bi£.  Pieìn.  Bardo  Mo  di  imi  raion».  K. 

Forìó. 
Bìèll.  Pieni.  Vizzo,  appassito. 
B  ifc.  Picm.  Cancellare,  ràdere.  -  Fr. 

Biffer. 
Biga.  Piem.  Scrofa,  Iroja. 
Big  ài.  Piem.  Filugello,  Baco. 
B!nè.  Piem.  Arrivare,  giùngere. 
Bia.  Pietn.  SiìA,  guard' infante  Ics- 
sulo  di  vìmini. -r.aiic/ieGh£ mio. 
Bioccia.  Piem.  Ritaglio,  scampolo, 

frastaglio. 
Biola.  Piem.  Betulla. 
Bl  ÒQ.  Pieìn,  Ceppo,  gran  tronco  d'al- 
bero. 
Bisa.  Piem.  Brezza.  -  Fr.  Bis  e. 
Bisca ssa.   Piem.  Birbanterìa,  fur- 
fanteria. 
Bisòc.  Piem,  Bigotto,  collo  torlo.  - 

Bisodiè.  Masticar  pater  nostri. 
B istori.  Piem.  Crescione,  nasturzio 

aquàtico. 
Bi  ù  e.  Piem.  Ca  pecchia. -K.Ar  m  n  ù  re. 
Bium.  Piem.  Tritume  di  paglia,  pula 

di  fieno. 
Blinà.  Set,  y.  Blandire,  accarezza- 
re. -  y,  Baburc. 
Bna.  Pian,  Jius.  Follìa,  fanfaluca, 

fandonia. 
Bò.  Piem.  Sì,  appunto. 
Boba.  Piem.  SmorGa,  sgrinria. 
Bodèro.  Piem.  Corpacciuto,  panciu- 
to. -  B  o  d  e  i  n  f  i  in  alcuni  dialetti 
emiliani  significa  gonfio ,  enfiato, 
r.  Botenfi. 
Bodrè.  Picm.  Mescolare,  meslare. 
B  0  gè.  PieiM.  Muòvere.  -  Fr.  B o  u  j;  e  r. 
Boja  ca.  Piem.  cLomb.  Minestra,  pol- 
tìglia. 
Boténg.  Piem.  I.aguna,  puntano. 
Bordò  e.  l*icm.  e   Lomb.  Piàttola.  - 

L.  Blatta  o  ri  en  talis. 
B  erg  no.  Piem.  (iuprcio,  losco.-  Fr. 

Bo  rgne.  -  /tal.  ani.  Bòrnio. 
Boria.  Piem.  Bica  ,  covone.  -Bori è. 
Accovonare. 


DIALETTI   PEDEIIO.NTANI.  K63 

Bornèi.  Piem.  Doccia.  -  B  ornò.  Ca- 
naletto, tubo. 

Bornèse.  Pieni.  Limitarsi.  -  fr.  Se 
borner. 

Boro.  Piem.  Krrore,  sbaglio. 

Boni.  Piem.  Bùrbero,  triste.  -  Fr. 
Bourru. 

BÒM.  Piem.  Acerbo,  immaturo. 

Uosa.  Picm.  Aqua  stagnante. 

Bosom.  Piem.  Sciiiarca,  salvia  sel- 
vàtica. 

BÒI.  Già.  Figlio. 

Botenfi,  borcnfi.  Piem.  Gonfio, 
enfiato.  Emil.  Bodélnfi. 

Boi  Ora.  Piem,  Barbatella,  tralcio.  - 
Dicesi  anche  Bronbo. -K.Arcin. 

B  r  a  d  i  a.  Uss.  Presso,  appo.  F,  A  b  u. 
Forse  è  lo  stesso  che  Breda.  Bre- 
sciano^ che  significa  po<ises80  cam- 
pestre. •  L.  PriDdiain? 

Bràj.  Picm.  Grido,  rimpròvero.  - 
Brajc.  Gridare,  rampognare. 

Brande.  Piem.  Alari,  capifuoco.  - 
Aomft.  Brand  ina.  -  Pk'ac.  Bri  n- 
dnàl.  -  in  GaeL  Branndair  si' 
gnipca  Graticola  ferrea. 

Brande  significa  ancora  far  gran 
fuoco,  e  bollire  fortemente. 

Brassabòsc.  Piem,  Édera,  abbrac- 
ciaboschi. 

Brave.  IHem.  Affrontare,  insolentire. 
-  Fr,  Braver. 

Brèn,  bran.  Piem.  Crusca.  -  F,  A r- 

prijm. 
Cric.   7Vem.  Poggio,   colle.  -  Gtiel. 
Brig.  Mucchio,  cùmulo. 

Brin.yVem. Ciocca,  ciuffo. -PV.  Brin. 

Bri  sa.  P/e?N.  ed  Kmi7.  Bricciola,  mi- 
nùzzolo. Deriva  dal  verbo  seguen- 
te ,  che  il  Piem,  ed  il  Fr.  ctmsèr- 
vanQ, 

Bri  sé.  Piem.  Spezzare,  fràngere,  tri- 
tolare. -  P>.  Briser. 
Broa.  Picm. Sponda, parapetto, ripa. 
Broà.  Pian.  -Broàr,  brovà.  l.om6. 
Sboglicntarc.  lessare.  F.  Breve. 


»6ft 


PARTE  TERZA 


Bròc.  Piem.  Cavallaccio,  rozzo. 

hròcì  B.h'em.  Spiedo. -^.Bro  e  he. 

B  r  0  j  è.  A'em.Germogliare.  -  B  ro  j  ó  n. 
Germoglio. 

Brón.  Piem,  Ciocca. 

Bronbo.  Piem,  Tralcio,  rampollo.  - 
f^.  Botura^  Arcìn  e  Brojón. 

Broli  da.  Piem.    Bamo  d'albero.  - 
B ronde.  Scapezzare. 

Broppa.  Piem.  Palo,  broncone. 

Brovc.  Brozzo.  Castagne  bollile.  - 
y,  Broà. 

Brus.  Piem,  Cacio  forle  con  droghe. 

Brulé.  Piem.  Bruca  re.  -  fV.  B  ro  l  e  r. 

Brulé.  Piem,  Slameggiare. 

Bséat.  Piem,  Malanno,  scompiglio, 
rovina. 

Bù.  Piem,  Mànico  dell'aratro. 

Bu.  Piem.  Scopo,  Intenlo.  -  /V.But. 

Bua.  Piem,  Dente  o  pun  (a.  Dicesi  della 
forchetla  e  simili. 

Buche,  beichc.   Piem.  Guardare, 
osservare.  -Bue.  Guardo,  sguardo. 

Buoi.  Jles.  '  Bocin.  Piem,  Vitello. 

Buja.  Piem, UMìéiìo. Anche  llte,raii- 
core. 

Bui  verse.  Piem,  Métter  sossopra.  - 
py.  Bou  le  verse  r. 

B  ii  ra.  fiem.  Escrescenza  d'aque,  stra- 
ripamento. 

Busa.  Piem.  Letame  vaccino. -Buse. 
Lelamajo.  •  K.  AndrQgia. 

B  ii  ss.  iVem.  Arnia,  alveare.  -Mr.  Bu- 
che. 


Ca bassa.  Piem,  Gerla,  cesta  di  vì> 
mini.  -  py,  Cabas. 

Cablai.  Piem.  rus.  Bestiame  dato  a 
nutrire  In  società.-  Fr,  Cheptel. 

Caborna.  Piem.  Casìpola,  capanna. 
i^.  anche  Ciabòt  e  Bena. 

Cacé.  Piem.  Guardar  di  furio,  sog- 
guardare. 

Cacete.  Pieìtt,  Sigillare.  -  Fr.  Ca- 
cheter. 


Ca  fa  rd.  Piem.  Ipòcrita ,  bacchettone. 
Fr,  Cafard. 

Calie.  Piem.  Calzolaio.  •  f^en,  Ci- 
le g  h  e  r. 

Camalo.  Piem.  Facchino. 

Càmola.  Piem.  e  Lomb,  Tignuòla. 

Campé.  Piem.  Gittare,  lanciare.  • 
P'.  anche  Tampé. 

Camu.  P'.  S,  Amico,  compagno. 

Canta  bruna.  Piem.  Pévera.  -  Fr. 
eh  a  n  te  p  leu  re.  •  f^.ancAe  Ava- 
si  ór. 

Cantarana.  Piem,  Raganella. 

Capala.  Piem.  Bica ,  covone. 

Car massa.  Piem,  Sudicia,  sporca. 
Dicesi  di  donna. 

Capàstr.  Piem.  'Astóre,  «eee/lo  di 
rapina. 

Ca  rpòg  n.  Piem.  e  Lomb.  Potlimecio. 
mezzo,  avvizzito. 

Carrera.  Brozzo,  Contrada,  paese. 

Carsài. P/em.  Callaja,  aperta» ncHa 
siepe  onde  entrare  nei  ciBpf. 

Caté.  Piem.  Comprare.  •  fV.  A  che- 
ter.  -  P'er.  Catàr.  Trovare. 

C  a  te  rie,  o  poterle.  Piem,  Cispe. 

Catin.  Fin,  Meretrice. 

Caussagna.  Piem.  'Argine,  fassa- 
tetto,  0  solco,  y,  nel  f^oc  £om6. 
Cavedagna.  -  L,  CaudaDea. 

C a  v  à  gn.  Piem.  e Lmnb,  Paniere,  ca- 
nestro fatto  di  vimini. 

Cavalla,  Cavarla.  Piem,  Correg- 
giato, battente. 

Ce.  Piem.  ^onno,  avo. 

Ce  a.  Piem.  Griiticcro  di  canne,  eia- 

niccio. 

Ceca.  Piem.  Buffetto. 

Ceca  ir  e.  Piem.  Balbo,  balbozienle. 

Cechè.P/em.Schìacciarc.-f'.Ciachè. 

Cecojè.  Piem.  Diguazzare, sciaqoare. 

Cernì,  cìùmì.  Piem,  Poltrire,  in- 
tristire. 

Cenisi.  Piem.  Bruco.  - /'V.Chenille. 

Cct.  Can.  Figlio.  -  f^-  net  Voc.  Iow6. 
Sòci. 


DIALETTI   PEDEMONTANI. 


86» 


^hcrpògn.  Picm.  Insìpido ,  appas-    C i m e d a.  Pieni.  Uomo  dappoco, ten- 


silo. 

Cheta  (na).  Set.  y.  Un  poco. 

Clieza.r.^S". Porci,  majali.  -f^.Crin. 

C  h  1 1  è.  Piem.  Lasciare.  -  Fr,  Q  u  i  1 1  e  r. 

eia  bòi.  Piem.  Casìpola,  casuccia 
campestre.  -  V.  Ben  a. 

Clabrissà.  Piem.  Chiassare,  fare 
schiamazzo. 

Cìi  acbè.  Can,  .Ammazzare,  uccidere. 

X)  i  a  d  è I.  Piem.  Disórdine, scompiglio. 

Ci  a  die.  Piem.  Assestare,  aver  cura. 

eia  feria.  Piem.  Guancia. 

Ciagrìn.  Piem.  Dispiacere,  afflizio- 
ne. -  Fr.  Chagrin. 

Cialàr,  ciaràr.  Alp.  Far  d' uopo . 
bisognare.  Forse  dalP antico  verbo 
spagnuolo  Caler,  di  egual  uso  e 
siffni ficaio;  o  meglio  dal  verbo  la- 
tino C  a  1  e  r  e,  e  da^  suo  derivato  ita- 
(/anoCa  1  ere,  che  significa  impor- 
tare, prèmere,  curarsi.  Questo  ver- 
bo ,  come  tutti  gli  altri  di  eguale 
gignifkazione ,  è  difettivo  ed  imper- 
sonale j  cioè  viene  adoperato  solo  in 
terza  persona  ;  perchè  poi  tutti  sono 
a  nostro  avviso  radici  primitive  de- 
rivale da  antiche  lingue _,  e  perciò  di 
somma  importanza  j  crediamo  op- 
portuno ed  ùtile  alto  studioso  raccò- 
glierli qui  appresso.  -  A  n  1  à  r.And.  - 
Mantàr.Cati.-Vanlàr.  venia r. 
Picfii.-C ventar.  Piac.  -  Rentàr. 
f^'al  Verzasca.  -  Ver  lì.  Lumb.Inf. 

-  .'Uiàr.  Lod.  AHI.  e  Pamì.-Scii- 
m\.  Bergam.  -  .Mgnàr.  ìleggiano. 
-Cognàr,  scognàr.  Presso  al- 
cuni dialetti  rùstici  lombardi  e  vè- 
neti. -  V.  Antàr. 

Cianpairè,  séianpairc.  Piem,¥u- 
gare,  sbaragliare.-KSbe r g i a i rè. 

C  i apulo i  ra.  Piem.  Trilatojo. 

Ci  às,  ciòs.  Picm.  e  Lomb.  Ricinlo, 
brolo.  -  Dìcesi  anche  C  i  o  v  e  n  d  a. 

C  i  ca  n  è.  Picm.  Cavillare,  soflslicarc. 

-  Fr.  C  h  i  e  a  n  e  r. 


tennone. 

Cioca,  Cloe h in.  P/em.  Campana , 
campanello.  -  Fr.  Cloche. 

Ciò  ma.  Piem.  Bùstico.  Riposo  delle 
vacche.  -  Greco.  Koimao.  Dor- 
mire. 

Ciòrgn.  Piem.  Sordo.  -  Sólo  rg ni. 
Assordare. 

C  i  ò  r  n  i  a.  Tt'n.  Meretrice.  -  F.  anche 
Garùlla,  Liìffia,  Tartiìsa, 
Garàude,  Gòria. 

Ciòs,  ciovcnda.  T/em. Rlcinto, sie- 
pe, cinta. 

Ciri  mia.  Piem.  Zampogna. 

Cis.  Picèn.  Foce  colla  quale  i  contO" 
dini  stimolano  i  buoi.  Arri  dei  Tb- 
scani.  -  Ci  ss  è.  Stimolare. 

Cisampa.  Piem.  Brina,  rugiada  o 
nebbia  congelata.  F.  anche  Gala- 
verna. 

C  i  u  m  i  s.  Piem.  Tanfo  ;  puzza  di  luogo 
rinchiiun). 

C  i  u  pi.  Piem.  Chiùdere,  socchiùdere 

Ci  usi  è.  Piem.  Bisbigliare. 

C  o  e  h  i  n .  Piem.  Furfante.  -  C o  e  h  I  n  è. 
Furfanteggiare. -Fr.  Coquin,  co- 
q  u  i  n  e  r. 

C 0  e  i  0  n  ù.  Piem.  Stopposo ,  disecca- 
to. Dieesi  dei  limoni  j  aranci  e  si' 
miti.  Dicesi  anche  R  a  v  I  ù. 

Cogióira.  Piem.  Barbatella,  propà- 
gine.  •  r.  Arcin,  Botùra,  Bron- 
bo,  Brojón,  Garsoi,  Méir, 
Provana,  Rìsòìrn^  che  hanno 
la  medesima  significazione. 

Coirò.  Piem.  Zàcchera,  pillàcchera. 

Cója.  Piem.  Bagalella  ,  cianciafrù- 
scola. 

Col  issa,  l'iem.  Incastro,  incanala- 
tura. Fr.  Coulisse. 

Con  a.  Piem.  Cótica,  cotenna. 

Conba.  Piem.  Bassa  valle.  -  Fr. 
Combe. 

Conche.  Piem.  Paraninfo. 

Conscrgc.  I*iem.  Castellano ,  cuslo- 

39 


50  G  PARTE 

de.  -  Fr.  Concìerge. 
Còp,  cup.  Piem,  e  Lomb.  Tégola. 
Copròs.  Piem,  Caprifoglio. 
Corba,  gorba.  Plcfm. Cesta,  paniere. 
Co  rio  r.  Piem,  Conciatore  dì  pelli.  - 

^.  Cor  fu  in.  Pelle. 
Cospa.  y.  S,  Casa. 
Coti.  Piem.  Mòrbido,  pastoso^deliealo. 
Coturè.  Piem.  Arare  un  campo-  - 

Lomb,  Co  tura.  Campo  arato. 
C  0  V  i  e  li  0.  Piem,  Bu  ffone ,  zann  1. 
Grachè.   Piem,  Infinocchiare,   dar 

panzane.  -  Fr,  Craquer.  •  Cra- 

queur.  Spaccamonti. 
Cran.  Piem,  Tacca,  intaglio.  -  Mil, 

Crenn a.  Fessura.  -  F,  Antesna. 
Crasè.  Piem,  Schiacciare.  -  Fr,  É- 

craser. 
Creola.  Brozzo,   Timore.  •  Frane. 

Crainte. 
erica.  Piem.  e  Lomb.  Saliscendo.  - 

erica  d'  bosc.  Nòttola. 
Crin.  Piem,  Hajaie. -G^a.  Carrin.  - 

/Vii.  Cu  r in.  -  Alond.  Ori n.  -  f. 

«S.Crulna.-K.ancAeTòi  eGhén. 
Crinna.  Piem.  Scrofa.  Il  primo  n  è 

affatto  nasale.  Ne  sono  derivate  le 

poci;  Crinaté.  Porcaro;  Crine. 

Grugnire. 
Croàs.  Piem,  Cornacchia;  uccello, 
C  r  0  e.  Piem.  Gancio.  -  C  r  o  e  è  t.  Un- 
cinetto. -  Fr.  eroe,  Crochet. 
Crofa.  Oulx.  Ghianda. 
Cròi.  Piem.  Fricido,  marcio.  -  Mil. 

Cròi,   significa  rùvido,   fàcile  a 

rompersi. 
Cros.  Piem.  Cavo,  profondo.  -  Fi\ 

Creux.  -  Lomb.  Sup.  Cros. 
Crossa. Piem.  Gruccia. -3/17. Scròz- 

10  1. 

Cucàr.  r.  S.  Mangiare.  -  Piem.  Cu- 
che.  Assorbire. 

Cucia.  Piem.  Capecchio.  -  F.  Bar- 
bèi,  Blue. 

Cugìr.  Elva.  Costringere.  -  L,  Co- 
gere. 


TEaZA 

Cuj.  Piem.  Cògliere,  raccògliere.  - 

Fr.  Cuellllr. 
Cupè.  Piem.  Tagliare.  -  Fr.  C  o  u  pe  r. 
C  iì  r  I  a.  Piem.  Tinozza. 
Cu  sin.  Piem.  Za  II  zara.-  f'r.Cousìa. 
Cussa.  Piem.  Zucca. 


Dabòrd.  Piem,  Da  prima.  -  /V.D'a- 
bord. 

Dagn.  Piem.  Falce.  -  F.  Ladròl, 
Poiràs. 

Dagnè.  Piem.  Gocciolare»  stillare. 

Dangros.  Piem.  Doloroso,  molesto. 

Davano.  Piem. Annaspare.  -  Dava- 
nòira.  Naspo.  -  fV.  Dcvider, 
devidoir. 

Debite.  Piem.  Spacciare»  dar  ad  io- 
tèndere.  -  Fr,  Deb  iter. 

Debordò.  Piem.  Traboccare,  stra- 
ripare. -  Pr.  Déborder. 

Dcò.  Piem.  Ancora.  QuoMiikase: 
Da  co;  da  capo. -PV.  De  rechef. 

Degh  Isè.  Piem.  Travestire, aasdie- 
rare.  -  Pr.  Dégulser. 

De  gol  è.  Piem.  Appassire,  avvizzire. 

Degun,  dgùn.  Alp.  ed  Oeeif.  Nes- 
suno. 

Dolabre.  Piem.  Rovinare,  taeenre. 
-  Fr.  Délabrer. 

Demo  rè.  Piem.  Trescare,  vezzeggia- 
re. -  Demo  ri  n.  Vanerello,  vei- 
zeggiatore.  -  /(.Damerino. 

Derbl,  derbis,  èrbis.  Piem.  ?»- 
làlica,  serpìgine.  •  Afil.  DèrbiU. 

Desabusè.  Pian,  e  Afi<.  Disiofan- 
nare.  •  Fr.  De  sa b  user. 

D  e  s  a  1 1 e  r  è'.  Piem.  Dissetare.  -  Fr*. 
Dcsaltcrer. 

Desbàucia.  Piem.  Stravizzo.  -  ^>- 
Débauché. 

De s bel  a.  Piem.  Dissipatore. 

Desblè.  Piem.  Scassinare,  scbizo- 
lare,  scomméttere. 

De sb rosse.  Piem.  Spalare. 


Desdè.  Piem,  Slacciare,  rallentare. 
De  s  d  o  i  t.  Piem.  Sgangherato ,  sgar- 
bato. -  r.  Dòli, 

Desgagèse.  Piem.  Affrettarsi. -Fr. 
Se  dcgager. 

Desgavignè.  Piem.  Sviluppare  i» 
sbrogliare. 

Desgerbi.  Piem.  Dissodare  il  ter- 
reno. -  y.  Gerb  e  Gcrbola. 

Desgichè.  Piem.  Dicioccare,  levare 
i  germogli  d'una  pianta. 

Desgognè.  Piein.  Schernire,  sver- 
gognare. -  Fer.  Far  le  sgogne. 

Desgrojè.  Piem.  Sgusciare,  smal- 
lare. 

Desoiotè.  Piem.  Erpicare. 

Desnandiè.  Piem.  Distògliere,  dis- 
suadere. -  r.  Anandiè. 

Desnittc.  Piem.  Sbrattare,  tògliere 
dal  fango.  -  /'.  Mita. 

Dessolc.  Piem.  Slacciare,  sciòglie- 
re. -  f^er.  De  ss  olà  r. 

Dcstenebrè.  Piem.  Disordinare, 
scompaginare.  -  ^.  Stenebiè. 

Desterni.  Piem.  Smattonare.  Forse 
dal  L.  Sterne  re? 

Desti  ss.  Piem.  Estinto,  spento.  • 
jénche  Distrutto,  esausto. 

Destravìs.  Piem.  Strano,  disusato. 

Dieta.  Brozzo.  Tempo,  epoca. 

Dóit.  Piem.  Garbo,  grazia. 

Dója.  Piem.  Boccale,  brocca. 

Dò  ira.  Piem.  Rigagno ,  canale.  È 
anche  nome  proprio  di  due  fiumi j 
la  Dora  bnllea  e  la  Dora  ripària. 

Don  tre.  Piem.  Alcuni,  pochi.- Den- 
tro di;  alcuni  giorni.  Quasi  di- 
cesse: Due  in  Ire.  -  l'ald.  Don- 
trài.  -  Già.  Giontrài. 

Dos  sa.  Pieèu.  Baccllo,  sìliqua. 

Dròc.  Piem.  Abbondanza,  in  gran 
copia. 

D  r  0 1 0.  Piem.  Faccio,  gioviale.  -  Fr, 
Dróle.  « 

1> rosse.  Piem.  Abbàltere:  cardare. 
-  Fr.  Drosser. 


DIALETTI  PEDEMONTANI.  ^67 

Dru.  Piem.  Grasso,  fèrtile.  Dicesi  di 
terreno.  La  9oce  antiquata  francese 
Dru  significa  appunto  forte,  ro- 
busto, gagliardo.  Da  questa  radice 
deriva  forse  la  seguente, 

Drugia.  Piem.  Letame,  concime.  - 
V.  Andrùgfa  e  Biisa. 

Dù£.  Piem.  Vago,  leggiadro,  avve- 
nente. 

Duna.  Piem.  Presto,  sùbito. 

Diipè.  Piem.  Ingannare,  uccellare. - 
Fr.  Duper. 

Dùrbl.  y.  S.  Padre. 

Diiso.  Piem.  Gufo.  Uccello. 

Dùssia.  Piem.  Ghiera^  cerchietto. 


E 


Egajè.  Piem.  Rallegrare.  -  Fr.  Égat 

yer. 
E  Imola.  Brozzo.  Làgrima. 
E m  bo.  yin.  Con,  appresso.  •  K.  Ab  u» 

e  Bradia. 
Enta.  Piem.  Innesto.  -Ente.  Ione- 

stare.  -  Fr.  Ente,  cnter. 
E  rea.  Piem.  Nadia. 
Erio.  Piem.  Smergo.   -  Fé  Perlo. 

Insolentire,  divenire  arrogante. 
Eva.  Piem.  Aqua. 


Face.  Piem.  Disgustare,  indispettire. 

-  Fr.  Fàcher. 

Fai  tè.  Piem.  Conciare.  -  Faitór. 
Conciatore  di  pelli. 

Fa  1  il s p a.  Piem.  Favilla. 

Fa  ma  ut.  y.  ò\  Ser\'o,  famiglio. 

Fa  mina.  Pietn,  Carestia.  -  Fr,  Fa- 
mine. 

Fàm  u  la.Piem.Fantesca.-I.Fa  mula. 

Fara,  fiara.  Piem,  Fiamma. 

Farabùt.  Piem.  Ciarpiere,  smar- 
giasso. 

Fard.  Piem,  Finto,  simulato,  falso. 

-  Fr.  Fard. 


568 


PARTB  TEUZA 


Fa  SS  è  11  a.  Piem.  Cascino,  forma  ilei 
cacio.  -  lomb,  Pann.  e  iìeg.  Pas- 
sera. 

FaU  Pi>m. Scipito,  sciocco. -Fr.  Fai. 

Faudàl.  Piem,  Grembiule,  zinale. 

Fèa.  Piem,  Pècora.  -  Anbaronè  le 
fèe;  raccògliere  le  pècore;  aggrc- 
giare. 

Fera  m  i  ù.  Piem.  Ferravecchio. 

Ferdonè.  Piem,  Strimpellare.  -  Fr. 
Frédanner. 

Ferfói.  Piem,  Serpentello,  frùgolo. 

Feria.  Piem,  Germoglio,  rampollo. 

-  l.  Ferula. 

Ferleca.   Piem,  Ferita,   squarcio, 

taglio. 
Ferlochè.    -   Piem.  Cb  laccherà  re , 

cicalare. 
Fersàja.   Piem.  Legumi  in  gènere. 

Ceci.,  lenii  e  simili. 
Fertè.  Piem,  Fregare,  stropicciare. 
Fiat  rè.  Piem,  Putire,  puzzare. 
Flap.  Piem.  Vizzo,  avvizzito. 
Fiànna.  Piem,  Buccia,  coda.  Diceii 

del  gambo  dell*  aglio  ^  delle  cipolle 

e  timili, 
Fic.  Piem,  PrestOi,  Immantinente.  - 

Mp.  Fit. 
Fiesca,   fiosca.    Piem.    Spicchio. 

Dicesi  d'aglio  e  simili. 
FilÓD.  Piem.  Mariuòlo,  borsajuòlo.- 

-  Fr.  Filou. 

FI  a  cu.  iVetii.  Smargiasso,  albagioso. 

-  y,  anche  Flón. 

Flambar.  Fald.  •  Flambé.  Piem. 
Dissipare,  scialaquare.-/'V.  Et  re 
flambé.  Essere  rovinato.  «f^.Fr i- 
cudè,  barbar,  sgairè,  sgu- 
1  lardar. 

Fiate.  Piem.  Lusingare.  -  Fr,  Fiat- 
ter. 

FI  in  a.  Piem.  Rabbia,  stizza.  -  y. 
anche  Zara. 

Flón.  Piem.  Spaccamonti ,  smargias- 
so. -  Fio  né.  Pompeggiare. 

Fófa.  Piem.  Paura.  -  Fófón.  Pau- 


roso. -  Mil.  Fifa,  fi  fon.  -  Dial. 
Em.  Foffa,  fifa,  fyffa.  Paura. 

Fogugna.  Piem.  Sbirraglia. 

?0}c.  Piem.  Frugjire,  rovistare. 

Forlì.  Pieni:  Asseverare,  persistere. 

Fosón.  Piem.  Abbondanza,  aumento. 
•  F oso  né.  Abbondare,  créscere.- 
Fr,  Foison,  folsonner. 

Frapé.  Piem,  Colpire,  bàttere.  -Fr. 
Frapper. 

Frassa.  Piem.  Catena  dell'aratro.  - 
y.  anche  Provèl. 

F  ree  io.  F.  S.  Fratello. 

Friclo.  Set.  V,  Anello. 

Fricudc.  Già.  Dissipare,  sdala- 
quare.  -  V,  Barbar,  Flanbàr. 

F  r  i  p  ó  n.  Piem,  Mariuòlo,  guidone.  - 
Fr.  Fripoo. 

Fris.  Brozzo.  Poco.  -  An  fris.  Un 
poco. 

Frissón.  Piem.  Brivido.  •  Frlsso- 
nè.  Abbrividire.  -  fV.  Frissoa, 
frissonner. 

Fròi,  frùi.  Piem.  Chiavistello,  ca- 
tenaccio. •  Frojè.  Chiàdere  eoa 
catenaccio. 

Furfa.  Piem.  Turba.  Le  permuta- 
zioni delle  consonanti  f,  b,  v,  m 
sono  assai  frequenti  nei  dialetti  pe- 
demontani ,  ove  trovasi  p.  e.  burbo 
per  furbo;  a  ma  lo  e,  pera  laloe- 
chi ,  m  a  n  t  à  r  per  vantar  e  simili. 

Fùrvàja,  fervàja,  frìk}m,Piem. 
Bricclola,  mica.  -  lomb,  Ferfii. 


Cable.  Piem.  Contèndere,  cavillare. 
-  Gablós.  Rissoso,  accattabrighe. 

Gadàn.  Piem.  e  àtii.  Sciocco,  ba- 
lordo. 

Gagè.  Piem.Scoméltcre.-Fr.Gag  er. 

Calaverna.  Piem.  ed  Emit,  Brina, 
rugiada  o  nebbia  gelata. 

G  a  1  a  V  i  a.  Piem,  Trebbia. 

Galùcè,  ga  1  US  e. /*/nN.  Sbirciare. 


guardar   di   traverso. 

Lorgnc. 
GaluTrè,  galupò.  Piem,  Scuffiare, 

pacchiare. 
G a  I  ù  p.  Pieni.  Ghloltone. 
G  a  moro.  Piem.  Bùrbero,  zòlico. 
Ganivèl.  Piem.  Sbarbatello 
Garùude.  GiVi. Bagascia,  meretrice. 

-  r.  più  avanti  G  n  r  ii  II  a. 
Garbé.  Pieìn.  Ventre,  pancia. 
Garbin.  Piem.  Alveo,  truogolo.  -  r, 

Arbi. 
Gargarìa    Piem.    Poltronerìa,   vi- 
gliaccheria. 
Gariè,gariboiè.  Piem.  Scavare, 

vuotare.  -  T.  Gùrè. 
Garnàc.  Piem.  Ciarpe,  ciarpame. 
G arsamela.  Piem.  Laringe. 
Garsol.  Pieni.   Tralcio  della  vile, 

sermento,   magliuòlo.  •  f^^.  anche 

Riso  ir  a,  Cogiòira. 
G a  rulla.  Otilr.  Meretrice,  libertina. 

y,  Ciòrnia,  Lìirrin,  Tarlusa, 

Gn rande,  Gòria. 
Ga  rv.  Pieìn.  Sollo.  Dicesi  di  terreno 

non  (usodato. 
Gasse.  Piem.  Eccilare,  stuzzicare.  - 

Fr.  Agacer.  -  Or.  Akazèin. 
Galli.    Piem.  Sollélico,  dllélico.  - 

bresciano  Gatìgol.  -  Mil.  G  a  1  ì  1 1, 

garìtt. 

Gavàss.  Piem.  Gozzo. 
Gavia.  Piem.  Conca  .  catino. 
Gene.  Piem.   impacciare,  di>lurl)a- 

re.  -  Fr.  Gène  r. 
Genil.  Piem.  Puro,  mero,  genuino. 
Gerb.  r.  S.  Pane.  -  Pivm.  e  Mil.  So- 
daglia, landa,    luogo  stèrile.  -  T. 
anche  nèrbo  la. 
Gerba.  i'iVm.   Covone,  manìpolo.  - 

-  Gerbè.  Accovonare. 
Gcrbola.  Piem.  Landa,  sodaj^lia. 
Gerle.  Piem.  Sudicio,  sozzo. 
Ghedo.  Piem.  Garbo,  grazia. 
Ghéisl.    ^'.  .V.  Fame.    -   r.  Sgòsa, 
Basorda,  Grangia,  Néglia. 


DI  4 LETTI   PSOBMONTAill 

/'.  anche 


»«9 


Ghén,   ghin.   -  .1/onf.  Majali.  *  ^■ 

«m7ie  Crin  e  Tol. 
G  h  e  n  i  a.  Pitm.  Cosuccia ,  baziècola. 
G herbe.  Piem.  Rigògolo,  beccafico. 

-  ^fiL  Gaibé.  -  f^.  nel  Voc.  Lomb. 
G  a  i  b  é  d  e  r. 

G  h  e  r  m  o.  Piem.  Stia,  carruccio  fallo 
di  vìmini.  Diceni  anche  Eia  e  G  r o« 
mo.  -  Mil.  Còreg. 

G  lai.  Piem.  Nero.  -  /llp.  Voglia,  de- 
siderio. 

Gianìn.  Piem.  Bruco,  vermicello. 

Già  ri.  Piem.  Topo,  ratto. 

G  i  b 0  rè.   Piem.  Sconvòlgere. 

Giò.  Piem.  Cajo,  vispo. 

Gioì.  Piem.  Loglio. 

Giòia.  Piem.  e  ^r.  Baldoria,  alle- 
grìa. -  r.  nel  Voc.  Lomb.  -Giòia. 

Giora.  P/c'iM.  Vacca  vecchia,  magra. 

-  Bresciano.  C  i  o  r  1  a. 

Giùc,  gióc.  Pi^em.  Pollajo.  -  Gio- 
chc.  AppoUajarsi. 

Glissò.  Piem.  Sdrucciolare,  scivola- 
re. -  Fr.  Glisser. 

Gò.  Piem.  Pitocco,  mìsero,  r^"' osa] a. 
Poverume,  ciurmaglia  di  pòveri.- 
Fr.  G  u  e  u  X. 

Godrón.  Piem.  Catrame.  -  Fr.Cou- 
dron. 

Gói.  P<>wi.  Lisca. 

Gòi,  gòja.  Piem.  Laguna,  slagoo. 

(;oIa.  Piem.  Bernòcolo,  pùtlca. 

Gora.P/cm.-Gorin.  Mil.  Vermena, 
vinco.  -  Di  qui  la  voce  piem,  G  ò- 
regn.  Tiglioso,  màzzero,  come  ag» 
giunto  di  pane  stantio. 

Gori.  F.  S.  Uomo. 

Gòria.  F.  S.  Meretrice,  bagascia.  - 
F.  sopra  Ga  rulla. 

Grangia.  Piem.  Fame.  -  F.  Basor- 
da, G beisi  e  Sgosa. 

Gravò.  Piem.  Scolpire,  incidere. - 
-  /-V.  G  r  a  V  e  r. 

Grel.  Piem.  Fórfora. 

Gribòja.  Acw.  Scioccone,  melenso. 

G  r  i  d  I  ì  n.  Piem.  Vispo,  snello. 


870 


PARTI  THiZA 


Grimassè.  Piem.  Lagrimare.  -  FY. 
Griraacer. 

Grlnfa.  Piem,  Zampa,  artìglio.  - 
•  Grinfè.  Ghermire,  abbrancare. 

GriDse.  /Vem.  Spiche  0  bacelli  smal- 
lali. 

G rione.  Piem.  Frugare,  mondare. 

Orlòta.  Piem.  Amarasca  (frutto).  - 
Fr.  Griotte. 

Grlva.  Piem.  Tordo.  -  fr.  Grive. 

Grlvoé.  Ptem.  Uomo  accorto,  disin- 
volto. -  f)fmm.  Grivoésa.  -  Fr. 
Grlvois,  grivoise. 

Groja.  Piem.  Guscio,  scorza.  -  f^. 
Ròla. 

Grò  la.  Piem.  Ciabatta. 

Grosón.  Piem.  Giallo  càrico,  arancio 
(color  d').  : 

Gruflè.  P/em.  Scuffiare ,  mangiare 
avidamente. 

Gare. P/«m. Sventrare,  tirar  fuori  le 
interiora.  Jnche  mondare  pozzi , 
fogne  e  iimili.  -  r.  Sgù  rè,  e  nel 
Foc.  Lomb.  Sgurà. 

Gasarla.  Piem.  Indigenza,  miseria. 
'  F.  G6. 


Ighéra,  eghiéra.  Piem.  Brocca, 
vaso  per  aqua.  -  Mani.  Inguéra. 
Truogolo.  -  fV.  Aiguière. 

Imita.  Brozzo.  Eméttere. 

Inor fante.  Piem.  Istupidire. 

Iona.  Piem.  Fallo,  sbaglio,  balorda- 
"glne. 

Isi.  Alp.Qwl'  Già.  lììh.'Fr.  lei. 

Istòr.  Piem.  /?tì«(.  Lavorante,  con- 
tadino. 


Lab  ré.  Piem.  Ghiotto,  goloso. 
Ladròt.  Piem.  Falcetto,  falcinola.  - 

F".  Dagn. 
Lajol,  ajol.  Piem.  Ramarro,  lucer- 


tolone. -   f.  nel  Foc.  Lomb.  L In- 
go ri,  e  neWEm.  Ligór. 

Lam.  Piem.  Rallentato,  rilassato.  - 
Lame.  Allentare,  rilasciare.  Que- 
sta voce  ha  molta  affinità  col  lem- 
me I  e  m  m  e  di  Dante. 

Landa.  Piem.  Smòrfia,  leziosàgine. 

Lapin.  Piem.  Coniglio.- fV.  Lapin. 

Largar,  larghe,  largià.  Om. 
Condurre  al  pàscolo,  pascolare. 

Lèn.  Già.  Sùbito,  immantinente. 

Lesa.  Piem.  Treggia,  tràino.  -Parm. 
e  Beg.  Le  zza. 

Leta.  Piem.  Scelta,  elezione. 

Lcvertin,  1  u v e r t i n.  Piem.  Lup- 
polo. -  r.  nel  Voc.  Lomb.  Loer- 
tìs;  e  nel  Foc.  Emil.  Lovartis. 

Lifròc.  Piem.  e  Mil.  Scioperato. 

Limo  eia.  Piem.  Pigro,  tentennone.- 
Limocè.  Indugiare,  esitare. 

Livrè.  Piem.  Terminare»  compiere, 
consumare. 

Lo  ce.  Ptem.  Tentennare,  barcollare. 
Fr.  Locher. 

Lo  ir  a.  Pi«m.  Pigrizia ,  svogliatezu. 
-  Loirón.  Pigro,  poltrone.  -ilft7. 
Ldj.  Pigrizia,  sonnolenza.-  Liròn. 
Pigro. 

L 0  r g  n  è.  Piem.  Sbirciare ,  adocchia- 
re. -  Fr.  Lorgner. 

Los  a.  Piem.  Lavagna,  ardèsia. 

L ó  s  n  a.  Piem.  Baleno,  lampo.-Losnè. 
Balenare.  -  F.  Ferzatca.  Lesn.  - 
Boi.  e  Beg.  Losna.  -  Mil.  Lua- 
na da,  Lampo.  -  f^.  SlùssL 

Lo  tra.  -  Piem.  Lontano.    FontàU 
Lat.Vìiral 

L  ù  e  s  u  b  i.  Piem.  Stùpido  ,  bàbbèo. 

Lùffia.  Set.  1^.  Bagascia.  -  f".  Ga- 
rù  Ila. 

Lùrón.  Piem.  Furbo,  astuto. 

Lusà.  Piem.  Caduta,  stramazzo. 

L  US  e  he.  Piem.  Rapire,  involare  de- 
stramente. 


Mac.  Piem.  Solamenlc,  appena.  Di- 
cesi anche  Nume.  noma. 

Ma  chignon.  Piem.  Sensale  di  ca- 
valli. -  Fr.  Maquignon. 

Magna.  Piem.  Zia. 

Hagnin.  Piem.  Calderajo.  •  Lomb. 
ed  Em.  Magnàn. 

Magón.  Piem.  Lomb.  ed  Em.  Acco- 
ramcnlo,  dolore,  rancore. 

Mal.  Alp.  Più. 

Mala.  Piem.  Valigia.  -  Fr.  Malie. 

Malés,  maléso.  Piem.  Larice,  pi- 
no. Di  qui  forse  il  nome  proprio  di 
villaggio^  Mal  esco  ^  luogo  cinto 
di  larici,  in  fai  yeqezza, 

Maloros.  Piem.  Infelice.  •  Fr.  Mal- 
heureux. 

Bl  alpina.  Brozzo.  AfTalicare,  pe- 
nare. 

Malsoà.  Piem.  Affannalo,  inquieto. 

Manàn.  Piem.  Rùstico,  incivile,  vil- 
lano. -  f^.  Maunèt. 

Mantàr.  Can.  Far  d'uopo,  bisogna- 
re. -  y.  A  n  t  à  r  e  C 1  a  I  à  r. 

Maràja,  marajota.  Pieni.  Bambi- 
na, bambinello.  Nò  Usi ,  che  Mar, 
nell'antica  lingua  islandese  signi- 
fica figlia,  e  Merch  nei  dialetti  càm- 
brici. -  y.  nel  Foc.  Lom.  Ma  rà§  e 
Marò. 

Mara  man.  Piem.  Forse,  a  caso. 

Mar  eia.  Piem.  Matassa. 

Ma  rèse,  ma  rase.  Piem.  Fuscelli- 
no,  fettuccia. 

Margài.  Piem.  Cencio,  straccio. 

Harghé.  Piem.  Latlajo,  formagiajo.  - 
Lomb.  Malghe,  malghe».  Man- 
driano, proprielario  di  vacche. 

Marlàit.  Piem.  Un  fantino,  un  po- 
co. -  Ma  r  lesti  n.  Un  pocolino. 

Marmlìn.  Ptem. e Afan/.  Dito  migoo- 
lo.  -  ilft7.  Marmèl.  -  irlandese 
Marnmear. 


DIALETTI  PBDIMOTrA^il.  874 

Marmorà.  Brozzo.  Predicare.  Si 
raffronti  alla  voce  italiana  Mor- 
morare. 

Mar  òca.  Piem.  lomb.  ed  EmiL  Ma- 
rame, scarto. 

Maruf.  Piem.  Ritroso,  fastidioso. 

Ma  russe.  Piem.  Tògliere  II  filo  ad 
arme  da  taglio. 

Masc.  Piem.  Stregone.  -  Masoa. 
Strega,  maliarda. 

M  a  s  e  a  r  p  ì  n.  Piem.  Cacio  fresco  fatto 
con  fior  di  latte.- Afii.  Mas  eh  er« 
pa.  -  Piac.  Maséiarpéin.  Ri- 
colta. 

Masnà.  Piem.  Fanciullo,  ragazza. - 
Masnnjà,  masnojada.  Ragaf- 
zala,  fanciullàgioe. 

Massàcher.  Piem.  Tànghero,  vil- 
lanzone. 

Ma  s  ij  ra.  Piem.  Catapecchia,  casolare 
cadente.  -  F.  Sena,  Caborna. 

Mat,  ma  tòt.  Ptem.  Fanciullo,  figlio. 
-  Femm.  Mata,  natela. 

Ma u net.  F.  S.  Disonesto.  -  Piem. 
Sporco,  sudicio.  Fr.  Malhonné- 
te.  Villano,  incivile. 

M  é  1  r ,  m  é  i  I.  Piem.  Sermento ,  ma- 
gliuolo,  tralcio.  -  f^.  CoglòIra, 
Garsol,  P rovana,  Rlsòira. 

Méprisè.  Piem.  Dlspreziare.  •  Fr. 
Mép  riser. 

Miana.  Piem.  Paura.  •  F.  Fóf a.  Pa- 
vana. 

Mino  t.  Piem.  Pigro,  tardo.  -  M  i  n  o J  è. 
Tardare,  Indugiare. 

Mòca.  'Piem.  Smorfia,  vlsaeclo. - 
Mochèse.  Burlarsi.  -  Fr.  Se  mo- 
quer. 

Mogia.  !Hem.  Giovenca.  -  Mogio n. 
Vitello. 

Majìs.  Piem.  Palude,  terreno  uligi- 
noso. -  Mil.  MoiS. 

Món   Pian.  Mattone. 

Morù,  moronù.  Piem.  Rabbuffalo, 
eipiglialo. 

MotsÓD.  Piem.  Topo  selvàtieo. 


879 


PARTE  TERXA 


Mótrfa.  Pieni,  e  Lomb.  Cipiglio,  cor- 
to, visaccio. 

Rfo  tu  ra.Piem.  Macinatura,  macinata. 

Mfil,  mùlèl.  Set.  f'.  Figlio,  fan- 
ciullo.  -  f^.  Cèt,  Poglìn,  Toi- 
9Ón,  Tote,  Uasnà. 

Móu.  Elva.  Maggiore,  primo  nato. 

Uurcàr,  murchìr.  K.  .9.  Mangia  re. 

Murs.  Piem,  Villanzone,  zòtico. 

Muscis.  Piem.  Meschino,  sconcio.  - 
jinche  miseramente. 

M6sè.  Piem.  Pensare,  riflèttere. 


IW 


Né.  trozza.  Andare. 

Nàé.  Piem,  Camuscio.  -  Nacc.  De- 
lùdere, adontare.  -  f^.  Né  e. 

Naivè.  Piem.  Annaquare,  macerare; 
dhesi  delia  cànapa  e  simili. 

Nast.  Gen.  Odorato^  fiuto.  -  Lomb.  e 
ren.  Nasta. 

Nata.  Piem,  Sùghero,  sóvero. 

Navìa,  ne  via.  Piem.  Nòttoia,  sa- 
liscendi. -  ^.  erica. 

Nèc.  Piem.  Corrucciato,  di  mal  umo- 
re. - Mii,  G n è c.'Sel, K  Far  nèc. 
Corrucciare,  offèndere.  -  y.  NaÒ. 

Négiia.  i?/e//a. -Niglia.  5^/.f^.  Fa- 
me, inèdia.  -  V.  Basorda.  Ghéi- 
si.  Grangia,  Sgòsa. 

Nis«».  Piem.  Lìvido,  fràctdo.  -Lomb. 
NiS,  niz. 

Nll.  Brozzo,  No,  non.  -  Ted.  Nicht. 

Nitta.  Piem.  e  Piac,  Melma,  limo. 

Nùansa.  Piem,  Gradazione,  sfuma- 
tura. -  Fr.  Nuance. 

NO  riè.  Piem.  Fiutare,  odorare. 

Nuniè..<^nd.  -Noma,  doma.  Z^m. 
Solamente.  V.  Mac. 


Obada.  Piem.  rus.  Serenala. 
Obia  (cn).  jind.  Incontro.  -  L.  Ob- 
viaro. 


Oriol.  Piem.  Rigògolo,  eccello. 

Or  issi.  Piem  rus.  Uragano.  -  Tici- 
nese. 0  r i  z  i ,.  A  u  r i  z  i.  •  Romagnolo. 
Aurizi. 


Fa  ci  oche.  Pfem.  Diguazzare. 

Faina rd.  Piem.  Tànghero,  villan- 
zone. -  P^.  .Ma nàti,  Blùrs. 

Fan  talora.  Piem.  Tettoja,  tenda. 

Papotè.  Pieni.  Vezzeggiare. 

Parie.  Piem.  Scomellere.  -  Fr.  Pa- 
rler. 

Farmela.  Piem.  Gànghero.  -  Fir. 
Paumelle. 

Parsu.  Set.  y.  Scorto,  visto.  -  Fr. 
Apper^u. 

Fassón.  Piem.  Palo,  broncone. - 
Passonà.  Palafllln. 

Patanù.  Piem.  Ignudo. 

Paté.  Piem.  e  Lomb.  Cenciajoolo, 
rigattiere. 

Patói.  Piem.  Guazzabuglio,  scompi- 
glio.-Patojè.  Scompigliare, scon- 
vòlgere. 

Fava  Ire.    Prem.   Non  molto,  poco. 

-  y.  Vài  re. 

Pavana.  P/em.  Spavento,  paur.i. - 

y.  Fófa  e  Miana. 
Pcé.  Piem.  Nonno,  avo.  -Peeróo. 

Bìsavo,  bisnonno. 
Pcn.  Piem.  Goccia. 
Per.  Fald.  Prèndere. 
Pèrla.  Piem.  Pévera.  -  y,  Ava^iór, 

Verslór  e  CantabrCina. 
Pevìa,  pùja,  piivia.  Pien. Pipita. 

-  ^fil.  Fulda. 

Piaje.  Piem.  'Acero,  plàtino  sel- 
vàtico. 

Fianca.  Piem.  Tàvola ,  passatoio.  - 
Fr.  PI  a  neh  e. 

Piota.  Piem.  Ascia ,  accètta. 

Fiòt.  Sei.  y.  Sano,  vispo. 

Pista.  Pt'em.  Beffa,  cèlla. 

Pistór.  Piem.  Pigiatort,  ammosta- 


lore.  -  />r.  Fornajo,  panollìerr. - 

L.  Pislor.  Fornajo. 
Pila.  ToW.   Più.  -   Picm.   sifjnifìra 

Pollanca. 
P  ì l  i  m a.  Piem.  Accorto,  furbo.- Lodi. 

Cavilloso,  flemmàtico. 
Pivi.  Piem.  Rondone,  róndine  mag- 
giore. 
Poglìn.f.  .9.  Figlio.  -  r.  Cèl,Mul. 

Toisón. 
Poi  ras.  Piem.  Roncone,  falcinola.  - 

r,  Dagn,  Ladròt,  Ransa. 
Pois.  Piem.  Pisello.-  Fr.  Pois.-/'. 

(inette  Arbión. 
Pnndrà.    Piem.    Pojana.   Specie   di 

falco. 
Posse.  /Vtfm. Spingere.  -  Fr.  Pous- 

ser. 
Poterla.  Piem.  Bianco  spino. 
Prè.  Picm.  Ventriglio. 
Prlchr.  Set.  f^.  Dire. 
P rocce,  fin.  Vicino. -flr.  P roche. 
Pròn.  Piem.  Scojàltolo. 
Pròs,  prùsì.   Piem.  Porca,  ^olco.  - 

-  Mil.  Pròsa.  -  Mani.  Presòl. 
Provana.    Piem.    Propa;:ine  •    ser- 
mento. -  /'.  A  re  in.  Cogióira. 

Garzdl. 
Provèi.  Piem.  Catena  dell'aratro.  - 

f  .  anche  Fra««a. 
Prù.    Piem.  Abtiaslann.   -    hrf-zzo. 

Pro. 
Pr6«,  Piem.  Peri.  -  L.  Pyrij*. 
Psùr.  Ptem.  BeeC''^.  rtMrh. 
Pui«è.  iìtiit.   V«;oUr^,  r',a'f.m'.  •*•  - 

Fr.  Époi^^r. 
Pus*.  f#«ri.  L^iJv». 

«ie,  Larezur^.  ade* 

bore,  hiìwu. 


E  a  bada::;.   h*%A    *  hv.J;.  Cftiaw*. 


DIALFTTI   PEDCMOTAIHI.  873 

K  a  base  è.  Piem.  RacctValiero.   radii» 

nare. 
Rablò.  Piem.  Slra<«cinar«*,  trainare 

-  Rablòn.  Carpone. 
Rablò  ira.  Piem.   Lumaca.  -  hor$e 

da  Rablè. 

Rabòl.  /Vcui. Pialla. -Rnbolè.  Pial- 
lare. -  Fr.  Rabot,  raboter, 

R  a  d  0 1  è.  Piem.  Vaneggiare,  delirare. 

-  Fr.  Rado  ter. 
Raji*.  Piem.  rm.  Separare. 
Ralnìirn.  Piem.  Inravnhirn,  weami* 

lalura. 
Rai,  ral.  /V<?m.  Calllnella  ac|n&llra. 
Rama.    Piem.  Spruzzata.   Piceni  di 

piogaia. 
Ramognàn.  Picm.  Melìiira. 
Ranche.  Piem.  Strap()iire,  *vèll«re. 
Rande,  y/fut.  Scolmare,  radere  le 

misuro.  -  Lomh.  Areni.  R»«enle, 

a  randa. 
Ransa.  Piem.  Róncolif,  falcetto. 
Ransonè.  /Vem.Taglieftgiaref  «alor- 

quere.  P'r.  R  a  neon  ne  r. 
R  a  I  a  V  o  I  ó  i  r  a.  Piem.  Pipistrello,  nf>t' 

ìoìn.'Proprinmtnle iiffniflca :  Hallo 

volante.  Otù  apjfunto  la  uòmitta  il 

Ltulifììant»  n  a  l'%g 0 1  a d ó.  -  F.  nel 

I  oc.    iMmh.   C  r  i  gn  à  pò  I a  ,    T #?- 

gna,  Tegnól  », 
R  a  V a g è.  Piem   Devastare.  -  P'r,  R  »- 

*ager. 
Ravli'j.  Piem.   Sf^pp<»«o.  -  F,  awM 

r  oe  i  o  n  h. 
Rtrlfo.  Pirm.  %\%fìft%p\\^*  -Fr.  He- 

f  rain. 
jiAf-^tu^o  -P'.  V  i  h^^'fìp.    fi*M  0»m;f  4rt%^r^M  r^èm- 
o!ar«.  -  /'  Ra-         m%rie-*rt.  -  Pr   R*gr#rtl*f. 

Fr   Is  M  d  i 
fcef*    Pi^m.  ^*r.i^'t*.  fiU. 

'^J  A  »em? 


À 


87it  PARTB 

Re  ve.  Piem.  Sognare,  faiilastlcare. 
Riàn.    Pian.    Burrone,  scavo  fallo 

dalle  aqae. 
Riana.  Piem.  Fogna,  sentina.  -  f^. 

Ariana. 
R  i  b 0 1 è.  Piem.  e Lomb.  Gozzovigliare. 
Rigiizìglio.    Mond.    Gozzovìglia. - 

Piem.  Ri  g  OS  io. 
R  fon  din.  Piem.  Tritello.  -  ^.  Ar- 

prùm,   Ariondìn»   Bren. 
Ri  so  ira.  Piem.  Tralcio  di  vile.  -  K. 

ancVieGarsòl,  Arcìn,  Gogiòi  ra, 

Bollirà,  Brojón,  Provana. 
Rista.  Piem.  Cànapa,  garzuolo. 
Rò,  ròl.  Piem.  Cerchio,  cìrcolo. 
Ròcol.  Piem.  e  ÌA)mb.  Ragnaja  ,  uc- 

cell;itòjo. 
Ról.  Piem.  Ròvere,  quercia. 
Ròta.  Pinm.  Mallo,  guscio. 
Ronsa.  Piem.  Rovo.  -  Ronsé.  Ro- 
veto. -  Fr.  Ronce. 
Rosine.  Piem.  Piovigginare. 
Ross.  Piem,  e  Lomb.  Penzolo,  mauo 

di  frulla,  y.  nel  Voc.  Lomb.  Ròs. 
Rosse.  Piem.  Bàttere  senza  pietà.  - 

Ft.  Rosser. 
R uà.  Piem.  Baco,  bruco.  -  /?ot?i.,  Reg. 

e  yer.  Ruga.  -  L.  Eruca. 
Rubi  ola.  Piem.  Piccolo  cacio. -Afi7. 

Robinia,  robiora. 
Rum  è.  Piem.  Grufolare,  razzolare. - 

Rumenta.  Immondizie,  lordura.- 

f'.  nel  yoc.  Lomb.  Roméni. 
Riipia.  Piem.  Rug».' Rupi. Rugoso. 
Rusa.    Piem.  Furberìa,   pretesto.  - 

Rùsc.    Preleslare.   -    Fr.  Ruse, 

ruser. 
Rùslè.  Piem.  Rovistare,  frugare. 
Rùgs.  Piem.  Sommaco.  -  K.  nelFoc. 

Lomb.  R lisca. 


Sabàrd.  Piem.  Tànghero,  zoticone. 
Sacagnè.  I*iem.  Scuòlere,  scrollare. 
-  Fr.  Saccader. 


TBRZ.% 

Sagrine.    Piem.  Affliggere^   rallri- 
slare.  -  Fr.  Chagriner. 

Saglir,  sa  ir.   j4lp.  Uscire,   venir 
fuori. 

Sana.  Piem.  Bicchiere,  càlice. 

Sanàt.  Piem.  Vitello  da  latte. 

Sanerò. Pi>m.]ncavare.-Fr.  Écban- 
crer. 

Sa  pòi.  Piem.  e  Bres.  Cai  la  ja,  varco. 

Sara,  zara.  Piem.  Còllera,  stizza. 

Sarnèi.  Piem.  Crivello.  -  Forse  dal 
L.  Cernere? 

Sarslòl.  Piem.  Beccafico,  uccello. 

Sarùzz.    Piem.  Ribrezzo,   brivido, 
ghiado.  •  F.  anche  Sgiàl. 

Sarvàn.   Piem.  Incubo^  aflanno.  - 
Afi/.Salvàn.  -  Mil.  ria.  I.énteg. 

Sali.  Piem.  Addensare,  comprìmere. 

Saviij,  savj.  Pienu  Ago,  pungi- 
glione. 

Sbajè.  Piem.  Socchiùdere.  -  F.nel 
l'oc.  Lomb.  Bada. 

S  hard  è.  Piem.  Spàrgere,  sparpa- 
gliare. 

S  barn  è.  Piem,  Spaventare,  sbara- 
gliare. 

Sbergiaire.  Piem.  Darla  fuga,  in- 
calzare. -  r.  C  ra  n  p  a  i  r  e. 

Sbergnichè.  Piem.  Soppestare. 
schiacciare.  -  Mil.  S  g n  Ica.  -  Parm. 
S  g  n  a  e  a  r. 

Slùa,  splùa.  Piem.  Seinlilla,  fa- 
villa. 

Sbol.  Piem.  Spavento,  sbalordì* 
mento. 

S  b  0  r  è.  Pt'cin.  Sbruca  re.-^AcAf  sdroe- 

dotare,  scivolare.  -  F.  Sebi  è. 

Sbramasse.  Piem.  Sgridare. 

Sbrinò.  Piem.  Spruzio.  -  Sbrincè. 
Spruzzare. 

Sbrls.  Piem.  e  Lomb.  Lógoro,  li- 
cero. 

Sbrolè.  Piem.  Sfrondare,  bracare. 

Sbùrdi.  Piem.  Spaventare, atterrire. 

Scarabòó.  Piem.  Sgorbio. 

Scarpentà.  Piem.  Scarmigliato. 


DIALETTI   PEDKIOJITAMI. 


»78 


S c  è  rn c  r.  riiUl  -Scorre.  ^Icr.  SciV 

gliere. 
Schiè,    sghic.     Picm.   Scivolare, 

sdrucciolare. 
Sélancàr.  f^ald.  Scoppiare.  -  Piem. 

Sbianche.  Slracciare,  squarciare. 
Sèi à ss.   Piem.    Fillo ,  compatto.  - 

Sciasse.    Comprìmere,  serrare.  - 

A/i7.  Sèiàss,  sóiàsser.  -   Piac. 

Sóiàssag.  Fitto,  compatto. 
S£iavandé.  f^iem.  Boaro,  bifolco. 
Sóionfè.  Piem.  Scoppiare. 
Séiorgnì.  Pieìn.  Assordare. 
Scò.  Mond.  -  Scoi.  'Bist.  e  Cairo.  - 

Scóa.  Ormea.  Pascolare,  pàscere. 

-  r.  Largar. 
Sconsùbia.  Piem.  Comitiva ,  bri- 
gata. -  Prov.^  Mani,  e   Beg.  Mol- 
titùdine. 

Scòp.  Piem.  Tronco,  ramo  reciso.  - 

Scope.  Scapezzare. 
Scor.  Piem.  Nàusea,  schifo.  -  Dicesi 

anche  Stri. 
Scossai.  Picm.  e  Lomb.  Grembiule. 

-  r,  nel  Foc.  Lomb,  Scòss. 

Scravassa.  Picm.  Sèlola. 

Soros.  Piem.  Sozzo,  sùcldo.  -  K.  an- 
che Ma  une  I. 

Scrùssi.  Wcm.  Scrosciare,  screpo- 
lare. -  Fesso ,  screpolato. 

Se  ber.  Piem.  e  lomb.  Bigoncia,  ma- 
stello. -  Sebré.  Boltajo. 

Seiràss,  sa  irà  ss.  -  Piem.  Ricolta. 
Forse  dalla  voce  siero? 

Sfrasè.  Piem.  Abortire,  dispèrdere 
I!  parto.  Dicesi  solo  degli  animali. 

Sfurniór.  Piem.  Nidace.  -  Sfur- 
niòt.  Implume. 

Sgairè,sgheirè,  sgheiràr.Pifn». 
Sciupare,  dissipare.  -K.anc/ie  Ba  r- 
bàr,  Flambar,  Friend  è,  Sgu- 
llardàr. 

Sgarbèl.  Piem.  Squarcio.  -  Sgar- 
bla.  Squarciato. 

Sgarè.  Piwi.  Sviare,  deviare.fr. 
Égarer. 


Sga  rogne.  Piem.  ScalHre. 

S  g  II  i  è.  Piem.  Scivolare.  -  S  g  h  i  ó  s. 
Sdrucciolevole. 

Sglà  I.  Piem.  Brivido.,  ribrezzo.  -Mil. 
Sca^. 

Sgnachè,  sgnichè.  P/em.  Schiac- 
ciare. -  r,  Sbergnichc. 

S gogne.  Piem.  Contrafare,  far  le 
fiche. 

Sgòsa,  sgosia.  Piem.  e  Csn.  Fame. 

-  Lomb.  Sgajósa.-^fan^Sghiza. 

-  r.  Baso r da,  G beisi;    e  nel 
yoc.  EmiL  Sghessa. 

Sgullardàr.  Can.  Dissipare.  -  F. 
Sgairè. 

Sgiirè.  Pi>m. -Sgurà.  Lomb.  Astèr- 
gere, forbire.  -  Gcul.  Sgur.  -  F. 
nel  yoc,  Emil.  Sguràr. 

Sgiirma.  Set,  V.  Fame.  V.  Sgosa, 
Basorda,  Ora  ngia,  Néglla. 

sia.  Piem.  Secchia.  -  Fr.  Séau. 

Sim.  Picm.  Sego. 

Sire,  sirognè.  Piem.  Tòrcere,  pie- 
gare. 

Siri.  Piem.  Gallo  alpestre. 

Siv ignòta.  P<>in.  Manubrio,  mano- 
vello. 

Slìpè.  Piem.  Sbiecare,  tagliare  obli- 
quamente. Di  qui  diconsi  Lipe  le 
schcggie  dei  rami  tagliati. 

SI ó ira.  Piem.  Aratro.  Dicesi  anche 
Arn. 

Slòje.  Can.  Sfinito,  languente.  -  F. 
Loj  nel  Foc.  Lomb. 

Slùssi,  sliissic.  Piem. Lampeggia- 
re. -  Fer.  Slusnàr.  -  A".  Lósna. 
Smasì.    Piem.  Stemperare,   dissòl- 
vere. 

Smone.  Pi'cm.  Offrire,  esibire.  -  Fr. 
Scmoncer. 

Smorbi.  Piem.  e  Lomb.  Schifiltoso. 

Soà.  Picm.  Tranquillo,  quieto. 

Soàslr.  Picm.  Cànapo,  gómena. 

So  hòc.  Piem.  Rimbalzo. 

Soli.  Piem.  e  Mil.  Liscio.  -  Solfe. 
Lisciare.  -  Km.  Sóli,  solià. 


870  PARTB 

Sombre.  Piem.  Oscuro,  lelro.  -  FY, 
Sombre. 

Sonar.  Mp.  Chiamare,  appellare. 

Sonde.  Ptem.  Tasteggia  re.  -Fr,  So  n- 
der. 

Sparmè.  Piem.  Temere,  paventare. 
•  Sparm.  Terrore,  spavento. 

Spiar,  f^ald.  Chièdere,  interrogare. 
-  Piem.  Spie. 

Splùfri.  Piem,  Mencio,  floscio. 

Squajà.  Set.  V.  Ammazzare. 

Squarè.  Piem.  Sdrucciolare,  scivo- 
lare, f^.  STchiè,  Sborè. 

Squlcè.  Piem.  Franare,  scoscende- 
re. -  Squ  ita.  Frana. 

Stébi.  Piem.  Tramezzo,  assito. 

Stèle.  A'fm.eKer.Scbeggie,  scaglie. 

Stenebiè.  Piem.  Disordinare,  scon- 
vòlgere. -  V*  Destcnebrè. 

Stermè,  streme.  Piem.  Nascónde- 
re, celare.  -  Strèro.  Nascondiglio, 
ripostiglio. 

S  te  rn  i.  Piem.  Lastricare,  mattonare. 
Ciottolare.  -I,.  Sternere? 

Slrnvìs.  Piem.  Strano,  prodigioso, 
incredibile. 

Stri.  Piem.  Nàusea,  schifo.  -  K.  an- 
che Se  or. 

Strojassèse.  Piem.  Sdrajarsi. 

Stròp.  Piem.  Stormo,  stuolo. 

Sili,  assCìl.  Piem.  Scure,  àscia. 

SCìsambrìn.  Piem.  Giùggiolo. 

8  US  ne,  susni.  Piem.  Agognare, 
bramare  ardentemente.-Afi7.  Sus- 
si. -  Boli  Sunsir. 

Sust.  Piem.  Cura,  sollecitùdine.- 
Suslós.  Sollécito,  attento. 

S  va  che.  Piem.  Sparire,  dileguarsi. 

Sva  1  ù ri.  Piem.  Scolorire. 

Svàss.  Piem.  Sciupo,  scìalaquo. 


Tabalòri,  tabalùc.  Piem.  e  Mil. 

Sabbione,  baggèo. 
Tibia.  Piem.  Deschetto,  scanno. 


TERZA 

Ta c  h  I  g  n  è.  Piem. Litigare,  allerc^rr. 

Taconè.  Gen.  Ratloppare. 

Ta f  i à  r.  Can.  Mangiare ,  pacchiare. 

Taf  US.  A'em.  Trabocchello,  tràppola. 
•  Anche  Carcere. 

Tajóla.  Piem.  Carrùcola,  girella. 

Tampè,  lan p è. /V^m.  Gettare,  lan- 
ciare. 

Tanpa.  Piem.  Fossa,  sepoltura. 

Tapage.  Piem.  Fracasso,  tumulto.- 
/>.  Tapage. 

Ta  ragna.  Piem.  Filare  di  viti. 

Tarèf.  Piem.  Malaticcio,  aciaccoso. 

Targa,  f^.  S.  Patrimonio,  avere,  so- 
stanza. 

Tartiisa.  Piem.  Bagascia.  -F.  Ciòr- 
nia,  Garàudc,  Garùlla,  Có- 
rta, Luf  fi  a. 

Tavota.  Piem.  Sempre,  ognora. 

Téd.  Piem.  Grasso,  pingue.  -  Ted. 
Dick. 

Tenplè.Pfen).Annojare,importuaare. 

Tcpa.  Piem.  e  Lomb.  Zolla,  cótica; 
anclìe  musco. 

Te  pò.  Pieni.  Bica,  mucchio  di  paglia, 
e  simili. 

Ter  la.  Piem.  Gioja,  allegrezza. 

Tòi.  5e/.r.Majale.  -  f^.Crin,  Ghén. 

Toirè.  Piem.  Mestare,  agitare. -Tòi- 
ro.  Miscuglio,  guazzabuglio. 

Toisón.  Jnd.  Figlio.  -  Mil.  e  Proc. 
Tós.  -  f^.  Tota. 

Toma.  Piem.  Cacio  fresco. 

Top.  Piem.  Oscuro,  bujo. 

Tòpia.  Piem.  Pèrgola,  pergolati- 
Tota.  Piem.  Giovinetta  dicoadiaone 
civile.  -  Toto.  Giovinotto. 

Tra.  Piem.  Spago.  -  De  tra.  Dare 
ascollo,  dar  retta. -Afi7.  Dà  atra. 

Tracassè.  Piem.  Inquietare,  Dole- 
slare.  -P>".  Tracasse r. 

Tra  ma  né  t.  Gta.  Fracasso,  susurro. 

T  r  a  n  s  ì .  Piem.  e  Lomb.  Assi  derato,  ia- 
tirizzito.-ilftf.Strasi.'-fV.Trftnsi. 

Travonde.  Piem»  Trangugiare, ia- 
ghioltire. 


DI  \  LETTI 

Tripa.  /Yfiii.  Ltnub.  v  Itti,  rancia, 

venire. 
Trìssè.  h'nn.  Ingannare.  IrufTare. 
T  r  u  n  a .  Piem,  Sotterraneo. 
Tùna.  Piem.   B(*IIa,  burla.  •  De   la 

tùna.  Beffare,  schernire. 


L 


Djón.  I*ieM,  Pungolo,  stimolo. 
Ùliàn.  Pian.  Usilalo,  manomesso, 
i/sèi.  Piem.  Abbaìno. 


Vai.  Piem.  Rado,  non  Alto. 

Va  ire.  Piem.   Molto,   guari.  -  Fr. 

Guère. 
Vaile.   Piem.   Agguatare,    stare  In 

agguato. 
Va  losca.  Affli.  Loppa,   pula.  -  f^. 

anche  Vorva. 
Vane.  Piem.  Vagliare,  ventilare. 
Vantar,  vantè.  Gen.  Far  d'uopo, 

bisognare.  •  r.  Antàr  e  Cialar. 
Varlopa,  verlopa.  Piem.   Pialla. 

-  Fr.  Varlope. 


PEOSMO^TA^I.  K77 

Vauda.  /Veni,    tamia,    pianura  lii' 

colla. 
Vcir«  vlr.    /Vr»M.   Vanita.  •  \alrf. 

Vangare. 
Verslor.  /Veni.  Pò\era,    InilMilo.  - 

/'.  A  vasi  ór.   Pèrla    o   Canta- 

l>  r  il  n  a. 
Véso.  /Vcm.  (;rÌllo,  iixxnlo. 

V  e  l  ì g  1  i  a.  I*iem.  Uauèmla ,  hiexla. 
-  Ve  tiglio.  Cavillare,  noUsllCArc. 

Viàt.  Drozzo,  Volta,  Hata. 

Vièt.  i*icm.  Appassito,  viun. 

Viola  (Far).  .SW.  F.  Gouovlgllari! , 
far  festa. 

Vlr.  IHem,  Giro,  cerchio.  iUqui  Vi- 
ra, vire,  per  anello.  •  Vlr^.  iU- 
rare. 

Vi  se  he.  Hem,  Accèndere. 

V  i  t.  IHem  Pmlo,  sùbito.  -  AK  V  i  t  e. 
Vorva.  Piem.  Pula,  loppa. 


Zagajè.  liem,  8ch  la  ma  txa  re ,  cln- 
guellare.  -  Za gaj a.  Tafferuglio , 
chiasv;. 

Zara,  «ara.  Piem,  Sliua,  còllera. 


CAPO  IV. 

Ceimi  istorici  sulla  letteratura  dei  dialetti  pedemontani. 

Quando  ci  facciamo  a  considerare  il  nùmero  e  l'importanza 
dei  componimenti  vernàcoli^  che  dal  sècolo  XVI  in  poi,  in  quasi 
tutte  le  Provincie  d'Italia,  vennero  successivamente  in  luce,  per 
òpera  di  valenti  ingegni,  non  possiamo  imaginare,  come  tanti 
eruditi  che  imprèsero  a  raccògliere  ed  ordinare  gli  annali  delle 
lettere  itàliche^  quali  furono  il  Crescimbeni ,  il  Quadrio,  il  Cor- 
niani,  il  Ginguené,  il  Tiraboschi  ed  il  suo  continuatore  il  Lom- 
bardi, abbiano  potuto  accontentarsi  di  passare  in  rivista  le  tante 
òpere  immortali  lasciateci  in  retaggio  dai  nostri  maggiori  nelle 
eulte  lingue  del  Lazio  e  dell' Arno,  obliterando  affatto,  o  toc- 
cando appena  di  volo ,  qualche  Saggio  di  letteratura  vernàcola. 

Noi  abbiamo  già  visto ,  nella  ràpida  enumerazione  degli  scrit- 
tori che  in  varii  tempi  illustrarono  i  dialetti  lombardi  ed  emi- 
liani, come  fra  questi  emèrgano  uòmini  distinti  e  sommamente 
benemèriti  delle  lèttere  clàssiche,  quali  furono:  tra  i  Lombardi, 
Carlo  Maria  Maggi,  Domenico  Balestrieri,  Cari' Antonio  Tanzi, 
Girolamo  Cerio,  Giorgio  Giulini,  Pietro  Verri,  Giuseppe  Panni, 
Giuseppe  Bossi,  Tommaso  Grossi,  Francesco  Cherubini,  France- 
sco De  Lemene,  Lorenzo  Mascheroni  e  Cesare  Arici;  tra  gli  Emi- 
liani, Giulio  Cesare  Croci,  Maddalena  e  Teresa  Manfredi,  Anni- 
bale Bartoluzzi,  Pietro  Zanotti,  Claudio-Ermanno  Ferrari,  Pietro 
Santoni,  Antonio  Morri,  Giovanni  Paradisi^  Girolamo  Baruffaldi. 
od  altretali,  nomi  tutti  assai  cari  alle  lèttere  ed  alle  muse  ita- 
liane; e  vcdrem  pure  come  fra  i  cultori  della  poesìa  piemontese 
non  isdegnàssero  prender  posto  Silvio  Balbis,  Delfino  Muletti, 
Vittorio  Alfieri,  Edoardo  Calvo,  Michele  Ponza,  ed  una  schiera 


PARTE    TEllZA    DIAUTTl    PEDEMONTANI.  H79 

di  benemèriti  coltivatori  delle  lettere  clàssiche.  Abbiamo  altresì 
dimostrato,  come,  se  la  màssima  parte  dei  componimenti  di  al- 
cuni dialetti  constano  di  canzoni  da  trivio  o  d'insìpidi  almanac- 
chi, ve  n'ba  pure  un  nùmero  ragguardévole,  che  per  origina- 
lità ed  elevatezza  di  concetti,  per  squisitezza  di  gusto  ed  ele- 
ganza di  forme  possono  collocarsi  a  buon  dritto  fra  le  distinte 
produzioni  delle  letterature  moderne.  Che  anzi  egli  è  ormai  di- 
mostrato e  dalla  ragione  e  dai  fatti,  che  nessuna  lingua  eulta 
è  cosi  atta  a  ritrarre  al  vivo  il  pensiero,  i  costumi  e  la  vita  di 
un  pòpolo,  quanto  la  favella  volgare,  nella  quale  sola  ei  può 
trasfóndere  i  sentimenti  e  le  passioni  che  lo  informano  e  ne 
determinano  il  modo  di  esìstere. 

A  rèndere  escusata  ed  a  spiegare  in  buona  parte  questa  non 
curanza  generale  delle  letterature  vernàcole,  ci  si  aifàcciano  al- 
cune forti  e  giuste  ragioni.  La  prima,  perchè  da  principio  i  dia- 
letti furono  introdotti  dagli  scrittori  nei  loro  componimenti,  per 
célia,  e  divennero  il  linguaggio  esclusivo  dei  buffoni  nella  Go- 
media,  e  degli  scrittori  da  trìvio  negli  Almanacchi.  La  seconda, 
perchè  ogni  produzione  vernàcola,  comunque  pregévole,  è  pa- 
trimonio esclusivo  del  municipio  o  della  terra  nativa,  oltre  i 
confini  della  quale  non  le  è  dato  spiegare  le  penne,  giacché  non 
v'ha  dubbio,  che  fa  d'uopo  aver  succhiato  col  latte  la  robusta 
e  vibrata  favella  del  verzajo  milanese,  per  intèndere  appieno, 
sentire  e  gustare  le  inarrivàbili  bellezze  delle  ispirazioni  del 
Larghi,  del  Porta  e  del  Grossi;  come  è  mestieri  aver  temprata 
l'anima  sotto  l'influenza  del  profumato  cielo  di  Sicilia,  o  tra  le 
festévoli  e  plàcide  isolette  della  vèneta  laguna ,  per  bearsi  nelle 
delizie  dei  canti  del  Meli,  o  per  assaporare  gli  arguti  sali  e  le 
dolci  melodie  del  Grilli,  del  Lamberti  e  del  Buratti.  La  terza, 
perchè  i  profondi  studj  preliminari  e  il  vasto  corredo  di  sòlida 
erudizione  indispensàbili  a  chi  le  coltiva,  rèndono  in  fatti  le 
clàssiche  lèttere  a  buon  diritto  venerande  sopra  d'ogni  altra,  e  al 
loro  altare  attraggono  senza  eccezione  i  tributi  di  tutti  i  [>òpoli  ; 
giacché  le  lèttere  clàssiche  non  solo  parlano  alle  intere  nazioni , 
mentre  le  vernàcole  ai  sìngoli  municipj  ;  ma  sono  ancora  le  sole 
intèrpreti  delle  scienze  e  delle  belle  arti. 

Se  queste  brevi  osservazioni  valgono  a  rèndere  ragione  del 


K80  PARTB  TERZA 

poco  onore  tributalo  generalmente  alla  vasta  e  splèndida  lette- 
ratura dei  moltéplici  dialetti  italiani,  non  scemano  punto  per 
questo  i  pregi  eminenti  della  medesima,  nò  provano  meno  ùtile 
e  meno  importante  lo  studio  dei  dialetti,  per  poterne  gustare  le 
peregrine  ed  esclusive  bellezze;  giacche,  fa  pur  d'uopo  il  dirlo: 
ogni  dialetto  principale  forma  quasi  una  lìngua  separata,  che 
ha  voci  e  modi  proprj,  elementi  esclusivamente  locali,  e  quindi 
ìndole  e  vita  distinta. 

Una  prova  ineluttàbile  di  quanto  siamo  venuti  sin  qui  espo- 
nendo ci  porge  appunto  la  letteratura  dei  dialetti  pedemontani, 
ricca  oltremodo  di  produzioni  originali  e  di  miràbili  componi- 
menti poètici,  sebbene  assai  poco  noti  oltre  i  patrii  confini,  e 
solo  apprezzati  come  conviensi  dai  culti  nazionali. 

Prima  di  farci  a  tracciare  il  sommario  prospetto  della  medé- 
sima, gioverà  preméttere  alcune  osservazioni  generali  intomo 
alla  sua  estensione  ed  al  suo  caràttere  distintivo. 

Quanto  alla  estensione,  essa  appartiene  presso  che  esclusiva- 
mente al  gruppo  piemontese  propriamente  detto,  o  meglio  an- 
cora al  solo  dialetto  della  Capitale,  mentre  tutti  gli  altri  di  ogni 
gruppo,  0  mancano  affatto  di  componimenti  stampati  o  scritti, 
o  ci  pòrgono  appena  qualche  poesia  d'occasione,  senza  impor- 
tanza e  di  tenuìssimo  pregio. 

Abbiamo  appuntato  questo  fatto,  come  quello  che  si  ripete  in 
ogni  famiglia,  ed  in  ogni  ramo  principale  di  dialetti,  ove  co- 
stantemente il  dialetto  centrale  che  rappresenta  il  tipo  comune 
è  il  solo  che  vanta  l'onore  d'una  propria  letteratura,  mentre 
gli  altri  furono  negletti.  Noi  abbiamo  visto  fra  i  dialetti  lom- 
bardi il  solo  milanese  possedere  una  vasta  ed  eletta  letleratora; 
giacché  se  nel  gruppo  dei  lombardi  orientali  anche  il  Berga- 
masco fu  celebrato  da  parecchi  scrittori,  ciò  deriva  dall'essere 
quel  gruppo  distinto  dagli  orientali  per  modo,  da  poter  quasi 
costituire  un  quarto  ramo  separato  della  famiglia  gallo-itàUca, 
del  quale  appunto  il  Bergamasco  rappresenta  il  principal  tipo. 
Similmente  nel  ramo  emiliano  vidimo  accordato  esclusivamente 
al  Bolognese  V  onore  d' una  letteratura  propria  ;  e  lo  stesso  av- 
venne in  tutte  le  altre  famiglie  dei  dialetti  itàlici,  ove  fra  i 
Liguri  il  solo  Genovese,  fra  i  Vèneti  il  Veneziano,  fra  i  Càmici 


DIALBITI  PBOBMOMTAMI.  881 

r Udinese,  e  cosi  di  sèguito,  furono  illustrati  da  una  speciale 
e  più  0  meno  vasta  letteratura. 

Né  questa  osservazione  è  vera  solo  per  le  vernàcole  lèltero;  ma 
altresì  per  le  clàssiche,  lo  sviluppo  delle  quali  è  preoipuamonte 
dovuto  alla  prevalenza  d'un  dialetto  privilegiato,  al  quale  tutti 
gli  scrittori  vennero  mano  mano  uniformandosi.  Cosi  infatti  la 
clàssica  letteratura  italiana  si  venne  informando  sul  dialetto  to- 
scano, la  spagnuola  sul  castigliano,  la  francese  sul  parigino,  la 
tedesca  sullo  svevo,  che  alla  lor  volta  prevalsero  su  tutti  gli 
altri  dialetti  della  penisola  itàlica  e  dell' iberica,  della  Gallia  a 
della  vasta  Alemagna. 

Quanto  al  caràttere  distintivo,  la  letteratura  pedemontana, 
del  pari  che  quella  degli  altri  due  rami,  è  affatto  priva  di  com- 
ponimenti tradizionali,  vale  a  dire  di  quei  canti  popolari,  che 
accennano  al  primo  sviluppo  dell'  incivilimento  nelle  popolazioni; 
ma  in  quella  vece,  surta  sotto  gli  auspicj  d'una  civiltà  già  ma» 
tura,  e  quasi  novella  intèrprete  della  medésima,  essa  è  tutta 
artificiale,  e  tentò  contribuire  al  suo  perfeanonamento.  PerdA 
essa  consta  generalmente  di  composizioni  originali  intaso,  o  a 
celebrare  stòrici  avvenimenti,  o  a  reprimere  i  pregiudizi,  i  so- 
pr'usi  ed  i  corrotti  costumi  dei  tempi  col  mezzo  della  satini , 
gènere  di  componimento  al  quale  cosi  il  dialetto,  eome  H  genio 
subalpino,  sono  mirabilmente  appropriati.  Invano  ri  cercberèb^ 
bero  nella  bibliografia  pedemontana  quelle  poesie  d'imitazione^ 
che  abbondano  nelle  altre  letterature  vernàcole,  e  nelle  quali 
sprecarono  U  proprio  ingegno  e  tanti  anni  di  lavoro  valenti 
erodili,  qnali  sono:  la  versione  della  Gery$alemfne  LiberaSa, 
dell'Eneide  e  slmili,  che  costarono  tante  inùtili  fatìclie,  e  fané 
non  furono  mai  lette  per  intero  da  alcuno.  Se  ri  eccèttoiiio  al-' 
con  brani  dei  poeU  clàssici  italiani,  VJrU  poetica  del  BoileMi 
ed  alarne  fivoie  del  La  Fonfaine  rese  liberamente  pieaualeri. 
In  leOeratva  vemàcob  subalpina  è  lotta  originale  e  firefta  per 
lo  più  a  promuòvere,  ora  coir  apòlogo,  ora  colla  sàtira  (ed  or 
cofla  fifola,  le  più  ùtili  institozioni,  e  le  riforse  sociali. 

Ciò  non  pertanto  anche  questa,  come  le  preceJentf^^incoMin- 
ciò  colle  produzioni  facete  imese  a  trastidlare  le  br%9te,  giae- 
ehè  non  sono  da  eonasderarsi  come  parte  deDa  letteialnra  iW' 

«0 


582  PABTB  TERZA 

nùcola  i  più  antichi  Saggi  di  quei  dialetti ,  che  neli*  infanzia 
della  lingua  àulica  generale  tennero  luogo  di  questa  ad  uso  cosi 
civile,  come  religioso.  Tali  sono:  Gli  statuti  sopra  l'ospizio 
della  Società  di  S.  Giorgio  del  pòpolo  di  Chierij  ed  il  Giura- 
mento che  dovèano  prestare  i  Rettori  di  quella  Società;  come 
pure  le  Laudi j  e  le  Orazioni  dell'antica  Casa  di  Disciplina  di 
Salttzzo.  I  primi)  che  ci  furono  serbati  solo  in  copia  mss.  nella 
Raccolta  dell'avvocato  Montalenti  di  Chieri,  e  che  (ùrono  pu- 
blicati  per  intiero  dal  chiarissimo  L.  Cibrario^  nel  II  Volume 
della  «S'ioria  di  Chierij  portano  la  data  del  d5  luglio  i3il. 
Dai  medésimi  appare  manifesto,  come  a  quel  tempo,  dopo  la 
publicazione  dello  Statuto  nel!' incòndito  latino,  si  suolesse  vol- 
garizzarlo per  intelligenza  comune,  trovandosi  in  più  luoghi  alla 
fine  d'uno  Statuto  la  fòrmola:  Lectum  et  publicatunij  et  volga- 
rizatum  fuit.  Le  seconde  sèrbansi  in  un  Còdice  di  Saluzzo<,  scrìtto 
in  sullo  scorcio  del  sècolo  XiV,  ora  posseduto  dal  conte  Vittorio 
I^aynerì  di  Lagnasco,  e  furono  publicate  nel  Voi.  IV  delle  Me- 
morie stòrico-diplomàtiche  apparteneìiti  alla  Città  ed  ai  Mar- 
chesi di  SaluzzOj  raccolte  dall' avf^ocato  Delfino  Muletti ,  e  pu- 
blicate con  addizioni  e  note  da  Carlo  Muletti  (Saluzzo,  i8i0). 
Questo  Còdice,  che  fu  un  vecchio  Uffizio  dei  Confratelli  della 
Casa  di  disciplina  in  Saluzzo,  oltre  ai  Salmi  ed  alle  consuete 
preoi  latine,  racchiude  trentadue  inni  o  canzoni  spirìtuall,  dette 
Lau4i,  neirincòndita  lingua  italiana  di  quel  tempo,  mteta  di 
voci  e  modi  vernàcoli  piemontesi,  e  dieciotto  Orazioiìi  dette 
Eecomendaciones  j  nel  dialetto  locale  di  quel  tempo. 

Egli  è  quindi  manifesto,  che  tutti  questi  monumenti,  anziché 
appartenere  alla  letteratura  vernàcola  pedemontana,  vàlgosp 
piuttosto  a  tracciare  i  primi  sforzi  ed  i  primi  tentativi  fatti  dagli 
ficrittori  pnde  pulire  i  rispettivi  dialetti,  ed  a  pòrgerci  uà  Sag- 
gio, comecché  imperfetto,  delle  forme  dei  dialetti  medésimi  a 
quel  tempo,  che,  come  agevolmente  si  scx)rge,  ben  poco  iìSè- 
rlvano  dalle  o^ieme.  Sottp  questo  aspetto  appunto  consideran- 
doli, noi  li  offriremo  ai  nostri  lettori  nel  Capo  seguente,  insieme 
ad  una  Iscrizione  in  versi  martelliani  rimati,  che  si  legge  sqpra 
un  muro  dirupato  della  chiesa  votiva  eretta  nell'apno  1403  dalla 
pi^tà  dei  Salu^zesi,  a  S.  Sebastiano,  in  occasione  d'una  pesti- 
lenza desoiatrice. 


DIALETTI  PEDEMONTANI.  585 

Né  dèvesi  rìsguardarc  altrimenti  una  Canzone  senza  metro 
detcrminato,  scritta  in  sul  principio  del  sècolo  XV,  sulla  resa 
di  Pancalieri  alle  armi  di  Lodovico  principe  d'Acaja,  avvenuta 
l'anno  1410.  L'originale  si  conserva  manoscritto  negli  Arcbivj 
della  Città  di  Torino;  fu  publicata  per  la  prima  volta  nel  II  Vo- 
lume della  Storia  dei  principi  di  Sa^oja  del  ramo  d'Acaja 
(  Torino,  4832  ),  e  riprodotta  dal  Vallauri  nella  Storia  della  Poe- 
sia in  Piemonte;  componimento  rozzìssimo,  affatto  privo  di 
idee,  che  non  è  scritto  né  in  versi,  né  in  prosa,  non  in  lipgua 
italiana,  né  vernàcola,  ove  fanno  rima  arme  con  bombarde^ 
ore  con  oltovrcj  e  che  per  conseguenza  nuir altro  attesta,  fuor- 
ché l'imperizia  e  la  dabbenàgine  dell'anònimo  autore. 

Il  principio  della  letteratura  vernàcola  piemontese  fu  propria- 
mente segnato  da  Giovan  Giorgio  Aliene,  nòbile  astigiano,  che 
in  sul  principio  del  sècolo  XVI  scrisse  e  publicò  le  sue  Opera 
jocu)ìda,  metro  macharronicOj  materno  et  gallico  composita ^  da 
noi  ricordate  nella  Bibliografia  dei  dialetti  lombardi j  e  delle 
cui  varie  edizioni  porgeremo  in  quella  dei  pedemontani  più  cir- 
costanziate notizie.  In  questo  libro,  oltre  ad  una  poesia  macca- 
rònica, che  precedette  di  molti  anni  la  tanto  celebrata  del  Fo- 
lengo, sopranominato  Merlin  Cocajo,  ed  oltre  a  parecchie  poesie 
francesi  intese  a  celebrare  la  gloria  delle  armi  francesi  in  Italia 
a' suoi  tempi,  sotto  il  regime  cioè  di  Carlo  VII!  e  di  Luigi  XII, 
tròvansi  racchiuso  una  Comedia,  otto  Farse,  una  Sentenza,  una 
Frottola,  una  Canzone  ed  un  Beìiedicite^  in  dialetto  astigiano. 
Dalla  natura  di  questi  componimenti  è  agévole  scòrgete,  come 
fossero  destinati  ad  intrattenere  lepidamente  le  brigate,  al  quale 
scopo  appunto  T  Alieno  si  valse  a  preferenza  del  patrio  dialetto. 
Questo  fine  è  chiaramente  manifesto  dagli  argomenti  delle  farse 
medésime,  non  che  dal  Saggio  che  ne  porgeremo  nel  Capo  se- 
guente ,  ed  é  attestato  da  Agostino  Chiesa  nel  Catàlogo  di  tutti 
li  scrittori pieìnontesi  (Torino^  iOi4),  ove  dice:  Giorgio  Alione 
d'Asti  scrisse  un^  opera  molto  dilettevole  in  versi  j  parte  della 
Maccaronea^  parte  d*  altri  dif?ersi  capricci  in  lingua  astegiana^ 
dove  vi  sono  molto  ridevoli  farse  et  altre  sì  fatte  cose  da  reeir 
tarsi  sopra  i  balli  nel  tempo  del  carnovale^  ec.  Ciò  non  pertanto, 
cosi  nella  Comedia,  come  nelle  Farse,  sebbene  assai  slegato 


B8<l  PARTI  TEBZA 

rintreccio,  è  sponlaneo  e  naturale  il  diàlogo  sparso  qua  e  là  dì 
arguti  sali  e  di  circostanziali  racconti,  atti  a  somministrarci  im- 
portanti notizie  sui  costumi  italiani  e  francesi  di  que'  tempi. 

Per  mala  ventura  la  pittura  troppo  fedele  e  mordace  di  co- 
stumi assai  depravati  nelle  classi  più  distinte  della  società  costò 
all'Alione  una  lunga  e  dura  prigionia,  dalla  quale  non  potè  ri- 
scattarsi, se  non  colla  solenne  ritrattazione  de' suoi  scritti^  che 
furono  arsi  e  distrutti  dal  Santo  Ufficio.  Ond'  è  che  della  prima 
edizione  di  quelli  sèrbansi  appena  in  Europa  due  o  tre  esem- 
plari conosciuti,  essendo  le  edizioni  posteriori  non  solo  mutilate 
di  molli  componimenti,  ma  castigate  in  quelli  che  vi  son  ri- 
prodotti, ove  anche  la  lingua  fu  ritoccata  e  resa  più  conforme 
alla  parlata  del  sècolo  successivo. 

Di  qui  si  vede,  come  anche  la  letteratura  piemontese,  del 
pari  che  la  lombarda  e  T emiliana,  traesse  i  suoi  primordj  dal- 
l'ilarità, di  alcuni  scrittori,  che  mentre  si  valsero  degli  idiomi 
culti  negli  argomenti  gravi  e  severi,  assegnarono  1  dialetti  ai 
faceti  ed  ai  loro  bizarri  capricci.  E  di  fatti,  oltre  alle  ridìc-ole  brse 
dell' Aliene,  intorno  alla  metà  del  sècolo  XV!,  troviamo  un  Vil- 
lano innamorato,  che  parla  il  dialetto  piemontese  in  una  CotMdia 
pastorale  in  ottava  rima  di  Bartolommeo  Braida'  da  Sammarìva, 
dedicata  a  madama  Francesca  de  Foys  contessa  di  Tenda  e  di 
Sommari  va.  Giusta  l'opinione  del  Quadrio,  il  Braida  era  Io  slesso 
Bartolommeo  Abrato,  grande  amico  del  Marini;  il  Vallauri,  che 
fra  gli  altri  componimenti  del  Braida  fa  menzióne  di  questo 
dramma  in  cinque  atti,  ebbe  a  dire,  che,  sebbene  vizioso  in 
quanto  all'orditwaj  non  manca  di  un  cerio  pregio  per  la  verità 
del  caràttere,  pel  diàlogo  fàcile  e  tialuralej  e  per  lo  stile  quasi 
sempre  elegante  e  poètico  j  e  ne  adduce  in  Saggio  una  stana. 
Noi  non  possiamo  partecipare  dell'indulgente  giudizio  di  quello 
scrittore,  ed  in  Saggio  della  dappocàgine  di  quel  componimento 
produrremo  a  suo  luogo  un  brano  del  melenso  diàlogo  del  Villano, 
che  varrà  insieme  a  pòrgere  un'idea  del  dialetto  a  quei  tempi. 
'  Altro  Villano  che  parla  il  dialetto  piemontese  fu  inserito  fra 
gli  interlocutori  di  altra  Comedia  pastorale,  intitolata  Margarita j 
di  Marc' Antonio  Gorena  da  Savigliano,  che  si  conserva  mano- 
scritta fra  i  còdici  della  BibUoteca  deU' Università  di  Torino. 


DIAI.nTI   PEDEMOi«STA\I.  B8B 

Questo  dramma  modellato  suì!'^-/?wi«fa  del  Tasso  e  sul  Paator 
Fido  del  Guarini^  rappresentato  pochi  anni  prima  in  Torino  di- 
nanzi alla  R.  Corte  di  Savoja  ^  è  un  impasto  mal  connesso  di  casi 
amorosi,  appropriato  al  gusto  dei  tempi;  ed  il  Prillano  col  suo 
dialetto  fu  introdotto  insieme  al  Pedante  che  sfoggia  ricercate 
frasi  e  sentenze  italiane  e  Ialine  per  rendere  gioviale  la  rap- 
presentazione. Questo  Villano,  col  nome  Tonij  fu  in  sèguito 
r intèrprete  degli  scrittori  vernàcoli  piemontesi,  màssime  nelle 
poesìe  d'occasione,  cosi  appunto  come  Baltramdala  Gippa^,  ed 
il  Bosìn  lo  furono  dei  poeti  milanesi;  ond'è,  che  ancora  oggidì 
chiàmansi  in  Piemonte  Tom  le  Canzoni  popolari  cantate  dai 
cerretani  sulle  piazze,  che  corrispóndono  alle  Bosinade  milanesi. 

Nel  vòlgere  del  sècolo  XVII,  e  nel  corso  di  quasi  tutto  il  XVill 
non  s*  ebbe  il  dialetto  piemontese  più  nòbile  o  miglior  destina- 
zione, mentre  tutto  questo  lungo  periodo  ci  tramandò  appena 
alcune  frivole  Canzoni  affatto  prive  di  mèrito,  fra  le  quali,  solo 
per  l'importanza  stòrica  degli  argomenti,  possiamo  mentovare 
Yj4rpa  discordata j  ove  è  descritto  l'assedio  della  città  di  Torino 
sostenuto  dalle  truppe  francesi  comandate  dal  Duca  della  Pogliada 
negli  anni  1705  e  1706;  ed  una  Cofìzone  stili' assedio  della  for- 
tezza d'Alessandria  combattuta  dalle  truppe  collegate  di  Spagna, 
Francia,  Napoli  e  Genova  negli  anni  1745  e  i7ft0.  Ambedue 
questi  componimenti  anònimi  della  prima  metà  del  sècolo  XVIII, 
sono  òpera  del  sacerdote  Francesco  Antonio  Tarizzo,  autore  d'al- 
tra descrizione  in  prosa  italiana  dell'assedio  di  Torino  (Torino, 
1707,  presso  Zappala,  in  8."").  Constano  di  versi  ottonarj  rimati 
a  due  a  due,  e  iieWJrpa  d/Vcon/afa  inter|)olati  irfegolarmente  da 
alcuni  endecasìllabi.  L' assoluta  loro  dappocàgine  non  è  solo  con- 
trasegnata dalla  mancanza  d'idee  e  di  pensieri  originali,  ma 
altresì  dalla  rozzezza  delle  forme  e  delle  espressioni,  e  persino 
dalla  misura  sbagliata  dei  versi,  che  in  gran  parte  abbiam  ten- 
tato raddrizzare,  lasciandone  per  altro  buon  nùmero  senza  mi- 
sura e  senz'accento,  per  non  alterare  le  forme  del  dialetto, 
come  può  scòrgersi  nei  Saggi  da  noi  prodotti  nel  Capo  seguente. 

Il  dialetto  piemontese  servì  ancora  di  lèpido  intermezzo,  par- 
lato da  alcuni  interlocutori  in  vari  componimenti  drammàtici  per 
Diiisica,  dati  in  luce  nel  1777  in  Torino,  da  anònimo  autore. 


580  PARTE  TERZA 

Tali  sono:  Il  Nolajo  onorato,  YÀdelma,  ed  Adelaide  regina 
d^  Italia  e  poi  imperatrice.  Sul  pregio  letteràrio  dei  quali  gioverà 
stèndere  un  benèfico  velo.  Interlocutori  piemontesi  hanno  parte 
principale  nella  Comedia  del  marchese  d'Entraques  intitolata:  // 
Conte Pioletto ;  e  tutta  in  dialetto  piemontese  fu  scritta  la  graziosa 
comedia  Siir  Pomponio  d'anònimo  autore,  publicata  nel  1800. 

Gli  altri  componimenti  vernàcoli  di  questo  stèrile  periodo,  o 
sono  canzonette  volanti  d'occasione,  o  scherzi  Urici  in  morte 
d'una  gatta,  che  formano  parte  di  due  Collezioni  di  poesie  ita- 
liane sullo  stesso  argomento,  pnblicate  nella  seconda  metà  del 
medésimo  sècolo,  col  titolo  di:  Micciide,  e  Nuova  Miccèide; 
ed  altretali  aberrazioni  dell'  umano  ingegno ,  che  caralterhzano 
il  gusto  depravato  del  tempo. 

Il  primo  che,  versato  nelle  buone  lèttere  clàssiche.,  sollevò 
il  patrio  dialetto  a  dignità  di  forme ,  e  ne  mostrò  in  alcune  poe- 
sie fuggitive  tutta  la  forza  e  le  grazie  sue  proprie,  si  fu  l'abate 
Silvio  Balbls  di  Caraglio,  che  (ioH  in  Saluzzo  in  siiUo  scorcio 
del  sècolo  passatp.  Forbito  ed  elegante  scrittore  italiano  e  ver- 
seggiatore distinto,  il  Balbls  non  isdegnò  talvolta  valersi  del 
patrio  dialetto  nelle  sue  poètiche  inspirazioni,  e  lasciò  alcuni 
Sonetti,  che  per  eleganza  di  forme,  proprietà  d'espressioni  e 
spontaneità  del  verso  sono  sempre  ammirati  da'  suoi  conciltadini. 
I  primi  Saggi  furono  dall'  autore  stesso  publicati  in  un  Volume 
di  poesìe  varie  nel  Ì78SK.  Essendo  questo  diviso  in  tre  parti,  che 
raccoglievano  le  poesìe  sacre,  le  profane  e  le  bernesche,  egli 
precorse  la  pùblica  censura  col  seguente  Sonetto.,  che  ci  prova 
la  facilità  della  sua  vena: 

A  fan  nén  tanti  lùncs  i  calie; 

Tiro  nén  tanti'piinli  i  ciavatìn; 

Giuro  nén  tante  volte  i  vilijrin; 

S' conta  nén  tante  nòve  dai  priichc; 
S'vod  nén^  tante  manlsse  al  méis  d'gené; 

A  otóbcr  a  s'vòd  nén  tanti  caplin; 

rè  nén  tanti  pollrón  (ra  i  spadassìn; 

J' è  nén  tante  prsoue  scnsa  dné; 
I  music  a  fan  nén  tante  grimassc; 

Sculo  nén  tante  buie  i  sonadòr; 

Sui  cafè  j'è  nén  tanti  marca-casse; 
Quante  rasón  pr  drit  e  pr  travèrs 

A  s' faràn  da  pr  tut,  me  car  Dotór, 

Sul  tom  prim  e  sccónd .  e  dcò  sul  ters. 


DIALETTI   PEOEMOMTA^d.  D87 

La  maggior  parie  peraltro  delle  poesie  piemontesi  del  Balbis 
furono  publicatc  l'anno  successivo  nella  liaccolta  del  Pipino, 
ove  sono  in  nùmero  di  sédici. 

Contemporaneo  e  rivale  del  Balbis  fu  il  P.  Ignazio  Isler,  del- 
l'Ordine dei  Trinitarj  della  Crocetta  presso  Torino,  il  quale 
neiranno  1799  vi  pnblicò  una  serie  di  canzoni  vernàcole  in 
buona  parte  eròlicbc^  nelle  quali  con  lèpido  ingegno  pose  in 
bella  mostra  gli  arguti  sali  e  le  svariate  forme  del  patrio  dia- 
letto; e  versato  com'era  nella  teòrica  del  Contrapunto,  apprestò 
ancora  le  melodìe  musicali  adattandole  al  rispettivo  metro  delle 
canzoni  medésime,  le  quali  melodìe  si  conservano  manoscritte 
nella  doviziosa  biblioteca  dèi  caT.  Promis  a  Torino.  Sebbene  la 
voluttà  licenziosa  di  alcuni  fra  questi  componimenti  male  s'ad- 
dica a  penna  religiosa,  ciò  nullamcno  le  grazie  poètiche  onde 
sono  qua  e  là  segnalati,  li  rèsero  ben  presto  popolari  in  patria, 
ove  se  ne  spacciarono  in  breve  perìodo  ben  sei  edizioni  suc- 
cessive. 

^Se  il  Balbis  e  l'Isler  ebbero  per  tal  modo  il  vanto  d'illustrare 
pei  primi  il  patrio  dialetto  con  poetiche  produzioni  degne  di 
plauso  per  originalità  di  concetti,  proprietà  d'imàgini  e  spon- 
taneità di  versi,  non  si  serbarono  meno  lungi  da  quella  soda  e 
maschia  poesìa,  che  investfgando  le  segrete  molle  del  cuore 
umano,  lo  commuove  e  lo  spinge  a  generose  imprese,  o  inda- 
gando le  cause  e  misiirando  la  profondità  delle  piaghe  sociali, 
si  erige  in  campione  del  salutare  incivilimento.  Tale  infatti  è  la 
precipua  ed  esclusiva  missione  delle  letterature  vernàcole,  le  sole 
cui  sia  dato  favellare  alle  masse,  e  penetrare  nelle  loro  vìscere; 
laddove  i  componimenti  dei  sullodati  poeti,  per  la  leggerezza 
degli  argomenti  sui  quali  s'aggirano,  e  per  la  piacévole  ilarità 
onde  sono  svolti,  appartengono  a  quella  classe  numerosa  di  pro- 
duzioni ,  che  ricreano  lo  spìrito  e  i  sensi ,  ed  intorpidiscono  il 
cuore.  Noi  non  sapremmo  abastanza  commendare,  pei  lèpidi  sali, 
per  le  grazie  poètiche,  per  la  scorrevolezza  del  verso  e  per  la 
condotta,  il  celebrato  toilette  del  Balbis,  che  incomincia:  I  giari 
a  l'ero  li  chiòl  tlCa  roti  favo  j  e  che  produrremo  per  intiero  nei 
seguenti  Saggi;  ma  quando  ci  facciamo  a  considerare,  che  il 
poeta  trasse  argomento  da  un'orrenda  sventura,  quale  si  è  un 


088  •      rARTK  TERZA 

incendio  campestre,  per  ischerzare  poetando  sulla  morte  dei 
sorci  bruciati  vivi,  non  possiamo  perdonargli  né  la  l^gerezza 
del  pensiero,  né  la  ferocia  del  sorriso. 

La  gloria  di  sollevare  la  poesìa  piemontese  all'altezza  delle 
più  eulte  vernàcole  era  serbata  al  m^ico  Edoardo  Calvo  in  sullo 
spuntare  del  sècolo  presente.  Dotato  dalla  natura  di  mente  nò- 
bile ed  elevata,  di  magnànimo  cuore  e  di  genio  eminentemente 
poètico,  educato  alla  scuola  dei  clàssici  greci  e  latini  e  temprato 
alle  rìgide  prove  della,  sventura ,  mentre  da  un  lato  sollevava 
colie  sue  cure  l'umanità  languente  nel  maggiore  spedale  di  To- 
rino, dall'altro  rivolse  tutti  i  suoi  studj  a  rimpiàngere  e  rimuò- 
vere le  pùbliche  sciagure  che  a  quel  tempo  opprimevano  la  sua 
patria.  Posto  fra  due  sècoli  »  l'un  contro  l'altro  armato  «  te- 
stimonio dei  pregiudizj ,  dei  dellrj  e  dei  sopr'  usi  che  laceravano 
a  vicenda  il  suo  paese,  durante  la  Repùbiica  Cisalpina,  ei  si 
slanciò  generoso  nell'  agone  tentando  col  prestigio  della  sua  Musa 
di  sradicare  i  primi  e  fulminare  i  secondi.  Accorto  schermitore, 
egli  si  valse  della  potente  arme  dell'apòlogo,  e  in  una  serie  di 
Fàvole  mirabilmente  esposte  in  terza  rima  rappresentò  cosi  al 
vivo  i  costumi,  gli  errori  ed  i  delitti  del  suo  tempo,  che  salu 
tato  sin  d'allora  V Esopo  subilpino,  rimase  poi  sempre  modello 
inarrivàbile  della  vernàcola  poesia  piemontese.  Siccome  il  Calvo 
amava  il  proprio  paese  e  professava  principj  liberali,  così,  fedele 
seguace  dell'Alfieri,  detestava  il  governo  francese  ed  i  suoi  rap- 
presentanti; e  quindi  le  sue  fàvole  e  le  sue  allegorìe  avéano 
sempre  un  colore  politico,  e  tendéano  per  )o  più  a  méttere  in 
luce  l'albagìa  e  le  prepotenze  dei  par{x;nus,  e  la  spietata  dila- 
pidazione che  si  faceva  del  pùblico  erario.  A  quest'  ùltimo  fine 
era  appunto  diretto  altro  componimento  grazioso  dello  stesso 
Autore,  ancora  inèdito  e  che  porgeremo  ai  nostri  lettori  nei  se- 
guenti Saggi,  intitolato:  j-lrtabàn  bastona.  Durante  la  Repùbliea, 
reggéano  la  pùblica  cosa  nel  i707,'comc  triumviri,  Carlo  Boni 
di  Torino,  Carlo  Botta  di  S.  Giorgio  Canavese,  e  Carlo  Giulio  di 
Vercelli,  che  il  pòpolo  collettivamente  appellava:  t  Ire  Carlo. 
Essendo  stato  un  giorno  il  Bossi  bastonato  da  un  anònimo  sotto 
i  pòrtici  di  Po,  il  Calvo  ne  trasse  argomento  per  la  poesia  sum- 
mentovata. 


DIALETTI   PEDEMONTANI.  580 

Non  meno  miràbile,  come  poètico  componimenlo,  sì  è  per 
la  robustezza  dei  concetti,  per  la  vivacità  delle  iniègini  e  per 
la  fàcile  scorrevolezza  del  verso,  il  poema  in  tre  Canti,  che  il 
Calvo  p.ublicò  col  titolo  di  Follìe  religiose  j  ma  per  mala  ven- 
tura lo  spìrito  irreligioso  che  lo  ha  dettato  e  1*  aperta  opposi- 
zione alla  santità  del  Vangelo,  mentre  dall' un  lato  annichilarono 
un  lavoro  che  sarebbe  stato  pregevolissimo,  dall'altro  scatena- 
rono contro  r  Antore  una  turba  d'irreconciliàbili  nemici,  che  gli 
amareggiarono  l'esistenza.  Perciò  il  Calvo  moriva  in  sul  fior 
dell'età  nel  1804,  né  una  sola  biografia  venne  anc4>ra  descritta 
del  piò  grande,  del  sommo  fra  i  poeti  subalpini.  Checché  ne 
sia,  se  la  Patria  non  gli  eresse  peranco  monumento  condegno, 
il  nome  del  Calvo  vive  imperituro  nella  mente  e  nell'ammira- 
zione de' suoi  connazionali,  che  a  gara  insegnano  ai  figli  a  re- 
citarne le  Fàvole j  e  persino  il  colono,  dall'alpe  e  dall' apennino 
sino  al  Sesia  ed  al  Po,  va  cantando  giulivo  la  sua  Ode  sulla 
^ila  di  campagna. 

Contemporaneo  e  rivale  del  Calvo  si  fu  l'abate  Carlo  Casalìs, 
valente  verseggiatore  e  cultore  distinto  del  patrio  dialetto,  che 
illustrò  con  una  serie  di  pregevoli  componimenti.  Oltre  ad  una 
Comedia  in  tre  Atti  meritamente  applaudita,  cosi  per  l' ingegnoso 
intreccio,  come  per  la  spontaneità  e  naturalezza  del  diàlogo,  il 
Casalis  arricchì  la  patria  letteratura  vernàcola  con  una  serie  di 
stupendi  sonetti  e  poesìe  in  vario  metro  sopra  argomenti  sacri 
e  morali)  e  con  un  scelto  nùmero  di  fàvole  morali  in  versi, 
nelle  quali  per  lo  più  prese  ad  imitare  e  parafrasare  gli  squi- 
siti lavori  del  La  Foniaine.  Sebbene  collocalo  a  buon  drillo  fra 
i  migliori  poeti  subalpini^  il  Casalis  non  raggiunse  peraltro  né 
la  forza,  né  la  spontaneità,  né  il  gusle  del  Caho,  il  quale  forse 
non  sarà  per  lunga  pezza  a  nessuno  secondo. 

Sollevata  per  tal  modo  all'altezza  di  molte  letterature  mo- 
derne, la  subalpina  vantò  ben  presto  una  schiera  di  eletti  cul- 
tori, che  la  illustrarono  con  ogni  gènere  di  componimenti.  Il 
conte  Joannini  Cera  tentò  con  ingegnoso  ardimento  di  traspor- 
tare in  versi  piemontesi  alcuni  brani  scelti  del  Dante,  del  Tasso^ 
del  Petrarca,  del  Metastasio,  e  persino  V  Oreste  dell'Alfieri; 
Tavvocalo  Regis  applicò,  per  la  prima  volta  e  con  felice  rìn- 


tf90  PARTB  TERZA 

scita,  il  patrio  dialetto  all' epigramma  satirico;  la  lìrica  fu  col- 
tivata con  gusto  dal  cavalier  Rorelli,  dal  Moretta,  dal  Pansoya, 
dal  Bussolino  e  dal  Peyron.  Quest'ultimo  tradusse  ancora  in 
versi  eròici  VArte  poètica  di  Boileau.  E  sopra  tutto  venne  trat- 
tata'mìrabilmente  la  Sàtira  dal  genio  veramente  poètico  dì  Nor- 
berto Rosa  e  dall'arguto  e  versàtile  ingegno  di  Angelo  Brofferìo, 
gli  squisiti  componimenti  dei  quali  formano  le  delizie  del  pòpolo 
subalpino.  Alcuni  Saggi,  in  parte  inèditi,  dei  medésimi,  che  in- 
seriremo nel  Capo  seguente,  varranno  meglio  d'ogni  elogio  a 
pòrgere  idea  adequata  dei  distinti  loro  pregi. 

In  tanta  gara  di  scrittori,  a  salvare  dall'oblio  11  crescente 
nùmero  di  poesie  d'occasione  e  di  nazionali  componimenti,  non 
che  ad  aprire  un  agone  di  comune  convegno,  fa  ìnstitnito  sin 
dall'anno  i 831  un  nuovo  Almanacco,  il  quale  col  titolo  di  Pamàs 
piemontèis  venne  destinato  a  raccògliere  tutte  le  produzioni  poi- 
tiche  piemontesi  èdite  ed  inèdite  d'ogni  autore;  e  quivi  inatti 
nel  vòlgere  degli  anni  successivi  comparvero  alla  luce  nnovi 
graziosi  componimenti  di  variò  gènere  di  nuovi  poeti  nazionali. 
Troppo  lungo  sarebbe  il  voler  eniunerare  le  molte  prodmdoni 
in  tanti  volumi  racchiuse,  ben  meritévoli  di  circostanziati  com- 
menti. Restringendoci  quindi  ai  puri  cenni  che  ci  siamo  propo- 
sti, avvertiremo  solo,  come  oltre  alla  ristampa  di  molti  compo- 
nimenti èditi  di  vari  autori,  il  Parnaso  piemontese  contenga 
ancora  molti  graziosi  capricci  del  Pansoya,  una  serie  di  poesie, 
ballate  ed  una  traduzione  delle  Furberie  di  Bertoldo ^  di  Cario 
"Silva;  alquante  fàvole,  sonetti  e  poesìe  di  Casalis  e  di  Norberto 
Rosa,  col  poema  Don  Chisciotte  di  quest'ultimo;  itiolH  compo- 
nimenti in  vario  metro  di  Onorato  Pellico,  del  Prof.  Robiob, 
d'Ignazio  Santi,  Luigi  Bonis,  G.  Jano,  Taja  Croni,  6.  R%ola, 
Raimondo  Ferraudi,  De  Gregori  ed  avvocato  Pateri;  un  Diti- 
rambo del  teòlogo  Merlo  ;  la  versione  piemontese  dei  primi  tre 
Canti  del  Dante,  e  varie  poesìe  del  pseudònimo  Aldo  Marzio 
Tuarda;  la  versione  di  sédici  Odi  di  Orazio  con  varie  poesie  di 
Maurizio  Tarditi;  ed  un  nùmero  considerévole  di  componimenti 
più  o  meno  pregévoli  di  anònimi  autori. 

Gloriosa  di  sì  ricco  e  nòbile  patrimonio  la  letteratura  subal- 
pina, superiore  a  molte  delle  vernàcole,  non  cede  il  primato 


DIALETTI   PEDEHONTAM.  591 

le  non  alla  siciliana^  alla  napolitana^  ed  <illa  veneziana  per  il 
prestigio  (Ielle  grazie  e  dei  nùmeri,  ed  alla  milanese  per  la 
bopia  delle  produzioni. 

Un  dialetto  di  tanta  importanza,  così  per  T intrìnseca  sua 
natura,  come  per  l'estensione  delle  regioni  ov'è  parlalo,  e  per 
la  vastità  della  letteratura  che  possiede,  non  poteva  restare 
lungamente  negletto  per  quanto  concerne  gli  elementi  fonda- 
mentali onde  consta,  vale  a  dire  nel  lèssico  e  nelle  formo.  In 
fatti,  se  dobbiam  crédere  alla  testimonianza  del  mèdico  Pipino, 
sin  dall'anno  1574^  Michele  Vopisco  publìcava  a  Mondovl  un 
pìccolo  /^oca6o/flrio  piemontese- latino  ^  che  lo  stesso  Pipino  as- 
seii  d'aver  veduto  nella  libreria  del  Barone  Giuseppe  Vernazza. 
A  dire  il  vero,  non  sappiamo  che  altri  lo  vedesse,  oltre  il  Pi- 
pino, mentre  il  solo  Vocabolario  supèrstite  del  Vopisco  fu  stam- 
pato nel  IS04  col  tìtolo  di  Promptuarium ^  ed  è  piuttosto  ita- 
liano-latino, che  piemontese,  mentre  anche  le  voci  piemontesi 
che  vi  si  trovano  hanno  desinenza  italiana,  come:  off  oso,  an* 
cinzii,  amolàr,  per  afrósj  ancuuij  amolè ^  e  simili.  Il  Pipino 
soggiunge,  che  l'Autore,  nella  prefazione  a  quel  Vocabolario, 
avvertiva,  come  molti  autori  avessero  bensì  raffrontate  le  parole 
italiane  alle  latine,  ma  nessuno  fino  allora  avesse  imaginato  di 
fiurlo  colle  piemontesi  ;  ciò  che  darebbe  a  crédere ,  che  realmente 
quel  Vocabolario  avesse  esistito.  Checché  ne  sia,  anche  il  citato 
Promptìiarium  può  in  qualche  modo  rlsguardarsi  come  piemon- 
tète-iatinOj  nella  stessa  guisa,  che  abbiamo  citato  come  latino- 
bergamasco  quello  del  Gasperini. 

Il  primo  lavoro  di  tal  fatta ,  che  veramente  può  dirsi  piemon^ 
ie$ej  fu  intrapreso  e  publicato  nel  1785  dal  mèdico  Maurizio 
Pipino,  il  quale  si  accinse  ad  illustrare  compiutamente  il  patrio 
dialetto,  instituendo  un  regolare  sistema  ortogràfico  che  lo  rap- 
presentasse in  iscritto,  fermandone  le  leggi  grammaticali  che 
ne  règgono  le  forme,  e  compilando  una  raccolta  di  voci  alle 
quali  pose  in  riscontro  le  corrispondenti  italiane,  latine  e  fran- 
cesi. Se  consideriamo  la  vastità  deir  impresa,  senza  vernn  soc- 
corso di  studi  preliminari  e  senza  materiali  precedenti,  non 
possiamo  abbastanza  commendare  il  magnànimo  ardimento  del- 
l'Autore,  che  volle  inoltre  corredare  il  soo  penoso  lavoro  di 


503  PARTB  TERZA 

alcuni  cenni  stòrici  sulle  vicende  del  dialelto  medésimo  doco- 
mentati  con  antichi  Saggi,  con  vari  compoiiiuienli  in  prosa  da 
lui  medésimo  a  tal  (ine  apprestati,  e  con  una  Raccolta  di  poesie 
scelte  da  diversi  autori,  che  racchiuse  in  un  terzo  Volarne.  Ha 
come  avviene  sempre  a  chi  si  accinge  pel  primo  a  lavori  di  tal 
fatta,  che  richièggono  non  solo  molti  e  molli  anni  di  studi,  ma 
altresì  la  collaborazione  di  parecchi  dotti,  il  Vocabolario  del 
Pipino  non  fu  se  non  un  primo  Saggio  proposto  ai  futuri,  che 
aspettava  chi  lo  ampliasse  e  rettificasse. 

Il  bisogno  d-  un  libro  che  col  riscontro  delle  voci  ▼emàcole 
agevolasse  ai  suoi  concittadini  lo  studio  della  lingua  italiana,  era 
stato  frattanto  sentito  ad  un  tempo  dal  sommo  Alfieri  y  il  quale 
pure  si  accinse  ad  apprestarlo;  ma  l'anima  fremente  del  tràgico 
italiano  mal  s' apponeva  alle  pazienti  indàgini  richieste  a  quel- 
l'uopo,  come  ne  fanno  ampia  fede  i  pochi  materiali  supèrstiti, 
che,  raccolti  religiosamente  per  rispetto  all'Autore,  furono  pu- 
blicati  nel  1827  in  Torino  dal  chiarissimo  Luigi  Cibrarìo,  col 
tìtolo^:  f^oci  e  modi  toscani  raccolti  da  Fittorio  alfieri,  con  le 
C4>rrispondenze  dp*  medesimi  in  lingua  francese  ed  in  dialetto 
piemontese. 

Intorno  a  quel  tempo,  e  propriamente  nella  seconda  meli  del 
sècolo  passato,  un  lavoro  colossale  sul  dialetto  piemontese  venne 
intrapreso  dal  mèdico  astigiano  Nicolò  Gioachino  Brovardi,  il 
quale  moriva  nel  i796  senza  darlo  alla  luce.  Esso  consta  di 
ùndici  Volumi  manoscritti  in  folio,  nei  quali,  oltre  ad  una  serie 
di  osservazioni  grammaticali,  tròvansi  ordinate  le  voci  e  le  frasi 
piemontesi  colle  corrispondenti  italiane,  latine  e  francesi,  e  si 
conserva  nella  Biblioteca  della  R.  Acadcmia  delle  Sdeniein 
Torino. 

A  sopperire  alle  lacune  lasciate  dai  precedenti  lavori,  fl  con- 
te Luigi  Capello  di  Sanfranco  publicava  nel  4814  a  Torino 
un'Opera  in  due  grossi  volumi  in  8.%  intitolata;  DictioMwrt 
jx>rtalif  piémontais'fran^isj  sìiwi  d'un  Focabulairc  franpmétt 
termes  usités  dans  les  arls  et  méticrs,  ec.  Il  primo  di  questi  vo- 
lumi, oltre  al  Vocabolario  piemontese-italiano,  racchiude  ancora 
un  Jpercu  de  noticcs  etymologiques  du  dialecte  incmontais  (ffl' 
près  S€s  rapporti  aree  le  latin  ^  Vitalien^  le  fran^aisj  TeffwjaoJ 


DIALETTI   PBOEVO.NTANI.  595 

et  l'aiKjlaisj  il  secondo  porge  Ì3K  vocabolarietti  lecnològici  ap- 
partenenti ad  altrelanti  mestieri.  Questo  pure,  come  agevol- 
mente può  scòrgersi  dal  piano  dell'Opera,  fu  un  Sag|{io  più 
elaborato  e  più  esteso,  anziché  un  compiuto  Vocabolario:  ond'è, 
che  nel  successivo  anno  i815  lo  studioso  piemontese  salutava 
con  gioja  r apparizione  d'un  nuovo  Dizionario  pieoiontcsc'ita' 
UanO'latino-francese  che  il  sacerdote  Casimiro  Zaili  di  Chieri 
publicò  in  Carmagnola  in  tre  grossi  Volumi.  Ivi  infatti  l' autore 
produsse  tale  un  nùmero  di  vocàboli  nuovi,  di  frasi  e  di  pro- 
verbi piemontesi,  da  lasciarsi  di  gran  lunga  indietro  quanti  lo 
avéano  preceduto.  Ciò  nulladìmeno  non  mancarono  censori  che 
lo  tacciassero  d'inùtile  spreco  di  tempo  e  di  fatica,  per  aver 
aggiunto  alla  versione  italiana  eziandìo  la  latina  e  la  francese. 
Ove  peraltro  si  ponga  mente  alla  stretta  affinità  del  dialetto 
piemontese  colla  lingua  francese,  màssime  nella  parte  lessicale, 
si  vedrà  quanto  facilmente  chi  si  accinge  a  lavori  di  tal  fatta 
debba  trovarsi  astretto  a  slmili  raffronti,  i  soli  che  nell' idènti- 
che radici  gli  pòrgano  la  precisa  rappresentazione  delle  idteti- 
che  idee.  Né  meno  ùtile  al  filòlogo,  all'etimòlogo  ed  al  linguista 
toma  il  raffronto  della  voce  latina,  la  cui  consonanza  o  discre- 
panza dalle  corrispondenti  piemontesi  vale  a  tracciare  un  cri- 
terio per  le  origini  di  quelli  che  ne  fanno  uso.  Che  se  nella  va- 
stità dell'impresa,  questa  nuova  produzione  riesci  alquanto  im- 
perfetta per  ommissioni  di  voci,  inesattezza  di  spiegazioni  e 
definizioni,  e  slmili,  come  ebbe  ad  avvertire  acremente  l'^n- 
notatore  degli  errori  di  lingua,  oltre  che  slmili  imperfezioni 
sono  più  o  meno  da  imputarsi  a  tutti  i  Vocabolaristi,  T Autore 
pensò  ancora  a  porvi  riparo,  per  quanto  era  ad  uomo  concesso, 
in  una  seconda  edizione  incominciata  nel  i 850,  e  compiota  per 
òpera  del  tipògrafo  Barbié,  còlto  essendo  T  Autore  da  morte 
immatura. 

Frattanto  l'implacàbile  censore  del  Zalli  e  del  Barbié,  l' abate 
Michele  Ponza,  dopo  aver  dato  alla  luce  un  plca4o  Focabolario 
piefnonlese-ilalianOj  che  dl^e  di  aver  compendiato  so  quello  del 
Zalli,  e  del  quale  publicò  nel  i827  una  seconda  edizione,  ap- 
prestò un  lavoro  più  vasto  che  vide  successivamente  la  luce  dal 
1850  al  i855.  Ma  sebbene  sostenuto  daU' òpera  dei  benemèrili 


594  PARTB  TERZA 

che  lo  aveaoo  preceduto,  non  ìsfuggì  la  giusta  crìtica  di  molti 
uòmini  di  lèttere  che  in  separati  opùscoli  ne  appuntarono  alla 
loro  volta  gii  errori  e  le  imperfezioni;  ed  appunto  onde  prov- 
vedere a  quest'  ùltime  V  Autore  publicava  due  anni  più  (ardi 
un'Appendice  al  proprio  Vocabolario,  la  quale  racchiudeva  beo 
dodicimila  voci  e  frasi  non  mai  registrate  per  V  inanzi.  Per  t^l 
modo  possiamo  conchiùdere,  che  nessun  dialetto  italiano  ebbe 
tanti  Vocabolari  quanti  il  piemoutese  ;  ma  ciò  nuUadimeno  tolti 
insieme  riuniti  sono  ben  lungi  dall'  equivalere  al  comense  del 
Monti,  al  milanese  del  Cherubini,  al  veneziano  del  Boèrio^oai 
romagnolo  del  Morri. 

La  stessa  osservazione  possiamo  ripètere  sull' anàlisi  gram- 
maticale, dappoiché  mentre  tutu  gli  altri  dialetti  italiani,  isoli 
i$*ardt  eccettuati,  mancano  di  un  trattato,  che  ne  ponga  in  chiaro 
l'indole  rispettiva,  il  piemontese  occupò  successi vannente  gli 
studi  di  vari  eruditi,  che  si  accinsero  a  svòlgerne  le  leggi  foo- 
damentali.  Abbiamo  testé  accennato  alla  grammàtica  piemontese 
publicata  nel  1785  dal  mèdico  Pipino.  In  essa  l'Autore  oeserra, 
come  prima  di  lui  parecchi  professori  d'umane  lèttere  s'oeciii- 
sero  a  far^  un  alfabeto,  una  grammàtica  ed  un  vocabolario  per 
uso  de' Piemontesi.  E  poi  soggiunge;  ma  non  so  guai  sia  stata 
la  cagione j  per  cui  non  mandarono  ad  effetto  un  disegno  al 
parere  mio  si  plausibile  j  se  forse  non  fùroìio  ributtati  e  reipmiì 
dalle  gramsime  difficoltà  incontrate.  Se  quindi  dobbiamo  cré- 
dere alla  sua  testimonianza,  parecchi  vi  collaborarono  prima  di 
lui,  come  senza  dubio  parecchi  se  ne  ocupàrono  dopo,  onde 
sovvenire  al  vuoto  dal  medésimo  lasciato.  In  fatti,  la  Grammàtia 
del  Pipino  ridùcesi  ad  un  progetto  ortogràfico  atto  a  rappresen- 
tare i  vari  suoni,  e  ad  una  serie  di  modelli  di  declinazioni  di 
nomi  e  conjugazioni  di  verbi,  seguite  da  varie  lèttere  in  prosa 
piemontese.  Non  una  sola  parola  vi  si  rinviene  intesa  a  rischia- 
rare la  parte  vitale  del  dialetto,  ed  a  svòlgerne  l'organisBio, 
vale  a  dire  intorno  alla  sintassi. 

Abbiamo  pure  mentovato  il  lungo  lavoro  in  ùndici  volond  del 
Brovardi,  che  può  dirsi  una  grammàtica  ed  una  frasologìa  pie- 
montese; ma  non  vide  per  anco  la  luce,  e  si  conserva  mano- 
scritto nella  biblioteca  della  R.  Academia.  Nel  quinto  volarne 


DIALCTri   PEDEVOMTAM].  59tt 

delle  Opere  pienionlesi  del  PeyroD,  che  consta  della  versiuuu 
piemontese  deW^rte  poetica  di  Boilcau,  trovasi  un  ragionauioQto, 
nel  quale  il  professor  Cristoforo  Baggiolini  annunziava^  conio  lo 
stesso  Peyron  stesse  apprestando  una  Granimàtioa  analitica  e  ra- 
gionata del  dialetto  piemontese,  secondo  T  Indole  e  la  natura 
del  suo  meccanismo;  ma  questo  annunzio  cotanto  conformo  al 
pùblico  desiderio,  non  si  è  ancora  avverato.  Una  GramiiuìUca 
pìemonlese-italiana  fu  publicata  nel  i837  dal  valdese  Enrico 
Geyroet,  che  non  ci  fu  dato  di  esaminare.  Possiamo  peraltro 
pronunziare  senza  riserva  sulla  troppa  esiguitii  della  medésima , 
dal  sémplice  annunzio  comunicatoci,  ch'essa  consta  di  solo  48 
pàgine  in  i2.°  Era  quindi  a  sperarsi,  che  il  vuoto  sarebbe  stato 
finalmente  riempito  dal  Ponza,  nel  Donato  piemontese'itnliano 
che  publicò  neiranno  successivo;  ma  prima  di  tutto  il  Ponza 
in  questo  nuovo  lavoro,  come  egli  stesso  confessa  nella  Prefa- 
zione, si  propose  d'insegnare  a' suoi  connazionali  a  tradurrò 
italianamente  il  proprio  dialetto,  applicandone  le  espressioni 
alle  leggi  grammaticali  dell'italiana  favella;  oltre  a  ciò, sovcnto 
egli  attribuisce  al  piemontese  proprietà  peculiari  al  dialetto  na« 
tivo  di  Cavour;  ne  procedette  sempre  colla  débita  circospezione 
nel  determinare  le  leggi  grammaticali.  Di  modo  che  dobbiamo, 
sebbene  a  malincuore,  conchiùdere,  che  eziandio  pel  dialetto 
piemontese  una  grammàtica  analitica  e  compiuta  é  tuttavia  de- 
siderata dallo  studioso. 

Tale  è  lo  stato  attuale  della  letteratura  piemontese,  o  piutto- 
sto della  pedemontana,  giacché,  come  abbiamo  ma  da  prinHpio 
avvertito,  i  dialetti  degli  altri  due  gruppi  non  fùnmo  {n  veran 
tempo  coltivati^  o  tutt' al  più  furono  adoperati  |k^  quakbe 
poesìa  fuggitiva  d'occasione. 

Vane  riuscirono  le  ripetute  wMnt  in^Jaginì,  bifide  rinvefiire 
qualche  scritto  negli  cianati  diaUdli  mwa^tni,  tra  j  quaJi  ftf 
gran  ventura  il  trovare  in  qu^ll/>  di  IWtutfj^  tra  i  mmW  Ui  ^tt^r- 
Une  stampate  per  V^Wùfméi  d  un  parrff^j^.  tiUa  ptfr^m^»  ai  1^ 
tori  nei  seguenti  Sa^  vMf:tuh  ad  un  Wi^l/>  aii^i/r»  UMiU$ 
nel  dialetto  di  V^otìU, 

Tra  i  tnoTif^rrm,  V  ^UsH^ttArm^0  (/r<?*l/>  Uh^AUt  U:  mt.  U/nm 
a  qualche  mm  fA^itm,  ^^xf^épiyf^/n; ,  •'^mtfi  i^y^tK  àsA  H*|(|(i 


590  PARTE  TflUU  DIALETTIPEOEMONTÀIII 

seguenti,  che  insieme  ai  due  Sonetti  nei  dialetti  d'Aqui  e  di 
Mondovì,  formano,  per  quanto  ci  consta,  tutta  la  letteratura 
monferrina. 

Ora  da  questi  ràpidi  cenni  appare  evidente,  che  la  poesia 
vernàcola  piemontese ^  del  pari  che  la  lombarda  e  Vemiliamt 
sebbene  traesse  i  suoi  primordj  sin  dal  principio  del  sècolo  XYl, 
non  ricevette  un  compiuto  sviluppo,  se  non  nella  seconda  meli 
del  sècolo  scorso  e  in  sul  principio  del  presente;  e  che  ogni 
qualvolta  fu  coltivata  da  uòmini  d'ingegno  ed  informati  alla 
scuola  dei  clàssici,  trovò  nei  patrii  dialetti  queir  arrendevolezza 
e  quella  copia  di  risorse,  la  cui  mercè  potè  raggiungere  la  spon- 
taneità, la  forza  e  T  eleganza  che  si  ammirano  nei  versi  del 
Calvo,  del  Rosa  e  del  Brofferio. 


CAPO  V. 

Saggi  di  leiteratura  vernàcola  pedemontana. 
Gruppo  Piemontese. 

Dialetto  di  Chlerl. 

1331.  Siccome  il  più  antico  monumento  del  dialetto  piemon- 
tese ci  viene  somministrato  negli  Statuti  sopra  1^  ospizio  delta 
società  di  S.  Giorgio  del  pòpolo  di  Clderi^  cosi  stimiamo  op- 
portuno premétterne  un  brano,  non  già  come  Saggio  di  lette- 
ratura, ma  bensì  del  dialetto  di  Chieri  in  sul  principio  del  sè- 
colo XIV,  al  quale  il  seguente  documento  appartiene.  E  poiché 
non  abbiamo  veruna  sicura  norma  dalla  quale  si  possa  desùmere 
la  pronunzia  di  quel  tempo,  cosi  onde  non  alterarne  in  venm 
modo  le  forme,  lo  trascriviamo  letteralmente  quale  fu  publicato 
dal  cav.  Cibrario,  nel  II  Volume  delle  Storie  di  Chieri. 

Alo  nom  del  nostr  Segnor  Yhu  Xpst,  amen.  A  Tan  dela  soa  natività 
isti ,  ala  quarta  fndfcion  en  saba,  a  ss  di  del  mela  de  lolgn,  en  lo  pien 
e  general  consegl  dela  compagnia  de  messer  saint  Georz  de  Cher,  a  son 
de  campana  e  a  vox  de  crior.  En  la  chaxa  delo  dit  comùn  de  Cber  al 
mod  usa,  e  congrega  el  fu  statuì  e  ordonà  per  col  consegl,,  e  per  gle  con- 
aegler  de  lo  dit  consegl,  e  per  gle  rezior  dela  dieta  compagnia,  gle  qoal 
adóne  gli  éren  cn  gran  quantità,  e  gnun  de  lor  dlscrepant,  fait  après 
solemn  parli  che  gli  Infrascrlpt  quatrcent  homegn  de  la  ditta  compagnia 
sècn  el  debien  esser  perpetuarmelnl  e  se  debien  nominer  un  bosplcll  co 
e  bospicii  dela  compagnia  de  sein  Georz.  I  quagl  bomegn  debien  e  seen 
entegnu  perpetuarmelnl  consegler  a  dril  e  learmelnt  la  dilla  compagnia 
e  I  consol  e  gli  bomegn  de  colla  compagnia.  E  se  el  enlrevenìs,  que  Dee 
nel  vogla,  che  alcuna  persona  que  ne  fus  de  la  ditta  compagnia  de  quita 
condlcion  o  stai  que  sca,  feris  alcun  de  la  ditta  compagnia,  o  veirament 
fes  ferir  o  vulnerer  o  veiremeot  a  fer  la  dilla  ferua^  o  velrameol  dels 

«1 


Ji99  PARTB  TSaZA 

consegl  ou  favor,  o  se  el  entrevenìs  de  boa  re  enaint  che  alcun  o  alcafgn 
qui  DO  fossen  de  la  dilla  compagnia,  o  com  col  o  veiraoient  prendo 
guera  coro  lor,  que  gle  infraseript  quatrcent  homegn  de  la  ditta  com- 
pagnia seen  entegnu  e  debien  precizanient  e  senza  tenor,  porter  e  defe- 
rir pareisament  arme,  zoè  falcbastr,  iuxerma  o  sea  spà  o  maza  e  braial» 

0  sea  tavolaza,  tant  quant  porterea  col  o  coigl  de  la  ditta  compagnia, 

1  quagl  haven  o  avés  la  dilla  discordia,  e  tant  que  la  viodila  se  feis 
de  la  ditta  ferua,  defin  a  tant,  que  col  qui  avea  la  discordia,  o  cbla 
serea  faita  la  ditta  feroa,  o  qui  ferea  la  ditta  venditta  o  pas,  ossea 
concordia,  pervenìs  con  i  sol  a  andèr  e  retornèr  e  estèr  con  col  qui 
avea  la  ditta  discordia ,  e  col  encompagnèr;  a  la  qual  vfoditU  fer  colgl 
quatrcent  homegn  e.cbun  de  lor  seen  entegnu  e  debièn  precisameat  cn- 
^r  ardoign  (i)  de  la  dila  compagnia,  e  etiamdee  fer  e  percorèr  con  eSet 
con  coigl  de  la  ditta  compagnia  que  la  vindita  de  la  percussion  que  se 
ferea  a  coigl  de  la  ditta  compagnia  se  faxa  e  se  debia  far  semigllantement 
Oltra  da  zo  ayant  espressament  dit  que  se  entraveness  que  alcun  qui  ne 
fos  de  la  ditta  compagnia  ferìs,  o  féis  ferir,  o  fos  a  fer  cola  percosion, 
0  déis  coneelgl  eitorl  o  favor,  o  vulneràs  alcon  o  aleolgn  de  colla  com- 
pagnia^ e  col  0  colgl  de  la  ditta  compagnia  qui  seen  ferui  se  vendìcas- 
sen,  0  féissen  la  vinditta  en  mod  de  lo  dit  malefici  en  col  o  coigl  qui  sea 
en  alcoign  de  cola  parentela,  qui  no  fus  de  cola  compagnia  que  o  rezior 
o  sea  i  rezior  de  la  ditta  compagnia  que  serea  enioura  o  que  aereo  en 
cola  compagnia,  e  gle  omen  de  cola  compagnia  e  la  ditta  eompagnla  seeo 
entegnu,  e  debien  precisament  e  senza  tenor,  e  sol  la  pelaa  e  band  de 
ceni  lire  de  astesan  per  chun  rezior,  extraber  e  fer  extraber  de  Taivéir  de 
colla  compagnia,  col  o  coigl  qui  feren  la  ditta  vinditta ^  e  I  lor  cotvlter 
varder  senza  dagn ,  o  fosen  i  dit  coaiutor  de  la  ditta  compagnia,  e  no,  e 
In  se  fer  oura  cum  efet  e  compir  que  ossea  dan,  e  se  debia  der  a  col,  o 
a  coigl  qui  feren  la  ditta  vinditta,  bonna  pas  e  ferma  ooncordia  eonlrt 
coigl,  centra  i  quagl  serea  faita,  e  con  tut  gli  altre  de  la  lor  parentela,  o 
fossen,  0  veirament  no  fossen  de  la  dita  compagnia,  e  lor  costrenierafer 
la  ditta  pas  infra  doi  meis  poi  que  la  ditta  vinditta  éerea  falla  per  la  vi- 
gor de  la  ditta  compagnia,  e  se  el  enlreveniss,  que  col  o  coigl  eonCni el 
qual  se  ferea  la  ditta  vinditta,  e  colgl  de  la  so  parentela,  o  sea  de  b lor 
parentela,  o  fossen  de  la  ditta  compagnia,  o  no,  no  vorressen  eoosenlir 
en  la  ditta  pas  fer  sarament,  e  sot  cola  meisma  peìna  metir  la  man  a  Tar- 
ma prest  e  robustament,  e  corer  centra  coli  qui  ne  voren  consentir  es 
la  ditta  pas,  e  lor  tuit  en  tuit  mod  qui  poran  costringer  en  zò  qui  fszei 
la  ditta  pas,  e  cola  pas  observèr,  e  seent  entegnu  perpetuarment  ineorota 
f n  se,  e  en  tal  manera  sea  costreit  per  col  e  tuit  gli  aire  de  la  eoa  pireo- 
lela  a  far  la  ditta  pas,  e  a  lenir  cum  effet  per  lo  rezior  e  per  11  rezltr  de 
colia  compagnia,  e  per  la  compagnia  suditta;  que  ae  col  o  eolgl  de  tee 

(I)  t'tè  |U  allri. 


DIALETTI  KUDMNITAM.  ttl^l^ 

parentela  ne  volessen  far  la  dilla  pas,  o  falla  lenir,  que  o  rttior,  w  Ma  4 
reilor  de  la  dilla  compagnia  e  eolla  cOmpagtiia  9ca  enief  nu  pr^lMNirnl 
vastèr  enconlenent  I  soi  ben  enleramenl,  e  minch  an,  e  l^nir  vwitè  pvr» 
petoament  soe  chassa,  vigne»  choiv  e  prai  (i),  do  ci  a  Uni  qua  i  avartn 
ooDsenli  en  la  ditta  pas;  e  se  alcun  de  la  ditta  soa  parenltla  poi  qua  I  pradll 
ben  fossen  vasti,  deissen  alor  alcun  consegl  eitori  o  soitcgn  |>arelaaincnl 
o  privià  (a),  que  i  ben  de  col  o  de  coigl  qui  doran  col  tal  cou^ogl  eitori  0 
favor,  le  debien  lenir  sempiglantmcnt  dcvantcr  o  tcuir  mlncli  an  vafttari 
in  se  com  el  è  de  sor  (s)  e  dit;  e  se  alcuna  persona  qui  fosspn  do  eoli 
eompagnia,  o  no,  fossen  deis  o  feis  alcun  mal  o  injurla  on  la  perioni* 
vo  (4)  en  le  cosse  de  col  o  de  coigl,  qui  ne  voron  far  la  dUla  paii  qua 
cola  tal  persona  qui  averéia  dait  col  mal  sea  cxtract  seuiiglunteiutini  soma 
dagn  per  la  ditta  compagnia,  e  eciam  dco  conserva.  I  quagl  qualrrent  tuta 
vote, e  chuna  vota  exiuint  a  lor  o  comanda,  o  cri& ,  o  veirament  alcun  aulr 
aegn  ordonà  a  fer  de  la  part  del  reiior  de  la  ditta  compagnia,  a  ili  qui  va* 
nìasen  a  lor  con  arma  o  senza  arme,  qui  debien  venir  ao  loo  («)  la  onda  lo 
dit  rezior,  o  sea  i  rezior  fossen,  o  là  onde  1  ferien  crièr  UmIi  cbuna  CMif« 
a  fer  par  acompir  le  dlssorl  ditte  cosse  e  1  lor  eomandament,  «  col  qua 
a  lo  dit  rezior  ossea  i  rezior  piatirà,  e  l'onor  «  to  profli  de  la  ditta  iOM« 
pagnla  per  la  vertò  del  tarament  e  tot  la  pdna  e  band  de  %  lira  da  mUh 
san  per  chnn  e  per  cbana  vola,  e  edam  de  portcr  Tanna  tant  quanl  a 
lo  dit  rezior,  o  sea  gli  rezior  de  la  compagnia  neen  anlegnn,  a  il«bf«fff 
mincb  an  del  meis  de  luign  fer  appelèr  e  rezerebèr  lo  dit  hiMpIrl  da  I  dll 
qoatrcent;  e  se  el  entrevenìsa  qua  alcun  fos  mori,  4b  Osr  «  surofar  un 
aotr  bon  e  sofficient  en  lo  de  col  dit  passa  de  eosta  vita  praaenla^  Itn4 
qoe  sempr  mal  lo  dll  bofplci  renagna  en  (a  enferà  quantità  e  némw  da 
qnalrcent;  I  quagl  qoatrcent  debien  Jnrer  de  attender  e  da  iàmr^kf  enm 
effel  Iole  le  predile  e  singole  cose  e  qne  toit  f  qnatreeftl  ablen  U^  eaew  a 
rama  de  seinl  Georgz;  le  qoagl  Iole  e  %\p%ìM,  um€  vanfla»  a  %t%nm,  é 
ae  debian  perpetoarmeinl  obseripèr  per  lo  riayjfr,  oaaaa  par  U  rexiaf  é0 
la  ditta  compagnia,  e  per  gU  uoìver^  omegn  de  e4>lla  aaaapafnla  lil#*' 
script  a  la  votontii  «»  decLiraeion  ^émper  de  eoi  a  de  eoi!  qui  $r9erkB  kr 
discordia  in  «»  f  om  el  é  dit  de^«>ri  ;  e  de  i^tAr»  part  se  foxa  e  ^  deM» 
fer  poblie  ìnstmaient  a  elMifi  q«f  vtJi,  \t%  qmir  inairoMat  «mipr  ^  da« 
bla  obaervèr  in  «»,  eom  Vel  predic  eapitol  m  Iro^aa  seripC  en  fa  t«ifè» 
di  capitar  de  mia  «rompagnia  in  ^  fnm  ^f  ailr  eapiMr  de  la  MmptifMm^ 
e  se  alcnn  feis,  dìtn^  (ì  venin  tuwif*  U  predila,  #v  Vienna  delle  predila 
coaae,  qne  o  lea  le  r<*piita  e  «e  piwaa  appelèr  de  ruil  (rMtAr  e  rebèf  40 
cola  OMBpaqnia.  e  «•iinfra  enl  ^  p«vwi  e  «e  deMa  pmeeer  Inai,  eani  m  a 


i^to   fi    opra» 
tal  'alfiMi  w 


i 


000  PARTE  TERZA 

Pavés  mclu  la  man  eii  alcun' om  de  la  dita  eompagnla.  La  qval  capltor 
sea  frem  e  precìs,  e  ne  se  possa  remover;  ma  se  debia  per  ehan  reziòr 
0  reziogi  e  òmegn  de  la  dita  compagnia  attènder  e  observèr  sot  la  pelna 
e  band  de  vint  e  v  lire  de  astesàn  per  cbun  e  per  chuna  vota»  otri  tale 
le  altre  e  singole  pene  quc  se  contènen  desorl,  nelnt  de  melo  remanèiat 
tuit  gli  atre  capltor  tle  la  dita  compagnia  en  col  qai  fossen  pi  fori  en  lor 
fermeza,  en  col  velrament  que  al  present  capltor  fos  pi  fort  de  gli  altri 
8ea  derogatori  vo  otra  dit;  e  excepta  que  si  alcun  de  la  dita  compagnia 
stasént  for  de  la  jurdlcion  del  comun  de  Cber  aves  discordia  con  aleno 
0  alcolgn  qui  no  fossen  de  €her  o  del  poelr^  que  Io  predit  capìlor  m 
abla  loo  quant  a  portèr  le  arme,  en  le  altre  cosse  velrament  remagoa  en 
la  soa  fermezza.  Amen. 

Nello  stesso  Còdice  trovasi  Tolgariczata  la  fòrmola  del  giura- 
mento che  doTèano  prestare  i  rettori  della  suddetta  sodeti  di 
S.  Giorgio.  Noi  lo  trascrìviamo,  del  pari  che  i  precedenti  Sta- 
tuti, letteralmente,  eccetto  qualche  leggera  modificazione  orto- 
gràfica atta  ad  agevolare  F  intelligenza  del  testo,  e  lo  porgiamo 
qual  monumento  prezioso  dei  primi  tentativi  fatti  onde  trar  fuori 
dai  vnlgari  dialetti  municipali  la  lingua  àulica  nazionale. 

Fòrmula  del  Giuramento. 

Vos  domini  rectores  de  la  compagnia  de  messér  safnt  Georz  e  del  pò- 
vor  de  Cber  el  vostr  sarament  sera  tal  :  o  Jureral  al  seignt  De  e  vangere 
de  rezer  e  de  manténir  a  bonna  fai  e  senza  engàn  ni  dol,  le  cosse,  le 
persone  e  le  rassótgn  de  la  compagnia  de  tuta  vostra  possenza  e  forza, 
Juxta  1  capltor  e  gli  Slatut  de  la  ditta  compagnia,  e  mancant  capitor,  o 
sea  statut  secónd  le  bonne  usance  aprovàl,  e  capitor  ossea  consoetudco 
mancant  second  le  lai  romane  tant  e  se  denàr,  o  sea  celns  o  rassoign  de 
coUa  compagnia  perveràn  a  le  vostre  main,  colle  tagl  cosse  salverai,  e 
feral  sai  vèr  e  vardèr;  e  cola  tal  monca  e  rassoign  no  lasserai  occapèr  a 
gonna  persona,  né  de  colla  fera!  alcun  don,  e  colta  compagnia  e  'nrezi- 
mént  lasserai  second  el  mod  e  la  forma  del  capitor  de  cola  compagnia. 
^cjurabunt,  etc. 

SalmBseve» 

1400.  Dall' universale  naufragio  in  cui  perirono  tanti  preziosi 
monumenti  del  patrimònio  nazionale  non  pochi  sopravlssero  sino 
ai  giorni  nostri,  comecché  inavvertiti,  o  sepolti  ignominiosa- 
mente  fra  le  misteriose  latebre  degli  archivj.  Per  buona  ventura 
fra  la  massa  compatta  degli  inerti  salta  fuori  talora  qualche 


DIALCm  rtMOKNVTA:!!.  901 

magninimo  intraprendente,  che  ranolAmiovi  ptT  entro  «  w  9%\tfkt^ 
preziose  memòrie  e  mette  in  luce  notiiic^  che  tutta  $fnn\<M|^no 
la  mal  connessa  e  mal  digesta  dottrina  procedonto.  A  provarci 
l'anzianità  del  dialetto  snila  lingua  italiana  eiiandlo  in  Sahiiao 
a' piò  delle  alpi,  venne  pochi  anni  sono  avvertito  da  (]«rlo  Mii* 
letti,  editore  delle  Memorie  slorico-diploniafichr  apfìnrhnputi 
alla  città  ed  ai  marchesi  di  Sahtzzo  di  Delfino  Muletti^  un  CA* 
dice  prezioso  del  sècolo  XIV,  nel  quale  trAvansi  rncchluHi  Im- 
portanti Saggi  degli  incunàboli  della  lingua  itnllnnn  e  dcil  illn- 
letto  allora  parlato  in  quel  remoto  àngolo  della  nonlra  penUoln. 
Questo  Còdice  è  un  vecchio  uffizio  dei  conrralolli  della  raiui 
di  disciplina  in  Saluzzo,  ove  oltre  ai  Salmi  ed  allo  connuote  proi*l 
latine,  sèrbansi  trentadue  laudi  nell' incòndiio  italiano  dol  iòcolo 
di  Dante,  misto  di  parecchie  voci  vernàcolo  picmontDti,  o  dio* 
ciotto  orazioni  col  titolo  di  recomendacione» ,  in  dialetto  MluaS' 
zese  dello  stesso  tempo.  Lieti  quindi  di  poter  offrire  agli  «indiai»! 
un  Saggio  cosi  dei  primi  passi  di  nostra  lingua ,  come  doli'  aO' 
fico  dialetto  talnzzese,  traseriviamo  qui  appreso  ttna  iaerizimii 
composta  di  quattórdici  versi  marteUiani  rimati  rbe^  olfrif  al  ri' 
tato  còdice*  lèggesi  ripetila  con  alarne  variafiti  «opra  im  mm^ 
dlmpato  della  diiesa  votiva  già  eretta  dalla  picfii  ikri  VnAmojmh 
a  S.  Sdnstiaoo,  neiraoM  U03,  io  oecsMiMe  if  fma  ^f^»AUmM 
desolairke.  A  qneafa  poi  tdggjttngjaiM»  alcMie  delle  tMMrf^ale 


l*f.rktimt. 


Cbt  ai»  mm  ««inr  à  m^  timi»  ^  4tt  ii^$i¥  4Mm  tm/tmr: 


(  I  ■  It»  jMHk.    :  :  '/Vi»»»vf|/s 


^ 


Ì03  PARTB  TERZA 

Ormai,  Segnore  verase,  —  i  ti  voglio  senrire, 

Le  toe  brasse  (i)  vòglime  ovrire  —  a  resév  lo  pecalon 

Re$éve  Io  pecatore  —  che  a  te  vene  suspirando; 
Kn  le  toc  brasse,  Segnore,  —  me  melo  sospirando; 

Marsede  i  ti  dimando,  —  no  mi  far  più  penare. 
Dame  on  pòc  a  assazare  —  de  lo  tò  doze  amore. 

Orazioni 
neW  antico  dialetto  saluzzese. 

In  nomin$  Domini ^  amen.  La  posansa  del  Pare  nos  confòrt,  la  sapiensa 
del  Figllòl  si  nos  amèlstre,  la  grasia  e  la  bontà  del  Spìrit  Salni  si  alumeì 
gli  nostre  cor. 

Begl  Segnor  e  Freili  e  compagnòn ,  hic  incipiunt  recomendacUmei, 

Noe  se  tomerema  (s)  devotamént  al  altisslm  De  nostre  Segnór  Jesn 
Crisi,  da  qual  vènen  tuli  gli  bln  e  tute  le  grasie,  cbe  nos  n^à  dàìt  gra- 
sia cn  cast  l)enéit  di  de  fèr  questa  disciplina,  ch*el  nos  dea  grazia  cbe 
noi  la  pussèm  e  voglièm  fèr  a  tuli  gli  temp  de  ia  nostra  vita  al  so  los  (s), 
onór  e  gloria,  e  Si  recordamént  de  la  soa  santissima  passlòo,  e  a  esmen- 
damént  di  nostri  peccai^  asiò  cbe  quant  noi  passerema  da  questa  misera 
vita,  ei  nos  condua  tiilt  a  la  glòria  de  vita  eterna.  Amen. 

Ancor  se  lornerema  a  Jesù  Crisi  verasa  lux,  ch'el  debla  lllumioèr  io 
cor  de  la  santità  lo  papa  e  digli  segnór  cardenali,  e  di  rei  e  di  prinii 
segnór  lem poràgl  e  spirituagl,  e  spesialméni  de  mesér  lo  marcbis  de 
Salusso,  chi  au  a  rézer  e  vier  lo  pòvoi  Cristian;  che  el  lor  dea  grasia 
ch*i  lo  possen  pasifichèr  e  consegllcr,  rczer  e  vier  per  tal  manera,  clie 
sea  los  e  glòria  de  De,  e  salvaroént  e  accressamént  del  pòvoI  Cristian,  e 
recruamént  de  quella  sancta  terra  de  etra  mar,  là  ond  Jesù  Crist  fu  mori 
e  passiona  per  gli  nostri  peccai.  Amen. 

Ancor  preereoia  nostro  Segnór  Jesù  Crisi  e  la  gloriosa  Vèrgina  Maria, 
cbe  per  la  inlerc<*zión  del  gloriós  màrtir  mesér  sanct  Sebastiàn ,  voglia 
defender  e  vardèr  tuta  la  fidella  cristianità  de  morb  e  de  epidemia:  spe- 
sialméni quest  pais,  questa  villa  e  questa  fraternità  e  compagnia,  a  siò 
che  noi  pòssen  fer  òvcre  meritorie,  le  quagl  séicn  los  e  gloria  de  De  e 
salvamént  de  le  nostre  ànime,  e  bon  esempi  a  tùie  àitre  persone.  Ameo. 

Ancor  farema  una  spesiàl  preera  a  nostre  Segnór  Jesu  Crisi  per  nostre 
consegliér  de  la  comunità  de  Salùsse,  che  a  l>é  piaza  de  dògli  grasia, 
ch'i  la  pòssen  consoglièr,  rczer  e  govcrncr  in  tal  mnnera,  ch'^el  sea  los 
e  gloria  de  De,  e  salvasión  de  lor  ànime,  lant  che  la  dieta  comunità  possa 
crésser  e  mulliplichcr.  Amen. 

(1)  Brrftcia.  (2)  Volgeremo.  (3)  A  sua  hnlr 


DIALETTI  PEDEMO^Alll.  003 

Noi  se  tornercma  n  la  gloriosa  Vergcna  Maria ,  fontana  dc^rasla,  con- 
fòrt e  spcransa  di  pcccalór,  che  el  gli  plaxa  de  prc^r  el  nostre  Segnór, 
per  salvaslón  de  tuta  la  umana  generassión,  e  che  la  gli  debia  apresentèr 
questa  prcerm,  che  sum  encói  avue  faite  en  cbesta  casa,  e  per  tot  Tunl- 
vèrs  mund  per  la  soa  sanctisslma  pietà  e  misericordia.  E  asiò  che  la  glo-> 
riosìssiraa  e  benignìssima  mare  de  De  nos  oda,  più  tost  de  chcste  cose  e 
si  dirém  en  soa  reverensia  una  Salve  rerjina,  ec. 

1410.  Sebbene  considerato  qual  componimento  poètico,  del 
pari  che  siccome  Saggio  di  lingua^  non  valga  a  prestarci  ve- 
runa autorévole  testimonianza ,  ciò  nullostante  non  possiamo  di- 
spensarci dal  produrre  la  già  da  noi  mentovata  Canzone  sulla 
resa  di  Pancalieri  alle  armi  di  LfOdovico  principe  d'Acaja;  que- 
sto componimento  fu  inserito  nel  II  Volume  della  Storia  dei 
prìncipi  di  Sa^oja  del  ramo  d^Àcaja  (Torino  4853),  ove  l'ab- 
biamo attinta. 

Che  lo  Castel  de  Pancalér 
Che  tùit  temp  era  frontér, 
E  de  tùie  malnestàl  fontana 
Per  mantener  la  baazana, 
E  al  pais  de  Peamónt  tratèr  darmage, 
E  li  segnùr  de  chel  Castel  n^aven  lo  corage; 
Ora  le  bon  princi  de  la  Horea,  Lais 
El  li  à  descaiÀ,  e  onorevolméot  conquis, 
Che  o  grà  io  ost  férma, 
E  tùt  entórn  envlronà 
De  gcnt  da  pè  e  de  gent  d'arme 
Unt'érent  trèi  coglàrt,  e  quatre  bombarde. 
Ma  per  la  vertui  de  madona  Luisa,  \ 

Chel  caste!  à  cambia  devisa, 
8i  che  Pan  Mio,  circa  le  <a  ore. 
Lo  mercol  a' di  vini  nof  de  ottovre, 
Chil  del  Castel  se  son  rendu. 
E  ala  merci  del  dit  princi  se  son  melo, 
Che  gli  a  de  dintre  soe  gent  manda , 
E  la  soa  bandiera  sùra  lo  castèl  àn  biità; 
La  qual  naia  banda  broua  à  traversa, 
En  ciiant  aule  vós:  \iva  lo  princi  e  part  versa, 
AI  qual  Dio  per  la  soa  bontà 
Longamcnt  dea  vittoria,  e  bona  santa. 
Amen. 


À 


60^  PAKTI   TERZA 

Ptenioiitese  réisttco. 

i5K0.  U  solo  componimento  che  ci  fu  fatto  rinvenire  in  Sag- 
gio del  dialetto  piemontese  alla  metà  del  sècolo  XVI,  si  è  una 
Comedia  Pastorale  di  Messer  Bartolommeo  Brajda,  nella  quale 
introdusse  fra  gli  interlocutori  un  Villano  che  parla  in  rùstica 
favella.  .Comecché  esigui  e  di  niun  valore,  per  mancanza  di 
migliori  materiali,  onde  riempiere  questa  lacuna,  ne  produ- 
ciamo pochi  versi: 

f^illano. 

E  vogli  andè  trovè  qualcun 
Che  me  mostra  a  bin  parie, 
E  sor  tut  a  fé  l'amò. 

(S* abbatte  in  un  cortigiano.) 
Bon  di  ve  de,  me  bel  signó, 
U  me  simiglie  tut  in  srgalànt; 
Per  cert  ó  dei  esse  anamorà. 
Se  l^antandmént  ne  m'à  angannà; 
O  sei  col  che  vogni  cercànd , 
E  ve  pri  per  sen  Bertrand, 
Che  me  mostri  a  fé  l*amó, 
8e  ne  fùs  pà  si  bin  comprés 
Ne  bin  vestì  me  vegbessi  adès. 
Basta  che  ne  gli  è  cosa  and' ne  me  fica. 

Torinese. 

1706.  In  sul  princìpio  del  sècolo  XVIII,  come  abbiamo  altroTe 
avvertito,  fu  publicato  in  Torino  un  poemetto  col  tìtolo:  Vjirpa 
discordata  j  nella  quale  sono  descritti  i  fatti  principali  dorante 
l'assedio  delia  città  di  Torino  negli  anni  1705-6.  In  Sag^odel 
dialetto  piemontese  a  quel  tempo  ^  basti  che  ne  produciamo  la 
prima  parte,  non  permettendoci  la  lunghezza  e  la  melensègine 
di  quel  componimento  di  pòrgerlo  per  intero. 


DIALFITI   PEDBVONTA?!!. 


609 


L'Arpa  dincai^data 

nella  prima  e  seconda  venuta  del  signor  Duca  della  Foglitula 

sotto  Torino. 


Are  pur  venu  el  cas 
Al  me  cavai  Pcgàs 
De  parie  de  la  tragedia  en  suscìnt 
De  Fan  milèslm  set  centèsim  quiot^ 
De  pième  un  pò  de  spass, 
Esponènd  el  tremolàss 
D' una  man  di  Turinèis 
A  r  arif  di  Fransèis 
Vcrs  Civàss  e  la  montagna, 
Paìs  antìc  de  cucagna. 
O  Dio!  chi  podrìa  racontè 
La  gran  fùria  de  mene  el  pè7 
Tut  el  mond  era  de  trot 
Pr  emballè  i  so  fagòt, 
Camise  e  llngiarìa 
Con  la  pecitla  famia, 
A  de  partì  a  la  mojér, 
Cbi  per  le  bande  de  Cbèr, 
Cbi  per  Carmagnola, 
Al  Mondovi,  e  Salussola. 
Ed  somma  i  pi  gottósi 
Deventavo  genero». 
Ho  8'  vedeva  cbe  Calessànt 
SO  e  giù  andè  giràni 
Con  la  patròna  e  la  creada, 
E  semiava,  cbe  la  Fojada 
A  j  caminàss  da  ré 
Per  sparèje  qaalcli  morte. 
Arcomandàodse  ad  àula  vos 
Al  prolelór  dei  pauró^. 
Per  tute  quante  le  vende 
Se  vedio  de  caro««e  eomùe 
Caria  de  servente  e  d'arvendjòire. 
D' aramine,  caMÓi  e  scàmòire; 
E  me  sautavo  mille  rabie 
De  vèdie  ancor  en  e/^ìt  ((;kt>i> 
Con  de  gran  creale  en  fe^fa 
Da  porte  el  dì  de  UtnU , 
Con  de  manto  fait  a  bo#Mia  man 
A  garofo  e  tali  pan. 
M' èlo  pa  dna  vergogna . 


Vende  el  lard  e  salàm  de  Bologna, 
El  ginmbón  e  la  vonlrritca. 
Lingue  sala  e  sautiMa  fresca 
E  volèi  gire  con  tante  masclie , 
Con  tante  pompe,  tanto  frasche 7 

A  j  era  iina  con  la  vontaìna 
Mcza  morta  de  cagnina. 
Cbe  plorava  conr  una  vi 
De  chittè  el  so  car  mari, 
E  quas  Favèss  su  T  estomi 
iìn  canon  de  MonsG  Vandomi , 
Se  sfogava  en  coste  parole 
Veramént  compassionose  e  drole. 
Abl  me  car  omo,  t'àl  bin  tort 
D'  slè  en  Tùrin  spelò  la  morti 
Ob  1  cbe  poc  giudlii 
De  fòte  bombardò  per  caprili, 
E  d'esser  causa,  che  mi  tornànd  a  cà 
L'abia  d'andò  sa  e  là 
A  sercbeme  un  autr  spós 
De  buona  fama,  condliión  e  vòs! 
Mi  non  te  podrìa  mal  lodò 
De  volòite  fò  »bùdlò , 

0  da  buon,  opùr  en  fata 

Da  quàic  bomba,  o  quàic  baia. 

Sia  maladét  el  tò  eoragl. 

Che  sarà  cao^  d*an  àolr  OMirlaflI 

5el  ^entì  ro^ti  piór 
L'n'àutra  de  buon  amor, 
£  mi,  dlM,  ch'i  ò  U^nà  me  pare, 

1  m^  fradéj  e  la  mia  mare, 

E  cDn  tra  lo  i  v>n  de  bona  fèja, 

e  ne  fas  pò  lan  la  mene)*  t 

Mediànd  eb'  I  pmaa  andò 

G6^la  «èira  a  Monealé, 

PfiT  m'emporfa  die  mmaMe 

f.hf  hn  i  Fran^^  de  ^iie  eareaMe. 

h4  il  a  p'x;  i  vedo  a  eiMipan 
Lo  moilas,  ma  pmibì , 
tn^  fomna  veglia  da  dól 
^  *''*^»i  (ì'  nn  beiilìol 


605 


PARTE   TERZA 


Con  due  gran  sacchcKc 
Piene  de  scàtole  e  de  cornette^ 
De  sorlól  e  de  brascière. 
Flesse,  corset  e  Hienagere, 
Fissu,  collaretle  e  manción, 
Ch'a  l'ero  (ut  ei  patrimoni 
De  cola  bruta  demoni. 

Poe  aprèss  arriva  una  carrossa 
Tira  da  un  cavai  e  da  una  róssa, 
E  dentr  madama  Poetila 
Con  madamisela  Cbila, 
DIsènt  la  santa  corona, 
E  vestie  ala  buona 
Ben  e  bin  aplicà 
A  pensè  ai  so  pecca, 
Credèndse  i;ier  camin 
De  vede  a  brusè  Turin, 
Pressànd  el  viturin  d^andè  de  trot, 
E  guardèse  da  TAlbergòt. 
Giùnt  ch'i  fur  a  san  Salvari, 
Quanti  cofo,  e  quanti  armari! 
E  benché  fùss  di  de  lesta 


Se  scapavo  dia  tempesta 
Certi  spadassin  de  prima  riga, 
Gente  sensa  pensé  e  sensa  briga, 
Cent  da  poc,  e  gent  da  oént. 
Coi  capei  borda  d'argènt, 
E  piavo  le  viette 
Come  tante  fomnette, 
E  credo  che  da  per  luti 
A  temèisso  quale  cosa  de  brutt. 
Olà,  Signori  Messiù, 
Taja-cadenne,  zerniblu. 
Dov'è  la  gloria  e  l^onór 
D'artirèse  vers  Cavór? 
Ma  andèvne  pur  gente  da  cagarela, 
Endégn  de  porte  la  cotela» 
Andève  a  sconde  In  l'Cìa  periis 
Con  la  roca  e  con  el  fus» 
E  leve  ve  coi  bar  bis 
Che  ve  stan  sot  le  naris. 
Per  fé  de  scandescenze 
Fuor  de  le  buone  ocorenie. 
ec.  ec.  ec. 


1746.  Il  brano  seguente  fu  tratto  dalla  Relazione  dell* assedio 
della  città  d'jélessandria  e  blocco  della  cittadella  d^esea  soste- 
nuto negli  anni  174^5-46,  scritta  in  versi  piemontesi  da  un  eoo- 
temporàneo. 


Acostéve  bella  gent, 
E  tcotème  tati  aiént; 
I  8on  dame  l'atenslón 
D' fcve  un  pòc  la  descrisión 
Dia  cativa  e  l)ona  sòrt, 
D'Alessandria  e  d'sò  fòrt 
Per  l'assedi  e  bloc  sostnù   . 
Con  valor  e  gran  virtù. 
I  Spagnòi  uni  ai  Franséls 
A  son  stàje  sot  sinc  méis 
Per  fé  nén  eh'  i  fanfaluc , 
E  poi  yédse  a  sta  s' un  sue. 
L'è  prò  vèi,  eh'  la  sitadela 
L'àn  biìtala  a  la  copèla. 
Col  pensè  d'fèsne  padrón 
Sensa  gnanc  sparè  un  canon  ^ 


A  rasón  a  credio  mai 

De  trovè  el  marchés  Carài 

Così  pràtic  del  meste  ; 

L' àn  pensa  eh'  a  dvèis  nén  stè 

La  metà  d' lo  eh'  a  F  è  stàit, 

E  Ioli  poi  fussa  fàit. 

Che  pia  ben' per  la  ganaasa 

I  armetèisa  pòi  la  piasaa. 

Ma  credèndse  d'esse  al  bon, 

L'à  bsognà  mné  '1  petandóo. 

Pie  '1  bavùl  con  doe  man 

Abatù  com  tanti  can, 

A  troverò  un  goernatór 

Ch'  a  fasia  giùst  per  lór; 

Ma  fa  nén,  Tàn  pà  pera  tùt, 

Bin  eh'  a  sio  resta  briìt  brut. 


DIAUETTI   KnCMO^TA^I. 


M7 


Quand  a  T  àn  de^G  chitc 
Le  trinccrc  su  doi  pè. 
Stavo  alégher,  ma  da  amìs. 
Che  d*  frango!  e  die  pcrois 
A  n'ali  piane  pa  Un  pòc, 
Fin  eh* a  Vh  dura  col  blóc. 
L^  era  giusta  la  slagión 
9^  fène  bona  provisión  ; 
L' è  per  lo  eh'  a  j  rlncresia 
De  devéisne  tire  via. 
A  s*  faràn  mai  pi  si  arlónd 
S'^andèisso  bin  al  fln  del  mond. 
Porsi  adès  Tavrio  die  stent 
A  pose  per  si  i  so  denti 
Bla  venómo  un  pòc  al  fàtt, 
A  conte  coma  Tè  'ndàit 
Tùt  Tafè  con  realtà. 
Prlnsfplànd  dala  sitli^ 
Giùst  el  bel  dì  d' san  Brùnón 
Son  venù  fé  i  fanfarón; 
Ma  con  tuta  furbarìa, 
E  fracàss  d*mo«cbetarìa, 
Vers  fi  baslión  d'san  Ifartin 
Con  un  strèpi  t  sea^a  fin. 


L*àn  sliidiÀ  do  vnìo  d'noil 
Sili  pfAS^  d'sorprt^lidr  \^\ì 
Tiìll  coi  dia  guarni^òn, 
E  eh*  a  fììsto  sì  tomiNn, 
Cosi  garjt,  co«ì  miìfì* 
A  lassrso  pi^  *ndìirmi; 
Ma  '1  dis^gn  »n  t*  ot  p)  bi^l 
kVh  'ndntl  sii  dM  fornM 
An  t'iln  prit  «ttinrl  d*nra.  n  latti 
Tiiti  I  nostri  vigllànt 
A  marcerò  n  pirt  so  posi; 
E  Irovàndso  liìt  dispAsI, 
A  I  kn  fàjn  tant  fo  adòsii, 
Che  J  &n  fln  brii^i^Jit  I  ofn^ 
E  'nt  un  orAf  e  forsi  mane, 
A  J  &n  fije  sbflll  I  fl&nr( 
Ch'el  ranAn  d' nostra  fort(*<«n 
k  l  k  tnuje  la  rairff«sa , 
Sen^a  la  fflosrhetaria 
eh' a  n'à  fhnH  n«  cìijla} 
Cosi  furo  con  s^i  nmite 
Obllgi  a  fblt^  Vtiihf. 
¥.r.,  pt.  $tf.. 


mitdmtU  M  nMmmmm  e  ^WSÈwm. 


1780.  n  primo  %cnVU0rt  piemofit^M  tht  M4k^h  lì  pitlt^h 
dialetto  ad  tle^nzai  e  dignità  dì  fnmie.  f/mm  aMvamo  ^9^- 
iito  nel  precedente  Cap^.  ^i  fn  Fahate  Sìhfo  tUflm.  def  qnstUf 
abbiamo  anche  riprodotfù  on  gnxìr^u^  S^^nefto.  \  m^^^io  ^ìMM 
statare  la  ^nfaneita  del  ^oo  lèpido  in^e$(no  troviamo  acconcio  il 
sogj^ùn^er*»  ani^ara  l'alfro  Soiu^Uo.  da  noi  mcnfo^alo^  per  im  ii^ 
ceodìo.  mflienu»  :)l1a  ^er^ione  prej^*>  clw»,  letterale  del  mcd^^ 
Simo,  nel  iìalct:!)  ii  FJv^  prt^prio  dcITa  valle  ^  Mbcra^  d'a* 
nònimn  aufor>>.  ?ftr  fai  modo.  Insieme  ad  nn  SajQ|(o  poetico  ^ 
qnest  allìmn  'iiaieff*).  avrà  il  lettore  im  &cile  ratfl^oiilo  fra  il 
medèsittio  »*d  .1  iuin7y.»*!ip> 


608  PAnTK,  TERZA 

In  occasione  d'un  orribile  inceiìdio 

suscitatosi  per  colpa  d'una  vecchia  squarquoia 

denominata  Margritassa, 

Sonetto 

I  giari  a  Tero  lì  eh  lèi  eh' a  ronfavo, 

Cogià  ant  fin  gran  pertùs  vsin  a  un  legné; 

E  ant  cól  moment,  ehi  sa?  forsi  a  segnavo 

Omessi  entra  ant  quàic  dispensa,  o  ant  quale  grane. 
Maramàn ,  quand  a  l^  è  eh*  mane  a  j  pensavo , 

S'son  sentìse  ant  un  nén  tutti  a  brùsè. 

Garra!  so-si  Tè  '1  lo!  Garra!  E  tentavo 

Con  i  barbìs  rafì  d' podéi  scapè. 
Ma,  povre  bestie!  a  Pà  venta  stè  lì; 

E  1  pare,  e  le  masnà,  e  le  giarie  Incinte, 

E  1  giari  da  marie,  tutt  Tè  rusti. 
Oh!  che  malori  Quante  famìe  distinte 

In  linea  d' giari,  eh' noi  I  avio  pr  si 

An  causa  d*Margritassa  s' son  estinte! 

yertione  del  medésimo  Sonetto  d'anònimo  autore  nel  dialetto  di  El^^ 

I  giari  éron  achi  chièt  che  ronfàvon 

Coiglà  ant  un  gross  suciér  vsin  al  villàr; 

E  a  quel  moment,  chi  sa?  forsi  I  sumiàvon 

D'esse  entra  ant  iin  selllér  a  raspignàr. 
Haramàn,  quant  che  mane  I  s^u  pensàvon, 

I  s'son  sentu  ant  un  rèn  lucci  a  brusàr. 

Gara!  èi,.so-lsi  ès  lo  fuècl  E  pé  tentàvon 

Abu  i  barbìs  rasi  d'pulér  scapàr. 
Ma,  pàures  bèsties!  Cialia  star  achi; 

E  i  paire,  les  meinà,  glàries  provistes, 

I  mendic  da  mariàr,  tut  es  rusti. 
Oh  !  che  malùr  !  Quantes  avém  mai  vistes 

Famies  de  giari  oh'  nus  avìon  pr  eisi 

Brusàr  per  Garitùn  cma  tantes  ristes! 

1700.  Il  sommo  tràgico  italiano  Vittorio  Alfieri  non  isdegnò 
talvolta  di  far  uso  nei  propri  versi  del  patrio  dialetto ,  come  ci 
attesta  il  seguente  Sonetto  da  lui  dettato  contro  alcuni  seteri 
censori  delle  sue  Tragedie. 


DIALETTI  PEDE«0?ITANI.  600 

Sonèt  d*  iin  Jstsàn 

un  diféisa  d' l  siU  d'tòe  Tragedie. 

Soo  dur,  lo  so»  son  dur,  ma  I  parlo  a  gent 

Ch'àn  r ànima  tant  mòla  e  desiava, 

di'* a  rè  pa  da  slupi,  se  d'costa  nià 

I  piaso  apcnna  apenna  a  Turi  pr  seni. 
Tutti  s*amparo  M  Metaslasio  a  meni, 

E  a  n'àn  Porie,  '1  cor  e  1  ol  fodrà; 

I  eròi  a  i  volo  vedde,  ma  castra; 

X  t ràgie  a  lo  volo,  ma  impolènt. 
Pur  i  m'dugn  nén  pr  vini,  fin  eh' a  s' decida, 

S'a  s'dev  tronè  sul  pale,  o  solfeglè; 

Strasse  ^1  cor,  o  gatiè  marlàlt  Porìa. 
Già  ch'ani  cost  mond  l'un  dl'àutr  bsogna  eh' a  s>ida, 

I  ò  un  me  dubtèt,  cb^a  voi  ben  ben  rùmiè: 

STè  mi  eh' son  d'fer,  o  I  Itallàn  d^potia? 

Torinese. 

1785.  Perchè  lo  studioso  possa  meglio  conóscere  le  forme 
del  dialetto  torinese  in  tutta  la  naturale  purezza,  colla  quale 
era  parlato  sullo  scorcio  del  passato  sècolo,  stimiamo  opportuno 
soggiùngere  un  Discorso  in  prosa  del  mèdico  Pipino,  ove  la  lin- 
gua non  è  in  verun  modo  forzata,  né  dal  ritmo,  né  dalla  rima; 
a  tal  uopo,  tra  le  varie  lèttere  proposte  dallo  stesso  nella  sua 
Grammàtica  a  Saggio  del  proprio  dialetto,  abbiamo  preferito  la 
seguente,  poiché  vi  ragiona  sull'indole  del  dialetto  medésimo, 
sulla  sua  importanza  e  sugli  studj  che  furono  anteriormente  in- 
trapresi per  diffónderne  la  coltura. 

LUra  d'  Discara. 

I  lo  80,  me  car  amìs,  eb'a  J'ò  motbèn  eh' a  rio,  cb*  a  s'tMidino,  ch'i 
m'sia  biitàme  a  voléje  mostre  a  scrive,  e  a  voléje  de  d' règole  sili  parie 
piemontéis.  I  so,  eh' a  j'è  motbèn  eh' a  dio,  ch'i  nost  lingoage  a  l'è  'n 
patoà  falt  tut  d' parole  cujìe  e  ramassà  quasi  da  tute  le  nasslón.  Ma,  Dio 
bon!  E  a  m'erdne  forsi  ch'i  sia  cosi  al  scùr,  ch'i  n'sapla  nén,  chMò  eh' a 
8'  dis  dai  foreste  dia  nostra  lingoa,  Tistéss  a  s'pol  dise  d'tute?  SM  Isómo 
i  prim  autor,  ch'a  Fan  comensà  a  scrive  '1  Franséls,  i  trovóma  ùn'infi» 
nità  d'parole,  eh' al' ora  d'adèss  i  antendrio  pi  nén;  d' parole  ch*a  l'àn 
ramassà  deò  lor  un  pò  dai  (La,  un  pò  dai  àitri.  8M  volóma  esaminò  1  prim 


610  PAaTB  TsaxA 

Italiàn^  com  sarìa  Cino  da  Pistoja,  Dante  da  Majan,  Fra  GuUón  d'Arés, 
e  poi  motbèn  d'eòi  ch'a  Tàn  scritt  aprèss  a  lor,  quante  parole  j'incon- 
Irómne  provensale  e  latine?  Voi  di,  eli' a  j^ è  poi  nsun  mal,  s'el  Dost  parie 
a  partecipa  prinsipalmént  dritaliàn  e  d'i  franséis,  doe  lingoe  a  nostri 
temp  ben  bele  e  ben  famose  pr  i  gran  scritór  eh' a  j'è  slàje.  Seve  quala 
rè  '1  mal?  'L  mal  a  l'è  eb'el  piemontéls  l'à  avù  la  disgrassla  d^esse  poc 
stima  dai  foreste,  e  trascura  lùt-afàit  dal  stess  nasslonài.  Ma,  t ut  curi, 
un  à  tùt  quand  un  poi  esprìme  con  un  lingoage  comM  avóma  no!  futi  i 
nostri  sentimént  con  natii ralessa,  con  forsa^  con  grassia,  con  nobiltà. 

I  so  dcò,  ch'a  j'è  monsù  d' Montagna  ch'essènd  poc  informa  die  qua- 
lità d'I  nost  dialél,  a  na  parla  nén  trop  ben,  e  dis:  Qui  «i  parla  ordina- 
riamente francese  j  e  pajon  tutti  molto  divoti  alla  Francia,  La  lingw 
popolare  è  una  lingua  la  quale  non  ha  quasi  altro  che  la  pronunzia  ita- 
liana; il  restante  sono  parole  delle  nostre.  Ma  i  voi  gnanca  pième  1 
crussi  d'riprovèlo,  prcbè  cb'avansa  una  cosa  chM  crdo  ch'a  j  sia  nsun 
ch'a  conossa  nén,  ch'Tà  pia  dcò  si  'n  scapus,  com' a  n^à  piane  Unti  altri. 

Per  mi  i  5  senpre  ordii ,  ch'el  dialèt  piemontéls  a  fQssa  non  solamént 
preferibil  a  qualonqu'àutr  ch^a  J  sia  'nt  l'Italia  e  'nt  la  Fransa;  ma  ch'a 
podéisa  'nt  quàich  manera  compete  con  la  lingoa  franséisa»  e  con  Tistessa 
italiana,  prchè  ch'la  nostra  gent  d'Cort  a  l'àn  sempre  usalo,  bench'a  sic 
tutte  prsone  ch'a  san  e  l'itallàn  e  'i  franséis  ugualméni  coma  '1  piemon- 
téls, e  ch'a  l'àn  bon  giist;  e  l'è  siciir  ch'a  l'avrìo  nén  spetà  adèss  a 
sbandi  '1  nost  parie  da  la  Cort,  s' l'avéisso  nén  podù  esprime  al  yIt,  eoo 
proprietà,  con  polissia,  con  precisión  ogni  cosa  ch'a]  podéiasa  capile, 
e  sM'avéisso  nén  stimalo  iin  parie  nòbil  e  propri  d'iina  Cort  tant  rispe- 
tàbil,  com  l'è  la  nostra. 

Cóst  a  rè  '1  motiv  ch'i  m'je  son  afessionà,  e  ch'I  o  dàlt  d'man  bea 
volonté  a  fé  cost' òpera  tan  fastidiosa,  massimamént  pòi  quand  i  ài  savò 
ch'9.  A.  R.  la  Sora  Prinsipessa  d'Piemont,  con  tut  lo  ch'a  sapia  a  la  per- 
fessiòn  la  soa  lingoa  cosi  bela,  a  l'à  pia  genio  al  nost  parie,  a'  l'è  fasto 
mostre  dal  so  prinsipi,  e  l'à  ^nparàlo  tiit  ant  un  nén  dì'manéra,  ch'a 
s' spiega  cosi  ben,  com'i  posso  spieghcse  noi,  e  a  lo  parla  con  piasi. 

I  osservo  dcò,  ch'a  j'è  tanti  e  tanti  d'i  nostri  Vosco  selànt,  ch'a  l'àa 
arcomandà,  e  ch'arcomando  ai  so  pàrochi  d' prediche  an  piemontéls, 
prché  chTàn  ricouossii,  e  ch'riconosso  da  una  part,  che  con  '1  nost 
parie  a  s'pol  conserve  la  dignità  con  la  qual  devo  esse  tratà  le  cose  sa- 
cre, e  ch'a  n' manco  nén  d'espressiòn  pr  caparèse  la  benevolensa  d'i 
uditòr,  pr  de  adòss  al  vissi,  pr  anime  a  la  virtù;  da  t'àatra  la  necessRà 
eh' la  parola  d-ldiò  a  s' promulga  d'iina  manera  ch'a  sia  a  la  porta  d'talL 
E  in  fati  com' mal  vòle,  ch'antendo  l'itallàn  tante  fie  e  tante  fòmne,  tanfi 
fiòi  e  tanti  omini  ch'a  son  mai  andàit  a  scòla,  e  tanti  ch'a  J  son  andilt, 
e  che  tCitt'un  l'autendo  né  tiit,  né  mès?  A  l'è  ben  slcCir,  eh' le  prèdktac 
e  le  duttrlne  devo  esse  fàite  pr  tuti,  e  prinsipalmént  pr  le  prsone  IgiKH 
rànle.  S'a  volo  di  la  vritò  tanti  pàn)chl,  tanti  predicatòr,  tanti  misslo- 


DIALETTI   PEOEMUMTA.M.  611 

larl^  ohi  che  luagiór  pro5l  Vkn  ricava  da  dop  eira  s'sóu  bùtàse  a  prc- 
iichc  ant  nosl  lingoage!  Che  magiór  concórs  d'prsone!  Prchc  cosi  a  s'fan 
intende  da  luti. 

Lo  ch*i  dìo  die  prèdiche  a  s'podria  d'cò  di  d' tante  altre  materie.  Cól 
Miisfin,  cól  idiota  eh' a  fa  un  ceos,  eh' a  dà  na  dota,  eh' a  compra  *n 
slabòl,  ch'a  fa  una  scritùra  tt)bblig,  un  testamónt,  s'a  Tà  d^antende  Io 
:h''a  j*  e  'ut  la  scritùra»  bsognlo  nén  ch'el  nodàr  a  j  lo  spiega  'n  piemon- 
:éis?  E  so-sì  rè  nrn  una  cosa  nova.  Gourdè  'nt  la  crònica  d'I  Monfrà  scrila 
]a  Benvnù  Sangiòrs,  j  (rovrè  ch^quatsènt  e  sìnquant'ani  fa  an  Ast  a  j'era 
i'usansa  d^spieghè  'ut  'I  lingoàge  volgàr  dia  sita  I  ordinati  d'I  Conséi,  e 
Pa  fussa  nén  fasne  la  spiegassión,  l'ordinato  valia  nén.  A  Chèr  del  mile- 
lualsènt  I  podestà  a  piavo  sempre  'I  so  giùramént  an  picmootéis.  Ili  i  ò 
i*obIJgassión  d' coste  doe  nolissie  a  un  ver  amalòr  die  teiere,  cb'a  m^à 
ìcò  grassiosamént  comunicarne  iin  àutr  moniimént  d'I'istessa  sita,  cb'a 
l'è  la  pi  vecia  cosa  ch'i  conossa  scrita  ant  nost  lingoage. 

Ha  so-si  rè  nén  M  tut.  Non  solamént  a  s' trovo  d'antich  manùscrìt  'nt 
la  lingoa  d'I  pais;  ma  anche  d'cose  a  stampa.  Fin  sul  nasse  d'Ia  tipogra- 
fia un  Mssàrd  a  l'à  stampa  'nt  so  diaièt  uu  tratato  d'Aritmètica  si  a  Tùria 
d'I  149S;  Giurs  Arión  iin  lìber  d*Comedie  e  d' poesie  d'I  i(S4o;  Bertromè 
Bràida  una  comcdia  pastoràl  d'I  itftfe,  dova  introduv  an  sena  un  per- 
sonage  eh' a  parla  piemonléis;  e  lo  eh' a  v^farà  stupì  a  l'è,  eh' già  d'I 
1574  a  s'è  slampàse  al  Mondvi  un  pcit  vocabolari  piemontéls  e  latin  , 
eb'i  ò  dcò  vist  con  piasi  ant  la  libraria  d'cóI  sgnor  ch'i  v'ò  nominavo 
poc  fa.  L'aulór  d'cóst  vocabolari  l'è  Michel  Vopisco  napolltàn,  bon  lati- 
nista, chM'cra  stàit  professor  a  Padoa,  e  *nt  la  prefassión  a  dis,  ch'j  era 
già  motben  d'autor  ch'l'avìo  unì  le  parole  italiane  con  le  latine;  ma 
nsun  fin  alora,  ch'a  l'avélssa  pensa  d'unìje  'I  piemontéls. 

I  parlo  nén  d' tante  poesie  eh*  a  son  stampàse  un  pò  sì,  un  pò  là  a  nost 
rlcòrd;  né  1  parlo  dia  famosa  Comedia  d'I  Coni  Piolèt,  né  d' tanti  bei 
componlmént  ch'a  giro  scrii  a  man.  Ora,  s'tiit  so-si  s'è  podiise  fé  fin 
adèss,  ch'pr  scrive  '1  piemontéls  J'era  nsùne  règole,  e  usùn' altre  manere 
cb'servìse  di'alfabet  d'i  latin,  quant  pi  a  s'podràlefè  pr  Tavnicon  Tagiut 
d'mia  Gramàtica?  Prchè  i  spero,  eh' mia  Gramàtica,  fasènd  conosse  un 
sèrt  numer  d'son,  eh' pòi  ma  ch'esprimse  con  l'alfabèt  piemontéls,  Ivrà 
Iute  le  diflcoità  e  luti  I  dùbi,  eh' ant  '1  léslo  e  scrivlo  s'incontravo  anche 
da  le  prsonc  leterate,  e  ch'a  san  ben  'I  piemontéls,  prché  eh' fin  adèss 
ognun  a  rà  scrii  a  so  caprissi.  E  infati  1  o  osserva  tante  volte  ch'a  j  va 
tuta  la  pena  a  leslo  com'a  s'dev,  màssime  la  prima  volta,  e  ch'ansi  cer- 
tlun  lo  stento  a  lese  dop  d'avello  scrii.  Pensò  poi  com'mal  al'avria  podu 
fé  un  pòver  foreste!  MI  i  penso  d'avèje  trova  la  strà,  eh' fin  a  costi, 
anparà  ch'l'avràn  ben  '1  valor  d'ie  litere,  a  podràn  léslo  ligualmént  ben 
com  noi. 

L'è  ben  vera,  ch'ani  vari  lo  a  j  vdl  la  viva  vós  d'I  magisler;  ma  'nt 
poche  Icssión  tiit  a  s'impara  con  fasllità,  ce.  ce. 


649  PARTE  TBEZA  » 

1800.  Siamo  lieti  di  poter  produrre  in  Saggio  della  poesia 
vernàcola  piemontese  in  sul  principio  del  presente  sècolo,  un 
componimento  inèdito  in  versi  marteiliani  del  più  rinomato  scrit- 
tore del  Parnasso  subalpino,  vogliam  dire  del  celebre  mèdico 
Edoardo  Calvo,  autore  di  molte  squisite  poesie  vernàcole,  lo 
esso,  oltre  al  pregio  letterario,  è  da  notarsi  l'importanza,  come 
stòrico  monumento  del  disòrdine,  degli  abusi  e  della  corrozione 
del  tempo  in  cui  fu  dettato,  a  reprimere  i  quali  furono  appunto 
sempre  diretti  gli  scritti  di  questo  celebre  autore.  E  siccome 
egli  fu  egualmente  grande  in  ogni  gènere  di  componimento  e 
ne' vari  metri,  cosi  a  pòrgere  bastévole  idea  dell'importanza 
della  letteratura  piemontese,  soggiungiamo  ancora  tre  compo- 
nlmenti  dello  stesso  autore,  vale  a  dire  una  delle  argute  sue 
fàvole  morali,  alcune  Stanze  contro  il  governo  francese  di  quel 
tempo,  ed  un'Ode  sulla  Fila  della  Campagna.  A  quest'ultima 
poi  poniamo  in  riscontro  la  non  meno  graziosa  parodia  del  si- 
gnor Prunetti  sulla  Fila  della  Città. 

Il  primo  componimento  ancora  inèdito  è  il  seguente: 

À  j  vm  pr  tùU  la  soa 

o  sia 
Artabàn  bastona. 

Parte  Prima. 

La  seoa  rapresenta  adès  una  gran  piassa; 
S'osserva  da  na  banda  na  Cesa ,  e  a  s' trova  an  fassa 
Un  porti  spassiós,  duv  a  s' fa  tùt  i  di 
Marca  d' le  sciole,  d' Pài,  di  cól,  e  clie  so  mi. 
Da  cant  a  j'è  'n  palàs  guarda  da  d'sentinele; 
A  L'è  li  drint  cb'a  i  àbito  cule  tre  gioje  bele. 
Apena  a  s*d6rv  la  sena  a  s'vod  na  processión 
DM  Mamaluc  eh' a  marcio  tult  con  d'peUssión. 
Chi  va  clamè  giuslisia;  chi  va  dame  pietà; 
Un  àutr  misericordia;  un  àutr  la  carità; 
E  tùli  a  s'ancamino,  ùmil  com  tanti  can 
Vers  el  palàs  dov'abita  dispòtic  Artabàn. 
Trovo,  calànd  le  scale,  d'àitr  con  la  facia  smorta, 
Ch'a  ]  dio:  franse  la  pena,  sì  la  Giùstisia  è  morta. 
Ma  pur,  con  la  speransa  d'esse  pi  fortuna, 
A  sèguito,  e  a  s'amasso  cui  povri  desgrassià. 


DI ALUTl  PEDEVOTT A!1I .  615 

La  sena  a  raprescnta  adèss  dot  stanse  vsin  : 
Ma  dui  ussié  a  la  porta  na  separo  ì  confi n. 
La  prima  è  l' anticàmera  del  pòpolo  sovràn, 
eli' a  fuma,  e  eh' a  desidera  l^udiensa  d'Artabàn; 
Antórn  aie  muraje  j'è  scrii  su  d^f^rs^n  cartèi: 
Si  tiiti  comandòma;  i  sòma  tùH  frèi 
Ma  ^ntànt  vsìn  a  ia  porta  eh' a  i'àutra  dà  Tingrèss, 
Ipèrbole  e  Ironia  a  dàn  a  gnun  l'acèss, 
Disènd  a  chi  s* presenta:  Cott-si  l'è  'l  temp  d'aspèi; 
Adèss  Artabàn  s*ócùpa  ant  *l  Gomitai  segrèi, 
TYatànd  t  affé  d 'l  Stai;  a  va  nén  destorbà  : 
A  s' òeupa  d 'la  puòlica  comùn  felicità  / 
Coste  e  milc  àitre  fròtole,  tant  pr  tratni-]e,  a  ]  dis 
Ipèrl>o1e  e  Ironia,  ghign&nd  sot  ai  barbis. 
Ant  la  seconda  slansa  d  M  coraitàt  segrèt 
J'  è  Mustafà,  Arlabàn,  Rapina  e  Bajazèt. 
An  roèz  a  j'è  na  tàuia  parla  pr  le  sedute; 
A  j^è  d^capón  an  sima,  d'zibié,  d'pastiss  e  d'trute, 
I>'sorl)ét  e  d'confltore,  tute  soK  d'vin  pi  bon, 
Tùt  Io  eh' a  s'trdva  an  somma  de  mèi  ant  la  stagión. 
Ant  un  canlón  pr  tera  J'è  tanti  sac  de  dné, 
E  un  pcit  taulin  eh' a  computa  Rapina  '1  Flnanslé, 
eh' a  s'àussa,  e  poi  a  dis:  El  coni  va  bin  eh' l'è  giust; 
'L  quatr  intra  ant  seni  mila  vintesine  vote  giust. 
Sentènd  io-li  Artabàn,  ch'an  bona  compagnia 
A  sfa,  d'un  bon  capón  fasènd  T anatomia, 
Jìapinaj  sèpc  matt?  a  J  dis,  i  avi  fatila; 
A  l'è  pr  tré  eh' a  s'dcv  divide  eui  sent  mila; 
^L  quatr  }' intra  pr  niente,  —  Genuria  malandrina^ 
Tee  d'un  cujón^  an  coirà  respónd  alór  Rapina, 
E  pènstù  mò  e(^'i  vója  fé  ma'  eh'  pr  ti  la  papa? 
I  so  nén  eos'a  m'ièna,  se  la  pasiensa  m' seapa. 
Da  una  parola  a  T intra  a  s'scàudo  eh' a  smio  matl; 
A  son  lì  pr  tirèse  quasi  ant  la  facia  i  piàtt; 
Ma  Mustafà,  eh' a  l'è  pi  ffirb  e  pi  prùdènt, 
A  j  fa  segn  d*apasièse,  prchè  dMà  a  J'è  d'Ia  gént, 
E  a  j  dis:  Pr  eusta  vota  Bapina  a  l'à  ràsón; 
A  l'è  giust  eh' a  s' divida  la  torta  an  quatr  porsión; 
An  verità  a  s'Io  merita j  eh'  l'è  'n  bon  rùfiàn  da  dné; 
Crdej  a  saria  di  fidi  trovéto  a  rimpiassè. 
Un  bueonsin  parèij  ogni  sine  dij  è  lo  pòct 
Su  l'istèss  pé  s'a  seguita^  sempre  l'avrà  so  toc. 
Capasilà  Artabàn,  dà  na  fertà  af  barbis; 
Kew  «j  Rapina,  basme;  htmuma  bon  ands. 


6il^  PARTE  TIRZA 

lfenlr*a  son  li  eh' a  mangio  tuit  quatr  aDl'na  scfidela, 

Pr  na  segreta  porta  J' inira  na  gioja  bela. 

jédèts  i  ton  da  chila;  i  bèivo  tnà  ch'na  vota, 

Dis  Artabàn;  Liusùriaj  compagna  d'ià  sta  tota. 

Ma  antànt  a  son  tre  ore  ch'i  povrl  Mamaluc 

A  s' trovo  ant  Panlicàmera,  e  a  bajo  a  sta  s'uD  sue, 

Asptànd  eh' a  ia  floissa  con  '1  dovut  rispèt 

La  gran  seduta  màgica  d'  I  comitàt  segrèt 

QnaicduQ  chU'è  vsin  d'Ia  porta,  a  i  amia  senti  d'armòr; 

L'àatr  eh' a  Vk  *ì  nas  pi  lung,  a  sente  bon  odor; 

Un  a  comensa  a  dìlo  a  n'àotr  pian  ant'n^oria; 

An  t'un  moment  un  mormora,  n'àutr  giura,  n'autr  babia. 

Ipèrbole,  ch^a  osserva  luti  cui  muvimént. 

Fa  finta  d'  nient,  e  sghìa  d'  là  lesto  pr  un  moment 

Padroni,  cA'a  s'dsgagio,  ch'a  veno  d'sà  marlàit; 

S'nòji  Mamaluc  a  éntro,  cai  ciapo  ii  i&l  fati. 

Anlora  tuit  esclamo:  O  che  fotu  m'$té 

L'è  mai  cui  d'eue  primi!  a  t'pol  pi  gnane  mangi! 

Dife,  ch'adès»  i  ondumo;  e  li,  sicbin,  ticbèt. 

Fan  dspariè  la  tàula,  e  porte  via  i  taschèt; 

E  poi  a  s' vesto  tùti  d'I  manto  dM' impostura, 

E  da  gran  òm  d'alfe  compono  la  figura. 

D'antóm,  a  feje  cort,  a  Pan  pr  consultòr 

Sospèt,  Rapina,  Orgoglio,  Ipocrisia,  Livór. 

I  Mamaluc  s'inchino,  sporiènd  sòe  petissiòn; 

Lor  fan  grassia  d'arseivje  con  aria  d'protessióa; 

A  s' degno  gnanca  d'iésje,  tant  men  d' santi  parie: 

Gtiardrój  pensro  t'a  i  dijo:  tomi  da  si  qttàic  dL 

(Avansè  pur  la  pena,  eh' tant  n'avri  pà  d'pi; 

8' a  sUrata  d'na  bon' òpera  «  con  serta  sort  d'gènt, 

El  terap  fùtur  J'è  sempre,  ma  mai  a  J'è  H  preaiot.) 

I  povri  Mamaluc,  vedènd  che  l'asnaria 

Comensa  andè  al'incànt  bin  d'pi  d'Iò  eh' a  bsognria, 

Dan  un  racórs  a  Giove,  pregàndlo  pr  pietà, 

Ch'a  i  libera  'n  pò  d'una  d'eoi  tre  can  anrablà. 

Giove,  eh' l'era  già  gonfi,  savènd  eh'  s'a  i  podio, 

D'an  elei  a  vorio  sbatlo,  e  fèse  lor  tre  Dio, 

S'arlama  'n  pò  le  braje,  e  con  un  tón  seriós 

A  dis  :  d*  la  mia  giOstisia  osservi  un  colp  fasnós  ! 

1  vad  tratèje  adèss,  com'i  ó  Irata  Un  gigimt. 

Dit  lo,  a  lassa  corre  un  pèt  altitonante 

Ch'a  slrissìa,  e  ch'a  J  presipita  s'ia  testa  com"l  trón;^ 

A  i  fot  giù  da  sul  trono,  e  a  I  ia  reste  d'coiòn. 

I  Mamaluc  alora  resto  smamalùcà; 


DlALBm  PEOntaRTAIfl.  (IlV 

E  quand  un  d^cui  Ire  passa  pr  li  pr  le  contrà, 

A  s'bùto  tuit  a  rie;  e  quand  a  J  son  da  vsin , 

Eco  un  d'cui  prinsij  a  dìo^  eh' a  son  dvintà  ÀrUchin. 

Paits  Secouda. 

A  8'vdd  na  gran  centra  eoo  d'portj  fin  al  fónd , 
Da  cant  tempio  d* Minerva;  a  1  va  su  e  giù  d'gran  taiònd. 
A  sMéz  tacà  ai  pilàstr  un  scrii  an  italiàn: 
ji  i  vèn  pr  tuit  la  soa^  s*l*è  nén  ancoi,  domàn  (i). 
La  vólp  a  perd  '1  pèil,  ma  perde  M  vissi?  Oibò! 
Tut  àitr  sana  confue;  ma  l'Artabàn,  sor  no: 
Cbiài  eh' a  l'à  1  dné,  s^n^an  fot;  pi  fler  eh' un  aso,  un  alut> 
A  marcia,  eh' la  camisa  a  J  teca  goanca  M  c5l; 
£  senliènd  eh'  le  saooeie  a  son  lui  àutr  che  flape , 
A  va,  eh' a  smìa  eh' a  taja  fin  Paria  con  le  ciape. 
Ma  cui  ceri  scrit,  ch^a  s'iéi  tacà  su  pr  1  cantón, 
A  r eccita  an  t'I  public  diverse  rlflesslón. 
Generalmént  a  s'dis:  Jh!  $*ló-U  fù$$a  vera, 
MiracOj  ma  quaicdàn  eh' a  van  eom  aria  fiera 
Miurànd  con  imolema  da  cap  a  pè  ia  gèntj 
Miracos  tanti  làder  eh' a  vÌ9o  impùneméntj 

TanU  G,,J  ma  cuu  valor  a  l'è  bel  e  foiu; 
L'è  morta  la  gi&stUsiaj  e  chi  l'à  a9Uj  l'à  avìL 
Sentiènd  tante  bestémie  eb'a  s'dis  pr  la  sita. 
Un  òm  sessagenari  con  dui  gran  slgn  eresia , 
No  nOj  eh' a  l'è  nén  morta,  a  dis,  l'è  un'ereiia^ 
Poi  nén  muri  guittitsia;  quàie  vota  a  l'è  'ndurmia; 

Ma  l'è  tant  jn  teribilj  quant  pi  a  l'è  tarda;  e  a  b'  tróoa 

D'  vote  mane  eh' un  j  pensa;  i  n'a  pedri  la  prwa. 

A  J  passa  li  ant  col  mentre,  con  n'aria  da  scopass, 

Fier  Artabàn,  pretènd  eh' a  J  cedo  tuli  '1  pass. 

Cui  vèl  a  j  pensa  gnanca;  chiàl  d'  sót  a  J  dà  ^n  batóo; 

Antera  M  vèi  a  s'  vira,  e  con  un  bon  bastón 

Sii  cute  ex-regie  spale,  invidia  di  purtSr, 

A  j  mola  na  quatrena  d'  sarache  propri  d'  c5r. 

Chiàl  a  s'ia  sua  tute;  vorèislo  dèine  ancora! 

Una,  eh'  Tè  una,  a  s'  pdl  disse,  eh' a  va  nén  an  malora. 

A  s'  forma  ant  un  moment  d'aniòrn  una  corona 

D'I  pòpolo  sovràn,  ch^  lo  guarda  e  lo  cujona. 

Cust-si  sarìa  "1  moment  de  vedde  a  l'evldensa 

Ch'i  avi  l'amor  d'I  pòpol,  la  stima  e  eonUdensa! 

)  Tìtolo  d'una  Comodia  èbt  li  nppMMDlata  ia  quali' isttuo  giorno. 


916  PkKtE  TMIA 

Ma  a  son  tante  biwìe;  la  cosa  a  rè  contraria; 

Di  vostri  amìs  a  l'è  l'armada  imaginaria; 

Dùrvì  ^o  pò  i  òi  na  vola,  guardò:  d'i  vòaier  mal 

Tijit  rio ,  e  crìo  :  Rèplica  a  richiesta  ùnivenàl. 

Tra  le  risade,  i  rèplica,  e  'i  son  d'  le  bastona 

A  s'  sent  lonlàn  dui  ìsole  'I  tapage  ant  la  conlrà. 

Filosofia,  ch'a  s'  trova  da  lì  quatr  pass  lonlàn, 

A  cà  d'  Minerva,  a  ciama:  Cà'  diavo  èlo  ch*a  fan? 

E  intani,  cum*a  Tè  fórnoa,  curiosa,  mtnco  mali 

cor,  pr  andè  dunna  a  vedde...  ma  quasi  cb*a  j  vèn  mal. 

Quand  a  seni  eh'  un  filòsof  d'  la  posta  d'Artabào 

A  l'è  stali  soli'  ai  porlj  russa  giàsl  com^un  cao. 

Filosofia  esclama,  gridànd  àula  vendetta: 

S'a  s'  na  dà  nén  n^eientpi,  pericola  la  setta. 

Sii  fève  ancuMj  o  doltj  fiiòsofj  eiarlatànj 

k^'nij  mendiche  le  spale  contùse  d'Artabàn! 

Ila  luti  cui  padroni,  sludlànd  1  vers  d^  Catón, 

Scapànd  1  armór,  s'  la  sbrigo  dare  d'I  prim  canlòn. 

Poltrónj  alora  esclama  Filosofia  sdegnosa , 

Fora  poi  àitri  dtmcQj  o  gioventù  studiosa^ 

Voi  àilTj  ch*ùn  di  prùn  Urs  sé  face  tant  onór, 

I  vendicri  voi  àitri  l'insùlt  d'un  professor» 

Respónd  un  d'^ui  bardassa,  eh' a  l'è  pi  ch'i  altri  ardi; 

Noi  àitri  i  s*  senUtio  d'  fé  lo  eh*  s'è  fosse  un  di; 

Ma  adèss,  con  vostra  vèniaj  stira  Filosofia^ 

Sùffri  ch'i  9*  dio,  eh'  la  causa  l'è  pa  pi  nén  paria. 

Jnlora  ant  'l  licèo  vurio  fé  'n  urs  baie; 

S'I  bai  l'è  jtfto  ot  porfj,  N  nén  di  nostri  affé. 

Piena  d'  dispèl  e  d'  rabbia,  Filosofia,  e  d'  sagrìn, 

A  s'  mord  I  pùgn,  e  smania,  a  s'  scarpenta  1  crìa. 

Vedènd  na  tal  catàstrofe,  pia  data  compassiòn, 

Sorl  da  'na  spessleria  filòsof  Eplplòn. 

A  j  vèn  aprèss  so  pare  con  un  sanin  d'  cordiài; 

Filosofia  lo  ciùccia,  a  J  passa  'n  poc  so  mai. 

Anlora  cui  filòsof.  Mia  ca^a,  a^èi  passiensa, 

A  J  dls,  noi  cA'  i  v'  parlónm,  par  tóma  pr  esperietua. 

Cui  tal  eh' a  smia9a  tìti  vèi,  eh'  l'à.dàit  te  bastona. 

L'è  la  Giustissia  sUssa,  l'è  na  divinità. 

Cui  so  boston  l'è  un  Ègida  ek'a  fa  reste  impietri  ; 

Me  pare  a  lo  poi  divlo,  i  v'  lo  póss  dir  mi. 

Lasse  donca  ch'a  fassa  Giustissia  tiitt  so  eurs, 

A  9oi  cosa  v'ampòrllOj.ch'a  galHuùzo  un  ursf 

Filosofia  convinta  a  lassa  andè  Pimpègn, 

E  pensa  d'  riservèse  pr  quàic  sogèl  pi  dègn. 


Duum  PFonoiT-^M  (119 

An  mpz  air  rKide  da  Tira  Mtfforìi, 

Ciapa  Arlabàn  la  porla.  <»  va  plorami  a  cà, 

A  fèsv  bas^in^  dop  cula  Itera  oiiiil^n , 

eh* a  rè  lo  ch*j  andarla  pr  f^lo  re  da  bòn. 

i  spetatór  a  venero  la  Providensa  eterna  « 

eh' a  cui  eh*  son  degn  d*  la  pena  a  lemp  e  lo  ]  la  gui^rna. 

Giùstìssla  cambia  d^  forma,  mostrànd  %ò  ver  a^pèl, 

Fasènd  silenAlo  a  futi,  proclama  ^'i  deerèt. 

DlCRÉT 

Considerànd,  eh' a  m'ordina  auvcnl,  pr  d'  On  prof/iiMl, 
La  savia  Provlden^  d*  acomparì  dal  mAnd , 
Quantùnque  lò-lì  a  sìa  pr  vedde  solaroént 
«  Fin  dova  a  polo  glunze  I  vissi  d*  seria  gèni, 
Ch'ufi  J  tassa  a  t>ella  posta  ampi  la  sfla  m'sfira; 
Ctk*  a  i  paga  d'  vole  tard ,  ma  a  I  paga  con  tiaijrtt  ; 
eh' a  s'  vod  an  conseguensa  le  birlN*  a  trionfa, 
Quantùnque  i  so  trìónf  a  posso  n/*n  dùn*. 
Con  lùt  lo  a  m'  capàsila,  ch'I  t>on  ch'a  s'  trdvo  opriws, 
Cootra  d'I  del  a  mormoro  come  an  e&pMa  ad^sa; 
Che  bin  eh"*  d'àitri  esempi  eh'  già  Tan  pa^à  s'io  dasse 
Sì  pochi  pass  Ionia  n.  a  s'son  nén  eniendft«»se 
Cui  serti  làder  public,  cui  scrii  fcpirit  fort, 
eh'  a  j  dev  loch^je  a  tùli  sicùr  la  «tessa  s/irt  ; 
Ch*  ansi  a  fjn  pei  ancora,  e  ebc  pùbllcam^ 
Indulto  n<^n  ma  ch'i  ómiiii,  ma  Dio  TonnffMili'nt; 
CoDsid^ràod  r-b'a  importa,  a' a  *'  poi,  4'  prif«ni  I  delill, 
Dag  órdiri,  e  i  dcerelo.  rh'a  veoaa  sùl#jt  aeriti 
El  fatto  iTffmr'ran'So,  la  «ergogM^a  Ì»l«rfa 
Cfa'  j'è  fup\ù  a  Arflabaa.  pr  rhkiìu  pi  mn^Utrkt; 
Cb'a  Ma  v-rjll  an  M  lisigu*',  lara  «^  lijli  J  t^miimf 
Cb'a  deia  fiubUHftt-b  pr  lùt  M  WM»4  M  lr(ris; 
Cb'a  tùie  u'jy  le  0ùi«r  *  «a  4csa  4«Stte  parl^ 
CL'a  Mo  M^lurma  <lou  ^xiUt  U-  MmM5«,  e  iHiéf  ì  ngi'^ 
CL'aii  Ot»>s: .  tri  kùI  vul^t^  a  s'  dna  p^iAfi^*^W* 
Dai  biri'-kiJii  «'La  ia^  ^trMt  yr  Ut  trmàjrn  «aiiii'M'^ 
Ff  r»-b<ll(;  nuflifr  pi  piiri'tir.  ^r  |ir  «if'  usta  yt^éfnmt^ 
A  UwAit  alleata!  ai  iMwU^i  i  Hbsl  <l1a  ffH^ri^U^Mf. 
J  ^'!  :  VA.'  h  <l<n^  iiiJlUil  ì'viwt  «  iriUiHiai 

Lbiir*>HkiiJ>rti'  pni  i  ur^iuc  a  1-Uti  «mi  «rir  a  t'  mi 
Hi)  |:iuriii*ii<   U  <:iiiiaa  ^  ■  biMiiuua  AKubMi,. 
Mi  4.  p^fbt    4ii  |;iu€li<:«iiHl  «.^i  «l  pi  i^rMi  rig^ 
Ci   f  i<  vfl^.  u  mtif  pr  t  iiiiri,  a  pui  4&<;v  ^«n  p<  mjt 


6i8  PAATB  TnZA 

Anfm  i  dag  licensa  a  tùli  i  Magistràt 

S'a  volo»  d^  benedije;  ma  i  voi  cb'a  dveota  malt 

Tur  òm  eh' a  J  vena  an  testa,  cbionque  mal  sarà, 

D^  levèje  da  sle  spale  na  sola  bastoni. 

Comando  flnalmént,  ch'a  s'  deva  ant  cust  pilàstr 

Siìbit  mure  na  làpide  d'  granii  o  d'alabàstr, 

An  su  la  qual  a  s^  léza  a  litre  cQbltàl: 

Spere  ant  la  Providensa^o  voij  ch*i  u  'ni  i  guài; 

GiiìtlUsia  a  l'è  nén  morta;  mane  eh' un  j  penta,  a  t*  trova. 

1  voitr  triónfj  o  birbe j  »on  curt,  n'avi  la  prova; 

A  i  vèn  la  ióa  pr  tutij  »'  l'è  nén  ancóij  domàn. 

jincoi  a  l'è  arripàje  la  sòa  pr  Jrtabàn. 

Tacà  ai  orie  taechhe,  o  telerà  impostar  : 

A  I  ytn  pa  tùit  là  sóà:  Vient  pour  chacun  son  Toua! 

Fra  i  molti  compoDimenti  poètici  di  questo  autore  emèrsero 
specialmente  le  sue  Fàvole  Morali j  che  public^  in  due  fascìcoli, 
e  che  non  possiamo  abbastanza  commendare^  cosi  peri* origi- 
nalità del  concetto,  come  per  la  morale,  per  lo  spirilo  e  per 
l'eleganza  e  spontaneità  dell' esposiziope.  Eccone  un  Saggio: 

FÀULA. 

U  Intendènte  "l  Pui  {{). 

Yers  Pan  dia  créassiòn  mila  e  ircènt. 

Cioè  dnans  di  dilùvi,  1  animai 

L'avio  la  parola  e  ^i  sentimént. 
Ansi  ]  è  cbi  pretènd,  ch'ai  Paragnài, 

Ant  M  Hississipì,  ancora  adèss 

Le  bestie  e  I  abitànt  a  parlo  ugual. 
Coei  svia  cui  clima  a  r  è  permèss 

Ai  givo,  ai  prpojìn,  al  can,  al  gatt 

D^  risponde  biff  e  baff  al  re  istèss. 
E  nU  an  r  un  manuserìt  riislà  dai  ratt, 

I  rài  truvà  na  nià  d'  sii  racònt; 

Cb'a  son  luti  data  dal  seni  e  quali. 
Fra  I  altri  a  j  n'era  un  lèpid  pr  V  apóni 

Tra  un  Pui  e  n' Intendènte  ch'era  Coroésa 

D'  Serse,  M  qual  regnava  s^  l'Elespònt. 
Sto-si  l'era  iin  facbin  coslriil  esprèss 

Pr  slè  con  la  canaja  sui  cantón 

A  ramasse  I  stivai ,  vende  se  stess. 

(1)  Il  pidocchio. 


DiALim  KonoprTAFii.  619 

Ma  pur  la  bonna  grassia  d*  so  patron 

L'à  fóne  un  IntendènC  li  su  dui  pè. 

Con  spji^  pruca  e  visti  caria  d'  galón. 
Sensa  conosse  P  ombra  d'  so  meslé, 

Savènd  apenna  scrive  e  (e  so  nom, 

L^è  stàit  an  do  'd  ire  di  brav  flnansié. 
Scortiava  tant  1  rie,  cobi  1  povr*  òm; 

Creava  ogni  sCaglón  di  novi  tass; 

Tralava  col  pais . . .  nos-Sgnàr  sa  coni! 
Vistièndse  un  dì,  s^è  vist  core  su  un  brass 

Vn  pui:  mei  an  rlànd  :  E  ti  birbànl, 

A  J  dis ,  nu  file  galàn  V  na  vqm  a  »pai$T 
E  ercdstù  fon  ch'i  tia  un  mendicànij 

Un  gój  un  òm  d'ia  plebe j  un  diigraaià. 

Un  ttianco'fanga^  un  pò  ver  ^  un  far  fini? 
A  l'è  cula  geni  U  ^  eh'  fon  condona 

A  ètte  ràiià  Hp  dai  verm^  dai  pui. 

Ma  nén  un  àm  eh'a  l'à  l'or  a  paia.  — 
Che  gran  ditlansa  J  èlo  poi  tra  nui? 

L'àutr  a  ]  rispónd  ;  tarìve  forti  nén 

Ch'i  urna  l'ittétt  impHg,  e  mi,  e  vuit 
La  diferenta  a  l'è  ira  'l  pi  e  'l  men, 

D'I  resi  nui  i  pipuma  e  l'ùn  e  l'àui 

D'I  tang  d'  la  potrà  gèni  e  d'I  tò  ben. 
E  com  ani  la  natura  un  mangia  l'àuij 

L'aràgn  mangia  la  motca,  e  pò  l  tlrunil 

Ciapo  l'aràgn,  e  p6  'l  farchèt  pi  àui 
Grimpa,  quand  a  j  arripa,  I  àilri  otèi. 

Fin  toni  ch'I  ttrùtt,  o  l'aquila,  o  U  milàn 

Divoro  pò  'l  farchèt  da  bon  fratei; 
Coti  l'è  pi  che  giùtt,  che  un  pui  pianrpian 

A  runa  pr  driti  public  n'intendèni 

'L  qual  l^  già  rutià  'l  gèner  umàn. 
Oltre  d'  ió-tì,  nui  dui  tuma  parèni, 

E  mij  t'i  l'ai  da  dm  la  Prità, 

I  ton  vottra  progenie  an  dittendènt. 
Aii  ton  nàii  da  na  lendna  ma  eh'  jér  d'  là. 

La  quai  a  l'è  poi  fia  d'  cute  tai. 

Ch'i  avie  ani  i  eavéi  qumdet  iH  fa. 
I>it-1ò^  ^1  poi  vola  %ia,  e  l'ioC  sonai 

A  resta  futi  broda  con  tanto  d'  nas, 

Sentiènd  cb^l  puf  e  chièl  a  Pero  dguài, 
e:  fait  d'  ristesM  pasta,  e  d'  r  ist^s  vas. 


Odo  PAR»  TERll 

Pelisston  d' i  Can 
all'  Ecccienm  Minì$tr  d*  la  Potus, 

Ecceiensa,  ilùslrìssim  sitadìo. 
Cosa  i  àne  mai  AJe  i  povri  cau 
D'I  circondari  e  d'  ia  sita  d'  Turìn, 
Ch'a  '1  i  voi  luti  mori  d'anco  a  domào, 
Dlil  pi  gross  Cors  fio  ai  pi  pcil  Dogbìn, 
Sensa  gnaoca  buie  un  ComUUrànj 
eli'  i'è  pr  cusl,  0  pr  cui  àul  delìl, 
Cb^a  n^  condana  a  ia  mori,  e  a  n*i  proscrit? 

An  conclusión*  i  suma  luti  ugual; 
La  iege  a  l'è  pr  tull^  o  lùralmànc, 
8' al  rè  nén,  a  dovrìa  esse  parai. 
L^àn  dìio  i  clarlalàn  fina  sui  banc, 
Ch^a  fé  giuslissia  giusla,  mai  e  pòi  mai, 
(Sciisème  s'i  parluma  un  po'  trop  frane), 
Tanl  ani  '1  Criminal,  ch'ani  '1  Civil, 
A  s'  dev  condanè  gnùn  sensa  senili. 

Ch'a  sospenda  un  moménl  dunque,  Ecceiensii, 
E  eh'  a  n^  lassa  parie  prima,  e  ch^a  n'  senta, 
D'nans  fé  esegui  cula  fatai  sentensa! 
Ch'a  lésa.i  nost  papé^  e  ch'a  s'  conten 
D'esaminéje  bin,  e  poi  ch^a  pensa, 
SM  ama  tori,  o  rasòn  clàlra  e  patenta; 
E  s^a  i^è  pén,  parland  con  poc  rispét, 
Na  vera  porcaria  cui  so  Decrèt. 

Tui  nostr  delii,  da  lo  ch'i  uma  sentì, 
A  consisi  poi,  ch'ikn  d'  sii  di  passa 

•  • 

Un  can  a  rà  mordù,  andasànd  pr  lì. 
Un  gai,  ch'a  svolastrava  ani  na  contrà. 
Cusl  gal  becco-fotù,  per  nén  dì  d'  pi^ 
S'è  bùlàse  a  criè  eh'  l'era  anrabià. 
Chièi  a  drillùra,  prché  a  Pera  un  gal, 
A  voi  fé  ij0  cagnisidi  uni  versai? 
Già  ch'a  ré  vera,  i  io  negóma  pa, 
(Ch'a  n'  casca  'I  nas  s'I  dióma  la  busia) 
Ch'i  suma  dai  pi  al  mane  tuli  anrabià; 
Ma  a  rè  nen  nastra  rabia  idrofobiaj 
Nostra  rabia,  pr  dila  com'a  va, 
A  l'è  un  mal  nòv,  cb*a  s'dls  Gallofoina, 
Protlól  da  l'odio  ch'i  uma  conlra  i  Gai» 
Autor  d'  nostre  miserie  e  d'  nostri  guài. 


DlALITn  rCOCMOMTAM.  (Ili 

A  dev  savèi  ch'i  gai  ani  no^t  pai» 

Son  sempre  stàit  d'osci  d'  cativ  aOgurl  ; 

Ch'  a  son  coosiderii  cuoi  d'  Iniin» 

Ani  la  Sila,  ao  campagna,  ani  i  lugììrl; 

Guài  dov^a  ficco  1  b^,  magara  ami». 

A  ràn  pi  gnùn  riguird,  a  son  d^  dliìrl; 

A  s'  pòi  pi  non  regnq  ne  dì,  ne  nolt. 

Fin  cb'un  j  torsa  'i  còl,  e  eli' a  sin  coit. 
Pr  podèje  In  tré  ani  cn,  sii  bosaròn 

Dan  da  intendo  cb'a  veno  pr  guarnè, 

Ch'a  saràn  vigllànt,  e  ch'i  padròn 

A  poi  dùrmì  Iranquìl,  e  fé  i  so  affò; 

Ma  guài  s'a  j  cred,  e  guài  s'a  fa  M  cojAn; 

Ch'a  s'andrdma  un  moménti  cn^ll  sparve 

A  J  snuto  ai  còl  coi  bèc»  e  a  J  gavu  1  cil 

Sensa  misericordia  al  |mrc,  e  al  floi. 
E  poi  aprèss  a  s^  buCo  a  sganassiV, 

Cum  s'a  TavèiSiO  fall  quàic  cosa  d'  In:I. 

Di  un  pò  cb'ùn  a  s'  voriiss  mi  eh'  Inmenlt»? 

Aniora  sì  cb^a  fan  un  bel  cladrl  ! 

Aniora  a  s'  parla  subii  d* amasse, 

E  pr  (orméni  maggior  e  pi  erudii , 

Pretendo,  eb'a  J  dio  ancor,  Oin  oblila! 

D'avèive  gavà  I  di,  e  assassina. 
^oi  iiitri  ch'i  l'aTÓma  pr  natura 

Listini  d'esse  fedél  a  ehi  n'  dà  d'  pan, 

1  lassuma,  Eceeiensa,  cb'a  a'  Agora, 

S'i  podoma  soffrì,  bln  cb'i  sic  d'  ra», 

'Jl  ingiùslissia  tasi  oélni  e  tanto  dura , 

Da  d'  tutù  gai,  ch'a  veno  da  loatàii 

Mairi,  spliifri  e  tùit  pién  d'  prpvin. 

Pr  voi  a  rotié,  e  comandi»  a  Tirinf 
i  dirama  nén  à«t ,  eh'  sii  balót^ , 

Daif  d'atréie  mangia  el  b«ii  e  'I  m0% , 

Dop  A'9i%ijt  robe»,  ma  gin  a  l'ingràa* . 

Inlrt  le  provisimi  e  't  ffmdo  vài , 

A  prteadi)  pr  Inv  in  enl  ifBatr'  mm 

ìp^rsktm ,  dsp«>lpà,  <'b'  a  saaM  A*  ravUf . 

E  «rh^  a  son  sempre  «fàit ,  cum  a  sarà;) 

Fin  ^b'  m«MUÌ  a  sarà  mmul.  rote  é'ì  ^an  ' 
.^n  fiÀfi  mnfént  d'av^éius  pia  1»  piti. 

%Ati^ìtk  )0t  earn.  el  eiir,  I»  frir«wi». 

t^^fMtm  «iiMSeia  *)  song,  r  oi  e  '1  s^rrH; 

IVavfHnff  setampaérà  in  forar  ri'  ea  ;. 


039  PAITI  TBAIA 

U*  avèine  roba  'I  pan,  butà  a  rabè  1 

Pi  d*  lo  ch^a  Cusso  lor  d^nans  d'  voi  an  sa  ; 

Ch^  a  vdlo  sta  gendrfa  malandrina 

Fin  piène  1  oss  pr  fesa  d^  geladina. 

La  passiensa  a  va  bin  Un  a  ^na  mira; 
A  8^  sofr  fin  ch^a  s'  pdl:  ma  al  fin  d'I  fin 
Dis  al  proverbi:  J  $iianca  ehi  trop  Uro, 
I  urna  Alt  nostri  cont,  e  pensa  bin, 
Ch'  pr  muri  a  pcit  fd,  rOsià  da  Pira, 
Pec  ch'I  sèiàv  ant  le  man  dM  Tunisln, 
A  Tera  mèi  virèje  un  poe  i  dent. 
Posto  ch^un  dev  mfirì,  muri  eoniènt. 

Chi  rè  sercène  1  prim,  a  son  stàlt  lor; 
Noi  altri  sensa  lor  stasio  tant  bln  t 
A  pena  a  s^  son  ficàse  st'  impottòr, 
A  n^è  tocàne  d^  fé  la  mala  fin. 
Lor  pretendo  la  vita,  i  dné  e  Ponòr; 
Dunque  a  dije  so  nòm,  son  d'assassìn; 
E  a  mostra  'I  drlt  d*  natura  e  cui  d^  le  gèni , 
S'ùn  a  V  9Ól  morde  U,  U  virie  i  dènL 

Noi  1  oma  dit;  adèss  a  toca  a  voi 
A  decide  la  cosa  imparslalmént, 
A  giudiehè,  chi  abia  rasòn  dM  doi, 

0  i  povri  can,  o  1  gai  Impertiaènt; 
E  s' cula  arsela  chM  avi  f|it  pr  noi 
A  convèn  nén  a  lor  pi  glQstamént  ; 
E  s'  pr  fini  ant^  na  vota  tutl  I  guai , 
S'ria  nén  mèi  tire  n  còl  a  luti  I  gal? 

Ma  noi  altri  I  clamóma  pa  nén  tant , 

1  suma  |rà  dlsorèt  d^  moto  blo; 

Ch'a  clapo  ma  eh' so  cui  con  le  doe  nun, 
Ch^a  vado  al  diavo  lor,  e  1  so  prpoin, 
E  ch'a  i*  fermo  mal  pi  fin  ch'a  saran 
Tant  kwtàn,  eam  adèss  a  n'  son  da  vsia. 
Ma  lo^li  va  fàit  sùbit,  e  I  giuròma, 
Basta  ma  ch'a  s*  na  vado,  I  perdonóma. 
Ma  s^  mal  1  pretendèisso  ancora  d*  stè, 
A  Pavràn  mai  pi  pas  su  nostra  tera; 
S'I  v51e,  I  sé  padron  d'  fène  masse; 
I  mùrlmma,  ma  a  sarà  mal  vera, 
Ch'  1  mdiro  da  poitròn.  Tutt'fia  a  Pè; 
Muriruma  glorlòs,  fasònd  la  guera, 
E  guera  a  mort,  levèvlo  par  d'an  testa, 
Ch'  massrè  ancor  sé  nlmis  l'ultim  ch'a  ]  resta. 


DIALETTI  PBDBHONTANl. 


635 


Su  la  vita  d' Campagna, 

Ode  o' Calvo. 

Com  rè  mai  lèpida, 
L^è  mai  bagiana 
Ci' idea  eh' a  stùssica 
La  rassa  umana, 
Ch'ant  la  metròpoli, 
Dov  le  gèni  vivo, 
Sùssùro  e  bulico 
Parèi  d'i  givo, 
Cula  sia  Punica, 
La  mèi  manera 
D'vive  an  s'ia  tera! 

Prché  chMà  a  s' pràtica 
D'gran  pcrsonagi, 
J'è  d'cà  magniflche 
D'bei  echipagi, 
D*butcghe  splèndide 
D'gran  elegansa, 
D^magìster  d' musica, 
D'i  roètrc  d'dansa, 
L'è  pien  d'orcflci, 
D^  meste  eh'  frastorno 
D'soldà  chMamborno. 

Èia  pur  rùUlma 
Pi  gran  arsursa 
Porte  con  ènfasi 
La  spà  e  la  bursa? 
L'avèi  dMa  sìpria. 
Divisti  ch'a  lùso, 
Tratè  d'bclissimc 
Ch's'ampiaslro  'i  muso  ? 
Vive  da  machina, 
Séiàv  dM  caprissi, 
D'i  pregiudissi? 

Cos  mai  signìficne 
Tante  fandonie, 
Tichette,  règole 
E  sirimònie? 
Tute  eie  visite 
Pr  conveniensa, 
Smorfle  ridicole 
Fàite  an  cadensa? 
Sechèse  a  T Opera, 
A  la  Comcdia 
Muri  dMnèdIa? 


Su  la  i'Ua  d' Sita, 

Ode  d'Prunét. 

Com  rè  bisl>ètica, 
Com  rè  mai  drola 
L'idea  ch'a  domina 
Certi  badola, 
Ch'ani  le  vilòtule, 
Doa  s'fà'na  vita 
Gofa  e  patètica 
Parèi  d'i  armila, 
Là  sol  a  s' vègeta. 
Là  ma  ch'a  s'goda 
Ani  la  mèi  moda! 

Prché  eh'  là  a  s' tràflga 
Con  d' teste  dure, 
S'ved  die  eà  sémplici, 
Gnune  vitùre, 
D'buteghe  topiche, 
Nén  d'simetria. 
Là  J'è  nén  d' musica. 
Né  un  l>al  ch'arvia; 
J'è  nsùn  oréfici, 
Gnun  meste  an  moto. 
Né  d'soldà  ch'lrotot 

Èlo  na  màssima 
Tant  d' ipnportansa 
L'esse  misàntropo 
Sensa  elegansa? 
D' lassò  la  sìpria, 
I  àbil  ch'a  lùso, 
Pr  d' fumne  rustiche 
Cu  verte  d'rùso? 
Vive  da  tàpari 
S^iav  d'un' idea 
Cosi  plebea? 

Sonne  néo  lèpide 
eie  fiere  ùsanse 
D'I  Cinic  Diògene, 
eie  mal  creanse 
D' mai  vede  'n  ànima 
Sensa  interesse? 
Kén  descompònisc , 
Mai  inchinèse, 
Abori  l'Opera, 
Tuli'  i  spctàeut 
Pr  fé  ruràcol? 


G2ft 


PAKTB  TERZA 


Su  la  9iln  d'  Campagna. 

Pur  cusr  imàgine 
Forma  la  sula 
Beatitudine 
eh' a  mov  la  gula 
D*le  gènt  pi  còmode, 
Pi  colte  é  sode, 
Ch'a  mSiro  màrtire 
Scusa  mai  gode 
Né  d' Parla  lìbera, 
Kè  d'ia  verdura^ 
Ne  I  don  d' Natura. 

Cui  di  eh*  a  m' limita 
'L  destin  ancura, 
Pudèissne  gòdmie 
Fin  Piìltlm'nra 
Com  1  desidero 
A  'na  campagna, 
Lesènd  me  Seneca 
Sut  na  castagna, 
Sentlènd  le  lòdole, 
1  ùsèi  chUripudio, 
Mentre  ch'I  studio! 

Che  vita  plàcida, 
Contenta  e  chieta, 
Pr  ròm  eh' a  medita, 
Pr  chi  s'dlleta 
D'i  piasi  sémplici, 
D'na  sort  onesta, 
Cb'vdl  vive,  e  s'evita 
Lo  eh'  lo  molesta  ! 
Che  vita  angelica. 
Che  sort  fiuria 
Per  mi  sarìa! 

Cosi,  m'acàpitlo. 
Ch'i  voi  nén  léze? 
Ciapo  na  górbina, 
Vad  pr  ce  rese, 
Vad  serché  d'àmpule, 
D'nespo,  d'griole; 
Smenno  d-tarlirule, 
Pianto  d' carote; 
I  ento  d'ie  mandole, 
Vad  pué  la  vigna: 
E  chi  s^rt^ambrignaT 


Su  la  vita  il'  Sila. 

Pur  J'  è  chi  s'augura 

D'vive  sta  vita; 

S' trova  chi  specula 

D*  moire  1  rapita; 

J'  é  d'gent  ricbìssime, 

D' persone  dote, 

Ch'van  a  nascóndise 

Coro' le  marrootc; 

eh' san  gnanc  pi  l'època 

0  'I  di  ch'a  vivo. 

Né  i  cas  ch'arivo. 
Fin  eh'  1  0  sta  fisica 

Povra  esistensa, 

MI  m' la  voi  gòdemla 

Con  dlllgensa, 

Com'  i  la  giudico 

'Nt  le  Sila  Industri, 

Lesèndme  I  òpere 

D'i  autor  illustri, 

Scutànd  le  dispute 

D'i  dot  eh' a  sèiàiro 

Fin  tant  ch'i  pàiro. 
Che  vita  angelica 

Contenta  e  vaga 

Pr  Tom  eh' a  s'applica, 

Pr  cui  eh' a  Indaga 

Le  sode  pràtiche 

Dia  gent  attiva, 

Ch'v51  gode,  e  medila 

8' lo  ch'io  ravvivai 

Pr  mi  delìbero 

So  le  attratlve 

De  sto  bel  vive! 
SMa  meni  s'intorbida, 

Ch'el  studi  m' secca, 

J'è  'n  truc  eh' a  m'incita, 

Dovrò  la  stecca; 

Bagàt  a  m'stusslca 

N'àutra  partìa; 

Vad  a  'na  mùsica, 

Trov  d' Com  pania. 

Pr  ùltlm' anàlisi 

J'è  'na  pitura, 

S' ved  na  scultura. 


DIALETTI   PEOEìiO?ITA^I. 


63» 


sa  la  viia  A*  Campagna. 

Se  ló-li  a  m^nàusea^ 
Che  r estro  a  m' passa, 
Uè  can  a  m* seguita. 
Sorto  a  la  cassa; 
Vad  pr  le  gèrbole, 
SiiiciàDd  le  tanoe, 

0  cb'l  m'industrio 
Pr  cfapè  d'ranne; 
Tendo  d' le  tripole^ 
D'i  lass,  d'I  arsie; 
Lo- lì  m'fa  rie. 

Opure  i  m'òcùpo 
Crasiànd  le  rasse; 
Fass  rantè  d^  passare. 
Parie  d*ajasse; 

1  arlevo  e  propago 
Diverse  bestie, 
D'colómb,  e  d' tórtore, 
D^ànie  domèslie, 

D*le  crave  d* Angola, 
D'galine  iodlamie. 
D'oche  maniuanne. 

I  erbe  specifiche 
Pr.cul  ch^a  s'Iajo, 
Col  chTin  la  còlica 
La  frev  cb*i  tnajo; 
Pr  cui  dMe  scròfole. 
Cui  ch^son  bràsàse; 
Le  funne  istèriche, 
Pr  le  scarvasse, 
Vr  fé  d'I  bàlsamo: 
MI  ste  erbe  I  cojo 
Quand'i  m*anJi)|o. 

Se  'I  lerap  s'intorbida, 
Ch'a  s^bùta  a  pi5%'e. 
Trovo  an  mecànica 
D'i  arsurse  Do%'e. 
U'angigno,  i  falirlco 
D'i  atràss  d" campagna, 
Mila  giorgiàtole, 
D'gabión  d' cavagna, 
Tumisso  d^sòtolc, 
Fass  d*  le  ghingaje 
Pr  le  varaje. 


Su  la  Pila  d'  Siià. 

S'i  ó  d'àut  ch*a  m'bóttlca. 

Cambi  de  scorta; 

Sere  l'aria  libera, 

Vo  fora  d'aporia 

I  0  'n  boé  cb'a  scàglia 

D^  mille  manere, 

Fa  'i  bagn,  s'anriscuia. 

Pòi  gava  d'opere, 

ChièI  ear  e  s* ànima, 

Taca  na  rusa; 

Lo-lì  m' amusa. 
O  chM  m' aprissimo 

D'i  avìs  cb'a  astaco; 

I  entro  a  l'esamina, 

E  fra  i  mlraco 

Vedo  d' fenòmeni 

D'varla  natfira. 

D'osé!,  d' quadrupedi 

D'ogni  figura; 

Osservo  d' machine 

Suèns  ingegnose, 

D' forse  cùriuse. 
Oltre  la  serie 

D'Ie  cose  scarse, 

SMe  piante  m'òcùpo, 

I  0  d'bele  arsorse; 

Là  ant  le  liotàniebe 
Viaggio  a  la  China 
Tra  i  erbe  celebri 
D'ia  medlsloa; 
Conòss  r  orìgine 
D'Ie  spesie  fine 
D' nostre  cosine. 
Se  'I  temp  s^aooivola, 
S'a  vèn  goastèae, 
J'è  pò  an  mecànica 
Dcò  d'amosàic 
Ant  le  metròpoli 
Con  avantage, 
Tratàod  i  artélici 
Cb'a  ràn  d'usage, 
Trovànd  a  l'impeto 
'Nt  una  ocorcoan  * 
I  ordégn  d'orfeosa. 


63« 


PARTE  TEEZA 


Su  la  vita  d'  Campagna. 

Ma  quand  t'apròasima 
La  slagión  bela, 
Quaod  la  canìcola 
C5s  la  servela, 
Opùre  a  Tèpoca 
eh' a  8*  fa  M  vendummie, 
Cantind  an  mùsica, 
Ciapànd  d'Ie  sùminio 
Con  la  cooibrìcola 
DMa  gènidMa  sapa. 
L'è  un  stè  da  papat 

Tuli  alegròeiUr 
Con  ràa  butèlia, 
Desliànd  la  cànova, 
Sfujànd  la  mèlla. 
Con  nostra  (àvola 
Sul  na  nuscra. 
Le  fumne  e  I  omini 
Seta  pr  tera, 
Contànd  d' le  f ròtole , 
Mangiànd  d'salada, 
S'fa  la  balada. 

Li  poi  se  a  s' capila  « 
D'aprèss  d'Ia  slna, 
Qualcun  eh' a  bostlca 
'N  violili,  na  crina, 
An  mecdMa  ciàliea 
Con  eie  matote 
Leste  com  d'róndole, 
eh' fan  vlrè  1  cote. 
L'è  propi  un  gòdise 
Balene  fin  pàira 
Li,  bele,  ant  Taira! 

Mssun  sMmàgina, 
Gnun  poi  descrive 
Quant  mai  a  giiibila 
L'òm  eh' a  sa  vive 
An  solitùdine 
Su  na  briccola 
Con  la  gèni  rùstica, 
Con  di  badóla, 
eh' a  studia  e  8*òcapa 
D'Io  ch'a  J  pòi  rende 
SeiisA  dipende! 


Su  fo  vita  d' Si 

Quand  a  predomina 
'L  sol  su  la  tera, 
Ch'el  càud  Incòmoda 
Nostr'emisfera, 
Al  frese  d'ie  pùbllche 
Ombre  d' verdura, 
Ligà  con  d'esseri 
Ch'a  ràn  d' coltura, 
S'fa  d'Ie  magnifiche 
Bele  partie, 
Ch'a  invito  a  rie. 

Tùli  d'un' ìndole 
Pr  divaghèse, 
S'propòn  le  trifale; 
S'van  a  maogèse. 
Con  d'ie  belissime 
Ch'abrevlo  Pure, 
D'autre  ch'a  s' modero 
Pr  fèse  cure; 
Svoidànd  poi  Tàmole, 
S' parla  an  poesia, 
S'god  P allegrìa. 

S'Ie  sere  antislpo, 
Ch'a  J  sia  chi  baia, 
Ma  ch'*con  Cui  òrgano 
Pr  li  ^nt  quàic  sala, 
S'ved  giàdMemótrìe 
Ch'a  'nparadlsOy 
Sautànd  an  règola 
Mentre  ch'a  friso, 
Ch'amùso  1  omini, 
Serco  d' piaste 
Con  d'Ie  folle. 

Chi  mai  determina. 
Chi  poi  descrive 
L'aura  benèfica 
D'Pom  ch'a  sa  vive 
La  vita  enèrgica 
D'i  lògnotàbil, 
Con  d' leste  d'ordine, 
D'sogèt  tratàhil, 
Ch'a  •'bùia  an  càrlga, 
Fa  so  Interesse 
Sensa  abassèaae! 


DIALETTI  KDBHO.^A?ll. 


««7 


SA  la  I/ila  d*  Campagna. 

Lass&nd  le  màssime 
IVie  Sila  grande, 
Cbièl  va  con  d'sòcolc, 
Sdrt  an  mudande; 
Mai  nén  T  intórbida 
Gnuii  Comissarl, 
Gnùn  Rompa-scàtole, 
Gnun  ftùr  Vicari, 
Gnun  d' la  Statìstica, 
Gnun  d'cui  d'Ie  buie 
I  secco  I'  minte. 

Cosi  chièi  evita 
D' senti  M  ciapettc 
DMe  gèni  polìtiche, 
D'cul  d'ie  gaiette; 
Ved  gnun  Ipòcrita 
Da  dui  cara  ter, 
Gnun  d'cul  tal  èsferi 
Cb'a  mastio  d^ Pater, 
Ch^a  dovrò  d'sìllalie 
Sucrà,  turnìe. 
Poi  son  d"  arpie. 

Tranquil  ani  T  ànima 
Chièi  va  cugièse; 
S'arvùita  e  sgambila. 
Pòi  toma  a  ''Ivèse; 
Mangia  dui  sèlerl 
Con  quale  faccnda. 
Poi  diana  e  rèplica 
7S  l>ocón  d'marenda; 
£  lutànt  a  vègeta, 
S*iia  fa  una  vita 
Da  bon  armita. 

O  voi,  ch'i  strèpitc 
Pr  truvè  d' glòria: 
Voj-àìt,  cb'i  v'iàmbicbe 
iy\i\'e  ant  l'istòria; 
£  voi,  ch'i  gludicbe 
Cfa'le  sita  a  ùo 
t'n  ver  emporeo. 
'L  pais  d'idìo. 
Si,  voi  rispóudime, 
6* rè  Ileo  mèi  vive 
Cow'l  rai  dive? 


SA  Im  vila  d'  Sila. 

Ussànd  eh'  1  aàtrapl 
Trascuro  Tmode, 
Chièi  vest  con  ènfasi, 
Procìjra  d*gode; 
Mal  niente  Pallerà. 
Gnfin  Comissarl, 
Gniìn  d'Ia  Statistica, 
Gnun  aiìr  Vicari; 
DòsII  al  còdice, 
Pagànd  soa  taja. 
Pi  gn&n  lo  tnaja. 

So  'I  cas  J  acàpita 
Ch'a  J  riva  d' sente 
Su  la  politica 
D'gare  insolente, 
S'a  ved  d'Ie  màmole 
Rampe  con  d' vissi , 
D'pèrfld  Ipòcrita 
Pien  d'artitasl, 
Chièl  a  •'dfsaimiila. 
Gassa  8t«  pliasa 
Pr  divertisse. 

Contèni  ch'i  glùbK» 
Cbièl  va  arposèse; 
Drdm  In  Apòlllne, 
Stenta  de^vièse; 
Clama  quale  bòstlca 
S'I'aptit  lo  tcnU; 
Pdi  mangia  a  tàvola 
Lo  eh' a  s'inventa; 
Pratàflt  a  pròapera , 
Viv  eoa  cui  brio 
Cb'i  setti  comìo. 

Voiaitcb'llibrkbe 
V<ist  Ili  'Mi  oa  buia, 
M  àitcb'i  v'òcupe 
IMf  sta  C4»aduta, 
Voi  àitcbM  v'rèk^bi 
'M  iioa  caiupagua, 
Cb'i  fk  d'I  auUpodi 
'K  pais  d'efitiagiia, 
Adès6  difèndi  ve; 
ruo,  di  cbM  atteiÉ! 
bie  d4rtitrè  riMie. 


À 


628  PARTI  TERZA 

1810.  Per  non  defraudare  il  lettore  d'un  Saggio  delle  gra- 
ziose poesìe  del  teòlogo  Casalis,  soggiungiamo  una  delle  sue 
fàvole  inorali  sul  noto  proverbio:  Un  buon  consiglio  vale  uno 

Stato. 

I  Rat  an  conséi. 

Una  fantióna  d'  rul  domicilia 

Già  da  lunghissim  temp  ani  un  grane 

Vlvio  da  sgnór,  e  an  piena  libertà. 
Lì  dop  la  colassión  J  vnio  M  disnè  ; 

E  fàil  fin  toc  d'  marenda,  alòn,  s'  fasìa 

Doì  sàut  pr  pie  d'aptìl,  e  pòi  sinè. 
E  tul  80-sì  d'  bonìssima  armonìa , 

E  sen(>a  pur,  ch'i  gal  e  1  so  padrón 

Smiava  ogn'  dì  cb'a  piéisso  d'andurmìa. 
Ma  com'a  st'  mond  sagrìn,  consolasslón, 

Richesse,  povertà,  tùt  i'à  so  fin, 

L*è  dcò  vnuje  pr  lor  so  tour  d'  ttàton. 
Venta  eh' un  gat  d'un  manoàl  lì  vsìn. 

Pi  maire  d'un  merlùss,  sensa  licensa 

A  m'  fica  'nt  col  grane  i  so  barblsin; 
E  vist  eia  talunghera  d'  rat  Immensa, 

Imaglnómse  se  con  tant  aptit 

Podia  esse  capace  d'astinensa! 

S'J  avsina  ai  prim  ch'incontra,  e  a  tira  drit, 
E  pia,  croca,  anfornà  l'è  un  punt  istèss; 
J'è  gnjjne  distinsìón  ne  d'gross,  né  d'  pcit. 

Bin  fortiìnà  tùit  1  altri  eh' a  j  rièss 

De  mnè  le  gambe,  e  d'  fòsla!  Ma  tut-ùn 

8'  trovrìo  ant  cui  tafùs  forse  '1  dì  aprèss. 
Dunque  che  parti  pie?  Bsogna  eh'  qualcun 

Propona,  com  podrio  'nt  eia  clrcostansa 

Garantise  da  si*  gali  fier,  importun. 
D*  «cani  a  cui  grane  j' era  na  slansa 

Piena  d'  sape,  d'  rasici  e  d*àitri  arnéis, 

E  là  I  rat  a  l'àn  fàil  soa  radunansa. 
Un  d'  lor  d'iin  genio  iiitraprendènl  e  estéis, 

eh'  l'avìa  gira  'n  pò  '1  mond,  e  frequenta 
.  D'  famose  librerie  pr  d'ani  e  d'  méis; 


DIALETTI  PEDEMONTANI.  599 

Che  tra  i  autor  i  qua!  Pavia  rusin 
Pr  eoipìsc  d*ogni  spiccie  d'  cognlssión , 
Pr  bonor  s'era  tnùssc  ai  pi  arnomà, 

D'  mancra  ch'i  Arislnlcl  e  i  Platon 

rero  passàjc  an  sang,  e  similnicnl 

I  Dcm()stenc,  i  Tullio  e  i  dói  Catón; 
Sto  rat,  tra  i  so  stiiuà  pr  esse  eloquènt. 

L'è  stàlt  'I  prfm  a  sauté  su  s'  na  mioa, 

E  8^  conta,  ch'aringhèiss  cosi  soa  gent: 
«  Fratci,  dop  d'esse  sta  'nt  la  bambasina 

»  Da  pare  an  Adi ,  chi  d^  noi  l' avrìa  cberdii 

n  D'  trovèse  adcss  su  Torlo  dia  rùina? 
u  E  J  sómo  ch^  trop!  E  eh'  trop  i  avómo  vdii 

«  La  giornà  d' jcr  coora  son  stàit  tratà 

M  Tanti  d'i  nost  sili  flor  dia  gioventù! 
cr  Cherdc  pa  nén,  eh*  a  n'  lassa  an  libertà 

»  Pr  iin  pèss  da  bestia  nà  pr  fène  d'  mal. 

*9  E  noit  e  dì  'n.1  guera  'ndlavolà. 

<«  E  s*  mai  d'uncoi  arpièissa  cui  fier  bai, 
»>  Di  'n  po',  cos'clo  ch'i  podris  fc  noi, 
*'  Pr  garantise  da  si'  originai? 

«t  Mi  vdd  gniin  àut  spodièni,  eh' un  d'  custi  dói; 

*y  0  d'  bulso  e  muri  ansòm  da  disperà, 

*>  0  d'  fèsla.  V  porttr  via  i  nost  ratatói. 
«4  Sii,  decidómse,  e  prosi;  un  è  lunassà, 

*9  £  *l  i>erico1  a  s*  fa  sempre  pi  vsin; 

M  Pensóma  a  salve  vói,  fonine  e  masnà. 
a  Sti  ogct  presiós  aspcio  so  destìn 

»  Da  cui  partì  eh'  \uì  se  pr  piò  a  at'  moment; 

n  Savr  '1  dover  eh"  imi  à  d'  vorcje  bln. 
u  I  0  dit  bnstansa;  a  d*  rat  com'  voi  prudènl 

»•>  Fa  pi  nén  bsogn  tragiunso  altre  parole, 

>*  Pr  dispon>c  al  parti  pi  convenlcnt.  n 
Dop  sto  discórs  iina  d'  de  teste  drole 

Ch'u  fan  la  punla  ai  fus.  e  eh'  pi  d'  tuit  i  alt 

Volo  savèila  lunga  ^  e  a  son  d'  sùbiole, 
L'è  sautà  sii,  e  Va  dìt:  u  Spelc  marlàit; 

>9  Dnans  ch'i  v'  dclflc  pr  iin  d'  cui  doi  partì, 

n  N'u  da  propònvne  iin  Icrs  mèi  liit  afàit. 
•i  Nò,  fa  nén  hso^^n  nv  <r  bat.<e,  né  d'  muri, 

«V  Ne  d'  decampò  da  iìii  clima  cosi  bon. 

o  Do\'iin  è  nà,  r  un  god  d'i  Ix^i  piasi. 


45 


> 


030 


PARTB  TERZA 

u  Basta  cb'i  ataco  al  còl  d'  cui  fier  luròn 
n  Un  bon  clochìn  ;  sentèndlo  a  vdì  ,  a  j  sana 
»  Temp  e  tempìssim  a  mnè  '1  petaodòn.  n 

<*  O  bravo,  bravo  I  »»  L'adunansa  a  crìa^ 
n  Vh  Io  ch'a  J  va.  ••  Ma  cui  prim  oralór, 
I>cl  progèt  e  d'I  bravo  a  s'  na  ridia; 

E  dcò  cfamànd  8*a  j  fuss  quaicÙD  tra  d' lor, 
Ch'a  j  bastéis9a  '1  mes  sold  d^andè  dal  gatl 
Pr  cula  impresa,  oh!  gniin  ambia  ci'onór. 

Un  bon  conséi,  a  s'  dis,  eh' a  vai  'n  Stai; 
Ma  bsogna  che  vedèndne  la  bontà, 
A  8'J  antepona  nén  quàic  sogn  da  mat, 

0  quàic  Donchissiotada  strambala! 


i850.  In  Saggio,  cosi  del  puro  dialetto,  come  della  soda  e 
spontanea  poesia  degli  ùltimi  tempi,  ci  gode  Tànioio  di  poter 
offrire  ai  nostri  lettori  alcuni  componimenti  inèditi  dell' esimio 
poeta  di  Susa  Norberto  Rosa,  uno  dei  più  popolari  e  merita- 
mente apprezzati  scrittori  viventi. 


Barba  Gio^. 

Cahsór  pibmontéisa. 


Barba  Giove  stuffi  d^  sente 

Le  grimasse  d'  cule  gent 

eh**  a  destaco  a  forsa  d'  piente 

I  plafón  del  firmaménl. 

Un  bel  di,  sensa  di  ncn, 

L^è  cala  su  custa  tera, 

E  voliàndse  a  sii  vùrièn 

A  J'à  dije  su  la  cera: 

Oh  che  farfo!  oh  che  fabiò! 

O  che  tette  d*artic\b! 
A  che  prò  chM  v^  descadene 

Contra  '1  ciél  eh*  a  V  vói  si  bin? 

Con  che  titol  eh*  voi  I  véne 

A  gonflème  i  cbitarin? 

M4  v'd  dàve  'I  necessari 

Pr  ch'i  vive  an  alegria; 

S'i  fé  tùtt  a  r incontrari 

Cosa  vòle  mai  cbM  v*  dia?. . . . 

Oh  chi  farfo!  oh  che  fabiò! 

Oh  che  tate  d'articiò! 


Mi  v'o  dive  la  rasón. 
Vera  mare  dPesperlensa, 
Pr  ch'i  vedde  'I  gram  e  'I  bon, 
E  eh*i  V*  guide  an  consegueosa; 

Se  voi-àit,  bruti  salàm, 
Dispresiànd  i  don  divìn, 
Lasse  'i  bon  pr  tnive  al  gran, 
E  poi  dop  i  fé  i  piangin. 
Oh  che  farfo!  oh  che  fabìò! 
O  che  teste  d'articiò! 

Pensànd  ma  eh' a  vost  t>ondr, 
Con  paterna  teneressa, 
V'5  biittàve  an  sen  Cin  cor 
Tut  amùr,  tuta  dolcessa; 

I  v*o  dàve  ancor  sul  pai 
Un  istint  pr  conservive; 
SU  sé  amis  com  can  e  gat, 
S'i  v'  amdse  a  massacrève, 
Oh  che  farfo!  oh  che  fabiò! 
O  che  teste  d'articiò! 


DIALnri   PBOBVO>TA?ll. 


05! 


Pr  eh'  i  vive  an  sanla  pas 
Vaine  dunque  inutilménl 
Davo  d'  vin  eh' a  sàuta  al  nas 
E  tanti  altri  amùsaincnt? 

Pr  eoss'èlo  ch'i  ni'invoche 
Quand  i  v'  lire  d'  cólp  d'  canon? 
Crcdve  forse,  o  teste  gnochc, 
Che  le  baie  a  sio  d^  bombón? 
Oh  che  farfoj  o  che  fabiòl 
O  che  tette  d' articiò! 

Credme  pur,  mei  cari  fidi, 
Blì  son  niente  amis  dia  guera; 
L*è  la  pas,  la  pas  ch'i  voj 
E  '1  ben  essere  dia  torà. 

S'i  son  pare  di  Franséis, 
Di  Spagnòi  e  di  Ilaliàn, 
Sónne  '1  boja  di  Chinéls, 
Di  Kalniuk  e  di  Egissiàn? 
Oh  che  far  fu!  o  che  faina! 
O  che  tale  d' articiò! 


Resta  inutil  ch*i  m^  pilure 
I  uialor  dr umanità; 
S'i  se  voi  ch'i  v'Ji  prociìre 
nóvnc  Siene  mi  d'  metà? 

Abrùti  da  l'ignoransa, 
E  corùt  da  le  paMiòn, 
Cbi  poi  sente  l' importansa , 
L'eccellensa  d'  soa  mlsslòn? 
O  che  far  fa!  oh  che  fabiò! 
O  che  teste  d' articiò! 

Cui  gran  dì  ch'i  v'o  creave 
'Aine  pia  pi  d'un  model? 
Dime  un  pò  s'i  v'5  nén  fave 
Tiilti  cguài,  tutti  fratèl? 

Se  voi-iit,  fasènd  pà  caso, 
D'  vostra  prima  dignità, 
Se  lassavo,  parci  di  aso. 
Buttò  M  bast  e  la  soma. 
Oh  che  farfo!  oh  che  fabiò! 
O  che  tette  d'articiò! 


'L  rer  filòsofo. 


Mi  1*0  nén  pr  tutta  eà 
Ch'una  sémplice  cabanna, 
Marli-penna  ripara 
Da  la  bisa  d*  tramontanna; 
Là,  lontàn  d'ogni  fracàs, 
Sensa  suist,  sensa  ambaràs, 
Tut  oseur  e  desmentià 
Godo  an  pas  mia  lil>ertà. 

Grassie  al  cél  eli' a  m'  voi  sì  bin. 
Mi  rd  dcò  lì  poc  lontàn 
Un  toc  d' vigna,  un  pcit  giardin 
Ch^i  coltivo  con  mie  man. 
S'a  ra'  a%'ansa  d'  fondo  vèj, 
Na  fas  part  ai  me  fratéi, 
Ch'a  son  Ifilti  i  nói  d'Adam^ 
Sensa  seme  i  bon  dai  gram. 


Mi  'm  fa  nén  d'esse  'I  ghlgnón 
Dia  Fortijna  ch'a  l'è  mata; 
Sta  per  tera,  comM  s6n, 
L'c  difTicil  ch'I  nibaU. 
Quand  i  vcddo  al  dsur  d^  la  roa 
Cui  eh' un  dì  l'ero  a  la  eoa, 
I  m'  na  rio  d'  sol  errar 
E  i  rinonsio  ai  so  favor. 

Pensè  trop,  a  va  nén  ben; 
Chi  trop  sa  l^è  mlser^bll; 
Lo  eh*a  passa  a  toma  nén, 
E  l'avnì  l'è  Impcnefràbll. 
Contentómse  del  presènt 
E  godómio  onestamént: 
Chi  'nt  so  cor  l'à  'nsiin  rlmòrt 
Viv  ailcgher  con  san  Giòrs. 


Un  vèj  %olda. 


Oh  eh* a  l'è  deffenerà 

La  cariera 

Coti  fiera  ^ 
Oh  eh'  a  l'è  degenera 
La  cariera  del  tolda! 


ilJna  volta  l'arrogansa, 
I     L'osslo,  'I  gfógli,  dn  eór  da  lién, 
I     La  desbèaeeia,  Pignoraasa 
i     L'ero  nostre  distinsi^. 
Oh  ch'a  rè  degenera  te. 


«3S 

Sì  ch'allora  m  %*  conossìa 
Cui  sistema  folfotu, 
D'  lasse  viv  pr  cortesìa 
L'inimis  ch'a  s'è  rendul 
Oh  ch'a  l'è  degenera  ec. 

Gota  Servio  adòs  eh 'a  n^  mando 
Contra  i  Turch ,  contra  i  Indiàn , 
Se  dnàns  d*  parte  a  n'  raccomando 
D'esse  dus,  gentil  e  ùmàn! 
Oh  ch'a  l*è  degenera  ec. 

Cosa  fanne  mai  da  fé 
I  scrittùr  d'  filantropìa 
Con  noi-àitri  vieux  troupkrs 
Ch^un  k  l'anima  impletrìa! 
Oh  ch*a  l'è  degenera  ec. 


PARTE  TERZA 


Élo  ncn  da  piksilànim 
Arfùdè  na  sfida  al  dùèl? 
Cosa  ]'  èlo  d'  pi  magnànim 
Cb'anfllèsse  da  fratèll 
Oh  ch'a  l'è  degenera  ec. 

Che  drolìssima  costuma 
Ch'a  j'è  nàje  al  sècol  noBtl 
Fé  la  guera  con  la  piuma, 
An  Io  d^  sang  verse  d*inciòslf 
Oh  ch'a  l'è  degenera 
La  caricra 
Così  fiera. 
Oh  ch'a  l'è  degenera 
La  cnriera  del  soldà  ! 


L*  Iniipendmt. 


1  voi  pi  nén  lasscme 
Guide  com'un  bambìn. 
Pi  'nsun  venna  a  parléme 
D'  gramàtica  o  d'  latin. 
Voi  esse  '1  prim  goffàs, 
Ma  vive  com^a  m'  plàs. 
^h! ,..  i  veddo  rcalmènl 
Ch'i  8on  indipendènL 

Secònd  ch'a  dis  mia  mare, 
I  fidi  del  temp  andàit 
Scutavo  ancora  '1  pare. 
E  l'ero  già  d'ora  fàil! 
1  pare,  a  nostra  età, 
Stan  sut  a  le  masnà. 
Ahi,,,  i  veddo  realoèènl 
Ch'i  ion  indipendènL 

Ch'a  m^  parlo  pà  d'  preghiere^ 
Né  d^  cose  d'  religión. 
A  son  tutte  chimere, 
Tulle  sùpcrstissióh. 
8'an  cesa  i  vad  quàich'  vote 
L^ò  per  squadre  le  tote. 
Ahi...  i  veddo  realmènl 
Ch'i  son  ìHdipendènl. 


V  Ilalia  ! . . .  oh  che  parola 

Per  fé  gire  M  scrvél! 

Darmage  che  sta  fola 

L'à  pia  '1  tupin  dl'amél! 

Ma  s'i  tornumo  a  guera... 

Mi  scapo  a  pausa  ter  a. 
Ah! ...  i  veddo  realmèni 
Ch'i  son  itidipendènl. 

Pr  déme  un'aria  fosca 
E  seconde  M  gran  tón , 
I  m'  lasso  vnì  la  mosca 
E  eresse  i  santilión. 
La  mosca?...  bagatele! 
Tre  méis  a  Fenestrele! 
Ah! ...  i  veddo  realmènl 
Ch'i  son  indipefidènt. 

Con  me  sigàr  an  bocca 
I  vad  ani  un  caffé; 
'L  garsón  d' bollcga  a  ro' tocca 
—  Monsu,  s^  poi  nén  fumé.  — 
Mi  fiimo;  un  Comissari 
AI  fa  cure  dal  Vicari! 
Ah  ! ...  t  veiUio  reaUìiènt 
Ch'i  son  indipendènL 


DIALETTI   PEDENOIITANI.  05 S 


ìer  sèir»  a  la  Ira^cdia, 
Già  stuffl  dal  bnjè, 
Per  non  muri  d'Inedia 
I  ni'  son  prova  a  flsèiè 
La  guartlia  clf  a  8*c  accorta , 
M'à  fame  pie  la  porla. 
Ah!.. .  i  vedJo  realmènt 
Ch'i  ton  indipendènt 


Volènd.  con  arrogansa, 
Tornèmne  sui  me  pas^ 
A  m^  mostro  la  crcansa 
Dasèndme  un  pugn  sili  nas. 
Ali  m*  sQvo  cui  sgrugnón, 
Ila  nén  cula  lessión. 

Ah.' ...  i  veddo  realtnèHt 
Ch'i  $on  indipcndèni. 


La  vi  fa  d^  Campagììa, 

lìtalns  ììtt  tfHì  procul  negotiis,  rr* 

HoaAT. 

SCSTIKB. 

Dli  beai  chi  1)01  vive  i  di  a  ranliea! 
rlii,  lontàn  dai  fracàs  e  dal  negossi, 
Durmènd  siil  dur,  rusiànd  na  grama  mica, 
llcvènd  un  vin  pi  ribùlànt  che  U  tossi, 

A  s'  divcrlìss  a  coltive  la  tera 

Con  i  cuai  a  le  man  e  la  drncra! 

Cliìèl,  fabricànd  soa  cà  s'ijna  montagna, 
A  resta  assicura  contra  I  naufragi. 
Un  sol  ga\às  ch'a  l'abbia  (bela  cagna!) 
A  manda  a  pislè  d*  fiim  cui  di  tiraci. 
.Nojàndsc  ani  i  anticàmere  di  sgnùr 
A  s'amiìsa  a  bajè  'nt  el  coridùr- 

Adrs  a  va  beàndse  a  sciape  d'  roc; 
Ad  OS  a  fé  d' falighe  da  borie; 
Adès  enta  d*  papàver  s'i  artlciòc. 
SlufQ  d'  custe  delissie  a  dovrà  '1  pie; 
Adès,  lajànd  i  brano  a  n*arbra  pina. 
Casca  per  tera  e  s'  romp  el  fll  dia  scliina. 

Un  dì  s'amiisa  a  depurò  Tamól; 

Un  àutr  a  spòrme  '1  làit  ani' una  gàvia; 
S'  la  vólp  a  j  pia  un  polàst,  o  'I  luv  n^agnrl, 
S'i  masnà  son  dcscàuss,  la  fumna  gràvia, 
O  s'a  ]  manca  la  sai  pr  la  polenta, 
Ciapa  '1  pìfcr  e  suna  na  eorcnla. 

Al  méis  d'agóst,  quand  i  siidómo  a  sìe, 
Stravaca  sul  a  iin  rol,  long  e  dlstcis. 
Senta  la  vus  d'un  arslgnol...  d^i  urie, 
E  passa  di  moment...  eh' a  smijo  d'  mèis. 
Or  a  clapa  un  lavàn;  or  na  furmia 
A  J  rampìa  su  die  gambe  e  lo  gatia. 


«54 


PARTI  TBRZA 

Al  méis  d'oltóber,  poi,  che  piasi  mal 
Cb^a  prova  a  taslè  'I  vin  a  la  spinela, 
Pr  vendlo  a  IModomàn  a  strassa-pat 
E  paghe  n' usurari  eh' a  lo  pela! 
Che  piati  pie  na  ciucea  an  compania . . . 
DI'  ussié  eh' a  ven  a  fèje  na  sesia  1 

D'invèrn  eh' un  à  la  ficea  sui  barbìs 
Chièi  a  s^amùsa  a  s^ampalrè  la  vólp, 
0  a  tende  d'  lass  ai  merlo  e  a  le  pernìs; 
Intani  ch'a  l'è  lì-li  pr  tire  'i  eolp. 
Un  sergént  sàuta  fora  d'na  ciovenda, 
A  j  pia  '1  fusìl  e  a  ]  fa  paghe  l'emenda. 

Che  da  soa  pari  una  fumna  d'ardris 
A  l'abia  cura  die  faccnde  d'  cà, 
Lassandje  a  temp  e  log  so  fò...  deslis, 
Preparàndje  soa  mnèslra...  raviolà, 
Ch'a  travaja  dì  e  noil...  a  fé  d'  maràje» 
Pr'  esente  l'òm  dal  pagaménl  die  taje; 

Ch'a  la  malìn  l)on-ora  a  vada  antórn 
A  porte  la  flùr  d'  làil  ai  Qfflssiài, 
E  ch'a  consegna  a  Tom,  a  so  ritórn, 
Fedelménl  1  dol  tcrs  d*i  so  Iravàl, 
Oht  allora  sfido...  1  sfido  Dante  al  duèl, 
A  trovème  ani  so  Infèrn  un  stai  pi  bel. 

Rapi  da  ste  delissle,  '1  méis  passa 
Crispin  a  s'è  fissasse  a  la  campagna, 
Yivcnd  an  santa  pas  e  libertà, 
Saulànd  com'ùn  cravòt...  quand  ùa  lo  sagna. 
Darmage  ch'a  l'è  mori  d'  malinconìa! 
Desnó  chi  sa  che  d'  temp  ch'a  s'  diverlìa! 


' L  Progrès. 


Chi  l'à  dit  che  custa  tera 
L^è  n' immensa  gabla  d'  mal, 
A  r  à  dit  na  cosa  vera 
Come  dòi  e  dói  fan  qual. 
Che  d'ambròj!  che  d'  gofarie! 
Che  d'  facende  !  che  d' affé  ! . . . 
Ah  lattème  riej  rie^ 
S'nò  i  pniiio  pr  pìurè. 


Hsogna  lese  le  gasettc, 
Por  conosse  bin  sto  mónd. 
Quanti  guai!  quante  ciapette 
Da  la  sima  fin  al  fóndi 
Quante  gueré  invipcrìe 
Sensa  prò,  sensa  perchè!... 
Jh  latsème  rie,  rie^ 
S'nò  i  finitso  pr  piurè. 


DULBTTi  pf.i>r«o:ita:ii. 


(159 


Quante  ciance  a  le  Iribunc! 
Clic  d'  soldà  con  i  barbisi 
Quante  Icgl  con  d'  lacune, 
Vój  poi  dì,  quanti  paslis! 
L^òm  con  tuUc  sle  fulie 
Tal  a  Pera,  (al  a  Tè: 
jéh  laticmc  ricj  riCj 
S'nò  i  finisso  pr  piurè. 
Quanti  past  fra  i  diplomàtici 
Quanti  duèi  pr  d'opinion! 
Che  d'  parti!  quanti  fanàtic 
Carola,  butta  an  persóu! 
Che  d'progèt!  che  d'utopìe! 
Quante  spèise  da  paghe! 
^/«  laisèttw  rìfj  rie, 
S*nò  i  finis to  pr  piurè. 
Oh  che  lapa  benedeta, 
Che  sogióru  privilegia 
Ch'a  sana  «to  pi«neia 
S'ùn  avèis  àn  |iò  d'  lo-là! 
Gioventù!...  dùni  i  arie... 
Com!  i  ^ó\v  {13  *<vìkì 
j4h  lattètivt  ru  ,rvt^ 
S'fèi  f  fiftiskj  pr  piuri. 


K  Vh  fnltf  J^è  pn  uiniifia, 
J*c  pà  mod  d'avnine  ni  fin! 
L^òm  rè  fin  urn,  una  |>ahti«rN 
Ch'a  divora  chi  a  J  fa  d*  blu; 

0  ii'ascula  lo  ch'I  J  dii», 
Tant  a  fu  coni' a  voi  (hi 

Ah,  laiième  rie,  rie, 
S'nò  i  finitto  j/r  piurè, 
Cblèl,  s'I  J  parie  d'  maMacrt'^M* 
A  va  tùt  an  bro  d'  faMiJ; 
DIJe  ma  eh'  a  b^ogna  avitf'Mr^ 
E  I  lo  vede  a  viré  '1  fòj! 
Con  die  le«te  d'  fer  parir 
Comi  «er^lo  resone? 
Jh  l'it$èiM  ruf,  riti, 
S'nò  i  fiftisto  pr  piurè, 
Cnanca  mi  voj  fià  hùiU:m*: 
A  drf»Mè  le  piote  ai  rari; 

1  m'  rr^u tento  d'  aiiiu%#rf«^ 
E»rl«oi«nd  tra  mi  pian  pian; 
O  iu%*ióa  itt*f%ilie! 

Lk»  M  'I  ifruìl^rér%  rh'ì  Ut 
Ak  lu9^nt€  ru,  r'w,, 
Vw*  i  fuà^èo  yr  piur^. 


1500.  Tra  i  >^^  delb  leU«r»l«ra  aMii^jt»  w^  y^^»wnw^/ 
iDtrala^ùire  -j  itiMjrir*:  ufi  LnoM  4i  Vw¥à  trsau»  4»lte  ^>j^<;f»? 
giocose  di  Giorgio  %u>wr.  wstbeai*^  «  dir  t*jrv^  f?  j^^  i*  U5«*wt* 
del  coiD|i«niiiie:iV,'  t  ;f»jr  l>  h*^^rr*^d^a^  -MI»  tAMH^  ^  4*ii  vrV/ 
grafia  «iBffft:  1  «"illaxil»;.  Uno  l^tai  ^z**  uli>;  *iliv  ^aìAm^^^  ^  *ii^ 

V'^uu'  •  6tiifi«*     «I   «.u    pi^»i« 
Ì0t    M   tKff    4-I0C     JM^l»  »i<llf b 


959  PARTB  TERZA 

Cofuedie  e  istorie  de  sustansia 
L'allr'ér  se  fison  an  tribunal; 
Tanta  non  è  za  nostra  arogansla, 
Che  presumìsson  andè  a  Tanguàl; 
Ma  con  licensia  tal  e  qual 
Ve  sarà  sport  qui  o  nosfr  solàz, 
De  grossis  pur  su  o  naturai 
E  siond  el  borg  del  cavalàz. 

Pr  un  pet  tra  Cheirlna  e  tra  Pcróii 
Mari  e  moglie  fu  gran  discòrd  ; 
Al  vescovà  la  gì' è  Piumerón 
Nos|^  pellucau,  vói  de  tal  sort, 
Che  Perón  bench'el  fuss  ascòrt. 
Fu  condanna  cun  desonùr. 
Per  ciò  ch'el  done  a  drit  e  a  tort 
Per  tut  àn  scnipcr  mai  favor. 

Ognun  s'astrcnza  e  stca  qualìn 
Perchè  a  Tè  de  necessità 
Oi  el  prinsjpi,  el  mcz  e  el  fln 
Vist  ch'ant  la  eòa  è  la  bontà. 
Che  mai  pos  ch'el  mond  fu  cria 
Ne  fu  proccss  mcgl  dcbatlii 
Bcncbi  n^àn  dag  (ina  pota 
A  Perón  chi  se  gre  ambaltii. 
oc.  ec. 

Cheirinu  uxor  incipit. 


0  doza  consola  Maria, 
Granda  è  la  penna  e  fantasìa 
Del  done  a  governò  una  cà 
Sensa  servcnta;  gnùn  no  sa 
Se  non  De,  e  mi  povra  Cheirina 
Che  sol  pr  attende  a  la  cìisina 
Ne  me  bastréa  quatr,  ni  scs  brassc. 
Par  coglian  si  à  qui  del  bcsiasse 
Tutte  a  remiisg  da  redrissèr; 
Fors  ch'el  son  perle  d'anfrisscrt 
Dràip  de  lava,  scucile  e  peiro. 
Mortèr,  pistòn,  pot  e  grisò; 
Dèr  mangiò  al  porz,  e  fcr  lessìa. 
0  ne  sòiàir  za  gnùn  temp  chi  sia 
De  Sta,  d'Invèrn,  ni  Primavcira, 
Póura  Cheirina,  che  me  spcira 


De  repo^òr  ni  taiil  ni  quali  1. 
POS  va  o  iiost  reróii  rviuugiiùiil 
Dia  bigotta  e  dia  |tro\lei»su 
Se  vag  al  pricli,  o  che  oU»  iiur<«*iii 
AiMsnna  el  Teste  coinuncJù, 
E  cli'ubbia  pr  rcconiuiidà 
L'anima  mia  r  ancùr  la  ho» 
Pcrcb'a  ne  s^Jìiir ,  che  gli  v  manhia 
I  fra  del  zocrc,  o  Ae  dà  ai  pri . 
Ma  vcn  a  lagl  zìi  cli*el  cogm'*»*, 
Cile  o  ras  ciancic,  ^'el  Ura^Uu  Ui'.n, 
PfT  cost  ne  la<«si  a  fèr  di*l  ìhuì, 
(Jic  vogl'  andèrmenu  adèns  adf'Ri 
Tro\è  el  raè  lion  Tra  Austin  (pii  pn'«- 
Descarièrmc  d'un  ccrt  |>«rc:i, 
Antànt  che  Perón  è  andà  al  marr;! 
<,ho  licn  ^'dfó  torna  a  ìn»u'urd 

Ond'  sarà  andà  i«ta  traditora 

De  mia  mr.j^li^r?  Mai  tiou  «ita  hit  t-it; 
Guarda  t.ìn:  Urlla  niru  là 
Th:  iTii  an  'Or do»  v>  wtriu^yt.' 
•^  di:»o!  frré  aparl  al  viarlatrr 

V>yt    .^fr-i  fj-.rX  f.l/«i'!*  kn^*-i 
Lri»  ■.ir*  'Ji  **r-  <!r>at, 

*fL'l  rlrj,  '.Lb,  «>a4AS.A  Vuìa<*'' 
L»  *■«'»  «v;«  «^-t%  ktf  l^r^^,U^M 
»-■.    :. '"4.'   *'.'.  \^iS'i.     r^,*   *f.0,4l' 
•Vf     f  •   \   •^'A'0/.\   i'y  ..•**'f      «.»' 
'.^*  V     -jr  ■  ,^  •*.'    »  >*<•    '..Tv 

'       ■•       ■.:•  »      l.i»-*{  1         i      III»--  •»  * 


115^ 


'  ..■■» 


6  '.     '         •'*••'     U 


658  PARTB  TERZA 

Perón, 
'O  gran  pansér, 
Ch^o  me  bsognrà  fèr  di  Taftl 

Cheir, 
Oh!  per  tua  fé,  no  me  dà  ampà(, 
Che  me  son  stagia  confessèr. 

Pcrón, 
A  ista  ora? 

Cheir, 
Na  che  vogP  lassèr 
La  mia  ànima  pr  i  fa|  del  mond  ; 
Che  quant  e  fass  ani  e!  perfónd 
Abìss,  chi  m'an  cauréiva  fora? 
Ma  ti  quei  né  pcccafàzz  òi  fora 
Dcvrcitu  avèi  su  la  coosiensia! 

Perón. 
Ne  so  pu  bela  pcnitensia 
Per  mi,  che  d'esser  maria; 
Oh!  vegna  e!  cagasàng  al  fra 
Chi  m'an  parler  priimeramént. 
ec.  ec. 

Aiitliflaiio  HÉstleo« 

4783.  In  Saggio  del  dialetto  astigiano  rùstico,  soggiungiamo 
due  Sonetti  già  stampati  in  folio  volante,  il  primo  in  occasione 
d'una  piiblica  corsa  di  cavalli  ch'ebbe  luogo  nella  città  d'Asti 
l'anno  1783;  ed  il  secondo  per  la  festa  della  Madonna  della 
Neve  celebrata  nel  1823  dagli  ortolani  d'Asti  in  una  chiesuola 
suburbana.  La  mancanza  di  cose  migliori  ci  costringe  a  valerci 
di  queste  meschine  produzioni,  le  sole  che  ci  riuscì  rinvenire. 

Il  primo  Sonetto,  che  è  dell'abate  Incisa,  ha  la  prima  quar- 
tina e  gli  ùltimi  due  distici  in  dialetto  urbano,  ed  il  rimanente 
nel  rùstico. 

SO.NÈT 

Sugnànd  poe  fa,  là  sul  Pllón  dia  Corsa 
I  ò  vist  l'ombra  d'Tugnìn,  cui  tant  famós 
Ch'ancora  l'an  passa  vcó  e  gutós 
Con  un  pcit  cavai  sard  Pà  pia  la  borsa. 

»  Slor,  a  m'à  dime,  i  o  faò  qui  na  scorsa 
»  Per  vugghi  se  i  sioudin  son  nimcrós; 
*f  E  dcrcò  per  fé  arnèssi  viloriós 
M  ijn  cavai,  eh' a  r'à  bsògn  d'iin  pò  d*arsorsa. 


DI  A  LETTI  pedehonta:<ii.  630 

fy  Cunósslo  cui  barbrìn  d'ì  bali  nei? 
»  A  j  ro  dig,  gira  Baco,  eh' a  u  s'n'anficcla, 
M  S'u  pagi  è  bdrb,  s'a  u  sbarda  nén  der  mèi. 
»ì  Ma  che  d'si  eh' mi  i  farò  Ini  la  slrà  drìccia; 
»>  Che  d'si...  Ch'a  u  staga  a  vugghi  s'a  r'c  vci! 
«>  Anco  vói  propi  mi  dèje  na  sficcia. 

»  Da  za  ch'i  ò  pu  nén  d' ciccia, 
>f  Sautrò  liti  d'ascóndón  an  groppa  ar  pagi, 
»>  E  p6  che  d'si  ch'i  faro  fc  curagi. 

A  disia  d*avantagi, 
Ma  luti  ant  un  moment  i  o  duvcrt  i  di, 
E  son  truvàme  an  mcz  ai  me  Unsoi. 

Alòn,  piève  nén  d'sboi, 
0  Cristofln,  avìve  pa  senlì? 
S*a  s' verifica  '1  sogn,  alòn,  ardi! 

SONÈT 

J'c  certe  brutte  lingue  da  slropià, 
Ch'a  mordo  e  maledisse  i  ortoràn, 
Dlsènd,  eh' a  son  canàja,  e  eh' a  van  pia 
Con  d'mole  o  con  tros  d'eòi,  pare!  d'i  can. 

Stc-si  son  lingue  degne  d'na  tnajà, 
Criticànd  1  ortoràn  eh' a  son  iimàn; 
Son  paste  d'sucher,  dvot,  bon  eom'cr  pan, 
E  gent  d'ripulassión,  nost  Sgnór  lo  sa! 

1  dné  che  i  altri  spendo  ant  1  quartìn, 
An  onór  dra  Madona  a  i  àn  spendù, 
Aussàndje  un  campanìn  con  un  ciochìn. 

Lor  son  nén  spadissin,  porto  nlun  guai, 
Son  semp  tranquìi,  e  sensa  parie  d'pu, 
Vi  dag  i>er  tanti  galantòm  au  tài. 


Dialetto  di  Polrlno. 

1804.  Anche  il  dialetto  di  Poìrìno^  pìccolo  villaggio,  forma 
parte  del  rùstico  astigiano.  In  esso  publicava  alcuni  scherzi 
poètici  Agostino  Bosco,  prendendone  argomento  dal  passaggio 
per  Poirino  del  Sommo  Pontéfice  Pio  VII ,  il  12  novembre  i804. 
Sebbene  privi  di  gusto  e  di  sale  poètico,  ne  abbiamo  trascelto 
alcuni  in  Saggio  di  quel  dialetto. 


640 


PktCn  TERZA 


I. 


I  5  visi  cr  P«ipA; 
E  chi  s'n'anfót! 
Mort,  pia  ra  sapa, 
E  picmc  ar  mot. 
Chi  scanpa ,  scanpa  ; 
Fame  ra  tanpa. 


I  o  visi  er  Papa; 
Mi  son  sarvàl 
Ra  mori  eh*  a  m'cinpa, 
MI  mai  danh. 
Vor  con  Blatrìs 
An  Farad  is. 


II. 


Cól  eh' a  j  dìo  'r  Papa, 

Mi  folfotù  pensava, 

0  Toma,  ch'fuss  un  pcit  eh' mangia  ra  papa, 

E  ch'o  comensa  già  eiamè  papà. 

Papa  Pio  r*è  iìn  galàt  ch'o  fa  pi  pi, 

Discc,  coma  fa  'r  gal  ehichirichì; 

In  soma  ai  na  masnn! 

Ma  quan  r'  ò  vist  ;  oh  !  cass*  re  bclc  bote , 

Ò  di(;  r*è  un  òm  ch'o  mangia  già  r'pagnotct 
—  Ti  l*  piavi  duncr  un  bo  pr  n'crbarò; 

Na  ròl  pr  un  faso; 

E  ra  miìra  dr  frc  pr  can  dr  Maire! 

Ti  rr'.nnlcndi  pa  vàirc; 

T*ài  da  fé  com*Tomj'i, 

Ch'à  mai  viii  crdc  (In  ch*o  r'à  (oca. 

Sai-ifi  chi  e  'r  Papa?  San  Por,  chMiii  :i  «an , 

Ch*o  Icn  re  ciav  dr  paradÌH  an  man  !  — 
M' ro  dorbìss  an  pò  a  mi  I  — 

Va  pa  tan  a  dorbilro^ 

Pr  dìtro  si  latin, 

Ani  na  parola^  baslu  ina  eh'fc  bin. 

Fé  biu  cos'èlo? 

Lo  eli' e  d'Sésre,  sia  d'Sésre; 

Lo  eh' è  d'Idìo,  d'idìo; 

E  lo  eh' e  d'mi,  Margaritin,  sia  mio. 


Gruppo  Canavese. 


"Vercellese. 


Abbiamo  avvertila  ncT  precedente  Capo  V  assoluta  inancanta 
di  produzioni  letterarie  nei  dialetti  canavesi;  e  perciò  siamo 
lieti  d'aver  potuto  rinvenire  due  poesie  d'occasione  che  qn\ 


DIALETTI   PEDCM05TAFII.  6t  C 

soggiungiamo,  cioè:  uq  Sonetto  inèdito  pel  giorno  natalizio 
d'un  amico ^  in  dialetto  di  Vercelli,  ed  alcune  quartine  nel- 
l'antico dialetto  di  Brezzo,  per  reiezione  d'un  pàrroco.  Siccome 
poi  quest'ultimo  dialetto  per  la  corruzione  delle  voci  anche  de- 
rivate  da  radice  latina  è  presso  che  inintelligibile,  così  a  cò- 
modo dello  studioso  che  indaga  le  orìgini^  crediamo  opportuno 
pòi^erne  in  sèguito  la  versione  letterale. 

Pr  el  dì  d*la  fenta  d*  un  amis. 

SOSÈT. 

JMè  car  Luis,  rè  ben  domàn  (óa  festa? 
Ma  si,  domàn:  oh  !  quanti  bei  bocbèt 
Botónd,  pìramidài  l'|)ìo\ràn  s'In  testa. 
Mentre  forse  l'surc  ancora  a  lèt! 

Cbi  va,  cbi  vèn,  chi  cur  con  gamlKi  lesta, 
Portàndfi  d'blciolàn,  d'busìe,  d'confèt; 
La  gioja  s*vdd  sQ  tùti  manifesta; 
I  amis  i  arivo  a  ses  pr  volta,  a  set. 

(;ià  la  slansa  l'è  ingombra,  e  cosi  piena, 
O  genius  genius!  d' tante  bele  cose, 
eh*  a  fèje  tùie  slè  a  j  voi  d'Ia  pena. 

Ma  dime:  j'c  ancor  post  pr  un  Sonetin 

D'un  mal,  rh'a  sa  ncn  fé  ne  vers,  ne  prose? 
Oh!  fàji  bona  cera,  Luisin! 

Blaletto  di  Br^sso. 

Pigliànd  possèss  a  la  parrochidl  d*  Bróss  lo  lant  illiittar  e 
ri^erènd  Sgnó  Don  Pero  Loì;^ì%  Sarloris  d' XoK^reilla  ^  Rim  an 
stil  véri  d'Bros.s 

Ch'a  n'sien  arsiè  gl'elmolc  anc'an  viali 

Cause  d'pla  pèrdita  dal  Don  Caràit. 

E  ch'a  torno  lùse  culla  dielta 

Applà  da  tuió  quélnó  ni-èt  prediletta! 
Ch'a  bàico  anca  sgnó  Pcde  Lovis. 

Dm  la  sci  bell'aria  dal  paradis. 

Clini' mal  Bross  ài  piàin  d'consolas>ión 

Ali  na  lùié  anronlra  d'un  prió  si  bon!  • 


i 


613  PARTB  TERZA 

Col  CO  tener  e  piàin  d'allegrìa 

E  ansèm  a  cusla  Gerarchia 

Ch'a  s'è  degna  d'vral  butà  Plere 

Par  nosl  Pasto  an  cusle  carrerc , 
Cognossù  prò  con  gran  sodisfasslón 

Dai  sóen  franche  prove  d'iùlta  affessión, 

Che  lant  spiritual ,  che  tamporàl 

A  poziava  vrèine  gniùn*ed  ugual  ! 
Ah!  quàglie  vux  purànne  ni-èi  imita 

Pr  poci  anca  an  fris  ringrassià 

Lo  uòst  Pare  àul  eterno  patron 

D*un  si  tant  istraordinari  dóni 
Aliastansa  i  poàn  nit  ringrassià 

Lo  zelo  de  Uonsgnó  d'avài  scondà 

Le  vós  dau  ciél,  e  sóen  insplrassiòn , 

In  parraeftìne  un  Cura  si  bon. 
Pasto,  conlàint  i  sén  abastansa 

D' cusla  fortunata  alliansa; 

Ch'a  prico  ma  eh' lassù  sainsa  crenta, 

Ch'a  srà  provisi  d'bròvée  I  d' polenta. 
Handiènl  grassie  al  pi  hàut  Suvràn 

D'avèi  anvoèrt  tant  1  pò  la  man, 

D' colmane  d' tanta  consolassión  » 

InesplicàbiI  con  le  nuste  razòn  ; 
Partlà  i  pregrin  tal  Sublimità 

Pr  una  vita  lunga  I  d'sanità, 

Pr  anvuìlo  a  nacheta  marmorà 

Tut  farvó  must  rane  la  giusta  strà. 
Sien  esaudie  le  nuste  preghiere 

Pr  intercessión  delle  Schiere, 

Che  dopo  d'avài  an  quast  mond  malpinà 

Con  ChiàI  lassù  tui£  quèin£  I  pòsson  nà  1 

DoLB  Cbiosetto. 

VEISIOME  letterale  di  QUBST''|)LTIII0  COMPOIflMSRTO. 

Prendendo  possesso  della  Parrochiale  di  Brozzo  il  molto 
illustre  e  reverendo  Signor  D.  Pietro  Luigi  Sartoris  di  Now- 
reglia  j  Rime  nel  vecchio  siile  di  Brozzo. 

Che  ci  siano  rasciugate  le  làgrime  anche  una  fiala 
Cagionate  da,  e  per  la  pèrdita  del  Don  Carrèt, 
E  che  torni  a  risplendere  quell'  età 
Chiamala  da  tutti  quanti  noi-altrl  prediletta  ! 


DIALETTI  PEOB¥0:iTA?II.  045 

Osservi  anch' egli  signor  Pielro  Lutgi 

Colla  sua  bella  farcia  da  paradiso, 

Come  mai  Brozzo  è  pieno  di  consolazione 

Neir andar  tulli  incontro  ad  un  Priore  sì  buono! 
Col  cuore  tenero  e  pieno  d* allegria, 

E  insieme  a  questa  gerarchia 

Che  s'è  degnala  di  voler  mettere  Pietro 

Per  nostro  Pastore  in  queste  contrade; 
Conosciuto  abastanza  con  grande  soddisfazione 

Dalle  sue  franclie  prove  di  tutta  affezione, 

Sicché  tanto  per  lo  spirituale,  che  pel  temporale, 

Potea  venirne  nessun  altro  eguale  ! 
Ah!  quali  voti  potremmo  nol-altrl  eméttere 

Per  potere  tanpoco  ringraziare 

Il  nostro  Padre  grande,  eterno  Signore, 

D'un  così  grande  straordinario  dono! 
Abbastanza  non  possiamo  ringraziare 

Lo  zelo  di  Uonslgnore,  per  aver  assecondato 

Le  voci  del  cielo,  e  le  sue  inspirazioni 

Nel  permétterci  un  Curato  sì  buono. 
Pastore,  slamo  contenti  abbastanza 

Di  questa  avventurosa  alleanza; 

Preghi  solo  lassù  senza  timore, 

Che  sarà  provvisto  di  castagne  bollite  e  di  polenta. 
Rendendo  grazie  all'altissimo  Sovrano 

D'aver  aperto  cotanto  la  mano, 

DI  colmarci  di  tanta  consolazione 

Inesplicàbile  colla  nostra  ragione; 
Pertanto  pregheremo  quella  Sublimità 

Per  una  vita  lunga  e  sanità. 

Per  udirlo  lunga  pezza  predicare, 

Tutto  fervore  mostrarci  la  retta  via; 
Siano  esaudite  le  nostre  preghiere 

Per  Inlercessiono  delle  Schiere, 

Sicché,  dopo  d'aver  affaticato  in  questo  mondo, 

Con  Quel  lassù  tutti  quanti  possiamo  andarel 

Gruppo  Monferrino. 

Anche  ì  dialetti  monferrinl,  come  abbiamo  avvertito,  furono 
generalmente  negletti  ;  né ,  per  quanto  ci  consta,  vennero  mai 
alla  luce  colle  stampe  componimenti  intesi  ad  illustrarli,  ove  si 
eccettuino  una  Canzone  alessandrina,  ed  un  Sonetto  in  dialetto 


6^h 


PARTE  TERZA 


dì  Mondovì,  inseriti  nella  prima  e  nella  Nuova  Miccèide.  Ciò 
non  pertanto  qualche  poesìa  d'occasione  girò  talvolta  luodesta- 
mente  manoscritta  nell'uno  e  neir altro  municipio,  e  special- 
mente in  Alessandria,  ove  la  Società  degli  Immòbili  mantenne 
vivo  per  qualche  tempo  T  amore  pe' buoni  studj.  Di  queste  pro- 
duzioni inèdite  appunto  facendo  qua  e  là  ricerca,  ci  riusci  rin- 
venirne alcune  di  qualche  pregio  nei  dialetti  alessandrino,  ac- 
quense  e  mondovito,  e  ne  arricchiamo  la  presente  raccolta,  ia 
Saggio  così  della  poesia,  come  delle  svariate  favelle  monferrinc. 


Alessandrino. 

Ina  Cansón  populór  scticcia  in  dialètt  Lissandrén. 

In  fall  success. 


Chi  vó  senti  ré  do  rcji 

Ista  bela  novità? 

A  rè  turna  u  lòmp  d*cr  slróji; 

L^c  in  bel  cas  eh' l'è  capita. 
A  n*è  nenta  'na  nuvcla, 

Ma  rè  capila  da  bon; 

Ista-cbi  r'è  propi  bela 

Pr  amparè  s'u  s'è  minción. 
Ina  dona  llssandrcnna, 

Ch'r'è  la  fia  d*ìn  barge, 

A  s''c  faccia  ina  niaténoa 

Da  na  zéngra  slroliigliè. 
J*à  'ndvinà  eh' a  r'c  marìàja, 

E  ch'r'à  pia  za  doi  mari; 

An  poc  temp  a  r'à  ancantàja 

Con  paroli  da  sturdì. 
Cula  slréja  nialadelta, 

eh' r' era  fora  par  grifTè, 

Con  na  lengua  da  sajetta 

J'à  squattà  diversi  affé. 
J'à  parla  d'er  purgatori, 

D'sò  mari  ch'u  j'era  an  dreni; 

H'à  truvà  na  tabalori 

Cb'a  j  n'j  à  mai  rispondi  nénl. 
0>n  in^aqua  a  r'à  sbrinsàja, 

Ch'r'civa  an  drenta  ani  in  sucòt; 

H'à  lini  d'essi  ancantàja 

Fàndji  vigghi  cui  diauvròf; 


A  j'à  dio  d'er  parolassi, 
Ch'a  r'à  fàccia  stralùnè; 
J'à  faò  vigghi  deri  ombrassi 
Ch'  i  son  robi  da  scapè. 

A  j  r'à  dàccia  ben  d'antendi 
Par  pudói  fèj  l'arzantén, 
E  con  tuti  er  so  facendi 
A  j' à  pia  fina  i  durcn. 

A  j'à  pia  l'avsli  da  spusì, 
E  in  scussa  ben  ricama; 
Tuli  er  robi  ch'r'élva  scusi, 
E  ch'a  i  tniva  ben  lugà. 

A  j'à  pia  deri  àler  robi 
Anliippà  ani  i  fassulclt, 
A  r'è  slaccia  na  zanobi 
A  lasscsi  fé  'r  fiuchètt! 

A  r'è  stàccia  na  minclónna 
A  lasscsi  slrolughè 
Da  na  rassa  bozarónna 
Ch'  r*cra  fora  par  mignc! 

A  u  r'à  propi  ncnt  capìa, 
Che  sta  geni  eh'  i  giru  'r  mond 
I  son  tiè  d'ina  famìa, 
Ch'u  $ò  nom  l'è  gabamónd; 

Che  par  fera  pii  sicura, 
Lur  a  parlu  bel  a  pian, 
E  po'dop  a  ra  drittura 
I  sgrafOgnu  con  cr  man: 


MALITTI   PEOEMO^ITAM.  64l5 


né  doni,  tiii  da  ment, 
land  ch'i  vorru  strolughèv, 
ime  l^òm,  0  d'I' atra  geni, 
r  chM  v'possu  nénl  rubèv; 


Mundè  vt'ja  >la  gcnoria: 
San*  rù-^s,  e  stèviiì  a  cà: 
S'i  tcnrói  su-rlii  a  memoria, 
Mai  pii  aiìiiòn  a  v'ra  fiera! 


Ha  Favilla  der  Fazàn, 

Si»NÌ.TT. 

Quaiìd  clì'er  bestie  I  parlavu,  aiit  iu  puló 
Ch'u  j'era  gall^  galeoni  e  d'i  capóiu 
Con  rijss  duvèrt,  perciiè  l'era  d'amsóii^ 
U  j'è  antrà  drenta  in  bel  Tuzàn  anvè. 

I  capón  ch'i  Tàn  vist,  i  àn  dio:  Cji'ù  chTò? 
eh' a  Tveni  an^cma  a  noi  ani  isl  pajóii? 
È(  an  dlsgrassta,  dì.  d'u  tò  padrón? 
Parla,  di  su,  o  va  fora  d'i  pò. 

Sonlrnd  a  Tèsi  d'isti  coinpimóut, 
L'à  dio  a  verta  cera:  Col  banàn 
Mèi  a  son  sòlit  eh' a  n^lspónd  mai  nòni. 

Aniura  na  galénna  ch'l'à  consi, 
A  j'à  ciamà  con  grassia:  Sur  fazàn, 
Ch'u  m'diga  'n  po'er  uiotiv  che  lù  l'è  chi?  • 

A  tèi  a  t'Ui  voi  di. 
Perchè  t'èi  rispettusa  pù  che  lur, 
Ch'ar  bcstii  fénni  fa  j  sài  dèj  d'u  siùr; 

E  par  fòli  'r  favùr 
Ven  Torà  bela  sula  a  l'aria  scucrta, 
eh' a  t'dirò  tùt,  sta  pur  sicura  e  certa. 

Ma  'r  gali,  ch'u  stava  a  l'erta, 
Per  nenia  ch*u  J  succeda  der  balladi. 
I/à  dio,  che  lù  u  n'  vó  meja  d'fazanadi; 

E  con  dii  o  tre  cantadi» 
L'à  cria  tant^  che  sta  gaicnna  smorta 
IN*à  gnanca  butà  1  pò  Torà  d*ra  porta; 

E  con  Ina  vns  forla 
I)a  fés  sentì  tre  mija  e  pu  lontàn , 
L'à  sbalurdì  e  fa  scapè  'r  fazàn. 

Sta  fàvola  ra  dis:  chi  vó  stimèsi, 
Ant  serti  post  a  bsogna  nént  flchèsi; 

E  pò  ra  dis:  che  l'óm  quaud  ch'u  j' arriva. 
Fa  vnì  la  dona  bonna,  s'r'è  cativa. 


U 


A 


ChCt  PAIITB  TERZA 

Par  ra  Mndona  d'ra  Concessión 

8o^èTT. 

Vurréfs  che  cui  serpènt  fiss  dvcntà  mul 

Quandi  ch'l'à  tenta  Adam  e  so  muj<'; 

Con  cui  paroli  dusi  Giiiè  rame 

Par  ch'i  mangcissii  tutti  doi  dcr  frùt. 
Ah!  Re  cui  pum  er  fissa  slaò  pu  brut, 

Chi  sa,  ch*u  n' fissa  ancora  da  stnchc? 

Sia  l'era  bel...  Vat'a  fé  buzanchc! 

Tra  jùn  e  l'atra  i  Tà  mangia  pò  tiit. 
Vardè  cs'è  ch*er  vó  di  èssi  cùriùs, 

A  dò  da  ment  a  cui  ch'i  n'son  uénl  giùsl! 

Dop  d'ra  vergogna  i  s*eru  lina  scus. 
Ila  cs'è  ch'àn  guadagni  par  fé  in  pcà  d'gura? 

I  àn  guadagna  la  mort  par  pièsi  In  gust, 

E  i  àn  trae  i  so  fiói  tiò  an  matura! 
E  stéissa  lèi  ancura! 

Da  culla  pianta  ciri'à  tuccà  Adam, 

U  j*c  surti  ra  pest,  ra  uerra  e  fam. 
A  l'era  iu  affé  grami 

Par  tulli  noi,  par  ti£  i  pecatùr, 

S'u  n'J  a  nassiva  nènia  u  nost  SIgnùr; 
Che  par  fès  Redentùr 

E  avni  ani  ist  mond,  u  s^è  sercà  na  Slama, 

Cb'r'a  bulla  sult*ai  pè  culla  pel  grama. 

4  790.  Dopo  i  coinpoaiiuenti  inèditi  surriferiti  stimiamo  far 
cosa  grata  allo  studioso  riproducendo  la  Canzonetta  del  Padre 
Agostiniano  L.  P.  A.  M.  D.  m  morie  d*una  gatta  j  già  inserita 
con  altri  componimenti  vernàcoli  nella  Nuom  Mfccòide.  Per  lai 
modo^  aggiungendovi  ancora  il  Sonetto  inèdito  susseguente  del 
Dottor  Ferraris^  avremo  riunito  qnanto  di  èdito  ed  inèdito  t* 
giunto  a  nostra  cogni/Jone  nel  dialetto  alessandrino. 

Canzone. 

0  i  me  car  ver  patriot, 

Si  nrcognsi  eh* a  soii  sol  bon 

Da  fé  vers  da  calissón 

E  d'rimiè  enfi  fan  i  bò, 
Perchè  mai  sii  me  ciapòl, 

Ch'i  son  faé  a  ra  carlona. 


Voi  savi,  che  o  Kitrattìsta, 
fi  padróu  dra  brava  .Mìccia, 
ó..'àausM.ch'raf«.s.uai.l,«« 
Ch'ó  so  pnèl  ra  ritralàss; 

E  pò  a  vri  vighi  adèss  isla 
Pr'ina  galla?  In  sporcacèa  • 


E  tira  zù  zù  a  ra  bona  Gh'ò  n'var  guanca  in  mez  qiuirrn 

1  m'zercbè?  Mi  zeri  n'al  so.  >     Ch'mcta  fora  I  so  s|)rgàss? 


DIALETTI   PEDBUOMTAMI. 


61^7 


A  i  metrò;  dirò,  ch'ra  gatUi, 
eh' a  s'dis  morta,  son  taoc  anni, 
E  za  staja  a  angrassè  ar  cani, 
E' è  ancor  viva  ani  ist  moment. 

Sèly  r'è  viva,  e  mangia,  e  a  s' gratta, 
E  ra  zuffa  ancor  di  ose; 
S' lecca,  a  sMappa,  e  an  zima  ai  stc 
Ciapa  rati  alegramcni. 

Sèi,  r'è  viva;  e  con  razón, 
O  s'pò  dì:  se  chi  è  dottor, 
E  ben  brav  ant  n'art ,  ó  n*mór, 
E  ó  n' dovrà  mai  pii  morì. 

Ut  vlv  donca;  e  vi v  da  bon. 
Se  pò  ó  s'vni,  che  fln  d'I'otanta 
Stampa  i  àbo.  e  d"*  nóv  6  s' canta 
Ba  so  mort  per  ar  Mondvi, 


jSta  razón  va!  poc,  o  nenia; 
Perchè  Miccia  an  tanò  gattén 
Vivrà  sèmpcr  senza  fén, 
E  vivrà  gloriosamént. 

l\a  zitta  r'è  ben  contenta 
D'vighi  spars  pr  i  so  cantón 
Ista  gran  gcnera^sión 
E  d'contèni  di  bei  zcnt. 

Se  pò  a  Miccia  i  smójo  i  fiói, 
An  Mondvì  (l'è  zeri  ci  fati), 
0  i  sarà  pu  gali  che  rati, 
R  mane  dagn  an  tiitt  ar  ci; 

Sarà  ancor  Pistèss  da  noi. 
Se  ra  rassa  d'i2  gattcn 
A  s'farù  ver  Lissandrén, 
Com  r'è  za  luti  ra  zitta. 


1790.  Stillo  scorcio  del  passalo  sècolo^  avendo  il  Re  dì  Sar- 
degna falli  tagliare  alcuni  boschi  in  una  landa  ^  sulla  quale  la 
Repiiblica  genovese  pretendeva  dirilli  di  proprietà,  un  poeta 
scrisse  un  Sonetto  in  vernàcolo  genovese  contro  questa  pretesa 
usurpazione^  scagliando  basse  contumelie  al  Duca  di  Savoja. 
In  difesa  quindi  del  proprio  sovrano,  il  mèdico  alessandrino 
Ferraris  dettava  il  seguente  Sonetto  colle  stesse  rime  del  ge- 
novese, al  quale  rispondeva: 

Soletto 


La^sa  siè,  bòc-fotù.  Casa  Savoja^ 
Buzaronòn  figon,  chi  Tà  mostra 
Gomitè  coi  tò  vers  da  disperà? 
S'a  so  chi  t'ci,  a  l'fas  passe  ra  voja. 

Mostra  V  mostàss,  lìó  d'na  pilana  troja, 
Scusa  lire  d'scondón  isl  tò  sassà; 
Sol  cli'u  nosl  re  o  m'Iassàs  an  libertà, 
A  r  farciva  terme  gìst  cmc  na  foja. 

E  cosa  a  l'crédti?  È  'r  chTabi  dM  dindin  ? 
E  mèi  dra  roba  a  j'ò,  cujonón  ghemo^ 
Da  stretji  drent  gisl  cmè  ant  ra  fanga  I  ghin, 

Tèi,  e  chi  fa  per  tei  Uè  quanè  ansemu. 
Sortì  pur  fora,  ch'cn  faruma  V  (In, 
Che  I  fio  d'Gajàud  I  n'Iremo  ncnl,  i  n'  tremo  ! 


^kS  PAiiTi   rmtk 

Dialetto  d^Aeqal. 

Non  avendo  potuto  conseguire  una  versione  ben  fatta  delia 
Paràbola  del  figliitòl  pròdigo  !n  questo  dialetto,  né  molto  meno 
valerci  di  quella  del  Chabrol  inserita  nella  Statìstica  del  Di- 
par  tiinento  di  MoHtenoUej  perchè  male  parafrasata^  e  ripìeoj 
d'errori,  ci  riputiamo  avventurati  di  poter  produrre  in  Saggio 
del  dialetto  medésimo  i  due  seguenti  Sonetti  inèditi  deirano- 
cato  Emilio  Manara  d'Acqui,  nel  primo  dei  quali  con  uiolu 
grazia  e  fluidità  di  verso  descrive  i  pregi  della  sua  patria;  e 
nel  secondo  tentò  voltare  nella  nativa  favella  il  Sonetto  inarri- 
vàbile del  Filicaja: 

Italia  j  Italia  j  o  tiéj  cui  die  la  sorte  j  ec, 

I. 

A  inibirà  d'Bórmia,  aii  testa  a  ^na  gran  vai. 
Da  bel  colìnne  e  vigne  circonda, 
U  ]'è  la  sita  d'Aicq,  la  capital 
D'seltantadùi  pais,  e  dTàut  Monfrìi. 

A  diaccia  dMMstéss  fiQm,  a  mira  eguàl, 
0  9* trova  i  famós  Bagn  osé  rinoma, 
Per  1  aque  fresche  e  càude  naturai, 
D' virtù  miracolosa  spermenlà. 

L'aqua  bojenta  poi  drenta  M  pais, 
Oadèmia,  Ornato,  bel  stradin,  tcàtur, 
Son  lite  cose  da  traini  Tamìs. 

V  yk  d' bonisslm'' aria ,  e  d'òttim  vln; 
U  j'è  M  progress ,  e  pòi . . .  me  ne  v'dig  àter: 
V  y  ò.*\  pé  gran  bel  cor  ani  i  Monfrìn. 

II. 

Italia,  Italia,  o  te  eh' Tal  avii  'n  sort 
Et  don  sgrassià  d!a  blessa,  eh'' a  t' procura 
Fortissim  guai  an  quantità,  di  pura, 
Ch'a  imporle  serio  an  faccia  per  gran  tori,  . 

Foste  men  bela,  o  un  ciste  M  brass  pc  fori, 
ChTavéiss  pé  tanl  da  spavenlèse,  o  piira 
T'améiss  pé  poc  chi  do  tò  bèi  d'natiìra 
HI  par  ch'el  spasma,  e  cs'cM?  0  t"*  sfida  a  muri. 


ItlALETTI    l'BIJKMOMAM.  fi* 9 

Che  70  <!ai  Alpe  a  slrop  nò,  ch'a  n'vogrrist 
Cali*  (l'i  arinn<le,  e  tila  ansanguinàju 
Bffive  Tonda  del  Po  cavai  franspjs! 

>è  1  fiT  cli'o  n*ò  nén  tò  Tsarc  bùllàja, 
^è  coi  Ftrangé  per  balte  coi  so  arnéi». 
PiT  servi  ^mp,  o  vIUoriosa,  o  sfàja. 

Dialetto  di  M^mià^wk. 

ime  Saggio  del  dialetto  e  della  poesia  di  Mondov)  ci  riuAci 
snire  i  due  seguenti  Sonetti^  il  primo  dei  quali  è  di  Giu- 
e  Bruno ^  in  morte  della  gatta  d'un  pittore  di  Mondaci,  e 
m  inserito  nella  prima  Miccèide.  Il  secondo  d'anònimo 
"e  fu  dettato  in  occasione  di  Nozze. 

Sonetto  di  Gi''^'i)i*v  /Jntno. 

Las^ma  'n  pò  %ìc  u  latin  e  r'italìàn; 

S*purranne  nrn  fé  i  ver»  an  Piemonlài^? 

0  eh* a  sì  'n  Piemontàls,  e  già  ch'i  s^fàn, 
Sl'*a  «mia  d'sentije  a  «corre;  olà  %mB  *nìkln. 

Ila  mi  Co  di  «onèl?  0  'rbrut  bagiàn. 

Lo  ch'dvané  gnun  dr  me  par  n*à  mai  prlài«, 
E  mi  voro  canta?  m'srà  'n  p6  pi  san 
Ch*ispeta  'nt  Ma|.  ch'alora  o  srà  "rme  mài^. 

Tutt'ùn,  fa  nén,  tant  i  loi  di  carcò^it. 
v credevo  ch'ra  mia  Vu«a  ^a  tant  fola, 
rh'a  n'sapa  nén  armane  fé  'n  avoca? 

A  n'«omma  co*a  di?  v*pen«c\o  foM, 
ch'i  v'«oja  ninè\e  in  long?  ani  na  parola: 
Culla  pi  hrn^n  '-A't/zi  %' è  timi  irocài 

Sonetto  per  \ozze, 

Mf*  car  liunada,  sàvu  lo  ch'i  o  fac, 
Pr  prwntèvp  dercò  mi  do  fiù? 
iw>;rn  'ndà  na  nfiè  a  gatagnàu  e  qu࣠
Sii  'r  bric  der  Muse  «en^a  (e  armò; 

Na  i  aì%a  fiàn  rW  carcun  MàiM  ar  avaj, 
E  rh  II  m'  f\u»Tkt*%  iMn  l»en  c<>n  'n  •••rlii. 
rira  fufl^  ti    nt'u  ìnM  d'ani  rul  inipa^, 

1  UrniOr  ij'. ;•  f;itil     rU'l  ù  wxi  a  pie  i  dm. 


e 50  PARTE  TERZA   DIALETTI  PEDEMONTANI. 

ManADiàn  i  m^  bui  lì  con  lanla  góe 
A  scardasse  pr  driò  e  pr  travèrs. 
Ciran  Io  d'  pie  di  viure,  i  6  pia  di  eòe. 

E  curi' èia  ch^u  s'  pai  va  fc  divers? 
Confus  au  scu ...  Ma  a  disru  sì  'ntra  noe , 
Fàmaje  còse,  e  tul  andrà  ncn  pers. 

Prdiè  a  spieghèvra  'n  vers, 
Elena  r^è  frop  bela,  e  a  r'à  i  61  vìv: 
yóe  a  v'  scàndi,  m'ò  vis,  pur  liió  e  dóc, 
E  un  po'  d*  brd  d'  eòe  u  sarca  non  caliv. 


CAPO  VI. 

liiblÙKjrafia  dei  dinleltì  pedemontani. 

Gruppo  Piemontese. 

Opera  jocuiida  Ko.  D.  lohannis.  Georgi]  Alioni  aslensis,  metro  inacliarro- 
lieo,  Diutcrno  ci  gallico  cooiposita.  Iinprcssuin  Ast  per  Franciscuiu  de 
»iivu,  anno  Domini,  iiS2i.  —  Xui  abbiamo  citalo  quest'opera^  e  le  due 
Hstampc  die  se  ne  fecero  nel  icoi  e  nel  tosa,  nella  Bibliografia  dei  dia- 
ietli  lombardi,  poiché  in  una  Farsa  si  trova  il  Milanese  che  vi  parla 
un  incòndito  dialetto  lombardo,  A  compiere  quel  cenno  che  qui  a^rebl^e 
\tulo  un  posto  meglio  approprialo^  aggiungeremo^  che  prima  delle  due 
ristampe  mentovate j  altra  venne  publicata  col  tìtolo:  Opera  molto  piace* 
iole  di  No.  M.  Giorgio  Ariooc,  Astesano,  novamenle  e  con  diligenxa  cor- 
retta e  ristampata  colla  sua  tavola.  In  Venezia,  itfeo,  in-o.  Sebbene  il 
frontispizio  accenni  chiaramente  Venezia  come  luogo  di  publicazione ^ 
Già,  jlndrca  Jrico  nella  sua  Storia  di  Trino  affermaj  che  fu  publicata  dai 
Gioliti  in  Trino:  Opera  molto  piacevole  di  No.  M.  Gio.  Giorgio  Alione, 
così  si  esprime j  apud  lolìtos  Tridiui  edita  itfou,  ut  typi  indicaut  apertis- 
sime, quamvis  Veuetiis  in  fronte  excusa  dicatur. 

Ciò  jìreìnesso^  siccome  tutte  le  edizioni  posteriori  sono  mancanti  di 
motti  componi  manti  j  e  della  primaj  distrutta  per  òpera  dell' Inquisizione  j 
è  quasi  un  prodigio  il  rinvenire  un  esemplare  completo j  stimiamo  oppor^ 
tuno  offrire  ai  nostri  ti- 1 tori  un  Indice  dei  componimenti  vernàcoli  neUa 
medésima  contenuti;  i  quali  sono: 

f.  El  Prologo  de  Tauclore; 

2.  Comedia  de  l'Iiomo  et  de  sol  cinque  sentimenti; 

5.  Farsa  de  Zolian  Zavatero  et  de  Dialrix  sua  mogliere,  et  del 
prete  ascoso  sotto  il  gromelto; 

4.  Farsa  de  doc  vcgie  repolil&, quale  volivano  rcprendcr  le  giovane^ 

ts.  Farsa  de  la  dona,  quale  del  Franzoso  se  crcdia  bavere  la  robba 
de  vcluto; 


fiJS'i  PARTE   TKRZA 

6.  Farsa  sopra  al  ii ligio  de  la  robba  ile  Mcolao  Spranga  Astesane; 

7.  Farsa  del  marito  e  de  la  mogllere.  quali  liligoreno  Insieme  per 

un  petto; 

8.  Farsa  de  due  vegie,   le  quale  feceno  acconciare   la  la o tenia  ft 

el  soffietlo; 

9.  Farsa  de  Sebrina  sposa,  qualo  fece  el  figliolo  in  capo  del  meTse; 

10.  Farsa  del  Bracho  et  del  Milnney<io  innamorato  in  Ast; 

11.  Farsa  del  Francioso  allogiato  a  Tliosleria  del  Lombardo; 

19.  Sententia  in  favore  de  due  sorelle  spose  conlra  el  fornaro  do 
Prumello. 

iS.  Frotula  de  le  done; 

14.  Cantione  doe  per  lì  frati  de  Sancto  Augustino,   centra  II  di$ri- 
pllnati  de  Ast; 

18.  Uno  benedicilc  dus  el  uno  reficiat. 
Per  le  ulteriori  notizie  vèfjyasi  ciò  che  abbiam  detto  nella  Bibliografia 
milanese,  e  nei  Cenni  iislòrici  sulla  letteratura  pedemontana. 

Comedia  pastorale  di  nuovo  composta  per  Stesser  Bartbolomeo  Brayda 
di  Summariva,  el  oltre  più  versi  del  medésimo.  Nel  fine  la  dolce  e  lieta 
vita  che  alle  campagne  si  prova.  —  In  Torino,  appo  Gtovan  Maria  da 
SalUEZO,  lima.  —  TYa  gli  interlocutori  della  Comedia  fu  introdotto  w 
yHlano  che  parla  il  dialetto  piemontese. 

I  Freschi  della  Yitla,  dove  sF  contengono  barcellette,  canzoni,  sdrae- 
doli,  disperate,  grotteschi,  bischicchi,  pedantesche,  i ndò vinelli,  ser^ 
nate,  sonetti,  grallanate,  sestine,  et  un  echo  molto  galante.  E  fatte  co«e 
piacevoli  composte  da  Giulio  Cesare  Croce,  aggiuntovi  In  ultimo  l'Egloga 
pastorale  di  Lilia,  di  Luchlna  et  sopra  il  tramutar  al  San  Michele.  —To- 
rino,  fOBS,  ad  istanza  di  Giovanni  Manzolino,  in-is.  -^  In  questo  volu' 
metto  di  4%  pàgine  scritto  in  italiano ^  la  sola  aggiunta  è  pienumtese,  e 
comincia  a  pag.  se,  contenendo:  La  Canzone  di  Madonna  Lucbina,  la 
Canson  di  Disbauchia,  Canzone  della  Ballouria,  Canson  pr  M  tramuè  d' 
San  Michel. 

LUrpa  discordata,  dove  dà  ragguaglio  di  quanto  occorse  nell'Af»- 
dio  I70«,  1700  della  città  di  Torino.  —  Torino,  nella  stamperia  Fontana 
nel  palazzo  di  città.  Con  permission,  in-is.  —  L* autore  di  quest'opù- 
scolo in  versi  endecastllnbi  e  sittenarj  rimati  piemontesi  è  D.  Franrew 
Jntonio  Tarizzo  prete  ^  cittadino  torinese  ed  autore  di  un  altro  Raggua- 
glio istòrico  dell'assedio  e  liberazione  della  città  di  Torino,  in  prosa  ita- 
liana. Sebbene  manchi  la  dala^  è  nolo  èssere  stato  publicato  nel  ito€. 
Posteriormente  se  ne  fecero  due  ristampe;  la  prima  forse  in  Tbriiw, 
senza  dataj  col  titolo:  L^Arpa  discordata  nella  prima  e  seconda  venula 
del  signor  Duca  della  Fogliada  sotto  Torino,  in-is.  La  seconda _,  pure  in 
Torino j  senza  data^  col  titolo:  L^Arpa  scordata  nella  prima  e  secondare 
nuta  del  signor  Duca  della  Fogliada  sotto  Torino.  J  quesi'  ùliima  furo» 
aggiunti  altri  romponimenti  poètici  piemontesi j  cioè:  Canzone  sol  segrclo 


DIALETTI    PEI>EMO.>TA>(l.  655 

di  togliere  il  fumo  ai  cammioi,  e  la  Relazione  dell'assedio  della  cillà 
Un'Alessandria  e  blocco  della  Cittadella  d'essa  fatto  dalle  truppe  di  Spagna 
alleate  con  quelle  di  Francia,  Mapoll  e  Genova,  cominciando  dalli  6  ot- 
tobre f74tf,  sino  li  IO  di  marzo  1746.  Que»to  componimenio  consta  di 
872  verti  seltcnarj  piemoniesij  dopo  i  quali  tegue  una  Canzonetta  sullo 
stesso  proposilo. 

Canzonetta  nuova  sopra  la  perdita  de'Spagnuoli  e  Franzesi,  ed  alle- 
grezza de'  Piemontesi  —  Sopra  l'Aria  di  Tolon.  —  Foglio  volante j  ienza 
dalOj  che  è  l'anno  1743.  Jl  componimento  consta  di  dódici  strofe  in  versi 
settenarj  piemontesi. 

Satire,  ossia  Tragicommedie  italiane  e  piemontesi.  —  Torino,  presso 
Ignazio  Soffietti,  in-is.  Senza  data  che  dev'èssere  l'anno  1777.  Quc' 
si'òpera  dimlesi  in  Ire  tomi_,  con  frontispizj  separati j  che  sono  i  seguenti: 
f .®  il  Kotajo  onoralo,  Satira  ossia  tragicommedia  italiana  e  piemontese 
per  musica.  Tonio  primo.  Torino,  nella  Stamperia  d'Ignazio  Soffietti.  Ivi 
quattro  interlocutori  parlano  il  dialetto  piemontese  j  e  tre  in  lingua  «a- 
liana,  s.*^  L'Adelasia,  Satira  ossia  tragicommedia  italiana  e  piemontese 
per  musica.  Tomo  secondo.  Torino,  dalla  stamperia  d'Ignazio  Soffietti. /9< 
ire  interlocutori  ed  il  coro  parlano  italianamente,  e  due  ora  Vitaliano 
ed  ora  il  piciuon'cse.  s.*'  L'Adelaide  regina  d'Italia  e  poi  imperatrice, 
tragicommedia  italiana  e  piemontese  per  musica.  Tomo  terzo.  Torino, 
nella  stamperia  (P  Ignazio  Soffietti.  Sette  interlocutori  vi  parlano  l*ila^ 
liano,  un  personaggio  ed  il  coro,  in  dialetto  pietnonlese» 

La  Micceide,  ovvero  Raccolta  di  poesie  piacevoli  di  varj  autori  pie* 
niontesi  in  morie  di  Miccia,  galla  di  un  pittore  di  Mondovì.  —  lo  llon» 
dovi,  1781,  per  li  fratelli  Rossi.  In  questo  volume  tn-8  di  pag,  198,  frò- 
vasi  il  Sonetto  in  dialetto  di  Mondovi  di  Giuseppe  Bruno  di  Frabosa^  che 
abòiaiìw  già  recato  nei  Saggi, 

Saggio  di  poesie  varie  di  Silvio  Baibis.  Vercelli,  1782,  dalla  tipografie 
patria,  in-8.  Questo  volume  e  diviso  in  tre  parti j  nella  terza  delle  quaU 
iròvansi  tre  Sonetti  piemontesi,  e  due  in  piemontese  italianizzato. 

A  r'occasion  d'  na  festa  d'  bai  d'  paijsan  eli' a  s'è  dasse  a  Gvon  aprei 
r'inocuration  dre  vajrorc  a  Soe  Altezze  real  r^  prinsi  e  ra  prinsipessi  d' 
Piemont  e  ai  Duca  d'Aosta,   d'  Genois  e  Cont  d'  Aloriana.  Cantada    ar 
Astsana.  —  An  Ast,  1783,  ant  ra  Stamparla  d'  Fransech  Pila.  —  Questa 
poesia,  che  è  in  dialetto  rùstico  astigiano,  viene  attribuita  dal  yallauri 
(Storia  della  Poesia  in  Piemonte)  a  G.  y,  Oggeri  di  S,  Damiano  d'Asti. 
Vocabolario  pieraonlesc  del  medico  Maurizio  Pipino.  —  Torino,  nella 
reale  stamperia,  ìtbs,  iu-s.  Quest'opera  è  divisa  in  varie  parti,  cioè.' 
i.°  Vocal)oIario  domestico  con  unWggiunta;  2."*  Raccolta  di  nomi  derivati 
da  dignità,  gradi,  ufflzii,  professioni  ed  arti;  .'{.''Raccolta  dei  verbi  i  più 
famigliari,  avverbj,  preposizioni,  congiunzioni  ed  interjezioni;  4.®  Sup- 
plì mento  al  Vocabolario. 
Grammàtica  piemontesi*  del   inrdicn  .Maurizio  Pipino.  ->  Torino,  nella 


6K4  PARTB  TEB7.A 

reale  slam  perla,  I78<.  —  Questa  Granwtàtica  è  divisa  in  *  capi  ^  ed  i 
seguita  da  una  raccolta  di  lèttere  piemonteii  ed  italiane  ^  e  da  una  rac- 
colta ben  più  interessante  di  proverbj  e  modi  proverbiali  piemontesi. 

Poesie  pfcmonlesi  raccolte  dal  mòdico  Maurizio  Pipino.  —  Torino,  nella 
reale  stamperia,  1785. —  Questa  preziosa  raccolta  contiene  Sonetti^  Stanze 
e  componimenti  di  varii  autori^  fra  i  quali  sédici  poesie  delt'abtite  Stimo 
BalbiSj  e  quindici  Canzoni  del  Padre  Isler,  oltre  ad  una  Nota  sull'alfa' 
Ifcto  e  pronunzia  pienwnfese.  Oltre  alle  suddette  òpere^  l'Autore  lasciò 
morendo  varj  scritti  inèditi  in  dialetto  pieìnontese,  fra  i  quali  trovasi  tm 
Dizionario  universale  ragionato  di  medicina,  ed  una  raccolta  di  poesie. 

Esponendosi  al  solito  corso  del  Palio  nella  città  d'Asti,  per  l'anno  f78s, 
il  Cavallo  Barbaro  dalla  molto  Ven.  Confraternita  della  Misericordia,  So- 
netti. In  Asti.  Folio  volante.  —  Quivi  Iròvansi  due  Sonetti  in  dialetto 
asUgiano  urbano _,  ed  uno  in  dialetto  riistico. 

La  fera  d'  Moocalè.  Ditirambo  inserito  ncfr  Almanacco  Piemontese 
<lel  1784.  Torino,  in-84. 

il  Conte  Pioletto.  Commedia  piemontese,  ediilone  originale.  Tori  no,  f  784, 
pfcsso  Glanmichele  Briolo,  fn-8.  —  Questo  componimento  anònimOj  come 
appare  dalla  ristampa  che  se  ne  fece  più  tardi  e  che  riportiamo  qui  sotto, 
è  di  Carlo  Giambatista  Tana  marchese  di  Entraqucs  ^  e  quindi  a  torto 
nel  Catalogo  dei  Libra]  Reycends  dell'anno  1788,  venne  attribuito  a  eerto 
-Leoni,  come  pure  per  isbaqtio  venne  citato  dui  Ponza  net  suo  DiiloBario 
Piemontese,  col  titolo  di  Tragicommedia -italianapiemontese.  LaCoinmedia 
è  scritta  in  versi  per  mùsica;  tre  interlocutori  vi  partano  in  dialetto  pie- 
moHlese,  quattro  in  italianoj  ed  uno  alterna  l' italiano  col  pietnontese. 

Il  Conte  Pioletto.  Commedia  piemontese  di  Carlo  Giambatista  Tana 
d'Entraques.  —  Torino^  presso  Glammichelc  Briolo  {senza  data)  in-it. 

La  Nuova  Micceìde,  ovvero  seconda  raccolta  di  prose  e  poesie  piacevoli 
di  varj  autori,  in  morte  di  Miccia,  gatta  d'un  pittore  di  Houdovì.  —  In 
iloodo\ìy  1780,  per  Giovanni  Andrea  Bossi,  in-8.  —  Questo  volumetto  di 
pàgine  laa  contiene  componimenti  poètici  piemontesi  di  va9i  autori,  e 
9ono:  f  Sonetto  piemontese  dell'avvocato  Del  Ano  Muletti  di  Salano; 
1  Sonetto  piemontese  di  Giambatista  Colombo  di  Blondovì  ;  i  Dialogo  pie- 
montese in  versi  d'un  Anònimo;  i  Sonetto  italo-piemontese  di  Donai 
Salustia  Z;  Versi  marlellìani  in  dialetto  astigiano  del  Priore  Stefano  Incisa 
d^Asti;  I  Sonelto  piemontese  di  un  fondachiere  di  Saluzzo;  ed  una  Can- 
zonetta in  dialetto  alessandrino  del  Padre  Agostiniana  L.  P.  A.  H.  D. 

Raccolta  di  alcune  poesìe  eroiche,  bernesche,  tenere  e  critiche,  la 
maggior  parte  Inèdite  dell'avvocato  Ferdinando  Giberttni.  —  Senza  note 
Hpogràliehej  i«-8.  —  Questo  libro  dev'essere  stato  stampato  nel  1788,  • 
iutt'al  più  nel  I790.  Contiene  due  poesie  in  dialetto  piemontese,  cioè,  w 
Sonetto,  ed  una,  Sesta  rima,  intitolata  Toni,  contro  Arpalindo  Elicrislo. 

Canzon  neuva,  su  l'aria:  Dòju  ui  ^pbil,  masse  i  NobiI,  e  giugn  I7N 
(senza  indicazione  di  luogo).  Sono  19  strofe  di  otto  versi  ottonarj,  stam- 
pate in  follo  volante. 


biAUTTi  riiìrvoNTAM.  rtSN 

Poesie  piemontesi  del  Padre  Ignazio  l^ler.  jsi^  niln(«tro  pnuinritdi'  dei 
Canònici  regolari  d'Italia,  e  cplrbre  porla  nel  dialetto  ptoniontOM'.  ritma 
edizione  compiuta  secondo  Toriginale  dell'Autonv  -  -  Torino.  iTi»n,  pre^o 
lo  Stampatore  Denasio,  in-12.  —  />/  ^iira/'ò/jcra  i7*r  i'<iii*/.i  di  iti  (NiMTimf 
furono  publicate  in  sùguiio  in  Torino  rinqur  r*.<f  if»i/'i'.  r/rf.i/fni  i/r/Zf  t/ini/f 
cla//a stamperia  d'Ignazio  Soffletti  negli  anni  inoi^  imi,  imi,  intii,  ni 
una  dalla  tipografìa  Canfari^  nel  inS4  (Jutstr  vSuttnniìr,  olive  nlh  ili  TtHi- 
zoni  della  prima  edizione,  conlèngono  vn  fntiiiuirnto  della  Hit.'*  ed  tinii 
twtizia  biogràfica  dcWaulorej  e  sono  lullr  in-ì^. 

Sur  Pompon!,  0  sia  M  Segretari   d*  Cuiniilln.  Comedln  nn  Plemontet^ 
—  A  Turin,  1800,  da  Micliel  Angel  Monin.  -^(Jumla  ifrarinna  voinmrdtnia 
è  tuli*  ora  anònima. 

Rime  piemontesi  di  Agostino  Bosco  da  Polrlno.  --  Ciirmngiiolfi.  diiltii 
Stamperia  di  Pietro  Barblé.  —  Sema  daln,  rhr  h  Vanwi  lOOl,  /«-«.  lim- 
ito volume  è  il  IX  delle  pnmìe  di  qui'tC  autore  rni'rolh  tu  direi  mhiinl, 
che  per  altro  non  hanno  un  comune  frontinpizio  eultetlivo.  lìneehiude  ot- 
tanta avariate  poesie  nel  dialetto  di  t'nirino  poni  di  mimi  Ir  dati'  nutlffttinn. 
Follìe  religiose.  Poema  in  ottava  rima,  scritto  in  lingua  plemoril(!«f  fofi 
note  italiane  dell'autore.  — Italia,  anno  I\  rcpiilitlcMno.  --  //anònimo 
autore  di  questo  poema  è  il  mèdia*  /ùfoardo  f'nlio  ,  //  f*ortfro  del  porti 
piemontesi  j  del  quale  nòbinmo  parlato  a  lunqo  nri  f'mni  trite  far) .  ed 
offerte  varie  poesie  nei  Sttfjqi.  Fu  stampato  in  ToriìHi,  nel  i^tti,  datta  ti- 
pografla  Bianco;  ed  è  diviso  in  tre  Canti  ,rhe  insieme  sòmmtmo  If  n  ottave. 
A  OD  Scoalè  d'  Z«;non  ariuscità  eh' a  Tè  pa  d'  \;«Jre.  I)fatrflyff,  eott' epi- 
grafe: Amor  ferisce  i  cuori  e  l'inguinaglie.  St-nza  indimzIffW.  tipffffràften, 
in-fòlio  volante.  —  .Sf/no  sette  strofe  d'ottonar]  rontro  e^rtn  0i//9nnnl  flns, 
tielto  stesso  Calvo. 

AHo  Ami^  compare  Toni 
Dà  'I  l>on  di  hartia  Cironi 

A  CftStraBopoli ,  airìMegna  di  Zenone.  —  AJ  qursta  fma  Ctmteme  fn  M 
Ur^fe  di  versi  of tamari  tUtl  medésimo  Cairo  eontro  M  f /««fM  DN/v  sfimm^n^ 
tovaiOj  m  folio  sriolto ,  ^tampula  pure  ^  rnmr  la  prer^d^-nfr ,  ht  yoTfit^ 
nel  fMi. 

Favoli»  flmnli  -«eritre  in  lenta  rima  pi*»monf<^e  da  Jf#?Mi»r  M<vird^  (1*1- 
iro.  Coltrpfqrtf'' 

To  v'offra  ;  c.trmi  ìHm  -tlrigìon  d*d  pianto; 
\ì.i  ".♦!»!»  ,1  c'>!^nf}  illor  «'III',  umor:  rw»  -i  » 
II?    lii'jJii   ii  '^l'^iK.    uor\\^ìot\n  ,J  -T^nto ' 

Dri'OiTx    i\i.r/7/k 

LaniMXrr^piihiir^no  j  '.05 ;.   v»)»:**  *vdìr.iZ'onr  4*  'ttnqo  '•/«*«»  T*'irin^,ìn'% 
Fivole  iiifir,ii  ^rrii^  j»i  i«»p/,#  c'.m.t  rii^jf^rinU*^^  rln  lf«»-.«T  F*^?'»^'!'»  0*1- 

peria  «fi  li»fl«^  OnMfrf    ^mni^,  f-.n^-fec^o   ft^r.ir.u    '.rfl/iT»»»  '"'Onf    :/    or  •'■<•- 


ftK5  PARTE  TERZA 

.1 

Su  la  vila  ir  campagna.  Ode  pfemonteisa  {di  Edoardo  Cal^o),  —  Ta- 
rin,  Pan  XI ^  slampcria  Guaita. —  Questo  miràbile  componimenfo  in  tersi 
quinarj  fu  ristampalo  in  Vercelli,  anno  XIV,  èra  rcpublicana,  da  Zanotti 
e  Bianco. 

Favole  morali  scrìtte  in  terza  rima  piemontese  da  Messer  Edoardo  Cai- 
vo.  —  Torino,  ini 4,  presso  la  vedova  Pomba  e  figli  libraj  in  principio 
della  contrada  di  Po,  in-8.  È  una  ristampa j  nella  quale  Iròvanii  unite 
/e  12  fàs'ole  e  l'ode  sulla  Vita  di  Campagna,  fatta  nella  stamperia  Gal- 
letti,  —  ^llre  ristampe  si  fecero  posteriormente  con  Aggiunte  di  altre 
poesie j  che  sono: 

Poesìe  scritte  in  dialetto  piemontese  da  Messer  Edoardo  Calvo.  Quarta 
edizione  con  aggiunte.  —  Torino,  leic,  presso  la  Vedova  Pomba  e  figli, 
in  8.°  —  Questa  edizione j  oltre  alle  la  Favole ,  contiene  cmcora:  Stame 
a  Ussé  Edouard;  La  Pelission  d*j  can;  I/Ode  su  la  vila  d' campagna,  td 
in  riscontro  la  parodia  della  medésima ,  cioè  l'Ode  su  la  vita  desila,  del 
mèdico  Prunet.  —  Le  posteriori  ristampe  colle  indicate  aggiunte  /urotio 
fatte  in  Torino j  nel  I043,  l'una  presso  Pompeo  Magnaghi,  l'altra  presso 
G.  B.  Binelli. 

La  festa  d'Ia  Pignata,  ossia  Amor  e  Convenienza.  Comedla  an  tre  Atl, 
e  *n  vers  piemonteis  d'D.  Carlo  Casalis  professor  d' filosofia.  —  Tarin, 
an  XII  (1804),  'ni  la  stamparla  filantropica,  in  4.* 

Nel  passaggio  per  Poirino  di  S.  Santità  Pio  VII  addì  19  novembre  it94. 
Poesia  Comica  di  Agostino  Bosco.  —  ùirmagnola,  dalla  stamperìa  di  Pietro 
Barbié,  in  8.®  —  In  questo  volumetto  di  se  pagine  tròvansi  14  scherzi 
poètici  dello  stesso  autore  sul  medésimo  argomento,  in  dialetto  di  Poiriwi* 

Quaresimal  sacociabii  an  vers  piemonteis-italian  con  raggiunta  d'doi 
Poemel  d'I  Prof.  Carlo  Casalis  Doutor  d'Sacr.  fac.  prof.  em.  d'*fllosoOa, 
Accademici!  immobii  d'Alessandria,  e  allualment  professor  d' lingua  la- 
tino e  franseisa  ani  le  scole  d' Valenssa. — Alessandria,  nella  stamparla  Rossi, 
1 80tf ,  in  8.'»  —  Questo  volumetto  contiene  su  Sonetti  piemontesi  colla  cer- 
sione  in  versi  sciolti  italiani;  un  poemetto  in  settenari  piemonleii  sulla 
limosna;  un  Ricordo  in  ottave;  un  Avviso  ai  maiali;  un  epigramma  ei 
un  Sonetto,  in  diaUtlo  piemontese. 

Kel  passaggio  di  Pio  VII  pel  Piemonte.  Ecloga  latina  e  picnionlcae.  — 
Torino,  I80tt,  dalla  stamperia  d'Ignazio  Soffietti.  —  Componimento  tmìh 
nimo  di  io  pàgine  in  8." 

Parapbrase  de  la  parabole  de  P enfant  prodigue  en  vers  pirmontais  avec 
une  note,  par  Charles  Casalis  Docteur  en  Ihóologie,  ancien  professeur  de 
phllosophie,  membro  de  TAcadémie  imperiale  d'AIexundrie  et  Professeur 
adjoint  aux  classcs  de  lungue  latine  à  Técolc  secondaire  de  la  ville  de 
Turin.  —  Turin  ,  looa,  de  riniprinicrie  de  J.  Glossi,  in  a.'*  —  Questa 
paràfrasi  in  83  ottave  piemontesi  fu  ri»tainpata  nel  l'omaso  piemontese 
del  1851 ,  colle  note  francesi,  ed  in  quello  del  i«35 .  stanza  note  ,  ma  eoi- 
l'aggiunta  di  alcune  fàvole  inèdite. 


bl  A  LETTI  PBDBHOMTAM.  ({K7 

Varafrusi  della  parabola  del  tìgliuol  prodigo  verseggiala  In  ottave  pie- 
nioiilesi  dal  sacerdote  Raimondo  Fcrraudi  saluzzcse,  a  richiesta  del  signor 
Solto-Prefcito  del  Circondario  di  Saluzzo.  —  Cuneo,  presso  Pietro  Rossi 
stampatore  della  prefettura,  i808,  in  4." 

Diclionnaire  porlutif  piémontais-francais  suivi  d*un  Vocabulalre  fran- 
^ais  des  termcs  usilés  duns  les  arts  et  mctiers  par  ordrc  alpliabétiquc  et 
de  maticre,  avec  leur  cxplicalion,  par  Louis  Capello  comte  de  Sanfranco. 
Turin,  de  T imprimerle  de  Vincent  Bianco,  iRi4,  Voi.  s  in  8.*^  —  Nel 
primo  yolume^  olire  al  FocabolartOj  trovasi  un  Aperto  de  notlces  étymo- 
logiques  du  dialecte  piémontais  d*après  ses  rapports  avec  le  latin,  Tita- 
lien,  le  fran^ais,  l'cspagnol  et  Tanglois. 

Disionari  piemonleis,  ilalian,  latin  e  franseis  compost  dal  Preive  Casi- 
miro Zalli  d^Cher.— Carmagnola,  isiis,  da  la  slanparia  d^PederBarblé  , 
Voi.  3  in  a.®  —  L'Autore  fece  più  tardi  nel  I8S2  una  ristampa  di  quc' 
gi' òpera  f  col  tìtolo: 

Dizionario  piemontese,  italiano,  latino  e  francese  compilato  dal  Sacer- 
dote Casimiro  Zalli  di  Cbieri.  Edizione  seconda  riordinata  e  di  nuovi  vo- 
caboli arricchita.  —  Carmagnola,  dalla  tipografia  di  Pietro  Rarbié.  — 
Voi.  «  in  4.'*  —  Siccome  l'Autore  mori  dopo  avere  incominciata  appena 
la  ristampa  del  primo  Volume  ^  così  le  Aggiunte  sono  òpera  del  tipògrafo 
Barbié, 

Il  Missionario  di  Campagna,  di  Giuseppe  Fontanonc.  —  Torino,  1817, 
in  8.^  —  In  questo  volumetto  di  so  pàgine  tròvansi  dódici  Sonetti  in 
piemontese. 

Rimedi  sicurissim  cootra  le  petcchie,  ossia  ISovcla  moral  piemonteisa 
de  Fauride  Mcomedan  {Ferraudi  lìaimondo)  de  Salusse  ex-Caplan  di 
Cavaleger  d'I  Re,  tra  j'  Accademich  d''Cher  'I  Verace.  —  Turin,  I8i7, 
da  la  stamparla  Fontana ,  in  s.**  —  Questo  componimento  in  ottava  rima 
fu  ristampato  nel  Parnas  Piemontels  del  lesu. 

Celebransi  ra  festa  d'ra  Madona  d'ra  Nev,  r'ann  18SS,  ce.  Sonet.  — 
In  Asti,  stamperia  di  Giovanni  Battista  Massa.  —  Folio  volante.  —  Que^ 
ito  Sonetto  è  in  dialetto  astigiano  rùstico. 

La  medicina  curativa  del  signor  Le  Roy.  Poemetto  piemontese  In  due 
Canti,  di  un  borghigiano.  ~  Torino,  senza  nome  di  stampatore  ej^seìiza 
data,  che  è  del  lostf. 

Istradamento  al  comporre  nella  lingua  italiana,  approvato  dalla  R. 
Direzione  delle  scuole,  e  seguito  da  un  Dizionario  piemontese- italiano.  — 
Torino,  issa,  stamperia  della  Vedova  Ghlringbello  e  Compagno,  f^ol.  a, 
in  is.^  il  secondo  dei  quali  contiene  il  Dizionario ^  che  l'Autore  dice 
compendiato  da  quello  del  Zalli,  Il  nome  dell'Autore,  l'abate  Michele 
PonzOj  trovasi  in  calce  della  lèttera  dedicatória.  Se  ne  fecero  in  sèguito 
due  ristampe  coi  titoli  seguenti: 

I.*  Dizionario  piemontese-italiano  approvato  dalla  R.  Direzione  delie 
scuole.  —  Edizione  seconda.  —  Torino,  1827,  stamperia  della  Vedova 
Ghirlnghello  e  Compagno,  in  i8.° 


6KB  PAETB  TERZA 

2.®  Dizionario  piemontese-italiano  conlenentc  le  voci  puramente  pie- 
montesi e  di  uso  famigliare  e  domestico,  del  sacerdote  Michele  Ponza.  — 
Terza  edizione  corretta  ed  ampliala.  —  Torino^  dalla  stamperia  Reale, 
1034,  in  18."  —  Per  le  uHcriori  ristampe  ed  ctggiunle  faltevij  ^ggui 
in  sèguito. 

Delle  Storie  di  Chicri  del  cav.  Luigi  Cibrario.  —  Torino,  tipografla 
Alliann,  1827.  — Voi.  a  in  3."  Xcl  Voi.  II  a  pag.  2C7  troi'ansi  in  intiero: 
Gli  Statuti  sopra  l'Ospizio  della  Società  di  S.  Giorgio  del  popolo  di  Cbieri, 
vd  II  Giuramento  che  debbono  prestare  i  Uetlori  della  detta  Società. 

I  Fiori  dell'Alpi.  —  Torino,  presso  P.  G.  Pie  librajo,  1827.  Questo 
Volume  in  8.°  che  racchiude  una  raccolta  di  poesie  e  lèttere  in  prosa, 
per  la  maggior  parte  del  cav.  L.  Cifrario,  contiene  altresì  un  grazioso 
Sonetto  pinnontvse  inèdito  del  conte  liisbaldo  Orsini  d'Orbassano^  e  due 
stupendi  Sonetti  piemontesi  del  cav.  Dorelli. 

Voci  e  modi  toscani  raccolti  da  Vittorio  AIGeri,  con  le  corrispondenze 
dei  medesimi  in  lingua  francese  ed  in  dialetto  piemontese. —  Torino,  per 
TAlliana,  a  spese  di  P.  G.  Pie  librajo  della  R.  Accademia  delle  Scienze, 
1827.  —  L'editore  di  quest'operetta  in  8.^  di  sole  48  pagine  fu  ileo». 
Luigi  Cibrario j  come  appare  dall' Awìso  al  Lettore. 

Vers  piemonleis,  ossia  quatr' estri  scrit  Tauton  d'I  1827  a  la  campagna 
d'Siosse  da  G.  A.  M.  —  A  Turin,  dal  stampador  Louis  Soffiet,  In  8.*  — 
L*  autore  pseudònimo  di  questi  camponimenli  poètici  è  Giovanni  jintonio 
Moretta. 

Dojra  grossa  ant  Pambruni.  —  Turin,  con  permission.  —  Canzotu 
satirica  di  io  pagine  in  Q.^  stampata  nel  1827.  L'anònimo  autore  è  Gkh 
vanni  Ignazio  Pansoya,  autore  pure  dell'opera  seguente _,  e  di  pareccUi 
Capricci  inseriti  net  Parnaso  Piemontese  colle  iniziali  P.  G.  1. 

Ricreassion  dM'Autoun.  Vers  piemonleis  scrit  da  un  Piemonteis  ch'a 
8'dspiemontseria  mai,  gnanca  pr  fé  d' tragedie.  —  Turin,  da  Carlin  Syl\*a 
slampadour,  i827.  —  Sono  cinque  Sàtire  anacreòntiche  ed  un  Sonetto 
dello  stesso  PansoyUj  il  quale  nel  taso  puhlicò  un  altro  libricciuoto  col 
medesimo  titolo,  e  coi  tipi  dell' Alliana,  che  fa  sèguito  al  precedente ,  con- 
tenendo  tre  Capricci  nello  stesso  metro  e  forma, 

Dojra  grossa  vers  mesdi,  parodia  a  Dojra  grossa  ant  Pambruai.  Can- 
soun  piemonleisa.  Turin,  cun  permission.  —  Senza  l'anìw,  eh' è  il  1827. 
L* anònimo  autore  è  Enrico  Bussolino,  che  in  varie  poesie  edile  ed  inèdite 
si  denominò  L'Armila  d'Cavourel,  ara  distesamente,  ed  ora  colle  sèm' 
plici  iniziali  L.  A.  D.  C. ,  come  si  scorge  in  altri  suoi  componimenti  chi 
riferiremo  più  oltre. 

L' Amis  die  31use  piemonteise  ai  Autor  die  doe  poesie  su  Dojra  grossa.  — 
Turin,  da  Lisander  Fontana  slampadour,  I827.  —  Questo  conio  di  >• 
Ottave  endecasillabe  fu  ristampato  nel  Parnaso  piemontese  del  tsss. 

Risposta  a  P  Armila  d'Cavòurel  Amis  die  Muse  piemonteise;  Vers  a  la 
'randa  de  G.  B.  Autour  dia  poesia  inlitoulà:  Dojra  grossa  vers  mesdi» 


DIALETTI  PEOEMOilTAMI.  059 

parodia  a  Dojra  grossa  ani  Tambruni.  >—  TiiriD,  senza  dala^  che  è  l'an' 

no   1837. 

Alia  Musa  giù  d'Icnna,  mancandje  un  Mecenate,  ossia  J'  eclissi  dl'om 
e  soa  etisia  nioral.  —  Ode  an  risposla  a  'n  medich  me  amis,  eh' a  m'in- 
Aita  a  scrive  die  t>oesìc  piemonteise.  —  Turin  taso,  dai  libre  Speiran  e 
Vaccarin,  in  i2.**  yt  piedi  delle  20  strofe  quinarie j  onde  consta  quesC opù- 
scolo j  la  segnatura  L.  A.  D.  C.  rivela  autore  il  D assolino  j  ossia  L'Armita 
d^Cavourct.  Al  medésimo  Autore  appartengono  t  tre  componimenti  anìh 
nimi  seguenti: 

Poupouri  a  la  Seoevra^  esplourassion  teorico  pratica  di* altitudine  ch^a 
rba  noster  dialett  a  la  poeséja,  scrvlends  d'j  espressioun  comunne  a  le 
personne  ben  educa.  Part  prima.  —  Turin ^  isso,  da  la  stamparla  Botta, 
coun  perniissioun.  —  Quesl' opùscolo  contiene  varie  poesie  in  vario  me* 
irò.  La  seconda  Parte  non  venne  mai  alla  luce. 

Ultima  cspanssion  a  Dijo  d'un  Piemonleis  coronel  d'Ozar  mort  a  Paris. 
Sonett.  In  fine:  D.  rArniita  d'Cavouret.  —  Turin,  da  la  stamparla  Bolla, 
con  permission.  In  folio  volante,  senza  data. 

La  Consolassion  d'j  Piemonleis.  Cansson.  —  Da  la  stamparla  Bolla.  — 
Folio  volante  j  senza  luogo  ed  anno,  che  sono  Torino  lasi,  ap^ndo  per 
oggetto  l*  avvenimento  al  trono  del  Jie  Carlo  Alberto, 

Saggio  di  poesie  piemontesi  dì  un  gènere  nfTallo  nuovo.  —  Torino,  dalla 
tipografìa  Alliana,  I820,  in  8."  —  Sono  traduzioni  inversi  piemonUsi 
di  varj  brani  del  Dante,  del  Tasso,  del  Petrarca,  del  Metastasio  e  del-' 
l'Alfieri.  L'anònimo  autore  è  il  conte  Luigi  Joannini  Ceva  di  S.  Michele, 

Alemorie  storico-diplonialiche  appartenenti  alla  città  ed  ai  Marcitesi  di 
Saluzzo  raccolte  dall'avvocato  Delfino  Aluletli  Saluzzese  e  pubblicate  con 
addizioni  e  note  da  Carlo  Muletti.  —  Saluzzo,  Lobetti-Bodoni,  issa.  —  Nel 
Tomo  jy  a  pag.  sotf  tròvansi  le  Recomendaciones  dei  fratelli  della  Casa 
di  disciplina  in  Saluzzo,  nel  dialetto  locale  di  quel  tempo,  tratte  da  un 
Còdice  del  sècolo  XIV,  delle  quali  abbiamo  riportalo  un  Saggio, 

Vocabolario  piemontese-italiano  di  Michele  Ponza  da  Cavour.  —  Torino, 
dalla  stamperia  reale,  lusu-iesr».  Voi.  5  in  8.°  —  Questo  Vocabolario  sin 
dal  principio  della  sua  pubticazioìie  fu  argomento  di  parecchi  scritli  cri' 
tici,  dei  quali  noteremo  i  principali,  e  sono:  Kotc  critiche  al  primo  fa- 
scicolo del  Vocabolario  pi  emonte  se- itali  ano  di  Michele  Ponza,  del  prel« 
Giuseppe  Antonio  Ramello  da  Vercelli.  Torino,  1031,  presso  G.  B.  Para- 
via, in  8/*;  Osservazioni  di  Mastro  Simone  Barbiere  sopra  VAwìotatare 
degli  errori  di  lingua.  Torino,  stamperia  Cassone,  Marzorati  e  Vercellot- 
ti,  1851,  in  8."  Opera  del  signor  Bocelli  professore  di  Jìettòrica  alle 
Càrcare;  Di  Michele  Ponza  e  suoi  Censori.  Torino,  lasi,  presso  Mando 
e  Speirani.  Opera  dell'avvocato  Nota  figlio  del  celebre  scrittor  di  Comèdie; 
Osservazioni  di  Mastro  Simone  Barbiere,  sopra  Topuscolo  intitolato:  Di 
Michele  Ponza  e  suoi  Censori.  Toilno,  1 83i ,  stamperia  Ghiringello,  in  8.°; 
Osservazioni  di  Mastro  Leonardo  Ciabattino  sopra  il  Vocabolario  piemon- 


560  PARTB  TERZA 

te$e»UaUatw  di  Michele  Ponza»  Torino,  flSftì,  stamperia  Bianco,  in  e.': 
Osservazioni  di  Mastro  Leonardo  Ciabattino  sopra  il  f^ocabolario  piemon- 
ffie-italianOj  sul  B,  C,  D,  di  Michele  Ponza.  Torino,  issi,  dai  tipi  di 
Bianco^  in  8.®  A^vèrtusij  che  questi  due  ùltimi  opùscoli j  non  sappiamo 
con  guai  fondamento j  vengono  d'ordinario  attribuiti  al  cav.  Luigi  Ciftra- 
rio.  yéggasi  più  avanti  l'Appendice. 

I  cattivi  medici.  Poemetto  piemontese  di  N.  R.  (Norberto  Jfosa)  —  Susa, 
dalla  stamperia  di  Gerolamo  Galli.  Senza  l'antw  j  che  dev'èssere  il  isso, 
in  8." 

Fotlfe  piemonteìse  d'un  Armila  Canavsan  {l* avvocato  Giuseppe  Maria 
Begis).  —  Turin,  I8su,  da  Masper  e  Serra.  Questo  volutnetto  in  8.**  con- 
Uene  lA  epigrammi  satirici^  gènere  di  compotiimento  non  mai  iraitalo 
per  l*inanzi. 

Li  sent  Evangiie  de  nosler  Seigneur  Gesù  Christ,  confourma  seni  Luca  et 
sent  Giann  rendu  en  lengua  Valdesa.  —  Par  Pierre  Beri  ancien  Modérateor 
des  Églises  Vaudoises  et  Pasteur  de  la  Tour.  —  A  Londres,  de  Timpri- 
merie  de  Moyes.  Took's  Court,  Chancery  Lane,  isso,  in  8.*^ 

'L  Consolator  d'coui  eh' a  perdo  a  la  lolaria.  Giornal  picmonteis  con  la 
tarifa  dMe  monede  pr  Pan  issi.  —  Turin,  tipografia  Cassone,  Marzorati 
e  Vercpilotti.  Questo  Giornale  in  is.**  contiene  sette  componimenti  poètici 
piemontesi. 

Opere  piemonteise  d'V.  A.  Peyron.  —  Turin,  isso-Sf .  —  Voi.  5,  in  •* 
I  primi  tre  Volumi  contengono  144  Fàvole ^  un  Pròlogo  ed  una  eoncMu^ 
Siene j  e  furono  stampati  nella  tipografia  di  littorio  Picco.  Il  quarto, 
contiene  144  poesie  diverse.  Jl  quinto j  /'Arte  poètica  d'Boileau  tradola 
an  vers  eroich  piemonteis,  con  el  test  a  front.  1  due  ùltimi  stampati  daXU 
tipografia  Mando j  Speirani  e  Compagni. 

La  Musica  apologetica  a  la  prima  part  del  Poporì  a  la  Senevra,  ossia 
Gapitol  sui  Capito! ,  olave  su  le  otave,  e  paragon  sul  paragon,  precedo 
da  doi  Sonet  in  lode  del  dialet.  Assag  pocticb  d'V.  A.  Peyron  scrii  se- 
cond  soa  neuva  ortografia.  —  Turin,  issi,  tipografia  Picco. 

L'AutooD,  0  sia  i  piasi  dMa  campagna.  Rime  piemonteise  serite  aa 
Turin  da  un  Turineis,  ch'dop  d'*avei  goudu  1  piasi  dMa  campagna  j'è 
VOQ  *1  schirlblss  dV^crivie  an  poesia.  —  Turin,  issi,  stamparla  dMa  Vìd. 
Ghlringhel  e  Gomp. ,  in  8.® 

Raccolta  delle  poesie  piemontesi  del  Padre  Giuseppe  Frioli.  —  Torfno, 
I8S1,  presso  Carlo  Grosso  lo  contrada  del  Gallo,  in  8.®  È  questa  tntarae* 
colta  di  canzoni  che  vengono  tutt^ora  cantute  dai  ciarlatani  per  te  «ùj 
e  che  furono  anteriormente  stampate  in  fogli  volanti'  —  Lo  stesso  stm»" 
patore  ne  publicò  una  seconda  edizione  in  f  a."  nel  1 8S8. 

Parnas  piemonteis.  An  prim,  lasi.  —  Turin  da  la  stamparla  Alllana.'- 
In  quest'anno  ebbe  principio  la  publicasione  di  questo  Almanacco ,  defli- 
nato  a  contenere  una  svariata  raccolta  di  cotnponimenti  poètici  piemontesi 
èditi  ed  inèditi  di  ogni  autore.  Nell'anno  successivo  issa,  ceduta  la  tìf^ 


DiÀLtrri  msiuNiiTÀRi.  601 

grafia  Ailiana  al  Fodratti  ^  quetti  volle  ricominciarne  la  eerie  eolla  firo' 
pria  firma,  e  la  continuò  tulli  gli  anni  iuccasivij  iino  a  noi;  di  modo  eke 
l* intera  collezione  contta  di  24  volumelli  in  te,  che  Motto  il  tìtolo  bene 
appropriato  di  Parnas  Piemontcis  racchiùdono  un  dovizioto  repertòrio 
della  maggior  parte  delle  poetìc  piemontesi  sinora  comparse  alla  luce. 

Sustanza  de  la  Storia  Senta  et  dar  Cataquisme  renda  en  tenga  Valdete 
par  P.  Bert.  —  Londra,  less,  in  12.** 

Storia  dei  Prìncipi  di  Savoja  del  ramo  di  Acaja  {del  cav.  Pietro  Datta),  — 
yoL  t  in-B.  —  Nel  secondo  volume  j  a  pag.  887,  si  legge  la  già  da  noi 
riportata  Canzone  sulla  resa  di  Pancalìeri  nel  mio.  Fu  ristampata  nfilla 
Storia  della  Poesia  in  Piemonte,  di  T.  Vallauri. 

Dio  prim^  oget  d'amor  e  d' consolassion,  conlenent  la  guida  del  Cristian 
e  la  filosofia  del  Vangeli.  Dedica  a  Pillustrissim  e  rcverendìssim  D.  Gioan 
Batista  Giraud.  —  Turin,  I8.ttf,  presso  V.  A.  Peyron  a  la  stamparla  po- 
liglotta. 

Appendice  al  Vocabolario  piemontese-italiano  di  aiictiele  Ponza  da  Ca- 
vour, nella  quale  si  contengono  circa  dodici  mila  tra  voci  e  frasi  piemon- 
tesi non  più  registrate,  ne  fatte  italiane  nei  precedenti  dizionarj.  —  To- 
rino, stamperia  reale,  issa,  in-8. 

Ultima  descucrta  ch^a  s'è  fasse  d'I  mond  d'Ia  luna.  —  Turin,  dal  libre 
Gioan  Batista  Binelli ,  I8S0,  in-i6. 

Una  bela  carota  grossa  da  vende,  eh' a  Tè  rubata  giù  d'ant  el  mond 
dia  luna.  —  Turiti,  da  Gioan  Batista  Binelli,  1836,  in-8. 

Grammatica  pienionleisa-italiana  (di  Enrico  Geymet).  —  Turin,  da 
G.  Pomba  e  Compagnia,  1837,  in-i2. 

L'illuminassion  a  gas.  Caprissi  d' G.  1.  P.  {Giovanni  Ignazio  Pansoya). 
—  Turin,  da  Giusep  Ballator,  1838,  in-8. 

Donato  piemontese-italiano,  ossia  Manuale  della  lingua  italiana  ad  uso 
dei  maestri  e  degli  scolari  piemontesi,  di  31ichcle  Ponza.  —  Toriuo,  1838, 
tip.  Baglione,  Rielunotte  e  Pomba,  in-8.  La  seconda  parte  consta  di  prose 
e  poesie  picìwjìitesi  di  vari  autori. 

Notizia  intorno  ai  Còdici  manoscritti  di  cose  italiane  conservati  nelle 
Blbliotecbc  del  mezzodì  della  Francia,  del  cav.  Costanzo  Cazzerà.  —  To- 
rino, stamperia  Reale,  1838,  in-8.  Ivi  trovasi  un  Sonetto  piemontese  di 
yittorio  Alfieri. 

Canzoni  Piemontesi. —Lugano,  tipografia  Ruggia  eComp.,  1838,  ia-l8. 
Questo  anònimo  volumetto  contiene  Zi  Canzoni  e  tre  poemetti  j  che  sono 
dell'avvocato  Angelo  Brofferio  di  Castelnuo^o  d'Asti.  —  Fu  ristampato 
più  volte,  con  aggiunte,  in  data  d'Italia, 

1  Fumeurs.  Facessia  polemica  d'  Fauride  Mcomedan,  fra  j  Irrequiet  *l 
Verace.  —  Savigliano,  tipografia  Daniele  (senz'anno),  in-ia. 

Le  Strade  ferrate.  Sestine  piemontesi  (di  Norberto  Bosa),  —  Torioo, 
tip.  Chi  rio  e  Mina,  1840,  in-8. 

Storia  della  poesia  in  Piemonte  di  Tommaso  Vallauri.  --  Torino,  tipo- 

4» 


'663  PAftTt  nMA.   OULffTTI   PIPIIIOXTANI. 

grafia  Ghlrio  €  Mina,  I84i ,  voi.  t  in-8.  ^  Ivi,  fra  i  moUì  Saggi  di  pome 
iMiwMj  latine  e  francen  itrodoUi  ad  illustrazione  della  «/ot-iu  pidtUe 
maionale,  ic  ne  trovano  alcuni  in  dialetto  piemontae. 

La  Giardiniera. 

Canionetta  sopra  le  tìglio  ebe  banoo  ricusato  di  maritarsi  neiP  tià 
fio  vane. 

Risposta  alla  precedente. 

Caoione  sai  pastori  che  dalla  montagna  discéndono  In  pianura. 

Le  Comari.  Quetti  ùltimi  cinque  componimenti  appartengono  al  mùmen 
indeterminato  di  quelle  Canzoni  anònime^  che  i  cerretani  cantano  mlk 
pùbliche  vie,  alcune  delle  quali  di^ngono  popolari  per  eccellenza,  e  ti 
diffondono  rapidafnente  nelle  Provincie ,  o  pel  soggetto  d^occaeione  che  in- 
ieretta,  o  pel  ritmo  musicale  che  piace;  altre  invece  scompàjono  appena 
nate  ,  e  cèdono  il  posto  alle  nuove.  Oltre  che  sono  tutte  osettrt,  e  di  ptà 
oscuri  autori^  vengono  d'ordinario  stampate  in  folio  volante,  senza  htegv 
ed  anno.  Negli  anni  addietro  autore  di  parecchi  fra  questi  componitsienU 
•i  fu  il  Padre  Giuseppe  Frioli;  vèggasi  più  sopra  al  titolo:  Raccolta  dcUt 
poesie  piemontesi  del  P.  Giuseppe  Frioli.  Torino,  tasi. 

Vocabolario  piemontese-ila  liane,  ed  italiano-piemontese  del  sacerdtU 
Miobelo  Pooia.  —  Torino,  tipografia  Paravia,  lais.  to-a. 


APPENDICE 

alU  precedenti  bibliografie  dei  dialetti 
Lombardi  ed  Emiliani, 

Sebbene,  come  abbiamo  esplicitamente  dichiarato  nell7iUro- 
duzione  e  confermato  nel  ùìulo  di  questo  libro,  nostra  inten- 
zione precipua,  redìgendo  il  presente  lavoro,  fosse  quella  di 
tracciare  un  piano  di  ordinamento  dei  varii  elementi  che  insieme 
costituiscono  e  determinano  T  ìndole  speciale  e  caratteristica  dei 
singoli  dialetti,  onde  pòrgere  allo  studioso  la  sicura  norma  per 
la  classificazione  dei  medesimi,  e  non  già  quella  di  riunire  una 
compiuta  raccolta  di  notizie  e  dei  materiali  a  tal  uopo  indispen- 
sàbili, ciò  nulladimeno,  avendo  nel  corso  della  presente  publi- 
cazione  rinvenuto  qua  e  là  alquante  notizie  bibliogràfiche  intorno 
ai  dialetti  lombardi  ed  emiliani,  che  potrebbero  per  avventura 
interessare  ai  coltivatori  di  simili  studj ,  stimiamo  opportuno  ag- 
giùngerle qui  appresso  in  Appendice  alle  bibliografie  rispettivo. 

Dialetti  Lombardi. 

miaaese. 

Consonancie  di  echo.  — Senza  luogo  ed  annOj  in  8.®  —  Opiacolo  raro^ 
itampato  probabilmcnle  a  Venezia  intorno  al  flM40.  Dopo  le  Consonancie 
in  onore  di  M,  Laura ^  trovasi  un  piccolo  poema  intitolato:  Le  Noxie  del 
Zane  in  vari  dialetti j  cioè:  bergamasco j  napolitano j  romano j  milanese^ 
genovese,  veneziano  j  Iwlogncsej  ferrarese  j  romagnolo  j  piacentino ^  mo* 
denesc  e  mantovano. 

Disgratle  del  Zane,  narrate  in  un  sonetto  di  diciaselte  linguali.  — 
Senza  indicazione  tipogràfica,  —  Opuscoletto  forse  stampato  a  Venezia 
intomo  al  laiso,  ove  sono  rappresentati  i  dialetti  mantopano,  vemzifmo^ 
milanese,  napolitano,  romagnolo ^  ecc. 


004  rAHTK   TKRZA 

Avvertimenti  àelia  lingua  sopra  il  Decameroue,  del  cav.  Llooarcfe  Sil- 
viati.  —  Venezia,  itt84,  %  Voi.  in  4.*  —  Alla  flne  del  primo  Volumt 
trovasi  una  novella  del  Boccaccio,  tradotta  successivamente  nei  dialetti: 
bergamasco,  veneziano,  friulano,  istriano,  padovano,  genovese,  manto- 
vano, milanese,  bolognese,  napolitano,  perugino  e  fiorentino. 

Diporti  academici  di  D.  Agostino  Lampognani  abbate  Casinense.  —  Mi- 
lano, letts,  appresso  Lodovico  Uonza,  in  8.^  —  Jn  fine  di  que$i' òpera, 
il  diporto  decimosetlo  traila  de' Dialetti  overo  degli  Idiotismi  d'alcooc 
città  d' Italia ,  ed  ivi  trovami  alcuni  Saggi  in  proia  dei  dialetti  porentim, 
tfergamascOj  venezianOj  milanetej  pavese,  piacentino,  bolognete  e  genovete. 

In  occasion  del  faustissem  matrimoni  del  sciur  D.  Franzesch  Piazza  dt 
Pont  In  Valtellina  colla  sciura  Donna  Marianna.  Rimm  milanes.  —  Nova- 
ra, 1797,  in  8.* 

In  morte  di  S.  E.  Giovanni  Benedetto  Borromeo  Arcse,  rime  di  Done- 
Dico  Balestrieri.  —  Milano,  Agnelli,  1741. 

Poesia  ai  so  nevodinn  Marina  e  Cecca  Balestrer  che  se  fanp  monefb. 
Milano,  pel  Marcili,  1764,  in  folio. 

Arco  trionfale  consacrato  ai  reali  sposi  l'Arciduca  Ferdinando  d'Austria 
e  la  principessa  M.  Ricclarda  d*Este,  da  Domenico  Balestrieri.  —  Milano, 
per  G.  B.  Bianchi,  I77t ,  in  8.** 

La  Pioggia  d'oro  e  la  Fuggitiva,  di  Tommaso  Grossi.  —  Milano,  per  Vla- 
cenzo  Ferrarlo,  I82s,  in  la.^ 

I  donn  no  han  tort.  —  Milano,  pel  Borsani,  lass,  in  is.® 

Amor  di  figlio  e  avidità  dell'oro.  Novella  in  ottava  rima  milaoeseidi 
Giovanni  Ventura.  —  Milano,  pel  Brambilla,  1824,  in  is.** 

La  Norma  resiada.  Seslinn.  —  Mllan,  stamparla  Malatesta  de  Carlo 
Tinell  e  Comp.  1832.  —  yolumelto  in  8."  di  le  pagine. 

La  Ratteide.  Poemetto  in  sesta  rima  milanese  di  L.  S.  Almanacco  per 
l'anno  bisestile  isss.  —  Milano  a  spese  di  Benedetto  Bouvier. 

On  sogn  de  Menegbin  Percenna.  Canti  due  in  dialetto  milanese,  per 
felicitare  la  ricuperata  salute  del  signor  Duca  Pompeo  Litta,  di  Carlo 
Cambiaggio.  —  Milano,  per  Fusi  e  Comp.,  isss,  in  a." 

Carl'Ambròs.  Versi  milanesi  di  Giovanni  Ventura.  —  Milano,  per  Co- 
glielmini,  I840,  in  8.** 

In  occasione  deirEccIisse  totale  di  sole.  Sestine  di  Ambrogio  Alberti, 
in  dialetto  milanese.  —  Milano,  per  Chiusi  e  Comp.,  fl84S,  in  ic* 

Dicerie  e  narrazioni  soirEcclisse  deira  luglio  I84S.  Sestine  indialeltt 
milanese.  —  Milano,  per  Tamburini  e  Valdoni,  In  8.^ 

Viaggio  fatto  in  sogno  sulla  strada  ferrata  da  Milano  a  Venezia,  (c 
Canti  cinque  in  dialetto  milanese  di  Luigi  G  lardi.  —  Milano,  per  Pladd» 
M.  VisaJ,  I84S,  in  is. 

Descrizione  e  ragionamento  sulla  strada  ferrata  da  Milano  a  Veaeiia' 
Rime  milanesi.  —  Milano,  per  Tamburini  e  Valdoni,  1848,  in  it.* 

Uno  scherzo  sulla  nuova  illuminazione  a  gas  in  Milano.  Rime  verateaio 
di  Leopoldo  Berzaghi.  —  Milano,  Tamburini,  1848,  in  8.* 


DIALITTI    #BDI1I0?ITA^I.  (6K 

Chi  cerca  trceuva;  ossia  el  progress  de  la  gioriiaiia.  Sealinn.  de  Frusti- 
alano  Schiettipa.  —  Milano,  Pirotta  e  Comp.  1847,  in  8.° 

Tatt  i  coss  a  soo  temp.  Sestine  di  Fortunato  BonelU.  —  Milano,  per 
Redaelli,  1848,  in  8."* 

Raccolta  di  poesie  In  dialetto  milanese,  per  Luigi  Malvezii.  —  Milano, 
Wilmant,  1848,  in  8." 

Vita  e  testament  de  Pomin  de  Preja,  di  Giuseppe  Elena.  —  Milano, 
per  Chiusi  e  Comp.,  isso,  in  r.** 

L*ultiina  messa  celebrata  nella  chiesa  della  Rosa  io  Milano,  o  sia  un 
racconto  che  fa  conoscere  cos'erano  quei  tempi  (i4  maggio  1798).  Tiri* 
fera  in  versi  milanesi  di  G.  B.  Fumagalli.  —  Milano,  per  Redaelli,  istto. 

Scritti  in  dialetto  milanese  di  Giuseppe  Sommariva.  —  Su  i  donn,  gi6 
1  omen.  —  Ai  noeuf  or  de  sira.  —  A  Morivion.  —  Milano,  pel  Messaggi, 

ASSI,  In  B,*' 

Meneghin  a  Roma.  Abort  d'una  Strenna  per  el  i88i  (di  Giuteppe  «Stmi- 
mariva).  Milano,  pel  Messaggi,  in  8.® 

Macchin  per  Londra.  Fantasìa  in  dialetto  milanese  di  Giuseppe  Som- 
inariva.  —  Milano,  Messaggi,  I88t ,  in  8. 

I  misteri  de  Milan.  Scenn  do  la  viln  (di  Giuseppe  Sommariva).  —  Mi- 
lano, Gio.  Messaggi,  I8tt3,  in  8.*^ 

El  pover  Pili.  Versi  milanesi  di  Giovanni  Raiberti.  —  Milano,  per  Giù* 
seppe  Bernardoni,  I8t(2,  in  8.^ 

1  Piazz  de  Milan.  Guida  strasordinaria  per  el  lans,  compilada  dal  mi- 
lanes  Giusep  Sommariva.  —  Milan,  Messaggi,  I8tf3,  in  8.® 

I  Fest  de  fSatal.  Versi  milanesi  di  Gio.  Raiberti.  —  Milano,  per  Giu- 
seppe Bernardoni,  I88s,  in  8.^ 

Ber^amaseo. 

Comedia  nova  de  ^otturno  napolitano,  intitolata:  Gaudio  d'Amore.  — 
Vinegia,  March.  Sessa,  is.'si ,  in  8.^  Questa  Comedia^  divenuta  assai  rara, 
è  scritta  in  terza  rima,  ed  uno  degli  interlocutori  vi  parU  il  dialetto 
ùergumasco. 

Errori  incogniti,  Comedia  di  Pietro  Buonfanti  da  Bibbiena.  —  Firenze, 
G.  Marescoltl,  inso  (In  fine  i«B7),  in  8°  M  fra  gli  altri  per sotiaggi 
Zanni  vi  parla  il  bergamasco  corrotto. 

La  Fariuella,  comedia  di  G.  C.  Croce.  —  Bologna,  per  Antonio  Pliarri. 
Senz'anno,  In  la." 

GII  otto  assortiti,  Comedia  di  Giovanni  Sinlbaldi.  —  Venezia,  per  Ales- 
sandro Vecchi,  1608,  in  12.**  Gli  interlocutori  vi  parlano  il  dialetto  òrr* 
gamasco  ed  il  veneziano, 

LI  diversi  linguaggi.  Comedia  di  Verg.  Veruccl.  —  Vinegia,  per  Ales- 
sandro Vecchi,  leoo,  In  i9."  Gli  interloeutori  vi  partano  varj  dialeUi, 
fra  i  qìéali  il  berganuisro. 


066  PARTE  TERZA 

Il  dottor  Baccheton;  Comedia  dì  Bonavventura  Gioanellf.  —  Veneiia, 
1619,  in  IR.  —  È  scruta  in  vari  dialetti j  fra  i  quali  anche  il  bergama9eo. 

•  Uascarate  et  capricci  dilettevoli  recitativi  in  Comedie,  et  da  cantarsi 
in  ogni  sorte  d'instromenti,  operete  di  molto  spaso,  di  P.  Yeraldo. -* 
Venezia,  per  Angelo  Salvador!,  1626,  in  it/  —  Neil' ao9ertimento  l'au- 
tore annunzia,  che  gli  interlocutori  vi  parlano  diversi  dialetti,  eioijil 
nttpolitano,  il  bolognese,  il  tedesco  italianizzato^  il  bergamasco ,  il  geno- 
vese, il  norcino  ed  il  romano. 

La  Rosalba.  Comedia  di  Angelo  Scaramuccia.  —  Velleiri,  16S&,  fn  it." 
È  scritta  in  diversi  dialetti ,  tra  i  quali  ti  trova  pure  il  bergamasco. 

La  schernita  Cortigiana.  Comedia  di  Giovanni  Maria  Alessandrini  di 
Ponzano.  —  Bologna,  per  Giovanni  Longhi,  1680,  In  fls.*  —  i/n  tnfer- 
locutore  vi  parla  bergamasco. 

Il  titolo  non  si  sa.  Opera  del  dottor  Sottogisnio  Blanasta.  —  Milano, 
per  Lodovico  Monza,  1673,  in  12.^  —  È  scritta  nei  dialetti  bergamasco, 
bolognese,  veneziano  e  napolitano. 

Pantalone  mercante  fallito.  Comedia  del  Siraontomndoni.  —  Tenezia, 
per  Domenico  Lovisa,  loos,  in  12.°  —  Fra  gli  inttrlocutori  trovasi  il 
bergamasco, 

Tnifaldino  medico  volante.  Comedia.  —  Bologna,  pel  Longbi.  Sena 
Tanno,  in  I2.*  —  Tra  i  vari  dialetti  vi  è  parlato  pure  il  bergamasco, 

Pantulon  speticr,  con  la  metamorfosi  d'Arlecbino  per  amore.  Scentea 
rappresentanza  di  Gio.  Donicelli.  —  Venezia,  Domenico  Louisa.  Senz'anno, 
in  12.**  —  Ivi  pure  è  parlato  il  bergamasco. 

Trufaldin  Anto  pn pagalo  per  amor,  filosofo  per  conversationc  nelPas- 
semblca  de' matti.  Comedia  di  Nicolò  Monaseni.  —  Vcnetla,  per  Domeoict 
Louisn.  Senz'anno,  In  12.°  f^i  si  parla  il  dialetto  bergamasco. 

L'invidia  in  corte,  0  vero  le  pazzie  del  dottor.  — Venezia,  per  Loaisa. 
Senz'anno,  in  12.®  —  n  è  pure  parlato  il  dialetto  bergamasco. 

Arlechino  finto  bassa  d* Algeri.  Opera  scenica  di  Bonav.  Gioanelli. — 
Venetia,  Domenico  Louisa.  Senz'anno,  in  12."  —  Fra  gli  inlerlocHtorì 

•  trovasi  il  bergamasco. 

La  Fortuna  de' pazzi  ha  cura,  ovvero  dall'offesa  il  beneficio.  Conedli 
di  Fabrizio  Manni.  —  Bologna,  pel  Longhl,  I7ii,  in  I2.*  —  Fi  si  parU 
pure  il  bergamasco. 

La  gelosìa  schernita  ci  la  costanza  premiata.  Opera  scenica  di  drle 
Sigismondo  Capeci.  —  Bologna,  pel  Longhi,  I7M,  in  12.*»  —  FnseriUs 
nei  due  dialetti  bergamasco  e  bolognese. 

Chilonida.  Opera  da  recitarsi  dagli  alunni  del  collegio  Capranica.  — 
Roma,  171»,  In  12."  —  Ivi  Scudellino  parla  il  dialetto  bergamasco. 

Instrumento  del  dolor  Desconzo,  in  lingua  bergamasca,  cosa  ridfctilosa 
con  molti  secreti.  ~  Senza  indicazione  tipogràfica.  —  Quest'opùscolo  fu 
tampato  intorno  al  ì6ao. 

Opera  nova  dove  si  contiene  una  caccia  amorosa  trasmutata  alla  ber- 


DIALim   PBbUIONTA?!!.  Cù7 

famasca,  el  altre  bellissime  battaglie,  con  un  biasmo  della  caccia  d^a- 
more,  et  capitoli  bellissimi.  —  Sensa  indicazione  veruna.  —  Questo  rart 
opùscolo  racchiude  varie  poesie  licenziose  in  dialetto  bergamasco.  La  cac" 
eia  d'amore  è  in  italiano,  ed,  ogni  quartina  è  seguita  dalla  parodìa  nello 
slesso  dialetto.  Fu  probabilmente  stampato  in  P'eneziaj  prima  del  iiitto. 
.  Maridaz,  over  sermó  da  fa  in  maschera  a  una  sposa^  in  lengua  berga- 
nasca,  ce.  —  Senia  veruna  indicazione,  in  8.*^  —  Qtiesl' opùscolo  assai 
probabilmente  fu  stampato  in  Venezia,  pel  Sindoni,  nel  ìtto, 

Sennon  da  far  in  maschera  ad  una  sposa,  in  lingua  bergamasca.  Cosa 
nello  dilettevole,  con  due  Canzonette  in  lingua  veneziana.  —  Sema  in* 
dicazione  tipografica;  ma  pare  stampato  in  Venezia,  intorno  all'anssa 
Ktto,  in  a.** 

Vanto  del  Zani,  dove  lui  narra  molle  segnalale  prove  che  lui  a  fatto 
nel  magnar.  —  Senza  veruna  indicazione,  in  8."  —  Questa  poesia  in  o#* 
toPO  rima  è  scritta  in  bergamasco. 

Capitolo  in  lode  del  Bocal,  con  un  sonetto  di  un  viaggio  del  Zani  a 
Venetia.  —  Senza  luogo  ed  anno.  In  8.**  —  Stampato  forse  in  yentziap 
intomo  al  ittrto. 

La  piacevole  astrologia  del  Ravanello.  —  Senza  luogo  ed  anno,  In  8.^  ->- 
ifuesta  facezia  è  seguila  dalla  Genealogia  del  Zani  3  in  dialetto  bergamo" 
9C0,  Fu  stampata  nel  sècolo  XI' L 

■  Opera  nuova  nella  quale  si  contiene  un  Invito  de  alcuni  ortolani,  Con 
la  risposta;  el  la  l'astorelia,  con  la  tramulatione,  et  alcune  slancie  in  lin- 
gua bergaroascha.  —  Senza  luogo  ed  anno,  in  8.*  —  L^  sole  Stanze  sono 
in  dialetto  bergamasco ,  e  racchiùdono  l'elogio  delle  taverne. 

Il  spasso  delta  villa  dei  Mantovano,  con  una  Canzon  tramutata  in  lin- 
gua bergamasca.  —  Senza  luogo  ed  anno ,  in  8.° 

Le  piacevoli  nolll  di  Gìo.  Fr.  Straparoia  da  Caravaggio.  —  Vinegla, 
Comin  da  Trino,  iitao-84.  Voi.  2,  in  8.®  —  Fu  ristampata  pure  in  fV 
nezia,  nel  i»99,  da  Alessandro  De  Vecchi,  in  4."  La  terza  Nocella,  Ber- 
toldo de  Valsabia,  della  y  notte,  è  scritta  in  prosa  bergamasca. 

Di  Sulpizia  romana  trionfante.  Trattenimenti  cinque,  ec.  di  Camillo 
Scalìgeri  dalla  Fratta  {Adriano  Banchieri),  —  Bologna,  Giovanni  BattitU 
rerroni,  iota,  in  12.°  —  A  pag.  »»  e  seguenti  vi  si  trova  un  racconto 
td  una  breve  poesìa  in  bergamnsco. 

I  secrèc  del  niò  .Nono,  ossia  Raccolta  di  cognizioni  ùtili  e  dilellevoli 
(di  Ronfani  Pasti).  Almanacco  per  Tanno  i846.  —  Bergamo,  pel  Sonzo- 
gnl,  in  12.*" 

Breseimio* 

Ai  Giaccobì  de  la  quondam  Repubblica  Cisalpina.  Capilol.  —  Brescia, 

•  700,  in  8.* 


fitti  PARTI  TIRIA 

Dialetti  EsnuANi. 

Bolofipneflee 

I  parenti  godevoU,  opera  piacevolissima  di  G.  C.  Croce.  —  Bolofm, 
seni' anno»  in  8.®  —  In  questa  comcdia  famigliare  Graziano  e  Pedrolim 
cantano  alcune  stanze  in  dialetto  boloftncte. 

LI  diversi  linguaggi.  Com.  di  Verg.  Vcruccl.  —  Vincgia,  per  Alessandro 
Teeclii,  1609,  In  is.®  —  Fra  ì  vari  dialetti  parlati  dagli  interlocutori  ti 
trova  anche  il  bolognese. 

Bravata  di  Babino,  parte  in  lingua  romagnola,  parte  toscana.  Opera  da 
ridere  di  G.  C.  Croce.  -«  Bologna,  Bartolommeo  Cocchi,  I6i7,  io  a.*  — 
Questo  componimento  è  scritto  in  terza  rima. 

II  doitor  Baccheton,  Coniedia  di  Bonavventura  Gioanelli.  —  Venesla, 
1 619,  in  it.*  —  Jn  questo  componimento  in  vari  dialetti ,  un  interloesh 
(ore  parla  il  bolognese. 

Il  Panlalon  imbertonao.  Cbmedia  di  Giovanni  Briccio.  —  Venesla,  is<s, 
io  t%.^  —  Graziano  vi  parla  il  proprio  dialetto. 

Mascarate  et  capricci  dilettevoli  recitativi  in  Comedie,  el  da  cantarli 
in  ogoi  sorta  dMnstromenli,  operelc  di  molto  spaso,  di  P.  Veraldo. — 
Tenezia,  per  Angelo  Salvadori,  loee,  in  is.^  —  Fra  i  vari  dialetti  par- 
lati  dagli  interlocutori  j  si  trova  anche  il  bolognese. 

La  Bosaibn.  Comedia  di  Angelo  Scaramuccia.  —  Velletrl,  tesa,  in  ft.*— 
Fra  gli  interlocutori  travasi  pure  il  bolognese. 

Il  titolo  non  si  sa.  Opera  dei  dottor  Sotlogisnlo  Manasta.  —  Milano,  per 
Lodovico  Monia,  1073,  in  fls.*^  —  Un  interlocutore  parla  il  dialetto  bo* 
lognese. 

Il  Fazoletto.  Opera  scenica  del  Brignole.  —  Bologna,  per  Giovanni Lm- 
ghi,  1683,  in  12.^  Ivi  il  dottor  Graziano  parla  il  bolognese. 

Pantalone  mercante  fullito.  Comedia  del  Simonlomadoni.  -^  Teoeiii» 
per  Domenico  Louisa,  loss,  in  f  s.*^  —  Un  interlocutore  parla  il  diakUs 
bolognese. 

La  Anta  Zingara.  Comedia  di  Beginaldo  Sgambati.  —  Bologna,  sens'anoSi 
in  I2." 

Panlalon  spetier,  con  le  metamorfosi  d'Arlecbino  per  amore.  Scenica 
rappresentanza  di  Giovanni  Bonicelli.  —  Venezia,  Domenico  Louisa,  scota 
data,  in  is.®  —  Fra  gli  allori  trovasi  pure  il  bolognese. 

11  matrimonio  in  maschera.  Comedia  di  Fabrizio  Nanni.  —  Bologoa, 
pel  Longhi.  Senz'anno,  in  is.^ 

Trufaldin  finto  papagalo  per  amore,  filosofo  per  conversaiione  nel- 
r assemblea  de' malti.  Comedia  di  Nicolò  Monaseni.  —  Venetia,  Doncnics 
Louisa.  Senz'anno,  in  is.^  —  È  scritta  in  vari  dialetti j  tra  i  quali i^ 
bolognese. 


MA  LETTI   PBDBMOMTAMI.  069 

L'Invidia  In  corle.  o  vero  le  pazzie  del  dottor.  —  Venezia,  Domenico 
loulita.  Senz'anno,  In  12.**  —  Tra  i  vari  dialetti  che  vi  tono  parlati  tro- 
vati pure  il  bolognese. 

Ariecbino  finto  bassa  d'Algleri.  Opera  scenica  di  Bonav.  Giovanelli.  — 
Venetla,  Domenico  Louisa.  Senz'anno,  In  I9.°  —  Un  attore  vi  parla  il 
dialetto  bolognetc. 

Lamento  di  Tugnol  da  Mnierbi  per  esserli  stala  rubbata  la  borsa,  ri- 
dotta a  modo  di  comedia,  composta  da  Francesco  Draghelli.  —  Bologna, 
Girolamo  Cocchi.  Senz'anno,  in  a."  —  È  scritto  per  intero  in  bolognese. 

La  fortuna  dei  pazzi  ha  cura,  ovvero  dall' ofTesa  il  benefizio.  Comedia 
di  Fabrizio  Manni.  —  Bologna,  Longhi,  I7it,  in  12.°  —  Fra  i  dii'erti^ 
dialetti  ivi  parlati  trovasi  pure  il  bolognese, 

l.a  gelosìa  schernita  el  la  costanza  premiala.  0|>cra  scènica  di  Carlo 
Sigismondo  Capcci.  —  Bologna,  pel  Longhi,  I7i4,  in  12."  —  È  scritta 
nei  due  dialetti  bolognese  e  bergamasco. 

Il  savio  delirante.  Comico  divertimento  per  musica.  —  Bologna,  I7S0, 
In  f  2.°  —  È  veramente  strana  un*  Opera  in  dialetto  bolognese  ptr  musica! 

Zanin  dagl'islori.  Lunari  nov  per  Tann  leoo.  —  Bulogna,  In  I6.^  — 
Questo  lunario,  che  fu  riprodotto  diversi  anni,  contiene  in  cascun  anno 
una  comediola  in  dialetto  bolognese. 

Progetto  di  Ortografia  bolognese  proposto  da  un  Accademico  del  Tri- 
tello. —  Bologna,  dal  tipi  dei  Nobili  e  Comp.,  1828,  in  8.° 

Palese. 

Questa  è  una  farsa  recitata  a  gli  excelsi  signori  di  Firenze,  nfclla  quale 
si  dimostra,  che  in  qualunque  grado  che  l'homo  sia,  non  si  può  quietare 
et  vivere  senza  pensieri,  ec.  Senza  luogo  ed  anno^  in-s.  —  Questa  farsa 
i  in  versi j  ed  è  forse  stampata  a  Firenze  sullo  scorcio  del  sècolo  Xy,  Ivi 
tm  interlocutore  parla  il  dialetto  pavese^  ed  un  altro  il  piacentino. 

Diporti  Academici  di  D.  Agostino  Lampognani.  —  Milano,  letts,  presso 
Lodovico  Monza,  In-8.  —  Ivi  fra  1  vari  Saggi ^  trovasi  un  Racconto  in 
prosa  pavese. 

Giarlaett,  Tacque!  ardicol,  critich  e  moral  dae!  sur  Giarlaett  con  j  09- 
sarvazion  di  Paisàn  sgond  zcrti  dì  e  slaglon  dPan,  ec.  In  Ha  me  zitti, 
Pan  1764  pr  al  i7oa.  Pacr  .Marcantoni  Por.  —  Questo  almanacco  consiste 
in  un  lungo  ed  insìpido  Diàlogo  in  dialello  pavese,,  e  termina  con  due 
cattivi  Sonetti.  I-^i  ristampato  nell'anno  lase  col  seguente  titolo: 

il  vecchio  Giarlaett  del  i7B«.NuovoAlmanacco  per  Tanno  bisestile  1836. 
Pavia,  per  Luigi  Landoni. 

Alla  cara  memoria  del  D.  Defendente  Sacchi  morto  II  20  dicembre  1846. 
Sestine,  pavesi  {di  Giuseppe  Bignami).  —  Pavia,  libreria  della  Minerva 
di  Luigi  Landoni,  I84i. 

I  Necrologìi.  Imitazione  del  Fnsinato.  —  Poesia  in  folio  volante  di 
G.  Bignami, 

II  pio  orfanotrofio  maschile  di  Pavia.  Sestine  in  dialello  pavese  di  Cla- 
seppe  Bignami.  ~  Pa\ia,  pel  Fusi,  I84»«  ln-8. 


APPENDICE 


Mentre  avevamo  sotto  il  torchio  gli  ùltimi  fogli  di  qoesto 
Saggio j  il  signor  Gabriele  Bosa^  indefesso  cultore  degli  stodj 
linguistici^  e  sopratutlo  di  quanto  può  giovare  all' illustrazione 
della  storia  patria^  e*  inviava^  con  una  lèttera  erudita^  alcuni  an- 
lichi  monumenti  del  dialetto  bergamasco^  da  lui  rinvenuti  fra  i 
manoscritti  e  gli  archivii  della  città  di  Bergamo,  i  quali,  seb- 
bene svisati  da  una  incerta  e  capricciosa  ortografia,  bastano 
per  avventura  a  constatare  l'esistenza  delle  forme  caratteristi* 
che  di  quel  dialetto,  intorno  alla  metà  del  sècolo  Xlll,  prima 
cioè  che  la  lingua  àulica  generale  sì  venisse  sviluppando  nella 
nostra  penìsola,  a  supplantarvi  il  corrotto  latino.  A  questi  mo- 
numenti per  molli  riguardi  preziosi  potremmo  aggiùngerne  altri 
contemporanei  propri  d'altri  dialetti  lombardi,  emiliani  e  pedo- 
montani,  non  che  vèneti,  càmici,  campani  e  sìculi,  da  noi  rac- 
colti allo  scopo  di  tracciare  colla  scorta  dei  monumenti  le  rìoiole 
origini  deir  italiana  favella.  Mentre  peraltro  ci  riserbiamo  a  coor- 
dinare di  propòsito  queste  importanti  reliquie  in  una  pròssimi 
.publicazione,  crediamo  far  cosa  grata  ai  nostri  lettori  porgendo 
loro,  a  corredo  di  quanto  siain  venuti  esponendo  nel  corso  del- 
r òpera,  i  componinìcnti  comunicatici  dal  signor  Rdsa  insieoie 
alla  lèttera  che  li  accompagnava.  E  poicliè  non  abbiamo  sot- 
tocchio i  documenti  originali  dai  quali  furono  tratti,  e  neHi 
malferma  ed  incerta  ortografia  colla  quale  sono  espressi,  assii 
malagévole  torna  il  determinare  con  precisione  la  retta  pro- 
nunzia delle  sìngole  voci;  così,  per  tema  di  alterarne  il  Tikm, 
preferiamo  rinunziare  al  sistema  ortogràfico  da  noi  snperior- 
'mente  stabilito,  trascuri vèndoli  fedelmente  quali  si  trò>*ano  nel 
.rispettivo  originale. 


AFPF.Ì1DICK  (71 

A  compimento  poi  del  presente  Saggio^  ed  a  maggiore  schia- 
rimento delia  classificazione  generale  da  noi  proposta,  e  della 
divisione  topogràfica  della  grande  famìglia  dei  dialetti  Gallo-Uà» 
licij  abbiamo  stimato  ùtile  corredare  tntta  l'opera  con  una  Carta 
topogràfica  dell' Italia  superiore^  nella  quale  abbiamo  tracciato, 
oltre  ai  confini  generali  delle  distinte  famiglie  càrnica,  vèneta, 
gallo-itàlica,  ligure  e  toscana,  eziandìo  le  principali  divisioni  e 
jsuddivisioni  dei  dialetti  gallo-itàlici,  indicando  specialmente  i 
nomi  dei  luoghi  ove  sono  rispettivamente  parlati. 

Per  tal  modo  verrà  agevolata  l'intelligenza  di  quanto  siam 
tenuti  mano  mano  esponendo,  e  lo  studioso,  abbraciando  con  un 
«olo  colpo  d'occhio  l'estensione  e  le  speciali  suddivisioni  di  tante 
svariate  favelle,  scorgerà  nelle  naturali  barriere  la  ragione  della 
medesime,  e  potrà  forse,  mercè  un  diligente  raffronto  delle  di- 
visioni linguìstiche  colle  molte  divisioni  etnogràfiche  e  politiche 
alle  quali  l' Italia  superiore  andò  col  vòlgere  dei  sècoli  soggetta, 
conseguire  nuove  ed  importanti  rivelazioni. 

Tale  è  il  fine  al  quale  noi  abbiamo  dirette  le  malagévoli  e 
coscienziose  nostre  ricerche.  Allo  stesso  fine  ci  proponiamo  di 
X^ntinuarle,  coordinando  colla  scorta  dei  fatti  e  coli' assistenza 
che  invochiamo  degli  studiosi  tutte  le  altre  famiglio  degli  itàlici 
dialetti,  pienamente  convinti,  che  una  Carta  linguistica  del- 
l'Italia moderna  per  tal  modo  tracciata^  corrispondendo  in  ogni 
sua  parte  alla  Carta  polìtico-geogràfica  dell'antica ,  varrà  meglio 
d'ogni  altra  guida  ad  aiipuntarcì  con  certezza  le  prische  sedi 
delle  itàliche  tribù  primitive,  che  se  ne  div^putàrono  il  possesso. 


(jARIssino  Amico. 

Da  qualche  tempo  ess^nilomi  posto  a  rovistare  fra'  manoscritti  ed 
archivii  di  Bergamo,  onde  raccògliere  notizie  stòriche  e  linguìsti- 
che, mi  vennero  mostrate  dal  sig.  Stefano  Borsetti,  Cancelliere  di 
questo  archivio  Notarile,  ed  esperto  paleògrafo,  fra  l'altre  cose, 
due  composizioni  poètiche  volgari,  T una  del  4255,  l'altra  del  4540, 
ignorate  sino  ad  ora ,  scritte  a  Bergamo  in  lingua ,  che  si  direbbe 
signorile  bergamasca,  perchè  non   è  il  bergamasco  popolare,  ma 


671.  APPB^fDlCI 

quello  di  chi  si  aiuta  colla  conoscenza  del  Ialino  nolarile,  e  del 
parlare  de*  colli  lombardi ,  di  farsi  capire  ed  ascoltare  piacevolmente 
anche  dai  non  bergamaschi.  La  composizione  del  4253  è  anteriore 
di  43  anni  alla  nascita  di  Dante,  e  di  47  alla  poesìa  milanese  di 
fra  Bonvesino  da  Riva,  ed  al  lamento  della  donna  veneziana  che 
ha  il  marito  alle  crociate,  da  voi  ridotte  a  buona  lezione,  illustrate 
e  pubblicate  nel  fascicolo  di  novembre  4847  della  Rivista  Europea. 
Se  quelle  vanno  fra  più  antichi  monumenti  di  un  tentativo  di  lin- 
gua letteraria  italiana  con  fondo  milanese  e  veneziano,  la  nostra  lo 
è  di  simile  esperimento  con  prevalenza  di  clementi  bergamaschi» 
mentre  con  base  sicula  ma  più  pròssima  alla  lingua  colta  più  co- 
mune, toglievano  a  formare  un  volgare  illustre  Ruggerooe,  Rinieri 
da  Palermo,  la  Nina  Folco  da  Calabria,  Gucrzolo  da  Taranto,  Man- 
fredo, Enzo,  Federico  U,  Pier  delle  Vigne,  Guido  da  Messina;  con 
materiali  toscani,  romani,  emiliani  eletti.  Brunetto  Latini,  Rinaldo 
d'Acquino,  il  Guinizzclli,  Onesto  e  Guidotto  da  Bologna,  S.  Fran- 
cesco d*Assisi,  Fabruzzo  da  Perugia,  Mastro  Agnolo  da  Camerino, 
Jacopone  da  Todi,  Guittonc  d*Arezzo,  Papa  Bonifacio  Vili,  Ricco- 
baldo  da  Ravenna,  la  Beata  Chiara  da  Rimini,  Virginio  I^aurenti 
da  Cori;  mentre  a  loro  si  vcnìano  accostando  ncll* Italia  settentrio- 
nale Albertano  giùdice  da  Brescia,  Gotto  da  Mantova,  Albertino 
Ciròlogo  da  Pàdova,  Saladino  da  Pavia,  Polo  Lombardo,  Pietro 
Barsegapè  da  Milano. 

Così  questa  poesia  è  insieme  il  più  antico  documento  della  Lon- 
bardia  di  lingua  italiana  e  bergamasca,  e  mostra  come  la  storia 
delle  origini  della  lingua  letteraria  italiana  non  possa  andare  disgiunti 
da  quella  de*  vernàcoli  d*onde  esci.  Questi  monumenti  quindi  « 
coordinano  alla  storia  si  della  lingua  italiana  che  dei  dialetti,  ed 
acquistano  maggiore  importanza,  e  diventano  più  ùtili,  quando 
sono  collegati  criticamente  cogli  altri  monumenti.  Io  più  tardi  potrò 
coordinarli  a  studii  locali,  ma  ora  non  potrei  farli  conóscere  che 
nella  loro  grettezza  isolata ,  onde  verrebbero  giudicati  di  quelle 
composizioni  plebee  analemizzate  da  Dante.  Divisai  quindi  mandarli 
a  voi,  coirjaggiunta  di  alcune  altre  cose  inèdite ,  che  danno  no 
saggio  del  volgare  bergamasco  ne*  secoli  successivi  XV  e  XVI  * 
pensando  che,  ove  vi  pajano  convenienti,  li  potete  pubblicare  ia 
appendice  al  vostro  prezioso  lavoro  sui  dialetti  gallo-itàlici,  oiri 
nel  proprio  ostello  saranno  illustrali. 


APPENDICE  075 

//  Decàlogo  (i25S). 

QuesU  compofllxione  era  fra  Isirumenti  privali  legati  in  no  solo  volume 
i  pergamena  del  ì96Z,  scrilta  coir  idèntico  caràttere  che  parecchi  di 
negli  Isirumenti  I  onde  se  non  è  anteriore,  è  almeno  loro  contemporànea. 

In  nomo  sia  de  Crist  ol  di  present 

Di  des  comandamet  alegramet , 

I  quai  dà  de  pader  onnipolent 

A  morsis  per  salvar  la  zet. 

Chi  i  des  comandament  observerà, 

In  vita  eterna  cum  Xristo  andarà. 
EI  primo  comandament  ol  di  honorar, 

Sover  omnia  cossa  ama  ol  creatore 

Cho  lamma  e  chol  cor  e  cbo  la  met 

E  in  lu  meter  tutt  ol  nostre  amore. 

E  la  rason  per  que  no  ol  debnem  amare. 

Se  vo  m^  ascoi  te  so  voi  eh  uy  tara  ve. 
Per  zo  che  a  la  sua  ymageu  al  na  formato, 

i^  lo  lìbero  arbitro  lu  sma  dato. 

Tute  le  cose  a  nostra  utilitad 

E  del  so  sang  precios  al  na  recomperato, 

E  su  la  eros  al  sulTri  passione 

Per  la  nostra  redemcione. 
Et  secondo  comandamento  de  obscrvar. 

Et  nomo  de  deo  en  va  noi  mcnzonare 

Ni  in  sperzur,  ni  in  blasfemare, 

Mi  in  faturi,  ni  in  idoli  menare. 

Non  cri  ai  indui,  eh' a  l'è  rasia. 

Ni  in  vana  cossa  chi  in  sto  mondo  sia. 
8oiu  cho  se  sperzura  biastema  ol  creatore , 

E  queli  che  lo  madise  el  digo  ancora. 

In  ydolatri  ere  1  miser  pecadore 

Ai  ere  ai  indui  et  ai  incantadore. 

In  asse  vise  se  pò  deo  biastema  re, 

Unde  ve  prego  che  vei  debie  guardare. 
In  tol  vegio  testamento  se  trova  scripto, 

Siunt  ol  povcl  de  deo  fora  d'EgIpto, 

EI  fo  un  che  biaslemava  deo  benedlgto 

E  per  parola  de  deo  padre  ol  fo  digamot 

E  de  fora  ay  lo  fl  menare, 

E  sì  lo  fl  lapidare. 
E  pò  vide  San  Grigori  de  deo  servente 

Un  fanti  lo  quai  avea  zinqui  ani, 


671^  '  Appnmot 

El  qual  biastenia  Xrisl  omnipoteiite; 
01  padre  noi  castigava  de  meo  te 
E  biasteiuando  dco  ol  padre  en  braso  Tava , 
01  daiDOD  a  so  dispregio  de  brazo  ilo  lolava. 
El  terzo  comandamento  de  observare , 
8o  è  la  festa  de  deo  beo  guardare , 
Andar  a  la  giesia,  a  li  messi,  e  udì  predicf . 
El  nostro  creatore  de  rcgraciare, 
Con  tut  ol  cor  e  no  co  la  fc  vana, 
De  zo  che  al  ne  prcstad  in  la  sctemana. 
A  noi  se  de  andar  tcnasando 
Ma  pover  e  infirmi  rcvcsetando , 
E  ovra  de  misericordia  faxando. 
Le  doni  non  de  al  bai  andar  cantando, 
Ila  tirarse  la  vanitad  dal  cor  e  da  la  testa; 
Alora  guadanariano  la  bela  festa. 
Ciascheduna  dona  clie  va  disonestamente 
Alla  offende  a  Xrislo  omnipolente 
E  fa  vergonsa  azcscando  so  parente, 
Com  fi  una,  in  tol  vegio  testamento. 
Un  bel  esempi  ve  dirò  de  presente. 
Fiola  de  Jacob  a  la  era  in  veritadc 
Donzella  alora  piena  dò  vanitude 
Novamcute  a  la  riva  a  una  zitade, 
Li  doni  la  vito  andar  per  li  gorade , 
Quella  donzella  fo  prisa  e  vergoniula, 
E  duramente  la  fo  lapidala. 
Li  so  dudcs  (radei  sol  ten  a  dcsunorc, 
E  li  piò  la  zitade  a  gran  fororc, 
Homeni  e  femini  e  fantini  ancora 
Per  lai  de  spade  11  misi  al  bora. 
Perzò  chi  a  fieli  li  casligi  per  razone 
A  so  chi  no  li  pechi  per  vostra  casone. 
El  quarto  comandamento  de  observare, 
Se  tu  e  pader  ni  mader,  tu  li  di  honorarc 
Faic  honore  e  rivcrencia  quanto  tu  poxe 
Perche  li  ta  dati  la  caren,  ol  sangc, 
Li  nostri  padri  che  na  inzcnerati, 
£  li  nostri  madri  che  in  corpo  na  portati. 
A  se  mali  noti  e  di  yamo  (i)  dati 
E  del  so  sange  eli  na  resaziati, 
Eli  na  acquistati  la  roba  con  grade  sudore, 
Onde  no  posemo  stare  a  grande  honore, 

(I)  jMtn»  p«r  abbiamo. 


C7f 


le  iMB  bceBo  con  fa  lo  re  serveoto 
Che  non  cooiosse  chi  lo  serve  de  nenie. 

Com  0  un  fiol  menescredenle 
01  qaal  avi  va  ol  pader  vegio  certameole. 
01  pader  era  vegio ,  zaziva  al  sole 
Or  odi  quel  que  faxisa  quel  re  flolo: 
01  pader  che  era  vegio  si  spudava , 
El  fiol  l'avi  va  a  schifi  e  s'il  piava 
Per  li  Cavell  dredo  sol  strascinava 
Fin  ad  uno  loco  ch*el  pader  si  parlava. 
Al  disse  al  fiol  più  no  me  strascinare. 
Fin  chiloga  e  (i)  slrasclnè  ol  me  padre. 
Chi  baie  pader  e  mader  mal  gne  fcnire. 
Cosi  farà  li  so  fiol  alor  senza  fai  Ire. 

Chi  mal  farà  per  zerto  mal  convò  avire 
Che  Jesu  Cristo  ni  farà  pentire. 
Qua  de  li  son  vegi  de  non  abir  vcrgonia, 
Tolemo  esempio  che  ne  da  la  zigonla. 
Quand  la  zigonla  è  vcgla  e  no  pò  volare 
La  zigonla  town  se  la  met  a  rovure. 
E  si  ìe  per  casa  coshc  da  mangiare, 
Quando  un  osclo  ne  da  amacHtrumeiilo 
Inprcndinic  senza  demoranicnlo. 

El  quinto  comandamento  nNii  fa  ni«irlre. 
Col  cor  ni  cola  Icngua  ne  con  Mentire 
Ni  coli  honori  guarda  non  fu  li  re 
Che  a  Jesuro  Xrlnt  farete  a  dr«pia4Ìre 
La  zobia  (l)  sanrta  Cri«it  in  orlo  diMe: 
Chi  de  agidc  fere  de  agide  |N«rÌM'r 
Se  la  morte  de  neisun  te  eonoenllMue 
Tu  r  ulcl^sl  xl  rum  se  tu  (i^rl»*! 
Ben  che  el  re  Erode*  Il  puer  non  I«U«m 
Perchè  a  ti  fé  morir  nenleutia  de  le  mudn^ 
Al  deveola  levrus  a  men  tenendo 
El  ven  en  fa«»tudi  a  u  et  altra  wuìm 
E  pò  se  dei»p{ro  scavale  de  preM^ute 

El  sef»to  conandauento  uou  di  furare  « 
Usura  ni  ranpiua  non  di  hrn , 
A  to  l' altro  |>er  forza  ed  a  rol»arr, 
A  to  r  allru  el  demoni  te  liga , 
Et  a  ^atf^f^ri  «1  to  muìUt  gran  l/rigii 

cAl/^l*  4i««iiw   <UlU»ltf  U'tfivlfM-wW   •   liOa«#l  IIMIm.1   P««   f  «' •  t  fM   #|/' 

MséiM  pm  fi**-*/!  M  4t<«  tm^AM0  4ét  filili I  Lf«Mi 


$7$  AfFEROICl 

QuHDdo  Pomo  è  amalato  al  von  a  confaMlont, 

El  prelto  le  domanda  satlsfaceioue; 

lllora  ol  damoni  le  da  tenlaptlone 

E  sì  le  dia  tu  guarire  ben  a  se  se  a  du  faro  rason, 

8e  Tomo  mor  in  quela  e  no  abia  renduto» 

Pensa  ben  sai  e  salv  o  perduto. 

El  seplimo  comandamento  non  uduiterara 
Volontera  ol  damoni  tei  cuiiseiit  a  fare 
Perchè  do  anime  in  quel  fa  pecare 
E  da  l'amur  de  Cristo  i  fa  a  lui  lenara. 
Per  zo  ol  dumoni  ol  fa  biustemare. 
Molli  na  quistà  per  quel  peccato 
Chi  in  tei  via  de  ia  luxuria  perseverale 
Con  sigo  ol  damoni  lo  monaraie, 
8e  in  questo  mondo  penileuciu  non  faraie 
L'amor  de  Cristo  el  tutto  perdaraie. 
Per  quel  peccato  bruto  e  desonesto 
Un  bel  esempio  ve  dirò  manifesto. 
Al  se  lese  che  air  era  zinquc  citadc 
Ilorbi  e  grazi,  pieni  de  gran  vanitati; 
Homen  e  femini  e  zuven  in  vcritude 
Usava  luxuria  cum  granda  carnalilati. 
Per  quel  peccato  dco  li  fu  ubls^are 
Se  no  tre  persone  che  scampa  de  lore. 

E  l'octavo  comandamento,  si  obudieiilc 
E  non  fa  li  falsi  sagramenli. 
Tu  biastemi  Dco  omnipotente 
A  voli  provar  quel  che  non  è  mente. 
Conio  li  quei  do  in  tei  vegio  testamento. 
In  tei  vegio  testamento  se  trova 
Queli  do  vcgi  Susana  acusa 
Per  que  a  no  lai  volu  consentire. 
A  là  disse  che  in  adulteri  la  trovano, 
E  per  quel  de  via  fl  lapidata. 
Sovra  quali  deo  le  manda  sentenza. 
Daniel  profeta  ven  e  dis  allora 
Questa  sentenzia  non  e  iusta  seniore. 
Ai  li  va  accusata  falsamente, 
E  lapidati  lur  fo  duramente. 

El  nono  comandamento  non  desiderare 
L'altrui  moier  ni  flola  ni  serore 
Che  a  Jesum  Cristo  faresti  a  despia»irt. 
De  David  profeta  ve  voi  dire, 
La  moier  tolse  ad  un  so  cavalere. 


ni 

E  po  cnLaoe  e  feelo  Borire. 

Deo  ie  BiLiidò  raspe!  e  <cf\ol  iKulìre. 

Al  ù  pfBìtfficM  de  qoelo  f nn  peoni». 

E  po  di  Kt  £olì  «e  \ì\e\  tnehuUto. 

C'n  di  li  fiiMi  zaiiva  cole  corone 

E  li  altri  fradelì  5el  ten  «  de^onore. 

A  li  ul5Ì5  Amia  ad  ira  ed  a  furore. 

E  po^  conira  ol  padre  w  revoltaie. 
Quando  Cairn  ulcis  AboI«  la  terra . , . 

E  de  quel  peccato  iu$tilia  domandava 

Po  un  di  cava  ter  quel  Axalon  ulcU 

Per  quel  pecad  che  David  jti  eomlA. 
El  decimo  comandamenlo.  ubedlsel  per  ratoii, 

^on  desiderar  ì*  altrui  poMejtsion , 

Tera  ni  vini,  ni  bosco,  ni  maMinQ 

Cavai,  ni  bn,  ne  |)egra,  ni  ronione. 

Per  invidia  Cairn  ulcis  Abel, 

E  li  fieli  de  Jacob  vendi  so  f radei. 
Per  invidia  li  Zudci  alsi  Cristo  belo, 

Per  invidia  si  desfà  litad  e  caitel, 

Per  invidia  se  mct  guerra  e  razla 

E  molti  personi  se  mct  en  mala  via. 

altro  libro  di  istrumenti  del  154(0  trovasi  inserta  una  narra- 
i  in  forma  poètica ,  di  cui  vi  copio  solo  quelle  parti  che  la  de« 
a  concede  publicarc. 

Confessando  la  $nia  defeta  Valtrer  a  Sani* /igottino 
me  requerse  d'amor  fino  ol  bon  ronco  frate  Sbereia. 

A  quello  Sborela  fruire  menando  mollo  eonceia 
Ciie  disfie  ol  meo  |x*<*cato;  |>erdonamii  mia  fallila. 
Quando  vene  a  far  partita  mìniir  man  .... 


Ve  color  tuta  me  mohì 

Credia  che  santo  foHAe,  e  lu  «le  rosi  villano. 
To  pen$<;r  è  fol ,  e  vano  riiiiiiiiKO  <'hl  t«  tanta 
Se  tu  trovi  che  te  consenta,  da  l>«  aia  matadata. 


I  di  questa  risma. 


k$ 


078  APPE7ID1CB 

Il  Calvi  nel  Campidoglio  de*  Guerrieri  (Milano,  Vigone,  1668) 
a  pag.  295,  pubblicò  questo  epitafio  di  Guiscardo  Lanci,  morto  io 
Bergamo  del  4352. 

Qui  giace  l'eccellente  cavalieri 

Msser  Guiscardo,  cbe  de  Lauzi  nato 
El  quale  di  vlrlù  fu  tanto  ornato 
Che  dirlo  in  breve  non  saria  iezerl. 
Questo  de  justitia  fo  sentieri, 
Prudente,  forte  fo,  e  temperato, 
E  dell' altre  sorelle  accompagnalo 
Onde  redi  fico  suo  bel  verzieri 
Del  nobile  llilan,  che  ozi  è  il  mazore, 
Podestà  fo  in  Cremona,  e  in  Piacenza, 
De  Brescia  capitano  fo  e  rettore, 
Genova  podestò,  e  sua- potenza 
Compagno  fo  del  mllanes  signore, 
E  consigljer  compiacque  a  sua  clemenza. 
Mille  trecento  con  cinquantadua 
Correva  de  luio  il  di  secondo 
Cbe  ci  fé  fine ,  e  usci  de  questo  mondo. 
Christo  el  riceva  nelle  glorie  sue. 

Il  Big.  Borsetti  mi  comunicò  alcuni  fogli  di  carta  lógori ,  sui  qatlt 
in  bei  caràtteri  è  scritto  un  prezioso  racconto  sacro  della  passione 
e  morte  del  nostro  Signore,  che  forse  si  cantava  nelle  Chiese. Non 
hanno  alcuna  indicazione  di  tempo,  ma  le  forme  delle  lèttere  e  la 
lingua  lo  farebbero  crédere  del  sècolo  XIV;  ma  Tèssere  sopri 
carta  simile  a  quella  che  s*  incominciò  ad  usare  da  noi  nel  ihOO 
m* induce  a  créderlo  di  quest'epoca.  Eccolo: 


Chi  voi  odi  del  nost  Signior 
Cum  el  morì  cum  quanl  dolor, 
Che  ve  diro  del  comenzament 
Cum  li  Zude  fi  ol  tradiment. 
Nostro  Signor  volci  tradì 
Ma  no  ga  sai  trova  chi. 

Quant  cum  li  disjpoi  Cbrist  cenava 
Xi  fortement  lu  suspirava: 
Dia  un  de  vo  me  tradirà, 
Puz  a  la  cena  questo  sarà. 

Tug  i  discipol  a  Christ  guardava, 
E  sant  Zovan  Christ  domandava 


Uagister  me  diri  a  mi 

Chi  sera  quelu  che  ve  derà  tradì. 

Christo  ie  respos  e  tei  diro: 
Quelu  a  chi  ol  pa  e  sporziro, 
E  sant  Zovan  molto  stremi 
In  brazo  a  Christ  stramortì. 

El  so  disipol  falsameot 
De  sira  fi  io  tradiment; 
Basand  la  boca  lo  tradì 
Tug  i  discipol  sen  parti. 

Juda  el  vendè  quel  traditor 
Trenta  dcner  ol  so  Signor, 


APPENDICE 


679 


A  modo  de  un  ladro  ai  lo  mena, 
Denanz  ad  Ana  lo  acusa. 

Ana  respos  con  gran  furor. 
Si  lo  inquirì  per  mal  fator. 
Tosi  a  Gaifas  ci  mcnari 
Che  al  dis  che  a  le  re  di  Zudc. 

Denanz  a  Gayfas  Crisi  fo  menad 
E  sì  aspiava  (f)  Cristo  bead; 
E  tu  quelo  che  se  fa  re  di  Zude, 
Crisi  ie  respos  ni  bo  ni  se. 

E  Crisi  ie  dis  xi  humelmenl 
Per  que  me  def  queslo  lorment, 
E  ho  semper  pariad  palis 
Beat  color  che  me  averà  intis. 

E  un  de  lor  la  ma  levava 
Una  goltada  i^i  ye  dava; 
E  Crisi  ie  dis  questa  reso 
Per  que  me  def  senza  caso. 

A  una  coIona  ay  lo  ligava 
Tuta  la  nog  ay  lo  frustava, 
Peccad  no  fl  («)  a  quei  Zudc 
Che  lo  sangue  ie  ve  fina  in  di  pe 

Quanl  la  nog  che  al  fo  frustad 
In  la  doma  che  al  fo  menad 
Denanz  a  Pilad,  al  fo  acusad 
Ana  e  Gaifas  gè  la  mandad. 

Pilal  si  dis  a  qucy  Zudc 
Al  re  Erodes  vo  sii  menarl, 
Cum  al  vora  vo  sin  fari 
Caso  i^)  ados  a  lu  noi  trovar!. 

E  "1  re  Erodes  a  Cristo  guarda, 
Cum  grand  furor  si  lo  domanda. 
E  lu  quel  che  se  fa  re  di  Zudc: 
Crisi  no  respos  ni  bo  ni  se. 

El  re  Erodes  comanda 
Vestì  lo  daves  de  porpora 
Per  fasen  bef  quei  Zude 
Per  que  a  noi  vols  in  lur  credi. 


Cum  furur  ai  lo  menava, 
Denanz  a  Pllal  ai  lo  acusa  va, 
Cescadu  crlda  e  fa  remor 
Digno  a  le  de  mori  senza  demor. 

Pilal  Zude  sii  fi  frusta 
In  la  doma  sii  fi  mena. 
Caso  no  so  trova  a  qucst  doctor, 
Toli  baraban  che  le  malfaclor. 

E  tu  comenza  a  cridà 
Che  Cristo  faza  cruclfica. 
Se  tu  noi  fé  jusllsia 
Denanz  a  Cesar  tam  acusa. 

Respos  Pilal,  i  ma  men  laf  (4) 
De  che  ol  voli  re  siel  dad, 
A  dos  ye  mis  una  eros 
Per  dai  tormenl  più  angustios. 

E  azi  ol  fasiva  quel  Signor 
In  terra  spes  per  fai  desnor 
E  per  me  la  faccia  ye  spudava 
E  de  spi  pongenll  lincoronava. 

E  su  la  eros  ay  lo  drizava 
Lì  ma  e  y  pe  che  ay  linchiodava; 
De  grandi  dolori  che  al  senti. 
Poco  fo  de  me  che  a  noi  mori. 

E  Jcsu  Cristo  cridava  fori 
Per  li  grandi  peni  de  la  mori, 
E  per  li  peni  ch^el  portava 
E  molta  zenl  lu  si  salvava. 

E  Jesu  Cristo  sì  el  angustios  » 
Sid  ho  (is),  dis  in  plana  vos, 
Ased  e  fel  ie  de  i  Zude, 
Ma  to  non  vols  ol  flol  de  De. 

Ay  pe  de  la  eros  i  fo  xi  grandi  plur, 
Kon  ne  al  mondo  cor  cosi  dur, 
Che  no  planzis  amarament 
0  Zani  Crisi  fa  gran  lamenl. 

Sancta  Maria  pris  a  di  : 
0  fiol  me  lum  fé  mori 


(1)  E  così  inlerrDgava.   Il  verbo  spiar  ^r  chiedere  trovasi  ancora  in  alcuni  dialrUi  pe- 
deoiontanì. 

(2)  Non  mosse  a  compiistione.  Peccato  per  compassione  t  usalo  generalmente  nri  dialetti 
loml>ardi  e  vèneti.  • 

(3)  Coso  per  cotpM  ;  qujsi  dicesse:* Cagione  di  condann4. 

(4)  Me  ne  lavo  le  mani. 

(5)  Ho  sete. 


080 


APPK.MDICI 


Quanl  a  te  guardi  floi  me  bel 
01  cor  me  passa  d^un  cortei. 

0  fiol  me  (|ue  dove  fa  (i) 
Più  in  qucslo  mondo  no  voye  sta 
Quando  tu  nassis  a  malegre 
No  vege  ben  lo  dolor  me. 

0  santo  Zoan  dilcclo  me 
De  la  facia  del  fiol  me 
Sanguancnla  fina  in  di  pc 
Se  al  fo  mai  dolor  al  me. 

O  dolor  grand  tu  me  fé  morì 
L'anima  mia  tu  la  fé  partì. 
Signor  Zude  fldnenpiafad 
Dol  fiol  me  tanto  tormentad. 

0  crbor  formad  en  eros 
Al  me  fiol  così  dolz 
No  le  da  tormenti  cossi  angustios 
Ay  member  cossi  doloros. 

E  pò  se  volse  a  san  Zovan 
Che  stava  li  dolent  e  gram , 
E  pò  ie  dis,  0  Zoan  me 
Da  mi  se  pari  ol  spìrito  me; 

E  pò  se  volslve  a  le  Marie 
Che  planziva  tuli  Ire 
E  dis  seror  que  doye  fa 
Ch'el  cor  me  se  fent. 

llarce  te  (2)  gram  fiol  me  car 
Zoan  e  mi  que  demo  far 
Credi  va  avi  de  ti  confort, 
Per  li  flol  voref  la  mori. 

0  flol  me  de  pietad 

Asse  di  to  la  abandonad 
Sola  romagnio  dolzo  fiol 
Zoan  e  mi  slam  in  gran  dol. 

Parlcm  flol  me  che  ten  preghi 
Xi  cum  la  glaza  mi  delegui  (3) 
Spesso  te  guardi  cum  gran  dol 
E  de  sangue  fiol  è  ol  lo  color. 

Tu  me  lassas  cosi  fantina 
Per  tua  mader  e  per  anelila 
E  te  nudrigbe  cum  gran  delecl 
Quei  may  Zude  le  ma  lolet. 


Sie  vo  gram  signior  Zude, 
Reodim  a  mi  ol  fiol  me, 
Credim  a  mi  la  veritad 
Che  a  le  Signur  del  regolo  bead. 

E  pò  rcguarda  ol  so  fiol, 

0  Itis  del  mondo  de  te  me  dol 
Quant  a  te  vogo  xi  slramortìd 
De  grani  dolor  noy  pu  morir, 

Po  dis  o  dnlzo  fiol  me 
No  me  lassa  viver  de  dre. 
Consola  mi  e  li  seror 
E  la  Mandalena  che  ha  dolor. 

E  Jcsu  Cristo  ie  respos, 
Femlna,  ie  dis  in  plana  vos, 
E  te  do  Zoan  per  lo  car  fiol 
Che  le  go  no  posso  star  cum  e  lol. 

E  tu  Zoan  la  di  guarda 
E  per  mader  la  di  ama. 
Cristo  guarda  al  firmament 
Ciamcl  so  padcr  de  present. 

0  pader  me  e  le  recomandi 

01  spirito  me  che  te  lo  mandi: 
Abassa  li  ogi  e  stremorli 
L'anima  illora  se  parli. 

Longino  ebreo  do  demorava 
Cum  una  lanza  l'impiagava. 
Donde  sangue  e  aqua  si  ne  insì, 
La  luna  el  sol  si  fa  scuri. 

Quant  a  la  vid  ol  so  car  fiol 
Che  era  mori  a  xi  grani  dol 
Caziva  in  terra  strangossava 
Per  che  ol  fiol  la  abandonava. 

E  illora  fo  plang  angustios 
Da  11  do  parti  de  la  eros 
La  mader  crida  o  floi  me 
Cum  gran  dolzor  e  taleve. 

0  fiol  me,  te  vege  sta 
Su  la  eros  xi  re  possa 
Che  lu  no  senti  za  più  di 
Che  romagni  cum  grand  dolor. 

Più  se  turba  el  mar  el  veni 
E  li  stelli  del  firoiament 


(1)  Che'dfgg'io  fare? 

(a)  Tua  mercfi. 

(3)  Coli  comt  il  ghiaccio  iu  dileguo. 


APPENDICI 


•  8( 


E  f  morg  fnsi  de  li  molimeng 
Quant  ai  odi  xl  gra  lormeng. 

E  H  planziva  fortanicnt. 
La  Mandalcna  vcramcnl, 
E  li  Marie  planz  e  plura 
La  virgina  sancla  e  pura. 

O  zento  giiardod  ol  me  flol 

Se  al  mondo  fo  ma  dolor  ni  dol 
Giiarde  cum  i  sta  i  ma  e  i  pe 
E  M  lad  eh'  e  fcrid  dol  fìol  me. 

Quel  che  fo  sanctilicad, 
Del  Spirito  Sanclo  fo  annunciad 
In  dol  me  corp  cum  gru  dolzor, 
Ida  non  perdi  la  sua  flor. 

0  Gabriel  tu  ma  saludas, 

Blader  de  Cristo  tu  me  giames 
Tu  me  bencdis  ol  frulo  me, 
Tolet  me  l'a  i  fui  Zudc. 

L'aiigel  respos,  tu  salvare 
Mader  de  Cristo  chi  tu  vorc 
Al  terzo  di  te  uparirà 
Quel  che  tug  ne  sai  vara. 

E  san  Josep  e  Mcode 
Tois  zo  de  la  eros  ol  flol  de  De, 
Quand  zos  de  la  eros  fo  doponud 
I  nuol  che  al  fo  che  a  lera  nud. 

Al  moliment  Cristo  fo  porlad. 
Li  Marie  dred  ie  va  plurant, 
Dred  I  va  Sanctu  AJuria 
Che  soslcnis  no  se  podia. 

Lo  secondo  di  che  Cristo  mori 
La  Mandaiena  sii  querì; 
Cum  onguenl  prccios 
Da  onzes  Cristo  glorios. 


E  era  sego  in  compagnia 
Li  Marie  che  fori  planziva 
E  li  si  ven  al  moliment 
01  sabato  de  doma  per  tcmp. 

E  mollo  fori  se  lamentava 
E  li  Marie,  e  la  beada 
E  li  si  era  ol  moliment 
0  fo  mes  Cristo  de  prescnl. 

01  corp  de  Cristo  andc  circando 
E  elio  si  è  resusitiulo, 
Torned  indred,  did  a  san  Peder 
Che  al  sia  fort  e  aleger. 

Che  in  Galilea  apurirà 

Al  di  (le  Pasqua  ch'il  ne  dirà 
Alegrament  indred  torna. 
La  Mandaiena  si  lo  guarda, 

E  si  era  uno  orto  ilio  a  pc 
E  Jesu  Cristo  dentro  si  andè 
La  Mnndulena  si  lo  guarda, 
E  si  ye  dis,  o  orioli 

S'avreslu  novella  del  meyster  me; 
Ko  me  tocha  zo,  dis  a  le 
Guardei  al  vis  sii  cognovo 
El  dolzo  Cristo  si  tol  da  pe. 

Indred  torna  cum  grang  dolor 
lllora  dis  a  li  seror 
Lo  vezud  ol  me  Signior 
S'ìl  vois  tocha  cum  grand  amor. 

Chi  voi  servi  a  Jesu  Crist 
Di  so  peccad  sia  ben  contrit 
Prenza  lubito  de  la  caritad 
La  eros  vermeya  el  campo  bianch. 
Amen. 


Il  dottissimo  Barnaba  Vacrino  nell'opera  Gli  scrittori  di  B èrga ' 
mo,  Bergamo.  Antoiiie,  1788,  mostra  clic  Giovanni  Drcssano  nato 
in  Bergamo  nell^DO,  compose  intorno  a  scttantamila  pezzi  poètici, 
parte  latini,  parte  italiani,  parte  bergamaschi,  che  in  grande  parte 
andarono  dispersi,  e<i  alcuni  vennero  publicati  a  Brescia  sotto  il 
tìtolo  di  Tumuli  da  voi  citati,  altri  si  unirono  in  un  libro  mano- 
scritto, che  ai  tempi  del  Vaerino  era  posseduto  dal  conte  Marco 
Brcssani,  discendente  dello  scrittore,  e  che  ora  e  serbato  nella  pù- 
bliea  biblioteca  di  Bergamo.  In  questo  vennero  trascritte  eziandio  com- 
posizionrelle  bcrgamasebe  di  Pietro  Spino  e  di  Fra  Benedetto  CoHeonì 


682  APPBTTDICE 

degli  Umiliati,  il  quale  aggiùnsevi  anche  due  sonetti  In  lingua  no- 
varese, che  farò  seguire  a  queste  notizie.  Dice  il  Vaerino  che  a*  suoi 
tempi,  fra  le  scritture  bergamasche  si  ricordavano  la  traduzione 
della  novella  9.%  giornata  i.*,  del  Boccaccio,  fatta  da  Salviati,  eli 
traduzione  delle  Metamòrfosi  d*  Ovidio  per  D.  Colombano  Brescia- 
nini  Benedettino,  e  nella  biblioteca  di  Bergamo  si  conserva  un  ma- 
noscritto col  titolo:  Rime  di  Giulio  QuinzianOf  sotto  il  nome  di 
Tonello  y  bergamasche  e  bresciane  e  misticate,  che  sembrano  della 
fine  del  secolo  XVI. 

Questa  canzone  del  Bressano,  fra  le  manoscritte,  è  imporUnte 
anche  per  pittura  di  costumi. 

Per  le  nozze  di  Francesco  agosto  e  Margarita  Fessi. 

Non  com  più  voja  aspecia  ci  dì  ^natal 

E  la  vendumìa  i  pug,  e  per  nò  'nda 

A  scòla,  e  per  avi  sover  chef  zai 

L^octava  d'Pasqua,  gne  coluz  chi  s'ba 

Promelut  e  dig  si  per  matrimoni 

Al  tep  che  d'gras  no  mangia  i  bo  crischla. 

Gne  com  tal  desideri  Sant'Antoni 

Per  vend  beligog,  pom  ,  caslegni  pesti 

Da  Poltranga  e  Su  risei  speda  i  doni,  (i) 

Gne  ai  desidra  cb'as  faghi  di  festi 

1  Madoni  pomposi  e  balarini, 

Per  baia  e  per  mozà  i  su  zoii  e  vestì, 

Gne  più  specia  quel  di  'indasmell  i  spini 

Sui  vasei,  ch'alor  cba  da  scud  i  flg 

Olirà  i  daner,  capò,  anadróg,  galini, 

Insomma  più  ca  1  oxepi  cho  scrig 

Chal  pasi  carnaval ,  ol  bel  Ronzi 

Desidra,  e  questuai  l'ha  più  volti  dig, 

Per  podi,  com'el  fava  a  sbaraii, 

Zuga  con  questue  quel,  ma  specialment 

Con  quel  so  concorrenl  ches  clama  Opi, 

Per  que  za  più  d^u  mis  fé  'n  sagramel 

De  no  zoga  fi  c^ha  noi  fos  passai 

01  di  chi  fa  tal  malezà  la  zct. 
Es  dis  de  am  faghi  roroagni  stropiat 

Sa  zugi  fina,  me  e  slag  in  cervel 

E  fina  ^ncù,  sebo  le  slag  cinzet. 

(I)  Anche  oggidì  nel   giorno  di  S.  Antonio  le  donne  di  Sori.«ole  e  di   PooteraDÌca  «^ 
gOQO  a  Bergamo  a  vendere  castagne  secche  e  pomi. 


APPEfTDICB  683 


A  le  be  vir  ch'ai  ghen  va  zo  M  budel 

Qaand  al  le  met  vergu  a  ioga,  e  che  tu 

Pio  pò  a  so  mud  manezà  quel  osdel  (i), 

E  quei  dì  eh'  e  pasat  a  u  per  u 

E  eh' a  da  gnl  tati  selmani  ac  par. 

Dopo  eh' a  quel  sconxur  as  lagbe  Indù 

E  stag  al  ga  pò  es  no  pog  de  car 

Ch^al  habi  hubut  da  piadeza  col  zogn. 

Che  a  tu8  riocres,  gne  stag  u  bo  repar, 

E  se  diraf  coi  ulischi  d'pom  codogn 

O  i  brugna,  figa,  dag  u  bo  cavai 

E  fai  plani  tal  ch'ai  gnis  zo  '1  mlzogn, 

S'al  sa  metis  ma  più  sto  pis  ai  spai 

Ixi  ac  d'Ioler  come  ac  ne  pareg 

Ch'is  uncia  quaod  ai  perd  pu  tri  marcheg. 

Questa  è  del  Quinzano. 

Olem,  sales,  castagn,  alberi,  nos 

Li  rover  coi  onis ,  opoi  e  spi , 

Si  com'ie  de  quest'tep  qui  fura  zos 

Che  sui  so  ram  noe  cata  pln  oseli. 
Ixi  sto  mi  per  queste  vai  ascos 

Dal  me  sol  lonz  ojde  chem  fa  mori, 

Ma  s'ba  da  vcgn  quei  oter  ombrjos 

Per  quc  cum  quei  n'ho!  mi  da  reverdì? 
Ch'cl  me  bel  sol,  de  quel  chiar  nom  vestui 

Che  fassa  el  rossol  d'uf  prima  del  gus 

Et  ai  maleg  refresca  le  bais  (s). 
Sto  mes  che  ve  V  barn.  In  so  virtut 

Em  rivarà  j  so  raz  fina  sul  us 

E  rcsseli  em  farà  broch  e  rais. 
Se  gho  per  ti  crudel  vendug  i  bu, 

EI  car,  el  piò,  li  zapi  coi  restel 

LMierpeg,  la  goi,  coi  oter  osanei  (a) 

Che  sdma  nei  bailo  (4)  da  fa  i  fag  su. 
Ilo  fat  tut  quesl  per  fa  che  dai  fag  tu 

llavps  quei  buo  più  dolz  di  brofadel , 

Ma  The  d'ol  cur  tat  dur  i  picanei 

Ch'o  Irat  via  tut  senza  podin  potu. 

(1)  Osdel  e  osadel  per  utensilio  nel  i5oo  era  comunemente  usalo  a  Bergamo,  ora  non 
(i  serlui  (he  nella  lingua  rùstica  suburbana. 

(a)  Smis  per  fàuci,  ora  si  usa  solo  per  qat\U  de*  pesci. 

(3)  Osmnti  per  osmdei. 

(4)  Smilo  per  case. 


684  APPBNDICB 

Si  che  po8  tu  li  braghi,  e  f a  u  sachei, 

E  fo  per  i  US  mo  anda  cerched  dol  pa 

Canted  col  me  siglor  quest^oracio. 
Amur  m'ha  fat  vedi  quel  giocarel 

Zo  chìvi  al  mid  gae  ni  ho  del  rest  serva 

Oler  che  quest'suglor  che  sciega  buo. 

Questa  poesia  sa  più  del  bresciano  da  Quinzano,  dove  il  noslro 
Giulio  sembra  avere  dimorato.  Prettamente  bergamasca  antica  ap- 
pare invece  la  frottola  seguente  di  Fra  Benedetto  Golleoni  che  pare 
scritta  intorno  il  1600. 

U  de  ste  di  all'hostaria  ze  u  babió 

A  Putsanpeder,  pos  hora  d' compieta, 

A  rhoslera  agh  demag  una  polpela 

E  cog  a  rost  d'u  bis,  u  balalró  (i) 
Cum  dag  intend  eh* al  era  u  laciet  bo: 

Lu  mangiè  tut,  e  la  nog  sol  a  pietà 

01  velr  agh  brontolava,  gne  trop  neta 

La  cosa  andè,  gne  sentiva  da  bo. 
Ch'ai  vegn'in  rota  col  marit  dM^hostera 

Dighet  ch'ai  g'hiva  dag  quac  ribalda 

Da  mangia,  e  biestemmava  sant'Antoni. 
E  lu  grignet  confesse  com'al'era 

Cum  di  quest:  am  la  fag  per  bufonà 

E  i  balalró  ch'ai  è  1  lacieg  di  doni. 
E  lu  dis,  am  desponi 

Dimostra  a  vostra  mojcr  cola  reso 

Ch*al  è  più  ch'ai  lacieg  dur  i  colò. 

Lo  Stesso  Fra  Benedetto  scrisse  in  lingua  novarese  questi  Sonetti 

Contro  i  medici. 

Ar  san  de  guengier  uni  masa  dra  seni. 

Che  fusen  in  piche  zìi  procura 

E  'n  dra  gora  zcané  tug  i  dotù 

Cha  no  sentruva  un  bom  da  ben  in  chient. 
Ai  tran  dra  borsa  i  dnè  a  traviment, 

E  s'vuren  i  riè,  i  tezton  i  zcu, 

Sii  gran  radron,  mariù,  sii  bic  morsù 

Fin  cha  noi  masi  tug  no  zon  content. 

(I)  MmUirò  per  rmmmrro. 


APPKXDICB  685 

Ar  è  tri  ago  e  più  ch'o  pievcsavt 

Ra  dota  che  pervcn  a  mia  ceru 

E  più  cha  d'nans  ai  me  r^han  ingarbi:)va 
E  z'  m' iian  perà  fu  i  per  a  vun  a  un 

E  lan  1)0  spcs  or  fla^  cor  e  corata. 

Che  no  cres  più  d'havè  per  in  dor  cu. 

Jlacconto  d'una  lite. 

1  han  fa  i  remò  in  contrada  d'san  Vichlu 

Blislro  Girem  Zchlton  marsia^orè 

Contra  mistro  Zuan-angcr  Teccró 

Cb^ai  s'han  dai  di  peténgh  Intra  lui  dn, 
E  8' a  nor  gnlva  tozt  or  gob  brcntu 

A  intramesa  ra  zlrava  dor  pazqué 

Criend  artniro,  artnìro,  or  zu  z(^  n  dre, 

Zuan-anger  no  portava  a  cà  or  cu. 
Ar  l'blva  con  Zchlton  tant  mar  parava 

Per  quera  gbemba  ch'ar  no  pò  dri^à 

Cb'ar  fé  cor  cu  d'pagura  una  fritava. 
E  ra  ca«on  ch'ai  se  vuren  tanl  ma 

Ar  è  ch^ai  fen  chrusiiù  sta  zta  pannava, 

Dar  Icmp  che  ingh  coniensa  a  pinchirà. 


//  wotlro  affegitnmlèMttmé 

G4Biuu.>  Rosa. 


riM 


-     1 


ERRATA 


CORRIGE 


Pag. 

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Si  sopprimano 

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Forbesoni 

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880 

n 

SI 

orientali 

i 
i 

i 

Pariesana 
Partesana 
Frignanese 
Gruppo  Bolocnbsi 

e  DiALBTTI  ROHACNO 

Partesana 
Partesana 
Partesana 
occidentali 


INDICE 


Nota  Preliminare Pag,     m 

Introduzione $$      v 

Prospetto  generale  dei  Dialetti  Gallo-Itàlici n  xvi 


» 


PABTE  I. 

CAPO   I. 

S  I.  Divisione  e  posizione  dei  dialetti  lombardi n  s 

n  8.  Proprietà  distintive  dei  due  gruppi  occidentale  ed  orientale»  s 

»  8.  Proprietà  distintive  dei  singoli  dialetti »  t 

"  4.  Osservazioni  grammaticali  in  generale »  ft 

CAPO  II. 

Versione  della  Paràbola  del  Figliuol  pròdigo  nei  principali  dialetti 

lombardi »  ss 

Lingua  italiana n  ss 

Dialetto  Milanese >»  SS 

»»        Lodigiano »  S7 

99        Comasco n  ss 

n        di  Groslo  {yallcUimse) »  «» 

99        di  Bormio          m          »  40 

99        di  Livignó          "          »  41 

9»        di  Val  Prcgallia  (Cantori  Grigioni-yaltelUnese)    .    .  »  4S 

»        di  Val  filaggia  (Ticinese) "48 

»        di  Val  Verzasca       »>         »  44 

M        di  Val  Leventina      »»         «48 

>*        di  Val  di  Blenio       m         »  4S 

»        di  Locamo              »         »  47 

»>        d' Intra  .    (ycrbanese) »»  4S 

w        di  Borgomanero   >»            »  49 

»        Bergamasco «so 

»        Cremasco »  st 

M        Cremasco  rùstico »  st 

»        Bresciano »  ss 

»»        di  Valcamònica  (/?re<cfayio  rùstico) m  S4 

>»        Cremonese w  ss 


088  l!HDICI 

t 

CAPO   III. 
Saggio  di  Vocabolario  dei  dialetti  lombardi Pag,    ar 

CAPO   IV. 

"^  -) 

Cenni  istorici  sulla  letteratura  de!  dialetti  lorabardi »»    et 

Letteratura  dei  dialetti  occidentali »»    ••    ! 

n           dei  dialetti  orientali »>  I04    ' 

I 

* 

CAPO   V. 

Saggi  di  letteratura  vernàcola  lombarda «»  iii 

Dialetti  occidentali »>   ivi 

Milanese »    ivi 

Ticinese »  127 

Verbanese m  iss 

Lodigiano m  130 

Comasco »»  iso 

Dialetti  orientali n  tsi 

Bergamasco n    \\\ 

Cremasco w  iss 

Bresciano »>  les 

Cremonese n  ìbb 

CAPO  VI. 

Bibliografia  dei  dialetti  lombardi »9  iti 

Milanese »    ivi 

Lodigiano >»  182 

Comasco »>    ivi 

Ticinese »    ivi 

Verbanese »>     ivi 

Bergamasco »  iss 

Cremasco »>  I88 

Bresciano »»    ivi 

PABTE   II. 

CAPO   I. 

J  I.  Divisione  e  posizione  dei  dialetti  cnjiliani '^  191 

n  fi.  Proprietà  distintive  dei  tre  gruppi  Bolognese,.  Ferrarese  e  Par- 
migiano   w  Iti 

»  s.  Proprietà  distintive  dei  singoli  dialetti »  I97 

ji  4.  Osservazioni  grammaticali  in  generale »  fiit 


INDICI  089 

CAPO    II. 

Versione  della  Paràbola  del  Flgliuol  Pròdigo  nei  principali  dialetti 

emiliani Pag,  8t9 

Dialetto  Bolognese n  884 

n        Faentino  (Bomagtiolo) »  88« 

«        Ravennate       m             m  886 

»         Lughcse             n              »  887 

*»        Imolese            n             n  888 

n         Forlivese          **              n  8t8 

n        Riniincsc         h             m  8So 

«        Cervcse            m            n  831 

»        di  Cattòlica      •»             «t  8S8 

•*        Modenese »»  83S 

»>        Reggiano i»  8S4 

"        Frignanese  {di  Sistola) m  8s« 

*»        Ferrarese n  8S6 

»        Comaccbiese n  tzi 

M        Mirandolese 9  838 

n        Mantovano •»  839 

n        Parmigiano "  840 

»        Borgo-Tarese i»  841 

n        Piacentino n  848 

H        Bobbiese »  84S 

«»        Bronese n  844 

»v        Valenzano n  84tf 

>»        Pavese »  8  48 

CAPO   III 

Saggio  di  Vocabolario  emiliano «t  847 

CAPO   iV. 

Cenni  istèrici  sulla  letteratura  dei  dialetti  emiliani m  898 

Gruppo  Bolognese m    l%i 

n        Ferrarese n  sio 

"*        Parmigiano n  sls 

CAPO    V. 

Saggi  di  letteratura  vernàcola  emiliana n  381 

Gruppo  Bolognece n    ivi 

Bolognese n    M 

Forlivese w  384 


600  L'VDICE 

Gruppo  Fuslgnunese  {Dialetto  Bomagnolo) Pag,  set 

Lughcse     .  n  ,  »9  375 

Uodenese n  S78 

Reggiano •»  888 

Frignanese »»  40S 

Gruppo  Ferrarese «>  408 

Ferrarese «Ivi 

lllraodolese m  4S1 

Mantovano n  4S4 

Gruppo  Parmigiano n  497 

Parmigiano «t    ivi 

Piacentino 99  4SS 

Pavese m  441 

CAPO   VI. 

Bibliografia  del  dialetti  emiliani »  4tfi 

Bolognese "ivi 

Romagnolo «*  469 

Modenese »    Ivi 

Reggiano n  46S 

Ferrarese n    Ivi 

Mantovano n  464 

Parmigiano n  468 

Piacentino **  466 

Pavese «    Ivi 

PABTE    III. 

CAPO    1. 

^  fl.  Divisione  e  posizione  dei  dialetti  pedemontani      .     .     .  *>  47i 
§  2.  Proprietà  distintive  dfi  tre  gruppi  Piemontese,  Canavese 

e  Monferrino »  474 

§  s.  Proprietà  distintive  dei  singoli  dialetti k  478 

§  4.  Os<ierViizioni  grammaticali  in  generale *»  490 

^  CAPO   11. 

Versione  della  Paràbola  del  Figliuòl   pròdigo,  tratta  da  S.  Luca, 

cap.  XV,  nei  principali  dialetti  pedemontani n  tfo4 

Dialetto  Torinese «>  aos 

*y        Astigiano  (Piemontese) >>  tsoe 

>»         di  Tossano t>  807 

'*         di  Cuneo »  itos 

>f        di  Caraglio  (Valle  della  Stura,  prov.  di  Cuneo)   .     .     »  tt09 

>»         di  Torre  (Valdese) »>  »io 


noicE  091 

Dlalelto  di  Lanzo Pag,  mi 

M  di  Corio f9  818 

n  di  Limone mais 

M  di  Valdicri  (Valie  di  Gesso,  prov.  di  Cuneo)  .     .     .  >;  tfi4 

M  di  Vìnadio m  aia 

M  di  Castelmagno  (  Valle  di  Grana,  prov.  di  Cuneo)     .  »  me 

»  di  Elva  (Valle  di  lUacra) n  m? 

w  di  Acceglio  (Valle  di  Blacra) »  «18 

»  di  San  Peyre  (Valle  di  Varai  la) »»  ma 

w  d'Oncino  (Valle  del  Po) t>  aso 

w  di  Fenestrelle  (Valle  di  Pragclas) »  issi 

»>  di  Giaglione  (conflne  di  Novalesa) »  388 

n  d'Oulx  (Valle  di  Dora  Riparia) »  Hts 

»>  di  Viù  (Valle  di  Lanzo) »  884 

«  d'Usscglio  (Valle  di  Lanzo) n  usa 

»>  d'Ivrea  (Canavese) •     .  »  tfao 

w  di  Vercelli  (Canavese) „  597 

»  di  S.  Bernardo  presso  Ivrea  (Guiavese) »>  «se 

»  di  Pavone  (Canavese) „  529 

n  di  Vlstrorio  (Canavese) n  uso 

»>  di  Caluso  (Canavese) m  831 

»  di  Strambino  (Canavese)       n  838 

»  di  S.  Giorgio  (Canavese) „  833 

w  dì  Castellamonte  (Canavese) .     . »>  834 

»  di  Valperga  (Canavese) »  838 

M  di  Poni,  Alpctte  e  Frassinetto »  530 

.  M  di  Locana  (Canavese) „  887 

»  di  Sparone  (Canavese) „  338 

»>  della  Valle  di  Soana  (Ingrla,  Ronco,  Valpralo  e  Cam- 

P'gl'a)        »  839 

w  di  Biella  (Canavese) „  540 

*f  di  Caravino  (Canavese) m  84t 

»  di  Azeglio  (Canavese) m  848 

»  di  Borgomasino  (Canavese) „  843 

'•  di  Drusacco  (Canavese) »  844 

«  di  Rucglio  (Canavese) m  848 

»»  della  Valle  d'Andorno  (Canavese) »  848 

»»  di  Settimo  Vittone  (Canavese) n  347 

»  Alessandrino  (Monferrino) „  343 

»  di  Caslellazzo  Gamondio  (Monferrino) »  849 

»»  di  Castelnuovo  Bòrniida  (MonfriTlrio)      ..."..  i»  330 

»  di  Ristagno  (Monferrino) „  ^^t 

"  d'Alba  (Monferrino) „  ^^^ 

di  Mondovì „  ,1^5 


>» 


003  l2fDICI 

Dialetto  del  Cairo  (Monferrino) Pag,  ii4 

«>        di  Garessio  (Provincia  di  Blondovi) n  ssft 

n        d'Ormea  (Provincia  di  Mondovi) »  556 

C  APO  III. 

Saggio  di  Vocabolario  pedemontano n  «57 

CAPO   IV. 
Cenni  istorici  sulla  letteratura  dei  dialetti  pedemontani      ...»  «78 

CAPO   V. 

Saggi  di  letteratura  vernàcola  pedemontana n  897 

Gruppo  Piemontese »    ivi 

di  Chicri w     Iv 

SuIUZZCSC n  600 

ricmontesc  rùstico .  n  604 

Torinese »»     Ivi 

di  Saluzzo  e  d'Elva »  607 

Torinosc w  609 

Astigiano »  6&8 

Astigiano  rùstico »  638 

di  Poirino n  639 

Gruppo  Canavese »9  640 

Vercellese »»    ivi 

Rrozzese »>  641 

Gruppo  Uonfcrrino f>  643 

Alessandrino n  044 

d'Acqui n  648 

di  Uondovì n  649 

CAPO  VI. 

Bibliografia  dei  dialetti  pedemontani i>  65i 

Gruppo  Piemontese »>     ivi 

Appendice  alle  precedenti  bibliografie  dei    dialetti  Lombardi    ed 

Emiliani »»  663 

Dialetti  Lombardi »»     ivi 

Alilanese       »>    ivi 

Bergamasco m  663 

Bresciano n  667 

Dialetti  Emiliani >9  ei8 

Bolognese *>    ivi 

Pavese »»  699 

Appe>dice.  Lettera  di  Gabriele  Rosa m  679 


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Stanford  University  Librari* 
Stanford,  California 


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JUW       199  [